sii buona figliuola ed obbediente; e Dio ti conceda di essere presto
felice, e di essere degna moglie del prode e gentil cavaliere che vidi
qui. Io sono sacrata a Dio; egli è il mio sposo, e lui adoro con tutto
il mio cuore. Tu ricordati spesso di questa povera donna, che rimane
qui alla vita, per essa dolce oramai, di penitenza; che sempre a te
ripenserà con affetto caldissimo: e questo priego che ora ti fo non ti
dispiaccia appagare quando sarà il tempo. Tu sarai tra non molto, il
cuore mel presagisce, sposa al tuo cavaliere. Fate allora, figliuoli
miei — e così dicendo le lacrime le piovevano abbondantissime dagli
occhi — fate che io vi rivegga uniti col sacro vincolo del matrimonio,
e sempre più amanti l'uno dell'altro: e dopo ciò morrò volentieri.
La Bice non piangeva meno della badessa; nè i due sacerdoti stavano ad
occhi asciutti. Ella, non solo promise alla badessa che sarebbero da
lei come prima fossero sposati; ma aggiunse che la gioja del rivederla,
e del darle tal consolazione sarebbe di poco minore alla gioja
dell'essere moglie a Guglielmo; poi, datesi tutte a mettere in assetto
le robe per la partenza, e rinnovellati tre o quattro volte gli addii
più amorosi, le lacrime, gli abbracciamenti ed i baci, mossero tutti
verso Firenze. La buona suora dal più alto luogo del monastero gli
seguitò con l'occhio fin che potè; ed appena gli ebbe perduti di vista
si gettò spossatamente sopra una sedia che erale appresso, e levati gli
occhi al cielo, fece questa preghiera:
«Signore Dio mio, concedi a me la tua grazia, acciocchè quello solo
mi piaccia che piace a te, e la tua volontà sia la mia. Sopra tutte le
cose dammi che io mi riposi in te, e che il mio cuore diventi pacifico
in te. Se tu non soccorri, Signore Dio mio, la, presente desolazione mi
vince; non fare che il diavolo vinca la battaglia sopra di me».
E postasi in ginocchio dinanzi alla sedia col capo tra le palme, e dato
ampio sfogo al dolore, a breve andare si sentì un poco riconfortata,
e si ricondusse come potè meglio alla cella, dove, raccoltasi tutta in
Dio, non andò molto tempo che si rassegnò al volere di lui.
CAPITOLO XXXIII.
TORNA A FIRENZE.
La Bice intanto con la sua compagnía cavalcavano di buon passo verso
Firenze, avendo lasciato sere Gianni alla sua prioría. Secondo che si
avvicinavano alla città il cuore della fanciulla batteva più forte;
e come se ne cominciarono a scorgere le torri, sentì così balzarselo
in petto, che a fatica ripigliava fiato. Avrebbe voluto aver l'ali
per tosto consolare il suo diletto padre, e pensava altresì che prima
di arrivare alle case de' Cavalcanti le potesse venir veduto il suo
Guglielmo; e così, tra l'un pensiero e l'altro, arrivarono a porta San
Gallo assai innanzi vespro. Qui fu creduto opportuno da frate Marco
l'andare egli prima da messer Geri per prepararlo un poco, dacchè con
quella salute mal ferma un subito eccesso di gioja avrebbe potuto anche
ucciderlo; e confortata la Bice, il fante e la cameriera a cavalcar
lentamente, egli di buon trotto si avviò innanzi, e fu tosto da messer
Geri, il quale, appena lo vide, corsegli, come poteva, incontro. Nulla
gli disse, ma facevasi tutto ansioso verso la porta, cercando cogli
occhi se vi fosse la sua Bice; ed il frate che se ne accorse:
— Messere, la Bice vostra sarà qui tra non molto.
— L'amore di figliuola pareva dover essere più pronto e desioso che
l'amicizia — disse Geri con accento di un qualche dispiacere.
— Sarebbe stato molto e molto più pronto, rispose il frate, se non si
fosse lasciato frenare, per non mettere un sì caro capo come il vostro
alla prova spesso perigliosa di una subita gioja. Ma — continuò egli,
vedendo che il vecchio oramai era preparato, e facendo ragione che la
Bice dovesse già esser giunta — tosto sarete consolato.
Ed uscito della stanza, non fu prima in capo alla scala che la Bice la
saliva tutta ansiosa: e dacchè il vecchio indovinava che ella dovesse
esser vicina, si fece anch'egli verso l'uscio, e prima ch'e' non si
aspettava, si trovò innanzi la sua dolce figliuola che gli si avventò
al collo, e stettero per buon pezzo abbracciati, senza poter far una
parola, e solo versando dagli occhi tenerissimo pianto.
Prima a rompere il silenzio fu la Bice:
— Mio caro babbo, mi hai perdonato davvero?
E poi, fissandogli gli occhi sul volto:
— La tua sanità ne è peggiorata; e tutto per colpa mia! — aggiunse,
abbracciandolo da capo; e posandogli il capo sul petto.
— Ma ora che tu se' tornata; ora anche la sanità e la consolazione mi
rallegreranno questo avanzo di vita.
— Oh! babbo mio dolce, io non ti lascerò un momento; compenserò il
dolore che per me hai avuto sin qui col volerti bene a mille doppj. Tu
se' stato tanto buono per me....
La Bice voleva in qualche modo far entrare nei loro ragionamenti l'amor
suo per Guglielmo; ma non le bastava l'animo di trovare il verso, ed
ogni tanto volgeva l'occhio a frate Marco, cercando di fargli intendere
questo suo desiderio; e accennando, come poteva, che le venisse in
ajuto. Il frate intese alla fine, e come prendendo commiato disse:
— Messer Geri, non voglio che la presente gioja e consolazione vostra
sia più lungamente frastornata dalla mia presenza; vi lascio pertanto;
e vi accerto che non è minor della vostra la consolazione mia, pensando
che in qualche modo ci ho avuto parte anch'io. Voi, messer Geri,
attendete ora alla sanità vostra; ma pensate che adesso il medico lo
avete in casa — e qui accennò la Bice — e ricordatevi che le medicine
di maestro Dino sono state fin qui veleno per voi — e questo lo
disse con accento piuttosto risentito. — E voi, Bice, non dimenticate
mai quanto è stato benigno con voi il dolce vostro babbo, e che voi
sola potete abbellirgli e consolargli la sua vecchiezza. Resta che
presto possiate anche essere in grado da presentarvegli innanzi con
un'angelica creaturina in collo, che faccia a lui pregustare la eterna
beatitudine con l'angelico suo sorriso, e col dolce pargoleggiargli
d'attorno. Ad ambedue poi faccio una preghiera: quando sarà quel
momento (e non può essere lontano) che il cavaliere debba essere
consolato del suo amore, deh! fate ch'io sia quello che ponga il
suggello alla vera felicità di tutti, dando io l'anello alla Bice.
La Bice non rispose; ma stava tutta intenta a ciò che rispondesse suo
padre, il quale volto al frate:
— L'essermi lasciato vincere anche rispetto al cavalier provenzale vi
dica quant'è l'amore che io porto alla mia figliuola; ma si rammenti,
ed ella e messer Guglielmo, quali sono le condizioni poste da me.
Mancatane una sola, niuno speri più di piegarmi; quando sieno tutte
attenute, voi, bel frate, sarete colui che darà l'anello alla Bice.
Il frate, fatte poche altre parole col padre e con la figliuola,
tornò al convento. Noi non seguiteremo passo per passo nè la Bice,
nè messer Geri: basti il dire che tanto l'una quanto l'altro vivevano
consolatissimi, ed era tra loro una tacita gara a chi si desse prove
maggiori di svisceratissimo affetto. Il vecchio pareva ogni giorno
ringiovanire, e la sua sanità era per modo rifiorita, che pareva
a tutti un miracolo; e con la sanità gli tornava ancora l'antica
giojalità, e il riso, che da tanto tempo più non l'avea rallegrato. La
Bice anche essa mostravasi lieta e contenta, se non quanto erale una
spina al cuore il dover essere priva del vedere il suo diletto; e solo
la speranza rendeva meno acerba quella angoscia.
Degli altri nostri conoscenti, Dino del Garbo era lieto da una parte
che Cecco avesse perduta la grazia del Duca; ma dolente dall'altra
che fosse fuggito alla sua vendetta: era altresì rimasto maravigliato
dell'improvviso ritorno della Bice, e del vedersi da messer Geri
trattato più freddamente dell'usato; fuggire ogni ragionamento che
riguardasse la figliuola; e non più essere chiamato alla cura della sua
malattía.
La duchessa per il ritorno della Bice era inviperita mirabilmente,
e quanto più le costava il dover celare la sua ira, tanto più le
rincresceva che maestro Cecco, il quale ne era stato principal cagione,
le fosse uscito di mano. E forse avrebbe fatto ogni opera di nuocergli
anche lontano, se non fosse stata molto in là con la gravidanza, e
la gravidanza non fosse di qualità che la faceva stare assai male, ed
anche per molto tempo allettata.
Il più sconsolato era Guglielmo, il quale non aveva nemmeno con chi
sfogare il suo dolore; ed era pur dolorosissimo della partenza di
Cecco, che egli credeva aver proprio perduto la grazia del duca. Alla
data fede non voleva mancare, nè di vedere o di parlare con la sua Bice
cercava in modo veruno; tanto più che messer Geri ne avrebbe potuto
pigliar cagione a disdir la promessa; e solo ogni tanto poteva saper
qualche cosa da frate Marco, il quale però procedeva in ciò con sommo
riguardo, parendogli disdicevole il fare altrimenti: per modo che
il cavaliere non vedeva l'ora che incominciasse di nuovo la guerra,
conoscendo che da essa sola poteva nascere pronta occasione da venire
all'ultimo della contentezza.
CAPITOLO XXXIV.
GLI APPARECCHI DI GUERRA E LA TASSA DELLA RICCHEZZA MOBILE.
E la guerra di fatto si preparava con tutto l'ardore, tanto dalla parte
di Castruccio quanto dalla parte del duca. Toccammo qua dietro come
Castruccio e la parte ghibellina, per opporsi alla potenza del duca
di Calabria, mandarono ambasciatori a Lodovico di Baviera, eletto re
de' romani, sommovendolo a passare in Italia, per la qual cosa il papa
scomunicò da capo e Castruccio e lo stesso Lodovico, che comunemente
chiamavasi il Bavaro.
Ora esso Lodovico era venuto con poca gente e col duca di Chiarentana a
un parlamento a Trento, dove furono messer Cane della Scala signore di
Verona, messer Passerino signore di Mantova, uno dei marchesi d'Este,
e messer Azzo e messer Marco Visconti, e il deposto vescovo d'Arezzo
Guido Tarlati, e ambasciatori di Castruccio e di ogni altro signor di
parte ghibellina e d'impero: e il Bavaro promise e giurò di passare
in Italia e venire a Roma senza tornare nella Magna, per la qual cosa
i detti signori e gli ambasciatori dei romani ghibellini promisero di
dargli cento cinquanta mila fiorini d'oro come fosse a Milano.
E in quel medesimo parlamento si pubblicò che Giovanni ventiduesimo era
eretico e non degno papa, apponendogli sedici articoli contro; e ciò
fu fatto col consiglio di più vescovi, e altri prelati e frati minori
e dei predicatori; e pubblicamente, benchè fosse scomunicato egli
e i suoi prelati, il Bavaro faceva di continuo celebrare gli ufficj
sacri, e scomunicava il papa, che per dispregio il chiamavano papa
prete Giovanni. Pochi giorni appresso il detto Lodovico si partì da
Trento con sua gente, poveramente e bisognoso di danari; e andato prima
a Como, poi a Milano, il dì 31 di maggio del 1327 si fece coronare
della corona di ferro per mano del deposto vescovo di Arezzo, e di un
altro vescovo di Brescia, deposto pur esso, non avendo voluto esservi
l'arcivescovo di Milano.
La sua venuta fe' nascere molte novità in Italia; i romani si levarono
a rumore, e fecero governo di popolo, non avendo nè corte di papa,
nè corte d'imperatore, e tolsero la signoría agli Orsini e a Stefano
Colonna, per paura non la dessero al re Roberto: e chiamato capitano
del popolo Sciarra Colonna, mandarono ambasciatori al papa che tornasse
a Roma, o se no riceverebbero per loro signore Lodovico di Baviera già
eletto re dei romani: e nel tempo stesso tenevano trattato con esso
re Lodovico e col re Roberto. Ma il re Roberto non si addormentò sulle
costoro promesse; e temendo troppo di questa venuta del Bavaro, pensò
di muovere contro Roma con la sua gente.
Il duca di Calabria per parte sua non dormiva nè anch'egli, dacchè là
sul primo avvicinarsi dal Bavaro, non restava di sollecitare maestro
Cecco per messi a posta, che quanto più poteva studiasse di conchiudere
il trattato co' Quartigiani: si apparecchiava potentemente alla guerra,
e già qualche principio se ne vedeva, perchè Castruccio, avendo tentato
di tòrre ai pisani Vico Pisano, que' terrazzani, con l'ajuto de'
pisani e col favore del duca, poterono respingerlo e liberarsi; ed il
conte Beltramo con ottocento cavalieri della miglior gente del duca
cavalcarono fino alle porte di Pistoja, che era sotto la signoría di
Castruccio, e ruppero l'antiporto e guastarono le mulina, levando molta
preda con grave danno de' pistojesi. E in quel tempo medesimo crebbe
d'assai la potenza del duca, perchè i pratesi, i sanminiatesi, quei di
Colle e di San Gimignano gli diedero la signoría a certo tempo e sotto
certi patti; salvo che i pratesi, per loro discordia, si diedero in
perpetuo al duca e a' suoi eredi.
A far la guerra per altro occorrevano denari: e però il duca ricorse da
capo a quello che sogliono riccorrer tutti, a nuove tasse; e il modo
che fu allora tenuto lo faremo raccontare da Giovanni Villani storico
contemporaneo:
«Nell'anno 1327, del mese di aprile, si trasse in Firenze un nuovo
estimo, ordinato per lo duca, e fatto con ordine, per uno giudice
forestiere per Sesto, all'esaminazione di sette testimonj segreti
e vicini (cittadini di Firenze), stimando ciò che ciascuno aveva di
stabile e di mobile e di guadagno; pagando certa cosa per centinajo
dello stabile, e così del procaccio e guadagno. L'ordine si cominciò
bene; ma gli detti giudici, corrotti, cui puosono a ragione, e a cui
fuori di ragione; onde grande rammarichío n'ebbe in Firenze; e così mal
fatto, se ne ricolse ottantamila fiorini d'oro».
Dalle quali semplici e schiette parole del buon Villani raccoglierà
facilmente il lettore che suppergiù tutte le signoríe sono eguali;
che tutto si riduce a tosare e scorticare i popoli, o col pretesto
della libertà, e col pretesto della sicurezza, o della religione,
o di altre sonanti cagioni, secondo i venti che tirano; e vedrà che
le stesse corruzioni, le stesse ingiustizie e parzialità son sempre
usate; e vedrà parimente che quella delizia della tassa della ricchezza
mobile, che ora fa tanto lieta l'Italia presente, non è niente affatto
odierna invenzione; ma è antica di più che sei secoli qui proprio
in Firenze. Queste parole del Villani mi darebbero materia a molte
e gravi considerazioni; ma non voglio uscir troppo dal soggetto; nè
vo' mettermi a rischio di dir cose troppo risentite ed acerbe: e però
ripiglio senz'altro il racconto.
CAPITOLO XXXV.
IL PARTO.
La gravidanza della duchessa era quasi al suo termine, dando sempre
novelli segni che il parto dovesse essere laborioso, per la qual cosa,
oltre la continua assistenza della ricoglitrice, passava buona parte
del giorno in palagio anche maestro Dino del Garbo, per esser pronto a
qualunque caso potesse avvenire; e spesso trovavasi in colloquio col
cancelliere del duca, con quel frate minore vescovo d'Aversa, che il
lettore già conosce, e quasi sempre i ragionamenti loro battevano sopra
maestro Cecco, odiato mortalmente da ambedue.
— Ma per la buona mercè di Dio, — esclamò Dino un giorno, dopo che
avevano parlato lungamente delle nequizie dell'Ascolano, — monsignor
lo Duca ha finalmente aperto gli occhi, ed ha purgata la sua Corte da
tanta puzza: duolmi solamente che quello sciagurato abbia fuggito la
degna pena che meritava la sua tristizia e la sua empietà.
— Eh! maestro, disse il vescovo, o ch'io veggo troppo torto con gli
occhi della mente, o che sotto questa disgrazia del duca si cela
qualche grave cosa. Troppo era accecato monsignor lo duca nel fatto di
quel tristo, e troppo grande stima faceva di ciò che e' chiamava sua
scienza, da dover credere che a un tratto lo abbia disamato, e toltogli
la sua grazia.
— E che ne pensereste voi, messere?
— Che pensarne non so; ma parmi quasi certo che una cosa si veda di
fuori, e dentro ce n'abbia un'altra contraria. Ho avuto certa spia che
Cecco è presentemente a Lucca. Sarebbesi egli posato cotanto vicin di
Firenze, quando veramente avesse perduto la grazia di un signore così
potente come il duca nostro? E che recapito può egli trovare in Lucca?
Presso Castruccio no certamente, perch'egli dispregia l'astrologia e
gli astrologi, nè presso lui trovano favore se non persone valorose
e cortesi. Altri mi accerta che sta colà per medico appresso uno dei
grandi cittadini di quella terra....
— Medico? interruppe qui Dino. E quando mai seppe di medicina? Egli ha
spacciato e va spacciando tuttora certe sue strane dottrine sulle virtù
che dagli astri influiscono nelle erbe, e secondo esse pretende anche
sanare certi malori; ma dell'arte nostra non ha nemmeno le prime e più
semplici notizie; e guaj a quel misero che gli capitasse sotto.
— O faccia l'una cosa o l'altra colà a Lucca, io, vi torno a dire, son
fermo nel pensiero che tutto sia una mostra; e non dubito che o prima o
poi lo rivedremo qui in Firenze.
— Lo credete davvero? E credete che egli punto non sospetti che,
ritornando qua, verrebbe in bocca al lupo.
— E' pretende di leggere negli astri e di veder nel futuro, e gli
sciocchi gli credono; ma ha la veduta più corta di una spanna, per le
cose che gli stanno dinanzi; e se ne sta a baldanza del duca, e di quel
messer Guglielmo, che al duca è tanto caro.
— E anche alla duchessa — disse con maligno sorriso maestro Dino.
— Madonna la duchessa, — rispose gravemente il vescovo — è di sangue
reale; è moglie del signore di questa terra e nostro; ed è castissima
donna: nè di lei vuolsi parlare, se non con parole di riverenza.
— Ed io quelle parole ho dette, non ch'i' le creda: ma perchè Cecco
d'Ascoli le andava spargendo per Firenze, e mi pensava che lo sapeste.
E le ho dette quasi per recarvi a memoria anche quest'una delle tante
nequizie di quel malnato.
— Maestro, Dio non paga il sabato, ma a otta e tempo; ed a cui Dio
vuol male gli toglie il senno. Cecco ritornerà a Firenze; e non penerà
molto a pagare degnamente la pena della sua iniquità; sol che i buoni
cattolici e figliuoli di santa chiesa non vengano meno del loro zelo e
del debito loro.
Questo colloquio fu interrotto da un donzello del duca, il quale
chiamava maestro Dino che fosse subito da madama la duchessa, che
sentivasi troppo di mala voglia. E ne aveva ben onde, perchè di lì a
poco vennero i dolori del parto, che la travagliarono assai; benchè poi
partorì senz'altra operazione, e nacque un fanciullo.
Il duca e tutta la corte ebbero di ciò contento grandissimo, perchè la
duchessa al primo suo parto aveva fatto una femmina, quella Giovanna
che fu poi troppo famosa regina di Napoli. Se ne spedì tosto al re
Roberto particolare ambasciata, e se ne mandò formale avviso a tutte le
signoríe amiche d'Italia, ed al re di Francia.
Il gonfaloniere, che era Luigi de' Mozzi, con tutti i priori,
non furono tardi ad andare solennemente a rallegrarsene col duca,
domandandogli per grazia che non gli dispiacesse che lo facesse
battezzare il comune; la qual domanda essendo accettata benignamente
da lui, furono fatti sindachi a ciò dal comune di Firenze messer Simone
della Tosa, e messer Salvatore Manetti dei Baroncelli, che lo lavarono
al sacro fonte in S. Giovanni, battezzandolo con gran solennità il
vescovo di Firenze, che era allora Francesco di Baldo Savestri da
Cingoli della Marca, dottore di ambedue le leggi, ponendosegli nome
Carlo Martello per volontà espressa del Duca; a cui forte dispiacque
che non fosse in Firenze maestro Cecco, da potergli fare la natività,
o come or dicesi, l'oroscopo. Per volontà poi e a spese del comune, si
festeggiò per tutta la città con quella letizia e con quello splendore
che si fosse mai fatto, anco nei tempi della sua maggior quiete e
ricchezza: tra le quali feste fu nobilissima una giostra fatta sulla
piazza di S. Croce, dove tutti que' cavalieri francesi, provenzali e
italiani fecero ogni bella prova di prodezza e di cortesía: e monsignor
lo duca volle che, per segno della sua letizia, dopo la giostra fosse
apparecchiato a sue spese un assai nobile convito, in sulla propria
piazza di Santa Croce, a duegento popolani della città, tanti per
Sesto, scelti da' capi di ciascun'arte; e nel tempo di esso convito
giullari rallegravano i convitati co' loro giuochi e co' loro motti; e
trovatori cantavano le lodi e le gesta di casa d'Angiò.
In questa occasione volle il duca fare un atto di generoso perdono, col
ribandire Sennuccio del Bene, uno dei chiari poeti d'allora. Questo
Sennuccio nella giovinezza si trovò con Dante Alighieri e con altri
ghibellini: fu segretario di Stefano Colonna, ed amico del Petrarca,
il quale l'onorò del titolo di signore e lo chiama in un sonetto _metà
di sè stesso_; ed aveva co' suoi versi acquistata assai chiara fama. Lo
consumava il desiderio di ritornare in patria; ed il cardinal Gaetano,
che era stato suo protettore, e in quel tempo era legato a Firenze,
più volte avea supplicato il duca che gli piacesse di ribandirlo, nè
mai l'aveva potuto ottenere; ed ora, tornatagli in mente la cosa, da sè
proprio volle concedergli il tornare in patria, a maggior dimostrazione
della gioja che aveva preso di questo figliuolo.
Ma la gioja fu breve, chè in capo a otto giorni il piccolo Carlo
Martello morì, e fu sepolto in S. Croce, tra le lacrime del duca e
della duchessa, che ne stettero dolenti per molto tempo. Il duca però
da questo fatto ne prese cagione a richiamare a sè maestro Cecco,
pensando che, dove egli fosse stato a Firenze, e ne avesse fatta la
natività, non avrebbe, nè egli nè la sua donna, fondate tante speranze
su quel fanciullo, sapendo di doverlo perdere così tosto; e alla
perdita si sarebbero preparati, e così sarebbe loro stata meno amara.
Noi invece, che nell'astrología giudiciaria non abbiamo fede veruna,
penseremo essere stata una fortuna per maestro Cecco il non essere in
Firenze; dacchè forse egli avrebbe, per piacere al duca, presagito chi
sa che gran cose di quel fanciullo, ed avrebbe troppo presto perduta
gran parte dell'affetto e dell'estimazione del signore e degli amici.
CAPITOLO XXXVI.
LA CONGIURA DI LUCCA.
Passati pochi giorni adunque il duca Carlo mandò significando per un
uomo a posta a maestro Cecco, che quanto più tosto poteva menasse a
fine il trattato coi Quartigiani, e fosse a lui in Firenze; ed esso
vi si diede con tutto l'ardore, per il desiderio che lo struggeva di
ritornare alla Corte. Ma nemmen fino allora aveva esso dormito; e il
trattato aveva menato con la più fina astuzia. Arrivato a Lucca, e
postosi al più ricco albergo, diede voce di essere venuto per curare
messer Guerruccio Quartigiani della gotta; domandò dove fossero le case
di lui; dicendo di avere lasciato Firenze anche per paura di capitar
male, essendovi oggimai conosciuto per ghibellino, e per poco credulo
alle ipocrisíe papali. E volle altresì andare a fare riverenza a
Castruccio, col quale ebbe un singolarissimo colloquio; perchè, mentre
quel capitano, sapendolo venir da Firenze, si studiava di metterlo in
ragionamenti delle cose del duca Carlo, e scoprire, se riuscivagli,
quello che mulinasse contro di lui; Cecco, fingendo di lasciarsi tirar
nella rete, immaginò di suo capo certi falsi disegni di Carlo, per
distrarre Castruccio dall'investigare altrimenti quali fossero i veri.
E seppe colorire così bene le sue parole, che egli ne fu persuaso; e
non che ponesse nessun sospetto sopra di lui, ma quasi quasi avrebbegli
confidato i disegni suoi. Per forma che il maestro viveva sicuro per
questo lato; ed alle case dei Quartigiani poteva andare senza niun
sospetto, e trattava con suo agio quello per che era stato mandato.
Il trattato fu lungo, dacchè messer Guerruccio voleva molto per sè,
e Cecco aveva in commissione dal duca di tenersi piuttosto stretto a
promettere; ma tuttavía, ricordevole del consiglio dato da Guido di
Monforte a papa Bonifazio, si lasciò andare, col proposito di nulla
attenere: e restarono alla fine in concordia nel modo seguente: il duca
doveva uscire fuori di Firenze con l'esercito, sotto nome di mettersi
intorno a Pistoja, e che di fatto vi si ponesse a oste con tanto sforzo
e possanza, che verisimilmente Castruccio fosse costretto di andare a
soccorrerla, se non la voleva perdere; e allora i Quartigiani con tutti
i loro amici, e con molti pennoni e bandiere delle armi della chiesa e
del duca, le quali si dovessero mandare celatamente da Firenze, correre
la città di Lucca, chiamando gli amici, i consorti, e tutto il popolo
a libertà, sforzandosi, quand'altro non venisse lor fatto, di occupare
una delle porte della città; e che nel medesimo tempo, senza muoversi
pur un soldato da Pistoja, quella gente che teneva il duca a Fucecchio
e nelle terre di Valdarno, dovesse volando, avuto un cenno tra lor
convenuto, cavalcare a Lucca, e correr la terra.