altre vie di Firenze donde passavano le genti a piede: come prima il
conte e messer Guglielmo furono a mezzo la piazza, il duca con tutta
la corte, il gonfaloniere co' priori, si alzarono in piedi, levandosi
il duca ed i suoi cavalieri la berretta, e il gonfaloniere ed i priori
il cappuccio; e mentre la gente a cavallo si schierava con bell'ordine
intorno alla piazza, i due campioni si erano appressati alle scalinate,
smontando da cavallo per andare a far riverenza così al duca, come
alla signoría, da' quali tutti furono trattenuti con benignissime
parole, ed ebbero pari donativi: il duca donò a ciascuno dei due un
nobilissimo palafreno; e, in nome del re Roberto suo padre, la carta
che dava a ciascuno di loro titolo e rendita di signoría nel reame, ed
un nobilissimo anello di inestimabile prezzo; il gonfaloniere, a nome
del comune, diè loro carta che conteneva il titolo di difensori della
libertà fiorentina, un gonfalone con l'arme del comune, ed una spada
ricchissima per materia e per lavoro, creandoli ambidue cavalieri di
popolo: e tutto questo si faceva tra il continuo applauso della gente,
e tra lo squillar delle trombe, che mai erasi veduta una festa ed una
letizia sì fatta.
Mentre Guglielmo usciva dalle scalee per rimontare a cavallo non
trascurò di fare atto di umile riverenza a madonna la duchessa, che gli
corrispose con sorriso, e con saluto benignissimo; ma quel sorriso si
spense ben tosto quando il cavaliere, veduto maestro Cecco, non molto
lunge dal baldacchino del duca, si fece verso lui, e parlarono insieme
non so che cosa; e quando vide che il cavaliere cercava con gli occhi
ansiosamente i balconi di quelle case dove era la Bice; la quale vedeva
pure ogni cosa, e sentiva struggersi dall'amore e dal desiderio che gli
occhi del suo Guglielmo si incontrassero coi suoi, il che se avveniva,
non poteva nè l'uno nè l'altro discernere per la troppa lontananza.
Finita ogni cerimonia, il conte e Guglielmo rimontarono a cavallo e
si avviarono al palagio, dove il duca aveva mostrato desiderio che
andassero per conferire con essi; e la gente si avviò tutta alle
proprie case, per ripigliare ben tosto la gioja e il sollazzo, come si
fè tutto il giorno per la intera città.
CAPITOLO XL.
LA VENDETTA SI MATURA.
Alla corte del duca era per quel giorno ordinato un grandissimo
convito, e dovevano esservi, col conte e con Guglielmo a cui onore si
faceva, il gonfaloniere di Firenze con tutti i priori; ma prima volle
il duca conferire co' due capitani le cose della guerra; perchè, se
il popolo e la città vedevano solo quel che appariva di fuori, egli
sapeva quel che celavasi dentro, e comprendeva bene che, se erano state
veramente splendide le recenti vittorie, Castruccio non era per questo
abbattuto, e ci bisognava molta forza e molta arte a sì grande effetto;
tanto più che erano venute sicure novelle come il Bavaro si avvicinava
con la sua gente alle parti di Toscana; e questa era la cagione perchè
aveva comandato al conte di ritornare a Firenze con tutta l'oste, che
male sarebbe stata sufficiente contro al Bavaro ed a Castruccio.
Di queste cose che il conte e Guglielmo ignoravano, come ignoravale
ciascun altro, fuorchè il duca d'Atene, informò il duca i due capitani;
e come lo stesso duca d'Atene era presente a questo colloquio, si
deliberò lungamente che partito fosse da prendere, e si prese, come è
naturale, quello di fare uomini e denari quanti più si poteva: benchè
il poter aver denari dai fiorentini era cosa assai malagevole, dacchè
il comune di Firenze in un solo anno di signoría si trovò speso più
di cinquecento migliaja di Fiorini d'oro, che per quel tempo sarebbe
stato gran cosa ad un gran reame; e tutti erano usciti dalle borse de'
fiorentini: onde ciascun cittadino si doleva forte.
Per la qual cosa si propose di pensare maturamente ad ogni occorrenza,
e che così il conte come Guglielmo sarebbero stati spesso a consiglio
col duca per questa cagione.
Dopo ciò il duca e gli altri ritornarono nella gran sala, dove il
gonfaloniere e tutti i più segnalati uomini della Corte stavano
raccolti, trattenuti cortesemente dalla duchessa; e senza dar nulla a
conoscere, continuarono i lieti ragionamenti e le lodi a' due capitani
vittoriosi. Lodi molte non mancarono a maestro Cecco d'Ascoli per la
sua predizione avverata; e il duca stesso; un poco perchè veramente il
credea, e dal buon esito di questa impresa argomentava l'ottimo fine
della guerra; ed un poco per dargli in cospetto degli avversarj suoi
un pegno d'affetto e di estimazione, acciocchè si temperassero contro
di lui, si volse ad esso dicendogli parole di gran bontà e di grande
affetto, e lodandolo per il più grande scienziato di quel tempo.
L'esempio del duca fu ben tosto seguitato da parecchi cavalieri, e dal
conte stesso; e più che da tutti da Guglielmo, a cui non pareva vero di
avere questa occasione di parlare a lungo con maestro Cecco, il quale
ebbe agio di accertarlo che messer Geri ardeva di vederlo suo genero,
poco men che la Bice di vederlo suo sposo; e che facesse di trovar
tosto frate Marco, come prima avesse un poco di tempo libero, il quale
gli avrebbe detto molte e molte cose.
Se la duchessa e il cancelliere si rodessero dentro del vedere così
carezzato dal duca e dagli altri Cecco d'Ascoli è facile l'indovinarlo;
e benchè la duchessa, come accennai qua dietro, non avesse più vera
gelosía per l'amor di Guglielmo con la giovane Cavalcanti, nondimeno
tanto la indispettiva quel veder Guglielmo sì affezionato all'Ascolano,
e tanto dall'altra parte si sdegnava della baldanza che esso mostrava
dinanzi a lei, che non avea bene di sè, e non pensava se non a veder di
condurlo all'estrema rovina.
E non stette molto, come prima uscì dalla sala, che volle veder il
vescovo di Aversa, il quale fu a lei immantinente.
— Vi eravate apposto, messere, quando diceste che l'Ascolano sarebbe
tornato qua: e con che baldanza è tornato, l'avete veduto anche voi,
dopo l'avventuroso successo di questa guerra; quasi ne fosse stata
cagione la sua profezía; e dopo le lodi avutene dal duca stesso. E'
deve per certo averlo incantato; e parimente quel messer Guglielmo....
— Madama, lasciatelo scorrazzare a suo senno; e siate certa di questo:
ora che è tornato qua, non uscirà dalle nostre mani. Fia buono per
altro l'addormentarlo quanto più si può; e però voi stessa, porgetevi
con esso lui non tanto acerba: dissimulate più che potete; se vi
riesce, simulate altresì, dicendogli qualche lusinghevole parola. Così
vi sarà più agevole il tirarlo a far cosa, che possa dispiacere anche a
monsignore lo duca, la cui protezione, non che possa impedire il corso
della giustizia divina, la quale si sta preparando per opera della S.
Inquisizione; ma potrebbe ben tardarla, o temperarla.
— E che cosa posso io indurlo o a dire o a fare?
— Che cosa appunto non saprei nè dirlo, nè pensarlo; ma è senza dubbio
più agevole che capiti il bello, quanto maggiori occasioni gli porgete
di starvi attorno, e ingolfarlo in quella sua pazza astrología.
— Parmi il vostro savio consiglio, e il seguirò.
— Ad ogni modo poi il disegno nostro sarà colorito. Maestro Dino del
Garbo, così buon cattolico com'egli è, si tiene gravata la coscienza
del più indugiare a denunziarlo; e l'avrebbe già fatto, se non fosse
stato che alla vostra signoría piacque si aspettasse; e lo farà tosto
che a voi paja opportuno.
— Non andrà molto che maestro Dino, e voi, e tutti i buoni figliuoli
di santa chiesa vedranno cessare questo obbrobrio della mia corte; e
piacemi il vostro consiglio di sempre più affidarlo, simulando con esso
benignità, per dar materia alla sua vana baldanza di sbizzarrirsi anche
più.
— Egli vive pure a fidanza di messer Guglielmo d'Artese, che, dopo le
ultime imprese massimamente, ha grande autorità presso monsignor lo
duca, e che ama Cecco maravigliosamente, come colui per la cui arte
sottilissima messer Geri dei Cavalcanti ha richiamato appresso di sè la
figliuola, e consentito che il cavaliere sia suo genero.
— Che un sì prode e gentil cavaliere, e di sì grande lignaggio quale è
messer Guglielmo, abbia a essere sposo a questa pulzelletta di tanto
piccola nazione, parmi troppo peccato; egli che avrebbe potuto fare
ambiziosa di sè quasi una donna di casa reale!
— Madama, i Cavalcanti per altro sono di sangue gentilissimo, e la
figliuola di messer Geri è quanta bellezza e quanta gentilezza può
trovarsi in tutta Firenze, dove pure sono belle donne e gentili.
La duchessa a queste parole fece un atto di alto dispregio, e rispose:
— Chi così vuol così s'abbia, nè di ciò vo' che mi caglia gran fatto.
Pensiamo solo al proposito nostro, per il quale seguiterò il vostro
consiglio. Domani si fa l'esequie di quel cavalier provenzale, che fu
ucciso a S. Maria a Monte, mentre insieme con messer Guglielmo montava
sulle mura del primo cerchio. Fate che maestro Cecco sia vigilato;
avvertitene anche maestro Dino; e se caso si desse da poterlo tirare in
qualche imprudenza, fate che non si trascuri.
E il vescovo d'Aversa uscì tosto, per andare a conferire la cosa con
Dino del Garbo.
CAPITOLO XLI.
SUOCERO E GENERO.
Mentre il vescovo di Aversa teneva questo colloquio con la duchessa,
Guglielmo, accompagnatosi con Maestro Cecco, lo cominciò a domandare
di ogni minimo che circa alla sua Bice ed a messer Geri, ed egli lo
accertò così in generale che il vecchio era al tutto cambiato, e non
vedeva l'ora di farlo suo genero; ma che per più minuti particolari era
da far capo a frate Marco, il quale avrebbe senza dubbio trovato allora
al convento, quando a lui piacesse l'andarvi. E come Guglielmo non
desiderava altro, così egli vi fu in meno che non balena. Frate Marco,
vedutolo e salutatolo, entrava in ragionamenti della guerra, delle lodi
sue, del suo valore, delle sue glorie; ma il cavaliere:
— Deh! bel frate, lasciate stare adesso codeste cose. Voi meglio di me
sapete per cui l'ho fatto, se ho fatto qualche cosa, che meriti lode.
Parlatemi di essa, se Dio vi dia bene; ditemi di messer Geri.
— Le case de' Cavalcanti sono albergo della gioja e della contentezza,
che solo è menomata dal desiderio di vedervi la persona vostra; e se
il desiderio della Bice è grande, grandissimo è adesso il desiderio di
messer Geri; a cui ho promesso pur dianzi che vi avrei condotto a lui
come prima vi fosse dato l'andarvi.
— Così vi potessi esser tosto?
— E tosto vi saremo, soggiunse il frate.
E messisi senza mezzo in cammino, furono alle case de' Cavalcanti, dove
messer Geri e la Bice stavano nella più grande ansietà, aspettando
l'uno e l'altro di momento in momento che comparisse loro dinanzi
il cavaliere. E l'ansietà di messer Geri era maggiore per avventura
di quella della Bice, tanto era rimasto preso dalle prove fatte
dal cavaliere, e tanto era rimasto abbagliato dagli onori, e dalle
acclamazioni fattegli così dai signori come dal popolo. Egli non
aveva terreno che lo reggesse: passeggiava su e giù per la stanza:
mettevasi a sedere, e tosto rialzavasi, per farsi alla finestra, e
vedere se spuntasse nessuno dal capo della via; ed appunto mentre era
alla finestra, benchè la vista avesse mal ferma, gli parve aver veduto
metter piede in casa sua un cavaliere con altra persona, che ben non
potè discernere, ma gli parve frate Marco; e non avendo un dubbio al
mondo che fossero dessi, fecesi egli medesimo all'uscio della stanza,
nè prima furono in capo alla scala che Geri, scorto il cavaliere, gli
si fece incontro, e stesagli la mano:
— Cavaliere, ora non siete più straniero, ma figliuolo dilettissimo di
questa terra; e non può nè dee, chi questa terra ama, non amare e non
riverir voi; ed io vi amo e vi riverisco quanto altro fiorentino.
— Messer Geri — riprese il cavaliere, baciando riverentemente la mano
al vecchio — anche quando voi mi tenevate per istraniero io vi amava,
e vi riveriva come padre carissimo; nè poteva non farlo, se a colei
siete padre, la quale, dopo Dio, amo sopra ogni cosa quaggiù, e per
cui sola mi è cara la vita e la gloria. Pensate dunque che debbo fare
adesso, che più straniero non mi tenete, e per poco mi amate qual caro
figliuolo.
— Più che caro figliuolo, dovete dire; chè per voi rifiorisce il giglio
fiorentino, sfiorito da parecchi anni in qua tante e tante volte. Ma
voi, disse sorridendo, voi cercate qualcosa con gli occhi; e senza
fallo parvi che qui manchi qualcuno.
Guglielmo non rispose, se non quanto troppo bene significò il
suo desiderio con un lieve assentire del capo, e con un sorriso
tenerissima: frate Marco però, stato muto fino allora, per iscrutar
bene l'animo dei due, ed accortosi che l'uno era tenerissimo
dell'altro, non dubitò di dire:
— Messer Geri, se il cavaliere cerca con gli occhi quel che certo
sapete, e lo desidera ardentemente, dovete desiderar voi di consolarlo,
e di consolare la vostra dolce figliuola, e voi stesso.
— E voi altresì, che tanto amore portate alla casa nostra, e tanto
pregiate il cavaliere. Or'ora saremo lieti tutti quanti.
E sì dicendo uscì dalla stanza.
Il cavaliere e il frate rimasero con la certezza che il vecchio sarebbe
tosto ritornato insiem con la Bice; e veramente egli fu di subito alla
figliuola, alla quale detto con parole e con atti di vera contentezza
che il cavaliere l'attendeva, la prese caramente per mano, e andarono
colà dov'erano il frate e Guglielmo. Qual fosse, ne' pochi momenti
che precederono il loro incontro, il cuore de' due amanti, quanto
dolci i pensieri, quanto il desiderio, io nol significo qui, perchè
le più efficaci parole ch'io potessi trovare, sarebber sempre minori
del vero; e chi ha cuor gentile, ed ha amato davvero, può da sè stesso
immaginarlo. Quando poi messer Geri comparve sulla soglia dell'uscio
con la Bice per mano, e i due amanti si furono veduti, non poteron
tenersi che l'uno non corresse desiosamente incontro all'altro e
castamente si abbracciassero, dandole Guglielmo un amoroso bacio sulla
fronte, non senza un sorriso del vecchio Geri, che palesava tutta la
contentezza dell'animo suo; e:
— Figliuoli, esclamò tutto commosso, così Dio vi benedica di lassù,
come qui vi benedico io; e vi conceda lunga e prospera vita, con
adempimento d'ogni desiderio vostro.
— Primo e più vivo desiderio mio e del mio Guglielmo è il vedere
contento te per lunghi anni, te, che della felicità nostra sei l'unico
autore.
E volta a Guglielmo:
— Guglielmo mio, quanto sono felice!
— E perchè, se testè indovinasti così bene il mio cuore, rispetto al
tuo buon padre, ed hai parlato per me, non lo hai indovinato anche
adesso, e non hai detto: _Quanto siamo felici!_
La Bice si volse a lui con amoroso sorriso, quasi in atto di
ringraziarlo del gentile pensiero, quando messer Geri tutto lieto:
— Frate Marco, ecco venuta anche la vicenda vostra: vi promisi che
benedireste voi l'anello alla mia Bice: fate adunque di averne licenza
da messer lo vescovo, chè in capo a otto giorni si hanno a fare le
sponsalizie.
La Bice e Guglielmo si guardarono amorosamente; e quasi mossi da una
forza medesima, abbracciarono ambedue il buon vecchio, a cui frate
Marco rispose:
— Messere, sempre ho mirato a questo santo fine dell'amore della Bice
vostra; e potete immaginare con che ambiziosa gioja io compirò il sacro
ufficio. Ma più efficacemente di me ci ha avuto che fare un altro, a
cui senza dubbio parrebbe troppo doloroso il non partecipare alla gioja
comune; il non potere accertarvi della sua osservanza per voi, e per la
casa dei Cavalcanti...
— Parlereste voi di Cecco d'Ascoli? — disse rivoltandosi come un aspide
messer Geri.
— Sì messere, di maestro Cecco d'Ascoli.
— Ma dimenticate voi ch'egli è eretico, negromante e nemico del nome
mio? Non voglio in modo veruno che le sponsalizie di questi figliuoli
miei sieno contaminate così, nè abbiano così triste augurio.
— Padre mio e mio signore, disse Guglielmo, maestro Cecco è savia e
discreta persona: credetelo a me, che più d'ogni altro lo conosco, e
che meno d'ogni altro vorrei aver tristi augurj alle mie sponsalizie.
— Voi messer Geri, continuò il frate, voi avete sempre negli orecchi
le dicerie di maestro Dino del Garbo contro il savio maestro; ma da
che sieno mosse le sue ebbre parole voi pur il sapete; e avete pur
toccato con mano quanto è forsennato il suo sdegno, e la sua invidia.
Maestro Cecco, siatene certo, è, come dice messer Guglielmo, savia
e discreta persona; filosofo e scienziato de' più solennissimi; e il
nome dei Cavalcanti riverisce ed onora; e Firenze ama come sua seconda
patria....
— Ed io stesso, ritoccò Guglielmo, io stesso l'ho udito, nella presenza
di monsignor lo duca, celebrare questa nobile terra, e raccomandare ad
esso la libertà e il buono stato di lei.
E come Geri scoteva il capo in segno di dubbio; ma agli atti del volto
accennava di lasciarsi piegare; così anche la Bice volle dire una
parola:
— Sì, babbo mio dolce, maestro Cecco è buono, e ama tanto il mio
Guglielmo, e te onora....
— E tu, che sai tu di maestro Cecco? — rispose Geri, rompendole le
parole in bocca — e quando lo hai tu veduto o uditolo, che sei stata
fin qui sotto la custodia di suor Anna in Mugello?
La Bice si era dimenticata che del fatto di Mugello quando erano
stati colà Guglielmo e maestro Cecco, suo padre non ne sapeva e non
doveva saperne nulla, e tardi si accorse di essersi lasciata andare
un po' troppo, nè trovava a un tratto che cosa rispondere; il perchè,
accortosi frate Marco del costei titubare, la tolse egli d'impaccio:
— Messere, io sono stato per commissione vostra due volte in Mugello,
e come ho parlato in bene a voi di maestro Cecco, così ne ho sempre
parlato anche con la damigella. E qui vi ripeto che egli è savio e
discreto; e vi riprego che vogliate dare ad esso la consolazione di
esser presente anch'egli alle sponsalizie, e di partecipare alla
contentezza comune, soddisfacendo al lungo suo desiderio di far
riverenza a voi, e di profferirvisi.
E dacchè alle preghiere del frate unirono le loro messer Guglielmo e la
Bice, messer Geri, che oramai aveva cominciato a dir sì, ed in sostanza
era di ottima natura, si lasciò piegare anche a questo, con gran
soddisfazione del frate e del cavaliere.
Non istarò qui a riferire i varj ragionamenti fatti tra tutti, e le
dolci parole e i dolci atti de' due amanti: basta che Geri concedè
al cavaliere che venisse ogni giorno alle case de' Cavalcanti,
dicendogli che, dove a lui piacesse il giorno da esso stabilito per il
matrimonio, si desse dal canto suo ogni pensiero di porsi in assetto,
com'egli avrebbe fatto per sè e per la Bice: a frate Marco disse che
fosse da messer lo vescovo di Firenze ad impetrargli licenza che le
sposalizie si facessero in casa sua, e a chiedergli per sè facoltà di
benedire l'anello. E restati in concordia che tutto sarebbe fatto, i
due compagni, lasciando padre e figliuola consolatissimi, e pieni di
consolazione essi stessi, si avviarono l'uno al convento e l'altro al
palagio, dove l'attendevano ancora nuovi festeggiamenti, per lui senza
veruna attrattiva, avvezzo da tanto tempo a dispregiare ciò che non
fosse la sua Bice.
CAPITOLO XLII.
CONVITO ED ESEQUIE.
Il convito fu oltre ogni dire splendido e suntuoso, e i festeggiamenti
d'ogni maniera, i suoni, i canti e le danze, e le prove di leggiadria e
di cortesía vi furono infinite.
Basti il dire che vi furono cinquanta donne bene e riccamente vestite,
e similmente trenta donzelli da far festa, anch'essi riccamente
vestiti: e chi volesse raccontare il numero e la squisitezza delle
vivande, e il vasellame d'argento lavorato, e i finissimi vini,
e i confetti, recati, sempre rinnovellando, in nobili e pregiate
confettiere d'argento; e i cantari de' giullari, e i giuochi e i
sollazzi continuati fino a gran notte, avrebbe troppo lunga tela alle
mani e sarebbe infinito, non senza noja per avventura di quei non
pochi lettori, che scambio di dilettarcisi, aborrono le descrizioni
minuziose. Questo per altro non è da tacere, che, in sul dar l'acque
alle mani, la duchessa ebbe a sè maestro Cecco; e simulando l'antica
benignità, il pregò cortesemente che la nobile compagnía dovesse
far meravigliare con alcuno de' suoi prodigi; ma Cecco, al quale la
benignità della duchessa parve insolita troppo, ne prese sospetto; ed
allegando che Florone per quel giorno non concedevagli il suo ajuto, se
ne scusò, non senza apparente rammarico, e con celata ira di lei.
Alla festa allegrissima del convito, doveva succedere la mattina
appresso, come qua dietro accennai, la pietosa opera delle esequie di
un cavaliere segnalatissimo, ucciso all'assalto di S. Maria a Monte,
mentre accanto a Guglielmo era per metter piede sulle mura del primo
cerchio.
Fu questi messer Guccio da Casale, guidatore della prima schiera della
gente a cavallo, uno de' più pregiati cavalieri d'Italia. Il corpo,
recato con quel maggiore onore che si potè da' suoi compagni fino
ad una chiesetta vicino a Firenze, doveva essere andato a levar di
colà, per accompagnarsi a S. Croce, da tutti i più pregiati cavalieri
dell'oste, dalla signoría di Firenze, dalla chericía di S. Reparata,
e da molte regole di frati; onorato quanto più si potesse a spese del
comune. E l'ordine fu questo. Prima gli fu posto sulla bara un drappo
d'oro, e sopra vi fu fatto appiccare tre scuddicciuoli ricamati, che
furono il giglio, la croce del popolo, e l'arme della parte guelfa, con
ventiquattro drappelloni, con varie altre armi del comune, del popolo,
di parte guelfa, della chiesa e del re Roberto; più gli si donarono,
per portare intorno alla bara, quaranta doppieri; e un gran pennone del
popolo, con la targa, vestito di zendado l'uomo e covertato il cavallo:
due altri erano dietro a questo, uno de' quali a cavallo, con un
cimiero del Marzocco in capo, ed una spada in mano tenuta per la punta;
e poi due uomini a cavallo, con due bandiere quadre dell'arme del
comune, con due scudi alla catelana, tutti vestiti i fanti, e covertati
i cavalli, di zendado.
Dopo di ciò donò il comune un pennone di parte guelfa, grandissimo e
bello, che uscì dal palagio della parte guelfa, e la targa con esso:
ed oltre a ciò un cimiero di parte guelfa, con una spada in mano dal
cavaliere tenuta per la punta; e ciascuno di loro era vestito, ed i
cavalli erano covertati, di zendado.
Tutti i detti sei cavalli ed uomini, erano vestiti e covertati, come
dicemmo, e i 40 doppieri accesi erano tenuti in mano da quaranta fanti
de' priori. Dietro la bara seguiva la schiera onde messer Guccio era
stato guidatore, con il suo cavallo innanzi, covertato di gramaglia,
e tenuto per il freno dal suo scudiero: quindi le regole dei frati,
la chericía, e in ultimo tutti i più nobili cavalieri della corte, il
gonfaloniere coi priori, ed in nome di monsignor lo duca, Gualtieri di
Brienne, il vescovo di Aversa suo cancelliere, e maestro Cecco altresì,
benchè con visibile cruccio del detto cancelliere.
Arrivata la processione a S. Croce, tutta la gente a cavallo si schierò
sulla piazza, sonando continuamente le trombe in tuono lugubre, e gli
altri tutti si avviarono in chiesa dietro la bara: e già erano sulla
soglia il duca d'Atene, il cancelliere, messer Guglielmo e maestro
Cecco, quando un frate minore con sacri paramenti (quel frate medesimo,
che in sul principio di questo racconto si rammenterà il lettore
aver avuto briga col maestro, per conto di certe parole dell'atto di
scomunica di Castruccio), e quasi agitato da divino furore gli si parò
dinanzi:
— In nome del Padre del Figliuolo e dello Spirito Santo; ed in nome del
reverendo padre inquisitore della eretica pravità, che qui ha sede e
giurisdizione, comando a te Francesco Stabili, scomunicato, ed eretico
relasso, che non sii presuntuoso di porre il profano tuo piede in
questo tempio, sacro al Signore delle vendette.
Il cancelliere non si mostrò punto turbato nè meravigliato da sì strano
atto del frate; ma, soffermatosi con gli altri, non mutò aspetto nè
poco nè assai, come se fosse stato una statua di marmo, e stava col
capo piegato sopra la spalla sinistra, senza articolar parola. Non così
per altro messer Gualtieri e messer Guglielmo, i quali si mostrarono
fortemente sdegnati di tanto fanatiche parole; e messer Gualtieri,
temperandosi quanto più potè, non potè fare per altro che ei non
dicesse: