Riuscita la cosa, messer Guerruccio avrebbe avuto dal duca grandissima

quantità di denaro (chi disse diecimila fiorini d'oro), e sarebbe

suo vicario colà, che veniva a dire quasi assoluto signore dei suoi

cittadini. Da che si movesse messer Guerruccio, e la sua famiglia,

a far congiura contro Castruccio, che per volontà e per maneggio di

loro era stato fatto signore di Lucca, non è ben chiarito: forse fu il

vedere che Castruccio era riuscito troppo diverso da quel che avevano

pensato, e il non poter sostenere gli aspri modi di lui; e chi dice,

messer Guerruccio si pensasse di acquistare gloria appresso i posteri,

se per opera sua si restituiva la libertà alla patria; ma quello che fu

più facilmente creduto, ei si lasciò abbagliare dalle larghe profferte

del duca, e dall'ambizione di essere quasi principe della sua città.

Posti e bene dichiarati questi patti, maestro Cecco cavalcò senza

indugio a Firenze, e fu ben tosto alla presenza del duca, il quale

confermò tutte le condizioni poste, ne lo lodò, ne lo premiò altamente,

disponendosi a colorire tal disegno. Ma la cosa per altro non procedeva

con quell'ardore e con quella prontezza che avrebbe dovuto, per avere

certa riuscita, come non pareva da dubitare; il perchè, veggendo che,

passa una settimana e passane due, la gente del duca non usciva sopra

Pistoja, uno dei Quartigiani, preso dalla paura, scoprì la congiura a

Castruccio; ed egli, che non era in siffatti casi avvezzo a smarrirsi,

comandato che si serrassero le porte della città, montò con tutte le

sue masnade subitamente a cavallo, e fatti prigioni ventidue della

casa dei Quartigiani, e fra essi Guerruccio, nelle cui case furono

trovate le bandiere della chiesa e del duca celatamente venute da

Firenze; senza mettere tempo in mezzo, nel giorno stesso, avendo prima

fatto trascinare quelle insegne per terra, il detto Guerruccio, con

tre suoi figliuoli e con le stesse bandiere a ritroso, fece impiccare,

ed una parte comandò che fossero propagginati[30]: tutto il resto

della casa, nella quale si dice che fossero più di cento uomini atti a

portare le armi, che non potette avere nelle mani, bandì e giudicò per

traditori e ribelli. Feroce, ma meritata giustizia, della quale non

si turbarono molto i lucchesi, ricordandosi che la medesima famiglia

dei Quartigiani, guelfa di origine, come già dissi, aveva tradito anni

addietro gli amici e partigiani suoi, dando la signoría di Lucca a

Castruccio.

E così vada pure chiunque, o sotto un colore o sotto un altro, vien

meno alla fede e alla lealtà.

Se il duca fu dolente di questo non è da domandare; e ne aveva spesso

dolorose parole con maestro Cecco, il quale per altro sempre avealo

confortato a tor via ogni indugio, ricordandogli che il buon esito

delle imprese sta le più volte nella prontezza e nella audacia.

CAPITOLO XXXVII.

LE FESTE DI S. GIOVANNI.

Veggendo intanto Castruccio che i nemici suoi non dormivano, e tenevano

ogni giorno diverse vie da levarselo dinanzi, si diede con ogni

sollecitudine a procacciare la venuta del Bavaro, sperando col suo

mezzo di potere in poco spazio di tempo metter il giogo ai Fiorentini

e ai Pisani; ai Fiorentini come a naturali nemici suoi, ai Pisani,

un poco perchè gli teneva mal fidi, un altro poco per il desiderio di

signoreggiare, e finalmente perchè non si mostravano troppo favorevoli

alla venuta di esso Bavaro. Anche il duca Carlo si apparecchiava

potentemente a combatter Castruccio; ma faceva ogni cosa più

celatamente che poteva: e per meglio coprire i disegni suoi, cessato

il gonfalonierato di Lapo de' Buonaccorsi, nominò gonfaloniere per i

due mesi dal 15 giugno al 15 agosto Bernardo di Lapo Ardinghelli, tutto

cosa sua; e volle che si facessero le feste di San Giovanni magnifiche

quanto mai fossero fatte per innanzi, della qual cosa tutti i cavalieri

provenzali e francesi furono lietissimi, avendo udito tanto celebrare

queste feste fiorentine, e desiderando ardentemente di vederle. E

come i cavalieri ne furono lieti, così spero non sia per riuscire mal

gradito al lettore il dar qui breve ragguaglio di ciò che si fece,

specialmente quest'anno, e si faceva per antico quasi sempre in tali

feste, che poi scaderono molto, e che si sono cessate di celebrare in

questi ultimi anni.

Molti giorni innanzi il potestà di Firenze fece bandire e notificare la

festa del Santo ai nobili del contado, siccome ad ogni altra persona,

che dovesse offerir ceri, paliotti o altra cosa. Quando mancavano

otto giorni comandò altresì a' consoli di Calimala ed agli operai

di S. Giovanni che eleggessero sei Buonomini della medesima arte,

che la mattina della festività stessero in S. Giovanni a ricevere

tali offerte, dove significò che avrebbe mandato alcuni suoi fanti,

acciocchè non si facesse alcuna insolenza, o, come allor dicevasi,

niuno soperchio.

La piazza di S. Giovanni si coperse tutta di tele azzurre, piene di

gigli grandi, fatti di tela gialla cucitivi sopra, e nel mezzo vi si

posero in alcuni tondi, parimente di tela, e grandi dieci braccia,

l'arme del popolo e del comune di Firenze, quella dei capitani di parte

guelfa, quella della casa d'Angiò e quella del re Roberto.

Intorno intorno negli estremi di detto cielo, che pigliava tutta

la piazza, pendevano drappelloni dipinti di varie imprese, di armi

di magistrati, delle arti, e molti marzocchi; chè il marzocco era

l'insegna della città, ed è quel leone che regge uno scudo col giglio,

come si vede tuttora dinanzi al palazzo della signoría, là presso alla

fontana dell'Ammannato. Tali tende furono armate con mirabile congegno

di assi e di funi, per modo che il Vasari, il quale ne parla nella vita

del Cecca ingegnere, le ricorda con parole di vera maraviglia.

Oltre di queste tende, che si misero sulla piazza di S. Giovanni, si

coprirono ancora le vie di Calimala, oggi Calimara e Calimaruzza. Il

giorno della viglia, la mattina di buon'ora, tutte le arti fecero la

mostra fuori delle loro botteghe, di tutte le ricche cose, ornamenti

e gioje; e fu cosa tanto mirabile che uno storico contemporaneo, dal

quale traggo queste notizie[31], esclama qui enfaticamente: «Quanti

drappi d'oro e di seta si mostrano, che adornerebbero dieci reami!

quante cose d'oro e d'ariento, e capoletti e tavole dipinte e intagli

mirabili, e cose che si appartengono ai fatti d'arme, che sarebbe lungo

a contare per ordine!»

Poi in sull'ora di terza si fece per la città una solenne processione

di tutti i chierici, preti, monaci e frati, che furono in gran numero

di regole, con tante reliquie di santi, che fu gran divozione, oltre

alla maravigliosa ricchezza de' loro ornamenti, con nobilissimi

paramenti d'oro e di seta, e di figure ricamati; e poi molte compagníe

di uomini secolari, che andavano ciascuno innanzi alla regola dove

tali compagníe si radunavano, con abito d'angioli, e suoni e strumenti

d'ogni ragione, e canti soavissimi, facendo bellissime rappresentazioni

di que' santi e di quelle reliquie a cui onore lo facevano.

Là sull'ora di vespro le arti si ragunarono, ciascuna sotto il suo

gonfalone, che erano sedici, l'un gonfalone dopo l'altro, e sotto

ciascun gonfalone tutti i suoi cittadini a due a due, andando innanzi i

più degni, e così fino a' garzoni, tutti riccamente vestiti, a offrire

alla chiesa di San Giovanni una candela di libbra per uno; e la maggior

parte di essi gonfaloni avevano dinanzi a sè uomini con giuochi di

onesti sollazzi, e belle rappresentazioni. Le vie per dove passavano

erano tutte adorne, alle mura e su' muriccioli, di capoletti, di

spalliere e di pancali di fino zendado, e per tutto era pieno di donne

giovani e fanciulle vestite di seta, e ornate di gioje e di perle.

Finita l'offerta, ciascun cittadino si tornò a casa a dar ordine per la

mattina seguente.

Chi fu la mattina di S. Giovanni sulla piazza dei Signori, gli pareva

di vedere, dice uno storico contemporaneo, una cosa trionfale,

magnifica e meravigliosa; e il duca, che vi fu con tutta la sua

corte, su alle finestre del palazzo della signoría, e tutti que'

cavalieri provenzali, non facevano altro che dire di tanta ricchezza e

magnificenza.

Intorno alla piazza erano infinito numero di torri che parevano d'oro,

portate quali con carri, e quali con portatori, che si chiamavano i

ceri, fatti di legname, di carta e di cera, con oro e con colori, e

con figure rilevate, vuoti dentro, per forma che vi stavano uomini che

facevano volgere continuamente tali figure, le quali rappresentavano

imprese d'armi e d'amore, animali, uccelli, diverse sorte di alberi,

e tutto ciò che diletta il vedere ed il cuore. Dinanzi al palagio poi

vi erano molti palj con le loro aste appiccate in anelli di ferro,

ed erano delle varie città e castella che davano tributo al comune,

ed erano ad esso raccomandate; i quali palj erano di velluto doppj,

federati quali di vajo, quali di drappi di seta, o d'altri drappi.

I palj erano i tributi delle terre acquistate dai fiorentini, e de'

loro raccomandati, e i ceri erano censi delle più antiche terre de'

fiorentini medesimi, e gli uni e gli altri poi si andavano a offerire

per ordine di dignità a S. Giovanni nel tempo medesimo che si facevano

le altre offerte: la prima delle quali fu quella de' capitani di parte

guelfa, con tutti i cavalieri, i signori, ambasciatori e cavalieri

forestieri; e andarono con loro gran numero de' più onorevoli cittadini

di Firenze, col gonfalone della parte guelfa innanzi, portato da uno

de' loro donzelli, vestito di sopravvesta di drappo, che montava un

palafreno covertato sino in terra di drappo bianco, col segno della

parte guelfa. La seconda offerta furono i detti palj, portati ciascuno

da un uomo a cavallo, e l'uomo e il cavallo erano covertati di seta; e

dopo i palj si offerirono i ceri, i quali poi il giorno dopo solevano

appiccarsi intorno alla chiesa, dalla parte di dentro, dove stavano

fino all'anno appresso, al qual termine si spiccavano i vecchi e

se ne faceva paramenti e paliotti da altari, e parte si vendevano

all'incanto.

Dopo altre offerte di ceri, più grandi e più piccoli, andarono a

offerire i signori della zecca, con un magnifico cero portato da un

ricco carro, adorno e tirato da un par di buoi covertati col segno

ed arme della zecca: e que' signori erano accompagnati da circa

quattrocento venerabili uomini, tutti della matricola dell'arte di

Calimala e dei cambiatori, ciascuno con piccoli torchi di cera in mano.

Per ultimo andarono a offerire i signori priori e i loro collegi, con

i loro ufficiali, podestà, capitano ed esecutore, con tanto ornamento

e tanti famigliari, e pifferi e trombe, che pareva risonarne tutta

Firenze. Tornati che furono i signori, andarono a offerire tutti i

corsieri (ora barberi) che erano venuti per correre il palio, e dopo

loro tutti i Fiamminghi e Brabanzoni che erano in Firenze, tessitori

di panni di lana; ed in fine si offerirono dodici prigioni, i quali si

scarcerarono a onore di San Giovanni, secondo un'antica costumanza.

Fatte queste cose, ciascuno tornò a casa a desinare, e quel dì per

tutta la città, per dire come dice lo storico altre volte citato,

«si fece nozze e gran conviti, con tanti suoni, canti, balli, feste e

letizia e ornamento, che parve che questa terra fosse il paradiso».

La sera in sul vespro si corse il palio, in quel modo medesimo che è

durato fino agli ultimi tempi.

Si fece poi uno spettacolo nuovo. Il duca, per gratificarsi il

popolo minuto, e addormentarlo sempre più, immaginò di creare alcune

compagníe di popolani minuti, dando loro il nome di potenze, le

quali, vestite ciascuna della medesima assisa, andarono per la città

dilettandosi in armeggiamenti, in feste e in altre gare, che diedero

luogo a qualche zuffa, ma che poi finirono in un solenne convito.

Ciascuna di queste potenze ebbe un'insegna e un capo, che chiamavano

col nome d'imperatore, di monarca, di re, di duca, e simili titoli

d'onore. L'imperatore del Prato, per esempio, ebbe un'aquila con l'ali

spiegate: il gran monarca della città rossa un campo bianco entrovi una

cittadella di color rosso; e tuttora si vede uno stemma di questa città

rossa in una lastra piccola di marmo sulla cantonata di S. Ambrogio:

il gran signore de' Tintori una caldaja con fuoco sotto acceso; e così

gli altri, che lungo sarebbe a tutti noverargli[32]. In quell'anno

per altro volle il duca che si rinnovellasse altresì una bella festa,

simile a quella che fu fatta nel 1283, quando, secondo che racconta

anche il Villani, essendo la città in buono stato, si fece la nobile

e ricca compagnía, della quale furono capo i Rossi d'oltrarno; salvo

che questa volta se ne fecero capo i più segnalati tra' cavalieri

francesi e provenzali, formando una magnifica brigata, nella quale si

accolsero, per volontà del duca, anche molti popolani grassi, e tutti

erano vestiti di robe bianche con un signore detto dell'Amore; e non

intendeva ad altro che a giuochi, a sollazzi, a balli di donne e di

cavalieri, andando per la città con trombe e con molti strumenti,

stando in gioja ed in allegrezza a conviti di desinari e di cene, a

modo di corte bandita; la quale durò bene otto giorni, e ci vennero

di diversi paesi molti uomini di corte, e giocolatori, e tutti furono

ricevuti e trattenuti onorevolmente.

Tra tutti i cavalieri della compagnía era stato ordinato, a suggestione

della duchessa, che Guglielmo dovesse essere il signore dell'Amore;

ma egli non volle a niun patto acconsentire, e si tenne alieno da

ogni festa e da ogni falò. Molti de' cavalieri francesi e provenzali

altamente si meravigliarono com'egli, tanto vago per addietro di ogni

opera di cortesía e di cavallería, avesse ora così mutata sua natura;

nè sapevano a che cosa recarne la cagione: ma la sapea ben la duchessa,

e i pochi suoi stretti amici; e la indovina senza dubbio alcuno il

lettore.

Guglielmo era certo che la sua donna non sarebbe andata a veruna

festa, prima perchè la sanità di suo padre nol consentiva, e poi anche

perchè messer Geri non la avrebbe condotta, pure essendo sano: sapeva

che la Bice, lieta per una parte di esser vicina a suo padre, vivea

malissimo contenta per l'altra di non dovere nè poter rivedere più

il suo cavaliere, dolentissimo anch'egli di ciò, ma pur fermo nella

fede: tanto che non si era avvicinato più alle case de' Cavalcanti; e

tanto solo, in questo non breve tempo che la Bice era tornata, l'uno

amante aveva saputo dell'altro, quanto ne avevano potuto raccogliere

dai discorsi di frate Marco, il quale però non avrebbe mai risposto

ad una interrogazione diretta su questa materia, per non dare nemmeno

l'ombra di fare il mezzano; ed a fatica si lasciò vincere a' prieghi

ed anche ai pianti di Guglielmo, che trovasse modo di far sapere alla

sua Bice (perchè spesso andava da messer Geri) com'egli nel tempo delle

feste non si mostrerebbe mai a veruna di esse. E di fatto in tutti

que' giorni egli usciva dalla città la mattina per tempo, e andava

visitando tutti i contorni di Firenze, più spesso recandosi a quella

villa de' Cavalcanti, dove sei anni fa avea veduto la prima volta la

Bice; e quivi sentivasi tutto riconfortato: tornava poi a Firenze così

dopo sesta, nè più usciva di casa, dove andava maestro Cecco fino alla

sera, dacchè anche egli, per consiglio del duca, si teneva lontano

dalle feste, acciocchè non potesse nascere occasione da far rivivere lo

sdegno e la persecuzione de' suoi nemici.

Ma i suoi nemici non dormivano. La duchessa era informata punto per

punto di ciò che faceva messer Guglielmo e maestro Cecco. Circa a

messer Guglielmo, ella si era temperata molto; aveva conosciuto quanto

ad ogni onesta donna, ma specialmente ad una sua pari, si disdicesse

il porre amore in altri che nel suo marito; e non solo avea proposto

di abbandonare tale affetto, ma quasi vedea volentieri il matrimonio

del cavaliere con la Bice, come quello che avrebbe in tutto e per tutto

strappatole dal cuore ogni pensiero di ciò; tuttavía l'amore c'era

stato, e non poteva fare che la non spiasse ogni atto del cavaliere,

mossa per avventura, più che dalla gelosía, dalla curiosità innata in

ciascuna donna. Circa al maestro Cecco poi era un'altra cosa; ella

l'odiava a morte, perchè fin da principio si era accorta che aveva

indovinato il suo amore per Guglielmo, e sempre sentiva al cuore la

puntura di quei motti, che il maestro avevale gettato, sotto colore di

riverenza e di cortesía. Senza che, quell'essere egli sempre attorno

al cavaliere, lo prendeva quasi come una provocazione, e quasi un

atto di ribellione, come se lo facesse per dispetto a lei; e però il

suo sdegno se ne accendeva sempre più, d'accordo col cancelliere, di

trovare il momento di perderlo, prima che uscisse da capo dalla città.

E Cecco, senza accorgersene gliene dava materia, così per il continuo

stare attorno a Guglielmo, come dicemmo; e poi per la baldanza che

aveva preso dopo il geloso mandato affidatogli dal duca, e dopo essere

stato richiamato a Firenze con modi e con parole, che chiaramente

dimostravano quanta estimazione avesse il duca di lui, e quanto

caramente lo tenesse presso di sè.

CAPITOLO XXXVIII.

LA SECONDA GUERRA.

Mentre per altro la città di Firenze impazziva tra le feste, il duca

e i suoi maestri di guerra studiavano come poter dare un fiero colpo

a Castruccio, prima che il Bavaro si fosse avvicinato alle parti di

Toscana; ma innanzi di assaltarlo risolutamente ed alla scoperta,

fu pensato, se per maestría di guerra gli si fosse potuto guadagnare

qualche fortezza, e dopo maturo consiglio fu dato il carico di tutta

l'impresa al conte Beltramo.

L'oste del duca e dei fiorentini si componeva di ottomila pedoni;

poi della gente del duca vi erano mille trecento a cavallo, e de'

fiorentini vi furono cento de' principali cittadini tra nobili e

popolani con due, e molti con tre compagni ciascuno, tutti a cavallo;

e di tutta la gente a cavallo fu fatto guidatore Guglielmo, il quale

avealo chiesto da sè al duca, ed ottenutolo con molta soddisfazione

di ambedue. I pedoni si rassegnarono tutti nell'isola dietro a S.

Croce, e i cavalieri sulla piazza dinanzi alla chiesa, alla presenza

del legato del papa, che dette loro la benedizione; e avute le insegne

dalle proprie mani del duca, si mossero, e andarono a posarsi a

campo a piè di Signa, dove stettero fermi tre giorni. Niuno poteva

indovinare dove l'oste si avesse a andare, e i fiorentini massimamente

si maravigliavano dell'indugio; ma il conte lo fece ad accorto disegno,

acciocchè Castruccio non si guardasse, là dove l'oste si dovesse porre,

o a Pistoja o sul contado di Lucca, e acciocchè gli convenisse partir

la sua gente in due battaglie. E Castruccio di fatto rimase colto

all'inganno: egli stette un pezzo in dubbio qual cammino dovessero

prendere i nemici; e non parendogli in numero tale che dovessero

tentare l'impresa di Lucca o di Pistoja, dubitò di Carmignano; e benchè

egli tenesse tutte le sue castella molto bene munite, nondimeno in

questo caso gli parve di aggiungere dugento cavalieri a quel castello,

i quali tolse dal presidio di Santa Maria a Monte, giudicando che

quegli che rimanevano fossero sufficienti per ogni caso, essendo

quel castello molto forte; nè dubitando di perderlo per mancanza di

vettovaglie, perchè lo aveva di fresco fornito per tre mesi.

Vedendo pertanto il conte Beltramo che tutto andava secondo il disegno

fatto insieme col duca, a capo di tre giorni che era stato fermo a

Signa, si mosse la notte tacitamente con tutta l'oste, non volendo che

si levassero le tende insino alla mattina a terza, affinchè le spie

di Castruccio non si potessero accorgere della partita; e facendo la

via di Montelupo, il giorno appresso, innanzi l'ora di nona, passarono

la Guisciana al passo detto del Rossajuolo, per un ponte che egli vi

aveva fatto gettare la notte medesima poco innanzi l'alba; e giunto a

S. Maria a Monte, dov'erano arrivati prima quattrocento cavalieri di

quelli che stavano in Valdarno, subito fece alloggiare il suo campo ne'

luoghi opportuni; nel quale concorrendo, secondo che prima era stato

deliberato, trecento cinquanta cavalieri che aveva mandato il comune di

Bologna, il legato del papa ed altre amistà sotto la condotta di messer

Vergiù di Landa, il dì seguente si trovò l'oste essere cresciuta infino

a dodicimila fanti e due mila cinquecento cavalli; nè più si indugiò a

metter mano all'impresa contro il castello.

Questo castello di Santa Maria a Monte è nel Valdarno di sotto, ed è

posto su uno degli sproni che si avvicinano verso l'Arno, alle estreme

colline occidentali del piccolo gruppo detto le Corbaje, tra il lago di

Bientina e il canale della Guisciana.

Esso è molto antico, e si trova ricordato fino dall'anno 768. Per

molto tempo fu sotto la giurisdizione quasi feudale del vescovo di

Lucca, al quale lo tolsero i Ghibellini, reduci da Monteaperti nel

1261: poi tornò sotto il governo guelfo di Firenze; ma per tradimento

de' maggiori della terra si diede alla signoría di Castruccio, che lo

afforzò molto più che non era prima, benchè già fosse fortissimo; per

forma che, al dire anche del Villani, era il più forte castello di

Toscana, con tre cerchi di mura, e con ròcca munitissima.

Questo però non ispaventò il conte, che si apparecchiò tosto ad

espugnarlo; ma prima di dar l'assalto, fece intendere a que' di dentro,

che era contento di dar loro tre giorni di tempo per consultare se si

avevano a arrendere, affinchè conoscessero che il duca e i fiorentini

movevano le armi per la salute e non per la distruzione dei popoli; ma

che se, passato quel termine, essi volevano far piuttosto esperienza

della forza che della clemenza, egli protestava loro che non si sarebbe

usata niuna pietà: ma che sarebbero trattati come crudelissimi nemici,

e posti tutti quanti al taglio della spada. I terrazzani per altro,

giunto il termine, mandarono a dire, che difenderebbero la terra,

finchè avessero spirito, per Castruccio loro signore, e facessero

essi quel che tornava lor comodo, perchè per viltà e per paura non

commetterebbero mai cosa indegna di allievi di sì gran capitano.

Allora il conte comandò senz'altro che si desse l'assalto con quella

maggior ferocia che fosse possibile, incorando così i suoi soldati:.

«È tempo oramai che si ponga un freno all'orgoglio e alla baldanza

di Castruccio, e liberare parte guelfa e santa chiesa dalle minaccie

dello scomunicato Lodovico di Baviera. Nol sapete, compagni miei, che

il re Roberto nostro signore ha mandato un'armata di settanta galee

in Sicilia contro Federigo d'Aragona, perchè questo re posticcio ha

favorito la venuta di quel falso imperatore? Il principe della Marca,

tuttochè non sia entrato in Roma, non ha egli guasto tutto il contado

di Orvieto e prese molte terre? La città di Rieti non è già in guardia

del duca d'Atene? Anche noi dunque facciamo alcuna lodata impresa per

rintuzzare l'orgoglio di Castruccio, braccio potente di questo tedesco,

ed ormai non più comportabile per i favori immoderati della fortuna.

Egli si gloria di averci vinti, ingannati e derisi; e, solo a pensarlo

arrossisco! ha avuto la tracotanza di dire che vuol tornare trionfante

in Lucca col duca di Calabria innanzi prigione, e che vuol menarlo

col torchio in mano a offerire a S. Martino, come fece di messer

Ramondo da Cardona. Egli, che cercò invano un ricapito, mendicando

per tutta la cristianità; egli vil provvigionato di Uguccione della

Faggiuola; egli che dalla prigione uscì, non si sa come, condottiero

di eserciti: egli ardisce sperare di menar legato dinanzi il suo carro

il figliuolo del re Roberto, e tutta la nobiltà del reame, ed il fiore

della cittadinanza fiorentina! E noi comporteremo cotanto vituperosa

tracotanza? Io, in quanto a me, ho preso partito, o di morire intorno

a queste mura, o che stasera abbiamo ad alloggiar tutti dentro a

questa terra. Se ciascuno è del mio pensiero, io non dubito punto

della vittoria, perchè agli uomini risoluti tutte le cose sono piane

ed agevoli. Ma nel volto di tutti voi già veggo dipinto lo sdegno, il

furore, e la insofferenza d'ogni indugio; e come lo stare a cavallo a

noi altri cavalieri oggi non ci è per giovare in maniera alcuna, perchè

non abbiamo a temere che quegli di dentro vengano ad assalire il campo,

essendo io il primo a smontar da cavallo, mostrerò quel che debba fare

ciascuno di voi».

Cecco d'Ascoli: racconto storico del secolo XIV · 第 16 / 26 段