— Speravo che il mio smisurato affetto di figliuola; che la riverenza

in che lo ha Guglielmo; la sua prodezza, la sua cortesia, il suo

profferire la vita per la libertà della nostra terra, dovessero

ammollire il cuor di mio padre.

— Ma intanto lo accoglievi presso di te: e questo non è dicevole a

gentil fanciulla.

— Madre mia, doveva partire per la guerra; come poteva non dirgli addio?

La badessa sempre più sentiva commuoversi, e volle troncare ogni

ragionamento, non assicurandosi di poter conservare a lungo la sua

gravità, e continuare le sue ammonizioni: il perchè, confortata come

meglio seppe la Bice, la condusse nella cella assegnatale, chiedendole

solo che pregasse il Signore di ricondurre a pensieri più miti suo

padre.

CAPITOLO XVI.

LE LOGGE DE' GRANDI, E SPECIALMENTE QUELLA DE' GHERARDINI.

A Firenze frattanto la duchessa avea già saputo questo fatto della

Bice, ed era tutta lieta che la sua arte fosse riuscita a fine così

desiderato: già era ita la novella per tutta la città; e per le logge

de' grandi non si faceva altro che dire, chi biasimando, e chi lodando

la crudeltà di messer Geri. Ma siccome il lettore ha sentito spesso

parlare di logge de' grandi, ed un fatto che si lega in gran parte

al soggetto di questo racconto avvenne appunto in una di tali logge,

così sarà buono il dare qualche breve notizia di esse, che sono cosa

singolare nell'antico viver de' fiorentini, e che sarà cosa nuova per

un gran numero di lettori. Le logge erano o accanto o vicino ai palagj,

ed erano segno di nobiltà; e solo poteano aver loggia le famiglie

de' grandi, che vi solevano stare, come si direbbe, a conversazione,

parlandovi o di negozj, o di cose di stato, o trattenendovisi per puro

diletto. Fu tempo che le logge si tenevano in tanto rispetto, che fin

la giustizia era in qualche modo trattenuta da esse, dacchè servivano

come di asilo a' rei; e si legge nell'Ammirato, che nella loggia degli

Elisei, se gli fosse venuto fatto di rifugiarvisi uno condotto al

supplizio, si intendeva esser subito salvo. Ma quando il popolo minuto

venne al governo della repubblica, mal sofferse questi privilegj; e

rinforzati gli statuti ordinati ad abbassare l'autorità de' grandi,

si racconta che uno de' Buondelmonti fu condannato in trecento fiorini

d'oro per aver fatto difesa in salvare un tale, che si era ricoverato

nella loro loggia di Borgo Santi Apostoli, dicendogli l'esecutore che

sotto il governo di popolo i privilegi de' magnati non avevano più

luogo.

A mostrar poi che queste logge servissero all'uso detto qua dietro,

ricorderò che in quella de' Rucellai fu conchiuso da Giovanni di Paolo

Rucellai, che la fece fare, il matrimonio di tre sue figliuole ad un

tempo; e ricorderò le parecchie disfide di giuoco a tavola reale ed a

scacchi che vi si facevano; specialmente nel secolo XIII e XIV, fra

le quali è famosa quella di quel Saracino, detto Buzzeca, il quale,

venuto a Firenze circa al tempo che Carlo d'Angiò fu coronato re a

Napoli, fece prova di giocar pubblicamente agli scacchi dinanzi al

conte Guido Novello, vicario in Toscana per il re Manfredi, co' più

valenti giocatori della città ed in un tempo medesimo su tre scacchiere

diverse, su due a mente e sulla terza a veduta. Altra testimonianza

di queste pubbliche giocate l'abbiamo ancora appresso il Sacchetti,

là dove racconta che Guido Cavalcanti, giocando alli scacchi, diè uno

scappellotto ad un ragazzo che gli mandava tra' piedi una sua trottola,

e che il ragazzo se ne vendicò, inchiodandogli la guarnacca sulla

panca.

Tornando alle logge, esse erano parecchie in Firenze, tra le quali

principalissime la loggia degli Adimari, e anche de' Cavicciuli alla

fine del Corso degli Adimari, oggi Via Calzaiuoli, dalla parte della

piazza della Signoria; e questa dall'Ammirato si dice essere stata

chiamata la _Neghittosa_: la loggia degli Agli, sulla loro Piazza:

la loggia degli Alberti in capo di Borgo S. Croce, nel luogo detto

le _Colonnine_, dove ora è un caffè: de' Buondelmonti in Borgo Ss.

Apostoli: de' Bardi sulla via che prende nome da essi: de' Cavalcanti

in Baccano: de' Cerchi in Via de' Cimatori: de' Canigiani in via de'

Bardi: de' Frescobaldi a piè del ponte a S. Trinità, di là d'Arno: de'

Gherardini in Por S. Maria, ora Mercato Nuovo: de' Guicciardini nella

via che da loro si nomina: de' Peruzzi sulla piazza del loro nome:

de' Rucellai nella Vigna, la qual loggia fu fatta con disegno di Leon

Battista Alberti, e si vede tuttora, sol che ha gli archi murati: de'

Tornaquinci sul canto loro: degli Albizzi nel borgo che ha il loro

nome; e così degli Elisei, degli Agolanti, de' Medici, degli Uberti,

dei Pulci, de' Giandonati, de' Pilli, de' Macci, de' Giugni; e de'

Pazzi, Pitti, Tornabuoni, Gianfigliazzi, Spini, Soderini.

Altro segno di nobiltà nelle case de' grandi erano i fanali di ferro, o

lumiere, come già si dicevano, che si scorgono tuttora alle cantonate

di alcuni palagj; ed oltre all'essere segno di nobiltà, era pure di

celebrità o nella toga o nelle armi o nelle lettere.

Fra tutte le lumiere che vedonsi ancora in Firenze son degne di essere

osservate con attenzione quelle del palazzo Strozzi, lavorate con

tanta industria e con tal magistero che non hanno pari; dacchè le belle

parti che entrano in una nobile fabbrica sono state in esse divisate,

veggendovisi le mensole, le colonne, le cornici, i capitelli fatti con

meravigliosa diligenza, e messi insieme con tanta cura che pajono tutte

d'un pezzo. Sono opera di Niccolò Grasso fiorentino, e si raccoglie

dalle memorie di quel tempo che costarono cento fiorini d'oro l'una,

che, ragguagliati alla nostra moneta, sarebbero circa a due mila lire.

In una delle nominate logge, ed appunto in quella de' Gherardini, là

in Por S. Maria, sul canto di Borgo Ss. Apostoli dalla parte del Ponte

Vecchio, stavano raccolti quel giorno parecchi cittadini di Firenze,

parte sollazzando, e chi ragionando delle speranze quasi certe della

vittoria. Fra questi era maestro Dino del Garbo, tutto attento ad un

giuoco di scacchi; e mentre l'uno diceva una cosa e l'altro un'altra,

eccoti passar di lì Cecco d'Ascoli con frate Marco, nel momento appunto

che il discorso era caduto sul fatto della Bice de' Cavalcanti: e come

si era sparso che a questo amore aveva prestato favore maestro Cecco,

così un bell'umore fiorentino, assai conoscente di lui, lo ammiccò che

andasse là, col proposito di ridere alle sue spalle.

Cecco tenne l'invito, ed andò nella loggia col frate, e tosto si

cominciò a entrare nei ragionamenti della guerra.

— Ma dunque, maestro, la vittoria è sicura — disse il bell'umore; un

giovanotto tutto azzimato e leggiadro, quasi sbarbato, se non quanto

una lieve lanugine bionda gli fioriva le guance e il labbro di sopra.

— Quanto promettono le stelle, e il valor della gente di messer lo

duca, è sicura.

— Ah le stelle.... E voi ragionate con le stelle come con le persone,

è vero? Ed esse vi odono così in alto come sono? Ma non è sola la gente

di messer lo duca che combatte, vi ha pure la gente de' fiorentini....

— Anche i fiorentini vi sono, e son valorosi; ma e' sono troppo

pochi al bisogno, e a molti di essi suona un poco pauroso il nome

di Castruccio, e hanno pensato meglio di restare a Firenze, comecchè

giovani ed aitanti.

Il bell'umore intese la bottata, e la ingollò con un po' di stizza; ma

altri giovani che erano nella loggia la intesero pur essi, e un di loro

si volse come un aspide a Cecco.

— Eh, bel maestro, che dite voi di paura e di Castruccio? I fiorentini

non hanno paura nè di Castruccio, nè di duchi, nè di imperatori; e voi

fareste senno a non insultare di più questa città.

— Bel messere, lo so, che i fiorentini non hanno paura nemmeno degli

imperatori; e mi ricordo bene di Enrico di Lussemburgo, che dovè levare

l'assedio da questa nobile città. Io volli solo mordere dolcemente

quel donzello che motteggiava con me: se ho detto qualcosa di men che

onorevole ai fiorentini, me ne chiamo in colpa.

E quegli che dicea prima:

— Su, su, maestro Cecco non lo ha detto per male, e gli vuol bene a'

fiorentini.

Intanto maestro Dino del Garbo si era accorto che Cecco era nella

loggia; e udendo dire che esso voleva bene a' fiorentini, ruppe le

parole in bocca a quell'altro, e continuò con voce non tanto bassa che

Cecco nol sentisse:

— E alle fiorentine, se fa anche da mezzano ai loro amori.

Cecco dissimulò questa bottata, nè rispose verbo; ma disse così di

traverso e a modo di sentenza questi due versi di Dante, torcendoli al

suo proposito:

Superbia, invidia e avarizia sono

Le faville che ti hanno il cuore acceso:

poi, come rispondendo al suo difensore:

— Non ci ha dubbio che loro vo' tutto il mio bene, che amo la loro

gloria e il loro buon stato, e che vorrei pur vedere alcuno dei prodi

e gentili cavalieri di messer lo duca onorare di loro parentado le

case nobili fiorentine; e ciò sarebbe potuto cominciare ad essere per

opera mia, se la invidia e il mal talento non avessero fatto ogni

sforzo contro il proposito mio, conducendo un ottimo vecchio quasi

alla disperazione e all'odio della propria figliuola; e la più bella e

gentile fanciulla di questa terra ad essere sepolta viva in un orrendo

chiostro.

Queste parole disse Cecco per temperare la mala impressione che

sull'animo degli uditori potesse aver fatto maestro Dino, quando

toccò del suo fare il mezzano; e le disse con tono alquanto concitato,

acciochè Dino comprendesse che gli erano note tutte le arti da esso

usate contro l'amore della Bice, per odio e per invidia che aveva a

lui.

Maestro Dino comprese il veleno di quel discorso, e come colui che era

di ardentissima natura e di primo impeto, e l'odio che aveva con Cecco

era veramente mortale, sentì accendersi di subita ira, e rittosi dalla

sua panca, andò contro di esso tutto infuriato; e se non fosse stato

trattenuto, avrebbe certo fatto cosa disdicevole alla sua gravità ed

alla sua dottrina. Le esortazioni degli amici lo calmarono un poco;

ma non potè fare che, rivolto a Cecco, non gli dicesse con piglio di

minaccia:

— Tu ami la gloria dei Fiorentini? ed hai faccia di dire tal cosa,

quando da te sono stati beffati Dante e Guido Cavalcanti, che sono le

glorie maggiori di questa terra? quando l'amore di una de' Cavalcanti

con un cavaliere straniero tu secondi per questo solo, che alle beffe

dette contro di Guido, vuoi aggiungere il vituperio di messer Geri

suo congiunto? E osi parlare di invidia e di mal talento tu, che sei

consumato da queste abominande passioni, che informano ogni atto, ogni

parola tua? Firenze è ben generosa che comporta di vedersi in seno i

tuoi pari.

E come Dino diceva tali cose con voce alta e molto concitata, così la

gente cominciava a radunarsi attorno alla loggia. Cecco sapeva quanta

autorità avesse egli in Firenze, e vedeva bene che questo non era nè il

tempo, nè il luogo da rispondere per le rime a quel vecchio insensato;

il perchè si frenava quanto più poteva, e da ultimo temperatamente

rispose:

— Maestro Dino, io non ho mai beffato, ho solo combattute le dottrine

teologiche e filosofiche di Dante e di Guido; questa è cosa comune fra

gli scienziati, nè è mossa da verun maltalento; e dovete anche sapere

che in più luoghi delle mie opere io riconosco e celebro il sommo

ingegno di Dante; e dovete sapere che Dante stesso non isdegnava di

aver meco commercio di lettere. Io non ho nè invidia, nè odio a veruno.

Leggemmo pure ambedue insieme a Bologna pochi anni addietro; e ben vi

dee ricordare come la mia scuola fosse gremita di uditori e la vostra

quasi deserta. Se fossi stato invidioso di voi, me ne sarei rallegrato

in cuor mio; ed invece vi giuro che me ne addolorava come di cosa che

toccasse me proprio.

Questo non potè tenersi di dire Cecco per mordere maestro Dino, e per

vendicarsi in parte delle acerbe cose dette innanzi da lui. Come Dino

ne montasse sulle furie è facile l'indovinarlo.

— Ben mi ricordo, o sciagurato, che leggemmo insieme a Bologna,

dove co' tuoi aggiramenti ti venne fatto di essere tenuto e di farti

chiamare maestro; ma ricordami ancora che ti ajutavi più che con altro

con la negromanzia e con la magía; e che le pestilenti dottrine da te

insegnate in opera di fede ti diedero in podestà dell'inquisizione, la

quale solennemente ti condannò per eretico: mi ricordo che per esserne

assoluto, facesti ipocritamente ogni penitenza; che solennemente

giurasti di non più mai leggere quel tuo libro condannato; e so io, e

sanno tutti, come hai attenuto il giuramento; chè qui nella propria

Firenze, nella città più devota alla santa chiesa, quelle medesime

dottrine eretiche insegni pubblicamente, e non cessi di usare le

tue arti magiche e negromantiche, stando in continuo commercio col

diavolo dell'inferno, dove non andrà molto che traboccherai in eterna

dannazione.

Intanto la gente si accalcava sempre più, e udendo quelle fiere

parole di un uomo a cui aveva tanta riverenza, cominciava a mormorare

cupamente, e molti accennavano Cecco con atti non troppo benigni; il

quale, vedendo il mare in burrasca, avrebbe voluto essere in tutt'altro

luogo che in quello. Però alle invettive del maestro non rispose nulla,

se non queste parole con tono temperatissimo:

— Maestro, non istà bene il desiderare altrui la morte temporale ed

eterna; e a voi massimamente, perchè è scritto lassù che la vostra

morte sarà pochi giorni dopo la mia.

E Dino con atto di spregio:

— Ah vil paltoniere! qui non hanno luogo i tuoi vani augurj: il

diavolo, a cui ti sei dato in corpo ed anima, può ben fare in persona

tua qualche prodigio; ma non può nulla sulla anima e sulla vita

degli ubbidienti figliuoli di santa chiesa. Va, maledetto da Dio;

ben mi maraviglio — disse accennando con atto di spregio la gente

raccolta attorno alla loggia — ben mi maraviglio come questi ciechi di

fiorentini comportino che la loro città sia contaminata da tanta puzza.

E, voi, disse rivolto a coloro che erano nella loggia, cacciate di tra

voi questo eretico scomunicato.

Il popolo, sempre più crescente, sempre più si accendeva per le furenti

parole di maestro Dino; e levatosi una voce, non si sa di dove, _muoja

il negromante, muoja l'eretico_, mille voci ad un tratto ripeterono

quel medesimo; e alcuni della loggia, istigati da Dino, facevano

forza di cacciar Cecco fuori di essa, combattendosi egli potentemente

per non vi andare. E già si vedeva al perso, quando ricorse all'arte

per liberarsi da tal frangente. Contraffece orribilmente il volto,

prendendo aria da invasato; gridò terribilmente: _Io morrò, e morrete

tutti con me_; snudò la spada che aveva allato, fece atto di tagliarsi

la testa, e questa fu veduta da tutti a' suoi piedi[25]; poi la loggia,

e tutto Por Santa Maria, si empì di orribile e puzzolente fumo. Tutto

il popolo e la gente della loggia, compreso maestro Dino, furono vinti

dallo spavento, e cacciando urli orribili, e facendosi segni di croce

e invocando il nome di Dio, fuggirono tutti quanto ne avevano nelle

gambe, lasciando solo maestro Cecco, il quale, vedutosi fuor del

pericolo, guardossi bene d'attorno, e senza dir che ci è dato, tra

pauroso e ridente, andò difilato a palagio.

CAPITOLO XVII.

LA GUERRA.

Torniamo ora alle cose della guerra.

Abbiamo accennato qua dietro come il duca Carlo avesse ordinato con

Spinetta Malaspina, il quale era in Verona appresso messer Cane della

Scala, che egli entrasse nelle sue terre di Lunigiana a guerreggiare da

quella parte Castruccio; e soldògli in Lombardía trecento cavalieri,

e il legato di Lombardía gliene diè dugento di quelli della Chiesa, e

cento ne menò da Verona di quelli di messer Cane; e varcò da Parma le

Alpi, e posesi ad assedio al castello della Verruca, che Castruccio

gli aveva tolto. Dall'altra parte gli usciti di Pistoja, a petizione

del duca, senza saputa o consiglio di niun fiorentino, ribellarono

a Castruccio due castella della montagna pistojese Cavinana, e

Mammiano: e la gente che abbiam veduta uscir di Firenze, era avviata

in diversi punti per secondare questo disegno di guerra; e ad essa

gente, che non era poca, ben presto si aggiunse il conte Beltramo del

Balzo, zio del duca, con cento cavalli, il quale era stato capitano

dell'armata, che allor fu mandata in Sicilia; cui esso, non essendo

più tempo di navigare, aveva dal golfo della Spezia mandato a Napoli,

ed egli, smontato in Maremma, se n'era venuto a Firenze per trovarsi

a questa guerra. Ora le genti fiorentine, che meglio si chiameranno

le genti del duca, perchè Firenze era il duca, furono spartite così:

la masnada dei tedeschi, in tutto dugento cavalieri, con gli altri

cento cavalieri e co' cinquecento pedoni, guidati da messer Biagio

de' Tornaquinci da Firenze, dovevano ire a soccorrere le castella

ribellate della montagna pistojese; e l'altra gente si avviava a Prato,

per esser pronta a qualunque bisogno, o verso la montagna, o verso

Pistoja. Ed il bisogno poteva venire da un momento all'altro, perchè

Castruccio, vedendosi minacciato da tante forze, benchè tutto l'agosto

fosse stato malato a morte, di una sua ferita alla gamba destra, come

valente signore, vigorosamente e con gran sollecitudine si dispose al

riparo, e tosto fece porre campo e battifolli molto forti alle castella

ribellate; ed egli in persona col più della sua cavallería venne a

Pistoja, per provvedere ad ogni bisogno, e per tener fronte al duca

ed ai Fiorentini, che quelle castella non potessero fornire. Furono

così pronti ed efficaci gli apparecchj di Castruccio, che al duca e al

suo consiglio parve tosto di aver fatta non savia impresa; ma oramai

bisognava continuarla, e fare ogni sforzo che riuscisse a buon fine.

Guglielmo co' suoi feditori era tra la gente che doveva fermarsi a

Pistoja; e dove i caporali delle altre schiere si porgeano tutti lieti

e baldanzosi, e quasi certi della vittoria, egli solo era triste, e non

dava segno veruno di baldanza; e ne aveva troppa cagione. Il pensiero

della sua Bice non lo abbandonava un momento: _Che sarà stato di lei?

Come avrà potuto reggere alla furia di suo padre?_ E tanto si tribolava

di questi e simili pensieri, che era una pietà a vederlo. Anche le

cose della guerra, come ho detto, nol teneano tranquillo; chè sapeva

quanto valoroso e savio condottiero fosse Castruccio; quanto agguerrita

la sua gente, avvezza a tante vittorie; e quanto per contrario fosse

male accozzata la gente del duca; quanto scorati i Fiorentini dalle

toccate sconfitte, e come il nome solo di Castruccio facesse loro

paura. E veramente Castruccio mostrò anche in questa fazione quanto

fosse abile capitano, tanti e tanto sicuri furono i provvedimenti che

prese, massimamente per le castella ribellate della montagna, alle

quali aveva posto grosso assedio, e impediva con ogni possa che la

gente del duca potesse fornirle. Ed anche il tempo gli fu propizio in

questa impresa, dacchè i passi fortificati degli Apennini, e le grandi

nevi cadute in quei giorni, spaventarono i pedoni del Tornaquinci e i

Tedeschi dallo ascendere a fornir le castella. Saputosi ciò dal duca,

comandò che della gente raccolta in Prato, la schiera di messer Tommaso

di Squillace, e mille pedoni condotti da messer Amerigo Donati e da

messer Giannozzo Cavalcanti, salissero alla montagna per vedere di

riuscire ad ogni costo nella impresa di soccorrere Mammiano e Cavinana;

ed il rimanente cavalcasse fino alle porte di Pistoja, per tentare se

Castruccio uscisse a battaglia: e tra questi erano i feditori, alla

cui guida sappiamo già essere stato posto il nostro Guglielmo. Mossero

tutti con perfetto ordine; e giunti presso alla città, si formarono in

battaglia nel modo allora usato, che era il seguente:

Tutto il corpo dell'esercito si partiva in quattro schiere. La prima

era de' feditori, così chiamati perchè primi doveano appiccar la

battaglia; e stavano in mezzo a due ali ordinate in forma di mezza

luna: e queste erano di pavesari, detti così per essere armati di

picconi e pavesi; e di balestrieri, e questi erano armati di gran

balestroni, che lanciavano quadrella e verrettoni, cioè lunghe lance.

La seconda era detta la schiera grossa, che veniva subito dopo i

feditori; e questa subentrava ai primi con pari e maggior vigore. La

terza era chiamata la salmería, e questa era in tutti gli eserciti con

molti pedoni, destinata a contenere le altre, se rinculassero all'urto

nemico. La quarta erano moltissimi pedoni, separati dal grosso della

gente; e questi stavano pronti per sovvenire a que' bisogni che nel

combattimento potessero occorrere. Fra le dette schiere stava collocato

il carro della campana detta Martinella, che mentre si combatteva non

restava mai di sonare, dal qual suono i combattenti erano infervorati

alla pugna. Nel mezzo parimente a tutte le schiere stava il Carroccio,

diligentemente e con ogni gelosia guardato, essendo come la tramontana

dell'esercito, perchè su vi sventolava il pennone del comune; e se

quello si fosse perduto, l'esercito ne andava in tal confusione,

che non se ne sarebbe potuto sperare cosa alcuna, ma ogni soldato si

sbandava, e poneva l'ultima speranza nella fuga.[26]

Castruccio, che era, come dicemmo, in Pistoja, veduto l'esercito del

duca e dei Fiorentini venirlo così provocando fin sotto le porte,

come valente signore uscì fuori animosamente, ordinando la sua gente

in due battaglie, che l'una uscì da porta Caldatica e l'altra da

porta S. Marco, per assaltare da ambidue i lati i nemici, schierati

appunto tramezzo a queste due porte. E i Castrucciani venivano con

tanto furore e con tanta tempesta, che i nostri ebbero appena tempo di

ordinarsi alla pugna, la quale fu acerba e terribilissima. I nostri,

vedutisi assalire da due parti, bisognò che si partissero in due

grandi schiere, per tener fronte alle due schiere nemiche; e come la

schiera Castrucciana uscita da porta Caldatica si vedea essere la più

forte, e guidata in persona da Castruccio, colà si volse Guglielmo

coi suoi feditori, e la battaglia fu tosto ingaggiata. Le trombe,

che squillavano da ogni parte, il suono continuo della Martinella, il

gridar de' combattenti di qua e di là, il nitrir de' cavalli, l'urtarsi

essi petto con petto, i colpi che crosciavano le mazze ferrate sopra le

armature, il battersi delle spade, le strida e le pietose parole de'

morenti, facevano un tumulto che in tutta la circostante campagna vi

pareva l'inferno. La pugna fu combattuta virilmente, e con prodigj di

valore dall'una parte e dall'altra; e già Castruccio, mal resistendo

all'impeto dei feditori di Guglielmo, accennava di piegare, e di

volersi ritirare in città, quando Gugliemo fu ferito da un verrettone

in una gamba, e non potè più stare a cavallo. Qui si mutò la fortuna

dei combattenti; chè dove i nostri, vedutosi mancare la loro guida,

perderono l'animo, i nemici lo ripresero, e con tal furore, che gli

forzarono a retrocedere: tanto più che anche la schiera di Porta S.

Marco travagliava fieramente la nostra gente; ed a lungo non avrebbe

potuto resistere. Castruccio non volle seguitare la vittoria, per

non mettere in compromesso la sua impresa; parendogli necessario

sopra tutto di riacquistare le ribellate castella della montagna:

e però i ducali co' Fiorentini poterono senza molestia ritirarsi, e

si attendarono al Montale, castello allora assai ben munito, a mezza

strada tra Prato e Pistoja. Guglielmo, la cui ferita non era grave,

benchè da principio paresse gravissima, fu portato a medicarsi a Prato,

non curando punto i dolori del corpo, ma la perduta battaglia, e il

non potere chi sa per quanto tempo pigliar parte ad impresa di guerra.

E più lo accorava il pensiero della sua Bice, che tanto aveala udita

compiacersi nel pensiero di vederlo tornar vittorioso, ed acclamato dal

popolo[27].

Cecco d'Ascoli: racconto storico del secolo XIV · 第 7 / 26 段