in che lo ha Guglielmo; la sua prodezza, la sua cortesia, il suo
profferire la vita per la libertà della nostra terra, dovessero
ammollire il cuor di mio padre.
— Ma intanto lo accoglievi presso di te: e questo non è dicevole a
gentil fanciulla.
— Madre mia, doveva partire per la guerra; come poteva non dirgli addio?
La badessa sempre più sentiva commuoversi, e volle troncare ogni
ragionamento, non assicurandosi di poter conservare a lungo la sua
gravità, e continuare le sue ammonizioni: il perchè, confortata come
meglio seppe la Bice, la condusse nella cella assegnatale, chiedendole
solo che pregasse il Signore di ricondurre a pensieri più miti suo
padre.
CAPITOLO XVI.
LE LOGGE DE' GRANDI, E SPECIALMENTE QUELLA DE' GHERARDINI.
A Firenze frattanto la duchessa avea già saputo questo fatto della
Bice, ed era tutta lieta che la sua arte fosse riuscita a fine così
desiderato: già era ita la novella per tutta la città; e per le logge
de' grandi non si faceva altro che dire, chi biasimando, e chi lodando
la crudeltà di messer Geri. Ma siccome il lettore ha sentito spesso
parlare di logge de' grandi, ed un fatto che si lega in gran parte
al soggetto di questo racconto avvenne appunto in una di tali logge,
così sarà buono il dare qualche breve notizia di esse, che sono cosa
singolare nell'antico viver de' fiorentini, e che sarà cosa nuova per
un gran numero di lettori. Le logge erano o accanto o vicino ai palagj,
ed erano segno di nobiltà; e solo poteano aver loggia le famiglie
de' grandi, che vi solevano stare, come si direbbe, a conversazione,
parlandovi o di negozj, o di cose di stato, o trattenendovisi per puro
diletto. Fu tempo che le logge si tenevano in tanto rispetto, che fin
la giustizia era in qualche modo trattenuta da esse, dacchè servivano
come di asilo a' rei; e si legge nell'Ammirato, che nella loggia degli
Elisei, se gli fosse venuto fatto di rifugiarvisi uno condotto al
supplizio, si intendeva esser subito salvo. Ma quando il popolo minuto
venne al governo della repubblica, mal sofferse questi privilegj; e
rinforzati gli statuti ordinati ad abbassare l'autorità de' grandi,
si racconta che uno de' Buondelmonti fu condannato in trecento fiorini
d'oro per aver fatto difesa in salvare un tale, che si era ricoverato
nella loro loggia di Borgo Santi Apostoli, dicendogli l'esecutore che
sotto il governo di popolo i privilegi de' magnati non avevano più
luogo.
A mostrar poi che queste logge servissero all'uso detto qua dietro,
ricorderò che in quella de' Rucellai fu conchiuso da Giovanni di Paolo
Rucellai, che la fece fare, il matrimonio di tre sue figliuole ad un
tempo; e ricorderò le parecchie disfide di giuoco a tavola reale ed a
scacchi che vi si facevano; specialmente nel secolo XIII e XIV, fra
le quali è famosa quella di quel Saracino, detto Buzzeca, il quale,
venuto a Firenze circa al tempo che Carlo d'Angiò fu coronato re a
Napoli, fece prova di giocar pubblicamente agli scacchi dinanzi al
conte Guido Novello, vicario in Toscana per il re Manfredi, co' più
valenti giocatori della città ed in un tempo medesimo su tre scacchiere
diverse, su due a mente e sulla terza a veduta. Altra testimonianza
di queste pubbliche giocate l'abbiamo ancora appresso il Sacchetti,
là dove racconta che Guido Cavalcanti, giocando alli scacchi, diè uno
scappellotto ad un ragazzo che gli mandava tra' piedi una sua trottola,
e che il ragazzo se ne vendicò, inchiodandogli la guarnacca sulla
panca.
Tornando alle logge, esse erano parecchie in Firenze, tra le quali
principalissime la loggia degli Adimari, e anche de' Cavicciuli alla
fine del Corso degli Adimari, oggi Via Calzaiuoli, dalla parte della
piazza della Signoria; e questa dall'Ammirato si dice essere stata
chiamata la _Neghittosa_: la loggia degli Agli, sulla loro Piazza:
la loggia degli Alberti in capo di Borgo S. Croce, nel luogo detto
le _Colonnine_, dove ora è un caffè: de' Buondelmonti in Borgo Ss.
Apostoli: de' Bardi sulla via che prende nome da essi: de' Cavalcanti
in Baccano: de' Cerchi in Via de' Cimatori: de' Canigiani in via de'
Bardi: de' Frescobaldi a piè del ponte a S. Trinità, di là d'Arno: de'
Gherardini in Por S. Maria, ora Mercato Nuovo: de' Guicciardini nella
via che da loro si nomina: de' Peruzzi sulla piazza del loro nome:
de' Rucellai nella Vigna, la qual loggia fu fatta con disegno di Leon
Battista Alberti, e si vede tuttora, sol che ha gli archi murati: de'
Tornaquinci sul canto loro: degli Albizzi nel borgo che ha il loro
nome; e così degli Elisei, degli Agolanti, de' Medici, degli Uberti,
dei Pulci, de' Giandonati, de' Pilli, de' Macci, de' Giugni; e de'
Pazzi, Pitti, Tornabuoni, Gianfigliazzi, Spini, Soderini.
Altro segno di nobiltà nelle case de' grandi erano i fanali di ferro, o
lumiere, come già si dicevano, che si scorgono tuttora alle cantonate
di alcuni palagj; ed oltre all'essere segno di nobiltà, era pure di
celebrità o nella toga o nelle armi o nelle lettere.
Fra tutte le lumiere che vedonsi ancora in Firenze son degne di essere
osservate con attenzione quelle del palazzo Strozzi, lavorate con
tanta industria e con tal magistero che non hanno pari; dacchè le belle
parti che entrano in una nobile fabbrica sono state in esse divisate,
veggendovisi le mensole, le colonne, le cornici, i capitelli fatti con
meravigliosa diligenza, e messi insieme con tanta cura che pajono tutte
d'un pezzo. Sono opera di Niccolò Grasso fiorentino, e si raccoglie
dalle memorie di quel tempo che costarono cento fiorini d'oro l'una,
che, ragguagliati alla nostra moneta, sarebbero circa a due mila lire.
In una delle nominate logge, ed appunto in quella de' Gherardini, là
in Por S. Maria, sul canto di Borgo Ss. Apostoli dalla parte del Ponte
Vecchio, stavano raccolti quel giorno parecchi cittadini di Firenze,
parte sollazzando, e chi ragionando delle speranze quasi certe della
vittoria. Fra questi era maestro Dino del Garbo, tutto attento ad un
giuoco di scacchi; e mentre l'uno diceva una cosa e l'altro un'altra,
eccoti passar di lì Cecco d'Ascoli con frate Marco, nel momento appunto
che il discorso era caduto sul fatto della Bice de' Cavalcanti: e come
si era sparso che a questo amore aveva prestato favore maestro Cecco,
così un bell'umore fiorentino, assai conoscente di lui, lo ammiccò che
andasse là, col proposito di ridere alle sue spalle.
Cecco tenne l'invito, ed andò nella loggia col frate, e tosto si
cominciò a entrare nei ragionamenti della guerra.
— Ma dunque, maestro, la vittoria è sicura — disse il bell'umore; un
giovanotto tutto azzimato e leggiadro, quasi sbarbato, se non quanto
una lieve lanugine bionda gli fioriva le guance e il labbro di sopra.
— Quanto promettono le stelle, e il valor della gente di messer lo
duca, è sicura.
— Ah le stelle.... E voi ragionate con le stelle come con le persone,
è vero? Ed esse vi odono così in alto come sono? Ma non è sola la gente
di messer lo duca che combatte, vi ha pure la gente de' fiorentini....
— Anche i fiorentini vi sono, e son valorosi; ma e' sono troppo
pochi al bisogno, e a molti di essi suona un poco pauroso il nome
di Castruccio, e hanno pensato meglio di restare a Firenze, comecchè
giovani ed aitanti.
Il bell'umore intese la bottata, e la ingollò con un po' di stizza; ma
altri giovani che erano nella loggia la intesero pur essi, e un di loro
si volse come un aspide a Cecco.
— Eh, bel maestro, che dite voi di paura e di Castruccio? I fiorentini
non hanno paura nè di Castruccio, nè di duchi, nè di imperatori; e voi
fareste senno a non insultare di più questa città.
— Bel messere, lo so, che i fiorentini non hanno paura nemmeno degli
imperatori; e mi ricordo bene di Enrico di Lussemburgo, che dovè levare
l'assedio da questa nobile città. Io volli solo mordere dolcemente
quel donzello che motteggiava con me: se ho detto qualcosa di men che
onorevole ai fiorentini, me ne chiamo in colpa.
E quegli che dicea prima:
— Su, su, maestro Cecco non lo ha detto per male, e gli vuol bene a'
fiorentini.
Intanto maestro Dino del Garbo si era accorto che Cecco era nella
loggia; e udendo dire che esso voleva bene a' fiorentini, ruppe le
parole in bocca a quell'altro, e continuò con voce non tanto bassa che
Cecco nol sentisse:
— E alle fiorentine, se fa anche da mezzano ai loro amori.
Cecco dissimulò questa bottata, nè rispose verbo; ma disse così di
traverso e a modo di sentenza questi due versi di Dante, torcendoli al
suo proposito:
Superbia, invidia e avarizia sono
Le faville che ti hanno il cuore acceso:
poi, come rispondendo al suo difensore:
— Non ci ha dubbio che loro vo' tutto il mio bene, che amo la loro
gloria e il loro buon stato, e che vorrei pur vedere alcuno dei prodi
e gentili cavalieri di messer lo duca onorare di loro parentado le
case nobili fiorentine; e ciò sarebbe potuto cominciare ad essere per
opera mia, se la invidia e il mal talento non avessero fatto ogni
sforzo contro il proposito mio, conducendo un ottimo vecchio quasi
alla disperazione e all'odio della propria figliuola; e la più bella e
gentile fanciulla di questa terra ad essere sepolta viva in un orrendo
chiostro.
Queste parole disse Cecco per temperare la mala impressione che
sull'animo degli uditori potesse aver fatto maestro Dino, quando
toccò del suo fare il mezzano; e le disse con tono alquanto concitato,
acciochè Dino comprendesse che gli erano note tutte le arti da esso
usate contro l'amore della Bice, per odio e per invidia che aveva a
lui.
Maestro Dino comprese il veleno di quel discorso, e come colui che era
di ardentissima natura e di primo impeto, e l'odio che aveva con Cecco
era veramente mortale, sentì accendersi di subita ira, e rittosi dalla
sua panca, andò contro di esso tutto infuriato; e se non fosse stato
trattenuto, avrebbe certo fatto cosa disdicevole alla sua gravità ed
alla sua dottrina. Le esortazioni degli amici lo calmarono un poco;
ma non potè fare che, rivolto a Cecco, non gli dicesse con piglio di
minaccia:
— Tu ami la gloria dei Fiorentini? ed hai faccia di dire tal cosa,
quando da te sono stati beffati Dante e Guido Cavalcanti, che sono le
glorie maggiori di questa terra? quando l'amore di una de' Cavalcanti
con un cavaliere straniero tu secondi per questo solo, che alle beffe
dette contro di Guido, vuoi aggiungere il vituperio di messer Geri
suo congiunto? E osi parlare di invidia e di mal talento tu, che sei
consumato da queste abominande passioni, che informano ogni atto, ogni
parola tua? Firenze è ben generosa che comporta di vedersi in seno i
tuoi pari.
E come Dino diceva tali cose con voce alta e molto concitata, così la
gente cominciava a radunarsi attorno alla loggia. Cecco sapeva quanta
autorità avesse egli in Firenze, e vedeva bene che questo non era nè il
tempo, nè il luogo da rispondere per le rime a quel vecchio insensato;
il perchè si frenava quanto più poteva, e da ultimo temperatamente
rispose:
— Maestro Dino, io non ho mai beffato, ho solo combattute le dottrine
teologiche e filosofiche di Dante e di Guido; questa è cosa comune fra
gli scienziati, nè è mossa da verun maltalento; e dovete anche sapere
che in più luoghi delle mie opere io riconosco e celebro il sommo
ingegno di Dante; e dovete sapere che Dante stesso non isdegnava di
aver meco commercio di lettere. Io non ho nè invidia, nè odio a veruno.
Leggemmo pure ambedue insieme a Bologna pochi anni addietro; e ben vi
dee ricordare come la mia scuola fosse gremita di uditori e la vostra
quasi deserta. Se fossi stato invidioso di voi, me ne sarei rallegrato
in cuor mio; ed invece vi giuro che me ne addolorava come di cosa che
toccasse me proprio.
Questo non potè tenersi di dire Cecco per mordere maestro Dino, e per
vendicarsi in parte delle acerbe cose dette innanzi da lui. Come Dino
ne montasse sulle furie è facile l'indovinarlo.
— Ben mi ricordo, o sciagurato, che leggemmo insieme a Bologna,
dove co' tuoi aggiramenti ti venne fatto di essere tenuto e di farti
chiamare maestro; ma ricordami ancora che ti ajutavi più che con altro
con la negromanzia e con la magía; e che le pestilenti dottrine da te
insegnate in opera di fede ti diedero in podestà dell'inquisizione, la
quale solennemente ti condannò per eretico: mi ricordo che per esserne
assoluto, facesti ipocritamente ogni penitenza; che solennemente
giurasti di non più mai leggere quel tuo libro condannato; e so io, e
sanno tutti, come hai attenuto il giuramento; chè qui nella propria
Firenze, nella città più devota alla santa chiesa, quelle medesime
dottrine eretiche insegni pubblicamente, e non cessi di usare le
tue arti magiche e negromantiche, stando in continuo commercio col
diavolo dell'inferno, dove non andrà molto che traboccherai in eterna
dannazione.
Intanto la gente si accalcava sempre più, e udendo quelle fiere
parole di un uomo a cui aveva tanta riverenza, cominciava a mormorare
cupamente, e molti accennavano Cecco con atti non troppo benigni; il
quale, vedendo il mare in burrasca, avrebbe voluto essere in tutt'altro
luogo che in quello. Però alle invettive del maestro non rispose nulla,
se non queste parole con tono temperatissimo:
— Maestro, non istà bene il desiderare altrui la morte temporale ed
eterna; e a voi massimamente, perchè è scritto lassù che la vostra
morte sarà pochi giorni dopo la mia.
E Dino con atto di spregio:
— Ah vil paltoniere! qui non hanno luogo i tuoi vani augurj: il
diavolo, a cui ti sei dato in corpo ed anima, può ben fare in persona
tua qualche prodigio; ma non può nulla sulla anima e sulla vita
degli ubbidienti figliuoli di santa chiesa. Va, maledetto da Dio;
ben mi maraviglio — disse accennando con atto di spregio la gente
raccolta attorno alla loggia — ben mi maraviglio come questi ciechi di
fiorentini comportino che la loro città sia contaminata da tanta puzza.
E, voi, disse rivolto a coloro che erano nella loggia, cacciate di tra
voi questo eretico scomunicato.
Il popolo, sempre più crescente, sempre più si accendeva per le furenti
parole di maestro Dino; e levatosi una voce, non si sa di dove, _muoja
il negromante, muoja l'eretico_, mille voci ad un tratto ripeterono
quel medesimo; e alcuni della loggia, istigati da Dino, facevano
forza di cacciar Cecco fuori di essa, combattendosi egli potentemente
per non vi andare. E già si vedeva al perso, quando ricorse all'arte
per liberarsi da tal frangente. Contraffece orribilmente il volto,
prendendo aria da invasato; gridò terribilmente: _Io morrò, e morrete
tutti con me_; snudò la spada che aveva allato, fece atto di tagliarsi
la testa, e questa fu veduta da tutti a' suoi piedi[25]; poi la loggia,
e tutto Por Santa Maria, si empì di orribile e puzzolente fumo. Tutto
il popolo e la gente della loggia, compreso maestro Dino, furono vinti
dallo spavento, e cacciando urli orribili, e facendosi segni di croce
e invocando il nome di Dio, fuggirono tutti quanto ne avevano nelle
gambe, lasciando solo maestro Cecco, il quale, vedutosi fuor del
pericolo, guardossi bene d'attorno, e senza dir che ci è dato, tra
pauroso e ridente, andò difilato a palagio.
CAPITOLO XVII.
LA GUERRA.
Torniamo ora alle cose della guerra.
Abbiamo accennato qua dietro come il duca Carlo avesse ordinato con
Spinetta Malaspina, il quale era in Verona appresso messer Cane della
Scala, che egli entrasse nelle sue terre di Lunigiana a guerreggiare da
quella parte Castruccio; e soldògli in Lombardía trecento cavalieri,
e il legato di Lombardía gliene diè dugento di quelli della Chiesa, e
cento ne menò da Verona di quelli di messer Cane; e varcò da Parma le
Alpi, e posesi ad assedio al castello della Verruca, che Castruccio
gli aveva tolto. Dall'altra parte gli usciti di Pistoja, a petizione
del duca, senza saputa o consiglio di niun fiorentino, ribellarono
a Castruccio due castella della montagna pistojese Cavinana, e
Mammiano: e la gente che abbiam veduta uscir di Firenze, era avviata
in diversi punti per secondare questo disegno di guerra; e ad essa
gente, che non era poca, ben presto si aggiunse il conte Beltramo del
Balzo, zio del duca, con cento cavalli, il quale era stato capitano
dell'armata, che allor fu mandata in Sicilia; cui esso, non essendo
più tempo di navigare, aveva dal golfo della Spezia mandato a Napoli,
ed egli, smontato in Maremma, se n'era venuto a Firenze per trovarsi
a questa guerra. Ora le genti fiorentine, che meglio si chiameranno
le genti del duca, perchè Firenze era il duca, furono spartite così:
la masnada dei tedeschi, in tutto dugento cavalieri, con gli altri
cento cavalieri e co' cinquecento pedoni, guidati da messer Biagio
de' Tornaquinci da Firenze, dovevano ire a soccorrere le castella
ribellate della montagna pistojese; e l'altra gente si avviava a Prato,
per esser pronta a qualunque bisogno, o verso la montagna, o verso
Pistoja. Ed il bisogno poteva venire da un momento all'altro, perchè
Castruccio, vedendosi minacciato da tante forze, benchè tutto l'agosto
fosse stato malato a morte, di una sua ferita alla gamba destra, come
valente signore, vigorosamente e con gran sollecitudine si dispose al
riparo, e tosto fece porre campo e battifolli molto forti alle castella
ribellate; ed egli in persona col più della sua cavallería venne a
Pistoja, per provvedere ad ogni bisogno, e per tener fronte al duca
ed ai Fiorentini, che quelle castella non potessero fornire. Furono
così pronti ed efficaci gli apparecchj di Castruccio, che al duca e al
suo consiglio parve tosto di aver fatta non savia impresa; ma oramai
bisognava continuarla, e fare ogni sforzo che riuscisse a buon fine.
Guglielmo co' suoi feditori era tra la gente che doveva fermarsi a
Pistoja; e dove i caporali delle altre schiere si porgeano tutti lieti
e baldanzosi, e quasi certi della vittoria, egli solo era triste, e non
dava segno veruno di baldanza; e ne aveva troppa cagione. Il pensiero
della sua Bice non lo abbandonava un momento: _Che sarà stato di lei?
Come avrà potuto reggere alla furia di suo padre?_ E tanto si tribolava
di questi e simili pensieri, che era una pietà a vederlo. Anche le
cose della guerra, come ho detto, nol teneano tranquillo; chè sapeva
quanto valoroso e savio condottiero fosse Castruccio; quanto agguerrita
la sua gente, avvezza a tante vittorie; e quanto per contrario fosse
male accozzata la gente del duca; quanto scorati i Fiorentini dalle
toccate sconfitte, e come il nome solo di Castruccio facesse loro
paura. E veramente Castruccio mostrò anche in questa fazione quanto
fosse abile capitano, tanti e tanto sicuri furono i provvedimenti che
prese, massimamente per le castella ribellate della montagna, alle
quali aveva posto grosso assedio, e impediva con ogni possa che la
gente del duca potesse fornirle. Ed anche il tempo gli fu propizio in
questa impresa, dacchè i passi fortificati degli Apennini, e le grandi
nevi cadute in quei giorni, spaventarono i pedoni del Tornaquinci e i
Tedeschi dallo ascendere a fornir le castella. Saputosi ciò dal duca,
comandò che della gente raccolta in Prato, la schiera di messer Tommaso
di Squillace, e mille pedoni condotti da messer Amerigo Donati e da
messer Giannozzo Cavalcanti, salissero alla montagna per vedere di
riuscire ad ogni costo nella impresa di soccorrere Mammiano e Cavinana;
ed il rimanente cavalcasse fino alle porte di Pistoja, per tentare se
Castruccio uscisse a battaglia: e tra questi erano i feditori, alla
cui guida sappiamo già essere stato posto il nostro Guglielmo. Mossero
tutti con perfetto ordine; e giunti presso alla città, si formarono in
battaglia nel modo allora usato, che era il seguente:
Tutto il corpo dell'esercito si partiva in quattro schiere. La prima
era de' feditori, così chiamati perchè primi doveano appiccar la
battaglia; e stavano in mezzo a due ali ordinate in forma di mezza
luna: e queste erano di pavesari, detti così per essere armati di
picconi e pavesi; e di balestrieri, e questi erano armati di gran
balestroni, che lanciavano quadrella e verrettoni, cioè lunghe lance.
La seconda era detta la schiera grossa, che veniva subito dopo i
feditori; e questa subentrava ai primi con pari e maggior vigore. La
terza era chiamata la salmería, e questa era in tutti gli eserciti con
molti pedoni, destinata a contenere le altre, se rinculassero all'urto
nemico. La quarta erano moltissimi pedoni, separati dal grosso della
gente; e questi stavano pronti per sovvenire a que' bisogni che nel
combattimento potessero occorrere. Fra le dette schiere stava collocato
il carro della campana detta Martinella, che mentre si combatteva non
restava mai di sonare, dal qual suono i combattenti erano infervorati
alla pugna. Nel mezzo parimente a tutte le schiere stava il Carroccio,
diligentemente e con ogni gelosia guardato, essendo come la tramontana
dell'esercito, perchè su vi sventolava il pennone del comune; e se
quello si fosse perduto, l'esercito ne andava in tal confusione,
che non se ne sarebbe potuto sperare cosa alcuna, ma ogni soldato si
sbandava, e poneva l'ultima speranza nella fuga.[26]
Castruccio, che era, come dicemmo, in Pistoja, veduto l'esercito del
duca e dei Fiorentini venirlo così provocando fin sotto le porte,
come valente signore uscì fuori animosamente, ordinando la sua gente
in due battaglie, che l'una uscì da porta Caldatica e l'altra da
porta S. Marco, per assaltare da ambidue i lati i nemici, schierati
appunto tramezzo a queste due porte. E i Castrucciani venivano con
tanto furore e con tanta tempesta, che i nostri ebbero appena tempo di
ordinarsi alla pugna, la quale fu acerba e terribilissima. I nostri,
vedutisi assalire da due parti, bisognò che si partissero in due
grandi schiere, per tener fronte alle due schiere nemiche; e come la
schiera Castrucciana uscita da porta Caldatica si vedea essere la più
forte, e guidata in persona da Castruccio, colà si volse Guglielmo
coi suoi feditori, e la battaglia fu tosto ingaggiata. Le trombe,
che squillavano da ogni parte, il suono continuo della Martinella, il
gridar de' combattenti di qua e di là, il nitrir de' cavalli, l'urtarsi
essi petto con petto, i colpi che crosciavano le mazze ferrate sopra le
armature, il battersi delle spade, le strida e le pietose parole de'
morenti, facevano un tumulto che in tutta la circostante campagna vi
pareva l'inferno. La pugna fu combattuta virilmente, e con prodigj di
valore dall'una parte e dall'altra; e già Castruccio, mal resistendo
all'impeto dei feditori di Guglielmo, accennava di piegare, e di
volersi ritirare in città, quando Gugliemo fu ferito da un verrettone
in una gamba, e non potè più stare a cavallo. Qui si mutò la fortuna
dei combattenti; chè dove i nostri, vedutosi mancare la loro guida,
perderono l'animo, i nemici lo ripresero, e con tal furore, che gli
forzarono a retrocedere: tanto più che anche la schiera di Porta S.
Marco travagliava fieramente la nostra gente; ed a lungo non avrebbe
potuto resistere. Castruccio non volle seguitare la vittoria, per
non mettere in compromesso la sua impresa; parendogli necessario
sopra tutto di riacquistare le ribellate castella della montagna:
e però i ducali co' Fiorentini poterono senza molestia ritirarsi, e
si attendarono al Montale, castello allora assai ben munito, a mezza
strada tra Prato e Pistoja. Guglielmo, la cui ferita non era grave,
benchè da principio paresse gravissima, fu portato a medicarsi a Prato,
non curando punto i dolori del corpo, ma la perduta battaglia, e il
non potere chi sa per quanto tempo pigliar parte ad impresa di guerra.
E più lo accorava il pensiero della sua Bice, che tanto aveala udita
compiacersi nel pensiero di vederlo tornar vittorioso, ed acclamato dal
popolo[27].