— Bel frate, io non posso, nè voglio, entrare giudice degli atti della

sacrosanta Inquisizione; ma, quanto posso conoscere io del benigno

modo col quale essa suol procedere, innanzi di venire a quello che voi

dite in nome di messer l'inquisitore, parmi che voi vi siate lasciato

portare da eccesso di zelo, piuttostochè dalla cristiana carità; e

dubito assai che messer l'inquisitore vi abbia dato veramente siffatto

mandato. Io qui sono in persona di monsignore lo duca: e se prima

non sono accertato che il sacro tribunale dell'inquisizione voglia

veramente procedere in tal forma, non patirò che sia fatta questa

ingiuria ad un così pregiato famigliare di monsignore lo duca, e per

conseguente al duca medesimo.

E voltosi al vescovo d'Aversa:

— Voi messere, siete cancelliere di monsignor lo duca, e siete vescovo

e frate minore; parvi egli che quel frate abbia operato saviamente, e

che io debba comportare questa onta fatta al mio e vostro signore in

persona di uno de' suoi familiari?

L'atto di quel fanatico frate era veramente fuori d'ogni diritto, e di

ogni consuetudine della inquisizione; ma tutto per altro era ordinato

tra esso e maestro Dino con tacita approvazione del cancelliere e

dell'inquisitore, per vedere se da ciò nascesse occasione di qualche

grave scandalo, dove maestro Cecco uscisse tanto dai termini della

temperanza, da offrir materia di mettergli le mani addosso; e lo

scandalo sarebbe nato senza dubbio, se messer Gualtieri di Brienne non

avesse egli proprio così accortamente preso da quel lato la quistione,

rompendo le parole in bocca a maestro Cecco, il quale, già acceso

nel volto, stava per rispondere al frate; e accennando anche a messer

Guglielmo che si temperasse, il quale voleva parimente rintuzzare la

tracotanza di quell'invasato.

Ora il cancelliere, veggendo che il disegno di maestro Dino era

fallito; ed accorgendosi che per lo migliore era da troncare ogni cosa;

a messer Gualtieri rispose che savie erano le sue parole, e lodevole

il suo zelo per l'onore di monsignore lo duca; e volto poscia al frate

minore:

— E voi pure, bel frate, è lodevole lo zelo che vi accende per la santa

religione nostra; ma ogni cosa vuole modo e tempo: vi piaccia dunque

di aspettare tempo migliore ad esercitarlo, e non rompete l'ordine di

questa pia cerimonia.

Con tali parole il cancelliere stornò ogni rampogna che potesse

venir dal duca, senza condannare il frate; il quale, fingendo di

rassegnarsi alle preghiere di lui, rientrò in chiesa, nè altro se ne

seppe. La gente di piazza e quella di chiesa si accorse ben di questo

tafferuglio, ma, essendo esso durato così poco, nè sapendosene quasi da

veruno i particolari, la cerimonia continuò senz'altro inconveniente.

CAPITOLO XLIII.

LA FESTA D'AMORE, E LO SPOSALIZIO.

La mala riuscita di quell'alzata d'ingegno del frate Minore là sulla

porta di Santa Croce, se per un lato frastornò momentaneamente i

disegni di maestro Dino e del cancelliere e per conseguenza fu come

un trionfo per Cecco d'Ascoli, dall'altro servì mirabilmente agli

avversarj di lui, perchè egli ne prese maggior baldanza e maggior

sicurtà, certo come gli pareva d'essere che il duca e messer Guglielmo

lo avrebbero in ogni caso difeso; ed essi, lungi da perdersi d'animo,

pensando appunto all'effetto che doveva aver fatto sopra di lui

l'averla avuta vinta questa volta, posero il cuore a maturare la

loro vendetta; ed erano continui i colloquj tra maestro Dino e

l'inquisitore, tra l'inquisitore e il cancelliere del duca, e tra

questo e la duchessa, ordinandosi poi di comune accordo, che alla prima

opportunità maestro Dino avrebbe fatto la denunzia formale.

Di ciò per altro sospettava tanto poco il povero Cecco, che non

dubitava nemmeno di continuare le sue letture sulla sfera del

_Sacrobosco_: nè di darsi palesemente gran faccenda per il matrimonio

di messer Guglielmo, vantandosi ancora che gran parte ci aveva avuto

egli. Frate Marco e messer Guglielmo lo avevano introdotto appresso il

vecchio Cavalcanti; e Cecco tanto accortamente seppe dire e seppe fare,

che lo stesso messer Geri restò preso dalla costui sapienza e dalla sua

squisita gentilezza, per modo che non dubitò più punto che tutto quel

male sparso per Firenze sul conto di lui, non fosse tutto per opera di

Dino del Garbo.

Ma già ogni cosa era ordinata per la celebrazione delle nozze, già

la Bice era stata impalmata, e due giorni appresso doveva farsi lo

sposalizio, quando Guglielmo volle fare, con licenza di messer Geri,

una nobile festa alla Bice, la più ordinata e la più magnifica che mai

si facesse in Firenze; il cui ordine era il seguente:

Messer Guglielmo ebbe in sua compagnía otto gentili giovani, quattro

provenzali, e quattro fiorentini, ciascuno dei quali a un'ora di notte

si partì dalle sue case, e andarono a casa di Guglielmo, a cavallo

molto magnificamente, con tutti i fornimenti de' cavalli di seta, e

tutti i giubboni di broccato d'argento e chermisi; e ciascuno aveva

seco trenta giovani con calze alla divisa, e con gonnellini della

divisa del giovane che accompagnava, e avevano un torchio acceso per

uno. Arrivati alla casa di Guglielmo, diedergli il bastone come a

signore e capitano di essa compagnía, il quale con gran trionfo diede

loro da cena, com'era ordinato; e poi a tre ore di notte, si mossero

tutti insieme, e andarono alla casa della sposa novella, e con loro

avevano un trionfo d'amore, portato da più uomini, alto venti braccia,

composto in modo che, guardandolo, si rimaneva abbagliato, con molti

spiritelli d'amore con archi in mano e con saette su' fianchi, e in

ogni parte l'arme degli Artese, tramezzate dalle armi de' Cavalcanti,

con campanelletti e sonagli d'argento.

Appresso a questo trionfo erano i pifferi ed altri suoni e canti, e

due magnifici cavalli covertati di seta rossa, foderate le coperte dei

cavalli, e i vestimenti de' paggi, di zibellini, e ricamati di argento.

Veniva quindi Guglielmo, capitano e signore della compagnía, su un

cavallo che la natura non lo potrebbe fare più bello, con fornimenti,

sella e briglia tutta di chermisi, ricamata d'argento ricchissimamente

quanto far si poteva; ed egli vestito delle sue armi, con sopravvesta

ricamata di perle e di gioje.

Dintorno gli stavano quindici gentili giovani a piede, tutti con

gonnellini di raso chermisi, foderati di ermellini, con calze paonazze;

ed oltre a questi, aveva attorno molti altri giovani, vestiti tutti a

sua divisa. E così tutti insieme si condussero alla casa della sposa

novella, senz'altra gente a cavallo, avendo la signoría di Firenze

fatto metter bando, sotto gravissima pena, che quella notte nessun

altro potesse ire a cavallo, per non guastare tal festa. Giunti

colà, fecero la mostra, e appresso ciascuno corse ritto sulla sella,

secondo uso di armeggeríe; e di poi ciascuno corse una lancia vuota

dorata, rompendola a piè della finestra, dov'era la Bice in mezzo di

quattro torchj accesi, che si mostrava con tanta graziosa onestà, che

innamorava tutti di sè.

Rotte le lancie, s'appiccò fuoco al trionfo, come era ordinato, ed

arse con tante grida e suoni che il romore andava fino alle stelle;

e i razzi erano artificiati in modo, che parve che quelli spiritelli

d'amore, con l'arco che avevano in mano, gli saettassero, e così

accesi per l'aria volavano appresso alla Bice. Fatto questo, Guglielmo

partendosi con tutta la compagnía, per non volger le spalle alla donna

sua, fece che sempre il cavallo andava indietro, finchè più non la

potè vedere; e andati a rompere le lance, e armeggiare, in varj altri

luoghi, tornarono all'ultimo alle case della sposa novella, a farle

una mattinata con moltissimi suoni e grandi magnificenze; dopo di che

si partirono e accompagnarono Guglielmo a casa, il quale convitò tutti

quanti con grande splendidezza.

La festa durò dalle due ore di notte alle undici; e Guglielmo donò a

tutti i ministri della signoría calze alla sua divisa, e ciascuno disse

che giammai in Firenze non si era fatta la più magnifica nè la più

ordinata festa[34].

La quale però fu l'unica che si facesse per lo sposalizio di Guglielmo

e della Bice; chè messer Geri ci aveva consentito, appunto perchè

voleva che ogni rimanente fosse cosa tutta di famiglia, e senza veruna

mostra o solennità, che la domestica gioja potesse o frastornare o

turbare; il perchè pochissimi furono gli invitati, e solo i più stretti

amici, tra i quali, come è naturale, non mancò maestro Cecco; e molto

meno frate Marco, che doveva sposargli. La Bice fino dalla sera innanzi

aveva posto in assetto ogni cosa con le sue proprie mani, e pareva

tutta un'altra: non ch'e' fosse scemato l'ardentissimo amore per il suo

Guglielmo, no; ma aveva esso preso nuova dolcezza: e temperatosi assai

l'ardente desiderio che aveva fin qui consumato il cuore della buona

fanciulla, la cominciava già a rallegrare il pensiero della maternità,

della famiglia e del suo governo, e non restava mai di parlarne con

messer Geri, domandandogli informazioni e consigli. E messer Geri, più

lieto e più consolato della figliuola, davale i più amorevoli e savj

ricordi; ed anch'egli per parte sua non restava un momento di ordinar

qui, di attendere là, con una prontezza e di corpo e di mente che

faceva meravigliare ciascuno.

Il matrimonio era stabilito che si celebrasse a mezza terza:

ad accompagnar la Bice nella capella vi furono due matrone de'

Frescobaldi, i più prossimi parenti dei Cavalcanti: Guglielmo andò

accompagnato da due pregiati cavalieri, ambedue fiorentini, la qual

cosa fu a Geri carissima; e poco dopo di lui arrivò maestro Cecco e

frate Marco. La cappella de' Cavalcanti era assettata molto ricamente,

e l'altare e i paramenti del prete, e i sacri vasi, erano tutti di

materia preziosa, resto dell'antica grandezza dei Cavalcanti. La Bice

andò all'altare vestita semplicissimamente tutta di bianco, col velo

fino in terra, e con una ghirlandetta di elettissimi fiori, senza

niuno ornamento, fuor che lo scaggiale col quale la rivide Guglielmo

in Mugello, e la crocellina d'oro, ch'essa non lasciava mai, perchè

era memoria della sua carissima madre: Guglielmo poi venne vestito

con semplicissimo abito civile fiorentino, col cappuccio a gote, per

sempre più piacere a messer Geri, il quale lo ebbe per bene in modo

maraviglioso.

La cerimonia fu breve e semplicissima; ma tanta contentezza si vedeva

sui volti dei due giovani, e di messer Geri, e delle altre poche

persone che erano nella cappella; e tanta era la quiete e la solennità

di essa cappella; e di tante fiaccole splendeva, che proprio si sarebbe

detto esser quel luogo una delle mansioni di paradiso.

Nè la gioja fu minimamente turbata da quello che suole turbarla in casi

simili, quando la novella sposa abbandona la casa sua, dacchè la Bice

con Guglielmo dovevano stare in quelle medesime case dei Cavalcanti, se

non quanto il quartiere loro era separato da quello di messer Geri dal

pianerottolo di una scala.

Il convito stesso di nozze fu senza straordinaria sontuosità, e senza

grande invito, non passandosi quello che comandavano le leggi suntuarie

d'allora; ma grandissima fu l'allegrezza di tutti; e più di tutti

si mostrarono lieti messer Geri e maestro Cecco, il quale fu in quel

giorno piacevole più che fosse stato giammai. In sul levar delle tavole

comparve nella sala un fante, annunziando esser giunto un messo della

signoría e due donzelli del duca, i quali recavano donativi; e fattogli

entrar tosto nella sala, uno dei donzelli disse di aver recato in nome

di monsignor lo duca a messer Guglielmo un nobilissimo palafreno con

tutti i fornimenti di seta, ed un elmo di fino argento con cimiere

d'oro; l'altro donzello disse di aver recato in nome della duchessa

a madonna Bice una collana nobilissima con diamanti, rubini e perle:

il messo della signoría recava a messer Guglielmo una spada e una

targa nobilissima, ricchissima per la materia, mirabile per il lavoro;

ed a madonna Bice un giojello per in testa con un grande balascio e

perle. Accettato ogni cosa con segni di gratissimo animo, al messo e

ai donzelli si diedero confezioni e vini finissimi, e un pajo di calze

per uno alla divisa degli Artese e dei Cavalcanti; dopo di che maestro

Cecco, prendendo commiato a nome degli altri, fece un lieto pronostico

di questa unione, e ciascuno se ne andò alle sue case.

CAPITOLO XLIV.

CECCO RESTA AL LACCIO.

Il lettore si sarà certamente maravigliato del vedere come anche la

duchessa mandasse un presente alla sposa di Guglielmo; ma la maraviglia

cesserà tosto, s'egli ricorda quel che fu da me toccato qua dietro,

che la duchessa, non solo avea temperata molto la sua gelosía, ma anzi

vedea volentieri, per le ragioni quivi accennate, il matrimonio di

Guglielmo. Senza che era stato anche espresso desiderio del duca che la

sua donna si unisse con lui, e com'egli faceva un presente a Guglielmo,

così ella il dovesse fare alla donna di esso; ed a queste due cagioni

si aggiunse ancora la terza, di addormentare sempre più maestro Cecco,

e di accertarsi se egli era al convito, e come vi era trattato, e qual

fosse il modo di esso convito, e la letizia degli sposi, ed ogni minimo

che. Al quale effetto ella mandò a recare il presente un suo fidato

donzello; e questi, ritornato in palagio, riferì ogni cosa per appunto,

e come Cecco fosse trattato, non pure onorevolmente da tutti, ma anche

amorevolmente da messer Geri; e del lieto pronostico ch'egli fece.

E veramente il povero Cecco restò colto in certa maniera all'artifizio

della duchessa, perchè parvegli così nuovo questo amorevol procedere di

lei con la Bice, che ebbe per certo, o essere diventata così benigna

per secondare l'umore del duca, il quale benignissimo si mostrava

con Guglielmo, a cui molto aveva commendato il suo matrimonio con

la Cavalcanti; o essere veramente venuta meno in lei ogni gelosía.

Laonde a poco a poco gli usciva il sospetto dal cuore; e non che

già tenesse per sicura la benignità della duchessa; ma non credeva

poi celarvisi sotto tanta iniquità, quanta credeva dapprima; e alla

Corte e' si mostrava più spesso dell'usato: già avea ripreso l'antico

suo fare disinvolto e sicuro, piacevoleggiando alle volte, ed ancor

motteggiando, se capitavane il bello, con apparente soddisfazione di

Maria, la quale appostava pur sempre l'occasione di farlo rimaner colto

a qualche laccio. Quando l'occasione venne anche senza troppo cercarla.

L'argomento di tutti i ragionamenti, per più giorni appresso lo

sposalizio, era quello, su in palagio, del matrimonio di messer

Guglielmo, lodando chi la bellezza, chi la bontà, chi la gentilezza

della sposa novella; e celebrando altri il valore e la cortesía di

Guglielmo. La duchessa, udendo tante lodi della Bice, mostrò desiderio

di rivederla, e di accertarsene ella stessa; e chiamato a sè maestro

Cecco, benignamente gli disse:

— Tu, maestro, che questa novella sposa di messer Guglielmo conosci

così bene, e che del suo matrimonio sei stato sì gran parte, sembrati

egli che la sia di qualità che si accosti volentieri alla Corte?

— Madama, rispose Cecco, non saprei qual sia l'intimo pensiero di

madonna Bice degli Artese; ma, a quel che ne posso inferire, parmi di

cuor gentilissimo, capace degli affetti più soavi; ma aliena da ogni

fasto, e da ogni rumoroso sollazzo.

Quando Cecco nominò la Bice per il cognome degli Artese, la duchessa

torse lievemente le labbra con atto di stizzoso dispregio; e poi con

altero piglio:

— Io ho parlato della mia Corte, e non di rumorosi sollazzi....

Ma accorgendosi che si scostava da quella benignità che voleva

simulare; continuò con volto ridente:

— Oimè! maestro; parmi che un uomo del tuo senno e della tua sapienza,

dovesse parlare con più certezza. Io so del bel pronostico che facesti

rispetto al matrimonio di messer Guglielmo: dammi ora ad intendere come

mai tu vedi le cose future, e nelle cose che ti sono presenti sei così

incerto, che dici _non so, parmi_, o simili dubitazioni?

— Vedo nel futuro, madama, leggendo nelle stelle; ma del conoscere

l'animo di madonna Bice d'Artese, le stelle non possono dirmi nulla.

— Come può essere codesto? Fa che l'intenda.

— Madama, è cosa questa di altissima speculazione e di ascosa sapienza,

nè potrei senza troppo tediarvi farlo comprendere alla vostra signoría.

Bastivi che parlino i fatti; e i fatti, voi e monsignor lo duca gli

avete veduti spesso: e il pronostico della guerra, che voi stessa,

madama, credeste fallito, e che vedeste poi così abbondantemente

avverato, di tali fatti è il più solenne.

— Così ti avessi avuto presso di me quando mi nacque l'ultimo

figliuolo! — disse qui la duchessa, fingendo rammarico di ciò, e

fiducia nell'arte astrologica di Cecco — come io e monsignore lo duca

saremmo stati certi per tempo del prossimo danno; e non ci saremmo

trovati a doversi por giù delle liete speranze che avevamo prese di

lui.

E ad un tratto, come se le venisse in mente cosa di grande importanza:

— Oh Dio! bel maestro; e nemmeno la mia dolcissima figliuola, il primo

pegno di amore che io diedi or fa due anni a monsignor lo duca, quando

tu non eri per anco venuto alla corte, neppure ad essa fu fatta la

natività. Piacerebbeti egli, bel maestro, che io ne fossi contenta per

opera tua?

— A me piace, madama, quello che piace alla signoría vostra.

— Fa dunque che tu sia di qui a due ore appresso di me e di monsignor

lo duca, per soddisfare a' nostri desiderj.

E detto che vi sarebbe, continuarono i varj ragionamenti de' cavalieri

e delle dame, finchè non venne il momento che ciascuno tornò alle sue

case.

Cecco non sospettava più tanto, come dissi qua dietro, del maltalento

della duchessa verso di lui; ma nondimeno questo desiderio ch'e'

facesse la natività della piccola Giovanna, dopo due anni della sua

nascita, gli sapeva un poco di strano, e non vi andava troppo di buone

gambe. Ma poi ripensava fra sè:

— E che può ella farmi la duchessa, quando io parli secondo scienza;

posto ancora che alcuna cosa spiacevole io leggessi nelle stelle?

Ella mostra di dar fede alla scienza di astrología, e non potrà

certamente accagionarne me. E poi, monsignor lo duca ha temperato

in altre occasioni l'ardore della sua donna, ed anche in questa il

tempererebbe.... Quel suo cancelliere per altro mi guarda troppo di

mal occhio: egli ha l'orecchio del duca, e il duca gli crede.... è

de' frati minori, che qui hanno il governo dell'Inquisizione.... Ah

spaventosa parola! Quante orribili stragi in nome della religione!

Qual furore infernale sotto nome di santo zelo!... E questo è egli per

necessità di influenze celesti?.. Quanto può insegnarmi la scienza,

no... O dunque?... La mia mente ci si smarrisce; e solo raccapriccio

al pensiero che una religione di tanta misericordia debba avere così

spietati e feroci ministri.... Ed io fui già nelle costoro mani, donde

campai per miracolo! E qui per avventura si studia di ricondurmivi!

nè il duca avrebbe, neppur egli, autorità di liberarmene, tanto hanno

saputo questi preti e questi frati sopraffare i signori temporali, e

porsi loro sopraccapo, e così vilmente essi il comportano. Fin qui ho

avuta fidanza e nel duca, ed in messer Guglielmo, e ne stava in piena

sicurtà; ed ora, non so indovinare il perchè, ogni speranza di sicurtà

mi abbandona ad un tratto, ed un presentimento funestissimo mi occupa

tutto. E la mia scienza non può ella darmi ora verun conforto?

Qui Cecco stette un pezzo meditabondo; e poscia, scotendo desolatamente

il capo:

— Ah! vanità di vanità! la scienza nel mio maggiore uopo è al

tutto muta!.... Nelle più alte speculazioni della filosofía, e

dell'astrología, là nella mia età novella, era sovente tratto fuor

di me stesso: e mi parve che meco venisse a ragionare, e fossemi

guida, un benefico spirito, come già ebbe il divino Platone; e più

e più volte mi è stato lume e scorta nelle mie dubbiezze. Dove sei

ora, Florone? Soccorri al presente bisogno mio: i miei nemici sono

congregati contro di me... — Florone? Ma l'ho io mai veduto questo

Florone? o non è piuttosto un fantasma della mia mente, datogli forma

e corpo, ingannando prima me stesso, e poi gli altri?... — Ricordo

sempre le amare parole della duchessa quando tolsi commiato per Lucca:

«_A Firenze non c'è più buon'aria per te: va, e sii più savio da qui

innanzi_». Sì, lascerò Firenze, dove la scienza è così vilipesa e

perseguitata: non voglio far contento quel vilissimo Dino del Garbo e

il fanatico furore de' frati minori. Si vada intanto dalla duchessa, e

si dissimuli quanto più si può, finchè non venga il momento opportuno.

E senza indugio fu alla stanza del duca che stava aspettando con la sua

donna, la quale come prima lo vide con atto benigno gli disse:

— Maestro, piaceti egli il farne lieti della tua alta sapienza, alla

quale nulla è nascoso delle cose della natura, e che vede il futuro

come se fosse presente? — Al maestro parvero troppo esagerate queste

parole; e come quegli che oramai era entrato in sospetto, comprese

tutto il veleno di cui erano piene, e forse lo vide maggiore; il

perchè, celando il suo sdegno, rispose con quella umiltà che potè più

grande.

— La mia scienza, madama, è cosa degli uomini, e non può vincere gli

arcani della natura, e veder nel futuro chiaramente; chè questo può

solo fare il creatore. Ma, come il creatore ha posto certe leggi, e

dato certe qualità e certi influssi alle stelle, che sempre sono i

medesimi, così la scienza umana può, guidata da questi e ajutata dalla

grazia, non dirò vedere chiaramente nel futuro come fa il creatore; ma

tanto apprenderne quanto gli dia modo d'argomentarne gran parte della

verità. E questa piccola scienza che io posso avere, e la mia vita

altresì, io son pronto a spendere in servigio vostro, madama, e di

monsignore lo duca mio signore.

— Lasciamo stare, disse qui il duca, tutte codeste diceríe. Tu sai che

te e la scienza tua conosco ed apprezzo, e non vi ha mestiere d'altre

prove o attestazioni. Madama la duchessa ti ha chiamato per la natività

della nostra diletta figliuola: andiamo dunque a lei, e tu fa l'opera

tua come si conviene.

— Monsignore, rispose Cecco, prima ch'io vegga la regale figliuola

vostra, fate ch'io sappia il giorno, l'ora e il punto che ella nacque.

Il duca mandò tosto a sapere dal vescovo di Aversa, suo cancelliere,

quello che facea di bisogno al maestro; nè stette molto che venne

carta del cancelliere medesimo, dove e il giorno e l'ora e il punto

della nascita della piccola Giovanna era segnato con tutta esattezza.

Avuta la carta, fu condotto là dove la bambina era con la sua balia: e

dopo averla attentamente considerata, pregò che il lasciassero solo,

acciocchè potesse fare riposatamente e senza veruna distrazione sua

arte.

Rimasto solo il maestro, che pure credeva nella sua scienza

astrologica, si mise a studiare per ogni modo il soggetto che aveva

alle mani, provando e riprovando per più e diverse volte. E come il

risultamento dello studio suo era spiacevole troppo per il duca e per

la duchessa, così egli aveva fatto proposito di tacerlo, componendo

piuttosto una favola di suo capo, la quale il duca e la duchessa

dovesse anzi lusingare che sdegnare; e già stava pensandola, e mezza

l'aveva composta, quando, facendo un atto di sdegno:

— No, esclamò, non vo' mentire alla scienza. Ad ogni modo, che cosa mi

profitterebbe il lusingare adesso quella fiera donna? Me ne vorrebbe

essa più bene? Il suo odio è mortale; ed io o prima o poi dovrei

provarne l'effetto. Si parli dunque senza velo: darò una coltellata in

quel cuore tristo ed ambizioso, e gusterò almeno per un poco il piacere

della vendetta ancor io; poi abbandonerò la corte, Firenze, e forse

l'Italia.

Presa questa risoluzione, fu tosto colà dove il duca e la duchessa

aspettavano, i quali, come prima il videro, quasi ad una voce

esclamarono:

— Dunque, bel maestro?

— Monsignore, madama, ho potuto vedere assai chiaramente il corso della

vita della vostra reale figliuola....

E qui esitava a continuare; al che sollecitandolo la duchessa, Cecco

rispose:

— Madonna, non tutte le mie parole saranno liete e piacevoli: volete

voi ascoltarle? Mi date voi sicurtà che io possa dirle senza che ne

pigliate sdegno meco?

La duchessa e il duca si turbarono visibilmente; ma pure, non volendo

rimanere col dubbio nel cuore, confortaronlo che dicesse senza verun

sospetto; e la duchessa ne lo confortò più accesamente del duca,

perchè, udendo aver egli cose spiacevoli da dire, e prestando poco fede

alle predizioni astrologiche, sperava che ne potesse nascere qualche

occasione favorevole al proposito suo. Laonde maestro Cecco, tra per

l'avuta sicurtà, e per pigliare un poco di vendetta della duchessa,

cominciò:

Cecco d'Ascoli: racconto storico del secolo XIV · 第 19 / 26 段