non solo come lume della storia di quel tempo, ma come esempio da
meditare, se non da seguitare, anche nel modo di tante elezioni
de' tempi odierni, nelle quali prevale quasi sempre la setta e la
combríccola.
Nel medesimo giorno che veniva fatta la elezione, i priori allora
sedenti facevano intimare le capitudini delle dodici arti maggiori, che
fossero avanti di loro in quel luogo che ad essi signori fosse parso
più comodo, siccome ancora due buonomini di qualunque Sesto; ai quali
era dato giuramento di far bene e con ogni lealtà questa tale elezione.
Di poi facevasi una nominazione o brevetto del Sesto da cui doveva
eleggersi il gonfaloniere; e quando il Sesto era nominato, eleggevano
del Sesto medesimo sei uomini popolari ed artefici, facendone di
ciascheduno di essi segretissimo squittinio, eccettuando però da
esso le capitudini ed i savj di quel Sesto, da cui il gonfaloniere
doveva essere eletto. Quel tale che per questa sublime dignità veniva
squittinato dalle arti maggiori ed artefici della città di Firenze,
doveva essere persona che fosse dello stato, pacifico e tranquillo,
amatore di giustizia, e di sincera e specchiata purità d'animo; e
che sopra ogni cosa non fosse stato magnate, o elettore di quelli
e quello che nello squittinio precedente restava più numeroso di
voti, e per conseguente costituito in tal grado. Non poteva essere
gonfaloniere chi fosse stato consorte, o della famiglia o casato di
alcuno de' priori, che nel tempo della sua elezione fosse riseduto in
tal magistrato. E quando aveva finito l'uffizio, si veniva a eleggere
in modo simile un altro, che doveva essere di un Sesto diverso: e così
di due in due mesi, per modo che a capo dell'anno ogni Sesto aveva
il suo gonfaloniere. Finito l'uffizio, aveva divieto dal magistrato
suddetto per tre anni. Il gonfaloniere di giustizia, che risedeva in
palazzo insieme coi priori, doveva tenere nella abitazione propria uno
stendardo bianco di buono e sodo zendado, entrovi una croce rossa, che
lo abbracciava tutto; e gli era consegnato pubblicamente dal capitano
di giustizia, dopo preso il giuramento, essendo presenti i priori
vecchi ed i nuovi; ma questo si fece solo per la elezione del primo
gonfaloniere di giustizia, che fu nel 1292 nella persona di Baldo
Ruffoli; chè, per il tempo vegnente, il gonfaloniere, finito l'uffizio,
consegnava di sua propria mano al suo successore lo stendardo,
rogandosene ogni volta un contratto. Oltre allo stendardo, dovea
tenere in palazzo cento pavesi, ovvero targhe; cento elmi, o celate,
dell'insegna del suo stendardo dipinte, cento lance, venticinque
balestre coi quadrelli e tutti i fornimenti, ed altri simili materiali
in grande abbondanza. Alla sua guardia, e a quella de' priori e del
suo palazzo, si destinarono da principio mille pedoni, che poi furono
condotti a duemila; ed erano tutta gente popolare ed artefici della
città, scelti tra gente buona e pacifica; e questi nella loro elezione
giuravano di star sempre pronti, e prestamente correre, nel sollevarsi
dei rumori o tumulti, verso detto palazzo, ed ancora di essere presti
ogni volta che fossero per pubblico bando, o per suon di campana, o
per qualche mosso addomandati dai signori priori o dal gonfaloniere di
giustizia; e dovevano seguitar sempre il gonfaloniere, e star sempre
seco, mentre era fuori per esercizio del suo uffizio. E ciò facevasi
per far apparire l'onore che a tanta dignità si doveva; e tutto per
esaltazione del comune di Firenze.
Ci erano altresì compagníe di picconieri, e maestri di pietra e
legname, e mille pedoni, tutta gente scelta e gagliarda, eletti dal
gonfaloniere e dai priori: quattrocento de' quali erano armati di una
specie di lancia, detta _gualda_; e gli altri di archi e balestre. Le
loro armi dovevano essere perfette, ed erano forniti di molto saettame.
Quando occorreva per diverse faccende al gonfaloniere di giustizia
uscir fuori di palazzo, stavano serrate tutte le botteghe; ed era sotto
gravi pene vietato ai magnati di andare in que' luoghi dove fosse stato
o andato egli. Nè meno gli era permesso di andar fuori collo stendardo
e soldati armati, senza che prima ne fosse fatta deliberazione in
palazzo da' priori, dichiarandosi dove fosse voluto andare, e che gente
intendesse condur seco, e quanta, e di qual Sesto. Al gonfaloniere poi
erano destinati sei consiglieri popolani, ed artefici della città, uno
per Sesto: ed erano scelti da lui medesimo e dai priori; e potevano a
loro volontà avere appresso di sè altri uomini prudenti, per giovarsi
del loro consiglio.
Di così fatta maestà voleva Firenze che fosse circondato il suo
magistrato supremo; ma, come ho detto qua dietro, avendo il duca
ridotto ogni cosa piccola e grande in sua potestà, quasi tutte simili
magnificenze eransi tolte, rimanendovi solo l'apparenza: e questa
volta ne anche gli squittini si fecero al modo usato, e la novella
signoría fu tutta quale la voleva il duca e non altrimenti. E vanno qui
ricordati i nomi di ciascuno di coloro, che si rassegnarono la prima
volta a tanta ignominia. Priori furono: Rosso Aldobrandini, Giotto
d'Arnaldo Peruzzi, Tommaso Dietajuti della Badessa, Nerone di Nigi
Dietesalvi, Falconieri Baldesi, Leone di Simone; e gonfaloniere fu
messer Covone di Naddo Covoni. E questi, tra per la paura e per essere
tutti uomini del duca, nè più nè meno facevano che quello che al duca
piacesse.
In palagio dall'altro lato, mentre si volea mostrare baldanza, e
certezza di vittoria per l'avvenire, si stava nel fatto molto paurosi
e molto pensierosi, ed all'un consiglio succedeva l'altro; e si
cercava di pigliare giorno per giorno quei temperamenti, che sembravano
migliori alla difesa, dove ne occorresse bisogno, ed alla offesa quando
fosse tempo da ciò; e come tutte le arti si tengono buone contro il
nemico, il duca tanto fece che tenne trattato in Lucca con messer
Guerruccio Quartigiani, quel medesimo che diede già la signoría a
Castruccio, per ora ritorgliela, come dirassi più qua.
E il duca e la città per altro incominciarono a ripigliar cuore e
baldanza quando arrivarono gli altri ottocento cavalieri oltremontani;
e al duca specialmente tornò lietissima la lettera di maestro Cecco,
dove si dava ragguaglio della malattía di Guglielmo, con la certezza
che fra pochi dì sarebbe sanato del tutto e ritornato a Firenze; e ad
incorare sempre più così il duca come i fiorentini si aggiunse, che,
avendo i ghibellini e i tiranni di Toscana e di Lombardía mandato loro
ambasciatori a sommuovere Lodovico di Baviera eletto re de' romani,
per contrastare alla forza del duca e della chiesa, il papa dal canto
suo fulminò esso Lodovico, e di nuovo Castruccio, con le sue folgori
spirituali, e la sentenza di scomunica fu solennemente pubblicata in
Firenze dal legato del papa nella chiesa di S. Giovanni.
CAPITOLO XXII.
NELLE CASE DE' CAVALCANTI.
Nelle case de' Cavalcanti, che il lettore oramai ben conosce, era per
altro maggiore desolazione che in città e in palagio.
Dal momento che allontanò da sè così spietatamente la sua Bice,
messer Geri non ebbe più bene; e tra gli acciacchi suoi abituali,
che erano diventati vere malattíe, e il rimorso e il rammarico che lo
straziavano continui dell'essere stato così spietato con quella cara
sua Bice, era ridotto una cosa tanto dolorosa, che faceva pietà a
vederlo; nè consigli e conforti di amici potevano sull'animo di lui:
nè a richiamare presso di sè la figliuola voleva condursi a niun patto,
così per non dar segno di debolezza, chè era alterissimo, come per odio
contro Guglielmo.
Aveva scritto spesso alla badessa, e le aveva spesso mandate uomini a
posta, pregando che alto alto interrogasse la Bice, e spiasse più che
poteva l'animo di lei, se ci fosse speranza, non appunto di levargli
dal cuore l'amore di Guglielmo, ma almeno di poter far prevalere a
quello l'amor filiale; ma, dove la Bice si mostrava sempre tenerissima
verso suo padre, dava però sempre segno che l'amore di Guglielmo non
avrebbe potuto a niun patto lasciare.
Maestro Dino del Garbo non passava giorno che non andasse a visitarlo,
e vedeva chiaro che la vita del vecchio poteva durar poco più; ma,
dove avrebbe potuto o tanto o quanto allungargliela, e raddolcirgliene
almeno gli ultimi giorni, ingegnandosi di rappacificarlo con la
figliuola, e dipingendogli la felicità del vedersela attorno, del
vederla altamente maritata, e del vedersi pargoleggiare dinanzi i
figliuoli di lei, tanto era l'odio che egli aveva a Cecco, favoritor
dell'amor di Guglielmo, ed a Guglielmo stesso dopo il colloquio avuto
con esso, che inacerbiva sempre più l'animo di messer Geri, il quale
per conseguenza ne peggiorava di sanità. Ed un giorno fra gli altri
ebbero insieme questo ragionamento, che lasciò dolorosissimo quel padre
sventurato:
— Maestro, la vostra arte si affatica invano per me; io sento ogni
giorno scemarmisi le forze, e vedo prossimo il fine. E non avrò chi mi
chiuda gli occhi....
— Messere, non dite; l'arte mia ha tanta virtù, e voi avete sempre
tanto vigore, che siete ben lungi ancora da quell'estremo che
paventate.
— Ch'io pavento? Ah, mio dolce amico, _ch'io desidero_, dovevate dire.
E che ha più altro di attrattivo la vita per me? La patria perduta la
signoría di se stessa, e datala a gente straniera, che la schernisce
e la strugge di ricchezze e di ogni suo bene, e conduce i suoi
figliuoli al macello e alla vergogna della fuga. In casa eccomi qui
solo e deserto: l'unica mia figliuola, che amava più dei miei occhi,
ritrosa alla mia volontà, posporre l'affetto del padre all'amore di uno
straniero, ed uccidermi quasi colle proprie mani.
— Non avete amico che più di me vi compianga, e che si spaventi,
quasi, della durezza di questa vostra figliuola. Ma il male non deve
proceder tutto da lei; è impossibile a una figliuola essere snaturata
così; questo debb'essere l'effetto di qualche filtro, di qualche
incantamento. Voi sapete che in sì fatto innamoramento ha le mani Cecco
d'Ascoli....
E questo diceva maestro Dino, non perchè lo credesse, chè troppo era
scienziato da prestar fede a fole siffatte, ma per accattar sempre più
odiosità a Cecco, e per valersi, al bisogno, anche di quest'arme contro
di lui.
— Ohimè! maestro — interruppe qui Geri — e veramente credete che la mia
Bice sia ammaliata?
— Credolo, perchè parmi contro a natura che una figliuola disami e
dispregi tanto suo padre.
— Ah maledetto sia il negromante! e maledetto questo duca, che ha
ricondotto a Firenze quello sleal cavaliere; e maledetta la mia città,
che tanta vergogna patisce! Oh Dio! ma come riavere tutto l'amore della
mia figliuola? Come liberarla dalle mani del diavolo? Insegnatemelo,
maestro: ardo di rivederla tutta mia, tutta amorosa. Povero vecchio!
non ho altra consolazione al mondo. Ajutatemi.
— L'arte mia qui non può nulla. Ci vogliono medicine spirituali:
intanto esortate la badessa che la tenga ben guardata; che preghi per
lei, affinchè Dio le tocchi il cuore, e la ritorni figliuola obbediente
e amorosa.
Povera Bice! e quando aveva ella cessato di essere figliuola amorosa?
Mai: neppur quando il padre avevala trattata così duramente, gli aveva
scemato di nulla l'immenso bene che volevagli; e non sapeva discernere
ella stessa, se più le doleva lo stare lontana dal suo Guglielmo e
il sospetto di averlo perduto per sempre, o il vedere sdegnato il suo
caro babbo. Sepolta, si può dire, viva da lui, per lui ascendevano le
sue più pure preghiere al Signore; e il desiderio suo era pari tanto
per Guglielmo quanto per il padre. Erano già passati molti giorni
che stava rinchiusa nel monastero di S. Piero, dove si struggeva in
continue lagrime, trovando solo un poco di conforto nella compassione
e nell'affetto che mostravale la buona badessa; e viveva solo della
speranza che un giorno o l'altro dovesse venire novella da Firenze che
suo padre avesse mutato il fiero proposito, e la richiamasse fra le sue
braccia.
Messer Geri era rimasto così vinto e così dolente delle parole
di maestro Dino, e tanto gli era parsa grave quella faccenda
dell'ammaliamento, che non sapea qual partito pigliarsi. Scrisse tosto
alla badessa informandola del fatto, e pregandola che facesse tutte le
più devote orazioni per liberare la figliuola da sì fatta sventura; e
sovvenutogli a un tratto frate Marco, di cui Geri faceva grande stima,
ed era assai valente teologo, mandò tosto per esso.
Frate Marco era appunto la sera innanzi cavalcato a Firenze per bisogno
del suo convento, promettendo a maestro Cecco che sarebbe tornato a
Prato fra due o tre giorni, disposto ad ogni suo piacere e di messer
Guglielmo: ed era appunto in sull'uscir dal convento per andar alle
case de' Cavalcanti, a scoprir paese, come ne lo aveva sollecitato
maestro Cecco, quando venne il messo di messer Geri, il cui invito,
se fu accolto lietamente dal frate, ciascuno lo può pensare da sè,
indovinando esso, qui doverci essere qualcosa che riguardasse la Bice.
Arrivato dunque alle case dei Cavalcanti, entrò tosto da messer Geri, e
con parole umanissime gli disse:
— Dio vi dia salute, messere. Che vi piace, chè mandaste per me?
— Bel frate, cosa non piccola vi chiedo, alla quale abbisogna e la
vostra scienza, e l'affetto che sempre avete mostrato per me e per la
mia casa.
— Purchè il volere non sia vinto dal non potere, son tutto vostro.
— Voi sapete quanto sia straziato il mio povero cuore dalla ritrosía e
dalla disubbidienza della mia Bice, che mi son gravi e dolorose anche a
doppio, vedendola perduta nell'amore di un cavalier forestiere, un di
coloro che hanno fatta serva la mia terra, e sfiorato barbaramente il
giglio fiorentino.
— Lo so, e ne vivo dolorosissimo. Io vi ho sempre riverito ed amato
per uno dei probi e discreti e gentili uomini di questa terra; e la
vostra figliuola ho sempre conosciuta per la più gentile e più bella di
tutte le fanciulle fiorentine, e per figliuola buona ed amorosissima;
e sempre ch'io capitavo qui da voi, mi sentivo dolcemente compreso
dalla domestica felicità vostra, la quale solea ricordarsi per esempio
da tutta la città, e molti e molti ve la invidiavano. E vi accerto,
messere, che il rammentarmelo ora, ed il veder tanta felicità, prima
avvelenata, e poi così spietatamente rotta, per opera forse della
malignità e della invidia, mi accuora proprio come se tale sventura
toccasse me.
A queste parole, che riduceangli a memoria le sue contentezze e le sue
gioje domestiche, il vecchio si sentì tutto commuovere, e, asciugandosi
le lacrime che gli piovevano dagli occhi, rispose:
— Ed ora vedete come sono ridotto!... Ma che parlate voi di malignità
e d'invidia? L'amore al cavaliere straniero, e la ritrosía e
disubbidienza della Bice non sono opera d'invidia.
— Il fatto non è certamente opera d'invidia; ma la invidia e il mal
talento ve lo hanno colorito sinistramente. Al cuore, lo sapete, non
gli si comanda; e sapete che l'amore ripara sempre al cuore gentile,
come cantò il vostro Guido; e se vi ricorda con quanta sapienza egli
parlò in quella sua nobile canzone della qualità e della forza d'amore,
non parmi ragionevole che vi abbia a parer grave colpa, se la Bice
vostra è stata vinta dalla forza di amore. Che poi voi teniate la
infelice fanciulla per disubbidiente e disamorata, questa può essere
opera tutta, ed è, d'invidia e di maltalento; chè io, quanto a me, la
ho sempre saputa figliuola tenerissima ed ubbidiente.
— Ohimè! frate Marco; non vi par grave fallo l'aver posto il cuor
suo nell'amore di uno straniero, e il contrastrare alla volontà del
padre che lo divieta? e non vi pare figliuola snaturata quella che
il padre comporta di veder morire per dolore, e che lo abbandona alla
desolazione piuttosto che obbedirlo?
— Non approvo la disubbidienza; ma nego che avesse portato a questa
conseguenza, dove non fosse stata dipinta troppo malignamente; e
nego che la Bice vostra non vi ami più, e più di voi ami il cavalier
provenzale. L'amore filiale è tutto diverso dall'altro, benchè forte
quanto esso; ed io, invece che condannarla, compiango la Bice quanto
compiango voi, perchè me la immagino combattuta fieramente da questi
due affetti, il contrasto dei quali non potrà fare che all'ultimo non
ispenga quella gentile vita.
Geri a queste parole si sentì correre un gelo per le ossa, e disse
tutto smarrito:
— Che! pensate voi per avventura che la Bice sia veramente dolorosa
dello star lontana da me, e che la sua sanità ne possa troppo
peggiorare?...
— Credo — rispose il frate.
— Ah! frate Marco, anche me cruccia da un pezzo codesta paura, e per
riparare a tanto danno ho appunto mandato per voi. Anch'io da poco in
qua compiango la mia Bice; non perchè approvi il suo amore, o scemi la
bruttezza della sua disubbidienza; nè perchè io riconosca vero quel che
voi avete detto della invidia e del maltalento; ma perchè un savio e
discreto uomo testè mi accertava che questa era tutta opera di malía,
operata in lei da quel negromante, che si chiama qui Cecco Diascolo.
E però, vorrei, bel frate, faceste ogni opera che la mia Bice fosse
liberata da siffatta malía, e ritornasse tutta mia, e consolasse questi
pochi momenti che tuttora mi restano di vita.
Frate Marco, udendo tali parole, gli parve di essere il più lieto
uomo del mondo per due capi: sì perchè vedeva porgerglisi il destro
di servire efficacissimamente maestro Cecco e messer Guglielmo, e
sì ancora perchè gli pareva di intravedere tanta pietà negli atti
e nel parlare di Geri, che non dovesse poi esser tanto difficile
il ricondurlo a più temperati consigli. Laonde, non volendolo al
tutto contrariare, volendo anzi tirarlo ad agevolargli più che fosse
possibile la via per venire al suo proposito, rispose:
— Messere, maestro Cecco d'Ascoli non è quell'uomo tristo, nè quel
negromante, che alcuni dicono essere, non si sa da qual passione mossi,
ma senza fallo da men che onesta; egli è astrologo e filosofo molto
solenne, e la sapienza sua non condurrebbe sì basso che si desse a
malía o incantesimo veruno. Può bene alcuna malía essere stata fatta
per opera altrui; ed io mi ci adopererò con tutta la sollecitudine.
Dite dunque che cosa vi piace che io faccia.
— Quello che in simili casi prescrive la santa madre chiesa.
— Ma la Bice è assai di lunge di qui, ed è chiusa in un monastero.
— Cavalcherete per amor mio fino in Mugello, e vi accompagnerò con una
mia lettera alla badessa, acciocchè vi faccia vedere la Bice. Parlatele
a lungo e con tutta attenzione; accertatevi bene del fatto suo, e
salvatemela. In poco d'ora tutto sarà fatto: non vi gravi l'aspettare
tanto che io torni.
E così dicendo entrò in un piccolo suo scrittojo, e lasciò il frate ad
aspettare; il quale, vedendosi avere occasione così propizia, diceva
fra sè:
— Mi par proprio che questa sia opera della divina provvidenza. E come
potea offrirsi occasione più propizia al proposito di maestro Cecco e
di messer Guglielmo?... e vo' dire anche al proposito mio; dacchè tanto
mi par degna di compassione la sventurata figliuola di messer Geri,
e tanto puro e tanto degno il suo amore, che darei anche la vita per
vederla contenta. E chi sa che non possa nascer cosa che ammollisca
l'animo di questo vecchio, certamente inacerbito dalla malizia altrui,
e forse di maestro Dino? Basta, io non so appunto qual sia il disegno
di maestro Cecco, il quale ha fissato il priore di Settimello per
andare al monastero; ma, se questo disegno non potesse colorirsi, non
dispero di trovar la via del cuore di messer Geri, e di fare opera
veramente degna di un sacerdote di Dio, riunendo padre e figliuola, e
santificando col matrimonio l'amore di questi due cuori gentili.
Mentre frate Marco era tra questi pensieri, ritornò nella sala messer
Geri:
— Ecco, bel frate, questa è la lettera per la badessa: fate che
l'indugio non sia troppo lungo.
— Messere, domattina all'alba sarò a cavallo.
— E Dio vi accompagni nel cammino, e vi conceda perfetta fine alla
santa opera vostra.
E come il frate prendeva commiato, il vecchio, sopraffatto da un
pensiero di paterno affetto e di desiderio della figliuola:
— A Dio v'accomando, frate Marco. Oh quanta invidia vi porto! voi
vedrete la mia Bice: le parlerete; ed io debbo viverne in continuo
desiderio, piangendo perduto il suo amore per quello di uno strano!
Deh, se ogni vostro desío si compia, rendetemi l'affetto della mia
diletta Bice, spiantatele dal cuore quel maledetto e diabolico amore.
Sento prossimo il mio fine, e morrei disperato, se più non avessi a
vederla....
— Messere, la vostra Bice potete pure richiamarla quando vi aggrada.
— Ma voglio la mia Bice di prima: voglio quella dolcissima Bice che
tanto mi faceva lieto del suo angelico affetto. Questa, e non altra
io voglio; e questa spero che dobbiate ridonarmela voi. Fate ch'io
abbia questa consolazione, che io l'abbia tosto: la mia vita e la mia
felicità l'aspetto da voi: l'esser solo mi spaventa.... Oh Bice mia,
abbi compassione di questo sventuratissimo vecchio!....
E qui diede in un pianto dirotto. Il frate fu sempre più certo
dell'amore svisceratissimo che il vecchio portava alla figliuola;
e gli crebbe per conseguenza la speranza che il tutto si sarebbe
potuto trovar modo di acconciare: per la qual cosa, promesso a messer
Geri, che nulla avrebbe lasciato a fare per ricondurre la Bice al suo
affetto, prese commiato da lui, e tutto lieto in cuor suo, dispose in
modo le cose da poter montare a cavallo la mattina appresso.
CAPITOLO XXIII.
DA FIRENZE A PRATO.
E di fatto era appena spuntata l'alba che il frate montava a cavallo, e
spronava di santa ragione, pensando alla contentezza che prenderebbero
messer Guglielmo e maestro Cecco, quando sapessero che il padre stesso
della Bice porgeva loro occasione da compiere il desiderio loro. Parlo
di questa consolazione di messer Guglielmo e di maestro Cecco, perchè
il lettore si sarà già immaginato da sè che frate Marco non sarebbe ito
in Mugello prima di tornare a Prato per conferire ogni cosa co' suoi
amici, e prendere con essi que' temperamenti che paressero migliori.
Egli dunque arrivò a Prato di poco passato terza, e fu tosto a messer
Guglielmo, il quale già si era alzato da letto ed era sanato del tutto;
e come vide il frate gli fece maravigliosa festa, ed il frate a lui.
Maestro Cecco non era in casa; ma fu tosto mandato un valletto che lo
trovasse, e il pregasse di esser tosto da messer Guglielmo, che persona
arrivata testè da Firenze doveva conferir con lui per cosa di momento;
e il valletto si fu tosto sdebitato del suo ufficio, dacchè, fatti
pochi passi fuori dell'uscio, si abbattè in maestro Cecco che tornava a
casa, per modo che i due avevano fatto poche parole insieme che egli fu
a loro, e come vide il frate, esclamò:
— Oh, frate Marco, che buona novella? come siete tornato prima del
tempo posto?
— Questa fiata porto veramente la buona novella — rispose il frate: e
fattosi da capo, raccontò minutamente ogni cosa del colloquio avuto con
messer Geri, della Bice creduta da esso ammaliata, della lettera della
badessa, ogni cosa insomma, e concluse con queste parole:
— Su, dunque, maestro Cecco, e voi messer Guglielmo, qui non c'è da
metter tempo in mezzo: bisogna battere il ferro ora che è caldo; e non
dubito che tra l'una cosa e l'altra non dobbiamo arrivare al nostro
fine, col beneplacito anche di messer Geri; sol che a sere Gianni
riesca, ajutato da me, di tirar dalla nostra la badessa.
— Che messer Geri possa cambiar natura lo spero poco, disse Guglielmo.
— Non dite _cambiar natura_, messere; chè quel buon vecchio ama
perdutamente la sua Bice, e non può vivere lontano da lei; e sol che
gli uscisse d'attorno qualcuno che lo inasprisce contro di lei e di
voi, e potesse ascoltar parole persuasive d'amore e di concordia da
persone a lui care e degne di riverenza, vi dico che tornerebbe il più
amoroso e benigno padre del mondo.
Maestro Cecco, udendo qui parlare il frate di persone che inacerbivano
il vecchio, disse alzando il dito e scotendolo: