attraversare tal pratica, egli invece è stato colui che ha trovato
modo che si veggano e si parlino. E presume ancora di schernirmi,
dandomi a vedere che il fece per secondare la mia volontà, giungendo
per altra via al medesimo fine. Sciagurato! Ma poco ha andare che tu
sarai pagato di ogni tua rea opera, tali parole disse ieri al duca il
suo cancelliere rispetto a te. — E chiamato un valletto, gli comandò
che fosse al cancelliere, pregandolo che gli piacesse di venire da
lei. Era questo cancelliere del duca un frate minore, vescovo d'Aversa,
che appunto il precedente giorno aveva dato a conoscere al duca quanto
fosse disdicevole il tenere presso di sè maestro Cecco, condannato già
per eretico, in voce di negromante, e mancatore al fatto giuramento di
non insegnar più le sue pestilenti dottrine; ma il duca non aveva dato
cenno di volersi risolvere a nulla contro di lui, cui egli riputava
scienziato solennissimo, ed era anzi ambizioso di tenerselo appresso.
Esso frate avea disegnato di tentare a questo proposito l'animo della
duchessa, per modo che ricevè lietamente l'invito di recarsi da lei,
parendogli che veramente dovesse venirgli la palla al balzo, e tosto le
fu dinanzi. La duchessa accolselo dolcemente; e fattolo sedere appresso
di sè, con accorto parlare gli disse:
— Messere, io sto in un forte dubbio circa la mia coscienza, e non
trovo bene di me; consigliatemi voi.
— Madama, rispose il frate, gli anni migliori miei gli ho passati nello
studio della loica e della teología, e tutto quel poco di frutto che
posso aver fatto, mi recherei a gran merito il poterlo spendere per
voi.
— Sapete che il duca, mio e vostro signore, ha qui nella sua corte
maestro Cecco d'Ascoli, cui egli in gran maniera riverisce per sommo
scienziato e letterato. Non so se questa scienza di lui sia così
grande; ma so, che egli fu condannato per eretico a Bologna: e benchè
chiedesse perdonanza, e l'ottenesse mediante un giuramento di più
non insegnare false dottrine, nondimeno si dice che al giuramento
sia venuto meno, e che professi la eresía come prima. Se questo fosse
vero, s'intende egli che sia come non fatta la perdonanza? può un buon
figliuolo di santa chiesa tenerlo appresso di sè, e comunicare con lui?
oppure si intende che partecipi alla scomunica chi nol fugge e caccia
via?
Il frate, che vedeva essergli la palla venuta al balzo da sè
inaspettatamente, non vi so dire se ne fosse lieto; ma, celando la
letizia, e componendo il volto a solenne gravità:
— Madama, non ci ha dubbio che sia eretico relasso chi, condannato e
perdonato, ritorni da capo al vomito; nè ci ha dubbio che partecipi
alla scomunica chi, sapendolo, comunica con esso lui; nè può non
tenerne gravata la coscienza chi nol caccia da sè, e nol denunzia
alla santa inquisizione. Fino da ieri, sapendo di questo sciagurato
ascolano, ne parlai con monsignore lo duca, pregandolo che cessasse da
sè tanto scandalo, nè volesse incorrere nello sdegno e nelle censure di
santa chiesa; ma egli non fece segno che gli piacessero le mie parole;
e non posso dire quanto io ne sia addolorato per esso.
— Il duca ha troppo gran concetto della scienza di Cecco, e troppo gli
sta a cuore di aver nella sua corte un astrologo così valente com'esso
è: nè può, se non in casi estremi, risolversi a cacciarlo da sè.
— Non è scienza quella che contrasta alle sante dottrine della fede
cattolica; ma è istigazione diabolica, che mette nella bocca del
peccatore eretico parole e sentenze che a' volgari pajono scienza, e
molti ne sono condotti a perdizione; e Dio voglia, che anche monsignor
lo duca non sia sopraffatto da questo maledetto da Dio....
— Messere, voi mi spaventate....
— Ma lasciamo per ora star questo. Altro pericolo, e non lieve, porta
con sè il favor dato a Cecco. Egli è ben noto a Firenze, perchè in
quella sua sciagurata _Acerba_, fieramente si mostra avverso a Dante
Alighieri, di cui questa terra tanto, e tanto degnamente, si onora;
nè dubita di profferir parole di scherno contro di lui e della sua
Commedia; e non dubitò parimente di scriver contro a messer Guido
Cavalcanti, un altro illustre figliuolo di questa città. Il perchè
pochi sono quei fiorentini che nol vedano di mal occhio, e che non si
tengano come scherniti dal duca, accusato da parecchi di aver condotto
seco, e di accordare il suo favore a Cecco per dispetto de' fiorentini
e di Firenze. E il mal talento de' fiorentini si accresce alla
giornata, perchè, non contento questo tristo di quello che contro al
nome fiorentino ha scritto per addietro, studia ogni modo da accumular
vituperj; ed è giunto a tale che, per via di amorazzi, cerca di
svergognare le case de' grandi, come ha fatto di quella de' Cavalcanti.
— Ah! lo sapete anche voi?
— Sì, madama. Maestro Dino del Garbo mi ha informato di ogni cosa punto
per punto.
— E come sta, se vi piace, questo fatto, del quale anche a me è giunto
qualche odore?
— Messer Guglielmo d'Artese fu a Firenze per la signoría del
potentissimo re Roberto, e pose amore a una dei Cavalcanti; tornato
qua adesso, ha voluto riaccenderlo, e lo ha potuto fare per intermezzo
di Cecco; di che messer Geri, padre della fanciulla, è grandemente
sdegnato, per l'onta, che ne riceve la sua casa; e ne sono sdegnati
molti amici di lui. Senza che, madama, questo Ascolano ha voce tra il
popolo di esser negromante, e di avere continue pratiche col diavolo;
e vedendolo caro al duca, pensano che anche il duca possa operare a
suggestione diabolica: e hanno tanto orrore di ciò, che l'altrieri
quando, dalle finestre del palagio, Cecco gettò alla gente quei
fiori da lui maravigliosamente moltiplicati, cominciò a spargersi
che erano fiori del diavolo, e tutti a furore corsero alla piazza di
san Pulinari, e fattone un gran monte, gli arsero, maledicendo loro e
Cecco, e non so se altri... Madama, il popolo fiorentino è buono: si
guida, come dicesi, con un filo di seta; ma, provocato troppo, ferito
nelle sue glorie e nella sua religione, potrebbe risentirsi; e l'ira
del popolo è terribile.
La duchessa si mostrò molto impensierita di queste parole del frate, il
quale, vedendo il momento propizio, tutto ardente di zelo:
— Madama, riprese, voi siete della cristianissima casa di Francia, e
vostro avolo fu il santo re Luigi; monsignor lo duca è figliuolo di
re cattolicissimo, e figliuolo prediletto della chiesa: fate di non
oltraggiare la nostra santa fede. Per questa fede adunque, per l'onore,
e anche per la sicurezza di voi e di monsignore, fate che cessi un
tanto scandalo.
— Messere, voi avete udito come già mi garriva la coscienza per questa
cosa di maestro Cecco, e i vostri savj ricordi mi hanno sempre più
infiammata ad essere buona e divota figliuola di santa chiesa; e vi
prometto che pregherò con quelle più efficaci parole che io posso il
duca mio signore a fare altrettanto, e a togliersi da dosso questa
vergogna. Solo mi parrebbe di dover procedere con qualche riguardo,
amando egli troppo Cecco, ed aspettare il momento opportuno, che
non può fallire, assicurandosi quel perduto sull'amore del duca, e
pigliandone troppa baldanza. Pare a voi che si possa fare?
Il vescovo provò con sue ragioni teologiche potersi differire, quando
si faceva perchè l'effetto fosse più certo; e rimasti d'accordo che
ciascuno dalla sua parte si studierebbe per ogni via di affrettar la
pena delle scelleraggini di Cecco: senza accorgersi il vescovo che
ajutava un disegno della duchessa dove la religione non aveva nulla che
fare, si separarono.
CAPITOLO XIV.
L'ADDIO.
La duchessa avea bene indovinato che Guglielmo non sarebbe mosso per
il campo, se prima non diceva addio alla Bice; e di fatto non indugiò,
uscito che fu dalla sua presenza, a correre da frate Marco, pregandolo
con le man giunte, che trovasse modo di fargli vedere tosto la Bice.
Il povero frate si porgeva di mala voglia a questo ufficio, che a lui
non pareva dicevole alla sua qualità; ma, accettato per una parte da
maestro Cecco che faceva opera, non solo onesta, ma buona e meritoria;
e dall'altra non avendo cuor di disdire a sì prode e gentil cavaliere,
si chiamò pronto al suo desiderio, e senza indugio mosse alle case
de' Cavalcanti, e seppe sì ben fare che Guglielmo potè in breve tempo
parlar con la cameriera, e aver poi la posta per la sera medesima.
La povera Bice, dopo quell'amaro rabuffo di suo padre, era stata
parecchi giorni che non aveva potuto vederlo; e quando consentì
che andasse a lui per pochi momenti ogni giorno, non cessava mai di
rampognarla, inducendola sempre a levare il cuor da Guglielmo. Quel
giorno la visita di essa a suo padre era stata più lunga del solito, e
le parole di lui assai meno amare, lasciando da parte ogni acerbo motto
contro Guglielmo, e solo cercando di toccare il cuor della figliuola
col mostrar quasi gelosía per l'amore ch'ella portava al cavalier
provenzale, come se quello fosse diminuzione del bene che essa dovea
voler al suo babbo. La fanciulla dal canto suo, tutta riconfortata
dal modo umano di Geri, ne disse al buon vecchio mille dolci parole;
e tanto abbondantemente e tanto caramente gli parlò del bene che gli
voleva, che egli ne lacrimò, e non potè tenersi di dare un affettuoso
bacio alla figliuola quand'essa uscigli di camera, della qual cosa
la Bice fu oltre modo lietissima, e ne prese buona speranza per
l'avvenire: e tanto avea pieno il cuore di queste liete speranze, che,
venuto a lei il suo Guglielmo, le prime sue parole furono queste:
— Guglielmo mio, buona novella: il mio buon babbo oggi mi ha parlato
tutto amoroso, e mi ha detto addio con un bacio. Chi sa che Dio non gli
abbia intenerito il cuore, e che presto...
— Mia diletta — interruppe Guglielmo tutto smarrito — ed io vengo per
dire addio a te.
— Addio! esclamò atterrita la Bice: ma dove?
— Il duca mi ha onorato di farmi guidatore della schiera de' feditori;
e tu sai che domani tutta la gente nostra e delle amistà debbono
muovere chi verso Pistoja, chi verso la montagna.
— Oh, Guglielmo, questo è troppo fiero colpo. Alla guerra! Ed io
rimarrò qui desolata, temendo sempre per la tua vita...
E come Guglielmo fece atto di voler parlare:
— Lo so, continuò quella dolente; tu sei prode, tu sei leale, sei
amante della gloria, sei geloso dell'onore e del dovere, e a questo
posponi ogni altro affetto; ed io te ne lodo, e più me ne piaci; ma
t'amo troppo, Guglielmo mio.
— La mia lontananza sarà breve: nel campo e nella mischia il tuo
adorato nome mi darà cuore a magnanime imprese; i fiorentini mi
saluteranno loro campione; e forse lo stesso tuo padre si unirà con
essi, e sarà ambizioso di dar la figliuola a chi combattè e vinse per
l'onore e per il buono stato della sua terra.
— Oh dolcissime parole! Io ti veggo tornare tutto lieto della vittoria:
vedo la gente che ti si accalca d'attorno; odo gli applausi, le voci di
esultanza, i viva del popolo. Va, va, Guglielmo: sii prode come suoli:
e se Firenze ti saluterà suo campione, non dubito che anche mio padre
ammollirà la durezza sua. Ma alla guerra si muore, e se tu pure... — nè
ebbe cuore di finire.
— Si muore, sì; e troppo me ne dorrebbe, solo per dovermi partire per
sempre da te. Ma Dio non mi abbandonerà; combatto per la parte di santa
Chiesa contro uno scomunicato; combatto per la franchezza di una nobile
terra, figliuola di S. Chiesa; e si alzeranno al cielo per me i prieghi
della più santa e angelica creatura che sia nel mondo.
E qui amorosamente guardò la Bice, e le pose timidamente le labbra
sulla fronte.
— Mio dolce signore, così Dio secondi le tue speranze, come io non
resterò di pregarnelo.
In questo punto i due amanti, che stavano abbracciati in dolce estasi
d'amore, udirono il rumor di una porta che si apriva, e videro messer
Geri con un torchio acceso in mano appressarsi verso di loro. La
fanciulla volle fuggire; ma ritenuta da Guglielmo, chinò il capo a
terra: Guglielmo aspettò a fronte alta il vecchio, che veniva diritto
verso di lui, disposto già a sopportare senza risentimento ogni
rampogna di esso, che bene si aspettava dovessero essere e molte e
grandi; ma disposto del pari a frenare gli effetti dell'ira di lui,
se mai accennassero di cadere sopra la povera Bice, alla quale non era
rimasto sangue nelle vene.
Giunto il vecchio presso i due giovani, nulla disse alla Bice,
e solo comandò alla cameriera, già avvicinatasi ad essa, che la
conducesse nelle sue stanze; e singhiozzando ella pietosamente, e
volendo cominciare a parlare, Geri gli gelò le parole sulle labbra
con un terribile sguardo, e con un cenno risolutissimo le intimò di
partire, al che non ebbe cuor di resistere, e si mosse tutta desolata,
voltandosi solo indietro quando fu sulla soglia, per dare un ultimo
sguardo al suo diletto. Partita la Bice, Geri, infilato il torchio nel
suo bocciuolo, si voltò a Guglielmo che stava immoto, in atto più di
rispetto che di minaccia, e gli disse con un sorriso di scherno:
— Ecco valenti cavalier provenzali! prodi solo a conquistare inesperte
fanciulle, ed a svergognare le case dei gentili ed onorati cittadini.
— Messere, i cavalieri provenzali sono e prodi e leali quanto altro
cavaliere o di Francia o d'Italia. Con me voi siete troppo crudo; io
amo la vostra Bice, ma la venero come una delle santissime cose; e
non che svergognare la casa vostra, io sono tale, e per legnaggio e
per onorate imprese, che potrei e vorrei onorarla, diventando vostro
parente.
— Mio parente! Chi? uno straniero? uno degli oppressori della mia
terra? E tu non esiti di proporlo?
— Oppressori della vostra terra! Ma, e non siamo noi qui appunto per
francare questa nobile terra dalle minaccie di Castruccio e della parte
imperiale? E non mettiamo noi in servigio di essa le persone e gli
averi?
— È ragione che all'onta si aggiunga lo scherno. Gli stranieri non
combattono nè mai combatteranno per l'altrui franchezza e libertà; ma
solo se l'acconciano sulle labbra per addormentare gli stolti che ad
essi ricorrono, per poi tenere soggetti coloro cui vennero ad ajutare,
ed avvantaggiarsene in qualunque tristo modo venga loro fatto. E tu,
sleale cavaliere, tu mi parli di libertà e franchezza di questa terra,
tu, che sei de' più accosti seguaci di questo duca, che la libertà
fiorentina ha ucciso barbaramente, che ha turbato e disfatto i buoni
ordini della repubblica, ha travolto nel fango la suprema dignità del
gonfalonierato, manomessi i cittadini nell'onore e nella persona? E
tu dici di amare la mia figliuola? Oh villan cavaliere! Ed ella ama
te?.... Alla croce di Dio! prima vorrei vederla morta..... la ucciderei
anche colle mie proprie mani, piuttosto che vederla nelle tue braccia.
Va, non contaminar più lungamente con l'odiato tuo aspetto le case
de' Calvacanti; e fa che più non ripassi queste soglie, chè vivo non
usciresti; e sappi grado alla mia canizie, alla mia mal ferma sanità,
se ti lascio ir salvo questa volta.
E con fiera guardatura gli additò la uscita del giardino.
Guglielmo sentiva montarsi le vampe al viso, udendo quelle furenti
parole, e quelle fiere villaníe del vecchio Geri; e più volte si
era sentito acceso a fargliele costar care; ma sempre se ne ritenne
pensando alla Bice, e rimase sempre immobile e silenzioso. Solamente
quando il vecchio ebbe finito quel suo violento sfogo, senza curarsi di
nulla rispondergli, stiè contento ad esclamare:
— Bice mia, dono a te la vita di questo malnato vecchio — ed uscì dal
giardino lasciandolo così vinto dal furore e dall'ira.
CAPITOLO XV.
LA PARTENZA PER IL CAMPO E IL MONASTERO.
La mattina appresso, Firenze risonava tutta d'armi e d'armati: le
strade e le piazze erano ingombre di salmeríe: le masnade dei tedeschi,
bella e fiorita gente che teneano a soldo i fiorentini, erano raccolti
sulla piazza S. Croce, ai quali erano stati aggiunti altri cento
cavalli con cinquecento pedoni tutti in assetto di combattere: ed a
questi comandava M. Biagio de' Tornaquinci da Firenze. La schiera dei
feditori, giovani tutti e di franco cuore, bene armati di schiette
armature, erano sulla piazza di S. Giovanni lungo la nuova fabbrica di
S. Reparata, ed erano guidati come sappiamo da Guglielmo d'Artese, il
quale aveva una nobilissima armatura con fregi d'oro, e montava il più
bel destriero che si potesse guardar con due occhi; e facevano così bel
vedere, tutti raccolti insieme a quel modo, che la gente si accalcava
dinanzi a loro, e tutti non facevano altro che dire, e ciascuno fondava
sopra di essi il buon esito della guerra. Le amistà, le genti del
duca, erano in altri luoghi della città, già in punto per muoversi;
e non altro si aspettava che il comando di lui, il quale aspettava
per darlo, che maestro Cecco d'Ascoli facesse le sue osservazioni
astrologiche e desse egli il punto, col pronostico di questa impresa di
guerra. Finalmente il punto fu dato da Cecco, e le trombe squillarono
immantinente, e la gente si mosse.
Il pronostico di Cecco fu, che messer lo Duca avrebbe grande onore di
questa guerra, e Firenze se ne rifarebbe. E tra questo e la baldanza
che ciascuno prendeva di così nobile e potente esercito, i fiorentini
stavano a buona speranza e viveansi lieti; e salutarono le schiere che
partivano con ogni modo di applausi e di lieti augurj.
Ma lasciamoli andare, chè non ci mancherà tempo di raggiungerli;
ed intanto vediamo che cosa in questo mezzo avvenisse in Firenze,
rifacendoci dalla nostra buona Bice, per la quale, non senza ragione,
i lettori staranno in gran pensiero, in tanto travagliata condizione la
lasciammo.
Messer Geri, rimasto solo nel giardino, e punto acerbamente dalle
ultime parole di Guglielmo, durò per qualche tempo a andare da sù e giù
con passo concitato, sbuffando e sfogando in modi strani lo sdegno e il
furore; e tornato che fu nelle sue stanze, si coricò, nè potè chiuder
occhio in tutta la notte. La povera fanciulla non è da domandare se
struggevasi in pianto, e se anch'ella passò notte travagliatissima col
doppio coltello nel cuore del suo Guglielmo che doveva allontanarsi
da lei, e dello sdegno e del furore di suo padre, ch'ella si aspettava
terribile; nè s'ingannava.
Egli nella notte avea preso partito della infelice figliuola; e come
fu giorno, senza fiatarne a persona, si fece sellare un cavallo, e
preso seco un valletto, uscì dalla porta S. Gallo, nè si fermò sino a
che fu in Mugello ad un monastero di donne, dove era badessa una de'
Cavalcanti suoi consorti. Smontato quivi e conferito con lei, come
prima si fu un poco ristorato ed ebbe riposato i cavalli, cavalcò di
nuovo e la sera medesima fu tornato in Firenze.
La Bice era stata un'intera giornata senza vedere o sentir altro,
nè sapeva che cosa pensare; ma non ne pigliava punto buon augurio:
domandava la sua fida cameriera che cosa ella ne pensasse; si provava
a mandarla domandando qualcosa ad alcun famigliare; ma nulla potè
raccogliere, se non che messer Geri era fin dalla mattina montato
a cavallo, nè più si era veduto; ed essa ingegnavasi d'indovinare,
perchè dopo la tanto fiera battaglia della sera innanzi, suo padre,
così turbato come dovea essere, cagionoso e vecchio a quel modo, fosse
uscito di Firenze a cavallo con un solo valletto: e qualunque pensiero
le venisse alla mente, non era se non triste e di sinistro presagio.
Che tra Guglielmo e lui non c'era stato nulla di grave da doversi
allontanare dalla sua casa per paura del duca lo sapeva, perchè la sua
cameriera era rimasta a spiare il tutto; Guglielmo dovea partire quel
giorno stesso per il campo, e Geri sapevalo; nè la sua gita poteva
riferirsi a cosa che toccasse Guglielmo; e ne inferiva che lei sola
poteva riguardare, e ne stette in continuo tremore tutto quel giorno
e la notte appresso, ed i più orribili sogni turbarono quel brevissimo
sonno ch'ella potè pigliare.
Come prima fu fatto giorno, messer Geri mandò per la cameriera della
Bice, garrendola con fiere parole dell'aver secondato l'amore di lei;
e datale assai quantità di denaro, le comandò che, senza metter tempo
in mezzo, dovesse uscirgli di casa, senza nemmeno rivedere la Bice; ed
alla Bice mandò dicendo che mettessesi in assetto per uscir di Firenze
il giorno di poi, deliberato di non più rivederla; o per vero sdegno,
o forse per timore che le lacrime e le preghiere di quella angelica
creatura potessero vincere il suo fiero proposito.
Pensi, chi ha cuor gentile, l'angoscia e la disperazione della
sventurata! Intanto anche messer Geri metteva tutto all'ordine per
la partenza della figliuola: le diede tosto una nuova cameriera;
fece il suo testamento, nel quale la diseredava, se non quanto
concedevale la legge, lasciando per rimedio dell'anima sua tutto ciò
che eragli rimasto dal fallimento degli Scali: e la mattina di poi per
tempissimo, la Bice, accompagnata da un vecchio famigliare, e dalla
nuova cameriera, uscì di Firenze, avendo fatto pregare e ripregare
invano quel fiero vecchio, che almeno le concedesse di rivederlo e di
baciargli la mano.
Povera innocente! qual cuore doveva essere il suo! Quante lacrime,
quanti sospiri! Per tutta la strada stette col volto coperto di un velo
nero, nè si saziava di piangere, ed era straziata da mille pensieri,
uno più doloroso dell'altro. Quel vecchio che erale stato dato per
guida sapeva essere tutto cosa di suo padre, e di animo come lui
ritroso e acerbo, nè si attentava di domandargli nulla: la cameriera
non sapeva chi fosse, nè mai le volse una parola. Ma all'ultimo,
straziata dall'incertezza, domandò al famigliare dove mai l'avesse
a condurre; e questi con parole benigne più che la sua natura non
comportava rispose che dovevano andare in Mugello, non sapeva a che
fare; e solo poteva dirle che avea in commissione di fermarsi al
monastero di S. Piero in Luco per recapitare una lettera a quella
badessa. La povera Bice comprese tutto; e dato un gran sospiro, volse
gli occhi al cielo, rassegnandosi alla sua sventura, e rimettendosi
nella misericordia di Dio; nè più fece una parola in tutto il non
breve cammino, pensando solo alla spietata crudeltà di suo padre,
e tribolandosi col pensiero che forse non avrebbe più mai potuto
riveder il suo Guglielmo. Il monastero di S. Piero in Luco fu il primo
monastero di donne dell'ordine di Camaldoli, fabbricato nel secolo
undecimo dal beato Rodolfo Camaldolese in un luogo a piè dell'Apennino,
dove per antico fu un oratorio dedicato a S. Pietro. Circondato da
fitta selva di abeti, e chiuso per ogni parte da aspre montagne, era
orrido mirabilmente, e faceva strano contrasto col ridente paese che
si percorreva prima di giungervi. Appena i tre arrivarono in vista
del monastero, il vecchio disse alla fanciulla: _Madonna, là dobbiamo
andare_. Bice alzò il capo, e veduto quell'orrore, sentì stringersi
il cuore, e fu quasi smarrita; e come scese da cavallo poteva appena
reggersi in sulla persona, ed a stento fu condotta nel monastero.
La badessa non si fece aspettare lungamente, e mosse incontro alla
fanciulla con parole ed atti di somma benignità, che furono balsamo
alle gravi ferite onde sanguinava il suo cuore: per che baciolle
affettuosamente la mano, e lasciò cadersele sul seno, dando in un
dirottissimo pianto. La badessa, come dissi, era della casa Cavalcanti,
una donna sui quarantacinque anni, di aspetto nobilissimo, e di bella
maniera: le si vedeva tuttora nel volto gran parte di quella bellezza,
che doveva averla fatta ammirare tra le fanciulle del suo tempo; e
benchè avesse voce di santità tra quelle suore, tuttavia si sapeva che
un amore contrariato l'aveva condotta a seppellirsi in quel chiostro;
e non era stata più lieta; ma nel suo volto era sempre dipinta la
mestizia e il dolore. Vedendo pertanto la disperazione della Bice,
e sapendone la cagione, perchè Geri le aveva detto minutamente ogni
cosa, se non quanto avevalo foscamente dipinto, e taciuto il nome
del cavaliero, ritornò col pensiero agli anni suoi giovanili: nella
giovane de' Cavalcanti ritrovò se stessa al tempo della sua giovinezza,
e se ne intenerì per modo che le lacrime le piovevano dagli occhi più
abbondanti per avventura di quelle della Bice. Quando ambedue ebbero
dato ampio sfogo a' diversi affetti che le combattevano, la badessa,
presa per mano la Bice, la condusse nella cella, e quando furono sole
le disse:
— Figliuola mia, fatti cuore, il Signore ti perdonerà.
— Madre mia dolce, ma perchè mi hanno condotta qui?
— Messer Geri tuo padre vi fu....
— Ah, il mio diletto padre: mi amava tanto....
— E ti ama tanto anche adesso; ma tu lo hai disubbidito: hai fatto onta
alla casa di lui....
— Ah, madre mia; egli è il più leal cavaliere, il più gentile, il
più bello, onde si onori tutta Provenza; il suo amore è puro come
quello degli angioli: non vuol far onta, ma vuole onorare la casa dei
Cavalcanti; e mio padre riverisce ed onora quanto è degno. Io non posso
disamarlo.... Ah voi non conoscete le forze d'amore; e però condannate
me come figliuola disubbidiente, nè sapete avermi compassione come
amante.
A queste parole la badessa si commosse tutta quanta; e dimentica della
sua età e della sua qualità, stava per dire alla Bice, come pur troppo
ella avesse provato le forze d'amore, e come le avesse tenerissima
compassione; ma seppe vincer sè stessa, e le disse:
— Figliuola, non dire che io non ho compassione di te: ma la
disubbidienza al padre è troppo gran colpa.