che Marte aveva l'ascendente su Venere, ed in quella dolce stagione che
Giove suole allegrarsi nel mirare la sua figliuola. Ella sarà reina di
possente e fiorito reame, morto che sia il presente re....
— Qual reame, maestro.... — interruppe qui il duca atterrito;
perchè, essendo figliuolo unico del re Roberto, e per conseguente suo
successore, quando il reame di cui parlava Cecco fosse stato quello di
Napoli, ne seguitava che a suo padre egli non succederebbe.
— Qual reame non dicono le stelle; e reina dall'altro canto può
interpretarsi moglie di possente re — rispose Cecco per calmare
l'apprensione del duca.
La duchessa per parte sua ebbe carissima la mala impressione che
fecero sull'animo di suo marito le parole del maestro; a cui senza far
dimostrazione veruna, ella disse:
— Continuate, bel maestro.
E Cecco continuò;
— Sarà regina di un possente e fiorito reame, e donna di altissimo
senno; ma si lorderà le mani del sangue de' suoi; e nell'opera di
lussuria resterà famosa tra coloro che chiameranno antico questo tempo.
— Sciagurato! — esclamò il duca, tutto infiammato d'ira e mettendo mano
alla spada — dimentichi tu dove sei, ed a chi parli?
La duchessa, vedendo il duca così montato in furore, le parve già di
essere a buon porto del suo desiderio: ma celò quanto potè la letizia
sua; anzi, per accrescere il mal talento del duca, simulò estrema
afflizione, e vergognoso orrore delle parole di Cecco, coprendosi il
volto con le palme, e facendo segno di piangere. Questi ben presto
si accorse della sua troppa imprudenza; e rimase veramente atterrito
dal furibondo sdegno del duca, perchè così vedea dileguarsi ogni sua
speranza ed ogni rifugio; il perchè tentò di abbonirlo con queste umili
parole:
— Monsignore, parlai a sicurtà della fede datami da voi; ma la mia vita
è vostra: se ho fallato, fate di me a senno vostro. Morrò volentieri
per quella scienza, che voi già deste così benigne prove di tener in
pregio.
— Alla data fede non ho mai fallito, nè fallirò questa volta; ma il
vederti qui più a lungo ora, potrebbe farmene dimenticare. Va, dunque,
se brami ir salvo.
Cecco partissene tanto confuso che non sapeva più dove fosse, nè dove
s'andasse; ed a fatica trovò la via di uscir di palagio. Rimasti soli
il duca e la duchessa, questa usò tutta l'arte onde era maestra per
destare sempre più in esso la compassione verso di lei, e l'ira e
lo sdegno contro il povero Cecco: mostravasi compresa della grande
afflizione; piangeva e sospirava; e tra' sospiri diceva:
— Mio dolce signore, e fia possibile tanta nequizia in una figliuola
nostra? nella dilettissima nostra Giovanna, che somiglia un angiolo del
paradiso?
Il duca sopraffatto dall'inaspettato prognostico, e affollato da
diversi e strani pensieri, poco attendeva alle parole della duchessa; e
senza rispondere ad essa:
— Micidiale de' suoi! — esclamava tra sè — Rotta al vizio di
lussuria!... Regina di possente e fiorito reame!... E qual reame
più fiorito e più ricco del reame di Napoli?... Ed io?... Oh malnato
Ascolano! tu ne menti per la gola: son bugiarde le tue stelle.
— Monsignore — disse allora la duchessa, volendo battere il ferro
mentre era caldo, ma pigliando altra strada, poichè le precedenti
parole sue aveva il duca mostrato di non intenderle — le stelle, io
mi penso che sieno sempre state un pretesto per il vostro diletto
astrologo. E ripensando bene a tanto impudente suo procedere, vedo che
l'ha fatto per isfogo del suo maltalento contro di me, perchè sempre
mi sono addimostrata poco credula della sua scienza, e perchè non ho
cessato mai di consigliarvi a rimuovere da voi tanto scandalo, quanto è
quello di tenerlo alla vostra corte.
— Ed oserebbe egli di oltraggiare così fieramente la moglie del suo
signore, e il suo signore stesso ad un'ora?
— E d'onde, mio dolce signore, donde prendete voi cotanta fiducia
della costui lealtà? Egli vi è noto solo da pochi anni in qua; e con
meraviglia di tutti i buoni, vi siete lasciato prendere alla costui
astuzia, e falsa scienza. Ma chi il conosce fino dalla sua gioventù,
chi sa le nequizie sue, le brighe avute con santa chiesa per conto
delle sue eresíe, le sozzure onde va brutta la sua vita; chi sa queste
e tante altre cose di lui, l'una più vituperosa dell'altra; ne fa
giudicio ben diverso da quello che ne fate voi: e tutti coloro che vi
riveriscono, che vi amano, e sono desiderosi della vostra grandezza,
gemono in cuor loro e si attristano, vedendo costui tanto onorato a
questa corte, con vergogna e periglio vostro e di noi tutti.
— Pericolo? e che pericolo ci può essere?
— Lasciamo andare che i fiorentini tutti veggono troppo di mal occhio
esser tanto onorato appresso di voi questo negromante, nemico loro e
della loro città: voi de' fiorentini non temete, nè delle loro querele
vi date briga; con tutto che la signoría che non si fonda sull'amore
e sulla estimazione del popolo, sia sempre di vetro, che ogni piccolo
urto può romperla....
— Madonna, voi siete troppo accorta maestra di reggimenti di popoli
— disse il duca con lieve sorriso; ma celando a fatica la mala
impressione di tali parole di sua moglie.
— L'amore è sempre accorto e buon consigliere — disse la donna con
amoroso sorriso — Ma lasciamo stare i fiorentini, e le signoríe
temporali. Voi siete qui capo della parte guelfa, e prediletto
figliuolo di santa chiesa: parvi egli dicevole, non solo il
comportare che uno, già condannato per eretico, la eresía insegni qui
pubblicamente; ma anche il tenerlo appresso di voi; l'onorarlo, il
promettergli difesa contro qualunque de' suoi nemici?
— Insegna la eresía? Gli ho promesso difesa?
— Sì, mio signore, egli legge — dee pure avervelo detto altra volta il
cancelliere vostro — egli legge, colà in Calimara, un certo suo libro
eretico, per il quale fu condannato a Bologna; e lo legge mancando
altresì al giuramento solenne che fece di più non leggerlo: per la
qual cosa non può fallire che di corto non debba renderne ragione
al tribunale della santa Inquisizione. Volete voi allora mettervi a
contrasto con santa chiesa per difendere un così vil paltoniere...?
— Ma io difesa non gli promisi....
— Egli però mena orgoglio di questa vostra promessa: e fidando in essa,
ogni dì cresce la sua baldanza, e ne fa prova, come vedeste non ha
guari, contro la donna medesima del suo signore, e contro il suo stesso
signore. E voi comporterete più tal tracotanza, ed onta sì grande?
Il duca, che per l'addietro non aveva mai ascoltato, se non
sbadatamente, le querele fattegli contro Cecco e dal cancelliere e
dalla duchessa, questa volta le udiva attentamente, e gli parvero
molto gravi, e molto vere; tanto più poi perchè aveva già l'animo
mal disposto contro di lui a cagione del prognostico sulla figliuola;
nel quale, se parvegli gravissima l'onta fatta a sè ed alla sua casa,
rispetto alla scandalosa vita della piccola Giovanna, più che altra
cosa gli rimase fitta nel cuore quella predizione ch'ella sarebbe
regina d'un potente e fiorito reame, perchè c'intravvedeva, la morte
sua dover precedere quella del re Roberto suo padre, e dover succedere
nel regno questa sua figliuola, come veramente poi fu. Di sorte che
ne stava troppo di mala voglia: e non solo per il pensiero del non
dover succedere nel regno; ma perchè Cecco fosse stato così ardito da
dirglielo in viso. Laonde, stato un pezzo sopra di sè, volsesi alla
duchessa, e baciandole caramente la mano:
— Mia dolcissima donna, gran mercè: le vostre parole sono savie; e mi
danno certezza del vostro amore per me.
E senz'altro uscì della stanza. Come il duca fu un poco discosto, la
donna, mandando un alto sospiro di compiuta satisfazione, esclamò con
voce ed atto di gioja feroce:
— La vendetta è vicina.
E senza indugio, mandò dicendo al vescovo d'Aversa cancelliere del
duca, che fosse da lei.
CAPITOLO XLV.
LA DENUNZIA.
Il cancelliere, nel tempo che maestro Cecco faceva la natività della
piccola Giovanna, si struggeva come la cera di esservi anch'egli, per
appostare se nulla uscisse malaccortamente di bocca all'astrologo,
che potesse dar presa a querele o ad accuse formali contro di lui; e
poter poi metter la duchessa sulla via di giungere speditamente là dove
volevano. Ma, non avendo saputo trovar via da andarvi, se ne tribolava
assai, dubitando di perdere la più propizia occasione che mai potesse
capitare. Quando però il donzello della duchessa fu a dirgli, che
fosse da lei senza perdere un punto di tempo, egli ne indovinò qualche
cosa di propizio, e corse sollecitamente dalla sua signora, la quale
vedendolo, nulla disse a parole, ma lo accolse con un ghigno di tal
feroce satisfazione, che il frate comprese il tutto, e disse:
— Madonna, voi siete senza fallo più valente di me, e di messer lo
Inquisitore.
— Ah, ah — rispose ridendo la duchessa, che pareva pazza dalla
gioja — non lo sapete, messere, che noi donne, quando ci mettiamo
di proposito a volere una cosa, avanziamo qualunque gran dottore e
scienziato? Lo scellerato ascolano è rimasto nel laccio; e il duca è
vinto. Ma non bisogna addormentarsi; chè Cecco è accortissimo, e il
duca mutabilissimo. Fate che maestro Dino si metta tosto d'accordo con
messer lo Inquisitore: faccia tosto la denunzia; e purghiamo una volta
il mondo e la corte da tanto obbrobrio.
— Farò di essere senza indugio a maestro Dino, e ci studieremo di non
mostrare meno zelo e meno accortezza che abbia fatto in questa bisogna
la signoría vostra.
E veramente uscì immantinente di palagio, e corse da maestro Dino,
che fu ragguagliato da lui di ogni cosa, e prese di ciò smisurata
contentezza, esclamando come fuori di sè dalla gioja:
— Ah cane pateríno! finalmente vedrò la vendetta mia! Ora si parrà
che cosa ti gioveranno le tue diaboliche arti: or si vedrà che cosa è
questa tua gran sapienza astrologica — e dando in un infernale scroscio
di risa, si volse al cancelliere — E' legge il futuro lassù nelle
stelle, e non vi ha letto questo suo meritato fine! — E ridendo da
capo, anche più sgangheratamente — Che bel falò, messer lo cancelliere!
mi par già di vederlo dibattere tra le fiamme — e come era proprio
ebbro dalla gioja, nè sapeva nemmeno quel che si dicesse, concluse:
— Voglio essere io quello che appiccherà il fuoco al capannuccio, per
più suo martorio, e perchè vegga che cosa gli sono costati all'ultimo
gli scherni e le villaníe fatte a un mio pari. E' mi predisse ch'io
morrei poco appresso di lui... Sciagurato! intanto falla tu la morte
degli eretici, e de' negromanti. Al resto ci penserà la provvidenza; e
ad ogni modo sarà quel che sarà: morirò contento dopo aver gustato la
vendetta.
Al cancelliere stesso parvero troppo feroci tali parole, e messo
amorevolmente una mano sulla spalla al maestro:
— No, bel maestro, non vi lasciate vincer troppo dall'ira, che potrebbe
parere odio. Lodevole è lo zelo vostro; ma santo è quello zelo che
avvampa i cuori misuratamente. Cecco d'Ascoli pagherà senza dubbio col
fuoco le sue scelleraggini; e qualunque degno figliuolo di santa chiesa
dee procacciare quanto è da lui che così sia, dove il peccatore rimanga
nella sua perfidia; ma l'esultarne come voi fate passa i termini dello
zelo, piglia faccia di odio e di bestiale vendetta; e forte mi dispiace
il vedere così acceso da tali volgari passioni un uomo di tanta
riverenza come voi siete.
Che gran divario di ferocia vi sia tra il santo zelo allegato qui dal
Frate, tra quel santo zelo che pur dee procacciare quanto è da lui di
far che gli eretici sieno arsi, e la esultanza di maestro Dino, che
pur voleva quel medesimo, io veramente nol so comprendere, e nol saprà
comprendere per avventura nemmeno il lettore, che, al pari di me, sia
ignorante delle sottigliezze della teología scolastica, nella quale
era il cancelliere solenne maestro, ed al quale riverentemente mi
levo il cappello. Noi volgari chiameremmo ipocrisía quella del vescovo
d'Aversa, e odio infrenabile quello di Dino; il quale per altro pare
che alle parole del vescovo desse quel valore che loro diamo noi,
perchè risposegli senza tante cerimonie in questa forma:
— Messere, o zelo santo, o odio senza termine, tutti e due vogliamo
veder Cecco arso per eretico. Non facciamo dispute teologiche; ma
pensiamo piuttosto a far sì che il solenne astrologo, il medico, il
filosofo d'Ascoli non ci esca dalle mani.
— Bisogna, rispose il vescovo, incominciare dalla formale denunzia al
sacro tribunale dell'Inquisizione. Piacevi egli il farla tosto?
— Se a voi pare che sia da far tosto, si farà: sol che non vi gravi
l'assistermi.
E come il cancelliere assentì, così maestro Dino si pose a scrivere,
parlando quel ch'egli scriveva, per istarne alla correzione del
cancelliere; e cominciò in questa forma:
«Reverendo padre in Cristo Signore Gesù. — Io, maestro Dino, di maestro
Taddeo del Garbo, medico e cittadino fiorentino, indegno figliuolo
della santa chiesa cattolica, come colui che più non posso sopportare i
garriti della mia coscienza, nè voglio andare incontro alle pene che il
santo tribunale della sacra Inquisizione minaccia a coloro che i rei di
eretica pravità non denunziano ad esso, acciocchè si possano revocare
a penitenza, e, perfidiando nel loro peccato, dargli nelle mani della
giustizia secolare, che gli metta alla pena del fuoco, come ordinano
le sue leggi; denunzio a voi con tutta verità, e con ogni solenne
giuramento, il nomato Francesco Stabili da Ascoli, per negromante ed
eretico pestilentissimo. Affermo e giuro come, essendo in Bologna,
fece un trattato sopra la Sfera, ammettendo che nelle sfere di sopra
sono generazioni di spiriti maligni, i quali si possono costringere per
incantamenti sotto certe costellazioni a poter fare molte meravigliose
cose, mettendo ancora in quel trattato necessità alle influenze del
corso del cielo.
«Affermo e giuro ch'egli insegnava come Cristo venne in terra,
accordandosi il volere di Dio colla necessità del corso di astrología;
e che doveva, per la sua natività, essere e vivere co' suoi
discepoli vile e dispetto, e morire della morte che egli morì; e
come l'Anticristo doveva venire per corso di pianeti in abito ricco e
potente.
«Affermo e giuro che quel suo libello fu riprovato in Bologna, ed egli
si ebbe sentenza e penitenza d'eretico, promettendo e giurando che più
non l'userebbe: e che nondimeno, dispregiando la benignità del sacro
tribunale della Inquisizione, e il fatto giuramento, e' lo ha seguitato
ad usare in Firenze; dove altresì ha pubblicamente dette parole di
dispregio contro i frati minori; schernito e vilipeso la efficacia
delle papali scomuniche; esercitato la negromanzía e le arti magiche;
vituperate le case de' grandi cittadini di Firenze, ajutando per opera
di magía illeciti amori; e bestemmiato e deriso sempre le cose più
reverende e più sante. — Tutto questo affermo e giuro nel nome della
santa e individua Trinità, a gloria maggiore della santa madre Chiesa,
per satisfazione della mia propria coscienza, per il formale debito di
ubbidiente e fedele cattolico».
Terminato che ebbe messer Dino di scrivere, si volse al cancelliere,
domandandolo:
— Parvi egli, messere, che questo sia il debito modo?
— Se l'aveste pensata maturamente, e studiatala su' nostri libri, non
avreste potuto dire più appunto. Solo nella conchiusione sarebbe da
aggiungere che a questa denunzia fare, vi mosse il puro e santo zelo
della religione, e non verun privato rancore, nè odio, nè spirito di
vendetta.
— Ah! — disse qui sorridendo maestro Dino — quel santo zelo che
dicevate dianzi.... Ma avete pur detto voi stesso che io sono mosso da
odio e da spirito di vendetta; e qui a quattr'occhi non so negarvelo.
Ora, debbo io mentire al cospetto del sacro inquisitore?
— Per la esaltazione di santa madre chiesa, che aborre dagli odj e
dalle vendette, è necessario sieno poste quelle dichiarazioni.
— Ma la menzogna?
— Cerchisi prima di tutto che la divina giustizia abbia il luogo
suo, e che i ministri di essa sieno altrui di edificazione; le altre
imperfezioni, messer Domeneddio le perdonerà egli. Resta ora che voi
siate a messere l'inquisitore.
E maestro Dino già si avviava, quando, stato un poco in atto pensoso,
ritornò al cancelliere:
— Ma saronne io infamato ne' secoli avvenire?
— Che dite voi, maestro Dino? le cose fatte per zelo di Dio, giusto
riguardatore degli altrui meriti, non solo hanno premio nel cielo, ma
lode anche in terra da tutti i santi uomini e discreti. Ad ogni modo
per altro non potrete aver biasimo da veruno, perchè niuno il saprà,
essendo il segreto cosa formalissima nelle cause del sacro tribunale
dell'Inquisizione. Andate senza verun sospetto, e con la benedizione
del Signore.
E queste parole disse facendo l'atto che fanno i vescovi quando danno
la benedizione.
Messer Dino baciògli la mano in atto di riverenza, e si avviò con ogni
fretta a S. Croce, dove aveva sede ed ufficio l'inquisitore.
CAPITOLO XLVI.
L'AMICIZIA ALLA PROVA.
Nel tempo che i due feroci avversarj di maestro Cecco affrettavano con
ogni lor possa la rovina di lui, egli si argomentava per parte sua alla
propria salvezza.
Uscito di palagio, come già il vedemmo, tutto spaurito dall'ira
del duca, e così confuso della mente che non sapeva qual partito
pigliare lì su quel subito; o di ripresentarsi al duca domandandogli
perdonanza, e temperando il presagio con artificiate spiegazioni; o
di fuggir subito: nè l'uno nè l'altro partito gli piacque, perchè
il primo lo vedeva forse più pericoloso che utile; e il secondo
parevagli inefficace preso così tosto, dacchè, potendolo indovinare
i suoi avversarj, gli avrebbero messo i loro scherani alla posta in
più luoghi, e acciuffatolo; e bisognava farlo con molta arte, e senza
che veruno il sospettasse. Nè l'infelice maestro dall'altra parte
si pensava che la tempesta potesse coglierlo così tosto. Primo suo
pensiero fu quello dunque di correre da frate Marco, per pigliarne
consiglio con esso. Andò; e il frate appena lo vide così spaurito,
e con gli occhi stralunati, gli domandò ansiosamente che ciò volesse
dire; e il povero Cecco, con parole di grande sgomento gli raccontò
ogni cosa dal principio alla fine.
A questa notizia il frate rimase colpito come da un fulmine, e vide ben
tosto quanto grande era il pericolo di maestro Cecco; nè stette senza
pensiero nemmeno per sè medesimo, che di lui era amico e discepolo; e
sapeva che, ricadendo Cecco nelle mani dell'Inquisizione, avrebbe avuto
anche egli qualche briga con quel tribunale, della qual cosa ne aveva
più orrore che della morte. E come gli uomini pensano generalmente
più a sè che agli altri; e molti, per non soffrire danno lievissimo,
e anche per sospetto di poterlo soffrire, chiudono il cuore a' più
dolci affetti e postergano dovere e lealtà, così frate Marco, non
tristo in fondo del cuore, ma debolissimo e pauroso, non ch'e' volesse
abbandonare Cecco del tutto, ma avrebbe voluto vederlo da qui innanzi
lontano da sè e dal convento, per non entrare in brighe. Il perchè gli
diceva, così tra il compassionevole e il pauroso:
— Maestro, il caso vostro mi empie il cuore di amarezza: ma forse non
sarà così grave..... Io, d'altra parte, che volete ch'io possa appresso
i duchi, e gente sì fatta?... E poi sono frate: questo mio priore è
uomo di cuore durissimo; ed egli e molti frati qui mi hanno garrito
più volte del venire ad ascoltare le letture vostre. Potrei rovinar me,
senza salvar voi.
Ma, accorgendosi che queste sue parole facevano troppo amara
impressione sull'animo del maestro, prese tono un poco diverso:
— E poi, bel maestro, ma dove sono questi pericoli che andate dicendo?
Badate che la paura non vi sopraffaccia. Monsignore lo duca non può
così ad un tratto aver perduto l'affezione e la stima che ha sempre
avuta per voi; e se gli avete parlato secondo che dettava la scienza,
ed egli vi ha dato licenza di parlare, e sicurtà che qualunque cosa
diceste non sarebbe per venirvene male, non so davvero su che si
fondino i vostri timori di così presente pericolo.
— Frate Marco — disse Cecco tutto dolente — la paura ha sopraffatto
voi, ed ha soffocato nel cuor vostro l'amicizia e la gratitudine.
— Ohimè! maestro: e potete voi credere tanto male di me?... E che ne
può un povero frate nelle cose delle corti?...
— Ma io non voleva ajuto da voi, voleva solo consiglio....
— Eccomi qui tutto vostro — rispose il frate confuso e smarrito —
dicevo solo che la sicurtà datavi dal duca....
— La fede dei signori tanto è ferma quanto ad essi profitta; e questo è
dei signori buoni. Nei tristi essa è mantello delle loro prave voglie
e ree intenzioni. O buono o tristo che sia il duca, voi vedete, bel
frate, che della sua fede non è da far capitale.
— Ma voi non dubiterete però della lealtà e della amicizia di messer
Guglielmo d'Artese....
— Oh no: egli è il più leal cavaliere che vesta arme.
— Ed è grandissimo appresso monsignor lo duca, e ben veduto in gran
maniera dalla duchessa, che ad esso non saprebbero nulla negare. Siate
a lui senza indugio, e come egli è leale e di voi amorevolissimo; e
come egli vi promise ajuto e protezione in ogni bisogno vostro, così vi
aiuterà efficacemente ora nella dura presente necessità.
Il frate ben sapeva che messer Guglielmo con la sua Bice la mattina
medesima a buon'ora doveva essersi partito da Firenze; ma e' non
aveva ben di sè, tanto l'avea vinto la paura, finchè Cecco non gli si
fosse levato d'attorno, parendogli ad ogni momento vedersi apparire
i messi dell'Inquisizione, i quali, trovandolo con esso, dovessero
prendere ambedue, e condurgli legati là a S. Croce. Ed aveva già fatto
proposito, come prima il maestro si fosse dilungato tanto o quanto dal
convento, di uscirne egli tosto, chiedendo licenza al priore di andare
non so a che chiesa, colà nel Casentino, per evitare così l'occasione
di più vederselo attorno, e di entrare in brighe con la Inquisizione,
il cui solo nome facevagli orrore. Il perchè badava a persuadere
maestro Cecco ch'e' non dovesse indugiare ad essere da Guglielmo:
— E in questo mezzo, continuava, studierò anch'io, se può trovarsi modo
acconcio a salvarvi dalla tempesta, se caso avvenisse, che la tempesta
vi venga veramente sul capo, com'e' non pare tanto da sospettare,
quanto ne sospettate voi.
E maestro Cecco, ben conoscendo la paura del frate, e come la sua
amicizia era per venirgli meno nel maggior bisogno, addolorato fino
alla morte, si partì dal convento senza profferir parola, mandando solo
un alto sospiro e battendosi la fronte col palmo della mano.
Appena ebbe Cecco messo il piede fuori della soglia, frate Marco si
vergogno seco medesimo, e sentì un certo rimorso di procedere con lui
così poco amichevolmente, abbandonandolo in quella sua desolazione; e
diceva tra sè: