quantità di denaro (chi disse diecimila fiorini d'oro), e sarebbe
suo vicario colà, che veniva a dire quasi assoluto signore dei suoi
cittadini. Da che si movesse messer Guerruccio, e la sua famiglia,
a far congiura contro Castruccio, che per volontà e per maneggio di
loro era stato fatto signore di Lucca, non è ben chiarito: forse fu il
vedere che Castruccio era riuscito troppo diverso da quel che avevano
pensato, e il non poter sostenere gli aspri modi di lui; e chi dice,
messer Guerruccio si pensasse di acquistare gloria appresso i posteri,
se per opera sua si restituiva la libertà alla patria; ma quello che fu
più facilmente creduto, ei si lasciò abbagliare dalle larghe profferte
del duca, e dall'ambizione di essere quasi principe della sua città.
Posti e bene dichiarati questi patti, maestro Cecco cavalcò senza
indugio a Firenze, e fu ben tosto alla presenza del duca, il quale
confermò tutte le condizioni poste, ne lo lodò, ne lo premiò altamente,
disponendosi a colorire tal disegno. Ma la cosa per altro non procedeva
con quell'ardore e con quella prontezza che avrebbe dovuto, per avere
certa riuscita, come non pareva da dubitare; il perchè, veggendo che,
passa una settimana e passane due, la gente del duca non usciva sopra
Pistoja, uno dei Quartigiani, preso dalla paura, scoprì la congiura a
Castruccio; ed egli, che non era in siffatti casi avvezzo a smarrirsi,
comandato che si serrassero le porte della città, montò con tutte le
sue masnade subitamente a cavallo, e fatti prigioni ventidue della
casa dei Quartigiani, e fra essi Guerruccio, nelle cui case furono
trovate le bandiere della chiesa e del duca celatamente venute da
Firenze; senza mettere tempo in mezzo, nel giorno stesso, avendo prima
fatto trascinare quelle insegne per terra, il detto Guerruccio, con
tre suoi figliuoli e con le stesse bandiere a ritroso, fece impiccare,
ed una parte comandò che fossero propagginati[30]: tutto il resto
della casa, nella quale si dice che fossero più di cento uomini atti a
portare le armi, che non potette avere nelle mani, bandì e giudicò per
traditori e ribelli. Feroce, ma meritata giustizia, della quale non
si turbarono molto i lucchesi, ricordandosi che la medesima famiglia
dei Quartigiani, guelfa di origine, come già dissi, aveva tradito anni
addietro gli amici e partigiani suoi, dando la signoría di Lucca a
Castruccio.
E così vada pure chiunque, o sotto un colore o sotto un altro, vien
meno alla fede e alla lealtà.
Se il duca fu dolente di questo non è da domandare; e ne aveva spesso
dolorose parole con maestro Cecco, il quale per altro sempre avealo
confortato a tor via ogni indugio, ricordandogli che il buon esito
delle imprese sta le più volte nella prontezza e nella audacia.
CAPITOLO XXXVII.
LE FESTE DI S. GIOVANNI.
Veggendo intanto Castruccio che i nemici suoi non dormivano, e tenevano
ogni giorno diverse vie da levarselo dinanzi, si diede con ogni
sollecitudine a procacciare la venuta del Bavaro, sperando col suo
mezzo di potere in poco spazio di tempo metter il giogo ai Fiorentini
e ai Pisani; ai Fiorentini come a naturali nemici suoi, ai Pisani,
un poco perchè gli teneva mal fidi, un altro poco per il desiderio di
signoreggiare, e finalmente perchè non si mostravano troppo favorevoli
alla venuta di esso Bavaro. Anche il duca Carlo si apparecchiava
potentemente a combatter Castruccio; ma faceva ogni cosa più
celatamente che poteva: e per meglio coprire i disegni suoi, cessato
il gonfalonierato di Lapo de' Buonaccorsi, nominò gonfaloniere per i
due mesi dal 15 giugno al 15 agosto Bernardo di Lapo Ardinghelli, tutto
cosa sua; e volle che si facessero le feste di San Giovanni magnifiche
quanto mai fossero fatte per innanzi, della qual cosa tutti i cavalieri
provenzali e francesi furono lietissimi, avendo udito tanto celebrare
queste feste fiorentine, e desiderando ardentemente di vederle. E
come i cavalieri ne furono lieti, così spero non sia per riuscire mal
gradito al lettore il dar qui breve ragguaglio di ciò che si fece,
specialmente quest'anno, e si faceva per antico quasi sempre in tali
feste, che poi scaderono molto, e che si sono cessate di celebrare in
questi ultimi anni.
Molti giorni innanzi il potestà di Firenze fece bandire e notificare la
festa del Santo ai nobili del contado, siccome ad ogni altra persona,
che dovesse offerir ceri, paliotti o altra cosa. Quando mancavano
otto giorni comandò altresì a' consoli di Calimala ed agli operai
di S. Giovanni che eleggessero sei Buonomini della medesima arte,
che la mattina della festività stessero in S. Giovanni a ricevere
tali offerte, dove significò che avrebbe mandato alcuni suoi fanti,
acciocchè non si facesse alcuna insolenza, o, come allor dicevasi,
niuno soperchio.
La piazza di S. Giovanni si coperse tutta di tele azzurre, piene di
gigli grandi, fatti di tela gialla cucitivi sopra, e nel mezzo vi si
posero in alcuni tondi, parimente di tela, e grandi dieci braccia,
l'arme del popolo e del comune di Firenze, quella dei capitani di parte
guelfa, quella della casa d'Angiò e quella del re Roberto.
Intorno intorno negli estremi di detto cielo, che pigliava tutta
la piazza, pendevano drappelloni dipinti di varie imprese, di armi
di magistrati, delle arti, e molti marzocchi; chè il marzocco era
l'insegna della città, ed è quel leone che regge uno scudo col giglio,
come si vede tuttora dinanzi al palazzo della signoría, là presso alla
fontana dell'Ammannato. Tali tende furono armate con mirabile congegno
di assi e di funi, per modo che il Vasari, il quale ne parla nella vita
del Cecca ingegnere, le ricorda con parole di vera maraviglia.
Oltre di queste tende, che si misero sulla piazza di S. Giovanni, si
coprirono ancora le vie di Calimala, oggi Calimara e Calimaruzza. Il
giorno della viglia, la mattina di buon'ora, tutte le arti fecero la
mostra fuori delle loro botteghe, di tutte le ricche cose, ornamenti
e gioje; e fu cosa tanto mirabile che uno storico contemporaneo, dal
quale traggo queste notizie[31], esclama qui enfaticamente: «Quanti
drappi d'oro e di seta si mostrano, che adornerebbero dieci reami!
quante cose d'oro e d'ariento, e capoletti e tavole dipinte e intagli
mirabili, e cose che si appartengono ai fatti d'arme, che sarebbe lungo
a contare per ordine!»
Poi in sull'ora di terza si fece per la città una solenne processione
di tutti i chierici, preti, monaci e frati, che furono in gran numero
di regole, con tante reliquie di santi, che fu gran divozione, oltre
alla maravigliosa ricchezza de' loro ornamenti, con nobilissimi
paramenti d'oro e di seta, e di figure ricamati; e poi molte compagníe
di uomini secolari, che andavano ciascuno innanzi alla regola dove
tali compagníe si radunavano, con abito d'angioli, e suoni e strumenti
d'ogni ragione, e canti soavissimi, facendo bellissime rappresentazioni
di que' santi e di quelle reliquie a cui onore lo facevano.
Là sull'ora di vespro le arti si ragunarono, ciascuna sotto il suo
gonfalone, che erano sedici, l'un gonfalone dopo l'altro, e sotto
ciascun gonfalone tutti i suoi cittadini a due a due, andando innanzi i
più degni, e così fino a' garzoni, tutti riccamente vestiti, a offrire
alla chiesa di San Giovanni una candela di libbra per uno; e la maggior
parte di essi gonfaloni avevano dinanzi a sè uomini con giuochi di
onesti sollazzi, e belle rappresentazioni. Le vie per dove passavano
erano tutte adorne, alle mura e su' muriccioli, di capoletti, di
spalliere e di pancali di fino zendado, e per tutto era pieno di donne
giovani e fanciulle vestite di seta, e ornate di gioje e di perle.
Finita l'offerta, ciascun cittadino si tornò a casa a dar ordine per la
mattina seguente.
Chi fu la mattina di S. Giovanni sulla piazza dei Signori, gli pareva
di vedere, dice uno storico contemporaneo, una cosa trionfale,
magnifica e meravigliosa; e il duca, che vi fu con tutta la sua
corte, su alle finestre del palazzo della signoría, e tutti que'
cavalieri provenzali, non facevano altro che dire di tanta ricchezza e
magnificenza.
Intorno alla piazza erano infinito numero di torri che parevano d'oro,
portate quali con carri, e quali con portatori, che si chiamavano i
ceri, fatti di legname, di carta e di cera, con oro e con colori, e
con figure rilevate, vuoti dentro, per forma che vi stavano uomini che
facevano volgere continuamente tali figure, le quali rappresentavano
imprese d'armi e d'amore, animali, uccelli, diverse sorte di alberi,
e tutto ciò che diletta il vedere ed il cuore. Dinanzi al palagio poi
vi erano molti palj con le loro aste appiccate in anelli di ferro,
ed erano delle varie città e castella che davano tributo al comune,
ed erano ad esso raccomandate; i quali palj erano di velluto doppj,
federati quali di vajo, quali di drappi di seta, o d'altri drappi.
I palj erano i tributi delle terre acquistate dai fiorentini, e de'
loro raccomandati, e i ceri erano censi delle più antiche terre de'
fiorentini medesimi, e gli uni e gli altri poi si andavano a offerire
per ordine di dignità a S. Giovanni nel tempo medesimo che si facevano
le altre offerte: la prima delle quali fu quella de' capitani di parte
guelfa, con tutti i cavalieri, i signori, ambasciatori e cavalieri
forestieri; e andarono con loro gran numero de' più onorevoli cittadini
di Firenze, col gonfalone della parte guelfa innanzi, portato da uno
de' loro donzelli, vestito di sopravvesta di drappo, che montava un
palafreno covertato sino in terra di drappo bianco, col segno della
parte guelfa. La seconda offerta furono i detti palj, portati ciascuno
da un uomo a cavallo, e l'uomo e il cavallo erano covertati di seta; e
dopo i palj si offerirono i ceri, i quali poi il giorno dopo solevano
appiccarsi intorno alla chiesa, dalla parte di dentro, dove stavano
fino all'anno appresso, al qual termine si spiccavano i vecchi e
se ne faceva paramenti e paliotti da altari, e parte si vendevano
all'incanto.
Dopo altre offerte di ceri, più grandi e più piccoli, andarono a
offerire i signori della zecca, con un magnifico cero portato da un
ricco carro, adorno e tirato da un par di buoi covertati col segno
ed arme della zecca: e que' signori erano accompagnati da circa
quattrocento venerabili uomini, tutti della matricola dell'arte di
Calimala e dei cambiatori, ciascuno con piccoli torchi di cera in mano.
Per ultimo andarono a offerire i signori priori e i loro collegi, con
i loro ufficiali, podestà, capitano ed esecutore, con tanto ornamento
e tanti famigliari, e pifferi e trombe, che pareva risonarne tutta
Firenze. Tornati che furono i signori, andarono a offerire tutti i
corsieri (ora barberi) che erano venuti per correre il palio, e dopo
loro tutti i Fiamminghi e Brabanzoni che erano in Firenze, tessitori
di panni di lana; ed in fine si offerirono dodici prigioni, i quali si
scarcerarono a onore di San Giovanni, secondo un'antica costumanza.
Fatte queste cose, ciascuno tornò a casa a desinare, e quel dì per
tutta la città, per dire come dice lo storico altre volte citato,
«si fece nozze e gran conviti, con tanti suoni, canti, balli, feste e
letizia e ornamento, che parve che questa terra fosse il paradiso».
La sera in sul vespro si corse il palio, in quel modo medesimo che è
durato fino agli ultimi tempi.
Si fece poi uno spettacolo nuovo. Il duca, per gratificarsi il
popolo minuto, e addormentarlo sempre più, immaginò di creare alcune
compagníe di popolani minuti, dando loro il nome di potenze, le
quali, vestite ciascuna della medesima assisa, andarono per la città
dilettandosi in armeggiamenti, in feste e in altre gare, che diedero
luogo a qualche zuffa, ma che poi finirono in un solenne convito.
Ciascuna di queste potenze ebbe un'insegna e un capo, che chiamavano
col nome d'imperatore, di monarca, di re, di duca, e simili titoli
d'onore. L'imperatore del Prato, per esempio, ebbe un'aquila con l'ali
spiegate: il gran monarca della città rossa un campo bianco entrovi una
cittadella di color rosso; e tuttora si vede uno stemma di questa città
rossa in una lastra piccola di marmo sulla cantonata di S. Ambrogio:
il gran signore de' Tintori una caldaja con fuoco sotto acceso; e così
gli altri, che lungo sarebbe a tutti noverargli[32]. In quell'anno
per altro volle il duca che si rinnovellasse altresì una bella festa,
simile a quella che fu fatta nel 1283, quando, secondo che racconta
anche il Villani, essendo la città in buono stato, si fece la nobile
e ricca compagnía, della quale furono capo i Rossi d'oltrarno; salvo
che questa volta se ne fecero capo i più segnalati tra' cavalieri
francesi e provenzali, formando una magnifica brigata, nella quale si
accolsero, per volontà del duca, anche molti popolani grassi, e tutti
erano vestiti di robe bianche con un signore detto dell'Amore; e non
intendeva ad altro che a giuochi, a sollazzi, a balli di donne e di
cavalieri, andando per la città con trombe e con molti strumenti,
stando in gioja ed in allegrezza a conviti di desinari e di cene, a
modo di corte bandita; la quale durò bene otto giorni, e ci vennero
di diversi paesi molti uomini di corte, e giocolatori, e tutti furono
ricevuti e trattenuti onorevolmente.
Tra tutti i cavalieri della compagnía era stato ordinato, a suggestione
della duchessa, che Guglielmo dovesse essere il signore dell'Amore;
ma egli non volle a niun patto acconsentire, e si tenne alieno da
ogni festa e da ogni falò. Molti de' cavalieri francesi e provenzali
altamente si meravigliarono com'egli, tanto vago per addietro di ogni
opera di cortesía e di cavallería, avesse ora così mutata sua natura;
nè sapevano a che cosa recarne la cagione: ma la sapea ben la duchessa,
e i pochi suoi stretti amici; e la indovina senza dubbio alcuno il
lettore.
Guglielmo era certo che la sua donna non sarebbe andata a veruna
festa, prima perchè la sanità di suo padre nol consentiva, e poi anche
perchè messer Geri non la avrebbe condotta, pure essendo sano: sapeva
che la Bice, lieta per una parte di esser vicina a suo padre, vivea
malissimo contenta per l'altra di non dovere nè poter rivedere più
il suo cavaliere, dolentissimo anch'egli di ciò, ma pur fermo nella
fede: tanto che non si era avvicinato più alle case de' Cavalcanti; e
tanto solo, in questo non breve tempo che la Bice era tornata, l'uno
amante aveva saputo dell'altro, quanto ne avevano potuto raccogliere
dai discorsi di frate Marco, il quale però non avrebbe mai risposto
ad una interrogazione diretta su questa materia, per non dare nemmeno
l'ombra di fare il mezzano; ed a fatica si lasciò vincere a' prieghi
ed anche ai pianti di Guglielmo, che trovasse modo di far sapere alla
sua Bice (perchè spesso andava da messer Geri) com'egli nel tempo delle
feste non si mostrerebbe mai a veruna di esse. E di fatto in tutti
que' giorni egli usciva dalla città la mattina per tempo, e andava
visitando tutti i contorni di Firenze, più spesso recandosi a quella
villa de' Cavalcanti, dove sei anni fa avea veduto la prima volta la
Bice; e quivi sentivasi tutto riconfortato: tornava poi a Firenze così
dopo sesta, nè più usciva di casa, dove andava maestro Cecco fino alla
sera, dacchè anche egli, per consiglio del duca, si teneva lontano
dalle feste, acciocchè non potesse nascere occasione da far rivivere lo
sdegno e la persecuzione de' suoi nemici.
Ma i suoi nemici non dormivano. La duchessa era informata punto per
punto di ciò che faceva messer Guglielmo e maestro Cecco. Circa a
messer Guglielmo, ella si era temperata molto; aveva conosciuto quanto
ad ogni onesta donna, ma specialmente ad una sua pari, si disdicesse
il porre amore in altri che nel suo marito; e non solo avea proposto
di abbandonare tale affetto, ma quasi vedea volentieri il matrimonio
del cavaliere con la Bice, come quello che avrebbe in tutto e per tutto
strappatole dal cuore ogni pensiero di ciò; tuttavía l'amore c'era
stato, e non poteva fare che la non spiasse ogni atto del cavaliere,
mossa per avventura, più che dalla gelosía, dalla curiosità innata in
ciascuna donna. Circa al maestro Cecco poi era un'altra cosa; ella
l'odiava a morte, perchè fin da principio si era accorta che aveva
indovinato il suo amore per Guglielmo, e sempre sentiva al cuore la
puntura di quei motti, che il maestro avevale gettato, sotto colore di
riverenza e di cortesía. Senza che, quell'essere egli sempre attorno
al cavaliere, lo prendeva quasi come una provocazione, e quasi un
atto di ribellione, come se lo facesse per dispetto a lei; e però il
suo sdegno se ne accendeva sempre più, d'accordo col cancelliere, di
trovare il momento di perderlo, prima che uscisse da capo dalla città.
E Cecco, senza accorgersene gliene dava materia, così per il continuo
stare attorno a Guglielmo, come dicemmo; e poi per la baldanza che
aveva preso dopo il geloso mandato affidatogli dal duca, e dopo essere
stato richiamato a Firenze con modi e con parole, che chiaramente
dimostravano quanta estimazione avesse il duca di lui, e quanto
caramente lo tenesse presso di sè.
CAPITOLO XXXVIII.
LA SECONDA GUERRA.
Mentre per altro la città di Firenze impazziva tra le feste, il duca
e i suoi maestri di guerra studiavano come poter dare un fiero colpo
a Castruccio, prima che il Bavaro si fosse avvicinato alle parti di
Toscana; ma innanzi di assaltarlo risolutamente ed alla scoperta,
fu pensato, se per maestría di guerra gli si fosse potuto guadagnare
qualche fortezza, e dopo maturo consiglio fu dato il carico di tutta
l'impresa al conte Beltramo.
L'oste del duca e dei fiorentini si componeva di ottomila pedoni;
poi della gente del duca vi erano mille trecento a cavallo, e de'
fiorentini vi furono cento de' principali cittadini tra nobili e
popolani con due, e molti con tre compagni ciascuno, tutti a cavallo;
e di tutta la gente a cavallo fu fatto guidatore Guglielmo, il quale
avealo chiesto da sè al duca, ed ottenutolo con molta soddisfazione
di ambedue. I pedoni si rassegnarono tutti nell'isola dietro a S.
Croce, e i cavalieri sulla piazza dinanzi alla chiesa, alla presenza
del legato del papa, che dette loro la benedizione; e avute le insegne
dalle proprie mani del duca, si mossero, e andarono a posarsi a
campo a piè di Signa, dove stettero fermi tre giorni. Niuno poteva
indovinare dove l'oste si avesse a andare, e i fiorentini massimamente
si maravigliavano dell'indugio; ma il conte lo fece ad accorto disegno,
acciocchè Castruccio non si guardasse, là dove l'oste si dovesse porre,
o a Pistoja o sul contado di Lucca, e acciocchè gli convenisse partir
la sua gente in due battaglie. E Castruccio di fatto rimase colto
all'inganno: egli stette un pezzo in dubbio qual cammino dovessero
prendere i nemici; e non parendogli in numero tale che dovessero
tentare l'impresa di Lucca o di Pistoja, dubitò di Carmignano; e benchè
egli tenesse tutte le sue castella molto bene munite, nondimeno in
questo caso gli parve di aggiungere dugento cavalieri a quel castello,
i quali tolse dal presidio di Santa Maria a Monte, giudicando che
quegli che rimanevano fossero sufficienti per ogni caso, essendo
quel castello molto forte; nè dubitando di perderlo per mancanza di
vettovaglie, perchè lo aveva di fresco fornito per tre mesi.
Vedendo pertanto il conte Beltramo che tutto andava secondo il disegno
fatto insieme col duca, a capo di tre giorni che era stato fermo a
Signa, si mosse la notte tacitamente con tutta l'oste, non volendo che
si levassero le tende insino alla mattina a terza, affinchè le spie
di Castruccio non si potessero accorgere della partita; e facendo la
via di Montelupo, il giorno appresso, innanzi l'ora di nona, passarono
la Guisciana al passo detto del Rossajuolo, per un ponte che egli vi
aveva fatto gettare la notte medesima poco innanzi l'alba; e giunto a
S. Maria a Monte, dov'erano arrivati prima quattrocento cavalieri di
quelli che stavano in Valdarno, subito fece alloggiare il suo campo ne'
luoghi opportuni; nel quale concorrendo, secondo che prima era stato
deliberato, trecento cinquanta cavalieri che aveva mandato il comune di
Bologna, il legato del papa ed altre amistà sotto la condotta di messer
Vergiù di Landa, il dì seguente si trovò l'oste essere cresciuta infino
a dodicimila fanti e due mila cinquecento cavalli; nè più si indugiò a
metter mano all'impresa contro il castello.
Questo castello di Santa Maria a Monte è nel Valdarno di sotto, ed è
posto su uno degli sproni che si avvicinano verso l'Arno, alle estreme
colline occidentali del piccolo gruppo detto le Corbaje, tra il lago di
Bientina e il canale della Guisciana.
Esso è molto antico, e si trova ricordato fino dall'anno 768. Per
molto tempo fu sotto la giurisdizione quasi feudale del vescovo di
Lucca, al quale lo tolsero i Ghibellini, reduci da Monteaperti nel
1261: poi tornò sotto il governo guelfo di Firenze; ma per tradimento
de' maggiori della terra si diede alla signoría di Castruccio, che lo
afforzò molto più che non era prima, benchè già fosse fortissimo; per
forma che, al dire anche del Villani, era il più forte castello di
Toscana, con tre cerchi di mura, e con ròcca munitissima.
Questo però non ispaventò il conte, che si apparecchiò tosto ad
espugnarlo; ma prima di dar l'assalto, fece intendere a que' di dentro,
che era contento di dar loro tre giorni di tempo per consultare se si
avevano a arrendere, affinchè conoscessero che il duca e i fiorentini
movevano le armi per la salute e non per la distruzione dei popoli; ma
che se, passato quel termine, essi volevano far piuttosto esperienza
della forza che della clemenza, egli protestava loro che non si sarebbe
usata niuna pietà: ma che sarebbero trattati come crudelissimi nemici,
e posti tutti quanti al taglio della spada. I terrazzani per altro,
giunto il termine, mandarono a dire, che difenderebbero la terra,
finchè avessero spirito, per Castruccio loro signore, e facessero
essi quel che tornava lor comodo, perchè per viltà e per paura non
commetterebbero mai cosa indegna di allievi di sì gran capitano.
Allora il conte comandò senz'altro che si desse l'assalto con quella
maggior ferocia che fosse possibile, incorando così i suoi soldati:.
«È tempo oramai che si ponga un freno all'orgoglio e alla baldanza
di Castruccio, e liberare parte guelfa e santa chiesa dalle minaccie
dello scomunicato Lodovico di Baviera. Nol sapete, compagni miei, che
il re Roberto nostro signore ha mandato un'armata di settanta galee
in Sicilia contro Federigo d'Aragona, perchè questo re posticcio ha
favorito la venuta di quel falso imperatore? Il principe della Marca,
tuttochè non sia entrato in Roma, non ha egli guasto tutto il contado
di Orvieto e prese molte terre? La città di Rieti non è già in guardia
del duca d'Atene? Anche noi dunque facciamo alcuna lodata impresa per
rintuzzare l'orgoglio di Castruccio, braccio potente di questo tedesco,
ed ormai non più comportabile per i favori immoderati della fortuna.
Egli si gloria di averci vinti, ingannati e derisi; e, solo a pensarlo
arrossisco! ha avuto la tracotanza di dire che vuol tornare trionfante
in Lucca col duca di Calabria innanzi prigione, e che vuol menarlo
col torchio in mano a offerire a S. Martino, come fece di messer
Ramondo da Cardona. Egli, che cercò invano un ricapito, mendicando
per tutta la cristianità; egli vil provvigionato di Uguccione della
Faggiuola; egli che dalla prigione uscì, non si sa come, condottiero
di eserciti: egli ardisce sperare di menar legato dinanzi il suo carro
il figliuolo del re Roberto, e tutta la nobiltà del reame, ed il fiore
della cittadinanza fiorentina! E noi comporteremo cotanto vituperosa
tracotanza? Io, in quanto a me, ho preso partito, o di morire intorno
a queste mura, o che stasera abbiamo ad alloggiar tutti dentro a
questa terra. Se ciascuno è del mio pensiero, io non dubito punto
della vittoria, perchè agli uomini risoluti tutte le cose sono piane
ed agevoli. Ma nel volto di tutti voi già veggo dipinto lo sdegno, il
furore, e la insofferenza d'ogni indugio; e come lo stare a cavallo a
noi altri cavalieri oggi non ci è per giovare in maniera alcuna, perchè
non abbiamo a temere che quegli di dentro vengano ad assalire il campo,
essendo io il primo a smontar da cavallo, mostrerò quel che debba fare
ciascuno di voi».