La duchessa, da quel momento che scoprì l'amore di Guglielmo per la

Bice, non cessava mai di spiare ogni andamento di lui, e per questo

effetto misegli a' panni un suo fidato familiare, che nol perdeva mai

d'occhio, e che riferivale punto per punto ogni atto e detto di lui; nè

Guglielmo si accorse mai di avere questo osservatore de' suoi fatti,

tanto accortamente faceva egli il suo ufficio. Solo quella sera che

parlò con la Bice, all'uscire del giardino, gli parve di vedere uno

rincantucciato là da un uscio, e ne prese qualche ombra; ma non ci si

fermò tanto o quanto, nè più poi pensò a nulla. La duchessa sapeva per

conseguenza, non solo il colloquio de' due amanti, ma sapeva altresì

che Cecco ne aveva lastricata la via a Guglielmo; e però, quando sulla

Piazza di S. Croce il duca volea rampognare l'Ascolano per le parole

dette a conto della scomunica, ella s'interpose dicendo che lo avrebbe

garrito lei, avendone altra cagione. E difatto il giorno di poi fe'

significare a Cecco che tosto le comparisse davanti; il quale venuto,

senza tanti preamboli, accigliatamente uscì in queste parole:

— Valente scienziato che tu se', quando la scienza ti condusse a fare

il mezzano d'amori! Dimmi, non avevi promesso a me che ti ingegneresti

di frastornare l'amor di Guglielmo con quella tale de' Cavalcanti?

Cecco si turbò forte in cuor suo di tali parole; ma, come colui a cui

non mancavano mai ripieghi, senza mostrar nulla di fuori, rispose:

— Mia signora, lo promisi, è vero; ed è vero che io additai al

cavaliere come potesse vedere la sua donna: ma l'una cosa non è

all'altra contraria.

— Ti faresti tu scherno di me? disse con signorile atto la duchessa.

— No, madama: l'effetto sarà quale voi desiderate. Procedendo così,

io attengo la promessa fatta alla vostra signorìa, e vendico me.

Sappiate, madama, che maestro Dino del Garbo è mio fierissimo nemico,

e mio nemico è parimenti il padre della donna amata da Guglielmo. Ora

questo Dino si era proferto a Guglielmo di rendergli benigno il padre

di essa, che è fieramente avverso a questo amore; ed io, trovando modo

di fare che Guglielmo vegga la Bice nel suo giardino, ho in qualche

maniera fatto onta al padre di lei, mio nemico; ed ho chiuso la via a

Dino di poterlo abbonire. E la cosa è a termine, e la furia di messer

Geri Cavalcanti contro la figliuola è così ardente, che io penso di non

aver mai servito sì efficacemente verun signore, quanto ho servito voi,

madama, in questa bisogna. Resta solo che per la parte vostra operiate

sull'animo del vostro Guglielmo.

La duchessa mostrò di acquetarsi a questo mendicato ripiego di maestro

Cecco; ma ben si accorse che il fatto dovea stare altrimenti. Come poi

era rimasta punta da quel _vostro Guglielmo_, così disse a Cecco, con

amaro ghigno:

— Maestro, ben dicevi, _vostro Guglielmo_. Quel cavaliere è a me

troppo caro; di nobilissima prosapia, e leggiadro e prode quanto altro

cavaliere che sia, quando venne alla mia corte fummi strettamente

raccomandato dalla madre di lui, a cui promisi che gli avrei fatto io

come da madre: ed ora mi sa male il vederlo mescolato in così bassi e

volgari amori.

— Codesto avevo udito dire, e per codesto appunto ho detto _vostro

Guglielmo_; il quale certo — aggiunse con tono di piacevole cortesía

— ha molto e molto guadagnato nel cambiar madre; e di una madre così

nobile, così gentile, così giovane, e maravigliosamente bella come la

vostra signoría, ne sarà invidiato da ogni cavaliere di Provenza e di

Francia.

La duchessa comprese la finissima ironía di quella apparente lode; ma

la dissimulò, premendosela nel cuore. Anzi con modo umano e piacevole

disse a Cecco:

— Ma ora, bel maestro, ti ho da fare acerba rampogna anche a nome del

duca, perchè là in piazza S. Croce, mentre il legato del papa leggeva

la scomunica, tu dicesti parole di dispregio alla chiesa, e ne avesti

briga con un frate minore.

— Madonna, parole di dispregio alla chiesa? Così Dio mi ajuti,

come io mai non le dissi. Dissi bene che le parole del legato non

sarebbero sufficienti a disfare Castruccio, se non ci mette le mani

il potentissimo e valorosissimo duca mio signore; nè questo parmi un

dispregio alla chiesa. E che sia vero quel ch'io dico, monsignor lo

duca e questi fiorentini si apparecchiano potentemente di armi e di

gente per far guerra a Castruccio; a cui quelle parole del legato non

hanno torto nemmeno un capello. Del rimanente, come io sento diritto

nella fede cattolica ciascuno può vederlo nel mio poema dell'_Acerba_,

più sacro senza fallo della _Commedia_ di questo Dante, massimamente

nelle parole colle quali gli do fine.

— Basti ch'io te l'ho detto; poi acconciatevi come volete tra

voialtri scenziati, e azzuffatevi quanto vi è in grado, chè io non vo'

brigarmene. Oggi è giorno di festa e di letizia, e non vo' parlare di

cosa che non sia tutta lieta; anzi tu devi, chè il puoi, rendere anche

più bella la festa con uno de' prodigj dell'arte magica, per la quale

vai così famoso appresso la gente.

— Madama, questa non è virtù mia. Florone è quello che opera in me:

se ad esso piacerà ch'io vi serva, ed io il farò di gran cuore.[22] Vi

piace altro, madama?

— A Dio ti accomando.

CAPITOLO XII.

IL CONVITO.

Quel giorno vi era proprio festa in palagio, e tale ne era la cagione.

Le donne fiorentine usavano già, per dirlo con le parole del Villani

«un loro speciale e disonesto ornamento di trecce grosse di seta gialla

e bianca, le quali portavano in luogo di trecce di capelli dinanzi

al viso; il quale ornamento, che spiaceva a' fiorentini, perchè era

disonesto e contrario a natura, avevano tolto alle donne, e fatti

capitoli intorno a ciò, e altri disordinati ornamenti.» Ora esse donne

fiorentine mossero preghiera alla duchessa, la quale faceva loro spesso

conviti splendidi e gran feste in compagnía di quei signori francesi,

che quell'ornamento delle trecce si rendesse loro, e il duca ai prieghi

di lei lo concedè; il perchè la duchessa, per festeggiare quel giorno,

volle far gran convito, dove tutte dovevano comparire con quelle

trecce sopradette, ed ella altresì. Doveva esservi ancora il fiore

de' cavalieri provenzali e francesi del regno, venuti qua col duca di

Calabria, e sino dalla mattina ciascuno di essi era tutto occupato del

come porgersi più leggiadro e più adorno, per avere il pregio della

cortesía in quella giornata, che la regina della festa soleva dare,

e consisteva in una sciarpia di seta coi colori angioíni, vagamente

trapunta dalle mani stesse della duchessa.

Il convito fu veramente suntuoso; e porta il pregio che ne facciamo una

minuta descrizione per saggio della magnificenza e delle usanze di quei

tempi.

In capo della sala, e dai due lati, le mura furono coperte di finissimi

drappi d'oro o di seta dal tetto infino al solajo; nel mezzo, di dietro

alla sedia dove doveva stare il duca, fu una ricchissima pezza di

sciámito vermiglio, che teneva dal solajo al colmo del tetto, e poi

rivoltata sopra la sedia, più d'una canna; che fu nobilissima cosa e

del più fine colore che mai si vide. Tutto il rimanente della sala era

coperta di finissimi e grandi capoletti, o come or si direbbe arazzi,

con nuove e diverse storie; e così pancali, e tappeti sotto i piedi. Le

tavole furono coperte di finissime tovaglie, con ricchi vasellamenti

d'oro e d'argento. Vi furono nove vivande triplicate, che furono

ventisette, di tante diversità, che a descriverle sarebbe lunga opera;

basta che vi fu ogni cosa che si può pensare fosse cara e preziosa: e

servirono a tavola ventiquattro scudieri, ciascuno vestito della divisa

angioína, di panno cupo partito vermiglio.

In sul dar l'acqua alle mani, eccoti entrar nella sala maestro Cecco,

al qual fu fatta meravigliosa festa; e la duchessa, tutta lieta in

volto, gli disse:

— Maestro, che novelle del tuo Florone?

— Buone, madama: egli è oggi tutto mio. Ma innanzi tratto vorrei che

messer lo duca comandasse a qualcuno de' suoi prodi cavalieri che venga

in mio soccorso contro i suoi e miei nemici.

E il duca, a' prieghi della duchessa, comandò a quattro nobili

cavalieri che andassero con maestro Cecco, il quale gli condusse seco:

e parve loro di andare sulla piazza di S. Croce; e il popolo fiorentino

esservi tutto in arme gridando _muoja muoja_ contro Cecco, e contro la

signoría del duca: fanti e cavalli venire sotto il comando dei quattro

cavalieri, e la battaglia tosto cominciare e il popolo fiorentino dopo

lunga tenzone essere sconfitto, ed i cavalieri correr la terra in nome

del duca; e il giorno appresso pigliare essi la signoría, e crear nuovo

gonfaloniere e nuovi priori, riformando la terra a loro senno. E quando

la impresa fu compiuta, disse Cecco a' quattro cavalieri:

— Signori, fia buono tornare al palagio, dove il duca e la duchessa ci

aspettano al convito delle donne fiorentine.

— Maestro, disse l'uno de' cavalieri, voi vi gabbate di noi. Il convito

fu bene l'altrieri, e noi rimanemmo a denti asciutti, per obbedire

al comando del duca, e venire a combattere. Ora resta solo che sia

ragguagliato il duca della nostra impresa.

E tra questi ed altri ragionamenti erano già ritornati nella sala, dove

trovarono tutti i cavalieri e tutte le dame, che si davano l'acqua alle

mani, appunto come gli avevano lasciati. E tutto ciò era stato per arte

magica.[23]

I quattro cavalieri trasognarono, nè potevan rinvenire dalla

maraviglia: il duca e le dame gli fecero più volte raccontare la

novella, e ne fu fatta maravigliosa allegrezza, e lietamente si

assettarono a tavola. Dopo le tre vivande, delle nove sopraddette,

venne per inframezzo un castello molto grande, dove furono selvaggine,

solamente di bestie, un gran cervo che pareva vivo ed era cotto, un

cinghiale, capriuoli, lepri, che tutti parean vivi, ed eran cotti.

Fu recato e guidato dagli scudieri, ed accompagnato da cavalieri con

istrumenti di diverse maniere, e il rumore degli strumenti, e il

rallegrarsi della gente ne andavano al cielo. Alla quarta vivanda

entrarono nella sala valletti del comune di Firenze, e l'uno dei

cavalieri disse al duca: «Messere, egli è giù un destriere bianco,

bellissimo e nobilissimo, ed ecco due anella e un nappo coperchiato col

suo piede. Messer lo gonfaloniere di Firenze e i priori, vi supplicano

che vi piaccia di prendere queste cose».

E il duca prese l'anello, che fu un grosso zaffiro e un grosso topazio,

e miseselo in dito; e prese il nappo; e comandò che fosse preso il

destriero. Venne appresso la quinta vivanda, e dopo questa fu recata

da quattro uomini una fontana, che nel mezzo avea una torricella,

sopra cui era una colonna che gettava da cinque parti vino, vernaccia,

greco, vino renese[24], ed altri vini finissimi. Sulla sponda della

fontana eranvi pavoni cotti che parevan vivi, con la coda a padiglione;

fagiani, pernici, e altre selvaggine. E anche questo accompagnato da

canti e da suoni. Dopo la sesta e settima vivanda vennero nella sala

sei grandi destrieri, a uno a uno, montati da sei cavalieri armati;

il primo, armato leggermente aveva in mano una bandiera con l'arme

del popolo fiorentino, e come furono nella sala, tutti cominciarono

a ferire un torneamento, ed ebbe il pregio un cavaliere che aveva

un'insegna coll'aquila del re Roberto. Questi cavalli erano congegnati

in questo modo: sei uomini portavano una macchina leggerissima con

forma di cavallo, ed erano covertati fino a terra, che non si vedea

che fossero uomini; e sopra a que' cavalli erano vere selle, e veri

uomini armati di tutte armi. Compiuta l'ottava vivanda vennero sei

schermidori, vestiti ad una assisa; e dinanzi al duca e alla duchessa

cominciarono una fiera ed aspra zuffa, che a' suoni dei diversi e

spessi colpi pareano più di trenta uomini che combattessero. Per

inframezzo della nona vivanda fu udito un cantare di uomini e di donne,

ma non veduti, con voci di soavissima dolcezza, che rendevano muta

tutta quanta la sala, venuta quasi fuori di sè per la soave melodía.

Qui entrò nella sala un bellissimo giovane, biondo e di aspetto

gentile, vestito alla foggia dei menestrelli, che, fatte alcune

ricercate sopra il liuto, inchinatosi al duca ed alla duchessa, e

salutate cortesemente le dame e i cavalieri, con lieta e chiara voce

incominciò a cantare:

»Prodezza e cortesía

»Non perdon mai balía,

Tu sei, mia dolce terra,

Stretta da cruda guerra;

Ma un prode cavaliero

Cinge spada e brocchiero,

E te, Fiorenza mia,

Ritorna in signoría.

Il fiero capitano

Ti corse il colle e il piano;

Ma vinto fia da lui

Egli e' seguaci sui.

Prodezza e cortesía,

Non perdon mai balía.

Di lui ne andranno alteri

Le donne e i cavalieri:

Per lui la Chiesa santa

Fiorisce, e osanna canta;

E tu, Fiorenza mia,

Riprendi signoría.

Castruccio e i Ghibellini

Dentro da' lor confini

Con onta e con dispetto

Cercheranno ricetto.

Prodezza e cortesía

Non perdon mai balía.

Carlo, glorioso sire,

Darà lor gran martire,

Finchè gli abbia distrutti,

Ed al niente condutti,

E te, Fiorenza mia,

Rimessa in signoría,

Or voi, donne e signori,

Ciascun l'ami e l'onori;

Salute è di Fiorenza;

Chè, certa è la sentenza:

»Prodezza e cortesía

»Non perdon mai balía.

Finito il canto, la sala risonò tutta di lieti evviva al signore ed

alla duchessa, e di lodi al gentile cantore, a cui fu donata da Carlo

ricchissima veste.

Levata finalmente la nona vivanda, vennero frutte di diverse maniere;

ed in sulla tavola del duca e della duchessa furono portati due alberi,

l'uno che pareva tutto d'argento, con mele, pere, fichi, pesche, e

uve d'oro; l'altro tutto verde a modo d'alloro con altri frutti d'ogni

colore: e quei frutti erano tutti finissimi confetti. Stando le frutte

ancor sulla tavola, venne il maestro cuoco del duca con una brigata

di suoi compagni cogli strumenti innanzi, con moccoletti artificiali,

e con sonagli, ed entrarono danzando allegrissimamente per la sala;

e così, intorniate le tavole tre o quattro volte, si partirono; e

ciascuno si levò da sedere.

Non vi fu dama o cavaliere che non rimanesse stupefatto da tanto

splendida magnificenza; e tutti si apparecchiavano ad andarsene; quando

maestro Cecco, fatti suoi incantamenti, la sala tramutò in vaghissimo

giardino con fontane, pergolati, e fiori vivi di ogni maniera; e non

solo ciascuno dei comitati presentò di un mazzo odorosissimo; ma,

fattosi alla finestra, alla plebe affollata dinanzi al palagio gittò

e fiori e confetti abbondantissimamente, per la qual cosa le risa, le

grida e gli applausi empivano mezza Firenze. Il pregio della cortesía

fu dato quel giorno a messer Guglielmo d'Artese, a cui la duchessa di

propria mano volle cinger la ciarpa.

Ma i lettori penseranno dentro di sè: «O che questo scrittore ci ha

preso per isbalorditi affatto, dandoci per vere sì strane cose, e vuol

farsi beffe di noi; o che egli è un gran semplicione egli stesso.» Nè

l'una cosa nè l'altra, o lettrici e lettori miei. Nella descrizione

del convito non ci ha nulla di esagerato nè d'inventato: se ne trovano

in quel secolo delle descrizioni anche più maravigliose di questa;

e ciascuno le può vedere. Circa alle magíe di Cecco, io ne ho recata

qualcuna, perchè, siano strane quanto si vogliono, mostrano intorno ad

esso il tradizionale e comun concetto della magía.

È tradizione popolare che Cecco da giovane andasse in Calabria, e che

in una ostería alcuni pastori lo invitassero a cercar di un tesoro;

che, arrivati a una profonda cisterna e secca, ve lo calarono, ed

egli vi trovò un bigonciuolo d'oro: i pastori, tirato su l'oro, vi

lasciarono Cecco, il quale, rimasto solo, vedendo un libro ai suoi

piedi, lo ricolse, l'aprì, e ad un tratto un diluvio di spiriti gli

furono attorno con queste parole: COMANDA, COMANDA. Volle tornare

all'ostería, e vi fu in un attimo; poi viaggiò mezzo mondo, e per

tutto faceva meraviglie. Queste magíe recate da me, ed altre che ne

recherò, mostrano solo che nella credenza del popolo era che Cecco

fosse mago; anzi è tuttavía creduto appresso il volgo fiorentino; ed

uno dei tanti codici laurenziani, assicurati nei banchi con catene, si

dice che fosse incatenato così per essere appunto quel libro diabolico

di Cecco Diascolo, che il popolo chiama _libro del comando_. E laggiù

sui confini dell'Abruzzo da Teramo vi è un ponte, che si dice costruito

da Cecco, e chiamasi il _ponte del Diavolo_, perchè si tenea fatto in

una notte: il quale non molti anni addietro fu murato per impedire il

passaggio dei viandanti, dacchè fra il volgo era comune credenza, che

ogni anno il diavolo voleva per sè un'anima tra coloro che quel ponte

valicavano. A mia scusa maggiore dirò altresì che molte cose veggiamo

fare ai nostri giorni dai prestigiatori, anche di più meraviglia che

alcune di quelle operate da Cecco, il quale, scienziato come era,

poteva bene aver l'arte che questi hanno: la moltiplicazione dei fiori,

per esempio, che già abbiamo veduto; e il mostrar la propria testa

recisa dal busto, come vedremo più qua, son cose, le quali si veggono

alla giornata, nè più ci fanno veruna maraviglia. Queste poche parole

credo che bastino a mia giustificazione; e come la digressione è stata

già assai lunga, così ritorno senz'altro al filo del racconto.

CAPITOLO XIII.

ACCORTEZZA FEMMINILE.

Finita la festa, la duchessa riprese i suoi pensieri di vendetta

contro Cecco e di gelosía contro la Bice; e il duca, che anche

durante la festa era stato sopra pensiero, cercò di affrettare con

ogni sua forza gli apparecchj di guerra, perchè Castruccio si faceva

sempre più minaccioso, e teneva in gran pensiero così lui come tutta

Firenze. Prima cosa si pensò di riedificare ed afforzare il castello

di Signa, preso pochi mesi innanzi da Castruccio, il quale, in onta

dei fiorentini, vi fece battere certe monete piccole, con l'impronta

dell'imperatore, che volle si chiamassero Castruccini. Ma poi, non

parendogli agevole nè troppo sicuro il tenere quel castello così

vicino a Firenze, fu da esso abbandonato, dopo averlo fatto ardere e

tagliare il ponte sull'Arno. Ed ora i fiorentini, a spese del comune,

lo murarono di belle mura e alte, con belle torri e forti, e fu fatto

certa immunità e grazia a qualunque terrazzano vi rifacesse delle case.

Dalla sua parte il duca mandò significando alle amistà, che vuol dire

ai comuni alleati con lui, che spedissero ciascuna il loro soccorso: e

ben tosto i Senesi mandarono trecentocinquanta cavalieri, i Bolognesi

dugento, gli Orbetani cento, i signori Manfredi di Faenza cento, e il

conte Ugo ci venne in persona con trecento fanti; e si fè la cerna

dei pedoni per il contado fiorentino. Trattò parimente con Spinetta

marchese Malaspina che entrasse nelle sue terre di Lunigiana, per

guerreggiare da quella parte Castruccio, e soldò per esso in Lombardía

trecento cavalieri: e il legato gliene diè dugento di quelli della

chiesa. Insomma fu grande apparecchiamento: e tanto il duca quanto i

fiorentini ne stavano a buona speranza, che avrebbero vinto e disfatto

Castruccio con tutta la sua gente.

La duchessa intanto, come ho accennato nel principio di questo

capitolo, pensava il modo di colorire i suoi fieri disegni contro la

Bice; e questi apparecchj gliene diedero propizia occasione. Guglielmo

era prode cavaliere, e molto savio di guerra; è necessario allontanarlo

da Firenze, e mandarlo a combattere per il suo signore: nè indugiò

un momento a correre dal duca per ottenere da lui che a Guglielmo

fosse data nobile parte nella prossima impresa di guerra; a che il

duca consentì tosto, disegnando di farlo guidatore della schiera

de' feditori, che si chiamavano così, perchè erano quelli che prima

ingaggiavano la pugna.

Paga pertanto la duchessa, volle da se stessa annunziar la cosa a

Guglielmo, per iscrutare anche qual effetto facesse tal cosa sull'animo

di lui; e fattoselo venire alla presenza, gli disse:

— Lieta novella, bel cavaliere: il duca mio signore e vostro,

conosciuta la lealtà e la prodezza vostra, vi dà la più onorevole prova

di estimazione e d'affetto che cavaliere possa sperare. Aspetta grande

ajuto da voi nella guerra che domani si intimerà; e vi fa guidatore

della schiera de' feditori.

Guglielmo a queste parole rimase come percosso da fulmine; ma, celando

quanto poteva il suo turbamento:

— Madonna, rispose, grande è l'onore che il mio signore vuol farmi; e

mi studierò di non mostrarmene indegno. Ma quanti non ha egli tra' suoi

cavalieri più savj e più prodi di me? Che diranno essi, vedendosi a me

posposti? Fate madama...

— Cavaliere, tanto è riconosciuta appresso ciascuno la prodezza e la

saviezza vostra, che invidia non può averci luogo. Ben mi pare essere

soverchia la modestia vostra, e pajonmi strane certe vostre parole, che

accennano come a mala contentezza di tale impresa. Viltà di cuore non

può essere; chè ne' vostri pari, ed in voi specialmente, non cade: vuol

essere dunque alcun'altra cagione; e forse la indovino. So dell'amor

vostro.... Ma ricordatevi dei compagni di Ulisse.

— Madama, all'onore non ho fallito, nè fallirò mai per veruna cagione;

ma per questa meno che per qual'altra si voglia. La mia donna stessa

sarebbe la prima a garrirmene, e a disamarmi.

— La vostra donna!.... Guglielmo, non so chi la vostra donna sia; so

solo essere una di queste fiorentine, niuna delle quali certamente

non è degna di voi. Voi prode in arme; voi della più gentile stirpe di

Provenza; voi bello della persona, e di bellissima maniera; a voi si

conviene donna che pareggi i vostri pregj infiniti. Anche una regina di

corona si onorerebbe di essere la donna del vostro cuore.

E la duchessa diceva queste parole con tale accento, con occhi così

scintillanti, che Guglielmo vide doversi spengere tosto il nascente

fuoco, e disse risolutamente:

— Madama, la donna del mio cuore è a me più che regina di corona; a lei

mi sono donato, e tutto, fuor che l'onore, terrò per da meno nel mondo.

La duchessa si morse le labbra dell'essersi troppo lasciata andare nel

discorso, e rimase punta fieramente da queste parole; e secca secca

accomiatò Guglielmo così:

— A Dio v'accomando, cavaliere: domani moverete con la vostra schiera.

Ricordatevi che molto si spera dalla vostra prodezza e dalla vostra

saviezza.

— Potrà fallirmi la fortuna; ma il buon volere e la lealtà non mai.

E fatta riverenza, uscì.

Maria, come prima fu uscito Guglielmo, diede sfogo alla sua gelosa

rabbia:

— Ah, disleale e villan cavaliere! Ed io sono stata sul punto di

palesargli il secreto del mio cuore!.... o forse egli lo ha già

compreso, e me dispregia così.... Maria di Valois posposta a una

vile mercantessa italiana!.... _La donna del mio cuore è a me più

che regina!_ No, no, non godrai, villan cavaliere, del tuo malnato

amore. Forse egli già s'incammina da questa _più che regina_ per darle

l'addio....

Qui fece un atto di violenta impazienza, e chiamato a sè colui che avea

deputato a spiare tutti gli andamenti di Guglielmo, gli disse:

— Siedi, e scrivi:

E sedutosi, la duchessa gli dettò:

«Messer Geri,

«In questo punto medesimo entra in casa vostra il cavaliere provenzale

che donnea con la vostra figliuola. Provvedete all'onore dei

Cavalcanti.

_«Un amico vostro»._

E piegatala, e fatto il recapito, aggiunse:

— Fa che tu non perda mai d'occhio Guglielmo; e se vedi che egli entri

nelle case de' Cavalcanti; e tu trova tosto modo che questo foglio sia

dato nelle proprie mani di messer Geri. Va.

E da capo ritornò nelle smanie.

Cecco d'Ascoli: racconto storico del secolo XIV · 第 5 / 26 段