piuttosto idiota che no, e forse, o non aveva mai sentito mentovare
Cecco, o ben poco ne sapea; ma, udendolo tanto celebrare da frate
Marco, incominciò a giocar d'inchini e di riverenze; e fattogli un
monte di profferte, condusse ambedue in una camera, che si riposassero
un poco, ed allogati i cavalli alla meglio, chiamò la Simona,
ordinandole che facesse la cena più abbondante, ed ammazzasse di più
quattro piccioni da fare arrosto, chè voleva farsi onore coi nuovi
arrivati: egli poi penserebbe a trovar giù in cantina un par di fiaschi
di quello proprio pisciato dagli angeli.
— Messere, disse la Simona, abbiate un poco di discrezione; io or
ora son vecchia, e ho un par di braccia sole: è già passato vespro da
un pezzo: come si fa così su due piedi a far quasi una cena di sana
pianta?
— Va, va, monna Simona: sii buona, via, per istasera; non mi fare
scomparire: eppure a frate Marco gli vuoi bene anche tu!... e
quell'altro, sai, è un gran teologo, un mezzo santo.
La Simona, scotendo il capo, andò al lavoro; e il prete ritornò dai
forestieri, e mostrò a Cecco la chiesa e tutta la canonica, infino alla
cantina e al pollajo e alla piccionaja. Egli era quella sera più lieto
del solito, e lo mostrava nel parlare e negli atti; per modo che a
Cecco gli piacque assai, e studiatolo per tutti i versi, conobbe poter
essere uomo acconcio al proposito suo.
Intanto fra una cosa e l'altra, e tra il motteggiar del frate, e tra
le spesse visite, che or l'un or l'altro dei tre facevano in cucina a
monna Simona, la quale ne mostrava assai fastidio, venne l'ora della
cena; e si misero tutti a tavola. La Simona era ritrosa e brontolona,
come ho detto; ma al padrone era affezionata, e aveva caro che si
facesse onor cogli amici, ed era ambiziosa di far vedere la sua perizia
nel far da cucina; e però la cena riuscì veramente gustosa, e lo stesso
prete ne la lodò assai, unendo le sue alle lodi dei forestieri. Non
mancarono i lieti ragionari, e i motti, così del prete come di maestro
Cecco, il quale era alle volte di umore piacevolissimo.
— Sere, disse Cecco tra l'altre, pare che la vostra chiesa vi renda
assai bene, se potete apparecchiare così gustosi mangiari, ed avete
nella cella di questi vini così squisiti.
— Maestro mio, rispose il prete, e che altra satisfazione abbiamo noi
che in queste tre dita? — e misurossi con tre dita della mano la gola.
— Qua le leggi sopra i conviti non ci arrivano; e un bocconcíno buono,
e un buon gotta di vino, ci tengon luogo di tutti gli spassi e di tutti
i sollazzi che si hanno per le città. E come qua non arrivano neppure
le leggi sopra i mortorj, e ieri vi fu un assai ricco mortorio d'un
gran cittadino di Firenze, che ha una gran possessione qui presso, così
oggi ho voluto fare un po' di rialto, e son proprio lieto che siate
capitati voi altri; chè, la roba mangiata in buona compagnía ha miglior
sapore il doppio; e approda più, e fa miglior sangue. Ho detto in buona
compagnía, perchè quella che mangiai anno in compagnía di altri, mi
mise veleno, e mi par di averla sempre qui alla gola.
E domandandogli maestro Cecco ed il frate che cosa volesse dire con
quelle parole, il prete continuò:
— Dovete pur ricordarvi che nel passato anno Castruccio disertò quasi
tutto il contado pistojese, e tutto il contado fiorentino, correndo
fino sotto le mura di Firenze; e dovete ricordarvi che tra le castella
corse e distrutte da lui vi fu Calenzano a poche balestrate di qui;
ed io reputo a miracolo del mio Santo, se io e la Simona siam vivi
tuttora. Ma la vita la comprai cara: mi si piantarono qui in casa tre
caporali della gente di Castruccio; e quei maledetti da Dio facevano
del mio come del loro; e per maggiore scherno volevano che io mangiassi
con loro, perchè avessi anche il martoro di vederli gavazzare con
quella grazia di Dio che avevo in casa.
E diceva queste parole con gli occhi così stralunati, e con atto di
tanta stizza, che un poco era una compassione, ed un poco una festa a
vederlo.
— Comprendo anch'io, rispose Cecco, deve essere stato un grande strazio
per voi. Ma oramai acqua passata non macina più; e stasera non si deve
parlare se non di cose liete. Oh! a proposito — soggiunse, quasi gli
tornasse in mente cosa lasciata indietro, ma per entrare a trattare del
proposito — questa non è la strada che mena in Mugello?
— È, rispose il prete.
— Ditemi, se Dio vi dia bene, il monastero di S. Piero è molto lungi di
qui?
— Oh! è assai di lungi: tre ore di cammino bastano a fatica per
giungervi. Pensate se io lo so! Sono familiare di madonna la badessa,
che è una dei Cavalcanti, la quale fa sempre capo a me per ogni suo
bisogno.
Se maestro Cecco fu lieto di apprender ciò, non è qui bisogno di dirlo;
ma, dissimulando la sua letizia:
— Sentite, frate Marco? Ed appunto voi dovete conferire con quella
badessa per cosa che importa. Il sere qui potrà efficacemente ajutarvi.
E così dicendo, ammiccò al frate che lo secondasse. Ma il frate, non
indovinando se non così in nube a che cosa si riferissero le parole di
lui, si teneva sulle generali:
— Eh sì, il sere può efficacemente ajutarmi, ed io ne lo pregherò.
— Eccomi qua tutto per voi, disse il prete, e per maestro Cecco, il
quale tanto mi piace, che mi pare di essere suo amico da cento anni in
qua.
E il maestro, per sempre più farselo suo:
— Proprio vero che i sangui s'incontrano; ed anch'io, vedete, sere
Gianni, mi pare di essere vecchio amico vostro, tanto schietta e
tanto piacevole, e tanto benigna persona voi siete. Ma, tornando al
monastero, è molto tempo che non siete stato colà?
— La cosa è fresca fresca: ne venni due sere sono.
Frate Marco, che cominciava a indovinare il pensiero di Cecco, per
agevolargli la via alle sue richieste, domandò egli al prete:
— Oh Dio! quanto mi piace che siate conoscente della badessa! Voi
sapete com'io sono famigliare de' Cavalcanti di Firenze, e forse potete
aver saputo come messer Geri de' Cavalcanti abbia in quel monastero
rinchiusa una sua figliuola.
— Potete aver saputo? Ho veduto, voi avete a dire. Povera fanciulla! Vi
accerto che fa pianger le pietre. Ma perchè fu rinchiusa così?
— Vi dirò, questa fanciulla ama un cavaliere provenzale....
— Il più nobile, più gentile e più cattolico cavaliere di tutta
Provenza — interruppe Cecco.
E il frate, continuando al primo detto:
— Un cavaliere provenzale, che, siccome ben dice il maestro, è il fiore
de' gentili cavalieri; e questi arde di pari amore per lei, e vorrebbe
torsela per donna. Ma il padre non vuol sentirne parlare nemmeno, e
piuttosto che vederla a lui maritata, l'ha, si può dire, seppellita
viva così.
— Debb'essere un padre ben crudo quel messer Geri, esclamò il prete.
— E però vedete, bell'amico, sarebbe opera da vero cristiano l'ajutare
il buon esito di questo amore: e voi lo potreste; chè siete familiare
della badessa, la quale è de' Cavalcanti, come avete detto dianzi, e
debb'essere parente di messer Geri.
— I Cavalcanti, dei quali è la badessa, sono per avventura consorti
della case onde esce messer Geri, ma assai alla lontana — entrò qui a
dire frate Marco.
— Ma, ripigliò Cecco, voi che foste ier l'altro a quel monastero, come
si porge umana la badessa inverso la sventurata fanciulla?
— Una madre, disse il prete, può arrivare fin lì; e quando essa è
lontana ne parla con tanto affetto e con tal pietà, che si stenta a
comprendere qual di loro due sia più addolorata.
Cecco aveva compreso quanto bastava; e però senza moltiplicar domande,
provò a venir a mezza spada così:
— Sere Gianni, fate quest'opera pietosa; venite con esso noi di qui a
qualche dì fino al monastero, e vediamo se fra tutti si riconduce alla
vita quella povera fanciulla.
E il prete, che, siccome ho detto, era meglio del pane, non solo disse
che sarebbe stato sempre disposto al piacere di Cecco, ma se ne mostrò
invogliato quanto lui.
Dopo ciò ricominciossi a parlare di cose piacevoli ed a motteggiare,
quando tutta rossa nel viso, unta e bisunta, entrò la Simona co'
quattro piccioni arrosto, così ben crogiolati, e con un odore così
ghiotto che dicevano _mangiami, mangiami_. Posato il tagliere sulla
tavola, ed invitato maestro Cecco a spezzargli, come prima fu per
infilar la forchetta in uno di essi, si vide rimpennato e levare il
volo per la stanza; a che il maestro disse ridendo:
— Monna Simona, se Dio vi dia bene, come volevate voi che mangiassimo
il piccione vivo?
La povera Simona, non che avesse balía di rispondere, ma rimase
stralunata ed a bocca aperta, nè sapeva che si pensare; e il prete non
fu meno stupefatto di lei. Anche frate Marco, benchè sapesse quanto
maestro Cecco fosse valente in opera di prodigj, pure, non aspettandosi
allora quello, ne rimase un po' stupito; mentre maestro Cecco, come se
non toccasse a lui, tirava a spezzare gli altri piccioni; e finito che
ebbe, porse il tagliere al prete che si facesse la parte sua. Ma il
prete, il qual fino allora aveva accettato ogni cosa portagli da lui,
questa volta non aveva cuore di accettare, e ci andava come la serpe
all'incanto. Pure alla fine si vinse; e a tutti, fuorchè alla Simona,
che sempre era rimasta lì insensata, riuscì il prendere la cosa in
giuoco. Riavutasi un po' la Simona, fu anche ella cercata di persuadere
che del piccione non era stato se non un giuoco: e la cosa sarebbe
rimasta lì, se maestro Cecco non avesse voluto burlarsi un altro poco
del prete e della serva. Venute le frutte, e presentatone un tagliere
a maestro Cecco, come prima egli ci ebbe messo le mani, spariron tutte:
preso il fiasco del vino per mescere, nel bicchiere suo il fiasco versò
il solito vino, e in quello del prete acqua limpidissima: la lucerna
cominciò a dare una luce rossa come di sangue; per modo che il prete e
la Simona spaventati fuggirono, l'una chiudendosi in camera, l'altro
correndo in chiesa per armarsi de' suoi paramenti, ed esorcizzare
maestro Cecco. Frate Marco andò dietro al prete, e con quelle parole
più efficaci che poteva lo accertò non essere i prodigj operati dal
maestro opera diabolica, ma frutto di lungo studio e della sua grande
scienza; ed alle parole del frate si aggiunsero quelle di Cecco stesso,
che anch'egli era venuto dal prete, facendogli vedere come il piccione
volato era uno di quelli di piccionaja, da lui preso nel girar la
canonica, e nascostoselo dentro una manica; e come fece le altre cose
glielo mostrò, e glielo spiegò minutamente.
Il sere rimase chiarito quasi del tutto; ma, siccome era di già parato,
ed ogni dubbio non gli era uscito ancora affatto dal cuore, così volle
fargli l'esorcismo in tutte le regole, per vivere del tutto sicuro,
alla qual cosa Cecco si prestò di buon animo: e dette le orazioni
preliminari, e fatte le aspersioni dell'acqua santa secondo il rito
della chiesa, venne a chiedere il nome dello spirito maligno con questa
orazione:
«Spirito immondo, che occupi questo corpo, qualunque tu sia, per i
meriti della gloriosa passione, resurrezione e ascensione del nostro
signore Gesù Cristo; per la missione dello Spirito Santo e per
l'avvento di lui, ti comando, qualunque tu sia, che mi manifesti e mi
dica il tuo nome, il giorno e l'ora della tua uscita dal corpo col
segno dello spegnere il lume. Da capo ti comando per i meriti della
gloriosa Vergine Maria madre di Dio, di san Zenone, di sant'Ambrogio e
di san Gimignano, di tutti i santi e sante di Dio, che tu mi manifesti
e mi dica il tuo nome, e il giorno e l'ora della tua uscita, col segno
dello spegnere il lume.»
E ripetè questa intimazione con poca varietà anche la terza volta.
Lo spirito naturalmente non rispose nulla, e il prete badava a dire
con più fervore tutte le lunghe orazioni del rituale, aspettando se
nulla uscisse di corpo al maestro. Il quale mal si potea tenere di non
ridere, e ne avrebbe fatta qualcuna delle sue da fare spiritare quel
buon sere; ma se ne ritenne per timore di sdegnarlo, e di non poter poi
giovarsene più per la faccenda del monastero di s. Piero. All'ultimo,
vedendo che il diavolo non rispondeva, e vinto dalle parole di frate
Marco e del maestro stesso, fu persuaso che questi non era il diavolo,
nè aveva diavoli addosso; e accompagnati i due ospiti nella camera loro
assegnata, andò a letto anche lui.
Se il prete per altro era persuaso che Cecco fosse un uomo come gli
altri, non era persuasa per niente la Simona, la quale, serratasi in
camera, si mise in ardente orazione, tirando giù tutti i santi del
paradiso: rifrustò per il soppidiano tutte le reliquie, che ne aveva
un subisso, e l'appiccicò tutte all'uscio della sua camera, perchè il
diavolo si spaventasse di accostarsi; e prima di entrare nel letto,
altre di esse ne mise sotto il capezzale; e si rannicchiò tutta sotto
le lenzuola, biasciando avemmaríe, e ripensando ai prodigj di Cecco, e
con la paura addosso di sentir qualcosa per casa. Insomma stette tutta
quanta la notte con l'animo sollevato, e non potè chiuder occhio.
CAPITOLO XX.
DA SETTIMELLO A PRATO.
La mattina per tempo maestro Cecco e frate Marco erano già in piedi; la
stagione si era rimessa al buono, ed era una delle bellissime giornate
di ottobre, che in questo piano e colline di Firenze sono deliziose.
Il prete era stato anche più sollecito di loro, e già aveva detto
messa, e stava ordinando con la Simona un poco d'asciolvere; la quale
vi si prestava di mala voglia, certa come parevale d'essere, che ella
preparava il pasto per il diavolo, e dichiarando assolutamente che in
tavola non avrebbe portato, e che non voleva più vedere in viso maestro
Cecco: non senza aggiungere parole di corruccio e di maraviglia contro
frate Marco, come egli non avesse paura di andare in compagnía di quel
negromante. Nè valsero a smuoverla le assicurazioni del prete, che
qui la magía non aveva nulla che fare; che quel piccione era della
sua piccionaja così e così; che le altre cose operate da Cecco erano
secondo scienza naturale: non ci fu verso che la ne volesse sentir
parlare; e se vollero far l'asciolvere, bisognò che il prete mettesse
in tavola e servisse da sè. Mangiato che ebbero, fecero a un lavoratore
del prete sellare i cavalli, e rinnovate le preghiere per il fatto
della badessa di San Piero, e rimasti d'accordo che egli sarebbe ito
con loro, e fatto per loro ogni opera, quando paresse loro opportuno,
i due lo ringraziarono della sua cortese ospitalità e montarono a
cavallo, deviando un poco dalla strada mugellana per rientrare nella
strada maestra, che mena a Prato.
Non erano iti molto innanzi, che si scoperse a' loro occhi il castello
di Calenzano, le cui mura alte e merlate, e il cui maestoso aspetto
diedero assai maraviglia a Cecco, il quale chiese al frate:
— Frate Marco, che è quel castello lassù? accennando col dito.
— È il castello vecchio di Calenzano: lo fabbricarono i fiorentini anni
ed anni sono; ed era riputato uno dei belli e fortissimi arnesi di
tutto il contado. Tuttavía non potè resistere alla furia indiavolata
de' Ghibellini, che ci vinsero a Monteaperti, i quali lo presero e lo
disfecero; e non potè resistere anno, benchè riedificato ed afforzato
mirabilmente, alla furia di Castruccio, che lo vinse, e lo arse, come
vedete che le mura sono mezze diroccate, e si vede fin di quaggiù che
le sono arsicce.
— Ma questo Castruccio è proprio un diavolo dell'inferno; ed è vero
martello di voi altri poveri fiorentini.
— Castruccio è valoroso signore, e savio di guerra più che capitano
d'Italia o di Francia; e noi fiorentini non abbiamo chi potergli
mettere a fronte.
— Monsignor lo duca ha seco valenti capitani, e non può fallire che
egli fiacchi le corna a questo altero lucchese.
E così di ragionamento in ragionamento arrivarono a Prato là in sulla
nona. Prato era fin d'allora una terra assai grossa, non di gran conto,
ma già ricordata come castello di dominio de' conti Alberti fino dal
principio del secolo XI; la quale andò sempre prosperando per modo che
verso la fine del secolo XII troviamo accresciuto il paese di borghi, e
quel comune aver fatto provvisione di circondarlo di più larga cerchia,
e di fortificare con torri le nuove porte. Per molto tempo i pratesi
furono governati da un vicario imperiale; e l'imperadore Federigo II vi
fece edificare la fortezza, parte della quale è in essere tuttora, che
fu chiamata il _Castello dell'imperatore_.
In sul principio del secolo XIV per altro Prato abbandonò la parte
imperiale, e consegnò a un capitano guelfo il castello, che lo prese
a nome de' fiorentini: e in questo anno 1326 gli otto difensori della
terra di Prato dettero liberamente il governo di essa al duca di
Calabria, che, siccome vedemmo, vi avea mandato la sua gente.
Guglielmo era albergato nelle case dei Guazzalotri, trattatovi con ogni
riguardo dicevole alla gentilezza di lui; nè fu difficile a Cecco e
al frate di farsi guidare colà. Appena il cavaliere scorse sull'uscio
di camera maestro Cecco, stese le braccia verso di lui come se avesse
veduto un angelo del paradiso; e Cecco lo corse subito ad abbracciare,
domandandogli come egli stesse della sua ferita; ed il medesimo fece
frate Marco, che già erasi avvicinato al letto. Egli per altro non
rispose nulla a questa domanda; ma con atto e con voce di efficacissima
esortazione:
— Maestro, se ogni vostro desío si compia, che è della Bice?
— Della Bice vostra ne sarebbe male, se la fortuna non ci
apparecchiasse già un rimedio che io credo efficace. Testè ne
parleremo; ma prima fate ch'io veda la vostra ferita; chè il duca e la
duchessa ne aspettano da me subito ed esatto ragguaglio.
— Deh! no: la ferita mia della gamba è per poco guarita; pronta ed
efficace medicina la chiede la ferita del cuore, che avete fatta più
acerba con le vostre parole. Siate pietoso di me: come ne _sarebbe
male_ della mia Bice?
Cecco, vedendo che non sarebbe stato possibile il parlar con esso di
altra cosa prima di avergli detto il tutto della sua donna, rifattosi
da capo, narrò al cavaliere come si fosse messer Geri mostrato crudo
verso di lei, e come l'avesse fatta rinchiudere nel monastero di
Mugello; come poi, essendosi dovuti fermare dal prete di Settimello,
non solo ne avessero raccolto che la badessa era tenerissima della
fanciulla, ma avevano avuto promessa da lui, il quale della badessa era
famigliare, che avrebbe fatto di tutto per renderla benigna al fatto
loro:
— Sicchè — continuò Cecco — state a buona speranza; io ho pensato
cosa che vi farà lieto per avventura, e la letizia vostra sarà letizia
mia, tanto ora mi sento infervorato in questa impresa, alla quale nel
cominciare andai tanto freddo. E l'esser meco qui frate Marco, dovete
pensare che non sia senza un perchè.
— Oh, maestro mio dolce, voi mi rendete la vita; e voi, bel frate,
non so come rendervi grazia per grazia. Ma deh! fate che io sappia il
vostro disegno.
— Messere, disse il frate, qual sia il pensiero del maestro non so:
solo mi chiese che io venissi qua seco per cosa che importava, ed io
venni a far tutto quello che egli m'imponesse; ed ora il faccio anche
più lietamente, quando veggo esser cosa che piace a voi.
E maestro Cecco seguitò:
— Sire Guglielmo, che fa a voi il sapere questo disegno? Esso per ora
ha a rimanere nella mia mente; e ciò, credetelo, sarà buono a voi ed
alla Bice. Voi attendete a guarire; chè, per colorire tal disegno, è
mestieri che siate sano, ed aitante della persona.
— Sano ed aitante della persona? Maestro, monto a cavallo anche
adesso....
— Adesso non è tempo di montare a cavallo; ma per voi di attendere a
curarvi, affine di maturar bene il mio disegno. Intanto fate che vegga
la vostra ferita, acciocchè io possa esser certo dello stato vostro, e
riferirne tosto a Firenze.
E Guglielmo, senza più contradire, si fece visitare tutto attentamente.
La ferita, che da principio pareva gravissima, perchè si credeva fosse
reciso un grosso tronco arterioso, non era infine di assoluta gravità.
La saetta del verrettone avea accarnato assai a fondo, e avea fatto
grande lacerazione nella coscia; ma arterie grosse non erano state
recise; per forma che la cosa procedeva regolarmente, e la margine si
era quasi tutta formata, il che dava certezza di perfetta guarigione
di lì a pocchi giorni; ad affrettar la quale maestro Cecco applicò
sopra la ferita un cotal suo cerotto di meravigliosa virtù, non solo
a rimarginare, ma a dar forza e vigore alle membra. Fatto questo, si
mise a scrivere la lettera al duca per ragguagliarlo di tutto, e per
assicurar lui e la duchessa rispetto a messer Guglielmo, il quale,
tra per l'assidua cura che Cecco e frate Marco gli avevano, e per la
speranza che Cecco stesso aveagli messo nel cuore, andava si può dire,
ogni ora di bene in meglio; e se non di montare a cavallo subito, come
avea detto di voler fare, pure dava certo segno che avrebbe potuto
montarvi di lì a pochi giorni. Il maestro non lo abbandonava quasi mai,
ed era sempre da lui tenuto in parole, o ragionando della sua Bice,
o raccontando spesso tutte le vicende di quella sventurata battaglia
dov'era stato ferito, e del gran valore di Castruccio; e facendosi
raccontare da esso tutto ciò che aveva udito dire delle altre fazioni
di guerra; e come il duca fosse stato colpito del mal successo; e come
i Fiorentini ne accogliessero la novella: e se pensavasi a ripigliar
l'armi da capo.
Ma lasciamo per un momento che Guglielmo e il maestro Cecco ragionino a
lor senno; e ritorniamo in questo mezzo a Firenze, dove pure vi ha de'
personaggi che il lettore potrebbe credergli essere stati dimenticati
da noi.
CAPITOLO XXI.
IN CITTÀ, E IN PALAGIO.
La città di Firenze durava sempre nel suo smarrimento, anzi ogni giorno
che passava portava seco la scoperta di nuovi danni patiti. Il contado
quasi tutto disertato, e sossopra per modo che era inutile quasi il
pensare alle semente: infestato da malandrini, e sempre in sospetto
di nuove scorreríe di Castruccio. Dopo il fallimento degli Scali, il
commercio fiorentino aveva, come dicemmo, sofferto grave caduta; e
più grave erasi fatta dopo l'infelice esito di questa impresa: molte
case facevano corrotto per la perdita de' loro cari; tutti erano
disfatti, e non sapevano veder modo di riparare a tanta rovina. Come
ciò poi fosse poco, si aggiunse che il re Roberto mandò al comune di
Firenze, che, oltre a' primi patti che i fiorentini aveano fatto col
duca, voleva che stessero a pagare la taglia di ottocento cavalieri
oltramontani, per i quali aveva già mandato in Provenza, in Valentinese
e in Francia, invitando a ciò le altre potenze amiche di Toscana,
come i perugini, i senesi e le altre terre d'intorno, acciocchè il
duca fosse meglio accompagnato nella guerra: e se ciò non si facesse
dai fiorentini, comandò al duca che si partisse da Firenze e tornasse
a Napoli. I fiorentini di tal richiesta molto si turbarono, così per
il non portabile carico, come per questo continuo rompere di patti; e
parea loro dall'altro canto di aver troppo mal partito a lasciare andar
via il duca da Firenze; laonde bisognò rassegnarsi anche a questo, e
portarne quasi intero il carico, dacchè le terre vicine non vollero
concorrere alla spesa.
Per la qual cosa fecero composizione col duca di dargli trentamila
fiorini d'oro per i detti cavalieri, e parte ne diedero, ma piccola,
i senesi; ma nè i perugini, nè le altre terre non vollero dar nulla.
E così in quei pochi mesi che Carlo era stato signor di Firenze, tra
per la sua provvigione e le altre spese che fece fare ai fiorentini,
il comune si trovò speso più di quattrocento migliaja di fiorini
d'oro, ritratti, come dice il Villani, da gabelle, imposte, libbre e
altre entrate, che fu tenuto gran caso e maraviglioso, e ciascuno se
ne sentiva dolente. E oltre a ciò, per il consiglio de' suoi savj, il
duca recò in tutto a sè la signoría di Firenze dalle piccole cose alle
grandi, e avvilì per forma l'ufficio de' priori che non osavano di
fare la più piccola cosa, nè anche eleggere un messo; e sempre stava
coi priori uno dei suoi savj; onde a' cittadini, ch'erano avvezzi a
signoreggiare la città, ne parea molto male. Ma, conchiude qui il buon
Villani, _grande sentenza di Dio fu che per le loro sette passate fosse
avvilita la loro signoría per più vile gente e men savj di loro_.
Queste cose avvenivano appunto in sullo spirare dei due mesi del
gonfalonierato di Daldo di Tingo de' Marignolli; e dovendosi eleggere
la nuova signoría, il duca comandò al duca d'Atene che operasse in
modo, o per amore o per forza, che si creassero gonfaloniere e priori
de' suoi amici, e si lasciasse il vecchio e troppo lungo modo della
elezione, facendogli a mano; e il duca d'Atene seppe tanto dire e fare,
ed i fiorentini tanto erano impecoriti, che la cosa andò come voleva
il duca. Il modo di eleggere il gonfaloniere di giustizia mostrava
il senno e la previdenza de' fiorentini, e la gelosía che avevano del
comune e della repubblica; e le onoranze che si facevano ad esso e ai
priori, mostrano quanto stesse nel cuore di tutti la esaltazione del
comune di Firenze.