messer Guglielmo guidatore della cavallería, e tutti in un momento
furono a terra; e dato subito il segno dell'assalto, si cominciò la
più aspra battaglia che per molti anni addietro fosse stata giammai
fatta in castello alcuno di Toscana; dacchè nel tempo medesimo altri
attendevano con le saette a votar le mura di difensori, altri correndo
alle scale, le appoggiavano al muro, e con quel maggior impeto e ardire
che ciascuno poteva si sforzava di salir su.
Maravigliosa fu soprattutto l'animosità di messer Guglielmo, il quale
col pavese in braccio e con l'elmo in capo, pareva che fosse per tutto:
e attorno le mura, e per i fossi, combattendo, rizzando scale egli
stesso, e incorando gli altri col suo esempio, correva ruinosamente
contro le armi e contro le ferite. Que' di dentro erano molto e molto
incalzati; nondimeno, ricordandosi dell'ardita risposta fatta al conte;
e certi com'erano che con essi non si sarebbe usata veruna pietà, si
difendevano con grande ostinazione, non essendo men pronti i terrazzani
de' soldati; e agli uni e agli altri porgendo ogni ajuto possibile le
donne medesime. La ferocità di questa gente, oltre alla cagione de'
soprastanti mali, procedeva altresì dalla coscienza delle cose passate;
perchè quelli di Santa Maria a Monte erano stati sempre di parte
guelfa, e poi avevano tradita la terra, e datala a Castruccio; e gli
usciti di Lucca, con assai di loro parte, e de' migliori che fossero
nel castello, furono da essi dati presi nelle mani di Castruccio; ed
oltre a ciò, da poi che si rendè a lui, era stata spelonca di tutte
le ruberíe, omicidj e più tristi peccati fatti in Valdarno nel tempo
della detta guerra: onde erano divenuti feroci, e per la lunga pratica
esercitati nel sangue; e la disperazione del perdono gli facea più
che fiere. Laonde, se la virtù degli oppugnatori era grande, non era
minore la costanza de' difensori; benchè continuatamente ne cadessero
morti a terra parecchi, per il mirabile saettamento, specialmente
de' balestrieri genovesi. Ciò vedendo messer Guglielmo, parendogli
momento opportuno da tentare un'impresa, che il rendesse degno della
sua donna, gli accattasse la benignità del padre di lei, e le lodi del
duca e dei fiorentini, tutto infiammato da questo pensiero, fatta una
piccola schiera de' più animosi suoi cavalieri, e tolta una insegna
dalle mani d'un banderajo, invocando il nome della sua Bice, fu il
primo ad avventarsi alle mura della prima cerchia; ed essendosi dopo
lungo contrasto attaccato ad un merlo, e con l'asta della bandiera
abbattuti quelli che v'erano a difesa, con mirabile ardire balzò sulle
mura, dimostrandosi a tutti con la insegna in mano; e dando animo con
altissime voci che tutti montassero su, fu tosto seguitato da molti, i
quali presero animo contro i difensori, sbigottiti del vedersi i nemici
in casa; e dopo averne uccisi assai, presero il primo giro, essendosi
quegli rimasti, per le vie a lor note, rifuggiti al secondo cerchio.
Allora Guglielmo:
— Non basta, gridò, quel che abbiamo fatto, se noi non passiamo
oltre: — e tuttavía inanimiva i compagni, che senza riposo si misero
a combattere l'altro girone, e con iscale e con fuoco; nè fu minore
la fatica e il travaglio di questa seconda battaglia della prima;
perchè, sebbene i difensori erano molto scemati, era anche scemato lo
spazio che si aveva a difendere; e il veder dalle mura con gli occhi
proprj scannarsi i figliuoli, i padri e le mogli, che non avevano
potuto rifuggire al secondo cerchio, aveva loro tolto ogni sentimento
di pietà. Vedevano ardere le proprie case, e la loro terra non essere
altro che sangue, fuoco, urli e pianti amarissimi; onde, disprezzato
ogni pericolo, attendevano solo a fare in modo di non morire senza
vendetta. Ma non potendo nulla il furor loro contro la virtù di messer
Guglielmo e de' suoi, furono discacciati anche dalla seconda cerchia,
e pochi ne rifuggirono alla ròcca, la quale era compresa dal terzo
cerchio della terra. Uccisione veramente grandissima, perchè quanta
gente rimase nella cerchia seconda, tanta, piccoli e grandi, racconta
il Villani, «misero alle spade; e il castello ardendo da più parti per
lo fuoco prima messo per gli nostri; e poi la gente nostra rubando
la preda, e togliendola gli oltramontani ai nostri, acciocchè non
l'avessero salva, innanzi mettevano i nostri fuoco alle case e nella
preda».
Dopo che la gente del duca ebbe il castello; la ròcca si tenne otto
giorni, aspettando soccorso da Castruccio, il quale non credè prudente
con la sua gente di uscire da Vivinaja, dov'era a campo; e quelli che
erano nella ròcca ne uscirono salve le persone, per intercessione di
Guglielmo, dacchè il conte voleva fargli tutti mettere al filo della
spada: ma non potè disdire ad esso Guglielmo, che tutti si accordarono
a riconoscere essere stato egli il vero espugnatore di sì munito
castello[33].
Avuta la ròcca, la gente del duca vi stette di fuori a campo otto
giorni, per rafforzare la terra e rifare le bertesche, e torri e
case, e lasciarla poi guarnita di cento cavalieri, e di cinquecento
pedoni. Poi passarono la Guisciana, e accamparonsi a Fucecchio, dove
si fermarono due giorni, affinchè Castruccio non potesse addarsi dove
l'oste volesse andare, o nel contado di Lucca o in quel di Pistoja:
poi ripassarono la Guisciana presso Vivinaja, e vi stettero tre
giorni, schierandosi, e sonando le trombe, e richiedendo di battaglia
Castruccio; e sarebbero andati forse verso Lucca, se non che vi
occorreva troppo dispendio e fornimento; sicchè, per miglior partito,
tornarono da capo di qua dalla Guisciana, e senza restare posersi ad
assedio al castello di Artimino, il quale era rimurato e rafforzato da
Castruccio, e stettervi ad assedio tre giorni.
Al termine dei quali, si diede la più aspra battaglia che si
ricordasse, e co' migliori cavalieri dell'oste, che durò da mezzodì
fino al primo sonno, ardendo gli steccati e la porta del castello; per
la qual cosa quelli di dentro molto impauriti, e i più sconciamente
feriti, chiesero misericordia, e che si volevano arrendere salve le
persone.
Anche questa impresa di Artimino era stata condotta da messer Guglielmo
d'Artese, ed egli si mostrò molto misericordioso e benigno ai vinti,
concedendo ad essi ogni loro domanda; ma non rimase per questo che,
partiti da loro i cavalieri che gli accompagnavano, parecchi ne
fossero morti. Messer Guglielmo, condotta sì gloriosamente a termine
questa seconda impresa, confortava il conte a seguitar la vittoria ed
a combattere Carmignano e Tizzano; ed il conte volentieri lo avrebbe
fatto, e senza dubbio avrebbe preso anche quelle castella: ma il duca
mandò comando improvviso che l'oste tornasse a Firenze.
CAPITOLO XXXIX.
IN FIRENZE, E NELLE CASE DE' CAVALCANTI.
Le prime imprese di questa seconda guerra erano andate così prospere
che avean vinto anche la speranza del duca: la duchessa poi dal canto
suo, maturava in Firenze guerra ben diversa. L'odio che portava a
maestro Cecco, rinfocolato dal vescovo di Aversa, e da maestro Dino,
che, dopo la gravidanza, era chiamato spesso alla Corte, si faceva
nel cuore di lei sempre più grande, tanto più che ben si era accorta,
essere stata tutta una finzione quella di allontanarlo da Firenze;
e non che perdere la grazia del suo signore, essergli anzi sempre
più caro. Laonde studiava ogni via da tirarlo in qualche laccio che
il dovesse perdere, e appostava ogni occasione, o provocandolo, o
facendolo tentare comechessía, da farlo venire in disgrazia al duca.
Maestro Cecco dall'altra parte sapeva l'odio che gli portava la
duchessa, e che cosa trescavano essa e i suoi nemici per perderlo: il
perchè stava guardingo da ogni verso, mostrandosi umile quanto poteva,
ogni volta che si trovava dinanzi a lei. Ma fidava però sempre molto
nell'affetto del duca: della qual cosa prendeva alle volte troppa
baldanza; e questa baldanza si accrebbe quando giunse a Firenze la
novella della vittoria, e dei gloriosi fatti di Guglielmo.
Ma su questo fermiamoci un poco.
Come prima furono giunte al duca sicure novelle della vittoria di S.
Maria a Monte, non istarò a dire quanto ne fu lieto: e tosto avvisatone
il gonfaloniere e i priori, mandò poscia un comandatore per tutta la
città ad annunziare il lieto avvenimento a tutti quanti i fiorentini,
significando che tutto l'onore dell'impresa si doveva a messer
Guglielmo d'Artese.
Il comandatore, com'è naturale, passò anche dalle case de' Cavalcanti:
e come messer Geri l'udì, si fece alla finestra per meglio accertarsi
della cosa; e tanto gli sonò dolce quella novella, che non pure si
sentì ringiovanito, ma sentì anche una certa ambizione in cuor suo,
che un cavaliere così prode, e così acclamato, lo avesse ricercato
di essere suo genero. Nondimeno tacque ogni cosa alla Bice (la quale,
stando nella parte più remota della casa, non aveva udito nulla) per
informarsi prima di ogni minuto particolare. Quando per altro di lì
a pochi giorni venne la novella dell'impresa d'Artimino, e anche di
quella si seppe, e si gridò pubblicamente, essere tutto quanto l'onore
di messer Guglielmo, Geri ne fu così meravigliosamente lieto che
l'antica avversione al cavaliere si mutò in affetto, e nel desiderio
di tosto vederlo suo genero; tanto più quando si seppe, il re Roberto
avergli dato per questi fatti novello titolo di signoría là nel reame,
e il comune avergli pubblicamente decretato il titolo di _difensore
della libertà fiorentina_. Allora non potè più stare alle mosse; e
chiamata a sè la Bice, che pur qualche cosa avea saputo, per parte
della cameriera, del buon esito della guerra, tutto lieto in volto le
disse:
— Bice mia, buona novella: l'orgoglio di Castruccio si incomincia a
rintuzzare efficacemente, e il buono stato della nostra terra potrebbe
tosto ritornare.
— Amo anch'io la mia terra, e codesta novella tutta mi riconsola, e
più ancora perchè veggo che tu ne prendi tanta letizia, — rispose la
Bice, che non si attentava di entrare in altro; ma pigliava però ottimo
augurio dal vedere quel vecchio così allegro.
— E non c'è proprio altra cagione che ti consoli? — continuò il vecchio
guardandola amorosamente con viso benignissimo.
— Babbo mio!... — esclamò allora la fanciulla abbracciandolo, e
posandole il capo sul seno.
— Sì, avrai il tuo Guglielmo. Quel cavaliere è degno di te; e come
il nostro comune gli ha decretato solennemente titolo di alto onore,
così io voglio, per amor della mia Bice — e qui la baciò in bocca
amorosamente — così io voglio dargli tal guiderdone, che il faccia più
lieto dì ogni altro.
Era tanta la gioja di quella fanciulla, che ne rimase sopraffatta, nè
sapeva trovar pure una parola da significare a suo padre quanto le
fosse grata; e solo sfogavasi a baciargli le mani ed il volto, e ad
abbracciarlo, piangendo lacrime di dolcissima consolazione. In questo
si udì battere lievemente la porta; e ricompostisi alquanto ambedue,
Geri esclamò:
— Chi è di là? entrate.
E tosto si fe' innanzi il suo fante dicendo esser venuto frate Marco
de' Predicatori; a che il vecchio prontamente:
— Ben venga.
E poco dopo entrò frate Marco, tutto lieto nell'aspetto; ma che tosto
si turbò, parendogli di intravedere qualche cosa di strano nel volto
di Geri e della sua Bice, il che procedeva dal voler ciascuno de' due
celare la commozione che gli agitava. Messer Geri si accorse di questo
turbarsi del frate; e com'egli era rimasto fermo in mezzo alla stanza,
nè dopo il saluto avea più fatto parola, così gli disse con benigno
sorriso:
— No, frate Marco, no; l'alterazione che appare ne' nostri volti non ha
veruna cagione che non sia di letizia e di contentezza. Sapete pur le
novelle della guerra....
— So le novelle della guerra, rispose, e so per avventura ciò che voi
ancor non sapete. L'oste vittoriosa sta per ritornare a Firenze, ed il
comune vuol che entri come in trionfo, e che sieno altamente onorati il
conte e messer Guglielmo vostro genero.
— Mio genero? — disse con sorriso di compiacenza il vecchio, mentre la
Bice guardava tutta sfavillante di gioja suo padre — mio genero messer
Guglielmo non è.
— Ma sarà ben tosto; e voi ne sarete invidiato da tutti i padri di
Firenze, e ne proverete ineffabile contentezza.
— Sì, frate Marco; sì, mia dolcissima Bice; — disse Geri abbracciando
la figliuola, e baciandola affettuosamente — saremo tutti consolati. Ma
quando dite che torna la nostra gente?
— Ero venuto appunto per questo. Doman l'altro in sull'ora di sesta la
gente sarà qui; piacevi egli, messere, di vedere la solenne entrata di
essa? Potreste venire meco in luogo acconcissimo.
— Piacemi; e sarovvi con la Bice, se la Bice può esservi anche essa.
— E lo domandate, messere? E la festa non si fa per il suo cavaliere?
E volete che sia priva della consolazione di vederlo acclamato da un
popolo intero, salutato difensore della sua terra, e il più prode fra
tutti i cavalieri che portano armi?
La povera Bice, vedendo suo padre così cambiato ad un tratto, udendo
le parole del frate, per lei così dolci, e sentendo essere così vicino
il momento di rivedere il suo Guglielmo (e come rivederlo!) e di
essere sua sposa, non sapeva raccapezzarsi se era desta o se sognava;
non trovava il verso di articolare parola, e se ne stava avvinghiata
a un braccio di suo padre, guardandolo spesso amorosamente, ed ora
volgendosi a frate Marco con sì soave sorriso, che dava idea quaggiù
della beatitudine degli angeli.
— Su, via, su Bice, — disse il vecchio, svincolandosi dalla figliuola,
— pensa a mostrarti donna: pensa che si disdice alla sposa di un prode
cavaliere ogni molle femmineo affetto: ricordati che sei dell'antico
sangue fiorentino, e mostrati degna di esso.
A queste parole la Bice si ricompose tutta, e umilmente rispose:
— Perdonami, babbo mio dolce: non mi aspettavo così ad un tratto sì
grande consolazione: sapevo che mi volevi il più caro bene del mondo;
ma non credevo averne così tosto una prova tanto cara e solenne. Ma
ripiglio la signoría di me stessa: e non vedrai atto, e non udrai
parola da me, che non sia degna dei Cavalcanti, del mio cavaliere, e di
una figliuola di questa nobile e cara terra.
Il vecchio abbracciò e baciò da capo la Bice: ringraziò caramente frate
Marco della profferta fattagli, promettendo che due mattine appresso
sarebbe ito con la Bice al luogo dov'esso diceva di volergli condurre,
per vedere il ritorno della gente fiorentina; e pregandolo che il
tenesse ragguagliato in questo mezzo, se nulla occorresse che, o a
lui o alla gloria e buono stato di Firenze si riferisse. Frate Marco
lo accertò che tutto sarebbe fatto secondo il piacer suo: ricordògli
la promessa fatta che egli sarebbe stato colui che avrebbe benedetto
l'anello del matrimonio; e tutto consolato, si partì dalle case dei
Cavalcanti, per andare ad informar d'ogni cosa maestro Cecco.
Il duca frattanto, il comune di Firenze, e la città tutta quanta si
preparavano a ricevere degnamente l'esercito vittorioso, e a degnamente
onorare il conte Beltramo e messer Guglielmo. Le vie per le quali
dovevano passare erano sino dal dì innanzi parate a festa, e tutti i
palagj adorni con drappelloni e bandiere: le compagníe di tutte le arti
si affaccendavano con ogni studio a mettersi in punto di comparire
onorevolmente: la piazza poi dei signori, dove il conte Beltramo,
e messer Guglielmo con i suoi cavalieri, dovevano fermarsi, era una
festa a vederla, tanto riccamente era adorno il palagio dei signori, e
gli altri palagj da parte di tramontana. Sulle gradinate era ordinato
un nobilissimo e ricchissimo padiglione di sciamito rosso, seminato
di gigli d'oro, e a destra di esso un trono reale per il duca e per
la duchessa. Dalla parte di S. Piero Scheraggio, dove ora sono gli
Uffizj e le logge de' Lanzi, siccome c'era uno spazio vuoto e sassoso,
quasi un greto dell'Arno, e case poverissime, che avrebbero fatto
brutto contrasto alla ricchezza della piazza, fu rizzato un palancato
altissimo, e ricoperto tutto quanto con capoletti e pancali oltremodo
ricchi, che fu tenuta una meraviglia. La sera medesima era cominciata
ad avvicinarsi la gente dell'oste, e si posava ciascun drappello dove
meglio pareva opportuno a' lor caporali per passarvi la notte, ed
entrar poi tutti insieme a Firenze la mattina appresso; e già molti
fiorentini erano usciti la sera stessa fuori di porta a S. Frediano
per vedergli arrivare; come altri moltissimi fin dalle prime ore dopo
mezzanotte erano andati a prender posto ne' luoghi più opportuni a
meglio vedere il passaggio della gente e dei capitani.
Come prima spuntò il giorno poi, la gente si affollava sempre più
per le vie e per la piazza della signoría, dove i fanti del podestà
potevano contenerla a fatica dentro il termine ad essa assegnato; e
molto tempo prima dell'ora stabilita all'entrata, le finestre di tutti
i palagj e di tutte le case erano adorne di capoletti, e qua e là di
bandiere; e fiorite di belle e ben adorne donne e fanciulle. Il conte
Beltramo con messer Guglielmo erano giunti fin dalla sera, e fermatisi
al monastero di S. Donato a Scopeto, dove il duca ed i signori
mandarono a salutarli e far loro onore: per parte del duca andò messer
Gualtieri di Brienne; e per i signori priori, andò messer Caroccio di
Lapo degli Alberti, uno di essi; e tanto fece maestro Cecco, che potè
andare insieme col duca d'Atene, e parlare e salutare prima di ciascun
altro messer Guglielmo, il quale, come il lettore s'immagina, trovò
modo di domandargli della sua Bice, e di essere informato di ogni cosa
minutamente, e dove sarebbe stata a veder la festa, sapendolo Cecco da
frate Marco: di che Guglielmo prese meravigliosa letizia.
La buona Bice era così sopraffatta dalla gioja che tutto il giorno
ne stette come smemorata, e di nulla sapeva pensare, se non della sua
vicina felicità; e in tutta la notte non potè prender sonno quasi mai,
chè sempre mulinava col cervello, e le pareva ogni ora mille di poter
rivedere il suo cavaliere; e le si dipingeva alla fantasía, prima
anche di vederla con gli occhi del corpo, la solennità della mattina
appresso: vedeva il suo Guglielmo su nobile palafreno, acclamato e
celebrato da tutti, di nulla curarsi, ma cercare con gli occhi desiosi
se vedesse lei a qualche balcone; gioiva tutta, pensando quanto
l'avrebbero invidiata le altre donzelle fiorentine; nè l'ultima delle
sue contentezze era quella di veder contento anche il suo caro babbo.
Come prima cominciò a farsi giorno, ella, chiamata la sua cameriera,
saltò il letto, e volle subito metter mano ad acconciarsi: non che
la fosse ambiziosa e troppo vana, chè anzi nelle acconciature era
semplicissima e schietta; ma perchè parevale, affrettandosi ella, che,
anche il tempo dovesse affrettare il suo corso: e parevale, acconciata
che fu, il tempo invece esser più lento, e spesso spesso facevasi alla
finestra per vedere quanto montava il sole, e lo accusava di pigro e
di neghittoso. Poi mandò sentendo se messer Geri fosse ancora desto;
e dettole di no, se ne tribolava, dubitando che si facesse tardi; e
chiamava il fante di lui che andasse a svegliarlo; nè egli attentandosi
a farlo, almeno il pregò che facesse del rumore presso alla camera,
per vedere se si svegliava da sè. E come poi Geri si fu levato, la
Bice, già messa tutta in punto, erale sempre d'attorno, amorosamente
sollecitandolo, sempre agitata dal dubbio che l'ora passasse, ed
ogni momento parevale un giorno: tanto che quel buon vecchio per
contentarla, uscì di casa assai di buon'ora, ed arrivarono al luogo
detto loro da frate Marco, che neppur egli era per ancora arrivato,
benchè poco indugiasse. Il detto luogo era un'assai nobile casa dei
Malespini, posta sulla piazza de' signori, dalla parte di tramontana,
il più bel punto, fuorchè il palazzo della signoría, da poter vedere la
festa.
La piazza, come dissi poco fa, torno torno era gremita di popolo;
i balconi tutti pieni di belle donne, e per tutto appeso ghirlande,
festoni e bandiere: i tetti di tutte le case, anch'essi pieni zeppi di
gente; alle finestre del palazzo de' signori erano i cavalieri della
corte con le loro dame, e tutti aspettavano il segno che la gente fosse
alla porta, e scendessero dalla scalinata il duca ed il gonfaloniere
co' priori. La Bice era ad un balcone, accanto a suo padre, e
dall'altro lato stavale frate Marco; era vestita schiettissimamente,
e senza altro ornamento, che una piccola ghirlanda, ed una ricca
cintura con una graziosa scarsella; e quella semplicità contrastava
mirabilmente col grave addobbo di vesti, di trecce e di gioje delle
altre donne. Ella però a nulla guardava e nulla vedeva; e sbadatamente
rispondeva anche alle domande di suo padre e del frate, con gli occhi
sempre intenti al luogo donde il segno doveva venire: e benchè fosse
poco più di mezz'ora che erano lì, le pareva di esserci già stata ore
ed ore.
Il segno finalmente fu dato, ed il cuore stette per uscirle dal
petto, tal balzo esso fece: poco appresso comparve dal palagio della
Signoría il duca e la duchessa, salutati da uno scoppio d'applausi,
e dalle solite grida, forse fatte fare, di _Viva il duca, Viva il
signore_: assettaronsi sul loro trono, da un lato del quale era messer
Gualtieri di Brienne, col cancelliere vescovo d'Aversa, e dal lato
opposto un altro dei principali cavalieri della corte con maestro Cecco
d'Ascoli, che fu voluto altamente onorare dal duca, come colui che
aveva presagito l'esito felice di questa impresa, e confermato così
certamente il presagio, anche dopo la prima sventura.
L'entrata della nostra gente era ordinata così: innanzi a tutti
cavalcava il conte Beltramo, guidatore di tutta l'oste, e cavalcavagli
allato messer Guglielmo d'Artese: seguitava ad essi, a distanza di
forse cinquanta passi, la prima schiera de' cavalieri, che erano
stati ajuto principalissimo alla espugnazione di S. Maria a Monte e
di Artimino; poi altre schiere di cavalieri, e per ultimo la gente a
piedi: dovevano entrare tutti quanti per la porta medesima; salvo che
la gente a piedi, arrivata che fosse dinanzi alla chiesa del Carmine,
doveva volgere verso la chiesa e la piazza, e spargersi quindi in
piccoli drappelli per le varie parti della città, passando il fiume dal
ponte alla Carraja: la schiera de' cavalieri dovevano, facendo capo al
ponte a S. Trinità, per passar quivi il fiume, andar poi difilato sulla
piazza della signoría, schierandosi ordinatamente nel mezzo di essa,
lasciata vuota a bella posta.
A un tratto si udì da coloro che erano in piazza un lontano suono
di trombe dalla parte di Vacchereccia, e tutti quanti si voltarono
da quella parte, e si levò da ogni lato tal bisbiglio e tal mormorío
che dimostrava la comune impazienza. La Bice quanto più il suono si
appressava tanto più forte e più frequente sentiva battersi il cuore:
e non levava mai l'occhio dal canto di Vacchereccia, là donde sarebbe
spuntato il suo Guglielmo; nè messer Geri era meno ansioso e meno
attento di lei.
Le trombe già sono in Vacchereccia, e la povera Bice tremava per modo
che mal si reggeva sulle gambe e sudava fil filo: i trombettieri già
sono in piazza: da Vacchereccia e da Mercato Nuovo si udivano tuoni
di applausi, e di festose voci: _Viva messer Guglielmo d'Artese, viva
il conte Beltramo, viva i difensori della libertà fiorentina_; le
voci rinforzano; e cominciano per la piazza gli applausi e i viva a
Guglielmo; ed eccolo, egli ed il conte, entrar da Vacchereccia.
Come prima la Bice scorse il noto elmo ed i notissimi colori delle
piume del cimiero, e lo udì salutato ed acclamato da mille e mille
voci, prima diventò rossa come il fuoco, poi aperse le labbra
a dolcissimo sorriso, seguíto da lacrime di gioja ineffabile, e
appoggiato il capo sulle spalle di suo padre, che anch'egli lacrimava
dalla consolazione; nè disse altre parole, se non:
— Babbo mio dolce, ogni cosa riconosco da te!
L'atto della Bice e le lacrime di lei e di messer Geri, non si videro
nemmeno dai più vicini, perchè ciascuno era atteso a ciò che facevasi
in piazza: solamente frate Marco fece accorto il vecchio e la fanciulla
che si ricordassero dov'erano; e le poche parole di lui bastarono a
ricomporre quegli spiriti così turbati.