— Fu visione codesta, ad ammonirvi per avventura che tanto avverrebbe

della vostra Bice, se non ammollite il cuor vostro.

— Oh, frate Marco, io l'amo tanto! non posso più vivere senza di

lei.... Ma proprio non è ammalata?

— No, messere.

— E la badessa che dice? Mi manda ella dicendo nulla?

— La badessa è tenerissima della buona vostra figliuola: la esorta

alla obbedienza; ma la compatisce molto, e la compiange. Partendo dal

monastero, mi ha dato per voi questa lettera.

Geri prese la lettera di mano al frate con atto di ardentissimo

desiderio; e mentre la leggeva vedevasi spesso cambiar di colore, e

quando cadergli sul foglio una lacrima: arrivato poi all'ultime parole,

dove la badessa il garriva della troppa sua durezza, esortandolo a

perdonarle; e dove gli dipingeva l'orrore della desolazione, e la gioja

celeste del vedersi fra' suoi, e del morire benedetto da tutti a modo

dei patriarchi, ricadde sulla sedia, preso da una vera convulsione di

pianto, e serrato il capo fra le palme, non faceva se non esclamare

pietosamente:

— Bice, Bice mia, torna all'amor di tuo padre.... Abbi compassione di

me....

Il frate stava immoto dinanzi a Geri, senza dir parola, lasciando ch'e'

desse ampio sfogo al suo affetto; e quando lo vide un poco calmato:

— Messere, gli disse, la Bice vostra è al par di voi desolata; vi ama

teneramente, e spero ve lo debba avere scritto anche la badessa.

— Ed anche la badessa scusa l'amor della Bice per il cavaliere

provenzale... Una santa donna sua pari!...

— Ma l'amore non è peccato, messere, quando è puro e gentile, e

ordinato a onesto fine: e però io, e la badessa, ed ogni santa e

veneranda persona, non solo può scusarlo, ma anche approvarlo e

secondarlo.

— Ed anche la badessa parla d'invidia e di maltalento....

— E ne parla a ragione, messere; ed anch'io, ministro di quel Signore

che è tutto bontà, tutto carità e tutto misericordia, vi dirò a viso

aperto che il vostro presente dolorosissimo stato, e la sepoltura e la

desolazione della povera vostra figliuola, sono il frutto dell'invidia

e del maltalento, che si cela sotto l'aspetto di zelo amichevole.

E colui che ha condotto voi e la vostra figliuola a questo stato di

disperazione è maestro Dino del Garbo.

— Frate Marco, che dite voi?

— Dico la verità, e lo giuro — disse ponendosi la mano al cuore — per

la mia qualità di sacerdote. Messer Guglielmo d'Artese, come prima

fu tornato a Firenze, fece capo a maestro Dino, perchè lo ajutasse

a condurre a buon fine l'amor suo con la Bice; e rifiutando egli, si

volse per il fine medesimo a maestro Cecco d'Ascoli....

— Allo scomunicato — disse Geri, accendendosi in viso — all'eretico,

al negromante, al nemico dei Cavalcanti, che non si vergognò di fare il

mezzano per onta alla cosa nostra....

— Maestro Cecco non è nè eretico, nè negromante, se non quando

chiamasi così da' nemici suoi, perchè lo sanno più sapiente di loro;

nè ai Cavalcanti è nemico. Contraddisse a certe dottrine filosofiche

di messer Guido vostro nella sua canzone dell'Amore, ma queste tra'

filosofi sono cose comuni, nè generano nimicizia; e vi dirò anzi

che maestro Cecco, piuttosto che per onta della vostra casa, favorì

l'amor di messer Guglielmo per temperare la mala impressione che la

sua disputa con messer Guido potesse aver lasciato nell'animo dei

suoi consorti e dei Fiorentini, tanto prode e tanto gentile e tanto

dovizioso è il cavaliere che egli vorrebbe veder vostro genero. Ma quel

maestro Dino, che, trovatosi a leggere insieme con Cecco a Bologna, si

vide essere sopraffatto da lui in opera di scienza, e la sua scuola più

fiorito della sua, e lui acclamato e celebrato da tutti, ne prese tanta

invidia e tant'odio, che per opera sua fu accusato di eresía a Bologna;

e qui adesso, non solo si studia continuamente di farlo còrre in fallo

di eretico, e di accumulargli odio addosso in tutti i modi che può;

ma è tanto accecato dalla passione, tanto è dimentico della propria

dignità, e del proprio debito suo, che, dove egli dovrebbe adoperare

ogni argomento dell'arte per sanar voi di ogni male dell'animo e del

corpo, quei mali accresce a mille doppj, facendovi veder le cose tutte

diverse da quel che sono, ed uccidendo voi e la figliuola, sol perchè

in questa faccenda ha le mani maestro Cecco.

— Non posso pensar tanto male di maestro Dino....

— Pensate a mente quieta, se è ufficio di amico vero, e di medico

buono, l'amareggiare piuttosto che addolcire i dolori dell'amico e del

malato, e ben tosto vi persuaderete. Voi, messere, per opera di costui,

siete in peggior condizione che non vi lasciai; e la povera Bice vostra

non potrà molto lungamente durare a far quella vita così tribolata, e

orrendamente desolata.... Deh! vi muovano le sante ed accese parole

della badessa; abbiate pietà di quella angelica creatura, che più

d'ogni altra cosa si accuora dell'essere lontana da voi, e del sospetto

che non le vogliate più bene: abbiate pietà di voi stesso....

A queste parole il vecchio si commosse da capo: da capo rilesse la

lettera della badessa; stette un pezzo sopra di sè, ed all'ultimo

risolutamente disse:

— Frate Marco, son vinto. La mia Bice tornerà a Firenze: la vita senza

di lei è per me peggio assai che la morte....

— Ma questo, messere, non è sufficiente, se non alla contentezza

vostra....

— Intendo, e consentirò anche alla contentezza della dolcissima

figliuola mia, quando per altro ed ella e il suo cavaliere giurino di

osservare le condizioni che io porrò loro. Ora si sta apparecchiando

nuova guerra contro il mortale nemico del nome fiorentino: il cavaliere

vi sia, e si porti in modo che tutta Firenze debba lodarsene, e

salutarlo suo campione; e fino a guerra finita, giuri sulla fede di

leal cavaliere, che alle case dei Cavalcanti non si appresserà ad una

balestrata; e la Bice accetti anch'essa tal patto, e giuri che fino a

quel giorno più non vedrà il cavaliere. E più giuri il cavaliere che

fino che tengo io gli occhi aperti, egli non allontanerà da Firenze la

mia figliuola.

— Sono duri patti; ma non è da dubitare, che così l'uno come l'altra

gli accetteranno.

— Ora, bel frate, correte tosto al cavaliere a sapere il suo pensiero;

e poi, per amor vio, cavalcate da capo in Mugello a dar la novella

alla Bice, recando anche risposta alla lettera della badessa. Dio ve ne

renderà merito: ed io ne farò alla vostra chiesa un buon presente per

rimedio dell'anima, mia.

E il frate senza metter tempo in mezzo si mosse, essendo prima rimasto

con Geri che la sera stessa avrebbe portato la risposta di messer

Guglielmo, e presa la lettera per la badessa.

Non erano passate molte ore che messer Guglielmo, e maestro Cecco

sapevano il tutto; e non è da domandare se ne fossero lieti; se non

quanto pareva troppo dura al cavaliere quella promessa di più non veder

la sua donna fino al termine posto dal padre di lei: ma non esitò un

momento ad accettarla, anche per consiglio di maestro Cecco, il quale

esortò i compagni al più rigoroso segreto, facendo loro vedere quanti

e quanto gravi pericoli correrebbe la cosa, dove si trapelasse dalla

duchessa e da maestro Dino:

— Ora, continuò Cecco, debbo andare innanzi a monsignor lo duca, che

vuol conferir meco non so che cosa; ma in sulla prima vigilia sarò da

voi, frate Marco, e volentieri sarò vostro compagno fino in Mugello.

— Ed io, soggiunse il cavaliere.

— No, messere, voi non potete esservi, e male comincereste ad attenere

la data fede; nè io farei buona opera, se vi accettassi a compagno.

Il cavaliere si fece rosso nel viso, e disse al frate:

— Avete ragione: resterò.

CAPITOLO XXXI.

MAESTRO CECCO ABBANDONA LA CORTE.

Il lettore si ricorderà senza dubbio, che quando maestro Cecco era alla

presenza del duca con Guglielmo, gli si accostò messer Gualtieri di

Brienne dicendogli che subito fosse da lui, perchè aveva da conferir

seco da parte del duca cosa di gran momento: e sarà entrato in

curiosità di sapere qual mai potesse essere tal cosa. Ecco per tanto di

che si trattava:

Il duca, come già dissi, era stato sollecitato così dal suo

cancelliere, come dalla duchessa a levarsi d'attorno Cecco; ma non si

era lasciato vincere alle loro istanze; e pensò piuttosto, per levare

ogni nuova occasione da rinfocolare sdegni, e per lasciare sfogare i

già conceputi, di allontanarlo con qualche colorata cagione da Firenze;

e l'invito fatto da Gualtieri al maestro era appunto per ragguagliarlo

di questa fiera persecuzione, che gli si ordiva contro, la quale era

tanto potente, che il duca stesso dubitava di poterla fermare, per

esortarlo a governarsi in modo da non accrescerne le ragioni, e per

significargli la volontà del duca di trovare qualche acconcia via da

stornare la burrasca. Si tenesse per avvisato, ed aspettasse i comandi

di monsignore, che non tarderebbero.

Cecco, benchè sospettasse per molte cagioni che l'odio di maestro Dino

e la stizza della duchessa gli dovessero macchinar contro qualcosa,

tuttavía non ne stava in grande apprensione, certo come era del

favore e della protezione del duca. Ma ora che aveva udito da messer

Gualtieri, come lo stesso duca si teneva insufficiente a difenderlo

apertamente, se ne turbò in gran maniera e ne rimase afflittissimo; nè

vedeva l'ora di sentire che cosa mai dovesse comandargli esso duca:

quando un donzello venne appunto dicendogli che dovesse essere alla

presenza di monsignore un'ora innanzi vespro.

Maestro Cecco volò tosto da messer Guglielmo, narrandogli del suo

pericolo, dell'invito del duca, e raccomandandosegli quanto più poteva;

e Guglielmo se gli profferse amico e difensore fin che il comportasse

la sua qualità di onorato e cattolico cavaliere, le quali profferte

gli rimisero l'anima in corpo per modo che quando venne frate Marco a

raccontare il suo colloquio con messer Geri, non si accorse punto del

turbamento di lui.

Ma già era sonata nona, e si appressava l'ora che il maestro doveva

essere dal duca.

— Che vorrà egli dirmi? — pensava tra sè. — Allontanarmi dalla sua

corte? Sarei diserto.... — Chè! non è possibile: egli ha concetto

altissimo di me: fida nella mia scienza astrologica, nè farebbe

impresa veruna, se prima io non dessi il punto... — Ma ha dintorno quel

frate... Egli in fondo del cuore è cattolico.... — Basta: sarà quel che

sarà, andiamo. — E avviatosi alla sala del duca, fu tosto introdotto.

Il duca passeggiava con passo piuttosto concitato su e giù per la sala;

maestro Cecco, dopo aver fatta profonda riverenza, stava fermo presso

la soglia dell'uscio, aspettando che cosa il signore dovesse dirgli;

quando a un tratto il duca fermatosi, e fatto cenno al maestro che si

avvicinasse:

— C'è chi vuol vedere la tua morte, maestro.

— Sotto la protezione del grande scudo angioíno, monsignore, io vivo

sicuro.

— Ci ha delle armi, contro le quali non ne può neanche lo scudo

angioíno: e che meglio è cansarle con la prudenza e con l'arte: e

questo è da fare adesso. Fia buono che tu per alcun tempo vada lungi

dalla mia corte.

— Monsignore, come vivrò io senza l'ajuto vostro?

— L'ajuto mio non ti fallirà; ed appunto per aiutarti dai tuoi

avversarj voglio allontanarti da Firenze, dandoti nel tempo stesso

prova apertissima di affezione e di fiducia, in caso grave e di gran

gelosía.

— Ed io vi ubbidirò rassegnato, e vi servirò con tutte le forze

dell'ingegno e dell'animo.

— La cosa è grave, ti ripeto; e della credenza[29] e della fedeltà tua

me ne è pegno il tuo capo.

— Quello ch'io vivo, e quello ch'io valgo, monsignore, è vostro da

lungo tempo. Imponete.

— I Lucchesi cominciano ad essere stanchi della tirannía di Castruccio;

e novellamente uno de' Quartigiani, grandi assai in quella città, mi

ha dato lontano cenno, che, dove fossero ajutati da qualche potente

signore, sarebbero disposti a far novità, dandomi a vedere, che, se

quel signore fossi io, la città di Lucca volentieri si darebbe alla

mia signoría. Io non risposi, se non vagamente; ma veggo per altro

quanto ajuterebbe i miei disegni una novità fatta in Lucca, mentre

fosse raccesa la guerra contro il suo signore. Importa dunque che sia

colà per me una persona di gran senno e di grande accortezza: che mi

studj così in generale l'animo dei Lucchesi; la condizione di quella

città; e si intenda con messere Guerruccio Quartigiani, ordinando con

esso il disegno di questa impresa, il tempo più acconcio, e il modo di

colorirla; e questa persona ho proposto che debba essere tu.

— Grande e gelosa impresa, monsignore, voi volete affidare alle mie

piccole forze; ma io son vostro per la vita e per la morte, e quando mi

basta la forza e l'ingegno vi servirò lealmente.

— E sopratutto celatamente, e accortamente. Niun fiorentino lo sappia,

nè niuno della mia corte, nè niuno più stretto amico tuo. La cosa è

passata solo tra me e te. — E qui tacque un poco, fissando gli occhi in

modo sul volto di Cecco, che egli comprese senz'altra parola quel che

gliene andrebbe, se di questa cosa uscisse qualche odore.

Poi continuò:

— A Lucca, o non sei conosciuto, o solo vi sei conosciuto per astrologo

e per medico; e per medico anzi tu vi anderai. Messere Guerruccio è

forte malato di gotte: fingerà di averti chiamato a sè per curarlo

sapendo che tu eri caduto in disgrazia di me: il tutto scriverò io

stesso a messer Guerruccio in una lettera che gli recherai. Ma anche

co' Quartigiani fa di star bene avvertito: essi furono già guelfi,

e con tutto ciò tradirono la loro parte, ajutando con ogni lor forza

la rea impresa di far Castruccio signore di Lucca; e se ora vogliono

disfare la costui signoría, non sono mossi certamente dall'amore della

loro terra; ma o dalla utilità propria, o da qualche torto che loro

abbia fatto Castruccio. Gente vile e spregiata, senza fede e senza

onore, che muta parte dalla state al verno, gridando _viva_ oggi, chi

ieri gridarono _muoja_. De' così fatti bisogna giovarsene a' proprj

disegni; premiarli anche; dar loro onori; ma in cuore dispregiarli,

pensando sempre che, come hanno tradito il primo signore, posson

tradire il secondo; e come hanno voltato la casacca per un verso,

possono voltarla da capo per l'altro: procedere appresso di loro

con accortezza e astuzia; e quando per opera loro siamo giunti dove

vogliamo, pagargli come merita di essere pagata la dislealtà ed il

tradimento.

— Codeste son parole degne di un signore così potente e cattolico come

la vostra signoría: ed io me le scriverò nella mente e nel cuore per

modo che una sola non si cancellerà.

— Domani partirai tosto per Lucca; e prima verrai qui da me per la

lettera. Qui in palagio, ed anche coi tuoi più cari amici, e con

messer Guglielmo altresì, porgiti afflitto e dolente, come se tu fossi

venuto quasi in disgrazia mia, e ti avessi comandato di uscire per

alcun tempo da Firenze a modo di punizione. Così i tuoi avversarj si

addormenteranno; e potrai servir me come a leale e buon servitore si

appartiene. Va.

Cecco fece umile riverenza al duca, ed uscì tosto di palagio per

ragguagliare frate Marco e messer Guglielmo, come egli non potesse

più andare in Mugello; ma dovesse invece, per comando del duca,

abbandonare Firenze: nè farsi vedere accompagnato con lui pareagli

prudenza. L'uno e l'altro dei due amici lo ammazzarono di domande per

sapere onde movesse questa subita risoluzione del signore; e Cecco,

tenendo pur sempre strettamente celata la commissione avuta dei

Quartigiani di Lucca, riferì ad ambedue quel che il signore avevagli

detto delle persecuzioni onde egli era fatto segno, e della necessità

di allontanarsi da Firenze, della quale si mostrò, ed era veramente,

dolentissimo: e rinnovellò al cavaliere preghiera efficacissima d'ajuto

e di protezione, che da lui gli fu promessa da capo in ogni possibile

evento.

Intanto si era sparso per il palagio che maestro Cecco per comandamento

del duca doveva uscire di Firenze, e si aggiungeva che avesse

perduta del tutto la grazia di lui; e la duchessa medesima credeva

che ciò fosse avvenuto per le sollecitazioni sue e del cancelliere.

E così ella come il cancelliere, se furono lieti per una parte che

Cecco uscisse dalla Corte, dall'altra però ne erano malcontenti, il

cancelliere specialmente, perchè avrebbero voluto vederlo nelle mani

dell'inquisitore; e quando Cecco andò a prendere umile commiato dalla

duchessa, glielo diede con queste agre parole:

— Addio, maestro Cecco; perdeste la grazia di monsignor lo duca;

ma questa è la vostra salute. L'aria di Firenze, a lungo andare, vi

sarebbe stata micidiale. Andate; e siate più cauto d'ora innanzi.

— Madonna, una parola vostra potrebbe ridonarmi la grazia perduta, —

rispose Cecco con esagerata umiltà, e volendo confermare la duchessa

nella sua credenza — ma non oso pregarvene.

E Maria con aria alteramente grave, senz'altro gli ripetè:

— Andate: siate più savio d'ora innanzi.

CAPITOLO XXXII.

LA BICE SI PARTE DAL MONASTERO.

Frate Marco era già stato la mattina per tempo da messer Geri a

prendere la lettera per la badessa; ma trovò assai più che la lettera;

chè il buon Geri, non vedendo l'ora di riabbracciar la figliuola, mandò

insieme col frate quel fante medesimo che la Bice aveva accompagnata

al monastero, perchè, dov'ella non disdicesse alle condizioni poste,

e ciò non era da dubitarsi, dovesse ricondurla tosto a Firenze. Mentre

egli, accompagnato dal fante di messer Geri, usciva da porta al Prato

per cavalcare in Mugello, maestro Cecco usciva dalla Porta S. Niccolò

per andare a Lucca. Noi lo lasceremo andare, e seguiteremo il frate

sino al monastero di S. Piero, per aver occasione di trattenersi un

po' colla nostra buona Bice. Egli dunque, passando da Settimello, fece

motto a sere Gianni, che volle essere suo compagno, e fu lietissimo

del buono avviamento del fatto della povera fanciulla figliuola del

messer fiorentino. Come per altro l'ora era già tarda, e in Mugello non

avrebbe potuto esser se non di notte, così il sere persuase il frate

a passar la nottata da lui, il quale difatto accettò; e la mattina

a giorno partirono per Mugello, dove furono poco innanzi sesta. Il

dire che l'accoglienza della badessa a' due sacerdoti fu lieta oltre

misura, tornerà inutile al tutto, immaginandolo forse il lettore da

sè; ma non sarebbe inutile il descrivere, se avessi parole convenienti

al soggetto, qual fu la gioja della buona suora nel leggere la lettera

di messer Geri: basti che fu maravigliosa, e la significò con un vero

diluvio di lacrime.

La lettera scritta da essa a messer Geri vedeva che aveva fatto

l'effetto, ajutata dalle efficaci parole di frate Marco: quel povero

vecchio dipingeva con pietose ed accesissime parole la sua risoluzione,

il desiderio di rivedere la sua cara Bice, l'amore immenso che le

portava, il perdono che le accordava, e chiudeva la lettera con le

condizioni che già il lettore conosce, pregando la badessa a confortare

la Bice di non mostrarsene ritrosa, ringraziandola carissimamente delle

tante e tanto amorose cure avute per la figliuola, con un mondo di

altre cose, uscite tutte dall'intimo del suo cuore, e tutte spiranti

contentezza ed affetto. La badessa tosto volle far venire a sè la Bice

per dare anche a lei questa consolazione; ma il frate e sere Gianni

la confortarono a prepararcela prima un poco, affinchè la subita

allegrezza non avesse a portare qualche tristo effetto sull'animo

così gentile e così delicato della fanciulla. Andasse ella medesima

a significarle che era qui frate Marco e sere Gianni, e che pareva

avessero buone novelle da darle; le tacesse assolutamente che con essi

era venuto anche il fante di suo padre; la conducesse poscia da loro,

che a poco per volta le avrebbero detto ogni cosa.

E così fu fatto: per modo che quando comparve la Bice, quasi presaga

di quello che era, si mostrò tutta lieta in volto, e con dolce sorriso

rivoltasi a frate Marco:

— Frate Marco, gli disse, quando veniste l'altra volta qui da me,

parvemi, vedendo voi, di vedere un angelo del paradiso; e della vostra

visita ebbi non picciol conforto. Ora il vedervi tornar qua mi empie

tutta di sì fatta consolazione, che certo non debbe essere a caso. Ma

prima d'ogni altra cosa, che novelle del mio dolce babbo; e?...

Avrebbe senza fallo domandato del suo Guglielmo; ma da uno sguardo

della badessa si accorse che a lei non sarebbe piaciuto; e frate Marco,

il quale indovinò quel che taceva la fanciulla, e quel che significava

lo sguardo della badessa, senza indugio rispose:

— Messer Geri vostro padre è quegli appunto che qui mi ha mandato con

una lettera per madonna la badessa, nella quale mi penso dovere essere

cose di molta consolazione per voi. La sanità di quel buon vecchio è

troppo infralita, e già si accorge che medicina unica per lui sarebbe

il vostro affetto e la vostra presenza.

— Dubita egli tuttora del mio affetto? E che cosa più lo ritiene,

che egli mi chiami a sè? Oh quante cure tenerissime io gli avrei!

Raddoppierei, se fosse possibile, il bene che gli voglio, per

compensarlo in qualche modo dell'affanno datogli fin qui; e non

potrebbe fare che non ritornasse buono ed affettuoso come già fu, e che

si piegasse a rendere compiuta la mia felicità.

— Figliuola, disse la badessa, tu hai sempre pregato il Signore di

questo, e le preghiere degli innocenti a lui sono accette. Chi sa?...

— Oh madre mia dolce, come mi confortano codeste benigne parole!

sarebbe egli possibile?

— Madonna la badessa — entrò qui a dire sere Gianni, a cui già pareva

tempo di parlare un po' più chiaro — vi ha sempre amata come cara

figliuola, e scrisse già parole accesissime a messer Geri per farlo

pietoso del fatto vostro; e messer Geri, che è padre, e padre amoroso,

ha finalmente consentito...

La Bice, con tutto che non potesse comprendere fino a che punto fosse

giunto suo padre, pure comprese che la durezza sua si era ammollita

per opera principalmente della badessa; e però, senza aspettare che il

prete finisse, si gettò al collo della buona suora, e le coprì il volto

di amorosi baci; e, dimentica della riverenza che le si doveva e per

l'età e per il grado, i baci tramezzava con queste e simili parole:

— Mamma mia buona, a voi debbo la vita: per voi rivedrò il mio caro

babbo.... per voi....

— Figliuola — interruppe la badessa tutta commossa — non ti abbandonare

tanto alla gioja: messer Geri pone al tuo ritorno delle condizioni un

poco dure...

— Ma dunque io torno a Firenze? dunque lo rivedrò? rivedrò Guglielmo?

— Tornerai e vedrai tuo padre; ma il cavaliere non devi vedere.

— O dunque in che si è ammollito il cuor di mio padre? — disse la

fanciulla mezza tramortita.

— Voi, frate Marco, entrò qui la badessa, voi che la parte più efficace

aveste in quest'opera di riconciliazione, voi dite il tutto alla Bice.

E il frate, fattosi da principio, raccontolle minutamente come era

andata la cosa, e le condizioni poste da Geri — Le quali, se voi

accettate, soggiunse il frate, è qua il fante di vostro padre che

ricondurravvi tosto a Firenze.

Come la Bice udì essere venuto il fante di suo padre, ritornò tutta

lieta; e benchè la condizione di non più veder Guglielmo paressele

dura troppo, tuttavía, sapendo aver consentito anche il cavaliere,

soggiunse:

— Seconderò scrupolosamente la volontà di mio padre, e ne starò

tranquillissima, non dubitando punto che il mio cavaliere non torni

acclamato dall'impresa contro il nemico di Firenze, che voi, bel frate,

dite essere prossima.

E poi volta alla badessa:

— Mamma mia dolce; ed ora debbo partirmi da voi! e la gioja di

riabbracciare il mio babbo, e di rivedere le mie case, non disacerba il

dolore ch'io sento. Vi amo proprio come facevo la mia povera mamma.

La buona suora a queste parole si commosse tutta, e tergendosi le

lacrime, rispose:

Cecco d'Ascoli: racconto storico del secolo XIV · 第 14 / 26 段