In ciascuno di questi torrioni, dalla parte della campagna, erano

quattro scudi di pietra, in uno dei quali lo stemma del comune di

Firenze, nell'altro quello della parte guelfa, donata alla repubblica

da papa Clemente IV, e questo è un drago verde in campo bianco, a cui

poi aggiunsero un giglietto rosso sul capo dell'Aquila[18]; sugli altri

due vi era scolpita l'arme del popolo, una croce rossa in campo bianco;

e nell'ultimo lo stemma del re Roberto. Nè questi soli torrioni si

vedevano nella cerchia; ma altre torri vi erano di tratto in tratto;

forti e merlate, tra le quali era maravigliosa una tra porta a Pinti e

porta alla Croce, che era detta la Torre del Massajo, celebrata anche

da Giovanni Villani. Compiuta che fu dalla nobile cavalcata tutta

quanta la cerchia; volle il Duca salire un poco sopra le colline dalla

parte di Fiesole; ma fu supplicato di accettare prima una colazione

fattagli preparare da messer lo gonfaloniere e dai signori alla Badía

fiesolana, a che il duca benignamente assentì. Il convito fu degno

di chi lo dava e di chi l'accettava; e tutti quei signori francesi

rimasero ben edificati non meno della cortesia fiorentina che delle

maraviglie di quel monastero, il quale fu già l'antica cattedrale di

Fiesole, e che è insigne per tanti santi da cui fu governata, e per

tanti monumenti dell'arte.

Preso commiato da quei monaci, il Duca lasciò loro, partendo, un

magnifico donativo; e poi con tutta la compagnia salirono su in alto

del colle, da dove si scorge tutta quanta la città; nè può descriversi

lo stupore di tutti al vedere quella selva sterminata di palagj e di

torri; e mentre tutti erano silenziosi, Cecco fatidicamente esclamò:

« — Firenze, sei bella e grande; e bene, parlando di te, cantò maestro

Dante là dove disse che il tuo Uccellatojo aveva vinto Montemario; e

bene profetizzò, che, sì come è stato vinto nel montar su, così sarà

vinto nel calo; dacchè per molto e molto tempo sarai lacerata dalle

maledette parti; sarai poi soggiogata alla tirannía: sarai conculcata e

vilipesa dagli stranieri, e ne perderai molto del tuo splendore; sarai

invidiata e derisa da altri snaturati figliuoli d'Italia; e questo

ti verrà in pena del tuo fallire, e dell'odio che hai già mostrato, e

che mostrerai ancor più contro i propugnatori della scienza, e della

verità, per saziare la feroce rabbia dei falsi sacerdoti.[19] Ma veggo

nel corso dei secoli che tu ripiglierai la presente e molto maggiore

grandezza, quando la scienza avrà vinto la superstizione, quando la

verità avrà illuminato il mondo, e tu avrai fatto ammenda di ogni tuo

fallo, accogliendo e propagando prima fra le città italiche queste due

faci dell'umana perfezione.»

Di questa apostrofe improvvisa di Cecco rimasero tutti meravigliati,

e molti gli furono attorno, domandando con molta instanza che gli

chiarisse di alcune parti di questa sua predizione. Ma egli, che

era stato fino allora come assorto in estasi, e che ai prieghi e

alle istanze di quei signori erasi come desto dal sonno, mostravasi

smemorato, e in tutto nuovo alle parole che gli dicevano, accertandogli

che non sapeva di che profezia parlassero, e che non ricordava di avere

detto nulla a proposito di Firenze. Essi un poco il credettero, e un

poco pensarono che Cecco volesse farsi beffe di loro: e si diedero

ad ammirare le circostanti colline, nè si saziavano di celebrarne

l'amenità e la vaghezza; dopo di che la nobile comitiva s'avviò

verso Firenze, tutti, e forse più di tutti il duca e la duchessa,

satisfattissimi di questa lieta giornata. Non creda ora il lettore

che quello che io ho detto di Firenze e dei suoi contorni sia un

abbellimento oratorio, come la profezia di Cecco. Le memorie antiche

ci rappresentano Firenze quale io la descrivo, e la stessa apostrofe di

Dante:

Non era vinto ancor Montemalo

Dal vostro Uccellatojo....

mostra aperto quale dovea esser Firenze in quanto a palagj e a

monumenti, se, veduta dall'Uccellatojo, che è il punto dove prima

scorge Firenze chi viene da Bologna, faceva più bella mostra che Roma

veduta da Montemario. E che i contorni siano stati sempre amenissimi,

e popolati di case e di nobili edifizj, ce lo attesta il Villani là

dove dice: «Intorno alla città sei miglia avea più di abitúri ricchi

e nobili, che riunendoli insieme, due Firenze avrien fatte»; ribadito

dall'Ariosto due secoli dopo con questi versi:

Se dentro a un mur, sotto un medesmo nome

Fosser raccolte tue bellezze sparte,

Non ti sarian ad agguagliar due Rome.

Qual poi fosse la ricchezza e l'industria di Firenze circa que' tempi

si raccoglie da un documento di pochi anni posteriore, registrato dal

Pagnini nella _Decima_, dove si legge che vi erano 280 botteghe di arte

di lana dentro la città, 83 botteghe d'arte di seta, magnifiche e di

gran pregio, che facevano drappi di seta, e broccati d'oro e d'argento,

e dammaschi e velluti e rasi; e queste botteghe aveano la seta dalle

galeazze medesime fiorentine, senza aver bisogno di capitare alle mani

de' veneziani e de' genovesi; aveva 33 banchi grossi che cambiavano e

facevano mercanzia per levante, per ponente, per Bruggia, per Londra,

per tutto il mondo.[20]

Ma io mi accorgo, e non vorrei che il lettore avesse a dire: _te ne sei

accorto un po' tardi_, che l'affezione alla mia città mi porta un poco

lontano dal proposito; e senza indugio ripiglio il filo del racconto.

CAPITOLO IX.

LA SCOMUNICA.

Castruccio dal canto suo non rimaneva punto d'infestare i fiorentini,

anzi imbaldanziva sempre più, essendosi unito a lui contro Firenze

il vescovo d'Arezzo; ambedue i quali, benchè avessero promesso al

legato del papa di venire agli accordi, tenevanlo in parole. Laonde

bisognò cominciare a pensare di opporsi loro con le armi; al quale

effetto il Duca, affine di apparecchiarsi alla guerra, di sua propria

autorità mise un'imposta di 60 mila fiorini d'oro a tutti i cittadini

potenti, la quale bisognò pagare su due piedi. Il legato dall'altra

parte cercava d'indebolire Castruccio e il vescovo Tarlati con le armi

spirituali; e il dì 30 di agosto, con grande solennità, pubblicò aspri

processi contro Castruccio e contro il vescovo, minacciando che fra

due giorni avrebbe solennemente scomunicato ambidue nella piazza di

Santa Croce, come fece veramente. A tal solenne cerimonia volle essere

il duca con la duchessa e tutta sua gente; vi furono anche infiniti e

fiorentini e forestieri.

E come tanto se ne era parlato i giorni innanzi, così anche la Bice

si raccomandò a suo padre che ve la conducesse, mostrandosi vaga di

vedere il legato del papa e il duca con tutta la sua corte; ma in cuore

pensando solo al suo Guglielmo, il quale aveala sollecitata celatamente

che facesse di esservi, e che egli pur vi sarebbe così e così. Nè

quel buon vecchio di Geri le volle questa volta disdire, avendo caro

anch'egli di veder quella cerimonia, dove si fulminava il più acerbo

nemico del nome fiorentino; e non pensando nemmen per sogno che col

duca fosse venuto in Firenze Guglielmo: e di fatto ve la condusse.

Geri con la figliuola erano in un punto della piazza non molto lontano

da dove era il duca con la duchessa, e dove per conseguenza era anche

Guglielmo.

Assettatosi il duca e la duchessa con tutta la corte nel luogo loro

assegnato, cominciò senza indugio la cerimonia, che qui non è fuor di

proposito il descrivere. Nel mezzo della piazza era stato rizzato un

altare posticcio, dinanzi a cui sul faldistorio sedeva il legato del

papa, parato di ammitto, stola, piviale violetto e mitra semplice,

assistito da dodici preti con le pellicce, tutti, anche il legato,

con candele accese in mano; e quivi pronunziò la scomunica contro

Castruccio in questa forma:

«Perchè Castruccio degli Antelminelli, istigato dal diavolo, non dubita

di perseguitare santa Chiesa e la parte guelfa, disertare i beni di

lei, e violentemente opprimere i poverelli di Cristo; per questo,

solleciti noi, che per la nostra pastoral negligenza non ruini quello,

di che siamo tenuti a rendere stretto conto nel tremendo giudizio

finale, secondo la terribile minaccia di Dio stesso, là dove dice: _Se

non denunzierai all'empio la sua empietà, ricercherò da te il sangue

di lui_; lo ammonimmo la prima, la seconda, la terza e la quarta

fiata, per convincere la sua malizia, e richiamarlo all'emenda, alla

satisfazione ed alla penitenza, con riprensioni paternamente amorevoli.

Egli nondimeno, lo sciagurato!, dispregiando le salutari ammonizioni

della chiesa di Dio, cui tanto offese, enfiato dallo spirito di

superbia, è ritroso contro di lei. Ci informano pertanto i precetti

divini e apostolici, come sono da trattare siffatti prevaricatori,

posciachè il Signore dice: _Se la tua mano o il tuo piede ti

scandalizza; e tu lo taglia e lo getta via_. E l'Apostolo dice:

_Cacciate il tristo di tra voi_. E Giovanni, il discepolo prediletto

di Cristo, ci vieta fino di salutare tal uomo nefario, dicendo:

_Nol ricevete in casa, nè gli dite buon giorno; perchè chi il saluta

comunica con le sue triste opere_.

«Adempiendo per tanto i precetti divini ed apostolici, questo membro

putrefatto ed insanabile, che più non patisce medicina, amputiamolo

col ferro della scomunica dal corpo della Chiesa, acciocchè da tanto

pestifero morbo non siano contaminate le altre membra di esso. Laonde,

perchè dispregia le ammonizioni nostre, e le spesse esortazioni;

perchè, invitato tre volte all'emenda e alla penitenza, non si diè

cura di venire; perchè non riconobbe il peccato suo, nè lo confessò,

nè mise innanzi veruna scusa per suoi messi, nè chiese perdonanza; ma,

indurandogli il cuore il diavolo, sta pertinace nella malizia sua,

per ciò, per giudizio di Dio onnipotente, del Padre, del Figliuolo

e dello Spirito Santo, e del beato Pietro principe degli apostoli,

e di tutti i santi; come altresì per l'autorità della mediocrità

nostra, e della nostra podestà di legare e di sciogliere in cielo ed

in terra, concedutaci da Dio stesso; Castruccio Antelminelli separiamo

dalla percezione del sacro corpo e sangue di nostro Signore, e dalla

compagnia di tutti i cristiani, e lo discacciamo dalle porte della

santa madre Chiesa, così in cielo come in terra, e lui decretiamo

essere scomunicato ed anatemizzato; lo priviamo di ogni sua dignità,

e che ogni uomo lui e sua gente possa offendere in avere e in persona

senza peccato; e lo condanniamo al fuoco eterno col diavolo e con gli

angeli suoi, finchè ritorni al cuor suo, e si liberi di esso diavolo,

facendo penitenza, e satisfacendo alla Chiesa di Dio, di cui tanto

fece strazio, dandolo in podestà di Satana fino alla morte del corpo,

acciocchè lo spirito di lui si salvi al dì del giudizio.»

E qui tutti i preti risposero:

— Sì, sì, sì.

Dopo ciò il legato ed i preti gettarono a terra le candele accese che

avevano in mano, e così finì il rito; che si ripetè con poco divario,

per la qualità diversa della persona, contro il vescovo d'Arezzo, il

qual fu privato dello spirituale e del temporale.

Il legato del papa, la solennità della cerimonia, il tono enfatico col

quale fu letto l'atto di scomunica, il bisbigliare e l'applaudire della

gente, nulla non fu udito dalla Bice, che gli occhi e il pensiero aveva

sempre a Guglielmo; e poco più vide e udì Guglielmo per la cagione

medesima.

La duchessa ben si accorse di tutto, e celando la gelosia, meditava

vendetta.

Geri vedeva la Bice stare come smemorata, ed a tutt'altro badare che

alla festa; e continuamente volger gli occhi verso la corte, nè sapea

che pensare; se non quando gli balenò il dubbio di quel che era; e

subito fatta alzare la Bice, la ricondusse a casa senza risponder verbo

alle dolci parole che quella povera figliuola gli andava dicendo.

Mentre il legato leggeva enfaticamente il solenne atto di scomunica,

accadde cosa che va qui ricordata, perchè si rannoda in gran maniera

coll'ultimo sventurato fine di Cecco. Questi era nel mezzo alla

piazza in un capannello di suoi discepoli, e quando il legato arrivò

a quel punto dove si diceva che il papa privava Castruccio di ogni sua

dignità, e dava balía a ogni uomo di offenderlo senza peccato, non potè

fare ch'ei non mostrasse di ridersene, e non esclamasse con tanto o

quanto scherno:

— Ben altro ci vuole a privar Castruccio che quattro parole d'un

prete: sarebbe ben capace Castruccio di privare il papa di tutte le sue

dignità.

E coloro che facevangli corona non poterono non ridere alle parole

di lui. Vicino ad essi per altro stava un frate minore, che udì bene

quelle parole; e come colui che ben conosceva Cecco, gli disse, acceso

di santo zelo:

— Maestro, codeste sono parole da eretici; chè ponete in dubbio la

efficacia delle scomunicazioni papali.

— Eh, messer lo frate, non pongo nulla in dubbio io; il fatto parla

da sè. Credete voi che, pronunciate con tanta solennità quelle parole,

Castruccio abbia perduta ogni sua dignità? Credete che sia cosa agevole

a chicchessía il potere offenderlo in avere e in persona? Provatevi un

po' voi, messere, ad andare ad offenderlo; e vedrete a che giovano le

parole di quella scomunica.

Il frate, che non era gran loico, non seppe che rispondere agli

argomenti di Cecco; e però si stizzì maggiormente contro di lui, e

tutto iroso gli disse:

— Cane paterino! codeste parole sono degne del tuo impuro labbro.

Tu, condannato per eretico: tu, che dopo aver giurato di non insegnar

la tua falsa scienza, porti in trionfo lo spergiuro insegnandola qui

pubblicamente, tu devi parlar del papa come ne parli. Ma la mano di Dio

non è abbreviata su gli empj; e proverai alla fine che cosa vuol dire

il provocar l'ira sua. Va, maledetto: e ricordati che il riso degli

empj è di breve durata.

E con atto di disprezzo e di abominazione si allontanò.

Cecco avrebbe risposto come si meritava a quella bestia di frate;

ma cane scottato dall'acqua calda ha paura della fredda; e però si

ritenne, perchè, essendo stato una volta nelle ugne dell'Inquisizione,

e scampatone come per miracolo, non voleva trovarcisi la seconda.

Quel tafferuglio per altro aveva fatto nascere un certo tal movimento

fra la gente d'attorno, e aveva dato nell'occhio al duca ed alla

duchessa, che tosto mandarono a sapere che cosa fosse; nè poterono

fare che non biasimassero acerbamente Cecco, a cui il duca volea farne

duro rimprovero: se non che la duchessa si interpose, dicendo che ella

stessa nel voleva rampognare, avendone pure un'altra cagione.

Mentre che queste cose si facevano in piazza S. Croce, eccoti

levarsi voce in Firenze, che fosse fallita la compagnía degli Scali e

Filipetri; la voce si fece ben presto certezza; e corsane la novella

fra il popolo adunato a vedere la cerimonia della scomunica, distrasse

da ogni altra cosa le menti di tutti, e ciascuno se ne commosse come di

pubblica calamità.

La detta compagnía era durata, secondochè dice il Villani, più di

centoventi anni, e trovossi a dare fra cittadini e forestieri più di

quattrocento migliaia di fiorini d'oro; e fu a' fiorentini maggiore

sconfitta, senza danno di persone, di quella dell'Altopascio,

perciocchè chi aveva denari in Firenze perdè con loro; e molte altre

buone compagníe, per il fallimento di quella furono sospette, con gran

danno della città, la quale se ne sgomentò non poco. Uno di coloro che

rimasero più danneggiati da questo avvenimento fu Geri Cavalcanti padre

della Bice, che molta parte del suo avere, anzi la parte maggiore,

avea in quella ragione; per modo che in tal giorno, tra per il fondato

sospetto che Guglielmo doveva essere tornato a Firenze, e per questa

sventura, fu il più disperato e deserto uomo del mondo, e nessuno

poteva accostarsegli. La povera Bice, addolorata già molto dell'essere

stata così bruscamente condotta via di piazza S. Croce, è facile a

pensare come il dolor l'opprimesse alla novella della così grande

sciagura del fallimento. Sapeva che suo padre caramente l'amava, e

che essa, unica figliuola, doveva essere anco l'unica consolazione in

tanta angoscia di lui, ma, benchè non uscissegli mai d'attorno, non

si attentava per altro a profferire parola, avendolo veduto già così

sdegnato contro di sè nel venir via da S. Croce, prima ancora che

sapesse la cosa degli Scali; e mostrandosi, ora che lo sapeva, così

acerbo e salvatico con tutti coloro che gli venivano dinanzi. Pure alla

fine si fece animo:

— Mio dolce padre, ma tu stai male... — e non ebbe cuor di dir altro.

Geri stava seduto dinanzi a una tavola, col capo appoggiato sul palmo

della mano, e con gli occhi socchiusi; nè ripose nulla alle timide

parole della figliuola.

— Dunque non mi vuoi più bene... — riprese la Bice dolorosissima, e

inginocchiandosegli dinanzi.

A questo amoroso rimprovero Geri, che l'amava più de' suoi occhi, sentì

vincer la sua durezza, e rispose:

— Ah! non ti voglio più bene! Tu mi vuoi bene tu, che mi lasceresti qui

solo, senza chi mi chiuda gli occhi alla mia morte, per andar dietro ad

uno straniero, ad uno degli oppressori della libertà fiorentina!

— Babbo mio.... Guglielmo è buono....

— Dunque ho ben indovinato — disse Geri, alzandosi tutto in furia —

Egli è da capo in Firenze; e per lui tu eri così smemorata là in piazza

S. Croce. Sciagurata! così ami tuo padre? Amareggiandogli gli ultimi

giorni della vita, e mostrandoti disubbidiente e ritrosa alla sua

volontà! Povero vecchio! eccomi qui, oppresso dalla sventura, ridotto

ora quasi alla miseria, con questa figliuola, che dovrebbe essere la

mia consolazione e conforto, e che invece la sventura mi accresce a

mille e mille doppj...

E chiudendosi il volto tra le palme, e scotendo desolatamente le testa,

fremeva e piangeva ad un tempo.

La povera Bice, atterrita dalle dure parole del padre, e pietosissima

dell'angoscia di lui, piangeva anch'essa amaramente, e chiedeva

perdono.

— Perdono! — riprese il vecchio con voce più umana: — dunque

sei pentita; dunque mi prometti di levare il cuore dal cavaliere

straniero...

— Babbo mio buono, io ti amo sopra ogni cosa creata; io voglio essere

sempre la tua buona Bice: voglio esser io la tua consolazione e il

conforto della tua canizie e de' tuoi dolori.

— Dunque a Guglielmo non penserai più?

— Ma egli ama anche te, ed ha per te tanta riverenza... Se egli

promettesse di non partirsi più mai da Firenze?...

Qui Geri fece un moto di violenta ira, e diede alla Bice una guardata

così terribile che l'atterrì, tanto che singhiozzando esclamò:

— Dio mio, abbiate pietà di me! — Ed aggiunse con accento di

disperazione: — Non posso disamare Guglielmo...

— Toglimiti dinanzi agli occhi, snaturata figliuola; e fa che più non

ti vegga, se prima non sei pentita davvero...

E come la Bice faceva atto di voler dire:

— Va, sciagurata — le disse con cenno risoluto quel fiero vecchio — va,

e vantati che farai morir di dolore tuo padre.

Quella povera fanciulla non ebbe cuor di rispondere, e uscì della

stanza più morta che viva.

CAPITOLO X.

LA INVIDIA.

Messer Geri Cavalcanti era l'unico della sua casa rimasto a Firenze,

essendosene usciti gli altri suoi consorti fino dal 1311: pendeva a

ghibellino; ma era temperatissimo, ed avrebbe amato i guelfi, e avrebbe

fatto parte con essi, se loro fosse venuto fatto di ritornare Firenze

nel suo antico buono stato, lieta, ricca, e libera veramente.

Aveangli pertanto mosso sempre fierissimo sdegno tutti gli stranieri

che ad ogni mutar di vento ci piovevano, o a nome dell'impero o a nome

della chiesa, vedendo pur troppo chiaro che la libertà di un popolo non

può mai avvantaggiarsi per opera di stranieri; i quali, anche quando

vengono con essa sulle labbra, in cuore non hanno altro che la sete di

predominio e di guadagno.

Più che con altri poi si era sdegnato con questo Duca e sua gente,

come quegli che aveva turbato gli ordini della repubblica; vilificato

il supremo ufficio del gonfaloniere; ridotti a nulla tutti gli altri

ufficj; e che, avendo in dispetto e popolo e grandi, ogni potestà

aveva recato a sè solo, e ridotto Firenze umile ancella, di matrona

nobilissima che era stata per addietro. Non dee dunque far meraviglia

la grande avversione che aveva all'amor della Bice con uno dei seguaci

di Carlo; e che tale avversione fosse tanto potente da sopraffare il

bene stragrande che voleva all'unica sua figliuola; e che fosse più

potente ora che mai, inasprita com'era dal turbamento che aveva preso

messer Geri dal caso della compagnía degli Scali, per cui riducevasi

quasi a povertà. Combattuto questo povero vecchio da tanti diversi

affetti, parvegli che anche la sanità gli si turbasse; e come fu uscita

la Bice dalla sua stanza, lo prese un tremito così fiero, e fu oppresso

da tal debolezza, che in fretta e in furia mandò per maestro Dino del

Garbo, il quale non indugiò un momento a venire da lui.

— Maestro, disse Geri appena lo vide, sono un uomo morto.

Il maestro, che aveva buon occhio nell'arte sua, e che sapeva per

avventura le cagioni dell'alterazione di Geri:

— State di buon animo, messere, subito gli rispose, chè ogni vostro

malore passerà presto.

E veduto il segno[21], ripetè:

— State di buon animo: non è nulla. Forse il turbamento prodotto dalla

disgrazia incòltavi degli Scali.... Ma tutto passerà di corto. Questo

lattovaro ritorneravvi tosto in salute.

E intanto scriveva la ricetta. E datala ad un famiglio che andasse

tosto per essa, continuò:

— Quel fallimento è stata gran rovina, non solo per voi, ma per la

città tutta quanta, oppressa già da tante sventure.

— Maestro, ed io vi accerto che questo mi cuoce meno che altra sciagura

a me dolorosissima.

— Della Bice, eh?

— Come! voi sapete?...

— E chi nol sa in Firenze? Guglielmo vide la Bice qui in casa vostra; e

a quest'opera di vostra vergogna diede mano Cecco d'Ascoli.

— Quel negromante, di cui già suona tutta Firenze, venuto qua col duca

di Calabria?

— Sì, quell'eretico e scomunicato, che, non contento di vituperare

le onorate case de' grandi fiorentini, va poi spargendolo, e

pavoneggiandosene per ogni dove.

Tanta era l'invidia di maestro Dino contro Cecco, che non pensò e non

curò quanto siffatti discorsi potevano aggravare il leggero malore di

Geri; e quanto poco dicevole fosse a gentiluomo e scienziato il dir

quelle cose, men che onorevoli ad una gentile e dabbene fanciulla. E di

fatto quel povero vecchio se ne alterò mirabilmente, e tutto acceso di

sdegno esclamò:

— Ah! cane pateríno! Vedete a posta di chi è l'onore dei gentili e

probi uomini! Vedete i bei presenti che fa ai cittadini di Firenze

questo duca novello. Alla croce di Dio! non voglio avere più bene di

me, se di tale onta non mi vendico.

— Acquetatevi, messer Geri — disse qui il maestro, accorgendosi che

il vecchio si accendeva troppo nel volto — la vendetta si farà, e

pronta. Ad ognuno puzza già questo barbaro dominio; ed è ito tanto in

là il costui cieco furore di signoría, che tratta i fiorentini come un

branco di pecore, e Firenze dispregia come un vilissimo ovile. E sempre

pone nuove taglie; e se alcuno contraddice ne' consigli, è ruinato,

come intervenne l'altro ieri a Giovanni Alfani nobile cittadino, il

quale, dolendosi di certe imposte, fu fatto ribello, e arsogli le case.

Sì, messer Geri, la vendetta si farà, e pronta; chè Firenze si duol

tutta, e quando si duol tutta si muove anche lei. Del negromante poi

lasciatene a me il pensiero: egli va colla testa alta, e corre quasi

Firenze per sua; ma non sa, lo sciagurato, che già si fa la ragna per

carpirlo. Intanto voi attendete alla vostra sanità.

E come in questo tempo era tornato il famigliare col lattovaro, lo

porse tosto a messer Geri, il quale in brevissimo spazio si sentì tutto

riconfortato.

Allora maestro Dino, studiandosi di temperar sempre più l'effetto che

potessero aver fatto sull'animo, e per conseguenza sulla sanità di

Geri, le sue parole, lo esortò da capo a non alterarsi più in questo

modo; gli diè a vedere come cosa certissima la prossima vendetta della

sua onta, ed il ritorno di Firenze nella sua libertà; nè si partì da

lui prima che lo vedesse più quieto e men tristo.

E la povera Bice? la povera Bice struggevasi in pianto; nè bastarono

a consolarla le amorevoli cure e le dolci parole della sua buona

cameriera. Il disubbidire al suo caro babbo, e il vedernelo sdegnato,

era dolor sì cocente a quel cuore, che non potea comportarlo; e lasciar

di amare il suo Guglielmo, questo, non che le fosse possibile, ma non

poteva nemmeno pensarlo. Che fare? Vinta dall'angoscia, si coricò;

nè potendo in modo veruno prender sonno, le passarono per la mente

mille e mille partiti da rendersi benigno suo padre senza abbandonare

Guglielmo; ma niuno ne vedea riuscire a cosa che buona fosse.

All'ultimo la sua mente, stanca di passare per tante ore di pensiero

in pensiero, cominciò ad essere vinta dalla fantasía, che le dipingeva

un modo efficace al suo desiderio, ma vago e indeterminato; poi le

si rappresentava il suo buon padre sorridere tutto benigno a lei ed

a Guglielmo, e benedire la loro unione; e con questi dolci fantasmi,

vinta dalla stanchezza, si addormentò in tale amoroso pensiero. Povera

creatura! preghiamole lungo questo dolce sonno; ed intanto ritorniamo

in palagio.

CAPITOLO XI.

LA GELOSIA.

Cecco d'Ascoli: racconto storico del secolo XIV · 第 4 / 26 段