dubitando punto che i nemici volessero ritentar l'impresa, con tutta la
sua gente cavalcò senza metter tempo in mezzo alla montagna, e rafforzò
la sua oste, e prese i passi che andavano a Cavinana e a Mammiano,
acciocchè la gente del duca non potesse in verun modo fornirle; la
quale però non avrebbe potuto farlo in modo alcuno, dacchè per il
gran freddo e per le nevi appena potevano vivere, e mancava loro la
vettovaglia, e le vie erano assolutamente inaccessibili. Il conte di
Squillace vide ben tosto che quella impresa era folle, e che in verun
modo poteva condursi a termine; tanto più che la sua gente mormorava
fieramente, essendo mal riparati dal freddo: e chi potè rannicchiarsi
in quei poveri e vili casolari, vi stavano ammassati come le sardine.
Alcuni però, come sempre avviene negli eserciti, anche nei più
gravi momenti, si ingegnavano di passar mattana, e di temperare il
malumore comune con motti, con giuochi e con esercizj di ogni maniera;
massimamente i Fiorentini, che sempre sono stati piacevoli e celioni.
Quelli, fra tutti, che meno si acconciavano ai rigori del freddo e
agli stenti d'ogni maniera, erano i provenzali, i quali bestemmiavano
maledettamente e il papa e l'Italia e Firenze e ogni cosa; ed i
Fiorentini ora ne gli motteggiavano, or ne gli garrivano: nè passava si
può dir giorno, che non ne seguisse qualche zuffa tra loro. Una volta
tra le altre si abbatterono in uno di quei miseri casolari, che serviva
come di bettola, tre caporali, l'uno provenzale, l'altro tedesco, e
il terzo fiorentino, asciugando tutti e tre d'amore e d'accordo certo
vino, giunto allora allora dalle prime colline di Pistoja; e già
ne avevano mandato giù più d'un fiasco, e data una buona stretta al
secondo, quando il tedesco esclamò:
— Quando ero a casa mia sentivo dire che in Italia non ci è freddo; che
ci è quasi primavera eterna; che il suo cielo è puro e sereno, e tante
altre belle cose. Ma freddo così eccessivo non l'ho sentito nemmeno
nella Magna; e questo vento indiavolato, con questo nevischio che gela
ed accieca, ne' nostri paesi non si sogna nemmeno. È questa proprio una
bella primavera!
E il provenzale rincarando: — E a me la Italia mi pare il più
sciagurato paese che sia sotto il sole. Vedi qui a che siamo condotti!
Assiderati, mal pagati, senza vettovaglie!
— Gnaffe! disse il fiorentino; se volete giudicare dell'Italia da
queste montagne, con questa stagione, mi pare che v'anfaniate a
secco. Anche le rose hanno le loro spine; ma chi dalle spine volesse
dar giudizio delle rose, farebbe segno di aver dato il cervello a
rimpedulare. Andate per tutto il restante dell'Italia, e poi parlatene.
— Io, riprese il provenzale, l'ho veduta tutta quanta, e non mi
disdico. E anche quei luoghi che tanto vantate voi altri Italiani, sono
una morte a rispetto della mia Provenza; e la vostra stessa Toscana,
appetto ad essa, è un campo di erbacce, paragonato al più ridente
giardino: nè so proprio su che fondiate, specialmente voi Fiorentini,
il gran vanto della vostra Città. Ma anche quando fosser vere tutte
queste cose che del vostro paese andate dicendo, sarebbe sempre da
reputarsi un obbrobrio, così scarso com'è di valore o di cortesía; così
partito in se stesso, che i suoi cittadini l'uno si rode coll'altro;
che da sè soli a nulla valgono; e anche per guerreggiarsi fra loro,
ricorrono all'ajuto di fuori. Le donne sole sono cortesi — e dicendo
questo, mandava giù un gran nappo di vino, strizzando prima l'occhio,
con maligno sorriso, al tedesco, che gli sedeva accanto, e che rispose:
— Oh, cortesi, cortesi le italiane! E le fiorentine... Ah, monna Lapa,
tu sei più dolce del vino. — E qui trincò un bel gotto: poi seguitò.
— Ma nè Italia, nè Toscana, non sono il paradiso, come alcuni vanno
dicendo.
Al fiorentino qui scappò la pazienza, e tutto inviperito, rispose:
— Tu, lurco tedesco, chi ti ci ha fatto venire in Italia? la sete
dell'oro, e il fastidio dei vostri deserti strani, che sono degne tane
delle bestie tue pari. E tu, leggiadro provenzale, potevi stare ne'
tuoi deliziosi giardini, se questi campi d'erbacce ti facevano afa:
ma il fatto sta che di queste erbacce vi mostrate tutti più ghiotti
del dovere, e quando piovete su queste contrade, siete peggio delle
cavallette. Dell'esser noi Italiani tutti partiti, e del rodersi l'un
l'altro, e ricorrere sempre agli ajuti di fuori, avete ragione; ma
la colpa è dei signori, che sperano di trovare amore e fede in cuori
venali, e non vedono che follía è quella di cercare e di gradir gente,
che vende l'anima a prezzo. Ma l'antico valore non è morto ne' cuori
delli Italiani; e potrebbe anche darsi che, o prima o poi, ci levassimo
da dosso queste vituperose some.
Il tedesco, che era un tozzotto accerito, con du' occhi che gli
schizzavan di testa, biondo di capelli e di barba, ed in sostanza una
buona pasta di uomo, non rispose; e solo si mise a tentennare il capo
come in atto di negare ciò che il fiorentino diceva; ma il francese,
un giovanotto mingherlino, biondo anch'egli, con due grand'occhi
azzurri, e leggiadro e azzimato, come se fosse in mezzo alle brigate
sollazzevoli della città; ma insolente e di mal animo contro la Italia:
— Ah ah! disse ridendo beffardamente: l'antico valore! Voi italiani
avete sempre in bocca l'antico valore; ma codeste le son novelle:
è necessario il valore presente. Roma signoreggiò a tutto il mondo:
guardatela ora, se non è una pietà e una derisione: abbandonata dal
papa, che se ne è venuto a stare a casa nostra, per fastidio di queste
contrade, ricorda sempre anche essa l'antica grandezza, e si è ridotta
quasi un deserto, lacerata anch'essa dalle parti, il ludibrio delle
nazioni.
— Il valore presente mi pare che a voi altri francesi, o provenzali
che siate, mi pare che gli italiani ve lo abbian fatto sentire a buono
anche ne' presenti tempi; e dovreste ricordare il _muora muora_ di
Palermo, e quella città che fe' di voialtri _sanguinoso mucchio_. A
te che pizzichi un po' di poeta, e che i poeti nostri ti sento spesso
rammentare, basterà il dirti così, senza farti una lunga storia di
questi due fatti.
— I fatti di Palermo e di Forlì sono prove appunto del presente valore
di voialtri italiani, che sta nell'assassinio e nel tradimento.
Il tedesco alzò il capo a queste parole, e volto al francese:
— Oh, compagnone, no no, non dire: questo è troppo. Ricordiamoci
almeno che il signore contro cui combattiamo è italiano, e che ci fa
sudar molto, e che molte volte ci ha veduto fuggire; e se sono vere le
novelle venute testè giù dal piano, anche sotto Pistoja Castruccio ha
volto in fuga la gente del duca.
Il fiorentino per altro, che aveva perduto affatto la pazienza, disse
quasi furente:
— Che il tradimento e l'assassinio sia l'unico valore presente, tu
ne menti per la gola, vil paltoniere: voi francesi per contrario, il
vostro valore sta nell'insolenza e nel dispregio di ogni altra nazione;
e se tu non istessi ritto a cotesta maniera per la scommessa, e se tu
non mi paressi più una femminuccia che un soldato, ti farei veder io
che cosa ci vorrebbe a ricacciarti in gola codeste villane e vituperose
parole.
Qui il francese si alzò tutto acceso d'ira e mise mano alla spada: il
fiorentino non fu men lesto, e lo assalì con tanta furia e maestría che
in un batter d'occhio gli ebbe fatto schizzar la spada dal pugno. Il
fiorentino tutto contento di ciò, andò a ricòrre la spada, e con atto
amichevole e con umane parole:
— Te', bel compagno, gli disse: era mio debito il mostrarti che un
fiorentino vale un provenzale; ora son contento, e spero che torneremo
amici.
Ed in questo gli offerse un gotta di vino. Ma il provenzale, vinto
dalla stizza e dalla vergogna, rifiutò con atto dispettoso, e si mosse
per andarsene; se non che il tedesco, fermatolo:
— No, compagno, non fare: il fiorentino ha operato come leale e prode
cavaliere, nè tu hai operato villanamente; le leggi della cortesía ti
comandano di tornare amico con lui. Beviamo tutti insieme alla salute
di ogni prode e di ogni leal cavaliere, o sia tedesco, o francese, o
italiano.
Non avevano i tre bevitori votato ancora il lor gotto, che tutta la
montagna risonò di un lungo squillare di trombe; ed essi tutti e tre ad
un tratto si alzarono, e messosi la celata in capo, disse il tedesco:
— Su! alle castella, alle castella! messer lo Conte vuol fornire
finalmente quello perchè siamo venuti quassù in questo indiavolato
paese.
E pagato l'oste, andarono via tutti animosi e anelanti di combattere.
Ma il fatto era ben diverso: anzi era al tutto contrario da quel
che pensava il tedesco. Il Conte di Squillace aveva già conosciuto,
come qua dietro accennai, che l'impresa del fornire i castelli era
folle; e di fatto Castruccio aveva proceduto con tanta astuzia e con
tanta maestria di guerra, che fu vicino a rinchiudere la gente del
duca, per modo che non ne sarebbe campato neppure uno, se il Conte
non si fosse accorto a tempo della mala parata, e non avesse presa
la subita risoluzione di abbandonare quell'impresa, studiandosi
solamente di tornare sano e salvo egli ed i suoi: e quel sonare a
raccolta era appunto a tale effetto. La ritirata fu disagiosissima, e
condotta con gran senno, e con grande accortezza. Tutti i passi della
montagna eran guardati da Castruccio: lo scendere verso Pistoja era
di troppo periglio, dopo che i nostri ne erano stati rincacciati;
bisognò pertanto ritornarsene per il contado di Bologna, cavalcando
aspre montagne e piene di neve: il perchè, oltre il disagio e il gran
travaglio delle persone, convenne loro di lasciare su per que' greppi
molti cavalli e molti somieri.
Partita la gente del duca, le due castella ribellate si videro al
perso, e quelli che vi erano dentro, di notte si fuggirono, e molti
furono morti e presi, e Castruccio le riebbe senza colpo ferire.
Dopo di ciò, come sollecito e valoroso che egli era, senza tornare
in Pistoja, o andarne a Lucca, traversò con la sua oste le montagne
di Garfagnana e di Lunigiana, per tòrre il passo e le vettovaglie a
Spinetta Malaspina, che lo infestava da quella parte; ma Spinetta, come
prima sentì la venuta di lui, e udì che aveva riprese le due castella,
si ritrasse con tutta sua gente, e lasciò l'impresa, e ripassò
l'Apennino riparandosi a Parma; chè, se più avesse dimorato, vi sarebbe
stato preso egli e tutta la sua gente.
La gente del duca, che avea cavalcato a Pistoja, e che vedemmo essersi
accampata al Montale, quando vi furono stati tre giorni, si levò un
tempo così strano e rovinoso di venti e d'acqua, e di neve ai monti,
che per necessità, non potendo tenere le tende tese, si levarono dal
campo riparandosi a Prato; e lo fecero senza niuno ordine di guerra,
per modo che, se fosse stato in Pistoja Castruccio, sarebbero forse
capitati tutti male. E da Prato, sapute le infelici sorti di quei
della montagna, e di messere Spinetta, tornarono anche essi a Firenze,
lasciandovi Guglielmo, la cui ferita era tuttora aperta, con altri
feriti. E così la prima impresa del duca, per poco savio consiglio,
tornò invano, e con vergogna. Castruccio si giovò della facil vittoria,
facendo disfare in Lunigiana le più belle fortezze che v'erano, perchè
non gli si ribellassero; tornò in Lucca con gran trionfo, e fece
poi ardere il castello di Montefalcone sulla Guisciana, e quello del
Montale sopraddetto, per aver meno da guardare, e perchè la gente del
duca non gli potessero riprendere.
CAPITOLO XVIII.
LO SGOMENTO.
Come prima giunse a Firenze qualche sentore di questa rotta, la città
tutta quanta se ne attristò; e il duca più di tutti. Da principio se
ne parlava vagamente e sotto voce, e si vedevano qua e là capannelli
ragionarne, e domandarne l'uno all'altro; e gente accalcarsi intorno ad
essi, e massimamente sulla piazza de' Signori.
— Che novelle? Che vuol dir questa gente?
— Non so, ma qualche cosa di grave debb'essere.
— La nostra gente è stata sconfitta a Pistoja.
— No, Castruccio è stato vinto: le castella sono state fornite.
— È morto messer Amerigo Donati, e messer Giachinozzo Cavalcanti.
— E messer Guglielmo d'Artese è morto altresì.
— No, ho sentito dir ora che è solamente ferito.
Queste ed altre diverse dicerie si udivano da varie bocche; quando
eccoti altra gente gridando: _alla riscossa, alla riscossa! armiamoci
tutti._ E tutti appressarsi domandando:
— Che novelle del campo?
— Tutti morti e presi.
E molte donne dolersi, e pianger perduto chi il marito, chi il
fratello, chi il figliuolo. E di nuovo gridarsi da altra frotta di
popolo:
— Fiorentini, su! tutti in armi: al riparo, al riparo. Castruccio viene
fulminando sopra Firenze.
In questo si udì per il corso degli Adimari un sono di trombetta, che
interruppe i discorsi di tutti; e tutti si fecero da quella parte.
Poco di poi si vide sboccare in piazza un comandatore del duca, a
cavallo, con trombetta innanzi, il quale, fermatosi in mezzo alla
piazza, lesse ad alta voce una carta di questo tenore:
«Monsignore lo duca Carlo, signore di questa nobile terra, manda
significando che la sua gente ita contro Castruccio, sarà tosto in
Firenze: non è stata vinta da Castruccio, ma dalla diversità del
freddo e della tempesta. A Pistoja messer Guglielmo d'Artese aveva
messo già in fuga i nemici; ma fummo traditi, e dovemmo ritirarci. De'
nostri, pochi morirono, non molti furono feriti o presi; de' caporali
fiorentini niuno morì. Messer Guglielmo fu ferito. La vittoria di
Castruccio non fu allegra; nè pensa ad assaltarci. Che questo nobile
popolo ponga giù ogni timore: di armarsi per ire al riparo non fa
bisogno: monsignore lo duca studia egli il riparo, e si argomenta alla
vendetta».
E senz'altro, dato il cenno alla tromba, continuò suo cammino per
Vacchereccia e Mercato nuovo, lasciando il popolo più quieto e più
temperato. Intanto la gente ita contro Castruccio incominciava a
tornare, e il popolo si avviava tutto verso la porta. Tornavano a
drappelli, senza ordine veruno, e senza caporali: molti della gente a
cavallo venivano a piedi, laceri e rifiniti: i cavalli mezzi disfatti;
era una pietà a vedere come fosse ridotta tutta quella gente, così
fiorita e baldanzosa quando si mosse. E quando qualcuno del popolo
riconosceva o amici o parenti, era un abbracciarsi, un ammazzar di
domande, e un rispondere cose di gran maraviglia e paura.
Alla corte del duca non vi era meno confusione e meno smarrimento;
i più segnalati caporali erano tornati, e riferivano cosa per cosa
gli avvenimenti principali della campagna, dando tutti solenni
testimonianze della grande saviezza e prodezza e maestría di
Castruccio, contro il quale bisognava argomentarsi di fornire grande
esercito, e nuovi ordini di guerra. Però il duca volle che senza
indugio si mettesse il pensiero a ciò; e ordinò che nella primavera
futura si dovesse ripigliare la guerra. Avea creduta troppo sicura
la vittoria, da non doversi accorare, come faceva, della sconfitta;
e molto gli coceva ancora, e alla duchessa più che a lui, il caso di
messer Guglielmo, e che la ferita sua fosse tanto grave da non poterlo
condurre a Firenze: insomma erano ambedue i principi di malissimo
umore. E ricordandosi la duchessa della favorevole predizione di Cecco,
il quale era lì presente con gli altri signori, gli disse con aria di
scherno:
— Maestro Cecco, voi prediceste che la vittoria sarebbe per noi. Ecco
la verità della vostra scienza! — E così dicendo accennò i caporali
tornati con l'annunzio della rotta.
— Madama, rispose Cecco, la scienza non è fallace. Firenze è fondata
sotto il segno dell'Ariete, e Lucca sotto quello del Granchio; la
guerra fu mossa quando l'Ariete avea ascendente sul Granchio; e però
dissi che i fiorentini dovevano vincere Castruccio lucchese. Il mal
successo di questa prima fazione è proceduto da ciò, che il condottiero
della nostra gente aveva contraria influenza celeste; e non poteva in
verun modo tornar vittorioso. Ma la guerra, madama, non è finita; e
non può dirsi ancora che la predizione mia sia venuta meno: anzi qui la
rinnuovo; e come monsignor lo duca si apparecchia da capo alla guerra,
così non dubito punto che la vedremo ben tosto adempiuta.
Tale era veramente la dottrina che professava Cecco rispetto alle
influenze celesti; ma, anche prese le sue parole come un sotterfugio,
questo si può dire che fosse assai abilmente trovato, e fece buon
effetto sull'animo di molti, e su quello del duca specialmente, che
della sapienza di Cecco aveva concetto altissimo. Anzi, perchè gli
rincresceva senza modo la ferita di messer Guglielmo, e che fosse
dovuto rimanere lontano da Firenze, volto a Cecco, gli disse:
— Maestro, ci grava troppo il fatto di messer Guglielmo d'Artese, e che
noi non possiamo visitarlo e assisterlo vicino. Vi piaccia di cavalcare
fino a Prato; di recargli salute in nome nostro, e avergli tutte quelle
cure che a sì prode e gentil cavaliere si convengono.
— Monsignore, l'ubbidire alla vostra signoría mi è sempre di
grandissimo contento; ma questa fiata mi è di maggiore, tanto io pregio
e riverisco ed amo il cavaliere a cui mi mandate.
La duchessa per altro non vedeva bene in cuor suo questa andata di
Cecco presso Guglielmo, perchè ne aveva certezza che gli avrebbe
parlato molto, e datogli notizia della Bice; ma non osava contradire al
duca, e dissimulò il suo sdegno, contentandosi di dire a Cecco:
— Maestro, monsignor lo duca ama gelosamente messer Guglielmo:
abbiatene tutta la cura, come è degno; voi non aspettate certo da me
verun precetto dell'arte vostra; ma non posso non ricordarvi qui,
che il recare alla mente di esso certe cose fiorentine, le quali
commovessero troppo il suo gentile animo, potrebbe essere cagione che
il mal si aggravasse.
Cecco intese il veleno di questo argomento, e tutto umile in volto
rispose:
— Che monsignor lo duca ami gelosamente Guglielmo mi è noto, e so
ch'egli il vale; e so che la sua sanità è cosa preziosa, non pure a
monsignore, ma a molti cuori gentili che battono per la costui beltà
e leggiadría. Siate certa, madama, che quanto so della mia arte, tutto
lo spenderò per Guglielmo; con tutto che qui non faccia mestieri grande
studio, certo com'io sono che alle sue ferite porterà sanità istantanea
un balsamo che io tengo segreto.
La duchessa dettegli di furto una feroce occhiata; e con maggior calma
che potè gli diè commiato dicendo: _Andate, e siate savio._
CAPITOLO XIX.
LA CENA DI SETTIMELLO.
Maestro Cecco, senza metter tempo in mezzo, si dispose a cavalcare
verso Prato, lieto in cuor suo che il duca gli avesse così dato modo
di riveder Guglielmo, il quale s'immaginava dovere stare in grande
angoscia per la sua Bice; e come sapeva fino ad un puntino in che modo
erano ite le cose, e già aveva pensato un suo disegno, così, per aver
modo più agevole di colorirlo acconciamente, volò da frate Marco:
— Frate Marco, ho mestieri del vostro ajuto.
— Cosa ch'io possa...
— Sareste acconcio di cavalcar meco sino a Prato? Io sono poco pratico
delle vie.... e poi potreste giovarmi molto in cosa di gran momento.
— Salva la volontà del mio prelato, eccomi qui tutto per voi.
E chiesta ed ottenuta la licenza dal priore, montarono tosto a cavallo
ambedue, e mossero da Firenze verso mezzo giorno, facendo assegnamento
di essere a Prato non prima di nona, perchè sapevano che le vie erano
male agiate, e per la tempesta dei giorni passati, e per i guasti che
aveva fatto la gente del duca, col fine di trattenere più che fosse
possibile Castruccio, se mai avesse avuto intenzione di venire contro
Firenze, come molti temevano. Ma quando furono a un terzo di cammino,
si levò da capo un vento così furioso, e un nevischio così fitto e
sodo, che i due cavalcatori doveano far gran forza per andare innanzi,
ed appena potean tenere gli occhi aperti, tanta era la furia di quel
nevischio che dava loro nel viso; ed i cavalli medesimi s'impennavano e
ritrosivano; e spesso dovevano fermarsi per cansare un poco il furore
di quel tempo indiavolato. Laonde, arrivati con grande stento a poche
balestrate di là da Sesto, si erano veduti quasi al perso; e se non che
frate Marco si ricordò che il priore di Settimello era suo conoscente,
non avrebber saputo proprio come fare, e sarebbero dovuti riparare
in uno di que' miseri casolari di lavoratori, con poca sicurezza per
avventura dell'avere e della persona, essendo allora quelle campagne
infestate da' malandrini.
La ricordanza del priore di Settimello richiamò le smarrite forze ne'
due viandanti; e vincendo stenti e disagj, arrivarono alla chiesa
dopo vespro. Settimello era, come è anche adesso, un piccolo borgo
di poche case con una prioría, posto lungo la via di Barberino di
Mugello, alla base occidentale del poggio ora detto le _Cappelle_, e
che forma uno degli sproni meridionali di Monte Murello, presso dove
termina, o meglio incomincia, la fertile pianura di Sesto. Questa
piccola terra non è ricordata nella storia per niun fatto notevole:
solo gli ha dato fama l'essere stata patria del più valente poeta
latino del risorgimento delle lettere, dico quell'Arrigo o Arrighetto
da Settimello, lodato scrittore della fine del secolo XII, noto
specialmente per un poemetto elegiaco, intitolato: _De diversitate
fortunae, et philosophiae consolatione_, operetta stata un tempo in
gran pregio, che serviva nelle scuole per esempio di buona latinità, e
della quale ce ne ha una pregevolissima traduzione italiana del secolo
XIV.
Era priore di Settimello nel tempo che qui discorriamo ser Giovanni da
Vicchio; un ometto di quarant'anni, o poco più, piccolo assai della
persona, ma atticciato e rubizzo: acceríto naturalmente, che gli si
sarebbe potuto accendere uno zolfanello sul viso: sciatto assai nel
vestire: pronto e vivacissimo parlatore, benchè di piccola dottrina;
amante del viver lieto; vago del vino e dei buoni bocconi; ma poi buona
pasta d'uomo e buon prete. Aveva costui una fante, che si chiamava
la Simona, vecchia oramai, cerpellina, secca spenta, e un poco zoppa
da un piede: scrupolosa e divota per modo che non sarebbe mai uscita
di chiesa: svenevole negli atti e nella voce; seccatora ed uggiosa
quanto ne può entrare in una donna; ed oltre a questo, essendo oggimai
vent'anni che stava col prete, aveva preso in casa tal padronanza,
che quel pover uomo alle volte ne avrebbe rinnegata la pazienza, e
levatasela d'attorno. Ma, come la Simona avea le man benedette, e gli
sapea fare certe pietanzine ghiotte e appetitose da far risuscitare
anche un morto, così piuttosto si rassegnava a ingollare qualche amaro
boccone, e molte volte chiudeva gli occhi, e figurava di non sentire,
per non trovarsi a perdere così valente cuoca.
E quella sera appunto la Simona era in gran faccenda per una cenetta
più allegra del solito; frutto di certo grasso mortorio, che il sere ci
aveva avuto il giorno innanzi: e già incominciava a preparare tutto il
bisognevole per la cucina, quando i due viandanti entravano in paese.
Settimello a quell'ora e a quel freddo pareva un deserto; e maestro
Cecco con frate Marco non si abbatterono in anima viva. Arrivati alla
canonica e picchiato all'uscio, nè alla prima nè alla seconda niuno
rispose, e già i due assiderati temevano di dover avere la mala notte;
ma picchia e ripicchia, si udì un vocione di terreno gridare:
— Chi è costà?
Il frate riconobbe la voce del sere, e non fu tardo a rispondere:
— Son io, sere Gianni, son frate Marco di S. Maria Novella; aprite, per
l'amor di Dio, chè si spirita dal freddo.
Il prete, riconosciuta la voce del frate, aprì senza indugio, e fatta
a lui e al suo compagno lieta accoglienza, li fece passare di là,
ed acceso prima di tutto un bel fuoco, e dato loro un bicchier di
vernaccia, gli riconfortò tutti.
— Che gran cagione, frate Marco, vi muove a uscir da Firenze con questa
furia di tempo? E, se vi piace, chi è cotesti che vi accompagna, e che
all'abito sembra persona di gran qualità e di scienza? domandò sere
Gianni.
— Questi, rispose il frate, è veramente uomo di gran qualità e solenne
maestro; egli è maestro Cecco d'Ascoli, poeta, filosofo, astrologo,
medico, e tutto quel che volete. Egli si è mosso veramente per grave
cagione da Firenze; chè deve ire a Prato, a medicare per comando di
monsignore lo duca Carlo, un gran signore provenzale, rimasto ferito
nella battaglia sotto Pistoja; ed io son venuto solamente per compagnía
di esso, chè da lui imparo astrología.