altro che l'invidia rabbiosa di maestro Dino del Garbo. Ma, alla
croce di Dio! potrebbe darsi caso.... — e qui mordendosi le labbra con
atto stizzoso: — Ma parliamo del fatto nostro. Anch'io dubito un poco
che quel vecchio indiavolato del padre della Bice possa per cagione
veruna venire a più benigno proposito; e però avevo fatto disegno che,
andando al monastero, studiassimo tutte le vie di tirar dalla nostra
la badessa, o riuscendoci, pigliar consiglio del come governarsi; non
riuscendoci, vedere se si può di furto levar la Bice dal monastero.
— Codesto, maestro Cecco, parrebbemi poco savio consiglio; e nemmeno la
Bice per avventura, e nemmeno messer Guglielmo ci consentirebbe: e poi,
non passerebbe senza grave pericolo di tutti.
Guglielmo fe cenno col capo di assentire alle parole del frate, il
quale continuò:
— In questo per altro sono d'accordo col maestro, che per ogni via si
tenti di far nostra la badessa; e di ciò io non dispero, perchè l'opera
in sè è onesta e meritoria; e poi ancora perchè quella donna è di animo
gentilissimo, e si sa che anch'ella fu nella sua gioventù rinchiusa
per una violenta passione d'amore; e naturalmente, come non ignara
del male, deve avere imparato a soccorrere e ad aver compassione de'
miseri. Ma non c'è tempo da perdere: facciamo dunque di metterci tosto
in cammino, chè messer Geri me ne ha gravato strettamente.
Rimasero pertanto che la sera medesima sarebbero tutti e tre insieme
(perchè anche Guglielmo poteva ben montare a cavallo) andati dal prete
di Settimello, e che la mattina appresso sarebbero difilato andati
in Mugello; e ciascuno, chi per un conto e chi per un altro, faceva
assegnamento quasi certo sul buon esito di questa impresa.
CAPITOLO XXIV.
DA SETTIMELLO IN MUGELLO.
Sere Gianni, priore di Settimello, era in quel giorno nel suo piccolo
orto dietro la canonica con la sua brava Simona, e stavano ambedue
sollecitamente curando gli erbaggi e le piante, nettando qui, mozzando
là, sbarbando, sarchiettando e facendo tutte quelle diligenze che
sogliono i buoni e diligenti cultori.
— Guarda, Simona, insalatína gentile che è questa! svèlline un par di
cesti, chè ce la mangiamo stasera con quegli anitroccoli arrosto.
— Ecco fatto, messere! ci va unito un pochino di pepolino, che sarà la
mano di Dio, massimamente con quell'aceto che abbiamo noi. Oh! quello
è proprio una delizia. E non fo per dir che l'ho fatto io, ma un aceto
come quello, sfido il primo signor di Firenze ad averlo.
— Tu l'ha' fatto tu fino a un certo segno. È che nel caratello ci si è
messo del vino buono.
— E il caratello chi l'ha ridotto in quel modo? e la madre dell'aceto
chi l'ha saputa conservare? e tutte le seccature che ci vogliono
per condurre a bene la cosa chi l'ha sofferte? Non lo sapete che un
caratello d'aceto bisogna avergli una cura come a un figliuolo?
La Simona dicea queste parole con alquanta stizza; e il prete, benchè
quel paragone del figliuolo gli paresse un po' strano e da riderne,
e benchè gli paresse troppo esagerato quel vanto dell'aceto buono,
tuttavía si guardò bene dal ridere e dal rimbeccare quelle millanteríe
della Simona, perchè sapeva che contraddicendola non l'avrebbe finita
più; e cercò di mutare adagio adagio discorso:
— Sicuro, gua', lo dico anch'io che senza molta diligenza può guastarsi
e caratello ed aceto, ed a me questo graverebbe troppo; chè un po'
d'aceto buono in una casa è un gran che. Dunque, viva le mani della mia
Simona: ce ne faremo onore quando ritorna qui frate Marco con maestro
Cecco...
— Chi? quel negromante?
— Ma che negromante! Frate Marco non è uomo da bazzicar negromanti.....
E sì che, a quel che mi dissero partendo, e' dovrebbero a quest'ora
esserci già ritornati.
— Ah! non è un negromante e un mago, è vero? O quel piccione cotto che
rimesse le penne e volò? o quel vino che diventò acqua? o quella roba
che sparì dal tagliere? ditemi un pò, messere, poteva essere altro che
opera del diavolo?
— Ti ho detto un'altra volta, e ora te lo ripeto, che il piccione era
di quelli della piccionaja, e che le altre cose si possono fare per
iscienza comune. E poi, o non gli feci anche tutti gli esorcismi nelle
regole?
— Gli esorcismi son belli e buoni; ma spesso lasciano il tempo che
trovano. Alle volte il diavolo ne sa più del prete, e sta duro, e
gli ride sul muso: alle volte il prete è impeccatito, e allora gli
esorcismi non attaccano.
— Ma io non era impeccatito! Simona, questo non è onesto a dirsi da te.
E la Simona, che quel giorno era in vena, e che voleva rifarsi un po'
del prete, perchè le aveva negato l'abilità dell'aceto, e garritala
di non so che per il desinare della mattina, le cominciò a sfilar la
corona così:
— Messere, non dico che siate un peccatoraccio come questi mondani; ma
ecco, non credo nemmeno, a dirla qui tra noi, che vo' siate uno stinco
di santo, da dovere i diavoli scappar via al solo udir la vostra voce.
I' v'ho sentito tante volte predicare a' vostri popolani contro il
peccato della gola, e portare a cielo le astinenze e' digiuni: e con
loro ve lo potresti anche risparmiare, perchè, povera gente! hanno
tanto a fatica da cavarsi la fame; e voi poi vi vedo continuamente
studioso de' meglio bocconi, e ghiotto dei migliori vini che sappiano
fare le viti di queste colline; e se qualcosa non è fatta a vostro modo
la povera Simona lo sa.... E poi, messere, che sono que' presentuzzi
che spesso mandate facendo alla Costanza, moglie del lavoratore qui
accosto, ora il moccolo benedetto, ora un bel mazzo di agli freschi,
ora il panier dei baccelli; e quando la domenica la sentite in
chiesa, vo' cantate un _Kirie_ ed un _Sanctus_ che parete un galletto
marzuolo....
In questa si sentì un calpestío di cavalli presso alla canonica, per
la qual cosa il prete, affacciatosi al muro dell'orto: — E' son dessi,
— esclamò; e proprio non gli parve vero, se non chi sa dove andava a
parare la Simona con quella sua catilinaria. Allora il prete, rivoltosi
a lei:
— Simona mia buona, fa' di mostrarti quella valente femmina che tu
se'....
Qui la Simona cominciò a scuotere il capo, in atto di stizzosa
negativa; e il prete:
— No, via, non mi fare arrossire; massimamente che frate Marco ha seco
questa volta un gran cavaliere provenzale, prode e gentile quanto altro
cavaliere di tutto il mondo.
E come gli ospiti erano già in sulla piazzetta della canonica, e si
potevano dell'uscio dell'orto vedere tutti e tre comodamente, così
appena la Simona ebbe veduto messer Guglielmo, rimase presa in maniera
del suo gentile e nobile aspetto, che ne fu tutta compunta, e accettò
il prete che si porterebbe da sua pari; e però il prete corse tutto
lieto incontro ai tre arrivati, e la Simona mise il cervello a partito
per fare una cena degna di sè e del bel cavaliere. Le feste che il
prete fece ai suoi ospiti, e gli ospiti a lui furono maravigliose: e
sere Gianni non cessava di fare riverenza a Guglielmo, e di fargli con
quel miglior garbo che sapeva un monte di domande su Castruccio e sulla
guerra, alle quali il cavaliere rispondeva con parole cortesissime.
Ed anche la Simona, alla quale quel bel giovanotto aveva ferito la
fantasía, si struggeva di vederlo da vicino e di udirlo parlare: il
perchè, trovata la scusa di domandare al prete alcuna cosa, entrò nella
sala dove tutti erano raccolti. Maestro Cecco, appena vide la Simona,
non potè tenersi che non le dicesse così mezzo ridente:
— Monna Simona, che è di voi? Siete più adirata meco?
— Maestro, rispose la Simona, di me n'è bene, e con voi non sono stata
mai adirata: ben mi rincresce dell'anima vostra.
E maestro Cecco, dubitando ch'ella non uscisse contro di lui in qualche
poco misurata parola, sapendola donna di pochi riguardi, e petulante la
parte sua, prese la via delle lusinghe; e volto a Guglielmo, gli disse:
— Vedete, messere, questa è valentissima femmina; saccente, piena di
senno; e ha le mani così benedette per fare i più delicati bocconi, che
mai cuoco delle più nobili corti seppe forse fare altrettanto.
E Guglielmo, volgendo il suo parlare alla Simona proprio:
— Invidio la fortuna del sere, che abbia al suo governo una valente
donna pari vostra: fortuna che certamente non tocca a noi, che siamo
sempre tra le armi e nelle guerre.
La Simona, udendosi dire così dolci parole da tanto gentile e tanto
bel cavaliere, se ne ringalluzzì tutta, e studiava una conveniente
risposta; ma del trovar le parole non era nulla, ed appena potè dire
confusamente:
— Sire cavaliere.... siamo povere fanti.... da poco più che da fare
una peverada.... voi siete tanto gentile.... il mio sere vuole che mi
faccia onore.... e poi il maestro là si fa beffe di me.... Messere,
perdonatemi, non so che io mi dica.... vorrei....
Guglielmo, veduta la confusione della povera Simona, cercò di farle
cuore meglio che potè:
— La vostra umiltà accresce il vostro merito; e maestro Cecco non vi
beffa, ma vi pregia tanto, che da quella sera che fu qui a cena non ha
fatto altro sempre, se non ricordare la vostra abilità, e additarvi per
valentissima femmina.
La Simona non capiva nella pelle dalla consolazione, udendosi così
encomiare dal cavaliere; e finì di riconciliarsi anche col maestro,
sapendo ch'egli faceva di lei così buona testimonianza. Pose dunque
l'ingegno a far vedere tutta quanta la sua bravura, e andò in cucina
col proposito di farsi onore veramente; e vi riuscì. La cena non fu
abbondante, ma fu veramente squisita; e la Simona n'ebbe gran lode da
tutti, e specialmente dal cavaliere, per la qual cosa quella sera la si
teneva da più che il despoto di Romanía.
Dopo cena il prete co' suoi ospiti trattarono maturalmente come dovesse
condursi questa specie di spedizione al monastero, affinchè la cosa
avesse il desiderato effetto. Guglielmo avrebbe voluto andar per le
corte: cercar d'intendere dalla Bice se consentisse, e vedere ad ogni
modo di liberarla senza indugio da quel sepolcro di vivi; e Cecco non
era alieno al tutto da questo disegno; ma non voleva venire ad atti
troppo arditi, se prima non tornavano a nulla tutti gli assalti dati
alla badessa. Frate Marco e il sere, di ratto non ne volevano sentir
parlare, nè in caso veruno ci si sarebbero prestati; prima, perchè non
consentivalo il loro ministero, e poi perchè, oltre all'essere cosa
troppo pericolosa verso di sè, non poteva avere se non conseguenze
tristissime.
— Ed io ho tanto in mano — continuò il frate — che non dubito punto
che messer Geri debba ammollire il suo cuore, dove tutti ci adopriamo
a questo, e la badessa altresì; della quale non par da dubitare, se
vere sono quelle cose che di essa ci disse il sere qui l'altra sera,
del grande affetto ch'ella ha per la Bice, e della pietosa compassione
ch'ella sente per la sventura di quella povera fanciulla. A me pare
dunque, se pare anche a voi, che alla badessa andassimo tosto, con la
lettera di messer Geri, io e il sere: che col pretesto di disincantare
la Bice, cercassimo d'informarla di ogni cosa minutamente; che il sere
tentasse poi il cuore della badessa, ajutato da me; e se la badessa si
mostra benigna, come spero, fare un passo ardito più in là (il quale,
fatto con accortezza, potrebbe condurci dove vogliamo), pregandola di
unirsi con noi per secondare il nostro disegno; e vedendo il bello,
far che ella si abbocchi con maestro Cecco e col cavaliere. Se possiamo
giungere a tanto, siamo a cavallo.
La proposta piacque a tutti; e la mattina appresso si misero in cammino
per il Mugello, dove furono a mezza terza. Poco discosto dal monastero,
dove la Bice era sepolta, forse trecento metri o poco più, vi era la
chiesa di S. Niccolò, posta sopra un poggetto, che allora faceva cura
da sè, il cui prete era molto amico di sere Gianni: quivi pertanto si
fermarono prima di andare al monastero, e quivi rimasero maestro Cecco
e Guglielmo, ad aspettare di sapere a che riuscissero il frate e il
sere presso la badessa.
CAPITOLO XXV.
LA BICE E IL FRATE; LA BADESSA E IL CAVALIERE.
Arrivati i due al monastero, e picchiata la porta, come a gente nota
fu tosto a loro la badessa, che ambedue cortesemente salutò, domandando
loro che buon vento gli avesse portati colà.
— Madonna, disse il frate, io vengo mandato da messer Geri Cavalcanti,
e reco a nome suo questa lettera.
La badessa prese la lettera, e scioltala, lesse sotto voce:
«Madonna,
«Senza la mia Bice non posso più vivere: il rimorso, la desolazione, la
certezza della morte vicina mi straziano, e mi spaventano; il pensiero
di aver perduto l'amore di tanto diletta figliuola mi condurrà alla
disperazione. Come vi significai per altra mia, un savio e discreto
uomo accertommi, dovere la mia Bice essere ammaliata; e però mando a
voi frate Marco de' predicatori, vostro conoscente, e solenne teologo,
che guardi di liberarmela da ogni malía. Fate che la Bice parli con
esso; e voi non restate anche di pregare in quel punto efficacemente
messere Domeneddío e messere santo Piero apostolo, che l'opera del
frate abbia ogni buono effetto.
«GERI _vostro_».
— Mi manda dicendo messer Geri — disse la badessa com'ebbe letto la
lettera — che faccia abboccarvi con la sua figliuola, da esso creduta
ammaliata, come ne lo accerta un savio e discreto uomo. Ma a me, nè
ora nè mai, quella fanciulla non mi ha dato verun segno di ciò; nè so
che qualità di uomo savio e discreto sia colui, che, così da lontano, e
senza altro segno, va mettendo tali dubbj nel cuore di un povero padre,
straziato già da tanti dolori.
— La qualità dell'uomo savio e discreto, la so ben io: egli è maestro
Dino del Garbo, il quale sfoga il suo odio e la sua invidia contro
maestro Cecco d'Ascoli, sopra questa sventurata famiglia.
— E chi è, se vi piace, maestro Cecco d'Ascoli? E che cosa ha egli a
fare in questa facenda? — disse la badessa, che, lontana com'era dal
mondo, non aveva notizia veruna di Cecco.
— Maestro Cecco è dei valentissimi maestri, e dei savj filosofi che
oggi sieno: lesse a Bologna con maestro Dino, che l'odia ferocemente e
l'invidia; e questo amore della giovane Cavalcanti nimica quanto può,
solamente perchè maestro Cecco è amico del cavaliere che ama la Bice, e
favorisce tale amore.
— Oh mondo sempre tristo e fallace! Quanto ringrazio Dio di esserne al
tutto lontana! Ma venite meco e parlerete alla Bice.
Il sere di Settimello non sapeva se dovesse o no andare insieme con
loro; e domandatane la badessa, questa lo pregò di aspettare tanto
ch'ella tornasse, che sarebbe tempo brevissimo, e voleva conferire con
lui di una certa cosa.
Come frate Marco fu in una piccola saletta, presso alla cella della
badessa, questa lo lasciò solo un momento, e tornò ben tosto con
la Bice. La fanciulla vestiva una cioppa di lana bigia, senza verun
ornamento, se non quanto aveva alla vita un'assai nobile cintura, da
cui pendeva una piccola e molto leggiadra scarsella; e come era assai
freddo, aveva di sopra un guarnelletto di monachíno foderato di vajo,
ed in capo una piccola benda, semplicemente, ma gentilissimamente
ricamata dalle sue proprie mani: al collo una piccola croce d'oro,
pendente da un cordoncino di seta nera; cara memoria della sua diletta
madre. Il dolore e il piangere quasi continuo aveanla affranta in gran
maniera, ed era assai scaduta; ma quell'aria di profonda mestizia, quel
viso affilato, quello schietto vestire le davano tanto e tanto delle
più gentili attrattive, che ne parea anche più bella, e non si potea
guardare senza sentirsi tutto intenerire dalla compassione e dalla
meraviglia. Com'ella vide il frate, ebbe gran consolazione, e gli occhi
le scintillarono di gioja inusitata, tanto buon presagio le fu.
— Frate Marco, che grave cagione vi ha qui condotto? Il mio cuore mi
dice che siete messo di Dio.
— Messo del padre vostro, damigella.
— Che io amo e riverisco dopo Dio. Consolatemi tosto: si è ammollito il
suo cuore? mi rende egli tutto il suo amore?
E siccome ella diceva ciò tutta accesa nel volto, e con atto di
ardentissima impazienza:
— Tempera, le disse la badessa, tempera codesta tua smania. Messer Geri
ti ama in cuor suo come sempre ti ho detto, ma vuol saperti buona ed
obbediente; e manda appunto qui frate Marco per ricondurti al cuore, e
per vincere la tua ritrosía.
— Oh, madre mia dolce, che sono codeste parole? Perchè appunto oggi vi
porgete meco men benigna dell'usato?
E la Bice aveva ragione. La badessa, mentre eran sole, parlava sempre
alla fanciulla le più amorose parole del mondo, e non si teneva
anche dal darle qualche speranza; ma ora che il frate l'udiva, voleva
mantenere la sua gravità, nè parer troppo molle con essa, alla quale
rispose:
— No, figliuola mia, non sono men benigna teco; ma voglio solo
ricordarti, come spesso ho fatto, che la disubbidienza e la ritrosía
verso un padre non si giustifica per veruna ragione, ed ho voluto
ricordartelo era appunto che il buon frate Marco viene qui a nome del
padre tuo.
— O a che vi manda mio padre? — disse con pauroso atto la Bice.
— Il buon padre vostro vuol vedervi tornare figliuola amorosa; rivuole
tutto l'amor vostro; arde di riabbracciarvi, nè può vivere senza di
voi; ma....
— E quando ho io cessato di amarlo? — interruppe la Bice — io, che
darei per esso la vita?
— Ma egli vuol tutto quanto l'amor vostro...
— Messere — disse la fanciulla, guardando il frate con occhi pieni di
lagrime e supplichevoli — abbiate pietà del povero mio cuore. Amo, e
disamare non posso. Ma a che vi manda mio padre? Fate che io il sappia
tosto.
— Il buon messer Geri non può più vivere lontano da voi; vuole
riabbracciarvi; ma vuole che scelghiate tra il suo affetto e quel
d'altri, e si dà continuo cruccio per voi: e come non gli par possibile
che l'abbiate a disamare, e pur lo crede, così si è lasciato persuadere
che voi dobbiate essere ammaliata; e mi ha mandato perchè da tale
incantamento vi liberi.
— Ammaliata? Oh, bel frate, e voi lo credete? Amo, sì, il gentil mio
cavaliere, e l'amo di ardentissimo amore, ma non pertanto disamo mio
padre.
— Figliuola, — disse qui la badessa, — dimenticate di essere in un
monastero di sante donne, e che qui si disdice il parlare d'amore
mondano?
La Bice chinò gli occhi a terra, facendosi rossa; e il frate riprese:
— No, damigella, io non credo a veruna malía; nondimeno parrebbemi,
che, almeno per contentare il buon vostro padre, io facessi sopra di
voi quelle orazioni e quelle cerimonie che si usano. Piacevi egli?
— Non mi dispiace, quando lo fo per satisfazione del padre mio.
La badessa pertanto disse alla Bice che andasse nel privato oratorio
del monastero, o si mettesse in orazione, mentre frate Marco si fosse
preparato alla cerimonia; al che la Bice ubbidì: e la badessa ed il
frate tornarono là dov'era ad aspettargli il buon prete di Settimello,
il quale come gli vide, non fu lento a chieder novelle della gentil
figliuola del messere fiorentino, com'egli soleva chiamarla, e se
veramente fosse ammaliata.
— Della fanciulla n'è bene, — rispose la badessa, — nè ammaliata
la credo, nè credo — disse volgendosi a frate Marco — che le vostre
orazioni cambieranno quel cuore, oggimai troppo occupato dall'amore del
suo cavaliere.
— E questo pare anche a me, madonna, disse il frate; ma tuttavía
proviamo: e preghiamo tutti che il Signore ci apra una via da veder
consolato quel buon vecchio di Geri, e quell'angelica creatura della
sua figliuola.
— Voi, madonna, potreste in questa bisogna essere di grande aiuto,
disse il prete.
— Io? E che ne posso io?
— Madonna, entrò qui il frate, voi degnamente siete tenuta da messer
Geri per santissima e prudente donna: la Bice so che amate teneramente
qual diletta figliuola; e il val senza dubbio, perchè mai non si vide
quaggiù la più gentile e angelica fanciulla. Che ella dimentichi
l'amore al suo cavaliere, dicevate anche voi testè essere cosa
non isperabile: qual'opra dunque più santa e più accetta a Dio che
studiarsi di veder tutti consolati?... Messer Geri vive desolatissimo
per la lontananza della Bice; una parola detta da persona cui egli
veneri e stimi potrebbe richiamare a più umani consigli quel cuore già
volto a ciò.... Se gli scriveste confortandolo....
— Oh, frate Marco, dimenticate forse chi son io? — disse la badessa,
guardandolo fieramente e con piglio severo.
Frate Marco non potè reggere a quello sguardo, e chinò gli occhi a
terra tutto confuso, senza trovar parola da rispondere. Ma il prete che
naturalmente era più ardito, e con la badessa aveva più familiarità,
rispose lui per quell'altro:
— A voi, anzi, madonna, sarebbe dicevole un atto di così sublime
carità, che renderebbe la quiete a tante care e segnalate persone;
dico anche segnalate, perchè messer Guglielmo è dei più belli, dei più
nobili, gentili e prodi cavalieri di Provenza....
La badessa sapeva che il cavaliere amante della Bice si chiamava
Guglielmo, e che era forestiero, ma altro non ne sapeva; e quando sentì
esser egli del più gentil sangue di Provenza, il cuore le sobbalzò nel
petto; e dimentica di sè, domandò con tal accento di curiosità che a
frate Marco parve soverchia:
— Di Provenza, diceste, sere Gianni? E, se vi piace, di che sangue è
egli?
— Io nol so così appunto, rispose il prete, ma frate Marco qui può
informarvi di ogni cosa punto per punto.
Alle quali parole frate Marco, senza aspettare altra domanda, continuò:
— Il cavaliere è il più prode e il più leale di ogni cavaliere:
nell'ultima battaglia sotto Pistoja fece miracoli di prodezza, e
rimase ferito in una gamba; ed ora che è risanato volle venir qui con
noi in Mugello per vedere almen da lontano le mura di quel monastero,
che chiudono in sè la donna del suo cuore. Egli è messer Guglielmo di
Artese, delle prime casate di Provenza.
A questo nome di Artese la badessa diventò bianca come un panno lavato;
e se non che potè sorreggersi ad una sedia, sarebbe caduta in terra di
colpo. Tuttavia fece tanta forza a se stessa, che, ricompostasi alla
meglio, disse altre poche parole al frate, additandogli come dovesse
andare in cappella dalla Bice, ed ella intanto conferirebbe alcuna cosa
di sua bisogna col sere di Settimello; e fatto cenno a questo che la
seguisse, uscì della stanza.
CAPITOLO XXVI.
LA CONFIDENZA.
Al frate non era fuggito nulla del turbamento della badessa; e mulinava
per la mente quale ne potesse essere stata la cagione:
— Quel nome d'Artese senza un fallo al mondo — diceva tra sè — e
qualche gran segreto ci dev'essere sotto questo nome.... e non so
indovinare che altro possa essere, se non amore.... Amore?.... uhm!
Ma come? ma quando?.... Ben si ragiona da qualcuno che questa badessa
venisse a chiudersi qui per amore.... Ma allora messer Guglielmo poteva
appena esser nato.... Figl.... Eh! andiamo, frate Marco, che pensieri
ingiuriosi sono codesti? una donna così gentile, così santa!... Eppure
qualche cosa ci debb'essere.... Basta, qualche novità conviene che si
vegga: e potrebbe anche essere che tornasse a pro di questi poveri
ragazzi. — E così dicendo, si avviò verso la cappella dove la Bice
aspettavalo facendo preghiere accesissime a Dio, che la consolasse
in questa sua tribolazione. Intanto la badessa, recatasi in cella
sere Gianni[28], e serratala diligentemente, ebbe con lui sì fatto
ragionamento:
— Sere Gianni, io sono per confidarvi cosa, che non l'avrei detta ad
alta voce nemmeno essendo sola; ma le ultime parole di frate Marco, mi
hanno messo tal fuoco nel petto, e tal dubbio nel cuore, che ne morrei
se tacessi. Voi dall'altro lato da parecchi anni siete mio familiare,
e sempre vi ho esperimentato discreta persona e di me parzialissima; e
però non dubito che, se io vi domando, prima di compatimento alla mia
fragilità, e poi strettissimo segreto di ciò che sono per palesarvi,
non mi rifiuterete l'una, e mi osserverete fedelmente l'altro. Me lo
promettete?
Il prete, ansioso di ascoltare quel che mai dovesse dirgli la badessa,
promise sulla fede di sacerdote di Cristo che mai non avrebbe detto a
persona viva quanto le uscisse dalla bocca; e allora essa incominciò: