— Parmi più savio consiglio tenere col popolo: esso mi diede la

signoría, esso me la confermi; e tu lusingalo quanto più puoi. Tieni

per altro bene edificati anche i grandi: insomma usa tutte le arti,

purchè il voler mio si faccia; e dove queste non giovino, non rifuggir

dalla forza, e corri la terra per mia.

— Riposate sulla mia fede. — E dette queste parole, Gualtieri, chiesto

ed ottenuto commiato, partì.

Non era passato molto tempo che i Fiorentini avevano fatto in tutto

e per tutto la volontà del duca, tanto erano oppressi i loro animi,

un poco dalle patite sciagure, e un poco dalla paura delle forze del

duca d'Atene. Anzi andossi anche più in là; i grandi e i potenti si

erano radunati insieme per dare a Carlo la signoría libera e senza

termine; non mica per amore o per fede che avessero a lui, nè che a

loro piacesse tal signoría, ma solo per disfare il popolo e gli ordini

di giustizia. E la cosa avrebbe avuto effetto, se al duca non fosse

piaciuto di tenersi piuttosto col popolo che altrimenti.

CAPITOLO V.

GUGLIELMO E DINO DEL GARBO.

Ma per procedere con ordine nel mio racconto, sarà bene informare

il lettore, chi fosse quel Guglielmo che si incontrò con la Bice

Cavalcanti dinanzi alla duchessa, e perchè i due giovani, vedendosi

a quel mo' all'improvviso, rimasero così sopraffatti. Guglielmo

d'Artese, gentilissimo cavaliere provenzale, era stato a Firenze nel

tempo della prima signoría di Roberto re di Napoli, la quale terminò

nel 1322. Giovanissimo allora, ricco, e di alta progenie, bello e di

bella maniera quanto altro giovane ci fosse al suo tempo, era cercato

e accarezzato da tutti; e quella fanciulla che avesse potuto gloriarsi

del suo amore, sarebbe stata dalle compagne reputata felicissima di

tutto il mondo. Altero e disdegnoso per natura; e forse spregiatore

in cuor suo di quei Fiorentini, buoni solo a mercanteggiare, e che la

libertà loro appigionavano ora a questo ora a quell'altro signore, poco

curavasi più d'una dimostrazione che di un'altra, ed agognava solo allo

splendore ed agli onori della corte angioina; e forse aveva lasciato a

quella corte la donna del cuor suo, ed a lei sola pensava.

Occorse caso per altro che egli una volta accettò di far parte di una

splendida cavalcata che alcuni grandi avevano ordinato, per andare poi

a sontuoso convito in una villa de' Cavalcanti a poche miglia dalla

città: in questa occasione vide la Bice; e preso da subito amore a

quella maravigliosa bellezza, ed avutane corrispondenza, pose ogni

cura a piacerle, e ben tosto fu diventato un altro uomo, nè più qua o

più là pensava di lei, che riamollo di puro, ma di ardentissimo amore.

Se non che bisognava farlo celatamente, perchè il padre di lei era

avversissimo a tale amore, e fremeva al solo pensiero che la sua Bice

dovesse ire sposa ad un cavaliere straniero.

Cessata nel 22 la signoría del re Roberto, Guglielmo fu obbligato

di ritornare alla corte; nè si può dire quanto fosse dolorosa a' due

amanti questa separazione. Promise l'uno all'altro fede inviolabile

ed amore costante: promise Guglielmo che le avrebbe fatto pervenire

novelle di sè ogni volta che il destro se ne porgeva; ma, qual se ne

fosse la cagione, dopo il primo anno la Bice non seppe più nulla di

Guglielmo; della qual cosa la povera fanciulla se ne accorò tanto, che

non fu più mai lieta. Sicchè può facilmente indovinare il lettore qual

debba essere stato il cuore di ambedue, ritrovandosi inaspettatamente,

dopo cinque anni, l'uno sì presso all'altro; e può con pari facilità

immaginarsi qual tempesta di pensieri dovesse tormentare il cuore di

essi, tornati che furono alla quiete delle loro case. La povera Bice

ne rimase smemorata per parecchie ore, ed a fatica potè celare il

suo turbamento a Geri suo padre, uomo assai risentito, e che sarebbe

montato su tutte le furie, benchè alla figliuola volesse un bene

dell'anima, se avesse saputo il fatto. Il trovarsi per altro così

vicino il suo diletto, che erale paruto sempre più bello; quello

sguardo suo così amoroso; il modo di quella sua esclamazione, gli

rimisero la quiete e le speranza nel cuore; e dove fino allora aveva

tenuto quel giovane per infedele e dimentico di lei, ora a tutt'altra

cagione si studiava di recare il suo lungo silenzio, e solamente stava

dubbiosa e timida del come poterlo vedere d'allora innanzi e parlargli.

Guglielmo dall'altra parte non istava punto meglio della Bice: l'aveva

creduta infedele, perchè mai, se non una volta sola, avevagli scritto.

Ito negli ultimi due anni a corte di papa in Avignone, ed in altre

nobili ambasceríe, sempre portava seco il rammarico del perduto

amore, nè poteva consolarsene; e come giunse in Firenze, tremavagli

il cuore o di trovarla maritata, o forse anco morta, come qualche

volta eragli balenato alla mente. Ed anch'egli, quando fu tornato in

sè dallo smarrimento che lo colse a piè della duchessa, si riconfortò

del vederla, non pur viva, ma tuttora fanciulla (sapendo che tutte

fanciulle dovevano essere le presentatrici dei fiori); e gli parve

altresì di poter indovinare che sempre l'amava, tanto teneri furono i

pochi sguardi ch'ella potè dargli, e tanto abbondanti le lacrime che

poi versava; le quali non potevano essere di chi avesselo tradito,

perchè i traditori non piangono.

Ma perchè la duchessa andò stizzosamente nelle sue stanze? Ecco

un'altra curiosità del lettore; ed eccomi a tosto levargliela. La

duchessa si accorse subito che i due giovani dovevano amarsi fin da

quando Guglielmo era stato l'ultima volta a Firenze: egli era bello,

gentile e prode in arme: non lo avrebbe detto neanco a se stessa,

nè gliene avrebbe fatto segno veruno, a costo della vita, perchè mai

avrebbe mancato di fede al duca; ma essa lo amava in cuor suo; e in

quel punto sentì fiera gelosía, e sdegno ad un tempo, che sì nobile

e gentil cavaliere avesse posto il suo cuore in sì basso luogo, come,

secondo lei, era la figliuola d'uno di questi mercanti fiorentini: e

pensò fin d'allora di attraversare con tutte le sue forze tal cosa. Il

giovane, da talune parole tronche, e da qualche atto involontario, non

che avesse conosciuto, ma eragli parso d'intravedere come la duchessa

nol vedea di mal'occhio; ma bene era lunge dal darsene per inteso,

leale come egli era verso il suo signore: anzi, anche per ciò non gli

rincrebbe che fosse avvenuto dinanzi a lei quanto avvenne con la Bice,

sperando che il saperlo amante di un'altra le caverebbe dal cuore ogni

pensiero di amore se pur ce l'avesse avuto; e non pensò ad altro, se

non a trovar modo di poter vedere la sua donna.

La prima cosa aveva cercato d'informarsi che cosa fosse avvenuto di

una fida cameriera, consapevole del loro amore mentre egli stette in

Firenze; ma seppe esser morta: poche, anzi niuna conoscenza familiare

aveva in città, nè sapeva qual via tenere per giungere agli intenti

suoi; quando gli corse alla mente Dino del Garbo, che, per averlo

curato anni addietro, avea con lui molta dimestichezza, ed era

parimenti tutto di casa Cavalcanti. Non mise tempo in mezzo; ed in

meno che non si dice fu a casa Dino, il quale, vedutolo, gli fece

meravigliosa festa. Ma Guglielmo senza altre parole:

— Maestro, sono alla mercè vostra; mi salvaste altra volta, salvatemi

adesso.

— Cosa ch'io possa, bel cavaliere; che vi piace?

— Non cerco ajuto dall'arte vostra; ma dal vostro affetto e dal vostro

consiglio.

— E l'una cosa e l'altra son tutte vostre: parlate.

— Sono innamorato, e vengo da voi per soccorso.

— Qui, figliuolo, nè l'arte mia, nè l'affetto, nè il consiglio ci

possono nulla; e dall'altra parte io spero che non vorrete farmi Prenze

Galeotto, soggiunse ridendo maestro Dino.

— Oh, maestro, è troppa la riverenza in che vi tengo, e il grato animo

che mi vi lega, da formare così vile pensiero di voi... Ma voi siete

famigliare ed amico dei Cavalcanti...

— Intendo, cavaliere, dove volete riuscire. Fin da quando vi curai del

vostro malore mi accorsi del vostro amore per la Bice de' Cavalcanti;

e dopo che foste partito, ne presi certezza dal modo che essa teneva,

dalla grave mestizia che la occupò, e da certe parole tronche di M.

Geri, il quale per altro non me ne disse mai nulla direttamente.

— Come! la Bice si accorò del mio partire, e ne fu sempre dolente?

— Non ebbe mai più bene di sè; ed era la maraviglia e il rammarico

di tutti il vedere colei che era stata il fiore e la letizia delle

donzelle fiorentine, ridotta una cosa tanto scura e tanto mesta.

— Maestro, se Dio vi ajuti, non mi abbandonate. Io vivo solo per la

Bice: l'amo, dopo Dio, sopra ogni cosa umana; fate che io le parli:

sono cinque interi anni che mi consumo di lei: cinque interi anni che

nulla ne ho più saputo: l'ho creduta infedele; l'ho creduta sposa

di un altro: l'ho creduta perfin morta. E ora l'ho riveduta sempre

più bella, sempre più angelica, sempre amante... Maestro, ajutatemi,

consigliatemi.

E qui non potè fare che allo scongiuro non tenesse dietro uno scoppio

di pianto.

— Figliuolo — disse maestro Dino — che io vi procuri il modo di parlare

alla Bice non è onesto nè a me nè a lei. Posso bene parlarne con M.

Geri suo padre, ed esortarlo efficacissimamente che secondi gli onesti

vostri desiderj.

— Suo padre! è inutile, maestro: fu avverso al nostro amore fin da

principio.

— Io non so altra via che sia buona.

— Oh Dio, voi mi uccidete: io son diserto... da chi troverò

consiglio?... Ah!... maestro Cecco! esclamò Guglielmo, a modo di chi si

mostra lieto di aver trovato un sicuro ripiego.

Al nome di maestro Cecco, Dino si fece in volto come di bragia, e con

atto di strana maraviglia dimandò:

— Maestro Cecco! Intendereste forse di Cecco d'Ascoli?

— Sì, rispose Guglielmo, esso è uomo di tanta sapienza, che...

— Di tanta sapienza? — interruppe Dino, — esso è un eretico

scomunicato; è nimico del nome fiorentino; e i due più illustri

figliuoli di questa patria ha scherniti e vituperati, dico Dante e

Guido Cavalcanti, zio appunto del padre di quella Bice che voi amate. E

voi ora vorreste che, siccome egli vituperò il zio, ora vituperasse il

nipote, facendo da mezzano agli amori della sua figliuola...

— Maestro Dino, io sono leale cavaliere...

— I Fiorentini, messere, si chiamano ciechi, ma non sono: e i grandi di

questa terra sono e leali e generosi e valenti in arme quanto cavaliere

o francese o provenzale; nè loro si fa vergogna che non si paghi col

sangue, o con lacrime amare.

— Maestro Dino! — riprese da capo Guglielmo — se voi non foste

quell'uomo che siete, e se non aveste codesti capelli bianchi, non so

s'io comporterei sì fatte parole.

— Nè io, così canuto, ho paura di voi e de' pari vostri. Maestro

Cecco!... E il Duca stesso, che sapeva l'avversione di lui a Firenze,

e come egli abbia cercato di offuscare le glorie maggiori nostre, chi

sa che non lo abbia condotto qua seco per ischerno e per oltraggio di

noi e della nostra terra. Ma, se questa è ora oppressa dalla sventura,

e i suoi cittadini ora dormono, potrebbero un giorno destarsi, e far

pagar caro a' superbi stranieri, ed ai truci tiranni lo scherno e

l'oltraggio.

Tali parole diceva Dino tutto infiammato nel volto, e vinto

assolutamente dall'ira. Tanto era l'odio che aveva per Cecco, che il

solo nominarlo, ed il sentire che godeva fama di sapienza, gli aveva

tolto il lume degli occhi; e chi sa fino a qual punto sarebbe arrivata

la cieca furia di lui, se Guglielmo, tra per la riverenza in che lo

teneva, per il rispetto alla sua canizie, e per non sentirsi tirato

pe' capelli ad oltraggiare quel vecchio in sua casa, pensò bene di

partirsene, dicendogli sole queste parole: «Maestro, io non sono troppo

letterato; ma ricordomi bene di aver letto che un antico savio latino

disse questa sentenza: _Ira est initium insaniae_.»

CAPITOLO VI.

L'AJUTO DI CECCO.

Aveva Guglielmo fatto pochi passi fuori dell'uscio, che, sboccando

da via del Garbo, dove erano le case dei Cavalcanti, nel Corso degli

Adimari, si abbattè in Cecco d'Ascoli, a cui raccontò minutissimamente

quel che gli era accaduto in casa maestro Dino; e fermandosi sul fatto

della Bice, ed esortandolo a consigliarlo e ad ajutarlo, Cecco rispose,

cercando di coprire il suo sdegno con una certa tinta di gravità.

— Messere, la ira e i vituperj di Dino contro di me non vi diano

maraviglia: leggemmo insieme per molti anni nello studio di Bologna;

e come egli si reputa il primo scienziato del mondo, e la mia scuola

era più frequentata e più lodata che la sua, così ne prese fierissima

invidia, e per me egli era sempre sparso di livore. Combattei gli

errori di quel Dante Alighieri, di cui questi Fiorentini vanno

tanto alteri, e massimamente questo maestro del Garbo, che, tra le

altre cose, lo appella _Divino_. Scrissi contro alle false dottrine

contenute in una certa canzone di altro loro poeta e filosofo, amico

singolarissimo di questo Dante e di questo Dino; ed anche di ciò prese

fiero sdegno, e riscrisse un commento a quella canzone, contrario tutto

alla mia sentenza: cosa meschina e debole se altra ne fu... Ma tal sia

di quel tristo vecchio. Voi, messere, mi chiedete ajuto e consiglio nel

fatto vostro; e debito mio sarebbe invece il disajutarvi.

— Oimè, maestro, ch'è quello che mi dite?

— Dopo il vostro incontro con la Bice dinanzi alla duchessa, questa

mi volle a sè, e la trovai accesa di tanto sdegno e di tant'ira, che

quasi mi fece paura. Messere, mi parlò per forma che io vi intravidi la

gelosía: mi sono io apposto?

Qui Guglielmo non rispose parola, e Cecco continuò:

— Ma sia l'una cosa o l'altra, poco rileva. Vero è che la duchessa

vuole ad ogni modo sapere come sta la cosa di questo amor vostro; vuole

che ad ogni modo si rompa; e vuole che io le dia ajuto e consiglio in

questa opera, ricorrendo alla magía, se per altro modo non è possibile.

— E voi le avete promesso?

— Promesso formalmente no; ma negato nemmeno, chè mi sarebbe costato

caro. Io per altro son ben lungi dal voler secondare le feroci voglie

di lei; anzi vo' far ogni mia possa per ajutar voi. I Cavalcanti gli

conosco da un pezzo; e troppo mi piace che voi amiate una fanciulla di

quella casa. Eccomi qua tutto vostro: e il modo di contentarvi non è

per avventura troppo difficile.

— Dolce mio maestro, voi mi rendete la vita.

— Io ho promesso di leggere la Sfera del Sacrobosco ad alcuni

studiosi che mi udirono a Bologna: tra questi ci ha un frate Marco de'

predicatori, tutto cosa mia, e familiare de' Cavalcanti. Egli forse...

Lasciatene il pensiero a me.

Gli occhi di Guglielmo sfavillarono di speranza e di gioja; e il suo

grato animo a Cecco lo significò baciandogli affettuosamente la mano.

E come già erano presso al luogo dove Cecco per la prima volta andava a

fare le sue letture, ripetute a Guglielmo parole di conforto, gli diede

commiato promettendogli che quella sera medesima avrebbe potuto dirgli

qualche cosa.

CAPITOLO VII.

IL GIARDINO DI CASA CAVALCANTI.

La duchessa aveva di fatto chiamato a sè maestro Cecco, e questi

avevale di fatto dovuto promettere che farebbe ogni opera per

frastornare e per rompere tale amore di Guglielmo e di Bice; ma ora

che da Guglielmo aveva udito il rifiuto fattogli da maestro Dino, e la

fiera avversione che questi avea mostrato a sì fatta cosa; e come anche

Geri Cavalcanti fosse contrario; vedendo di potere ad un colpo ferire

il suo acerbo nemico, e Geri nipote di Guido Cavalcanti, statogli già

avversissimo, mutò proposito, e si diede a secondare con ogni studio il

desiderio di Guglielmo; nè prima ebbe finita la sua lettura che, avuto

a sè frate Marco, ed accompagnatosi con esso, dopo ragionato di cose

diverse:

— A proposito, Frate Marco, disse Cecco, voi potreste se vi piace, fare

un'opera buona.

E frate Marco, domandatogli come; Cecco, fattosi da principio

dell'amore di Guglielmo, gliene raccontò capo per capo ogni minimo che,

e conchiuse così:

— Voi vedete che messer Guglielmo ha oneste intenzioni verso la Bice, e

non potrete negare che i Cavalcanti dovrebbero tenersi assai da più, se

potessero imparentarsi con sì nobile cavaliere come lui. Ambedue que'

giovani ardono di rivedersi... la cosa è onesta, perchè conduce a buon

fine... voi siete domestico di messer Geri...

— Maestro, che domandereste voi?

— No, frate Marco, nulla di men che onesto, vi dico. Guglielmo parli

alla fanciulla, al cospetto della sua matrona. Voi, so che questa

matrona ben conoscete...

— È mia devota...

— Sì, sì, vostra devota; ed appunto per ciò consigliatela a fare

quest'opera pietosa e santa. Su, bel frate: e se altro non potete, fate

che almeno la vostra devota si abbocchi essa col cavaliere, che da lei

si lascierà in tutto e per tutto governare.

Il frate si lasciò vincere a questi e ad altri più calzanti argomenti

di Cecco; e senza indugio andò a casa Cavalcanti. Vide la devota sua,

la quale, sapendo tutte le smanie della Bice, aveva già studiato ogni

via da consolarla, e non le parve vero che gli se ne porgesse ora

occasione; il perchè si proferse quasi da sè di parlare con Guglielmo,

e pregò il frate che a lui desse la posta per la mattina di poi nel

chiostro nuovo di Santa Maria Novella. La cosa fu condotta con tanta

cura, che, non solo la matrona parlò il giorno di poi col cavaliere,

ma potè recare la Bice a riceverlo nel giardino la sera del giorno

medesimo. Chi intende amore per prova può facilmente immaginare la

smania che ebbero i due amanti nel rimanente di quella giornata;

i momenti parevano loro secoli; ciascuno ripeteva mille volte a se

stesso le parole che avrebbe detto all'altro; ogni opera loro era fatta

sbadatamente; non trovavano luogo; non potevano attendere a nulla;

chè su qualunque cosa fermassero il pensiero, sempre risdrucciolava

nel beato momento che gli aspettava la sera: e quanto più questa

si appressava tanto più frequenti battevano i loro cuori. La posta

era data alle quattro ore di notte, e non si domanda se Guglielmo

fu puntuale; la Bice, nello scendere in giardino con la matrona,

tremava come una foglia, e sentivasi venir meno le forze, tanto era

sopraffatta, un poco dalla gioja, un poco dal timore e dalla novità

dell'uscir di casa a quell'ora.

Era una delle più quiete sere d'estate, e la luna era quasi in pieno,

che ci si vedeva come di giorno; a Guglielmo era stata data la chiave

di un usciolo segreto; e come le due donne sentirono che quell'uscio

si apriva, si fecero in là, e si trovarono dinanzi a lui, il quale,

riconosciuta tosto la sua Bice, bramosamente la corse ad abbracciare,

e presole il capo tra le palme delle mani, e baciatole e ribaciatole

i capelli e la fronte, che tutta bagnolle di lacrime dolcissime, non

potè per qualche momento articolar parola. La Bice anch'essa piangeva

lacrime di dolcissima gioja, e la piena dell'affetto rendea muta anche

lei, che soavemente appoggiava il bel capo sul petto del suo cavaliere;

e solo dopo qualche tempo riavutisi da quella tanta commozione,

Guglielmo ruppe primo il silenzio:

— Bice mia, quanti sospiri! quanti pianti! e mi avevi dimenticato?

— Guglielmo, non dire: mai mai non ho fatto un pensiero che non fosse

di te in questi lunghissimi quattro anni; non preghiera alla nostra

Donna, se non per te... quasi dimentica del mio buon padre. Ed ogni

giorno, ogni momento sperava udir tue novelle, e questa sola speranza

mi teneva in vita. E mai più nulla... e dubitavo... e piangevo...

— Ed io ebbi novella come tu eri ita sposa ad un altro.

Qui la Bice diventò rossa come di fuoco, e con amaro sorriso, scioltasi

da lui, esclamò:

— Povero mio cuore, come lo hai mal compreso!...

— Che vuoi? mia diletta: io non restava mai, o vicino o lontano, di

pensare a te: in guerra, nelle ambascerie, alle corti dei grandi, tu

sempre mi eri nel pensiero; nè vittoria, nè plausi mi piacevano senza

di te, e lettere mandava ogni volta che se ne porgeva occasione; nè

mai dopo il primo anno ebbi veruna risposta, se non la novella del tuo

matrimonio!...

— Ma io sospettai spesso quel medesimo; e se volessi dirti lo

strazio che provava il mio cuore, non troverei parole che potessero

significarlo a mille miglia. Mio padre, che sai non può acconciarsi

a vedermi amare un straniero, mio padre aveva appostato vedette per

tutto; e così vegliava ogni mio atto ed ogni mia opera, che gli venne

fatto di aver per le mani così i fogli che tu scrivevi a me, come

quelli che io a te scriveva. E forse ti si mandò ad arte la novella del

mio sposalizio. Questo si seppe pur ieri da quel frate, che fu alimento

principale della gelosía di mio padre; e che non so come a un tratto si

diede così efficacemente a secondare il nostro amore.

— Opera di maestro Cecco d'Ascoli, di cui frate Marco è discepolo.

— Oh Dio! Chi è questo maestro Cecco? Quello per avventura che il

popolo nostro chiama Cecco Diascolo? Ah mio Guglielmo, perchè mescolare

un negromante nelle cose nostre? Io ho paura.

— Negromante lo crede il volgo, perchè fa cose di gran prodigio; ma

queste sono frutto del suo lungo studio, e della sua altissima scienza.

Pon giù, Bice mia, ogni timore: pensiamo solo ad amarci: forse tuo

padre rimetterà a poco per volta da quella sua troppa avversione; il

cuore mi dice che saremo felici.

— Ah! e il mio cuore no...

— Che cosa sono codesti tristi presentimenti? Bice mia, non turbiamo

con foschi pensieri la nostra presente gioja. Amiamoci; speriamo. Anche

lassù non può dispiacere il nostro amore così grande, così puro: Dio

stesso sarebbe crudele, se lasciasse che si turbi o si rompa.

— Guglielmo, tu bestemmi. Dio è buono, e vuole sempre il bene. Speriamo

dunque, come tu dici, speriamo in lui: a lui ci raccomandiamo, e tutto

avrà buon fine.

La Bice in questo momento prese un'aria più lieta, e tono più

familiare; e non sarebbero più finite le domande che l'uno faceva

all'altro delle più piccole cose dette, o fatte, o pensate da

ciascuno in quei cinque anni; se la matrona non gli avesse interrotti,

addimostrando il pericolo e la sconvenienza di più trattenersi insieme

fuori di casa. E però, amorosamente preso e dato commiato, non senza

promessa di spesso rivedersi, la Bice tornò in casa, e Guglielmo

uscì per la medesima porticina ond'era entrato, rimanendo ambedue col

cuore traboccante di consolazione e di gioja. Ma ritorniamo alle cose

pubbliche.

CAPITOLO VIII.

LA QUARTA CERCHIA E I CONTORNI DI FIRENZE.

La quarta cerchia di Firenze (che è quella atterrata ora per far la

quinta), già incominciata nel 1284, ed interrotta più volte, era quasi

compiuta nel tempo che qui si descrive; e il duca, messosi a pensar di

proposito alla guerra contro Castruccio, volle andare a visitarne le

parti principali, a fine di appostare i luoghi e i modi più opportuni

alla difesa della città in caso di bisogno: il perchè ordinò a questo

effetto una nobile cavalcata col proposito di stendersi anche a diporto

per le ridenti colline che circondano Firenze. Vi furono col duca e con

la duchessa tutti i più segnalati cavalieri e savj di guerra della sua

corte; e maestro Cecco d'Ascoli ancora, che di rado mancava colà dove

il duca comparisse in pubblico.

Usciti la mattina a terza dalla porta Guelfa, la più vicina al

Palagio, e passato l'Arno da S. Niccolò, e ripassatolo poi dalla

porta a Verzaja, ora detta di S. Frediano, fecero la intera cerchia;

e tutti non si saziavano di ammirare quella stupenda muraglia tutta

di pietra, così grossa e così vaga a vedersi, con quei merli guelfi;

e più che altra cosa maravigliarono i signori stranieri le grandi

moli che si vedevano alle porte, ciascuna delle quali aveva un gran

torrione larghissimo, e alto più di sessanta braccia, simili a quello

che tuttora è in essere alla porta S. Niccolò; ciascuno dei quali era

abile a contenere armi ed armati, da poter ribattere qualunque assalto

nemico.

Cecco d'Ascoli: racconto storico del secolo XIV · 第 3 / 26 段