capitato gridator ghibellino, che ne andò mezzo pesto ed infranto.
In sulla porta di Badía stavano a mirar lo spettacolo un frate Minore
ed un vecchio di alta statura, che all'abito si conosceva per medico;
niuno dei due pareva compreso da quella gioja di cui il popolo dava
tanti segni; e udendo tante grida, e vedendo il caso del povero
ghibellino, disse il vecchio con sorriso di scherno:
— Come ben disse il nostro Dante che il volgo grida spesso: _Viva la
sua morte e muoja la sua vita!_ Avete sentito? _Viva il signore!_
E questa città si regge a popolo! _Viva il signore!_... Si vede
che questi sciagurati non lo sanno che cosa sono i signori: eppure
son sempre aperte le piaghe che lasciò sulla povera Firenze Carlo
Senzaterra. Oh! benedetto il mio Dante, che sì potentemente lo folgorò.
— Eh, maestro, pur troppo dite vero; e Dio voglia che questo signore
qui, non faccia anche peggio di quell'altro a Firenze, tanto sinistro
aspetto mi par ch'egli abbia!
In questo mezzo il duca e la duchessa erano già montati in palagio, e
già i cavalieri si avviavano verso le case loro assegnate, quando il
frate Minore:
— Oimè! maestro, guardate, se Dio vi ajuti, quel vecchietto tutto
vestito di nero su quel cavallo leardo. E' mi par tutto Cecco d'Ascoli,
processato già per eretico e per negromante a Bologna.
— Come! Il detrattore del nostro divino Dante, e di messer Guido
Cavalcanti? Colui che presume di esser fisico, filosofo, astrologo,
poeta, ogni cosa? Ed ha fronte tanto sicura che osi di venire
a Firenze? Non è possibile, frate Accorso: guardate meglio,
accertatevene; io sono di vista troppo inferma.
Ma intanto i cavalieri si erano già allontanati: e però i due
personaggi, affine di accertarsene, la diedero per un chiassuolo, e
riuscirono appunto alle case dei Macci là da Orsammichele, dove tutti
dovevano far capo; nè prima si furono un poco appressati, che il frate
riconobbe Cecco, e non potè tenersi che non dicesse ad alta voce:
— Ah pateríno dannato! è lui daverro: è il negromante! E il duca viene
accompagnato da certa gente? Maestro, lo dicevo che di questo duca ne
speravo poco bene?
— Ed anche mi pare che sia un oltraggio a Firenze il venirci
accompagnato da un eretico, che ha, per di più, vituperato i due più
illustri figliuoli di questa patria.
— Maestro — disse un popolano accostandosi — che dite voi di
scomunicato e di negromante?
— Nol vedi — soggiunse il frate — quel vecchietto nero che smonta or da
cavallo? È un eretico, è un negromante.
E intanto la gente faceva capannello accosto ai due che parlavano.
— Sarebbe da cacciargli a furore di popolo.
— È Cecco Diascolo — (il popolo chiamava così Cecco) ripigliò il
maestro; — il beffeggiatore di Firenze e di Dante; non si vorrebbe
comportare che la nostra città fosse contaminata da gente sì
obbrobriosa.
— _Cecco diascolo? muora, muora,_ — cominciarono tutti a gridare: e
gli avrebbero messo le mani addosso, se Cecco, veduta la mala parata,
non si fosse rifugiato tosto in casa, la quale era guardata dai
provvigionati del duca di Atene.
Smontati che furono tutti, la gente cominciò a dileguarsi; ed a poco
a poco la città aveva ripreso il suo aspetto grave, e la sua quiete.
— Ma perchè si faceva tanta festa da un popolo libero alla venuta di
un novello signore? E chi erano quel frate e quel maestro, i quali
aizzavano il popolo a levar rumore contro Cecco d'Ascoli? Il lettore mi
segua, e lo saprà in quest'altro capitolo.
CAPITOLO II.
UN POCO DI STORIA. — CECCO D'ASCOLI, MAESTRO DINO DEL GARBO, E
L'INQUISITORE.
La città di Firenze reggevasi a popolo, e godeva della sua libertà,
dicono i vagheggiatori dei governi popolari, ricordando le cose
fiorentine, specialmente del secolo XIV. Ma di che sapore era ella
questa libertà, e quali erano i frutti che dava? Fino dal principio
del secolo Firenze, come dice Dante, rinnovava genti e modi; e più
che mai la straziavano le maledette parti de' Bianchi e de' Neri,
trapiantatevi da Pistoja; e diventava un Marcello, per usare la
mirabil frase di Dante medesimo, ogni villano che venía parteggiando.
Tutta la gloria e tutto il desío di quegli sciagurati consisteva
nel sopraffare, anzi nel disfare la parte contraria, ardendo case,
dichiarando ribelli, e confiscando i beni dei vinti. Non si trattava
più di Guelfi e di Ghibellini, perchè questi ultimi non si erano più
rifatti dopo la rotta di Benevento e il crudele supplizio di Corradino,
e solo i Guelfi signoreggiavano, come quegli che avevano il favore
del papa e de' reali di Napoli, tenendo gli altri sotto gravi pesi,
per modo che non ardivano di alzar la fronte; tanto più che i loro
capi erano dichiarati ribelli. Ma i Guelfi stessi erano discordi tra
loro, e si erano partiti, come diceva, in Bianchi e Neri, riscaldata
l'una parte e l'altra dall'ambizione de' grandi e specialmente de'
Cerchi e de' Donati; onde la città stessa era non di rado campo di
battaglia; i palazzi si munivano e si assaltavano come fortezze;
le vie si asserragliavano; esempj di crudeltà e di ferocia erano
frequenti; un continuo mutar di leggi e di ufficj: e Firenze poteva
bene agguagliarsi, come appunto l'agguagliò Dante, a un'inferma, che
non trova riposo sopra un letto di piume, e fa schermo al dolore dando
volta di continuo.
Quando le cose riducevansi agli estremi, che proprio non si poteva
andar più avanti, allora si cercavano rimedj. Prima il papa mandò
il cardinale di Acquasparta, che, giunto a Firenze, chiese balía di
riformare la terra, di rappacificare le parti e accumunare gli uffizj:
ma i Cerchi se ne risero, ed egli partì lasciando la città interdetta.
Poi vi mandò Carlo di Valois, detto Senzaterra: fu gran disputa se
dovesse riceversi; ricevuto, gli si diè balía di riformare la città
con pace e senza disordine; ed egli, dopo averlo giurato, con la gente
francese che aveva seco corse la terra per sua; e nacque uno dei
più terribili tumulti che mai si udissero, per cui seguirono morti
ed esilj, tra' quali quello di Dante.[14] Durissima prova di questa
verità: che quando un popolo ha bisogno di ricorrere a protezione e
ajuto di stranieri, questi gliela concedono solo per aver predominio
e per avvantaggiarsene, a scapito della dignità e della libertà di chi
li chiama o gli accetta: durissima prova, che Firenze fece tante e poi
tante volte senza impararne mai nulla.
Dopo la partenza di Carlo Senzaterra si provò ad eleggere con piena
balía un ufficiale forestiero col titolo di Bargello; e chiamato a
ciò M. Fulcieri da Calvoli, uomo feroce e crudele, questi manomise
spietatamente la vita e le facoltà dei più nobili cittadini, e disertò
la città per modo che Dante, nel XIV del Purgatorio, là dove Guido del
Duca profetizza a M. Ranieri da Calvoli, zio di questo Fulcieri, gli fa
dire:
Io veggo tuo nipote, che diventa
Cacciator di quei lupi in sulla riva
Del fiero fiume, e tutti gli sgomenta.
Vende la carne loro essendo viva;
Poscia gli ancide come antica belva;
Molti di vita, e sè di pregio priva.
Sanguinoso esce della trista selva:
Lasciala tal, che di qui a mill'anni,
Nello stato primajo non si rinselva;
dove i lupi s'intende per i Fiorentini, e il fiero fiume per l'Arno.
E veramente Firenze non si riebbe per molto tempo, e sempre mutava
ordini e modi; sempre travagliata di dentro dalle discordie, seguite
da uccisioni e da arsioni; e di fuori da' fuorusciti e dai signori
capi dei Ghibellini; prima da Uguccione della Faggiuola, e poi più
terribilmente da Castruccio; talchè doveva sempre stare a discrezione
del papa o dei reali di Napoli, che la dissanguavano per mezzo dei loro
vicarj.
Solo nel 1322 poterono i Fiorentini liberarsi dalla signoría del re
Roberto, durata molti anni; ma tanti furono i travagli che ebbe poscia
la repubblica, massimamente per le armi di Castruccio, il quale corse e
ricorse più volte il loro contado, ardendo castella, disfacendo ponti
e strade, e devastando e mettendo a saccomanno ogni cosa, rafforzato
ancora dalle armi del vescovo De' Tarlati di Arezzo; e a tale estremo
venne per la rotta di Altopascio, la quale condusse Castruccio fin
presso Firenze, attorno alle cui mura fece correre un palio a scherno
dei Fiorentini; che questi non ebbero altro scampo da tanta furia, se
non ricorrere da capo al re Roberto, il quale gli mandò per signore di
Firenze Carlo duca di Calabria suo figliuolo, la cui entrata abbiamo
veduto sul principio di questo racconto.
Resta ora che io faccia far conoscenza al lettore coi tre personaggi
nominati in sul fine del precedente capitolo.
Il vecchietto vestito di nero, osservato da quei due che stavano a
veder l'entrata del duca sulla porta di Badía, era di fatto Cecco
d'Ascoli, famoso scienziato e astrologo, e in voce di mago e di
negromante, come erano tenuti in simile concetto a quei tempi tutti
coloro che coltivavano la filosofía e le scienze. Il suo vero nome
fu Francesco, figliuolo di maestro Simone Stabili da Ascoli, nato
nel 1257, o in quel torno: si diè nella primissima età a coltivare
con ardore le lettere, le matematiche e tutte le arti, come allor si
diceva, del trivio e del quadrivio, tantochè di bonissima ora acquistò
fama di solenne scienziato, e fu chiamato a insegnare astrología nello
studio di Bologna, dove stette molti anni, esercitando il suo nobile
ufficio con gran lode e riputazione. Il gesuita Appiani d'Ascoli,
apologista di questo sventurato, sparge sul conto di lui varie favole,
come quella che si fosse profferto di condurre il mare Adriatico
sotto le mura di Ascoli; che fosse medico di papa Giovanni XXII, e
che perciò si trattenesse parecchio tempo alla corte d'Avignone; che
avesse per suo nemico personale in Firenze Guido Cavalcanti; e che,
tornato d'Avignone, facesse amicizia con Dante: cose tutte chiarite
false dai fatti e dalla cronologia. Molti parlano di Cecco d'Ascoli
come di uomo vano e presuntuoso, ma privo di vera scienza; altri
invece lo rappresentano per uomo di gran sapere, e che a forza di
studio e di osservazione, fosse giunto a scoprire de' nuovi fatti nella
scienza astronomica e nella meteorología, i quali poi furono accettati
dalla scienza per verità irrepugnabili; e tra questi il Libri nella
sua _Storia delle Scienze matematiche_ conchiude parlando di lui:
«sarebbe tempo che gli Italiani ristorassero la memoria d'un uomo,
che ha ben altri pregj che quello d'essere una vittima illustre della
Inquisizione.»
Compose nella sua gioventù[15] un poema in lingua italiana da esso
intitolato _l'Acerba_, quasi che fosse come un acervo, e indigesta
raccolta di cose scientifiche; o che volesse accennare con quel modesto
titolo la imperfezione del suo lavoro, chiamando tal opera del suo
ingegno, non matura e dolce, ma imperfetta ed acerba[16]; ed infatti
quest'opera trovasi in alcuni testi a penna col titolo: _Liber acerbae
aetatis_. L'_Acerba_ è divisa in cinque libri, che in alcune edizioni
sono ridotti a quattro: è in terza rima, con le rime concatenate in
modo diverso dalla terza rima di Dante; ed è assai rozza e strana
nella forma, benchè qua e là bellezze vere rifulgano. Frequenti sono
le riprensioni che Cecco ivi fa alle dottrine di Dante; e contro Dante
inveisce fieramente verso il fine del suo lavoro; comecchè non paja
improbabile che Cecco avesse commercio di lettere con lui, secondo che
può argomentarsi da un luogo dell'_Acerba_ stessa, il quale dice: «Ma
qui mi scrisse dubitando Dante ec.». Ad un altro celebre fiorentino
si mostrò avverso fieramente Cecco d'Ascoli, dico a Guido Cavalcanti,
amico di Dante, sommo filosofo allora, e nobile poeta, scrivendo un
lungo commento alla canzone di lui:
Donna mi prega, perch'io voglia dire,
D'un accidente, che sovente è fero,
e combattendo virilmente le sue dottrine filosofiche; contro al
qual commento di Cecco, fece altro commento maestro Dino del Garbo,
pigliando risolutamente a difendere quelle dottrine che Cecco aveva
combattute.
Mentre questi era nello studio di Bologna, vi lesse negli ultimi anni
la Sfera del Sacrobosco con un commento fattovi da lui, e fioritissima
era la sua scuola: tal commento parve all'Inquisizione che peccasse
contro la dottrina cattolica del libero arbitrio, e fu comandato a
Cecco che cessasse di spiegarlo; ma, non rimanendosene, fu accusato,
processato, e condannato a gravissima sentenza; e dovè giurare che mai
più avrebbe insegnato tali dottrine. Ciò avvenne nel 1324;[17] e da
quel tempo, non trovandosi più a suo agio in Bologna, vagò per diverse
città, e all'ultimo se ne venne a Firenze, per astrologo forse, e forse
anche per medico, alla corte del duca di Calabria.
I due personaggi di sulla porta di Badía, l'uno era frate Accorso da
Firenze, inquisitore dell'eretica pravità nella provincia di Toscana;
e l'altro era maestro Dino del Garbo. Questi fu medico eccellentissimo
del suo tempo. Datosi a studiare in Bologna, valse tanto nelle arti
liberali, nella filosofía e nella dottrina di medicina che, di volontà
di tutto lo studio, fu promosso alla cattedra, dove insegnò molto tempo
con fama grandissima. La invidia per altro fece ben presto sue arti
verso di lui; nè poco gli si adoprò contro Cecco d'Ascoli, che leggeva
allora appunto a Bologna; il perchè Dino fu costretto partirsene, e
andò a leggere a Siena; nè a Bologna più volle tornare, con tutto che i
Bolognesi solennemente lo richiamassero.
Fece parecchie opere di gran lode, che lo resero famoso in tutta
l'Italia e fuori: tra le altre vuolsi notare più specialmente il
commento latino sopra la famosa canzone di Guido Cavalcanti, la quale
dei movimenti, cagioni, costumi e natura di amore, con ragioni, dice
Filippo Villani, filosofiche e morali sì cautamente e mirabilmente
dimostra; contro la qual canzone aveva, come dissi poco fa, scritto
acerbamente Cecco d'Ascoli.
Dino, già vecchio, era tornato da qualche anno a Firenze, per finirvi
quel tanto di vita che poteva tuttora restargli.
Adesso continuiamo il racconto: che oramai n'è il tempo.
CAPITOLO III.
L'OMAGGIO E L'AMORE.
Il palagio del Podestà, chiamato poi del Bargello, non era condotto
per anco all'ultima sua perfezione, dacchè non era ancora merlato; non
era ancora stato messo in volta il tetto di sopra; non era costruita la
maravigliosa scala del cortile; ma, con tutto ciò, era il più magnifico
palazzo di tutta Firenze; e tanti erano stati i restauri e gli addobbi
fatti per ricevere degnamente il novello signore, che sarebbe potuto
servire di reggia a qualunque gran re: e il duca e la duchessa si
mostrarono contentissimi di sì nobile residenza, che fecero anche più
splendida con arredi proprj.
Il giorno seguente alla venuta de' principi, il gonfaloniere con tutti
i priori, i capitani del popolo e i collegj, andarono a fare l'omaggio
solenne al novello signore ed alla sua donna. La gran sala del palagio
era mirabilmente ornata di pitture a fresco, e molta parte delle pareti
coperta di nobilissimo corame messo a oro con bullettoni dorati: erano
appiccati su in alto, e disposti in ben intesi gruppi, i gonfaloni
del re Roberto, di parte guelfa, della repubblica fiorentina, della
chiesa, dei sestieri e delle arti: panche, sedie ed altri mobili, il
tutto di noce finissimamente intagliati, e ricoperti, quelli che il
comportavano, di corame messo a oro, con bullettoni dorati: una edícola
di gentil disegno e lavoro, con un'immagine della Vergine, opera di
Giotto, era collocata nella parete di tramontana; nella parete di
levante erano due nobili sedie sotto un baldacchino ricchissimo di
sciámito rosso, seminato di gigli d'oro, e sormontato dalle armi della
Chiesa e del re Roberto.
Introdotti il gonfaloniere, i priori e tutti gli altri, il duca e la
duchessa, che erano seduti sotto a quello che potea dirsi trono reale,
si alzarono, e si mostrarono benigni in atti e in parole: ambedue
per altro avevano sulla faccia un certo non so che di altero e di
soverchiante, che forte dispiacque ai Fiorentini; e quella stessa
mostra di magnificenza, quell'essere attorniati com'erano di armati,
e di tanti nobili cavalieri, teneva sospesi gli animi di molti, che
si misero in apprensione per la libertà del comune. Il duca era assai
giovane: scarso piuttosto della persona, sparuto nel volto e con rada
barba; ma con due occhi così mobili, di così acuto sguardo e terribile,
che davano segno, non solo della mobilità, ma anche di altra peggior
qualità dell'animo suo. La duchessa al contrario era di persona ben
formata, di gentile aspetto, se non quanto aveva del virile: vicina
ai trent'anni, ma pur sempre bellissima, la sua beltà era rifiorita in
modo maraviglioso dalle ricche ed elegantissime vesti.
La magnificenza di quell'addobbo, lo sfoggio di armi, di gioje, di
vestimenti, così dei principi come de' tanti cavalieri che loro stavan
d'attorno, faceva strano contrasto colle semplici vesti de' cittadini
fiorentini, i quali rimasero sopraffatti da tanto splendore e da tanta
magnificenza; per modo che il gonfaloniere durò fatica a spiccicare
poche parole del complimento d'uso, alle quali il duca rispose quello
che sogliono rispondere tutti i novelli signori, fermandosi sulle
bellezze della città, sulla virtù dei cittadini, sulla buona volontà
con cui vengono di rispettare usi e consuetudini, e di spendere vita ed
averi per l'utilità del popolo e per il buono stato e per la libertà
del comune, e ben presto diede loro commiato. Come il gonfaloniere
fu vicino alla porta, gli si fe' presso Gualtieri di Brienne, duca
d'Atene, e sotto voce gli disse:
— Il signore vuol conferire con voi per cose che importano al buono
stato della terra; piacciavi di trattenervi un poco qui in palagio.
A che il gonfaloniere rispose che il farebbe, non senza essere
contristato da funesto presentimento.
Dopo tal cerimonia, altra se ne preparava non tanto solenne, ma
gentilissima se mai ne fu: sei fanciulle fiorentine, tutte de' grandi,
venivano a presentar la duchessa di un canestro di fiori, ed a farle
omaggio in nome delle matrone e donne fiorentine. Prima tra queste era
la Bice dei Cavalcanti, una fanciulla di meravigliosa bellezza, oramai
su' 24 anni, il cui volto era sempre dipinto di una certa mestizia,
che non poteva esserci cuore umano il quale non si sentisse tratto ad
amarla. A lei toccò di offrire a nome di tutte quel grazioso presente
alla duchessa, e disse parole così gentili, così semplicemente garbate,
e con voce così angelica, che Maria di Valois, risposto cortesi parole
di ringraziamento, non potè fare che, voltasi a lei specialmente, non
le dicesse:
— Gentile damigella, se Dio vi conceda ogni vostro piacere, che è
quell'aria di mestizia che portate sul vostro bel volto? essa mal si
conviene con la vostra bellezza, e con la letizia di questo giorno.
— Madama, le sventure della mia terra... La fresca perdite della mia
diletta madre... — rispose Bice tutta smarrita; e non trovando altre
parole da aggiungere.
— Ah, voi celate qualche cosa: siete bella, e non può fallire che
abbiate gentil cuore; e sapete che il vostro Dante scrisse:
Amore a cor gentil ratto si apprende;
e così dicendo la prese caramente per mano. La fanciulla fece il viso
come di fuoco, e tutta vergognosa chinò gli occhi a terra. In questo
eccoti entrare nella sala Guglielmo d'Artese, un leggiadro e nobile
cavaliere, biondo, di gentile aspetto, e di maniere e portamento
dignitoso, se altri ne fu, che recava alla duchessa un foglio da parte
di suo marito. Come prima egli fu dinanzi alla duchessa, e in un bacile
d'argento le presentava il foglio, gittò gli occhi sulla fanciulla,
che tuttora era tenuta per mano da lei, e che, senza accorgersi, si
voltò anch'essa verso di lui: e non prima i loro sguardi si furono
incontrati, Guglielmo si senti il cuore come passar da una lancia,
e non potè governare tanto sè stesso che non esclamasse: _Bice!_ La
fanciulla si coperse di un pallore simile a quel della morte, e rimase
immota come una statua, se non quanto si vedeva un moto convulso delle
labbra, e pioverle dal volto abbondantissime lagrime.
Come rimanesse la duchessa è facile indovinarlo, nè qui lo dichiaro:
con cenno severissimo intimò a Guglielmo di uscire; e lasciata la Bice
a cura delle sue damigelle, si ritirò stizzosamente nelle sue stanze.
CAPITOLO IV.
IL DUCA E IL GONFALONIERE.
In un'altra sala del palagio seguiva intanto altra scena. Il
gonfaloniere di Firenze era già a stretto ragionamento col duca, il
quale stava seduto sopra sedia magnifica, accanto ad un tavolino, su
cui era il suo elmo e la sua spada; e senza preambolo incominciò:
— Messer lo gonfaloniere, questa nobile terra è malata forte dentro di
sè, e minacciata di peggio da' nemici di fuori. Bisogna provvedere.
— Valorosissimo signore, e per questo appunto il Comune di Firenze è
ricorso alla vostra virtù e alla vostra potenza.
— Virtù e potenza! Ma queste sono poco efficaci là dove non sieno
secondate, e non possano liberamente operare. La potenza di Castruccio
è più grande che mai, dopo la dolorosa rotta dell'Altopascio; e la
parte Ghibellina se ne è rialzata maravigliosamente; nè a combatterlo
bastano le genti che abbiamo. Bisogna mandar tosto per le amistà,
e raccogliere il meno 800 cavalli, e far senza indugio la cerna del
contado.
— Monsignore, come può il Comune sopportare tanta spesa? Come si
possono trapassare i patti...
— I patti? — esclamò il duca accerito, e stendendo la mano alla
spada, che era sul tavolino, come per brandirla: — i patti sono che io
provveda al buono stato di questa terra; ed io debbo volere, e voglio,
tutte quelle cose che a ciò conducono più speditamente. Si ricordi la
vostra magnificenza, che io son figliuolo di re, e signore di Firenze.
A queste superbe parole il gonfaloniere non ebbe cuor di rispondere. E
il duca, più baldanzoso:
— Quando un Comune è ridotto a tali estremi, una volontà sola è
necessario che governi il tutto; ed a voi Fiorentini, coi vostri
modi di squittinj, con tanti ufficj così strani e diversi, in opera
di guerra e di ricomporre lo stato, non è possibile far cosa che sia
buona.
— Monsignore, disse timidamente il gonfaloniere, rompere gli ordini del
Comune, questo non si può fare.
— Tutto si può fare, chi voglia. Ma io non vo' rompere ordini nè altro:
bisogna solo che la somma del potere sia tutta in mia mano: bisogna che
i priori si facciano a mia volontà; e simile ogni signoría, e ufficj, e
guardia di castella, così in città, come in contado; che a mia volontà
possa fare pace e guerra; rimettere sbanditi e ribelli, ed ogni altra
cosa fare, che a me paja utile a quello perchè sono stato chiamato qua.
— Questo è molto, signore, e dubito forte se il Comune voglia farlo.
— _Voglia!_ C'è per avventura chi abbia balía di dir questo motto, dove
io son signore? Messere, pensateci bene: adunate signoría, capitani
del popolo, capitani di parte guelfa, collegj; adunate chi volete: a
me basta che l'effetto sia quello da me voluto. Anzi darò la cura a
monsignor Gualtieri di Brienne, di secondarvi quanto può in quest'opera
che vi commetto, e che dee rassodare la libertà e il buono stato
di questa nobile e a me cara terra, e ristorare in qualche modo la
dolorosa rotta dell'Altopascio.
E fatto venire a sè il duca d'Atene:
— Mio bel cugino, gli disse, strizzando un poco l'occhio e accennando
lievemente col capo, farete che siano in arme i vostri cavalli, e
seconderete con tutte le vostre forze il magnifico gonfaloniere in
quello che vi richiederà.
Qui il gonfaloniere fece atto di voler parlare; ma Carlo gli tagliò le
parole in bocca, dandogli cortese commiato in questa forma:
— A Dio v'accomando, messere: gravi cure mi vietano il poter più
lungamente ascoltare i vostri savj ragionamenti. Spero farete in modo
ch'io possa tenervi sempre per carissimo padre e per amico leale.
Quel venerando uomo fece profonda riverenza, e amaramente accorato,
uscì dalla sala.
Gualtieri sapeva già il disegno del duca; e come prima furono rimasti
soli, domandò:
— Signore, trovaste voi molto ritroso il gonfaloniere?
— Questi mercanti fiorentini, rispose il duca, restano facilmente
abbagliati dalla maestà regale. Non trovò modo di rispondere. Ora
bisogna senza indugio dar forma alla cosa, e a te ne commetto la cura;
fa che la signoría mi sia confermata per 10 anni, e che i 200 mila
fiorini si portino a 400,000.
— I grandi e i potenti sono per noi: ed io farò il rimanente.