— Madonna, parmi anzi che e frate Marco e maestro Cecco dovessero

esserci, prima perchè la cosa non è in sè biasimevole; ma anche perchè

il farne mistero potrebbe in essi ingenerare sospetti e fargli pensare

al peggio.

— Se così vi pare, e così sia, replicò la badessa. Io vado dalla Bice

per prepararla; acciocchè l'improvviso veder Guglielmo non l'abbia

troppo a commuovere; voi fate il medesimo con Guglielmo, e che egli

non si porti altrimenti che come si conviene dinanzi ad una donna

consacrata al Signore in un monastero di sante donne. Io sarò qui tosto

con la Bice, e vi chiamerò io stessa.

Così l'una andò via da una parte e l'altro dall'altra: e mentre

la badessa preparava la Bice alla commozione che l'aspettava,

confortandola che non si lasciasse vincere alla passione e non si

scordasse mai chi era e dov'era, e ch'ella sarebbele accanto; il prete

corse dai compagni, e, voltosi tosto a Guglielmo, gli disse senz'altro:

— Testè vedrete la Bice vostra....

Gli occhi del cavaliere sfavillarono di subita gioja, e corse tutto

lieto ad abbracciare il prete: ma poscia, come dubbioso:

— Sere Gianni, non vi gabbereste voi di me?

— Messere, gabbarmi di voi, e specialmente in questo fatto, sarebbe non

pur villanía, ma crudeltà. Vedrete testè la Bice vostra.

E come il cavaliere agli atti e alle parole si mostrava quasi fuori di

sè dal contento, il prete continuò:

— Ma fa di bisogno che temperiate molto cotesto vostro ardore. Madonna

la badessa consente che la veggiate; ma vuole fede di leal cavaliere

che vi porterete in quel modo dinanzi a lei, che si conviene ad una

donna religiosa e della sua qualità; nè vi esca dalla bocca parola, o

facciate verun atto, che sia disdicevole al santo luogo dove siete, e

per il quale ella abbia da pentirsi di avervi concesso tanto benefizio:

e vuole che mentre parlate alla Bice, sia presente ancor io, come colui

che debbo rispondere della vostra fede.

— Prometto e giuro ogni cosa; andiamo.

— No, messere, bisogna aspettare che la badessa ci chiami.

Qui entrò a parlare maestro Cecco, e disse al prete:

— Sere Gianni, m'ingannerò; ma questa badessa è nè più nè meno che

quella Gismonda, di cui fu amante messer Ramondo d'Artese.

— Maestro, è egli possibile questo?

— Possibile è, tali riscontri ho io fatto, e tali atti ho veduto fare

alla badessa mentre messer Guglielmo raccontava il caso del suo zio.

E voi, che da tanto tempo siete familiare di lei; che vi ha dato testè

segni di tanta confidenza: voi, sere Gianni, dovete sapere ogni cosa.

E il cavaliere tutto ansioso.....

— Deh! sere Gianni, diteci ogni cosa: mi parrebbe di aver trovata una

madre.

— Maestro — rispose il prete — io non ho mai potuto accorgermi che la

badessa sia quella che dite: ma è santa e prudente donna....

A questo punto si fece sull'uscio la badessa in persona, e chiamato

il sere, accennogli che venisse col cavaliere, e si ritirò. Il prete

esortò il cavaliere a ricordarsi della data fede, ed entrarono là

dov'era la badessa con la Bice. La suora stava seduta su nobile

scranna, ed accanto sedeale la Bice; nè si può accertare chi più di

loro due fosse agitata, e il cui cuore battesse più ansiosamente: entrò

primo maestro Cecco, poi il frate e il prete, e per ultimo Guglielmo,

il quale, mentre gli altri passavano, non lasciava di allungare il

collo per vedere se scorgeva la sua donna. Entrati che furono tutti,

e come i due giovani si furono veduti, senza accorgersene e senza

volere, esclamando ciascuno il nome dell'altro, la Bice si rizzò e

Guglielmo mosse verso di lei tutto desioso di abbracciarla: ma uno

sguardo della badessa fermò tosto la Bice, ed a fermare Guglielmo bastò

una parola del prete, che gli ricordava la data fede. I volti dei due

amanti per altro erano accesi di tanta gioja e di tanto desire, e tanto

abbondanti le loro lacrime che ciascuno ne sentiva pietà, e più di

tutti la badessa, che mal poteva celare la commozione e il turbamento

dell'animo; nè veruno era in grado di articolar parola; quando maestro

Cecco, per troncare questa comune confusione, ruppe egli il silenzio:

— Madonna la badessa, voi messer Guglielmo, e voi gentil damigella, ha

consentito che vi veggiate dinanzi a lei, non per ajutare un mondano

amore, ma perchè sa che l'amor vostro è virtuoso e ordinato a buono e

santo fine. Voi, Bice, essa ama come figliuola, e sente pietà della

vostra sventura; e voi, cavaliere, ha preso certezza che siete da

pregiare ed amare, e quasi sente per voi un affetto di madre....

Queste parole disse Cecco a disegno, e ficcò gli occhi nell'aspetto

della badessa, la quale ne cambiò stranamente di colore, che a lui non

isfuggì; e senza darsene per inteso continuò:

— Per questo ella si mostra tutta benigna verso di voi altri; e farà

di tutto con messer Geri, acciocchè vinca la sua avversione, e consenta

alla vostra unione.

Qui Guglielmo prese animo, e ruppe anch'egli il silenzio, prendendo

occasione di dir parole di affetto alla Bice, col parlare alla badessa.

— Madonna, gran mercè, non pure dell'aver consentito ch'io rivegga qui

colei che adoro, dopo Dio, sopra ogni cosa; ma della benignità altresì

che voi mostrate per me; ed anch'io vi accerto, madonna, che al primo

vedervi mi sentii volto ad amarvi, non so perchè, come tenerissima

madre. Deh! abbiate misericordia di noi!

A queste parole la Bice s'inginocchiò dal lato dove sedeva, accanto

alla badessa, e appoggiato il capo sulla gamba di lei la bagnava tutta

di lacrime. La povera suora era combattuta da tanti affetti che stava

per esserne sopraffatta; ma nondimeno potè riprendere tanta signoría di

se stessa che disse con bastante fermezza e gravità:

— Figliuoli, quanto lo consente la mia qualità, farò ogni cosa per

vedervi contenti; ma tu, Bice, fa di non iscordar mai la riverenza

ai genitori; e voi, Guglielmo, non vi esca mai di mente, come leal

cavaliere che siete, che l'amor vero debb'esser cosa tutta pura e

gentile; e fate di non obliare un solo momento quale è la santità del

luogo ove la Bice si custodisce, e il debito di lealtà e di cortesía

che avete meco.

Guglielmo accertò la badessa che al suo onore non fallirebbe giammai;

ed ella, che non vedeva l'ora di restar un poco sola, fatto cenno alla

Bice che la seguisse, e detto al frate, che tra poco gli darebbe un

foglio per messer Geri, salutati gentilescamente gli altri due, uscì

della sala con passo piuttosto frettoloso, e forse lo fece a disegno,

acciocchè la Bice rimanesse un poco discosta da lei; per modo che

Guglielmo potè appressarsele, e dandole un ardentissimo bacio sulla

fronte, dirle con gli occhi sfavillanti di gioja:

— Addio, mia dolcissima Bice: tra poco saremo felici.

Alle quali parole la Bice rispose alzando gli occhi al cielo; e

guardando poi il suo diletto con amoroso sorriso, aggiunse:

— Addio, mio dolce signore. Aspetto sospirando e pregando.

E senz'altro seguitò la badessa.

CAPITOLO XXVIII.

LA LETTERA E IL COMMIATO.

I quattro compagni furono assai lieti del buon avviamento che prendeva

la cosa, e maestro Cecco non ebbe più un dubbio al mondo che la badessa

era nè più nè meno che madama Gismonda, amante dello zio di Guglielmo:

della qual certezza non parlò agli altri tre; ma ne prese sicurtà al

buon esito della cosa, anche quando Geri fosse stato fermo nel suo duro

proposito; a rimuoverlo dal quale forte dubitava che fosse sufficiente

la lettera della badessa, e le poco efficaci parole di frate Marco.

Ma, non fermandosi per ora con la mente sopra nulla di determinato,

si misero tutti insieme a ragionare di cose diverse, per aspettare

che fosse scritta la lettera. Lasciamogli per un momento confabulare a

bell'agio, e veggiamo che cosa faceva la badessa. Ella aveva detto alla

Bice che tornasse nella cella, ed essa come prima fu rientrata nella

sua, si gittò sull'inginocchiatojo col capo fra le mani, sfogando in

abbondanti lacrime la passione che empievale il cuore, e facendo spesso

invenie alla immagine del Redentore Crocifisso che le stava dinanzi; e

quando si sentì un poco calmata, si mise al tavolino, e presa la penna,

scrisse a messer Geri la lettera, che fu di questo tenore:

«Carissimo fratello e padre, per reverenza del dolcissimo Sacramento

in Cristo dolce Gesù. Io, suor Anna, scrivo a voi nel prezioso sangue

suo, con desiderio di vedervi alluminato di vero e perfettissimo

lume, acciocchè conosciate quello che più fa alla quiete e contentezza

vostra, ed alla vostra salute, così dell'anima come del corpo. Frate

Marco vi significherà a bocca, come la Bice vostra non è ammaliata,

nè disamorata di voi; che vi ama anzi tenerissimamente, e si addolora

del dovere star lontana da voi; e questo ve lo accerto io nel nome

del nostro Signore Gesù. Messere, lei esorto sempre alla obbedienza, e

sempre studio di persuaderla che le bisogna spiantarsi dal cuore ogni

altro affetto che contrasti al volere del padre; ma a voi è debito mio

il parlare in altro modo. Le forze d'amore sono grandi; e nei cuori

gentili le usa esso formidabilmente: la povera Bice è stata vinta

da lui, nè sa nè può contrastargli, perchè ciò è sopra ogni umana

possanza. Che colpa o peccato ne ha dunque la vostra figliuola? Parmi

piuttosto, messere, che peccato facciate voi, quando per siffatta

cagione quel cuore gentile straziate in tanto spietata maniera, ed a

colei date tanta afflizione, la quale così caramente vi ama e vi tiene

in riverenza.

«Il cavaliere che la vostra figliuola ama, so essere della più

nobile progenie della Provenza; lo so essere prode in arme, e strenuo

difensore della vostra terra, per la cui libertà e buono stato non

dubita di dare il sangue e la vita; voi so che ama e còle per padre

dolcissimo, e che si accuora troppo duramente di non potervi anche

egli appellare col dolce nome di padre. E voi, sordo alle voci della

natura, istigato per avventura dall'invidia e dal maltalento, volete

essere micidiale della vostra figliuola, e vivere quasi disperato nella

desolazione, piuttosto che consolarvi nell'affetto di una carissima

fanciulla, che tutta si strugge di rivedervi, di abbracciarvi le

ginocchia, di usarvi ogni più amorosa cura che possa essere richiesta

dalla vostra età e dalla mal ferma sanità vostra. A voi parrà troppo

strano il mio ragionare, io che ho accettato la custodia della

vostra Bice; ma, se a lei mi porgo grave, severa, e le consiglio

sempre obbedienza e rassegnazione al vostro volere; non posso però

non sentirne pietà, vedendola consumarsi come fa, e peggiorarne ogni

giorno; non posso non condannare la vostra durezza, contraria alla

carità e alla giustiza. Deh! messere, a così parlarvi mi inspira il

nostro benignissimo messere Gesù Cristo: per il suo sangue prezioso

adunque, per l'amore che il condusse a morte per noi ricomprar dal

peccato, prendavi misericordia della povera Bice vostra: perdonatele;

consolatela del suo innocente amore: ne sarete lodato da ogni cuore

gentile; tornerete a gustare la ineffabile dolcezza della gioja

domestica; la vostra estrema vecchiezza sarà consolata dall'amore dei

vostri figliuoli, e rallegrata dai figliuoli dei vostri figliuoli,

e chiuderete gli occhi, a modo degli antichi patriarchi, tra le

benedizioni di tutti e circondato dai vostri più cari; dove, stando

pertinace, sarete straziato dal rimorso, spaventato dalla desolazione,

e morrete abbandonato da tutti, se non disperato».

Questa lettera sembrerà al lettore un poco troppo accesa, e mal

dicevole alla qualità di chi la scriveva; e forse e senza forse è

ciò vero; ma la meraviglia cesserà, chi ripensi un poco al punto nel

quale suor Anna la scrisse; chè certo doveva essere sopraffatta dalla

passione, e solo aveva dinanzi agli occhi il pensiero di veder felice

il nipote di colui che per lei era morto di amore.

Suggellata che l'ebbe, stette un pezzo fra 'l sì e 'l no del mandare

per frate Marco, o dall'andare essa stessa a portargliela; l'un cuore

le diceva non istar bene ad una donna di santità com'ella era il

presentarsi da capo a coloro a cui aveva dato commiato; ma l'altro pur

la spingeva a volere per l'ultima volta rivedere il cavaliere; e questo

la vinse, persuadendola per di più che parole di commiato non si erano

cambiate fra loro, e che pure era atto di cortesía il farle. Laonde,

vinto ogni rispetto, andò là dove i quattro aspettavano, e fattasi

incontro a frate Marco:

— Questa, frate Marco, è la lettera per messer Geri.

E volta al cavaliere con atto donnescamente benigno:

— Messere, gli disse, così Dio ammollisca il cuore al padre della Bice,

come io ardentemente lo desidero.

E Guglielmo, chiestole, ed ottenutolo, di baciarle la mano per atto di

grato animo:

— Madonna, le disse baciandogliela, tanto sono dolci le vostre parole

che non possono fallire all'effetto loro; nè può esserci cuore tanto

duro che ad esse non si ammollisca; e non può fare che per opera vostra

io non sia consolato del tutto, così caro e così buono mi parve il

vostro aspetto al primo vedervi, tanto che non dubitai di reputarvi il

mio angelo custode.

Quanto soavi sonassero queste parole a suor Anna, non penerà a

indovinarlo il lettore, che abbia seguito con attenzione il mio

racconto, e sappia per conseguenza qual fosse il cuore della badessa

verso Guglielmo; la quale, per non intenerirsi troppo, risposto qualche

tronca parola alle gentilissimo di Guglielmo, e dato a tutti cortese

commiato, ritornò nella cella più tranquilla e più quieta; ed i quattro

compagni, ristoratisi un poco dal prete di S. Niccolò, e montati poscia

a cavallo, non restarono finchè furono a Settimello, dove cenato e

dormito, la mattina maestro Cecco, frate Marco e Guglielmo cavalcarono

a Firenze, e vi giunsero a mezza terza.

CAPITOLO XXIX.

IL RITORNO.

Maestro Cecco e Guglielmo andarono diviato al palagio dove il duca e

la duchessa gli aspettavano ansiosamente, perchè Cecco aveali per uomo

apposta avvisati che il tal dì ci sarebbero e alla tal ora. Le feste

che il duca, e la duchessa, e tutti i cavalieri della corte fecero a

Guglielmo non potrebbero descriversi a parole. Il duca volle sapere

ogni fatto della battaglia sotto Pistoja, e più che altro, rispetto

alla qualità della persona di Castruccio, di fronte a cui si era

trovato personalmente Guglielmo, il quale cavallerescamente lo celebrò

dinanzi a tutti per valentissimo e prode signore. La duchessa non

cessava di domandargli come fosse andato il fatto della sua ferita;

come essa fu grave; quanto egli soffrì, e come ora si sentiva. A che

rispose il cavaliere che della ferita poco calevagli, ma solo era

rimasto accorato dell'impresa fallita; che ora si sentiva aitante della

persona come mai fosse; e che ardeva solo del desiderio di poter dare

a monsignore lo duca novella prova della sua devozione ed affetto:

aggiungendo che tutto doveva a maestro Cecco il suo buono stato

presente, per amore delle tanto assidue ed amorose cure prestategli.

Sentendo la duchessa attribuire alle assidue cure di Cecco quasi tutto

il merito del buono stato del cavaliere, fece un atto di dispetto, e

guardò sinistramente esso Cecco, il quale, avendole appunto gli occhi

addosso, se ne accorse benissimo, e le disse con atto umile quanto più

si può:

— Madonna, la guarigione del nobile cavaliere non si deve attribuire

a niuna virtù mia propria, ma alla virtù che le stelle influiscono su

certe erbe: io ho il solo pregio di avere studiato ogni via ed ogni

modo da servire con tutto amore monsignor lo duca, e voi massimamente,

madonna, che tanto efficacemente mi raccomandaste messere Guglielmo.

La duchessa non diede a Cecco veruna risposta; e niuno si accorse

dell'atto stizzoso ch'ella fece, perchè nel tempo stesso tutti gli

altri cavalieri della corte erano intorno a Guglielmo, opprimendolo

di mille domande, informandolo degli apparecchj che si facevano per la

prossima guerra, e un monte di altre simili cose.

Mentre tutti erano occupati attorno a Guglielmo, si accostò a maestro

Cecco messer Gualtieri di Brienne duca di Atene, e sotto voce gli disse

che per parte di monsignor lo duca avea a conferire con esso cosa di

gran momento, e che fosse da lui senza indugio, a che Cecco rispose che

vi sarebbe; e il duca frattanto con la duchessa uscirono della sala,

facendo prima invitare tutti i cavalieri al convito, che quel giorno

stesso egli dava in onore di messer Guglielmo. Il lettore avrà senza

dubbio notato l'atto dispettoso della duchessa verso Cecco, e il modo

più duro dell'usato ch'ella teneva verso di lui; e forse vorrà saperne

la cagione. La cagione c'era, e gravissima. Come prima il duca ebbe

comandato al maestro che andasse a Prato alla cura del cavaliere, essa

comandò al suo fidato ministro che cavalcasse tosto anch'egli, e nol

perdesse mai d'occhio; e quegli vide bene essersi Cecco accompagnato

col frate, uscendo da Firenze: gli seguitò ambedue fin passato Sesto;

ma gli perdè d'occhio quando voltarono verso Settimello, perchè egli,

sapendo che dovevano andare a Prato, continuò la strada per Prato.

Poi vide che il frate tornò a Firenze e ritornò a Prato; ma non potè

spiare il rimanente fino in Mugello; dacchè quando vide Guglielmo

risanato, cavalcare per partirsi da Prato insieme cogli altri due, e

fare le dipartenze coi Guazzalotri suoi ospiti, non dubitando ch'e' non

tirassero diritti per Firenze, non si diè cura di seguitargli passo per

passo, ma tornò difilato a informar la duchessa di quello che aveva

veduto. La quale da principio non prese gran sospetto, se non quanto

non sapeva indovinare il perchè di quell'aver Cecco condotto seco frate

Marco. Ma quando al ritorno del suo messo non vide tosto seguitare il

ritorno degli altri due, allora cominciò il sospetto ad entrargli nel

cuore, e si fece poi grande e gravissimo, vedendogli indugiare due

interi giorni.

— Da Prato sono usciti, — pensava tutta smaniosa la duchessa, — e da

qui a Prato è cammino di due ore: perchè indugiano? dove sono andati?

La Cavalcanti è in Mugello.... Ma da che parte è Mugello? — e tosto fa

in modo di sapere con certezza da che parte è; e saputo che appunto la

via di Mugello è verso Prato:

— Ah maledetto pateríno, esclamava, lo ha condotto in Mugello!... Ma a

che fare? La Cavalcanti è chiusa in monastero: la badessa la custodirà

gelosamente.... E' ricorrerà all'arte della magía.... Eh, bisogna che

questo tristo uomo faccia tosto la fine di cui è degno.

Fra tali pensieri passò la duchessa due interi giorni; e non ristette

che da capo non riparlasse col vescovo d'Aversa, a proposito di Cecco,

e allo stesso duca non facesse liberamente intendere il pericolo, e la

sconvenienza di tenerselo appresso ed in tanto onore, in onta di santa

chiesa e della città di Firenze.

Il duca parve esser rimasto quasi persuaso alle parole della sua

donna; ma non volle venire a niuna risoluzione, perchè troppo faceva

assegnamento sulla sapienza di Cecco, e perchè dall'altra parte nelle

sollecitazioni del cancelliere e della duchessa gli pareva di scorgere

che qualcos'altro ci dovesse essere, oltre lo zelo della religione e

della sicurezza di signoría. Carlo era guelfo e cattolico; ma circa

alle scomuniche papali, e circa all'autorità che la chiesa si arrogava

su' principati, avea certe sue particolari opinioni, nè si rassegnava

a vedersi quasi dettar leggi in casa sua: circa alle paure della

duchessa di tumulti in Firenze per amor di Cecco o d'altro, e' se ne

rideva, tanto vedea avviliti i fiorentini, e tanta sicurtà aveva della

sua forza. Tuttavía dissimulò, e promise alla moglie che penserebbe

di proposito a quanto le aveva detto; aspettando intanto occasione da

allontanar Cecco da Firenze qualche poco di tempo, per togliere esca al

fuoco dell'ira che contro di lui accendeva i cuori dei frati e della

duchessa; e in questo mezzo pigliar consiglio. Ed a ciò appunto si

riferisce l'invito che il duca d'Atene avea fatto a Cecco da parte del

duca. Ma prima di entrare in altro, veggiamo che cosa ha fatto frate

Marco appresso Geri dei Cavalcanti.

CAPITOLO XXX.

L'AMOR PATERNO.

La mattina che i tre compagni tornarono a Firenze, messer Geri

era molto più melanconico dell'usato. La notte aveva passata

travagliatissima: nei brevi sonni, che ogni tanto prendeva, sempre

gli appariva la sua Bice, ora supplichevole di perdono, ora tutta

desolata e piangente; ed in sul mattino gli parve di vederla moribonda,

e di udirla, nel delirio di morte, amaramente rimproverar suo padre

dell'averla ridotta alla disperazione, e spirare col nome di Guglielmo

sulle labbra. In questo punto si destò di sobbalzo tutto spaventato, e

grondante di sudore; e stato un gran pezzo che non si raccapezzava se

sognasse o se fosse desto, alla fine vide dagli spiragli della finestra

essere già chiaro il giorno, e si rizzò a sedere sul letto, come per

ripigliar fiato liberamente; e, tergendosi il sudor della fronte,

esclamò tutto doloroso:

— Dio, che spavento!

E stato un altro poco pensoso con le braccia incrociate sul petto:

— Questo sogno orribile l'ho fatto sul mattino, che allora i savj

dicono sognarsi del vero. Ahi, tristo me! La mia Bice.... fosse ella

malata davvero?.... imprecasse davvero alla crudeltà di suo padre?....

E preso da subita paura, fece il segno al suo fante, che dormivagli

nella stanza allato, il qual giunto:

— Cavalca, gli disse, senza metter tempo in mezzo, in Mugello; e torna

tosto a dirmi che è della Bice mia.

E il fante, senza ripetere, ubbidì. Intanto il vecchio scese dal

letto, non chiamando altri appresso di sè; e, vestitosi alla meglio,

si sentiva in una estrema debolezza, per forma che, fattosi recare la

solita bevanda cordiale, si pose sopra una gran sedia a bracciuoli,

allato al suo tavolino, comandando che niuno il dovesse venire a

turbare, se non fosse frate Marco, che egli aspettava da un momento

all'altro; e continuò a vagar di pensiero in pensiero:

— Malata forse non sarà: frate Marco mi scrisse pur ier l'altro, nè

mi accennava a verun malore; solo accertava non essere ammaliata. Ma

ora che tarda questo benedetto frate Marco? Nol sa per avventura con

che batticuore debbo star io? Già e' son frati.... tutti per se....

— O forse il sogno era un avvertimento datomi da messer Domeneddío

che la mia Bice, continuando a star là sepolta, farebbe quel fine....

Ah no, Bice mia, no, ti voglio qui da me: lo vedi, povero vecchio!

quanto sto doloroso della tua lontananza? Non posso più vivere senza

di te.... — Ma ella vuol bene a Guglielmo più che a me! — Snaturata

figliuola! Vuol vedermi morire disperato! Anche a maestro Dino pare

stranamente impossibile questa snaturatezza.... — Ed anch'io non sono

stato giovane? non amai perdutamente una fanciulla, contro la volontà

e gli amorosi ricordi della mia buona madre? eppure anche lei amavo

tenerissimamente quanto la donna del mio cuore: dunque l'uno amore non

contrasta l'altro.... Ah! sì, sì, la Bice ama teneramente anche me....

— Ma quello straniero.... — Sì! e i fiorentini che cosa son eglino

adesso? Un branco di pecore matte, dimentichi di sè, dell'onore della

loro terra, tremanti al nome sol di Castruccio: gente, che piglia atti

e modi di leone contro chi fugge, e si placa poi come un agnello a chi

mostra i denti o la borsa; orgogliosi d'altra parte, e senza misura in

nulla.... E questo ti avviene, o Firenze, per la gente nuova e per i

subiti guadagni dei tuoi cittadini; perchè la tua cittadinanza è ora

mista di villani rifatti, di barattieri, di ogni mala gente. Che genero

potrei io trovare adesso in Firenze degno della mia casa, della mia

Bice?.... — Ma perchè entrarci anche Cecco d'Ascoli in questa faccenda?

E' non lo può fare se non per odio dei Cavalcanti.... dunque il danno e

l'onta mia ci debbe essere.... No, no: mai....

E così continuò ad essere combattuto da varie volontà e da varj affetti

per assai tempo, sempre per altro prevalendo l'affetto alla sua Bice,

senza la quale oggimai non poteva più vivere; quando un fante venne a

dirgli che frate Marco era giunto:

— Venga, venga tosto....

E come il frate era nell'anticamera, udite le parole di Geri, entrò

subito. Geri si era rizzato da sedere per ire incontro al frate, e come

prima lo vide:

— Che è della Bice mia?....

— N'è bene, messere.

— Ma quando la vedeste?

— Ieri.

— E era sana?

— Sana in quanto non aveva propriamente alcun malore; ma sana per altro

come può essere colei, che vive nella desolazione, quasi sepolta viva,

lontana dal padre, che ella adora....

— Mi adora? E il cavaliere?.... Oh Dio, frate Marco: ho avuto un tristo

e spaventoso sogno. Mi pareva vederla morente; la udii imprecare al mio

nome: la vidi spirare....

Cecco d'Ascoli: racconto storico del secolo XIV · 第 13 / 26 段