famiglia, che lasciarono Firenze per cagion delle parti. Mio padre fu
Filippo de' Cavalcanti, il quale erasi riparato a Napoli, dove acquistò
gran favore alla Corte di Carlo II, e poscia del re Roberto. Io era
giovanissima, mi dicevano bellissima, e il fiore di tutta Napoli: nè
vi era gentil donzello, o cavaliere o barone, che non si tenesse beato
di un mio sorriso. Mi piaceva vedermi così careggiata da quanto Napoli
aveva di leggiadro, di gentile, e di prode; e come più era in me la
vaghezza che il senno, così ne andava lieta vanamente; senza per altro
mancar mai di un sol punto al dovere di nobile e ben creata fanciulla.
E se qualche leggiero segno d'affetto l'avevo dato ad alcuno, dei
molti che mi vagheggiavano, su niuno mi era fermata giammai, nè di
fermarmici mai aveva fatto proposito; quando giunse alla corte un
cavalier provenzale, che tutti celebravano per il più prode e per il
più leggiadro cavaliere che vestisse armi, e pulcelle e maritate non
parlavano se non di lui. Io lo vidi; e mi parve, ed era, più bello a
mille doppj che non dicevano tutti; e come egli ebbe veduta me, in me
volse ogni suo desiderio ed ogni suo affetto. Il rimanente non vogliate
che il dica, lo indovinate da voi. Quell'amore, vel giuro, sere Gianni,
fu sempre puro ed intemerato; ma la invidia e la gelosía seppero tanto
fare, che se ne cominciò a parlare con poco onore, non solo per la
corte, ma anche per la città; e le maligne arti di queste due furie
dell'inferno furono menate così bene che mio padre, quasi vergognoso
di me, mi condusse fin qua da se stesso, e del cavaliere non seppi più
nulla mai. Quel cavaliere si chiamava Ramondo d'Artese.
— D'Artese! — esclamò il prete maravigliato — come il cavaliere della
damigella fiorentina.
— Per lunghi anni piansi il perduto amore, e mi consumai nel dolore
e nelle incertezze; e sperai anche... Ah! sere Gianni, ma la speranza
fu vana: non seppi nè vidi più nulla mai!... Il tempo aveva quasi del
tutto saldato le piaghe del mio cuore, e viveva, se non lieta, almeno
più tranquilla, col pensiero quasi tutto alla patria celeste, quando
venne la povera Bice. In essa mi parve di vedere un'altra me stessa: ne
fui tutta commossa, e da capo mi sentii agitata da passioni diverse,
che non mi lasciavano aver bene; tuttavía le potevo signoreggiare. Ma
quando frate Marco ebbe nominato sire Guglielmo di Artese, quel nome
vinse ogni mia forza ed ogni mia facoltà; mise nel mio cuore un fuoco
che mi arde tutta; nè spero refrigerio veruno, se non dalla vostra
pietà.
— Madonna — disse il prete tutto compunto — cosa ch'io possa.
— Voi siete buono, siete discreto; non irridete la mia fragilità:
la vergogna non mi dà balía di guardarvi in faccia; ma voi non
l'accrescete col garrirmene o con lo schernirmi: compiangetemi,
consolatemi.
— Garrirvi! schernirvi! Madonna, questo non sarebbe della riverenza che
sempre ebbi per voi, nè dell'affetto che sempre mi mostraste; e cagione
o di garrirvi, o schernirvi, nè io, nè altri può avere. Prima di essere
votata al signore foste nel mondo; foste bella; amaste e foste riamata,
nè mai vi partiste dalla onestà....
— Ma ora sono sacrata a Dio; sono preposta a governo di donne sacrate
a Dio; sono sul confin della vecchiezza, e sono consumata da una smania
che è tutta mondana.
— Non colposa però. Fatevi cuore: che posso o debbo io fare per
servirvi?
— Bisogna che io vegga questo cavaliere d'Artese, che io sappia chi è
il padre suo, chi i suoi parenti e consorti; e tutto questo salvo il
mio decoro e la dignità mia, ed in modo che nulla si appalesi di quanto
chiudo nel cuore: a ciò mi bisogna l'opera vostra.
— Rispetto al veder messer Guglielmo è agevole cosa, chè egli è qua
alla chiesa di San Niccolò con maestro Cecco a adorare le mura di
questo monastero. Il farlo salvo il decoro e la dignità vostra richiede
molta accortezza e molta prudenza. Del non appalesarsi nulla, sta
tutto in voi, madonna, e nel come vi sentite forte di ascoltare senza
commuovervi troppo, quello che il cavaliere potesse dirvi.
— Preparata come io sono, e vinto questo primo commovimento d'animo, io
mi sento forte abbastanza. Pensate voi al rimanente.
E il prete, stato un poco sopra pensiero, e veduto che questo era il
modo certo da assicurare il buon esito dell'amore della Bice, disse:
— A fare quanto chiedete bisogna che vi porgiate benigna all'amor della
Bice.
La badessa guardò il prete con quello stesso sguardo di quando le
parlava frate Marco; ma questa volta il prete aveva buono in mano, e
non gli venne meno il coraggio come allora; il perchè continuò:
— Madonna, voi confessate che nella Bice vedete un'altra voi, ed ora
anch'io ce la vedo. Non vi sentite dunque volta al suo bene?
— Sì, — disse la badessa con profondo sospiro, — ma....
— E che vi ritiene? Non è egli ufficio di santa e prudente donna
il salvare dalla disperazione tre cuori gentili? Altro non si
richiederebbe che scrivere una lettera a messer Geri, per ora, e tenere
a buona speranza i due giovani. E se no, che altra via c'è egli da
condur qui Guglielmo?
— E quel maestro Cecco, che qualità di persona è egli? — domandò la
badessa.
— La più sapiente, discreta e amorevol persona che mai conoscessi: ha
onorato luogo alla corte di monsignor lo duca, e di messer Guglielmo è
amicissimo. Uomo da confidargli ogni gran segreto.
— Confidar segreti no — disse la badessa guardando il prete con atto
risoluto — ricordatevi bene della promessa vostra.
E qui il prete chinò il capo ed alzò la mano, in atto di togliere ogni
dubbio alla badessa, la quale continuò:
— Ma giovarsi al bisogno del suo consiglio. Dite dunque il disegno
vostro.
— Io direi di significare ai tre miei compagni, come voi, vinta dalle
mie preghiere, consentite di essere benigna alla Bice, e di interporvi
con suo padre, sì veramente che vi accertiate prima delle qualità,
della nobiltà e della lealtà del cavaliere suo amante, e che l'amore
di lui sia solo a buono e ad onesto fine; che il cavaliere volete
vedere ed interrogarlo, per voler esser certa di ciò. Egli verrà; lo
interrogherete minutamente: e così servirete voi stessa e la Bice ad
un'ora, senza che altri possa trapelar nulla; dove per altro non vi
lasciate vincere da voi medesima, mostrando di fuori le passioni che
dentro possono turbarvi nel colloquio che avrete con Guglielmo.
— Di ciò posso assicurarmene; chè già la prossima speranza di essere
tolta da ogni dubbio dal cavaliere, ha temperato molto l'ardore che mi
fece quasi delirare. Ora ardo solo d'impazienza; e però, sere Gianni,
fate che la cosa abbia pronto effetto.
CAPITOLO XXVII.
SI VEDONO.
In questo mezzo tempo frate Marco aveva fatto le sue orazioni sopra
la Bice, le quali, com'era naturale, aveano lasciato il tempo che
trovarono; e mentre usciva dall'oratorio, dove la fanciulla rimase
aspettandovi la badessa, come essa avealo imposto, s'abbattè nel prete,
che giusto veniva in cerca di lui: ed appena lo vide, gli disse tutto
lieto nel volto:
— Frate Marco, la badessa è nostra....
— Come è questo? Come avete operato tanto miracolo?
— Di ciò non vi caglia. Andiamo tosto dagli amici che aspettano là
nella chiesa di S. Nicolò — e mossi senza indugio, furono a S. Piero in
meno che non si dice.
Come furono giunti, maestro Cecco esclamò verso frate Marco:
— La malía della damigella di messer Guglielmo doveva essere molto
tenace, se tanto indugio ci è bisognato a vincerla. Ma che diavolo
avete fatto sino ad ora? Noi stavamo per rinnegar la pazienza.
E messer Guglielmo nel tempo medesimo verso il prete:
— La Bice la vedeste? che è di lei? parlovvi di me?
— Ben altra malía abbiam vinto che quella della damigella; e abbiamo
fatto cosa che messer Guglielmo e voi, maestro, ce ne vorrete bene a
tre doppj, rispose qui il prete.
E il frate, a compimento delle parole di lui:
— La badessa è tutta per noi.
— Ma la Bice — ribattè Guglielmo — frate Marco, voi la vedeste? pensate
che io ne muojo dal desiderio.
— La Bice piange e sospira; ma ogni speranza è adesso rinverdita. Dite
voi, sere.
— Madonna la badessa, vinta dalle mie strette preghiere, ha consentito
di scrivere a messer Geri per confortarlo a perdonare alla figliuola
e consolarla del suo amore; nè dubito punto che la lettera di lei non
abbia a essere efficace ed accesissima; e, unita alle persuasioni di
frate Marco, non abbia a commuovere il cuore del vecchio, già disposto
al perdono, e già troppo doloroso della sua desolazione e della
lontananza della sua diletta Bice. Solamente vuole esser certa che
messer Guglielmo ami veramente la gentile damigella, e che egli sia
veramente de' più chiari lignaggi di Provenza; e vuole, prima di far
nulla, conferire con esso lui. Voi dunque, bel sire, apparecchiatevi
di vedere la badessa; chè forse potreste vedere anche la vostra donna,
dove sappiate guadagnarvi l'animo della buona suora, che è della Bice
tenerissima, e di cuore oltre ogni credere gentile ed affettuoso. Non
so se nella vostra famiglia vi sieno esempj d'amori infelici; ma, se
ci fossero, fate con bel modo di fargli entrare nel discorso quando la
ragguaglierete del vostro lignaggio.
Il prete sapea bene che esempj di amori infelici dovevano esserci,
a quel che le aveva detto la badessa del suo Ramondo d'Artese; e
mise così in via il cavaliere di parlarne, non solo perchè la buona
religiosa si intenerisse più del caso della Bice, ma ancora per darle
modo di essere chiarita dei casi del suo cavaliere di quando era al
secolo, senza che ella ne dovesse fare domande tali, che destassero
qualche sospetto negli altri.
— Su dunque, disse maestro Cecco, tutti al monastero; e veggiamo se per
opera del nostro sere si arriva ai desiderj nostri. Ma quella badessa
convertita così presto mi sa troppo di miracolo: ci deve essere qualche
gran cosa sotto. Deh, sere, se vi piace, ne dite come faceste tal
miracolo, e ditene la vera cagione.
— Maestro, il cuore veramente gentile della badessa, il caso della Bice
tanto pietoso, ed anche l'efficacia del mio ragionare....
— Veggo che avete credenza.... e ve ne lodo, nè più vi sollecito di
ciò....
— La badessa aspetterà.... disse il cavaliere.
— Ah, _la badessa aspetterà_ — ripetè Cecco sorridendo; e tutti si
mossero verso il monastero, dove la badessa stava veramente nella più
grande ansietà, e cercava di fortificare con ogni argomento l'animo
suo, che si mantenesse saldo al primo vedere Guglielmo, ed a tutto
ciò che potesse udire da lui. Essa stava aspettandogli nella sala del
parlatorio comune, ed aveva ordinato alla portinaja che, tornando frate
Marco e sere Gianni con due altri cavalieri, gli conducesse tosto
da lei; e di fatto non andò molto che giunsero, e la portinaja gli
conduceva al parlatorio. Ma il prete gli arrestò nella sala precedente,
e volle prima passar solo per avvisare la badessa, la quale, come il
vide entrar solo, esclamò tutta smarrita:
— O il cavaliere?
— Il cavaliere è qui, madonna: vengo prima io solo, per avvisarvi
intanto della sua vicinanza, e scemarvi così la impressione della
veduta improvvisa; vengo per ricordarvi che siate forte, che pensiate
alla vostra dignità, alla vostra età....
Qui la badessa si fece rossa nel viso; e abbassando gli occhi:
— Grazie, disse, sere Gianni, del vostro gentile pensiero; e grazie
ancora dell'avermi ricordato ch'io sono presso alla vecchiezza: avrei
potuto obliarlo per un momento, ed apparire schernevole presso il
cavaliere ed il maestro.
Il prete aveva ricordato gli anni alla badessa, perchè, sebbene di
poca istruzione, era però accortissimo, e sapeva che questo argomento
sarebbe il più efficace di tutti a frenar l'impeto della sua passione,
come fu veramente.
Ora alle ultime parole della badessa non rispose nulla; ma, chiesto
solo licenza di introdurre i suoi compagni, ed ottenutala, si fece
all'uscio, ed accennò che entrassero.
La badessa era seduta appunto dirimpetto all'uscio, e là teneva teso
avidamente lo sguardo; primi si mostravano maestro Cecco ed il frate;
ma, come Guglielmo gli sopravanzava di tutto il capo, così ella vide
benissimo prima di ogni altra cosa l'elmo, che per cimiero aveva un
dragone verde con tre penne di tre colori diversi, bianca, azzurra,
vermiglia. La vista di quel cimiero fu il colpo più forte al cuore
della buona religiosa, perchè era in tutto e per tutto simile a quello
che già portava Ramondo, e ne cominciò a sudar freddo freddo: e fu bene
che il vedesse così da discosto, e prima che i tre le fossero vicini;
altrimenti non avrebbero potuto non accorgersi del suo turbamento. Ben
videlo il prete, che erasele fatto appresso, e le disse sotto voce:
— Madonna, vi tradite....
Ella a queste parole si scosse tutta; e riprese il meglio che potè la
sua gravità, se non quanto si cambiò di colore quando scorse da vicino
l'aspetto di Guglielmo; ma non ne diede altro segno; e niuno, se non
forse maestro Cecco, si accorse di ciò. Fattale per tanto riverenza da
tutti, e presentatole maestro Cecco e messer Guglielmo, maestro Cecco
le disse queste parole:
— Madonna, il caso pietoso di questo cavaliere e della Bice, voi lo
sapete: siete di gentil sangue e di animo gentilissimo; siete ancella
di Cristo, e non potete non essere informata dello spirito di carità,
onde sono pieni i santi vangeli; voi potreste, volendo, essere grande
ed efficace ajuto a ricondurre la quiete in una desolata famiglia, a
render felici due nobili cuori; e che il vogliate ce ne dava speranza
testè il buon prete di Settimello. Il perchè, io, che amo e riverisco
quanto carissimo figliuolo il prode cavaliere che qui vedete, per me
e per lui vengo a rendervi care grazie del vostro cortese assentire,
ed a pregarvi altresì di perseverare nella santa e caritatevole opera
vostra.
La badessa, mentre Cecco parlava, non restava di volger gli occhi verso
Guglielmo, e intese a fatica il concetto delle parole di lui; al quale
rispose così per le generali:
— Il caso della Bice è pietoso; e non si disdice a me il fare alcuna
cosa per vedere di rammollire l'animo di suo padre. Questo però non si
può nè si dee, se prima non sono certa che il grave sdegno di messer
Geri non abbia fondata ragione; e che il cavaliere sia di quel nobile
lignaggio che si dice, e che l'amore di lui sia solo a buono e lecito
fine.
— Madonna — disse qui Guglielmo — che messer Geri sia stato inacerbito
dalla maligna e insidiosa istigazione di maestro Dino del Garbo, ve
lo giuro sulla mia fede, e ve lo accerta qui frate Marco, il quale
non mente: del mio amore per la Bice vi dirò solo che l'adoro come si
farebbe di una immagine della Vergine: del mio lignaggio basti dire che
è di quelli d'Artese.
— Vivono i vostri genitori? — domandò con voce tremante la badessa; nè
ebbe balía di dir altro.
— La dolce mia madre, che fu della casa di Angiò, mi lasciò dolente
della sua morte dieci anni sono; mio padre vive in verde vecchiezza, ed
ebbe già onorato luogo alla corte di re Carlo, e l'ha ora onoratissimo
alla corte del gran re Roberto.
A queste parole la povera religiosa sentì come passarsi il cuore da un
coltello, pensando tra sè — _Alla corte di Roberto? Ramondo forse_....;
e domandò quasi balbettando:
— Il nome e l'ufficio di lui?
— Sire Gilberto, gran siniscalco.
All'udir questo nome la badessa riprese un poco di cuore; ma non sapeva
che via tenere per fare altre domande, che la conducessero a sapere,
senza dar verun indizio, che cosa fosse stato di Ramondo; e se fosse
stretto parente o consorto del cavaliere. Sere Gianni ben si accorse
di ogni cosa; e ben indovinava il desiderio di lei, a certe occhiate
che essa gli dava; onde entrò egli in ragionamento col cavaliere, per
vedere se riuscisse a qualche cosa; ma a nulla di certo lo potè trarre;
sicchè la povera suora, perduta quasi ogni speranza, conchiuse il
colloquio così:
— Cavaliere, pregio altamente e il lignaggio e la cortesía, e il
gentile animo vostro; farò appresso messer Geri ogni mia opera in
vostro servigio.
— Madonna — riprese timidamente il cavaliere — daretemi voi commiato,
senza che io possa vedere la donna del mio cuore?
— Parvi cortesía — disse con dignitosa gravità la badessa — il fare a
me codesta domanda?
Guglielmo vedeva bene che la badessa aveva ragione: a lei aveva messer
Geri affidata la Bice, ed ella avrebbe fatta villanía a consentire
che la vedesse e ci parlasse col suo beneplacito; e però, sentendosi
rimproverare di scortesía, rispose:
— Perdonatemi: l'amore mi ha sopraffatto, e però feci tal domanda: ma
il vostro rifiuto, benchè giusto, mi ucciderà. Esserle così presso,
sotto un tetto medesimo; dopo tanto tempo; dopo i pericoli della
guerra; dopo la speranza già concepita di rivedere quel caro volto, di
riudire quell'angelica voce; e dovere abbandonare questo luogo senza
vederla! Sì, madonna, io ne morrò di dolore, come fece messer Ramondo
mio zio.
Qual divenisse il cuore della badessa a questo nome non si può dir con
parole; fu tale e tanta la sua commozione, che non potè tenersi di non
esclamare, tutta infiammata nel volto:
— Messer Ramondo!...
Ma tosto accorgendosi del suo fallo, cercò di temperarsi al possibile,
e continuò:
— E chi fu, se vi piace, codesto messer Ramondo; e come dite che morì
per amore?
— Io era tuttor fanciullo, e mi ricordo di aver più volte sentito
narrare da' miei, di un gentiluomo fiorentino, che riparò a Napoli al
tempo dei Bianchi e dei Neri, dove ebbe gran favore alla corte del
buon Carlo II: aveva questo gentiluomo una figliuola unica, la più
bella e gentile che a memoria d'uomo si fosse veduta alla corte; nè
v'era cavaliere o barone, che non ardesse d'amore per lei. Ella per
altro fra tutti prescelse messer Ramondo di Artese, fratello di mio
padre, il più leggiadro e prode cavaliere che mai portasse arme; e si
amarono di ardentissimo amore, e pareva loro di essere la più felice
coppia d'amanti di tutto il mondo. Ma ben tosto la felicità tornò
in troppo amaro pianto. Un giorno che la sua Gismonda (tale era il
nome della fanciulla) doveva venire alla corte col padre, e parlare
col suo cavaliere, la Gismonda non vi fu: al balcone, come spesso
solea vederla, Ramondo non la vide per più giorni; ed alla fine si
seppe, come suo padre, avverso fieramente all'amor della figliuola
col cavaliere, l'aveva condotta fuori di Napoli; ma niuno potè mai
trapelar dove. Le inchieste del cavaliere furono senza numero; andò
per molte parti d'Italia, se potesse avere niuno indizio, fuorchè
in Firenze, dove il padre della sua donna non sarebbe potuto andare,
essendovi condannato per rubello; ma ogni domanda ed ogni viaggio tornò
invano; chè nulla più seppe della bella damigella. Tanto dolore si pose
al cuore messer Ramondo di tal perdita improvvisa e crudele, che la
sanità gli se ne alterò in gran maniera, e struggeasi proprio come una
candela; e ben tosto gli entrò addosso una febbre lenta lenta, che lo
condusse in poco più d'un anno al sepolcro.
La badessa ascoltava questo racconto con evidente commozione; e
quando udì il suo Ramondo esser morto per lei, non potè non dare sfogo
all'affanno con pianto abbondantissimo. Il prete non si meravigliò,
perchè ne sapea troppo bene la cagione; si meravigliò ben frate Marco
e messer Guglielmo delle lagrime della suora, nè sapevan trovar la
cagione di tanto amaro pianto. Maestro Cecco per altro, il quale era
di coloro, di cui dice Dante, che non vedono l'opera solamente, ma
per entro i pensier miran col senno, bene sospettò che messer Ramondo
doveva essere stato quel cavaliere, per il cui amore la badessa fu già
rinchiusa, come sapevasi per il paese; e di ciò prese certezza al buon
esito della loro impresa; e volendo pur profittare del momento, disse
rivolto a lei:
— Madonna, il caso di messer Ramondo è molto compassionevole, nè può un
cuor gentile come il vostro non esserne pietosamente commosso; pensando
massimamente alla vita infelice, che dee aver condotto la povera
Gismonda della cui sorte noi tutti rimaniamo col desiderio.
— Oh, potessi io — riprese qui il cavaliere — potessi sapere ove
ripara, se vive tuttora, la donna del mio buon parente! L'amerei
come seconda madre, la condurrei qui ai piedi vostri, madonna, che mi
impetrasse ella la grazia che io vi domando, dipingendovi ella stessa
lo strazio del suo cuore in questi lunghi anni, e pregandovi di non
volere rendere infelice al pari di lei una gentil fanciulla come la
Bice, e condurre il nipote alla morte disperata che fece lo zio.
— Messere, vedete che il racconto di messer Ramondo ha molto ammollito
il mio cuore — disse la badessa, asciugandosi le lagrime — perchè
volete anche straziarlo con parole, che hanno per me dell'acerbo?
Temperate il vostro ardore: siate certo del mio efficace ajuto; e
sperate.
Dette queste parole con voce tremante, e non potendo più reggere alla
piena della passione, uscì dalla sala, accennando al prete che la
seguisse.
Come la badessa fu uscita, maestro Cecco si volse ai compagni, e disse
a mezza voce, e con quell'aria di chi dice cosa strana, ma vera:
— La badessa è madonna Gismonda di messer Ramondo....
— Maestro, rispose il cavaliere, che dite voi?
— In tutto il tempo di questo colloquio io non le ho mai levato un
momento gli occhi da dosso, e ne ho studiato ogni atto, ogni volger
di ciglio, ogni sospiro. È lei; e il sere di Settimello per avventura
sa tutto. Vedete? Ella era sopraffatta dalla passione: si è involata
da noi per darle sfogo; e il prete ha chiamato con sè. State di buon
animo, messere; tosto vedrete l'effetto del vostro racconto: vedrete la
Bice; e forse il prete lo ha condotto seco per questo.
Maestro Cecco si apponeva.
La povera badessa, appena fu sola col prete, diede ampio sfogo al suo
dolore con pianto dirotto, nè il prete volle interrompere il corso alla
piena dell'affetto, e se ne stava muto dinanzi a lei. Dopo il primo
sfogo, a poco a poco la ragione cominciò a riprendere il suo dominio.
Il saper morto per lei il suo cavaliere, davale pietoso martorio; ma
tuttavía (mala cosa! ell'era donna come l'altre) le dava anche qualche
conforto la certezza che altra donna non aveva più amata: erale pure
di alcun conforto l'avere così vicino il nipote di lui, che di lui
ritraevale l'aspetto e la gentilezza; e sentiva tutta consolarsi,
ricordando le parole di Guglielmo, quando disse della Gismonda, che
l'amerebbe come una seconda madre, se fosse viva tuttora; e sentivasi
volta ad amar lui come suo dolce figliuolo; e si spaventava al solo
pensiero che questo amore contraddetto dovesse condurlo a morte
immatura: laonde propose ad ogni costo di volerlo veder felice. Tutti
questi varj affetti combattevano nel cuore e nella mente della badessa,
e ne fecero quasi subitamente un'altra donna. Riprese ben tosto la sua
tranquillità d'animo; e si fissò tutta nel solo pensiero di consolare
messer Guglielmo.
— Donno Gianni, gran tempesta ha sofferto il mio cuore, ma la calma
ritorna. La sventura del mio Ramondo mi ha colpita; ma bisogna
rassegnarsi al volere di Dio; chè ad ogni modo l'uno era già morto
all'altro da lunghi anni. È gran conforto per altro l'essere uscita da
tanta dura incertezza. Un affetto nuovo ha ora occupato il mio cuore,
che ora è tutto pieno di messer Guglielmo, e lo amo per figliuolo
tenerissimo: il solo pensiero di vederlo disperato del suo amore per
la Bice mi spaventa, e mi sta paurosamente dinanzi agli occhi il
compassionevole caso di messer Ramondo. Non ho cuore di lasciarlo
partire, senza che veda la Bice; e veggo dall'altra parte esser
villanía, se, avuta in così gelosa custodia una fanciulla, io la faccio
abboccare con l'amante: sento che un tal atto troppo si disdice a chi
governa un monastero di donne. Che ne pare a voi? Consigliatemi in
questa crudele incertezza.
— Madonna, il caso è tanto nuovo e tanto singolare, e la cosa è in
sè tanto onesta, che niuno potrebbe con ragione darvene biasimo,
anche sapendosi. Ma chi il saprà? Niuno, ve l'accerto io; chè sulla
fede dei tre compagni miei non è da dubitare minimamente. Circa poi
all'essere dicevole o no alla qualità vostra, di ciò, madonna, non
ve ne gravate: prima perchè niuno il saprà, e poi perchè le opere
sante e caritatevoli, come questa è, si addicono a qualunque santa e
caritatevole persona.
Queste ragioni del prete, massimamente quella del _non si saprà_, non
reggono in tutto e per tutto al martello della stretta morale; e la
badessa forse in parte lo vedeva da sè; ma l'affetto prevalse, e si
lasciò convincere. Solo volle che la cosa si facesse con ogni possibile
riguardo, e in modo da non offendere minimamente la più severa onestà,
e però disse al prete:
— Le vostre ragioni mi convincono: la Bice dunque parlerà col
cavaliere; ma qui al cospetto mio, e senza altri testimoni che voi.
Se ci fosse o frate Marco o messer Cecco, arrossirei dinanzi a loro;
voi dovete esserci, chè oramai tutto vi è noto, e sapete compatirmi;
ed anche per far testimonianza del modo severamente onesto che intendo
tenere.
A queste parole della badessa il prete rispose: