sacrosanta Inquisizione; ma, quanto posso conoscere io del benigno
modo col quale essa suol procedere, innanzi di venire a quello che voi
dite in nome di messer l'inquisitore, parmi che voi vi siate lasciato
portare da eccesso di zelo, piuttostochè dalla cristiana carità; e
dubito assai che messer l'inquisitore vi abbia dato veramente siffatto
mandato. Io qui sono in persona di monsignore lo duca: e se prima
non sono accertato che il sacro tribunale dell'inquisizione voglia
veramente procedere in tal forma, non patirò che sia fatta questa
ingiuria ad un così pregiato famigliare di monsignore lo duca, e per
conseguente al duca medesimo.
E voltosi al vescovo d'Aversa:
— Voi messere, siete cancelliere di monsignor lo duca, e siete vescovo
e frate minore; parvi egli che quel frate abbia operato saviamente, e
che io debba comportare questa onta fatta al mio e vostro signore in
persona di uno de' suoi familiari?
L'atto di quel fanatico frate era veramente fuori d'ogni diritto, e di
ogni consuetudine della inquisizione; ma tutto per altro era ordinato
tra esso e maestro Dino con tacita approvazione del cancelliere e
dell'inquisitore, per vedere se da ciò nascesse occasione di qualche
grave scandalo, dove maestro Cecco uscisse tanto dai termini della
temperanza, da offrir materia di mettergli le mani addosso; e lo
scandalo sarebbe nato senza dubbio, se messer Gualtieri di Brienne non
avesse egli proprio così accortamente preso da quel lato la quistione,
rompendo le parole in bocca a maestro Cecco, il quale, già acceso
nel volto, stava per rispondere al frate; e accennando anche a messer
Guglielmo che si temperasse, il quale voleva parimente rintuzzare la
tracotanza di quell'invasato.
Ora il cancelliere, veggendo che il disegno di maestro Dino era
fallito; ed accorgendosi che per lo migliore era da troncare ogni cosa;
a messer Gualtieri rispose che savie erano le sue parole, e lodevole
il suo zelo per l'onore di monsignore lo duca; e volto poscia al frate
minore:
— E voi pure, bel frate, è lodevole lo zelo che vi accende per la santa
religione nostra; ma ogni cosa vuole modo e tempo: vi piaccia dunque
di aspettare tempo migliore ad esercitarlo, e non rompete l'ordine di
questa pia cerimonia.
Con tali parole il cancelliere stornò ogni rampogna che potesse
venir dal duca, senza condannare il frate; il quale, fingendo di
rassegnarsi alle preghiere di lui, rientrò in chiesa, nè altro se ne
seppe. La gente di piazza e quella di chiesa si accorse ben di questo
tafferuglio, ma, essendo esso durato così poco, nè sapendosene quasi da
veruno i particolari, la cerimonia continuò senz'altro inconveniente.
CAPITOLO XLIII.
LA FESTA D'AMORE, E LO SPOSALIZIO.
La mala riuscita di quell'alzata d'ingegno del frate Minore là sulla
porta di Santa Croce, se per un lato frastornò momentaneamente i
disegni di maestro Dino e del cancelliere e per conseguenza fu come
un trionfo per Cecco d'Ascoli, dall'altro servì mirabilmente agli
avversarj di lui, perchè egli ne prese maggior baldanza e maggior
sicurtà, certo come gli pareva d'essere che il duca e messer Guglielmo
lo avrebbero in ogni caso difeso; ed essi, lungi da perdersi d'animo,
pensando appunto all'effetto che doveva aver fatto sopra di lui
l'averla avuta vinta questa volta, posero il cuore a maturare la
loro vendetta; ed erano continui i colloquj tra maestro Dino e
l'inquisitore, tra l'inquisitore e il cancelliere del duca, e tra
questo e la duchessa, ordinandosi poi di comune accordo, che alla prima
opportunità maestro Dino avrebbe fatto la denunzia formale.
Di ciò per altro sospettava tanto poco il povero Cecco, che non
dubitava nemmeno di continuare le sue letture sulla sfera del
_Sacrobosco_: nè di darsi palesemente gran faccenda per il matrimonio
di messer Guglielmo, vantandosi ancora che gran parte ci aveva avuto
egli. Frate Marco e messer Guglielmo lo avevano introdotto appresso il
vecchio Cavalcanti; e Cecco tanto accortamente seppe dire e seppe fare,
che lo stesso messer Geri restò preso dalla costui sapienza e dalla sua
squisita gentilezza, per modo che non dubitò più punto che tutto quel
male sparso per Firenze sul conto di lui, non fosse tutto per opera di
Dino del Garbo.
Ma già ogni cosa era ordinata per la celebrazione delle nozze, già
la Bice era stata impalmata, e due giorni appresso doveva farsi lo
sposalizio, quando Guglielmo volle fare, con licenza di messer Geri,
una nobile festa alla Bice, la più ordinata e la più magnifica che mai
si facesse in Firenze; il cui ordine era il seguente:
Messer Guglielmo ebbe in sua compagnía otto gentili giovani, quattro
provenzali, e quattro fiorentini, ciascuno dei quali a un'ora di notte
si partì dalle sue case, e andarono a casa di Guglielmo, a cavallo
molto magnificamente, con tutti i fornimenti de' cavalli di seta, e
tutti i giubboni di broccato d'argento e chermisi; e ciascuno aveva
seco trenta giovani con calze alla divisa, e con gonnellini della
divisa del giovane che accompagnava, e avevano un torchio acceso per
uno. Arrivati alla casa di Guglielmo, diedergli il bastone come a
signore e capitano di essa compagnía, il quale con gran trionfo diede
loro da cena, com'era ordinato; e poi a tre ore di notte, si mossero
tutti insieme, e andarono alla casa della sposa novella, e con loro
avevano un trionfo d'amore, portato da più uomini, alto venti braccia,
composto in modo che, guardandolo, si rimaneva abbagliato, con molti
spiritelli d'amore con archi in mano e con saette su' fianchi, e in
ogni parte l'arme degli Artese, tramezzate dalle armi de' Cavalcanti,
con campanelletti e sonagli d'argento.
Appresso a questo trionfo erano i pifferi ed altri suoni e canti, e
due magnifici cavalli covertati di seta rossa, foderate le coperte dei
cavalli, e i vestimenti de' paggi, di zibellini, e ricamati di argento.
Veniva quindi Guglielmo, capitano e signore della compagnía, su un
cavallo che la natura non lo potrebbe fare più bello, con fornimenti,
sella e briglia tutta di chermisi, ricamata d'argento ricchissimamente
quanto far si poteva; ed egli vestito delle sue armi, con sopravvesta
ricamata di perle e di gioje.
Dintorno gli stavano quindici gentili giovani a piede, tutti con
gonnellini di raso chermisi, foderati di ermellini, con calze paonazze;
ed oltre a questi, aveva attorno molti altri giovani, vestiti tutti a
sua divisa. E così tutti insieme si condussero alla casa della sposa
novella, senz'altra gente a cavallo, avendo la signoría di Firenze
fatto metter bando, sotto gravissima pena, che quella notte nessun
altro potesse ire a cavallo, per non guastare tal festa. Giunti
colà, fecero la mostra, e appresso ciascuno corse ritto sulla sella,
secondo uso di armeggeríe; e di poi ciascuno corse una lancia vuota
dorata, rompendola a piè della finestra, dov'era la Bice in mezzo di
quattro torchj accesi, che si mostrava con tanta graziosa onestà, che
innamorava tutti di sè.
Rotte le lancie, s'appiccò fuoco al trionfo, come era ordinato, ed
arse con tante grida e suoni che il romore andava fino alle stelle;
e i razzi erano artificiati in modo, che parve che quelli spiritelli
d'amore, con l'arco che avevano in mano, gli saettassero, e così
accesi per l'aria volavano appresso alla Bice. Fatto questo, Guglielmo
partendosi con tutta la compagnía, per non volger le spalle alla donna
sua, fece che sempre il cavallo andava indietro, finchè più non la
potè vedere; e andati a rompere le lance, e armeggiare, in varj altri
luoghi, tornarono all'ultimo alle case della sposa novella, a farle
una mattinata con moltissimi suoni e grandi magnificenze; dopo di che
si partirono e accompagnarono Guglielmo a casa, il quale convitò tutti
quanti con grande splendidezza.
La festa durò dalle due ore di notte alle undici; e Guglielmo donò a
tutti i ministri della signoría calze alla sua divisa, e ciascuno disse
che giammai in Firenze non si era fatta la più magnifica nè la più
ordinata festa[34].
La quale però fu l'unica che si facesse per lo sposalizio di Guglielmo
e della Bice; chè messer Geri ci aveva consentito, appunto perchè
voleva che ogni rimanente fosse cosa tutta di famiglia, e senza veruna
mostra o solennità, che la domestica gioja potesse o frastornare o
turbare; il perchè pochissimi furono gli invitati, e solo i più stretti
amici, tra i quali, come è naturale, non mancò maestro Cecco; e molto
meno frate Marco, che doveva sposargli. La Bice fino dalla sera innanzi
aveva posto in assetto ogni cosa con le sue proprie mani, e pareva
tutta un'altra: non ch'e' fosse scemato l'ardentissimo amore per il suo
Guglielmo, no; ma aveva esso preso nuova dolcezza: e temperatosi assai
l'ardente desiderio che aveva fin qui consumato il cuore della buona
fanciulla, la cominciava già a rallegrare il pensiero della maternità,
della famiglia e del suo governo, e non restava mai di parlarne con
messer Geri, domandandogli informazioni e consigli. E messer Geri, più
lieto e più consolato della figliuola, davale i più amorevoli e savj
ricordi; ed anch'egli per parte sua non restava un momento di ordinar
qui, di attendere là, con una prontezza e di corpo e di mente che
faceva meravigliare ciascuno.
Il matrimonio era stabilito che si celebrasse a mezza terza:
ad accompagnar la Bice nella capella vi furono due matrone de'
Frescobaldi, i più prossimi parenti dei Cavalcanti: Guglielmo andò
accompagnato da due pregiati cavalieri, ambedue fiorentini, la qual
cosa fu a Geri carissima; e poco dopo di lui arrivò maestro Cecco e
frate Marco. La cappella de' Cavalcanti era assettata molto ricamente,
e l'altare e i paramenti del prete, e i sacri vasi, erano tutti di
materia preziosa, resto dell'antica grandezza dei Cavalcanti. La Bice
andò all'altare vestita semplicissimamente tutta di bianco, col velo
fino in terra, e con una ghirlandetta di elettissimi fiori, senza
niuno ornamento, fuor che lo scaggiale col quale la rivide Guglielmo
in Mugello, e la crocellina d'oro, ch'essa non lasciava mai, perchè
era memoria della sua carissima madre: Guglielmo poi venne vestito
con semplicissimo abito civile fiorentino, col cappuccio a gote, per
sempre più piacere a messer Geri, il quale lo ebbe per bene in modo
maraviglioso.
La cerimonia fu breve e semplicissima; ma tanta contentezza si vedeva
sui volti dei due giovani, e di messer Geri, e delle altre poche
persone che erano nella cappella; e tanta era la quiete e la solennità
di essa cappella; e di tante fiaccole splendeva, che proprio si sarebbe
detto esser quel luogo una delle mansioni di paradiso.
Nè la gioja fu minimamente turbata da quello che suole turbarla in casi
simili, quando la novella sposa abbandona la casa sua, dacchè la Bice
con Guglielmo dovevano stare in quelle medesime case dei Cavalcanti, se
non quanto il quartiere loro era separato da quello di messer Geri dal
pianerottolo di una scala.
Il convito stesso di nozze fu senza straordinaria sontuosità, e senza
grande invito, non passandosi quello che comandavano le leggi suntuarie
d'allora; ma grandissima fu l'allegrezza di tutti; e più di tutti
si mostrarono lieti messer Geri e maestro Cecco, il quale fu in quel
giorno piacevole più che fosse stato giammai. In sul levar delle tavole
comparve nella sala un fante, annunziando esser giunto un messo della
signoría e due donzelli del duca, i quali recavano donativi; e fattogli
entrar tosto nella sala, uno dei donzelli disse di aver recato in nome
di monsignor lo duca a messer Guglielmo un nobilissimo palafreno con
tutti i fornimenti di seta, ed un elmo di fino argento con cimiere
d'oro; l'altro donzello disse di aver recato in nome della duchessa
a madonna Bice una collana nobilissima con diamanti, rubini e perle:
il messo della signoría recava a messer Guglielmo una spada e una
targa nobilissima, ricchissima per la materia, mirabile per il lavoro;
ed a madonna Bice un giojello per in testa con un grande balascio e
perle. Accettato ogni cosa con segni di gratissimo animo, al messo e
ai donzelli si diedero confezioni e vini finissimi, e un pajo di calze
per uno alla divisa degli Artese e dei Cavalcanti; dopo di che maestro
Cecco, prendendo commiato a nome degli altri, fece un lieto pronostico
di questa unione, e ciascuno se ne andò alle sue case.
CAPITOLO XLIV.
CECCO RESTA AL LACCIO.
Il lettore si sarà certamente maravigliato del vedere come anche la
duchessa mandasse un presente alla sposa di Guglielmo; ma la maraviglia
cesserà tosto, s'egli ricorda quel che fu da me toccato qua dietro,
che la duchessa, non solo avea temperata molto la sua gelosía, ma anzi
vedea volentieri, per le ragioni quivi accennate, il matrimonio di
Guglielmo. Senza che era stato anche espresso desiderio del duca che la
sua donna si unisse con lui, e com'egli faceva un presente a Guglielmo,
così ella il dovesse fare alla donna di esso; ed a queste due cagioni
si aggiunse ancora la terza, di addormentare sempre più maestro Cecco,
e di accertarsi se egli era al convito, e come vi era trattato, e qual
fosse il modo di esso convito, e la letizia degli sposi, ed ogni minimo
che. Al quale effetto ella mandò a recare il presente un suo fidato
donzello; e questi, ritornato in palagio, riferì ogni cosa per appunto,
e come Cecco fosse trattato, non pure onorevolmente da tutti, ma anche
amorevolmente da messer Geri; e del lieto pronostico ch'egli fece.
E veramente il povero Cecco restò colto in certa maniera all'artifizio
della duchessa, perchè parvegli così nuovo questo amorevol procedere di
lei con la Bice, che ebbe per certo, o essere diventata così benigna
per secondare l'umore del duca, il quale benignissimo si mostrava
con Guglielmo, a cui molto aveva commendato il suo matrimonio con
la Cavalcanti; o essere veramente venuta meno in lei ogni gelosía.
Laonde a poco a poco gli usciva il sospetto dal cuore; e non che
già tenesse per sicura la benignità della duchessa; ma non credeva
poi celarvisi sotto tanta iniquità, quanta credeva dapprima; e alla
Corte e' si mostrava più spesso dell'usato: già avea ripreso l'antico
suo fare disinvolto e sicuro, piacevoleggiando alle volte, ed ancor
motteggiando, se capitavane il bello, con apparente soddisfazione di
Maria, la quale appostava pur sempre l'occasione di farlo rimaner colto
a qualche laccio. Quando l'occasione venne anche senza troppo cercarla.
L'argomento di tutti i ragionamenti, per più giorni appresso lo
sposalizio, era quello, su in palagio, del matrimonio di messer
Guglielmo, lodando chi la bellezza, chi la bontà, chi la gentilezza
della sposa novella; e celebrando altri il valore e la cortesía di
Guglielmo. La duchessa, udendo tante lodi della Bice, mostrò desiderio
di rivederla, e di accertarsene ella stessa; e chiamato a sè maestro
Cecco, benignamente gli disse:
— Tu, maestro, che questa novella sposa di messer Guglielmo conosci
così bene, e che del suo matrimonio sei stato sì gran parte, sembrati
egli che la sia di qualità che si accosti volentieri alla Corte?
— Madama, rispose Cecco, non saprei qual sia l'intimo pensiero di
madonna Bice degli Artese; ma, a quel che ne posso inferire, parmi di
cuor gentilissimo, capace degli affetti più soavi; ma aliena da ogni
fasto, e da ogni rumoroso sollazzo.
Quando Cecco nominò la Bice per il cognome degli Artese, la duchessa
torse lievemente le labbra con atto di stizzoso dispregio; e poi con
altero piglio:
— Io ho parlato della mia Corte, e non di rumorosi sollazzi....
Ma accorgendosi che si scostava da quella benignità che voleva
simulare; continuò con volto ridente:
— Oimè! maestro; parmi che un uomo del tuo senno e della tua sapienza,
dovesse parlare con più certezza. Io so del bel pronostico che facesti
rispetto al matrimonio di messer Guglielmo: dammi ora ad intendere come
mai tu vedi le cose future, e nelle cose che ti sono presenti sei così
incerto, che dici _non so, parmi_, o simili dubitazioni?
— Vedo nel futuro, madama, leggendo nelle stelle; ma del conoscere
l'animo di madonna Bice d'Artese, le stelle non possono dirmi nulla.
— Come può essere codesto? Fa che l'intenda.
— Madama, è cosa questa di altissima speculazione e di ascosa sapienza,
nè potrei senza troppo tediarvi farlo comprendere alla vostra signoría.
Bastivi che parlino i fatti; e i fatti, voi e monsignor lo duca gli
avete veduti spesso: e il pronostico della guerra, che voi stessa,
madama, credeste fallito, e che vedeste poi così abbondantemente
avverato, di tali fatti è il più solenne.
— Così ti avessi avuto presso di me quando mi nacque l'ultimo
figliuolo! — disse qui la duchessa, fingendo rammarico di ciò, e
fiducia nell'arte astrologica di Cecco — come io e monsignore lo duca
saremmo stati certi per tempo del prossimo danno; e non ci saremmo
trovati a doversi por giù delle liete speranze che avevamo prese di
lui.
E ad un tratto, come se le venisse in mente cosa di grande importanza:
— Oh Dio! bel maestro; e nemmeno la mia dolcissima figliuola, il primo
pegno di amore che io diedi or fa due anni a monsignor lo duca, quando
tu non eri per anco venuto alla corte, neppure ad essa fu fatta la
natività. Piacerebbeti egli, bel maestro, che io ne fossi contenta per
opera tua?
— A me piace, madama, quello che piace alla signoría vostra.
— Fa dunque che tu sia di qui a due ore appresso di me e di monsignor
lo duca, per soddisfare a' nostri desiderj.
E detto che vi sarebbe, continuarono i varj ragionamenti de' cavalieri
e delle dame, finchè non venne il momento che ciascuno tornò alle sue
case.
Cecco non sospettava più tanto, come dissi qua dietro, del maltalento
della duchessa verso di lui; ma nondimeno questo desiderio ch'e'
facesse la natività della piccola Giovanna, dopo due anni della sua
nascita, gli sapeva un poco di strano, e non vi andava troppo di buone
gambe. Ma poi ripensava fra sè:
— E che può ella farmi la duchessa, quando io parli secondo scienza;
posto ancora che alcuna cosa spiacevole io leggessi nelle stelle?
Ella mostra di dar fede alla scienza di astrología, e non potrà
certamente accagionarne me. E poi, monsignor lo duca ha temperato
in altre occasioni l'ardore della sua donna, ed anche in questa il
tempererebbe.... Quel suo cancelliere per altro mi guarda troppo di
mal occhio: egli ha l'orecchio del duca, e il duca gli crede.... è
de' frati minori, che qui hanno il governo dell'Inquisizione.... Ah
spaventosa parola! Quante orribili stragi in nome della religione!
Qual furore infernale sotto nome di santo zelo!... E questo è egli per
necessità di influenze celesti?.. Quanto può insegnarmi la scienza,
no... O dunque?... La mia mente ci si smarrisce; e solo raccapriccio
al pensiero che una religione di tanta misericordia debba avere così
spietati e feroci ministri.... Ed io fui già nelle costoro mani, donde
campai per miracolo! E qui per avventura si studia di ricondurmivi!
nè il duca avrebbe, neppur egli, autorità di liberarmene, tanto hanno
saputo questi preti e questi frati sopraffare i signori temporali, e
porsi loro sopraccapo, e così vilmente essi il comportano. Fin qui ho
avuta fidanza e nel duca, ed in messer Guglielmo, e ne stava in piena
sicurtà; ed ora, non so indovinare il perchè, ogni speranza di sicurtà
mi abbandona ad un tratto, ed un presentimento funestissimo mi occupa
tutto. E la mia scienza non può ella darmi ora verun conforto?
Qui Cecco stette un pezzo meditabondo; e poscia, scotendo desolatamente
il capo:
— Ah! vanità di vanità! la scienza nel mio maggiore uopo è al
tutto muta!.... Nelle più alte speculazioni della filosofía, e
dell'astrología, là nella mia età novella, era sovente tratto fuor
di me stesso: e mi parve che meco venisse a ragionare, e fossemi
guida, un benefico spirito, come già ebbe il divino Platone; e più
e più volte mi è stato lume e scorta nelle mie dubbiezze. Dove sei
ora, Florone? Soccorri al presente bisogno mio: i miei nemici sono
congregati contro di me... — Florone? Ma l'ho io mai veduto questo
Florone? o non è piuttosto un fantasma della mia mente, datogli forma
e corpo, ingannando prima me stesso, e poi gli altri?... — Ricordo
sempre le amare parole della duchessa quando tolsi commiato per Lucca:
«_A Firenze non c'è più buon'aria per te: va, e sii più savio da qui
innanzi_». Sì, lascerò Firenze, dove la scienza è così vilipesa e
perseguitata: non voglio far contento quel vilissimo Dino del Garbo e
il fanatico furore de' frati minori. Si vada intanto dalla duchessa, e
si dissimuli quanto più si può, finchè non venga il momento opportuno.
E senza indugio fu alla stanza del duca che stava aspettando con la sua
donna, la quale come prima lo vide con atto benigno gli disse:
— Maestro, piaceti egli il farne lieti della tua alta sapienza, alla
quale nulla è nascoso delle cose della natura, e che vede il futuro
come se fosse presente? — Al maestro parvero troppo esagerate queste
parole; e come quegli che oramai era entrato in sospetto, comprese
tutto il veleno di cui erano piene, e forse lo vide maggiore; il
perchè, celando il suo sdegno, rispose con quella umiltà che potè più
grande.
— La mia scienza, madama, è cosa degli uomini, e non può vincere gli
arcani della natura, e veder nel futuro chiaramente; chè questo può
solo fare il creatore. Ma, come il creatore ha posto certe leggi, e
dato certe qualità e certi influssi alle stelle, che sempre sono i
medesimi, così la scienza umana può, guidata da questi e ajutata dalla
grazia, non dirò vedere chiaramente nel futuro come fa il creatore; ma
tanto apprenderne quanto gli dia modo d'argomentarne gran parte della
verità. E questa piccola scienza che io posso avere, e la mia vita
altresì, io son pronto a spendere in servigio vostro, madama, e di
monsignore lo duca mio signore.
— Lasciamo stare, disse qui il duca, tutte codeste diceríe. Tu sai che
te e la scienza tua conosco ed apprezzo, e non vi ha mestiere d'altre
prove o attestazioni. Madama la duchessa ti ha chiamato per la natività
della nostra diletta figliuola: andiamo dunque a lei, e tu fa l'opera
tua come si conviene.
— Monsignore, rispose Cecco, prima ch'io vegga la regale figliuola
vostra, fate ch'io sappia il giorno, l'ora e il punto che ella nacque.
Il duca mandò tosto a sapere dal vescovo di Aversa, suo cancelliere,
quello che facea di bisogno al maestro; nè stette molto che venne
carta del cancelliere medesimo, dove e il giorno e l'ora e il punto
della nascita della piccola Giovanna era segnato con tutta esattezza.
Avuta la carta, fu condotto là dove la bambina era con la sua balia: e
dopo averla attentamente considerata, pregò che il lasciassero solo,
acciocchè potesse fare riposatamente e senza veruna distrazione sua
arte.
Rimasto solo il maestro, che pure credeva nella sua scienza
astrologica, si mise a studiare per ogni modo il soggetto che aveva
alle mani, provando e riprovando per più e diverse volte. E come il
risultamento dello studio suo era spiacevole troppo per il duca e per
la duchessa, così egli aveva fatto proposito di tacerlo, componendo
piuttosto una favola di suo capo, la quale il duca e la duchessa
dovesse anzi lusingare che sdegnare; e già stava pensandola, e mezza
l'aveva composta, quando, facendo un atto di sdegno:
— No, esclamò, non vo' mentire alla scienza. Ad ogni modo, che cosa mi
profitterebbe il lusingare adesso quella fiera donna? Me ne vorrebbe
essa più bene? Il suo odio è mortale; ed io o prima o poi dovrei
provarne l'effetto. Si parli dunque senza velo: darò una coltellata in
quel cuore tristo ed ambizioso, e gusterò almeno per un poco il piacere
della vendetta ancor io; poi abbandonerò la corte, Firenze, e forse
l'Italia.
Presa questa risoluzione, fu tosto colà dove il duca e la duchessa
aspettavano, i quali, come prima il videro, quasi ad una voce
esclamarono:
— Dunque, bel maestro?
— Monsignore, madama, ho potuto vedere assai chiaramente il corso della
vita della vostra reale figliuola....
E qui esitava a continuare; al che sollecitandolo la duchessa, Cecco
rispose:
— Madonna, non tutte le mie parole saranno liete e piacevoli: volete
voi ascoltarle? Mi date voi sicurtà che io possa dirle senza che ne
pigliate sdegno meco?
La duchessa e il duca si turbarono visibilmente; ma pure, non volendo
rimanere col dubbio nel cuore, confortaronlo che dicesse senza verun
sospetto; e la duchessa ne lo confortò più accesamente del duca,
perchè, udendo aver egli cose spiacevoli da dire, e prestando poco fede
alle predizioni astrologiche, sperava che ne potesse nascere qualche
occasione favorevole al proposito suo. Laonde maestro Cecco, tra per
l'avuta sicurtà, e per pigliare un poco di vendetta della duchessa,
cominciò: