— Eh! lo so io chi sono coloro che inacerbiscono messer Geri; niun

altro che l'invidia rabbiosa di maestro Dino del Garbo. Ma, alla

croce di Dio! potrebbe darsi caso.... — e qui mordendosi le labbra con

atto stizzoso: — Ma parliamo del fatto nostro. Anch'io dubito un poco

che quel vecchio indiavolato del padre della Bice possa per cagione

veruna venire a più benigno proposito; e però avevo fatto disegno che,

andando al monastero, studiassimo tutte le vie di tirar dalla nostra

la badessa, o riuscendoci, pigliar consiglio del come governarsi; non

riuscendoci, vedere se si può di furto levar la Bice dal monastero.

— Codesto, maestro Cecco, parrebbemi poco savio consiglio; e nemmeno la

Bice per avventura, e nemmeno messer Guglielmo ci consentirebbe: e poi,

non passerebbe senza grave pericolo di tutti.

Guglielmo fe cenno col capo di assentire alle parole del frate, il

quale continuò:

— In questo per altro sono d'accordo col maestro, che per ogni via si

tenti di far nostra la badessa; e di ciò io non dispero, perchè l'opera

in sè è onesta e meritoria; e poi ancora perchè quella donna è di animo

gentilissimo, e si sa che anch'ella fu nella sua gioventù rinchiusa

per una violenta passione d'amore; e naturalmente, come non ignara

del male, deve avere imparato a soccorrere e ad aver compassione de'

miseri. Ma non c'è tempo da perdere: facciamo dunque di metterci tosto

in cammino, chè messer Geri me ne ha gravato strettamente.

Rimasero pertanto che la sera medesima sarebbero tutti e tre insieme

(perchè anche Guglielmo poteva ben montare a cavallo) andati dal prete

di Settimello, e che la mattina appresso sarebbero difilato andati

in Mugello; e ciascuno, chi per un conto e chi per un altro, faceva

assegnamento quasi certo sul buon esito di questa impresa.

CAPITOLO XXIV.

DA SETTIMELLO IN MUGELLO.

Sere Gianni, priore di Settimello, era in quel giorno nel suo piccolo

orto dietro la canonica con la sua brava Simona, e stavano ambedue

sollecitamente curando gli erbaggi e le piante, nettando qui, mozzando

là, sbarbando, sarchiettando e facendo tutte quelle diligenze che

sogliono i buoni e diligenti cultori.

— Guarda, Simona, insalatína gentile che è questa! svèlline un par di

cesti, chè ce la mangiamo stasera con quegli anitroccoli arrosto.

— Ecco fatto, messere! ci va unito un pochino di pepolino, che sarà la

mano di Dio, massimamente con quell'aceto che abbiamo noi. Oh! quello

è proprio una delizia. E non fo per dir che l'ho fatto io, ma un aceto

come quello, sfido il primo signor di Firenze ad averlo.

— Tu l'ha' fatto tu fino a un certo segno. È che nel caratello ci si è

messo del vino buono.

— E il caratello chi l'ha ridotto in quel modo? e la madre dell'aceto

chi l'ha saputa conservare? e tutte le seccature che ci vogliono

per condurre a bene la cosa chi l'ha sofferte? Non lo sapete che un

caratello d'aceto bisogna avergli una cura come a un figliuolo?

La Simona dicea queste parole con alquanta stizza; e il prete, benchè

quel paragone del figliuolo gli paresse un po' strano e da riderne,

e benchè gli paresse troppo esagerato quel vanto dell'aceto buono,

tuttavía si guardò bene dal ridere e dal rimbeccare quelle millanteríe

della Simona, perchè sapeva che contraddicendola non l'avrebbe finita

più; e cercò di mutare adagio adagio discorso:

— Sicuro, gua', lo dico anch'io che senza molta diligenza può guastarsi

e caratello ed aceto, ed a me questo graverebbe troppo; chè un po'

d'aceto buono in una casa è un gran che. Dunque, viva le mani della mia

Simona: ce ne faremo onore quando ritorna qui frate Marco con maestro

Cecco...

— Chi? quel negromante?

— Ma che negromante! Frate Marco non è uomo da bazzicar negromanti.....

E sì che, a quel che mi dissero partendo, e' dovrebbero a quest'ora

esserci già ritornati.

— Ah! non è un negromante e un mago, è vero? O quel piccione cotto che

rimesse le penne e volò? o quel vino che diventò acqua? o quella roba

che sparì dal tagliere? ditemi un pò, messere, poteva essere altro che

opera del diavolo?

— Ti ho detto un'altra volta, e ora te lo ripeto, che il piccione era

di quelli della piccionaja, e che le altre cose si possono fare per

iscienza comune. E poi, o non gli feci anche tutti gli esorcismi nelle

regole?

— Gli esorcismi son belli e buoni; ma spesso lasciano il tempo che

trovano. Alle volte il diavolo ne sa più del prete, e sta duro, e

gli ride sul muso: alle volte il prete è impeccatito, e allora gli

esorcismi non attaccano.

— Ma io non era impeccatito! Simona, questo non è onesto a dirsi da te.

E la Simona, che quel giorno era in vena, e che voleva rifarsi un po'

del prete, perchè le aveva negato l'abilità dell'aceto, e garritala

di non so che per il desinare della mattina, le cominciò a sfilar la

corona così:

— Messere, non dico che siate un peccatoraccio come questi mondani; ma

ecco, non credo nemmeno, a dirla qui tra noi, che vo' siate uno stinco

di santo, da dovere i diavoli scappar via al solo udir la vostra voce.

I' v'ho sentito tante volte predicare a' vostri popolani contro il

peccato della gola, e portare a cielo le astinenze e' digiuni: e con

loro ve lo potresti anche risparmiare, perchè, povera gente! hanno

tanto a fatica da cavarsi la fame; e voi poi vi vedo continuamente

studioso de' meglio bocconi, e ghiotto dei migliori vini che sappiano

fare le viti di queste colline; e se qualcosa non è fatta a vostro modo

la povera Simona lo sa.... E poi, messere, che sono que' presentuzzi

che spesso mandate facendo alla Costanza, moglie del lavoratore qui

accosto, ora il moccolo benedetto, ora un bel mazzo di agli freschi,

ora il panier dei baccelli; e quando la domenica la sentite in

chiesa, vo' cantate un _Kirie_ ed un _Sanctus_ che parete un galletto

marzuolo....

In questa si sentì un calpestío di cavalli presso alla canonica, per

la qual cosa il prete, affacciatosi al muro dell'orto: — E' son dessi,

— esclamò; e proprio non gli parve vero, se non chi sa dove andava a

parare la Simona con quella sua catilinaria. Allora il prete, rivoltosi

a lei:

— Simona mia buona, fa' di mostrarti quella valente femmina che tu

se'....

Qui la Simona cominciò a scuotere il capo, in atto di stizzosa

negativa; e il prete:

— No, via, non mi fare arrossire; massimamente che frate Marco ha seco

questa volta un gran cavaliere provenzale, prode e gentile quanto altro

cavaliere di tutto il mondo.

E come gli ospiti erano già in sulla piazzetta della canonica, e si

potevano dell'uscio dell'orto vedere tutti e tre comodamente, così

appena la Simona ebbe veduto messer Guglielmo, rimase presa in maniera

del suo gentile e nobile aspetto, che ne fu tutta compunta, e accettò

il prete che si porterebbe da sua pari; e però il prete corse tutto

lieto incontro ai tre arrivati, e la Simona mise il cervello a partito

per fare una cena degna di sè e del bel cavaliere. Le feste che il

prete fece ai suoi ospiti, e gli ospiti a lui furono maravigliose: e

sere Gianni non cessava di fare riverenza a Guglielmo, e di fargli con

quel miglior garbo che sapeva un monte di domande su Castruccio e sulla

guerra, alle quali il cavaliere rispondeva con parole cortesissime.

Ed anche la Simona, alla quale quel bel giovanotto aveva ferito la

fantasía, si struggeva di vederlo da vicino e di udirlo parlare: il

perchè, trovata la scusa di domandare al prete alcuna cosa, entrò nella

sala dove tutti erano raccolti. Maestro Cecco, appena vide la Simona,

non potè tenersi che non le dicesse così mezzo ridente:

— Monna Simona, che è di voi? Siete più adirata meco?

— Maestro, rispose la Simona, di me n'è bene, e con voi non sono stata

mai adirata: ben mi rincresce dell'anima vostra.

E maestro Cecco, dubitando ch'ella non uscisse contro di lui in qualche

poco misurata parola, sapendola donna di pochi riguardi, e petulante la

parte sua, prese la via delle lusinghe; e volto a Guglielmo, gli disse:

— Vedete, messere, questa è valentissima femmina; saccente, piena di

senno; e ha le mani così benedette per fare i più delicati bocconi, che

mai cuoco delle più nobili corti seppe forse fare altrettanto.

E Guglielmo, volgendo il suo parlare alla Simona proprio:

— Invidio la fortuna del sere, che abbia al suo governo una valente

donna pari vostra: fortuna che certamente non tocca a noi, che siamo

sempre tra le armi e nelle guerre.

La Simona, udendosi dire così dolci parole da tanto gentile e tanto

bel cavaliere, se ne ringalluzzì tutta, e studiava una conveniente

risposta; ma del trovar le parole non era nulla, ed appena potè dire

confusamente:

— Sire cavaliere.... siamo povere fanti.... da poco più che da fare

una peverada.... voi siete tanto gentile.... il mio sere vuole che mi

faccia onore.... e poi il maestro là si fa beffe di me.... Messere,

perdonatemi, non so che io mi dica.... vorrei....

Guglielmo, veduta la confusione della povera Simona, cercò di farle

cuore meglio che potè:

— La vostra umiltà accresce il vostro merito; e maestro Cecco non vi

beffa, ma vi pregia tanto, che da quella sera che fu qui a cena non ha

fatto altro sempre, se non ricordare la vostra abilità, e additarvi per

valentissima femmina.

La Simona non capiva nella pelle dalla consolazione, udendosi così

encomiare dal cavaliere; e finì di riconciliarsi anche col maestro,

sapendo ch'egli faceva di lei così buona testimonianza. Pose dunque

l'ingegno a far vedere tutta quanta la sua bravura, e andò in cucina

col proposito di farsi onore veramente; e vi riuscì. La cena non fu

abbondante, ma fu veramente squisita; e la Simona n'ebbe gran lode da

tutti, e specialmente dal cavaliere, per la qual cosa quella sera la si

teneva da più che il despoto di Romanía.

Dopo cena il prete co' suoi ospiti trattarono maturalmente come dovesse

condursi questa specie di spedizione al monastero, affinchè la cosa

avesse il desiderato effetto. Guglielmo avrebbe voluto andar per le

corte: cercar d'intendere dalla Bice se consentisse, e vedere ad ogni

modo di liberarla senza indugio da quel sepolcro di vivi; e Cecco non

era alieno al tutto da questo disegno; ma non voleva venire ad atti

troppo arditi, se prima non tornavano a nulla tutti gli assalti dati

alla badessa. Frate Marco e il sere, di ratto non ne volevano sentir

parlare, nè in caso veruno ci si sarebbero prestati; prima, perchè non

consentivalo il loro ministero, e poi perchè, oltre all'essere cosa

troppo pericolosa verso di sè, non poteva avere se non conseguenze

tristissime.

— Ed io ho tanto in mano — continuò il frate — che non dubito punto

che messer Geri debba ammollire il suo cuore, dove tutti ci adopriamo

a questo, e la badessa altresì; della quale non par da dubitare, se

vere sono quelle cose che di essa ci disse il sere qui l'altra sera,

del grande affetto ch'ella ha per la Bice, e della pietosa compassione

ch'ella sente per la sventura di quella povera fanciulla. A me pare

dunque, se pare anche a voi, che alla badessa andassimo tosto, con la

lettera di messer Geri, io e il sere: che col pretesto di disincantare

la Bice, cercassimo d'informarla di ogni cosa minutamente; che il sere

tentasse poi il cuore della badessa, ajutato da me; e se la badessa si

mostra benigna, come spero, fare un passo ardito più in là (il quale,

fatto con accortezza, potrebbe condurci dove vogliamo), pregandola di

unirsi con noi per secondare il nostro disegno; e vedendo il bello,

far che ella si abbocchi con maestro Cecco e col cavaliere. Se possiamo

giungere a tanto, siamo a cavallo.

La proposta piacque a tutti; e la mattina appresso si misero in cammino

per il Mugello, dove furono a mezza terza. Poco discosto dal monastero,

dove la Bice era sepolta, forse trecento metri o poco più, vi era la

chiesa di S. Niccolò, posta sopra un poggetto, che allora faceva cura

da sè, il cui prete era molto amico di sere Gianni: quivi pertanto si

fermarono prima di andare al monastero, e quivi rimasero maestro Cecco

e Guglielmo, ad aspettare di sapere a che riuscissero il frate e il

sere presso la badessa.

CAPITOLO XXV.

LA BICE E IL FRATE; LA BADESSA E IL CAVALIERE.

Arrivati i due al monastero, e picchiata la porta, come a gente nota

fu tosto a loro la badessa, che ambedue cortesemente salutò, domandando

loro che buon vento gli avesse portati colà.

— Madonna, disse il frate, io vengo mandato da messer Geri Cavalcanti,

e reco a nome suo questa lettera.

La badessa prese la lettera, e scioltala, lesse sotto voce:

«Madonna,

«Senza la mia Bice non posso più vivere: il rimorso, la desolazione, la

certezza della morte vicina mi straziano, e mi spaventano; il pensiero

di aver perduto l'amore di tanto diletta figliuola mi condurrà alla

disperazione. Come vi significai per altra mia, un savio e discreto

uomo accertommi, dovere la mia Bice essere ammaliata; e però mando a

voi frate Marco de' predicatori, vostro conoscente, e solenne teologo,

che guardi di liberarmela da ogni malía. Fate che la Bice parli con

esso; e voi non restate anche di pregare in quel punto efficacemente

messere Domeneddío e messere santo Piero apostolo, che l'opera del

frate abbia ogni buono effetto.

«GERI _vostro_».

— Mi manda dicendo messer Geri — disse la badessa com'ebbe letto la

lettera — che faccia abboccarvi con la sua figliuola, da esso creduta

ammaliata, come ne lo accerta un savio e discreto uomo. Ma a me, nè

ora nè mai, quella fanciulla non mi ha dato verun segno di ciò; nè so

che qualità di uomo savio e discreto sia colui, che, così da lontano, e

senza altro segno, va mettendo tali dubbj nel cuore di un povero padre,

straziato già da tanti dolori.

— La qualità dell'uomo savio e discreto, la so ben io: egli è maestro

Dino del Garbo, il quale sfoga il suo odio e la sua invidia contro

maestro Cecco d'Ascoli, sopra questa sventurata famiglia.

— E chi è, se vi piace, maestro Cecco d'Ascoli? E che cosa ha egli a

fare in questa facenda? — disse la badessa, che, lontana com'era dal

mondo, non aveva notizia veruna di Cecco.

— Maestro Cecco è dei valentissimi maestri, e dei savj filosofi che

oggi sieno: lesse a Bologna con maestro Dino, che l'odia ferocemente e

l'invidia; e questo amore della giovane Cavalcanti nimica quanto può,

solamente perchè maestro Cecco è amico del cavaliere che ama la Bice, e

favorisce tale amore.

— Oh mondo sempre tristo e fallace! Quanto ringrazio Dio di esserne al

tutto lontana! Ma venite meco e parlerete alla Bice.

Il sere di Settimello non sapeva se dovesse o no andare insieme con

loro; e domandatane la badessa, questa lo pregò di aspettare tanto

ch'ella tornasse, che sarebbe tempo brevissimo, e voleva conferire con

lui di una certa cosa.

Come frate Marco fu in una piccola saletta, presso alla cella della

badessa, questa lo lasciò solo un momento, e tornò ben tosto con

la Bice. La fanciulla vestiva una cioppa di lana bigia, senza verun

ornamento, se non quanto aveva alla vita un'assai nobile cintura, da

cui pendeva una piccola e molto leggiadra scarsella; e come era assai

freddo, aveva di sopra un guarnelletto di monachíno foderato di vajo,

ed in capo una piccola benda, semplicemente, ma gentilissimamente

ricamata dalle sue proprie mani: al collo una piccola croce d'oro,

pendente da un cordoncino di seta nera; cara memoria della sua diletta

madre. Il dolore e il piangere quasi continuo aveanla affranta in gran

maniera, ed era assai scaduta; ma quell'aria di profonda mestizia, quel

viso affilato, quello schietto vestire le davano tanto e tanto delle

più gentili attrattive, che ne parea anche più bella, e non si potea

guardare senza sentirsi tutto intenerire dalla compassione e dalla

meraviglia. Com'ella vide il frate, ebbe gran consolazione, e gli occhi

le scintillarono di gioja inusitata, tanto buon presagio le fu.

— Frate Marco, che grave cagione vi ha qui condotto? Il mio cuore mi

dice che siete messo di Dio.

— Messo del padre vostro, damigella.

— Che io amo e riverisco dopo Dio. Consolatemi tosto: si è ammollito il

suo cuore? mi rende egli tutto il suo amore?

E siccome ella diceva ciò tutta accesa nel volto, e con atto di

ardentissima impazienza:

— Tempera, le disse la badessa, tempera codesta tua smania. Messer Geri

ti ama in cuor suo come sempre ti ho detto, ma vuol saperti buona ed

obbediente; e manda appunto qui frate Marco per ricondurti al cuore, e

per vincere la tua ritrosía.

— Oh, madre mia dolce, che sono codeste parole? Perchè appunto oggi vi

porgete meco men benigna dell'usato?

E la Bice aveva ragione. La badessa, mentre eran sole, parlava sempre

alla fanciulla le più amorose parole del mondo, e non si teneva

anche dal darle qualche speranza; ma ora che il frate l'udiva, voleva

mantenere la sua gravità, nè parer troppo molle con essa, alla quale

rispose:

— No, figliuola mia, non sono men benigna teco; ma voglio solo

ricordarti, come spesso ho fatto, che la disubbidienza e la ritrosía

verso un padre non si giustifica per veruna ragione, ed ho voluto

ricordartelo era appunto che il buon frate Marco viene qui a nome del

padre tuo.

— O a che vi manda mio padre? — disse con pauroso atto la Bice.

— Il buon padre vostro vuol vedervi tornare figliuola amorosa; rivuole

tutto l'amor vostro; arde di riabbracciarvi, nè può vivere senza di

voi; ma....

— E quando ho io cessato di amarlo? — interruppe la Bice — io, che

darei per esso la vita?

— Ma egli vuol tutto quanto l'amor vostro...

— Messere — disse la fanciulla, guardando il frate con occhi pieni di

lagrime e supplichevoli — abbiate pietà del povero mio cuore. Amo, e

disamare non posso. Ma a che vi manda mio padre? Fate che io il sappia

tosto.

— Il buon messer Geri non può più vivere lontano da voi; vuole

riabbracciarvi; ma vuole che scelghiate tra il suo affetto e quel

d'altri, e si dà continuo cruccio per voi: e come non gli par possibile

che l'abbiate a disamare, e pur lo crede, così si è lasciato persuadere

che voi dobbiate essere ammaliata; e mi ha mandato perchè da tale

incantamento vi liberi.

— Ammaliata? Oh, bel frate, e voi lo credete? Amo, sì, il gentil mio

cavaliere, e l'amo di ardentissimo amore, ma non pertanto disamo mio

padre.

— Figliuola, — disse qui la badessa, — dimenticate di essere in un

monastero di sante donne, e che qui si disdice il parlare d'amore

mondano?

La Bice chinò gli occhi a terra, facendosi rossa; e il frate riprese:

— No, damigella, io non credo a veruna malía; nondimeno parrebbemi,

che, almeno per contentare il buon vostro padre, io facessi sopra di

voi quelle orazioni e quelle cerimonie che si usano. Piacevi egli?

— Non mi dispiace, quando lo fo per satisfazione del padre mio.

La badessa pertanto disse alla Bice che andasse nel privato oratorio

del monastero, o si mettesse in orazione, mentre frate Marco si fosse

preparato alla cerimonia; al che la Bice ubbidì: e la badessa ed il

frate tornarono là dov'era ad aspettargli il buon prete di Settimello,

il quale come gli vide, non fu lento a chieder novelle della gentil

figliuola del messere fiorentino, com'egli soleva chiamarla, e se

veramente fosse ammaliata.

— Della fanciulla n'è bene, — rispose la badessa, — nè ammaliata

la credo, nè credo — disse volgendosi a frate Marco — che le vostre

orazioni cambieranno quel cuore, oggimai troppo occupato dall'amore del

suo cavaliere.

— E questo pare anche a me, madonna, disse il frate; ma tuttavía

proviamo: e preghiamo tutti che il Signore ci apra una via da veder

consolato quel buon vecchio di Geri, e quell'angelica creatura della

sua figliuola.

— Voi, madonna, potreste in questa bisogna essere di grande aiuto,

disse il prete.

— Io? E che ne posso io?

— Madonna, entrò qui il frate, voi degnamente siete tenuta da messer

Geri per santissima e prudente donna: la Bice so che amate teneramente

qual diletta figliuola; e il val senza dubbio, perchè mai non si vide

quaggiù la più gentile e angelica fanciulla. Che ella dimentichi

l'amore al suo cavaliere, dicevate anche voi testè essere cosa

non isperabile: qual'opra dunque più santa e più accetta a Dio che

studiarsi di veder tutti consolati?... Messer Geri vive desolatissimo

per la lontananza della Bice; una parola detta da persona cui egli

veneri e stimi potrebbe richiamare a più umani consigli quel cuore già

volto a ciò.... Se gli scriveste confortandolo....

— Oh, frate Marco, dimenticate forse chi son io? — disse la badessa,

guardandolo fieramente e con piglio severo.

Frate Marco non potè reggere a quello sguardo, e chinò gli occhi a

terra tutto confuso, senza trovar parola da rispondere. Ma il prete che

naturalmente era più ardito, e con la badessa aveva più familiarità,

rispose lui per quell'altro:

— A voi, anzi, madonna, sarebbe dicevole un atto di così sublime

carità, che renderebbe la quiete a tante care e segnalate persone;

dico anche segnalate, perchè messer Guglielmo è dei più belli, dei più

nobili, gentili e prodi cavalieri di Provenza....

La badessa sapeva che il cavaliere amante della Bice si chiamava

Guglielmo, e che era forestiero, ma altro non ne sapeva; e quando sentì

esser egli del più gentil sangue di Provenza, il cuore le sobbalzò nel

petto; e dimentica di sè, domandò con tal accento di curiosità che a

frate Marco parve soverchia:

— Di Provenza, diceste, sere Gianni? E, se vi piace, di che sangue è

egli?

— Io nol so così appunto, rispose il prete, ma frate Marco qui può

informarvi di ogni cosa punto per punto.

Alle quali parole frate Marco, senza aspettare altra domanda, continuò:

— Il cavaliere è il più prode e il più leale di ogni cavaliere:

nell'ultima battaglia sotto Pistoja fece miracoli di prodezza, e

rimase ferito in una gamba; ed ora che è risanato volle venir qui con

noi in Mugello per vedere almen da lontano le mura di quel monastero,

che chiudono in sè la donna del suo cuore. Egli è messer Guglielmo di

Artese, delle prime casate di Provenza.

A questo nome di Artese la badessa diventò bianca come un panno lavato;

e se non che potè sorreggersi ad una sedia, sarebbe caduta in terra di

colpo. Tuttavia fece tanta forza a se stessa, che, ricompostasi alla

meglio, disse altre poche parole al frate, additandogli come dovesse

andare in cappella dalla Bice, ed ella intanto conferirebbe alcuna cosa

di sua bisogna col sere di Settimello; e fatto cenno a questo che la

seguisse, uscì della stanza.

CAPITOLO XXVI.

LA CONFIDENZA.

Al frate non era fuggito nulla del turbamento della badessa; e mulinava

per la mente quale ne potesse essere stata la cagione:

— Quel nome d'Artese senza un fallo al mondo — diceva tra sè — e

qualche gran segreto ci dev'essere sotto questo nome.... e non so

indovinare che altro possa essere, se non amore.... Amore?.... uhm!

Ma come? ma quando?.... Ben si ragiona da qualcuno che questa badessa

venisse a chiudersi qui per amore.... Ma allora messer Guglielmo poteva

appena esser nato.... Figl.... Eh! andiamo, frate Marco, che pensieri

ingiuriosi sono codesti? una donna così gentile, così santa!... Eppure

qualche cosa ci debb'essere.... Basta, qualche novità conviene che si

vegga: e potrebbe anche essere che tornasse a pro di questi poveri

ragazzi. — E così dicendo, si avviò verso la cappella dove la Bice

aspettavalo facendo preghiere accesissime a Dio, che la consolasse

in questa sua tribolazione. Intanto la badessa, recatasi in cella

sere Gianni[28], e serratala diligentemente, ebbe con lui sì fatto

ragionamento:

— Sere Gianni, io sono per confidarvi cosa, che non l'avrei detta ad

alta voce nemmeno essendo sola; ma le ultime parole di frate Marco, mi

hanno messo tal fuoco nel petto, e tal dubbio nel cuore, che ne morrei

se tacessi. Voi dall'altro lato da parecchi anni siete mio familiare,

e sempre vi ho esperimentato discreta persona e di me parzialissima; e

però non dubito che, se io vi domando, prima di compatimento alla mia

fragilità, e poi strettissimo segreto di ciò che sono per palesarvi,

non mi rifiuterete l'una, e mi osserverete fedelmente l'altro. Me lo

promettete?

Il prete, ansioso di ascoltare quel che mai dovesse dirgli la badessa,

promise sulla fede di sacerdote di Cristo che mai non avrebbe detto a

persona viva quanto le uscisse dalla bocca; e allora essa incominciò:

Cecco d'Ascoli: racconto storico del secolo XIV · 第 11 / 26 段