«Ma un nuovo scrittore di romanzi ha oggi fatto capolino in

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BIBLIOTECA D'AUTORI ITALIANI.

Tomo XIII.

CECCO D'ASCOLI.

RACCONTO STORICO DEL SECOLO XIV

DI

PIETRO FANFANI.

EDIZIONE ACCONSENTITA DALL'AUTORE.

Non cuivis lectori auditorive placebo:

Lector et auditor nec mihi quisque placet.

LEIPZIG:

F. A. BROCKHAUS.

1871.

CENNI SOPRA PIETRO FANFANI.

Il nome di Pietro Fanfani è già tanto noto e venerato nella repubblica

delle lettere, che temo quasi di venir tacciato di arroganza

intraprendendo a scrivere alcune poche parole che devono servire in tal

qual modo di introduzione ad un suo libro. Onde scansare questa taccia

mi sia lecito di recare anzi tutto alcuni cenni sulla storia della

presente edizione dell'eccellente romanzo del gran filologo italiano.

Verso la metà dell'anno 1870 il Fanfani, cui piace onorarmi della

sua amicizia, mi era cortese di un esemplare della edizione del suo

_Cecco d'Ascoli_ fatta nell'anno medesimo a Firenze. Dopo averlo letto

e riletto non potei fare a meno di giudicare che questo del Fanfani

fosse un romanzo da porsi allato ai pochi buoni della letteratura

romanzesca italiana, e da porsi in ischiera coi _Promessi Sposi_ del

Manzoni, colla _Margherita Pusterla_ del Cantù, col _Niccolò de' Lapi_

di Massimo d'Azeglio e con altri romanzi di questo genere. Anzi, io

non dubitai un momento il _Cecco d'Ascoli_ essere in diversi riguardi

assai più bello dei romanzi or' ora nominati. Per dirne soltanto una,

quella lingua tanto bella, semplice, pura e schietta nella quale è

scritto il _Cecco_ tu la cercheresti invano altrove. In me si risvegliò

adunque il desiderio di veder stampato il libro in questa nostra

_Biblioteca d'autori italiani_, alla quale esso sarebbe stato di non

lieve ornamento. Ne scrissi adunque al Fanfani, il quale con quella

sua amabile modestia che è propria soltanto degli uomini veramente

grandi mi rispose: «Che quel libro sia ristampato a Lipsia lo terrei

per grande onore; e però le dò carta bianca rispetto alle condizioni

da porsi all'editore; il guadagno è sempre l'ultima cosa ch'io cerco.

Faccia dunque e disfaccia, certo di piacermi in qualunque modo.» I

patti furono stipolati senza veruna difficoltà, e stipolati che furono

il Fanfani mi scriveva di nuovo: «Avrei caro che la edizione la curasse

Lei; e che mi proponesse quelle altre correzioni che le paressero

bisognare, facendo poi sull'opera tutte le annotazioni, discorsi ecc.

che crederà meglio.» Quantunque occupato assai di altri miei lavori

letterarii accettai nondimeno prontamente la proposta di curare la

stampa, lieto di poter così in certo modo mostrare la mia gratitudine

verso l'egregio autore. Correzioni da proporre io poi non ne aveva,

neppur trovai che ci fosse uopo di annotazioni o discorsi. Ben si

avrebbe potuto fare un discorso storico e critico sopra l'infelice

Cecco d'Ascoli, l'eroe principale del romanzo; senonchè l'autore stesso

nel suo libro ne dice assai per i lettori dello stesso, e i dotti non

andranno a cercare ammaestramenti critici o scientifici in un libro che

vuol essere ed è popolare. Soltanto mi parve, che alcuni fra i lettori

del libro che non conoscono più che tanto la moderna letteratura e

filología italiana, avrebbero forse caro di fare un po' di conoscenza

col celebre autore del _Cecco d'Ascoli_, e che perciò alcuni brevi

cenni biografici non sarebbero fatica gittata al vento. Communicai

quest'idea all'autore e ne ebbi la sua approvazione; soltanto egli mi

pregava di non voler scrivere sopra lui in modo tale da offendere la

sua modestia. Questo desiderio m'indusse a premettere le osservazioni

qui sopra, dalle quali si vede che il Fanfani non richiese lui nè che

il suo libro si stampasse nella Germania, nè che vi si aggiungessero

cenni biografici, ma che egli condiscese soltanto amichevolmente al

desiderio da me espresso.

Tanto basti della _storia_ della presente edizione. Intorno

all'edizione stessa vi spenderò alcune brevi parole alla fine del

presente discorso. Sopra la vita e le opere dell'autore trascrivo

imprima quanto ne dice il _Pitrè_ a pag. 65-70 dei suoi _Profili

biografici di contemporanei italiani_ (Palermo 1864)[1], su cui il

Fanfani medesimo così mi scriveva: «Non so chi fornisse i materiali al

sig. Pitrè, ma sono _assai esatti_.» Il Pitrè dunque scrive:

«Nacque il Fanfani a Pistoja nel 1817, da famiglia piuttosto agiata

anzichè no. Maschio unico, fu educato assai amorosamente, e le carezze

gli nacquero a segno che nella prima età diede cattivi indizi della

sua riuscita, e fu pessimo scolare. Il padre si vide necessitato a

metterlo per castigo sotto la custodia di un suo fratello prete in

campagna, dove il lasciò un intiero anno. Tornato, e messo sotto

a privati maestri, imparò assai bene, ma la sua indole era sempre

irrequieta e riottosa. Finiti gli studi di grammatica, e passato a

quelli di lettere sotto il canonico Giuseppe Silvestri, grande rettore,

eccellente scrittore latino e valente scrittore italiano e l'unico

che ridestasse in Toscana lo studio della Divina Commedia, passava a

quelli di filosofia sotto il Mazzoni. Prima dei diciott'anni si volle

mettere allo studio delle scienze mediche nella scuola dell'ospedale di

Pistoja; ma più che alla medicina, badava a coltivare le lettere, nelle

quali trovava il suo vero elemento, senza però far senno; cosichè il

padre di lui, che per disgrazie patite volgeva a povertà, fu costretto

a cercargli una situazione nella milizia, e lo mise a fare il soldato,

dove stette venti mesi, nella segreteria di un colonnello. Morto

il genitore ed avuto il congedo, riprese gli studi medici, ma senza

frutto, e li abbandonò nel 1838, per darsi solo alle amene lettere.

«Nel 1847 incominciò a Pistoja un giornale intitolato _Ricordi

filologici_ che ebbe buon successo e fu da molti applaudito; ma lo

interruppe un anno dopo, per andare coi volontari toscani in Lombardia,

dove preso colle armi alla mano (ed armi non istate oziose[2]), e

fatto prigioniero degli Austriaci, il 29 maggio fu cogli altri suoi

compagni condotto a Mantova, e poscia a forza di marciate assai penose

nel forte di Theresienstadt, sull'estremo confine della Boemia, donde

uscì nel settembre, al concludersi dell'armistizio solasco. Ritornato

in patria ripigliava lo studio delle lettere e, amico del Gioberti,

era da lui chiamato in Piemonte, nel Ministero di Pubblica Istruzione;

ma salito al potere il Pistojese Franchini, si avea da lui ufficio

onorato nel Ministero di Toscana. Dopo la restaurazione del Lorenese

era mantenuto in ufficio, ma guardato sempre con sospetto. Non ostante

qualche opposizione, dava mano a un nuovo giornale di Filologia,

Letteratura, Istruzione Pubblica e Belle Arti, cui metteva il titolo

di _Etruria_, bene a ragione encomiato dal Gioberti. Nel 1859 veniva

eletto bibliotecario della Marucelliana, e poi nel 1861 con decreto del

principe di Carignano, chiamato a reggere la Biblioteca Nazionale di

Napoli, carica che non volle il Fanfani accettare[3].

«Moltissime sono le opere di lui, ma non tutte del medesimo

interesse[4]. Aspettando che egli, nella età in cui si trova, regali

alle lettere lavori veramente degni della sua dottrina, come gli ultimi

dati fuori, ci facciamo ad enumerare i principali: 1º. Il _Vocabolario

della lingua italiana_ (Firenze, Le Monnier 1856), lavoro pensato e

coscienzioso dove in mezzo a tanti difetti (alcuni dei quali già stati

notati dal Viani) risplendono pure pregi infiniti[5]. 2º. _I Diporti

filologici_ (Napoli 1858), dialoghi già pubblicati in vari periodici,

e benchè dispaiano gli uni dagli altri negli speciali argomenti,

veggonsi tuttavolta assai bene congiunti insieme per tendere a

quell'unico scopo di scrivere bene l'italiano[6]. 3º. _Le Osservazioni

sui primi fascicoli della quinta impressione del vocabolario della

Crusca_ (Modena 1849). Questa scrittura fu causa di molti dispiaceri

al Fanfani, e diede argomento perchè tra lui e gli accademici della

Crusca s'impegnasse una disputa che si mantenne viva per qualche tempo

e venne acquistando molta celebrità in Toscana. Il Fanfani avea colla

sua natural franchezza dichiarato, che i sette fascicoli di quella

impressione erano erronei, anzi un vero plagio, una rapsodia, e lo

avea solennemente espresso in una dedicatoria di quel suo scritto al

Parenti. La Crusca se l'ebbe per male, e invitò uno dei suoi socii a

rispondere. Il Salvi fu quello che volle mettersi a battagliare col

filologo pistoiese, scrivendo le più orribili villanie. L'Arcangeli,

imitando il Salvi, nelle _ultime parole di un Apatista_ disse vituperii

del Fanfani, suo amicissimo e confidente, quando afflitto da domestiche

sciagure non poteva, com'era conveniente, rispondere. Con tutto questo

pochi mesi dopo i Cruscanti diedero ragione al sagace critico, e quei

fascicoli sui quali si era aggirato la disputa giudicati roba da nulla,

furono messi da parte per dar luogo a una ristampa in altra maniera[7].

4º. Il _Vocabolario dell'uso toscano_ (Firenze, Barbèra. 2 vol. 1863),

e 5º. il _Vocabolario della pronunzia toscana_ (Firenze, Le Monnier,

1863), opere indispensabili a studiarsi da chi attende a curare il

nostro bello idioma, per la molta conoscenza che l'autore mostra della

lingua italiana e della pronunzia toscana, e per la straordinaria

erudizione che sempre vi s'incontra: erudizione solida, abbondante,

provata. Molti furono i critici che ripresero questi lavori e ai più

non piacque quella mescolanza che il Fanfani spesso fa di parole che

figurano sempre diversamente nelle diverse città toscane, come per la

pronunzia. Assai sono gli errori, a vero dire[8], e tali che dovrebbe

egli correggere in un appendice o in una seconda edizione, facendo

suo pro delle osservazioni degli onesti e coscienziosi linguisti; ma

non sappiamo trovar parole che bastassero a lodare il compilatore pel

bene che arrecò alle lettere con questi nuovi libri, che gli costarono

parecchi anni di studii indefessi.

«Le opere del Fanfani, che diremo minori, sono: le _Lettere precettive

di eccellenti scrittori_; il _Decamerone del Boccaccio_; la _Fiera

e la Tancia di Buonarroti il Giovane_; le _Novelle e le Commedie di

Grazzini detto il Lasca_; le _Poesie burlesche de' più illustri autori

classici_, libri tutti annotati e postillati. Oltre a questi ve ne

sono degli altri editi per sua cura, tali sarebbero: l'_Aiace del

Buonarroti_; i _Conti di antichi Cavalieri_; il _Gazzettino di Girolamo

Gigli_; il _Dialogo della bella creanza delle Donne di A. Piccolomini_;

_l'Attila, Flagellum Dei_, romanzo cavalleresco; i _Marmi di Anton

Francesco Doni_; il _Pome del Bel Fioretto, poema di Domenico da

Prato_; _Lorenzo e Lorenzino dei Medici_, ecc. le quali pubblicazioni,

toltane alcuna, sono state tirate in numero scarsissimo di esemplari,

collo intendimento di lasciarle come _rarità bibliografiche_; e

finalmente poche traduzioni dal latino e dal francese, tra le quali

stupenda ci pare quella dagli _Anabbatisti di Monforzio_.

«Pietro Fanfani, ingegno carissimo, adorno di tanto e si squisito gusto

è dei pochi, per servirci delle parole del Deputato Bruto Fabbricatore,

i quali nella felice Toscana mantengono in pregio ed onore la buona

lingua ed i classici studii, ritraendo bellamente in sè quello che ad

altrui va inculcando; questo attestano le molte opere finora ricordate,

e lo comprovano le varie prose da lui composte per la _Rivista di

Firenze_, pel _Passatempo_ e pel _Piovano Arlotto_, periodici diretti

da quel raro ingegno che è Raffaele Foresi, e che non perdonarono ad

offesa di sorta fatta alla nostra lingua.

«Il Fanfani dirige in Firenze il _Borghini_, rivista mensuale di

filologia e lettere: il solo che si occupi seriamente degli studii

della vera lingua italiana, che Egli vorrebbe veder propagata e

abbracciata dall'universale; e dei pochi che servano di addentellato a

nuovi e più vasti lavori sul nostro idioma.»

Sin qui il Pitrè. Ulteriori notizie biografiche non ne aggiungo. Chi

vuol conoscere più addentro le vicende di questo principe dei moderni

filologi italiani leggerà un giorno con interesse e con diletto la

_Vita_ che il Fanfani sta scrivendo, e che senza dubbio riuscirà un

libro importantissimo. Là sarà pure svolta la storia dei combattimenti

da quel profondo ingegno sostenuti. Chè come a tutti i grandi uomini

non mancarono neppure al Fanfani persecuzioni ed inimicizie. Di sopra

si è già potuto vedere quanto indegnamente egli fu perseguitato dagli

Accademici della Crusca. Per altro la Crusca, dopo averlo perseguitato

a morte, vedendo riuscir vani tutti i suoi attacchi, giudicò bene

ravvedersi e riparare come si poteva ai torti fattigli. Il perchè non

solo mandava alla cartería quei fascicolacci sul cui valore si era

disputato, ma faceva pure suo socio ed Accademico quel medesimo Fanfani

che essa aveva tanto fieramente perseguitato. Così alla fin dei conti

la guerra letteraria fece grande onore al Fanfani e gran disonore alla

Crusca. Assai fieramente e, non dubito aggiungerlo, assai puerilmente

scrisse contro il Fanfani Vincenzio Nannucci nella prefazione al

primo volume della seconda edizione del suo _Manuale_, dove egli te

lo acconcia proprio pel dì delle feste. «Ma, sai che è?» dirò col Di

Giovanni; «il Nannucci soffriva di bile, e se la pigliava contro chi

fosse. Po' poi, sapeva tanto il merito del Fanfani in fatto di studii

filologici, che il pregava fra le tante di correggergli a suo modo

uno scrittarello sull'Arcangeli; e in stampa diceva all'Arcangeli e a

tutta l'Accademia, che delle origini della lingua egli, il Fanfani, ne

sapesse mille volte più di loro.» — _Et de hoc satis!_ Oggi la polemica

ed i vituperii del Nannucci sono intieramente dimenticati, nè la gloria

del Fanfani ne ha sofferto un jota. E pure il Nannucci era un Grande!

Potrebbe servir di esempio, ma non servirà, a certi letteratucci

d'oggidì che van cercando gloria e reputazione nelle brighe e nei

vituperii che vomitano contro chi è le cento e cento volte da più

di loro. Le male lingue ponno bensì oscurare per un'istante la vera

gloria, ma sono come le nuvole che si dileguano presto dinanzi al sole.

Se il Fanfani fu perseguitato egli uscì alla fine vittorioso da tutte

le persecuzioni, e non vi è oggi chi ardisca negargli la gloria di

essere egli il principe dei filologi italiani. Egli occupa in Italia

il medesimo posto che i celebri fratelli _Grimm_ nella Germania.

Nonostante le persecuzioni accennate ed altre non gli venne pertanto

meno la riconoscenza dei buoni e non gli mancarono gli onori dovuti

al suo ingegno ed al nobile suo carattere. L'Istituto veneto e tutte

le principali accademie d'Italia si recarono ad onore di ascrivere il

Fanfani fra i più distinti loro socii. Il Ministero di Agricoltura

industria e commercio lo eleggeva Presidente della Commissione del

vocabolario tecnologico; Vittorio Emanuele lo faceva di suo proprio

moto prima cavaliere, e poi ufficiale de' SS. Maurizio e Lazzaro. Tanti

onori avrebbero per avventura reso altri superbi, ma non il Fanfani,

che è un vero esempio di modestia. Chi già ebbe relazioni secolui

sa quanto egli sia alieno da qualsiasi orgoglio. E qual meraviglia?

Non sono che i ciarlatani che hanno grande opinione di sè stessi e

presumono di esser gran cosa subito che hanno accattato un qualche

onoruccio, fosse pure un _decreto di cittadinanza_. Ma i _veri_ dotti,

i _profondi_ scienziati da Socrate in qua si distinsero sempre colla

loro umiltà e modestia.

Delle opere del Fanfani abbiamo già parlato. Ma soltanto in parte.

Ci resta a ragionare di quelle che il celebre letterato pubblicò

dopo che il _Pitrè_ scrisse i suoi _Profili_. L'eccellente giornale

_Il Borghini_ finiva di vivere, non so perchè, dopo soli tre anni di

vita. I suoi lavori lessicografici il Fanfani li aumentava pubblicando

l'insigne _Vocabolario dell'uso toscano_ (Firenze, Barbèra). «Questo

Vocabolario contiene quella parte del volgar toscano, la quale non

si trova, se non in piccola parte ne' vocabolari che abbiamo; e che

forse e senza forse è la più bella e la più efficace. Vi si assegna

la ragione di parecchi idiotismi comuni al popolo, di vari singolari

costrutti e proprietà di lingua. Si pongono spesso dei riscontri tra

l'uso corrente e l'uso degli scrittori antichi; e nulla si trascura di

ciò che può illustrare la soggetta materia. Per non far poi un magro

registro di voci, ed un lavoro uggiosamente uniforme, si dà varia

forma ai diversi temi, quando venga il bello, e recasi ancora qualche

composizioncella inedita, dove serva comecchesia di illustrazione.»

Quantunque l'edizione di questo utilissimo libro fosse già da alcun

tempo esaurita non se ne fece sinora una seconda, per colpa non già

dell'autore, che pur desiderava di farla, bensì dell'editore Barbèra,

che non reputò opportuno di farla _per ora_. Lo perchè il Fanfani

pubblicava nel 1870 le sue non meno insigni _Voci e Maniero del parlar

fiorentino_ (Firenze, Polverini), che sono una _Giunta_ al vocabolario

suddetto.

Oltre all'essere principe dei moderni filologi il Fanfani è pure

dantista insigne. Moltissimo devono a lui gli studii danteschi,

massimamente in ciò che concerne la critica del testo della Divina

Commedia. Quel suo secondo dialogo dei _Diporti filologici_ che

discorre di lezioni dantesche è proprio oro di coppella. Lo stesso è a

dirsi dei suoi numerevoli lavori danteschi pubblicati nell'_Etruria_,

nel _Piovano Arlotto_, nel _Borghini_ ed in altri giornali. Convien

proprio deplorare che al Fanfani non sia riuscito di eseguire un

suo vasto disegno onde dare una edizione di Dante ridotta alla

sua vera lettura. «Aveva disegnato», dice egli, di «metter su un

giornale, ordinato solamente a preparare un'ottima edizione della

Divina Commedia. Volevo aprire, per mezzo di esso, corrispondenza con

tutti gli studiosi di Europa: chi aveva varie lezioni da mandare,

interpretazioni da proporre, notizie insomma ed erudizioni da

illustrare il Poema, dovesse farmele ricapitare: ogni cosa si dovesse

stampare e discutere nei fogli del giornale: discusso e ventilato ogni

cosa, si dovesse stampare, come lambiccato di queste discussioni e

ventilazioni, un canto col suo commento: su questa stampa dovesse, chi

voleva, far le sue censure ed osservazioni; dopo esaminate le quali,

un consiglio a ciò deputato, composto di uomini più reputati negli

studi danteschi, dovesse fermarne stabilmente il testo, approvarne il

commento, e licenziarne la divulgazione.» Ognun comprende facilmente

quanto di bene questo gigantesco disegno avrebbe recato agli studii

danteschi. Ma perchè dunque il Fanfani non diede mano all'esecuzione?

Fattelo dire da lui: «Ma poi mi misi a pensare _si res mihi lecta esset

potenter_; e tutto il mio disegno fu cancellato da una bella risata,

considerato ch'io ebbi la mia piccola sufficienza, e che sì fatta

impresa potrebbe solo compiersi col favore efficacissimo di un Governo,

o di qualche ricchissimo e generoso signore.»

La più eminente pubblicazione dantesca del Fanfani è sinora il

_Commento alla Divina Commedia d'Anonimo Fiorentino del secolo XIV_,

che si cominciò a stampare a Bologna nel 1866, e di cui ne uscirono già

due grossi volumi, contenenti _l'Inferno_ ed il _Purgatorio_, mentre

il terzo ed ultimo volume si pubblicherà in breve. Il discorrere del

valore scientifico, critico e letterario di questa esimia pubblicazione

non è di questo luogo. Basti osservare che mediante essa il gran

filologo occupa un posto eminentissimo fra i moderni dantisti, e non

solo fra i moderni ma eziandìo fra i futuri, appo i quali il nome del

Fanfani sarà ricordato con venerazione e gratitudine, quando certi

frannonnoli che oggidì con millantería goffa e ridicola pretendono

sostener _loro_ «il peso erculeo della Letteratura dantesca», soltanto

perchè sciupano carta ed inchiostri senza fine, saranno del tutto posti

in obblío.

Tanto numerevoli sono le pubblicazioni del Fanfani che non mi è

possibile di farne una enumerazione compiuta, nonchè di parlare di

cadauna. Non voglio per altro passar qui sotto silenzio un paio di

lavori che in tal qual modo si ponno considerare come i precursori del

_Cecco d'Ascoli_. Il primo di essi è _La Paolina. Novella in lingua

fiorentina italiana_ (Seconda edizione. Firenze, Polverini. 1868).

Propriamente questa graziosa Novella è diretta a confutar co' fatti

la sentenza del Manzoni che l'Italia non abbia una lingua nazionale.

Il Fanfani dunque, che già aveva combattuto contro il Manzoni nel

suo dotto opuscolo: _La lingua italiana c'è stata, c'è, e si muove_

(Faenza, 1868), fece una Novella nella quale «non si legge una parola

che fiorentina non fosse, e che non fosse ad un'ora stessa italiana.»

La Novella è dunque un lavoro assai artificioso, eppure è scritta in

una lingua tanto bella e naturale che ogni fanciullo la può intendere

senza qualsiasi difficoltà. Un'altro lavoro di questo genere è il

grazioso romanzo: _Una Bambola. Romanzo per le bambine_ (Firenze,

Polverini. 1869). È questo uno dei più bei libretti per le bambine

che io mi conosca nella letteratura italiana. «Il fine dell'autore

è morale e educativo: facendo la storia di una bambola, ne piglia

occasione a trattare i punti principali della educazione femminile, e a

dimostrare qual è il vero ufficio della donna nella Società: il tutto

con linguaggio e pensieri semplicissimi e adattati alla intelligenza

delle bambine.» Su questo ed alcuni altri scritti morali ed educativi

del Fanfani si può confrontare un mio articolo nel _Magazzino di

Letteratura estera_ di Berlino (1870. pag. 436 e seg.).

Chiuderò questi brevi _Cenni_ esclamando col _Prudenzano_: «E dove

porremo quell'ingegno carissimo di Pietro Fanfani, adorno di tanto

e sì squisito gusto, di spontaneità e grazia soavissima nell'italico

idioma?» ed augurando che gli sia concesso di arricchire la scienza e

le lettere di nuovi parti del profondo suo ingegno. In ogni modo il

nome di Pietro Fanfani vuol dire una nuova epoca nella storia della

filologia e letteratura italiana.

————

Il _Cecco d'Ascoli_ è fuor di dubbio uno dei più bei romanzi che

orna la moderna letteratura d'Italia. Vi fu chi lo pose allato ai

_Promessi Sposi_, all'_Ettore Fieramosca_, all'_Assedio di Firenze_ ed

al _Marco Visconti_. Io non dubito un momento di porlo _al disopra_

di tutti questi romanzi. Della lingua non giova parlarne; in merito

ad essa nessuno attinse giammai tanta purità bellezza e perfezione

come il Nostro. Ma anche la tessitura del romanzo ed il carattere

delle persone non teme mica il paragone coi più insigni lavori di tal

genere. I caratteri di Dino del Garbo e di Cecco d'Ascoli sono forse

forse un pochettino esagerati. Ma le sono queste quistioni di dotti

e però non mi ci fermo sopra. Aggiungerò solo che a me sembra degno

di considerazione quanto sopra il _Cecco_ e la sua _Acerba_ scrisse

il cav. Palermo nel secondo volume della sua opera: _I Manoscritti

Palatini_ (pag. 163 a 258). Ritornando al nostro romanzo dico che

alcuni caratteri che in esso ci si fanno incontro, sono veramente

impareggiabili. Quanto amabile quella _Bice_! Essa vale due buone

_Lucie_; e quel prete di Settimello colla sua Simona paragonato al buon

don Abbondio colla sua Perpetua! Ma io non mi fermerò ulteriormente a

commendare un libro che non ha certo bisogno delle povere mie lodi, e

mi contenterò di presentare dinanzi agli occhi de' lettori un piccolo

florilegio di giudizii che sul _Cecco d'Ascoli_ si stamparono in

Italia.

_Antonio Zaccaria_ pubblicava a proposito del _Cecco d'Ascoli_

un'opuscolo intitolato: _Del romanzo dei romanzieri e del signor Pietro

Fanfani_, ove dopo aver ragionato di parecchi dei più celebri romanzi

italiani il ch. autore continua:

«Ma un nuovo scrittore di romanzi ha oggi fatto capolino in sulle scene

letterarie d'Italia, e questi è il signor Pietro Fanfani, già noto

alla repubblica delle lettere per i suoi lavori filologici. Esso col

suo racconto intitolato _Cecco d'Ascoli_ ha fatto vedere d'intendere

meglio di ogni altro, come voglia essere usato il romanzo in Italia,

e a quale scopo rivolto. Esso ha conosciuto che il romanzo, com'è

usato dagli stranieri, non può adattarsi ai popoli di stirpe latina,

qual è l'italiano, stirpe esquisitamente sociale. Dietro l'esempio

degli uomini dotti di tutte le età, egli usa la favola per propagare

le utili cognizioni. Dipinge i costumi e le vicende dell'umana vita,

dimostra gli errori in cui siamo tratti dalle nostre passioni, in fine

rende amabile la virtù e odioso il vizio. La maniera sua è romantica,

ma accomodata all'indole della letteratura d'Italia, conciosiachè si

avvicini al fare della novella, componimento più nostrale e che deve

all'Italia il suo vero splendore. Quello però che, a parer nostro,

forma il più alto pregio del racconto del Fanfani, si è che ogni regola

d'arte vi si trova scrupolosamente osservata. In vero se tu riguardi

all'orditura del _Cecco d'Ascoli_ vi scorgi quell'unità d'azione che

i nostri buoni vecchi ci predicarono tanto; poichè nel _Cecco_ il

subbietto figura sempre principale, e tutte le cose che delle altre

persone si vanno discorrendo si intrecciano ed annodano ad esso. Se poi

osservi i costumi, li trovi dipinti co' loro colori naturali non solo,

ma ancora con colori che non fanno l'un coll'altro alcun contrasto. Ivi

non ti avvieni a quei costumi esageratissimi che o non s'incontrano

in natura, o sono aberramenti non imitabili della natura. E quanto

al dettato mal potresti desiderare cosa migliore: nel che vuol esser

tanto più encomiato il chiarissimo Autore, quanto ha dovuto vincere

difficoltà tragrandi; non si potendo dire a mezzo quanto arduo sia

l'acconciare bene ad un lavoro più o meno di finzione il linguaggio

della prosa, meglio fatto per l'espressione della realtà. Qui (o

c'inganniamo), è dove il Fanfani toglie di leggieri la palma a tutti:

perciocchè lo stile del Bresciani, per chi ha buon gusto, quantunque

adorno sia d'ogni più vaga venere dell'idioma toscano, sente assai

dello studiato e si dilunga da quella cara ingenuità che rende così

amabili i nostri antichi. Per contrario nel Fanfani hai un dettato

piano, semplice, vario, elegante, affettuoso, lucido, aggraziato,

che ti porge diletto e scende al cuore. Trovi poi ritratte al vivo le

usanze del tempo; e con esse le virtù, i vizi, le superstizioni ed ogni

altra cosa che valga a dartene una piena cognizione. Insomma il lavoro

del Fanfani è opera classica e degna de' maggiori encomi.»

In un lungo articolo stampato nella _Gazzetta di Pinerolo_ (Nº. 33. 14.

Agosto 1870) il dottore _C. Giambelli_ fra altro così si esprime:

«Questo racconto (il _Cecco d'Ascoli_) è d'un'infinita bellezza

riguardo alla lingua, e molte notizie di quei tempi, sebbene le

conosciamo già per diverse fonti, pure qui raccolte in breve fanno

maggior effetto e più ne piacciono.»

_F. Lanza_ chiudeva un suo ragguaglio sul _Cecco d'Ascoli_ pubblicato

nella _Piccola stampa_ (Nº. 60. 29 Agosto 1870) colle seguenti parole:

«Mi resta ora a parlare della condotta del lavoro, dello stile,

della lingua, ed in tutto ciò nulla ho a dire che non sia in lode

dell'autore. Ben delineati i caratteri ideali, e specialmente quello

della Bice, e del vecchio Geri, ben tratteggiati e conservati quelli

storici. Benissimo immaginato l'intreccio della favola, e bene

svolto, bello e naturale lo scioglimento. Dello stile e della lingua

che dirò quando l'autore si chiama Pietro Fanfani? Stile elegante,

terso, chiaro; lingua (cosa rara al giorno d'oggi) veramente Italiana

e purissima. Questi e molti altri pregi che troppo lungo sarebbe

enumerare, compensano sì largamente quelle piccole mende ch'io ho

creduto scorgervi, che il signor Fanfani può andar superbo del suo

lavoro, che avrà certo un posto eminente fra le opere letterarie

italiane.»

Con questi critici son pure d'accordo molti altri, il cui giudizio

non riferiremo qui per non istancare il lettore. Chiuderemo pertanto

esclamando col _Fruscella_: «il _Cecco d'Ascoli_ è gloria novella delle

lettere nostre.»

————

Ci resta a dire due parole della presente _terza edizione_ del

celebre romanzo. Allorquando si trattava di farla, l'egregio autore

mi scriveva: «Correzioni non ce ne saranno, se non lievissime,

avendovi posto molta cura nella seconda edizione.» Di fatti in

ciò che concerne la materia ed i concetti la presente edizione è

_invariata_, conforme alla seconda. Le correzioni ed i miglioramenti

sono di lingua e di stile, e di questi ne ritroverai, quantunque per

lo più lievi, in ogni pagina, essendosi l'insigne autore nuovamente

affaticato a ripulire il suo esimio lavoro ed a condurlo per quanto

possibile fosse alla perfezione. Questa è conseguentemente una edizione

_riveduta e migliorata dall'autore_ quantunque nel frontespicio non

lo abbiamo detto. Del mio non vi ho aggiunto nulla, tranne tre o

quattro brevissime notarelle che come tali sono contrassegnate. Ho poi

posto ogni cura perchè la stampa riuscisse corretta quanto possibile.

Se tuttavia errori vi sono rimasti spero di trovar scusa appo chi

consideri che il libro non solo si stampò in Germania e da Tedeschi, ma

eziandio molto lontano del mio presente luogo di dimora, lo che doveva

necessariamente rendere di molto più difficile a me il curarne la

stampa.

G. A. SCARTAZZINI.

ORIGINE E PROPOSITO

DI QUESTO LIBRO.

Una mattina, là sullo spirare del 1868, venne da me un compitissimo

giovine e di bella maniera, il quale, dopo le cerimonie di uso,

garbatamente mi disse:

— Vorrei un favore da lei.

— Due, potendo.

— Io son uno dei Direttori del _Diritto_; e vorrei che la ci scrivesse

un romanzo.

— Un romanzo io? ma le pare? Io che non leggo mai romanzi; che non

ho mai tentato nulla di simil genere; come vuole che possa fare un

romanzo? Mi rincresce; ma questo appunto è uno di quei favori che non

posso farle.

— Badi: il compenso che il _Diritto_ le darebbe, non dovrebbe essere

indegno nè di lei nè delle Lettere.

— Mio caro signor Mussi (era appunto il signor Mussi que' che parlava

meco), la quistione non è codesta: è che io romanzi non ne so fare, e

non ne vo' fare.

— Ma ci pensi..... provi..... O almeno ci illustri un periodo di storia

a modo suo. Insomma, vogliamo qualche lavoro di lei per l'appendice del

_Diritto_.

— Ci penserò; ma non le prometto.

— A rivederla.

— A rivederla.

Io non aveva voglia per niente di pensare a questa faccenda; ma,

capitatomi a mano in questo mezzo tempo un codice, dove era la

sentenza di Cecco d'Ascoli; mi balenò in mente che nel fatto di questo

illustre sventurato ci fosse materia da farci qualcosa: ripensai tutto

quel periodo di storia, che è bellissimo: almanaccai per immaginare

accessorj; e passando di un pensiero in un altro, mi trovai scritto

nella mente un disegno, che mi parve da potersi colorire con qualche

buon effetto. Allora mi venne voglia di provarmi; e scrissi al signor

Mussi, che passasse da me, come fece senza indugio.

— Ho pensato a quell'affare: il soggetto sarebbe _Cecco d'Ascoli_: le

piace?

— Mi piace; e poi, basta che piaccia a Lei.

— Le condizioni?

— Le dissi che non sarebbero indegne nè di lei nè delle Lettere. Le

scriveremo una lettera, ed ella spero risponderà che accetta.

— Badi: ella compra gatta in sacco: per me questi sono lavori nuovi;

e potrei far cosa che non piacesse; tanto più che io non potrò mai

indurmi a scrivere le esagerazioni di molti fra gli odierni romanzieri,

perchè le credo artifizio e non arte, e poi perchè ciò ripugna alla mia

natura.

— Faccia come le pare; chè noi saremo sempre contenti.

Il giorno appresso mi venne la promessa lettera dalla Direzione del

_Diritto_: le condizioni erano quali il signor Mussi le aveva promesse:

le accettai senza esitare: furono mantenute scrupolosamente da ambe le

parti; e il racconto del _Cecco d'Ascoli_ si pubblicò tutto intero dal

marzo al giugno dell'anno passato.

Così nacque il presente racconto. Adesso il lettore di questa ristampa

è bene che sappia con qual proposito lo dettai; e glielo dirò,

riportando la lettera che io, nella soggetta materia, scrissi già

al signor Ugo Bassani di Venezia, e che in questi giorni si è veduta

stampata in varj giornali.

«Firenze, 12 Giugno 1870.

«Mio caro Ugo,

«Quel mio racconto del _Cecco d'Ascoli_, di cui leggesti i primi

capitoli, quando testè fui a Venezia, e del quale mi chiedi

adesso ragguaglio, non è un romanzo nel proprio significato

che ora suol darsi a tal voce. Io ho voluto solamente fare

un racconto, che desse qualche diletto non senza istruzione.

Narrando il compassionevole caso di Cecco d'Ascoli, ho avuto

per proposito di render familiare tra il popolo quel periodo di

storia fiorentina, di metter in veduta, come suol dirsi, la vita

intima dei Fiorentini, le usanze e i costumi di quel tempo, ed

anche di descrivere in parte com'era allora Firenze. Il racconto

è molto variato di avventure, di guerre, di piacevolezze e di

amori; ma ho fuggito a disegno ciò ch'è pascolo più ghiotto

ai volgari lettori di romanzi, dico le esagerazioni di ogni

maniera, passioni violente, lascivie ed oscenità, orribili colpe

e delitti, tutto quell'apparecchio insomma dell'arsenale de'

romanzieri, per mezzo del quale si turba e si sconvolge l'animo

e la mente dei lettori; tenendomi invece alla temperanza in ogni

cosa, e ingegnandomi di toccare il cuore per altra via, acciocchè

il mio libro possa lasciarsi leggere, anche alle fanciulle più

gelosamente guardate, senza un pericolo al mondo, ed il lettore

se ne senta placidamente commosso, e provocato al bene, anzi

che al mal fare. Mi sono studiato pure di scriverlo con quella

maggior diligenza della quale son capace; e se, avendo alle

mani personaggi del trecento, ho dovuto fargli parlare al modo

del loro tempo, mi conforto che tutto insieme il dettato del

mio libro debba sembrare anche ai più schizzinosi, sciolto e

non punto affettato: e perchè nulla rimanga oscuro, anche ai

lettori meno esperti, alcune voci e modi oramai fuor d'uso, o

usati in altro significato, che necessariamente debbono usare i

miei personaggi, si troveranno registrati e spiegati in fine del

racconto. Insomma io mi sono ingegnato di fare quel meglio che ho

potuto, acciocchè l'opera non riesca uggiosa, o dannosa; la qual

sarà anche più accetta al pubblico, se il nostro valentissimo

Tessarin metterà in musica, come mi fa sperare, le serventese che

fo cantare ad un menestrello al convito del Duca di Calabria, e

che farò stampare in fine volume.

«Ecco quel ch'io posso dirti sommariamente del mio _Cecco

d'Ascoli_, il quale uscirà fuori nel prossimo mese di luglio,

e per il quale non ti nego d'avere qualche affetto, e di starne

colla tremarella per il dubbio che possa trovare poco amorevole

accoglienza.

«Basta, speriamo. Intanto io lavoro di forza. Addio, e voglimi

bene».

Al Lettore parrà strano questo star con la tremarella per la

pubblicazione, dopo che il mio racconto ha già sperimentato il giudizio

del pubblico, e dopo aver'io detto che spero non abbia in tutto a

dispiacere. Ma pensi il Lettore che altra cosa è il pubblicare un

lavoro spezzatamente per appendice a un giornale politico, dove i

lettori leggono a intervalli[9] e non sempre attentamente; ed altro il

veder raccolto ogni cosa in un libro, dove ad una occhiata si vede se

tutto è al suo posto, se l'una cosa risponde all'altra, se il disegno

è corretto, se il colorito è quale lo richiede il soggetto. Pensi che,

se io spero di non dispiacere a que' pochi, i quali ne posson giudicare

secondo i precetti dell'arte, manca a questo racconto tutto ciò che è

più ghiottamente richiesto dai lettori volgari: amori lascivi, atroci

delitti, maledizioni e improperj scandalosi di frati e di preti:

furibonde declamazioni politiche; tutte quelle pazzie insomma, che

piacciono al volgo cieco, il quale va in brodo di succiole leggendole,

ed urla bravo e batte furiosamente le mani, se le vede rappresentate, o

se le ode briacamente declamate da qualche Cetègo Prefetto o da qualche

Bruto Commendatore. Ma del giudizio del volgo, mi dirà qualcuno, non è

da curarsi. È vero; ed io non dicevo che me ne importasse nulla: solo

volevo dire che temo di fallire al fine a cui miro, di avvezzare il

popolo a letture, che lo educhino alla virtù piuttosto che al vizio.

Odo farmi un'altra domanda: _Il tuo libro potrà essere un libro

popolare?_

Io non prenderò per denaro contante quello che del mio _Cecco d'Ascoli_

scrisse il signor Zaccaria nel suo opuscolo intitolato _De' Romanzieri

e del signor Pietro Fanfani_; anzi quell'encomio, non mosso certo da

affetto speciale, perchè il signor Zaccaria me non conosceva nè io lui,

lo reputo effetto di particolari impressioni, e disposizione di animo:

ricorderò solo quello che ne scrisse la _Rivista Bolognese_, la quale

appunto toccò l'argomento della popolarità. A pag. 417 dell'anno 1.º

si legge: «Il romanzo del Fanfani, per quanto deliziosamente scritto

(grazie: è troppo), non otterrà vanto di popolare. Mettere dinanzi gli

occhi del popolo costumanze e avvenimenti di secoli addietro, parmi

non saggio consiglio. Il _vero_ popolo quello, che lavora, e suda,

e patisce, ed è tutto immerso nelle dure realtà del presente, non li

comprende e non li gusta; egli non trova là dentro la propria immagine,

non si muovono là que' sentimenti, quelle passioni che riscaldano oggi

il suo cuore». Mi perdoni il valente autore di quello scritto: a me

sembra che la popolarità delle scritture si debba ripetere da altri

principj; ma come questa sarebbe discussione lunghissima, nè qui può

aver luogo, dirò solo che, se popolarità è quella che egli dice, io

non ho certo avuto una intenzione al mondo di fare un libro popolare.

Per altro gli domanderò: sono popolari in Inghilterra i Romanzi di

Walter Scott? Bene: o non sono appunto di quelli che mettono dinanzi

agli occhi costumanze e avvenimenti di secoli addietro? non hanno

mirabilmente servito a render popolare in Inghilterra l'antica storia,

e le antiche costumanze inglesi? E non è questo servizio utilissimo e

popolarissimo? Mi dica piuttosto che il popolo inglese è troppo diverso

dall'italiano, ed allor dirà bene. Poi aggiungo io, sorga fra noi un

Walter Scott, e allora anche i romanzi che mettono dinanzi agli occhi

avvenimenti, e costumanze de' secoli addietro, diventeran popolari,

cioè efficacemente utili alla educazione del popolo. Ma già, che parlo

io di Walter Scott? o i Promessi Sposi, o l'Assedio di Firenze, o

la Battaglia di Benevento, Niccolò de' Lapi, la Margherita Pusterla

ec. ec. non sono essi popolari, benchè la loro materia sia di secoli

addietro? Quanto al presente libro ed a me, sarò contento che mi sia

valutata la buona intenzione.

Ora due sole parole circa la tela del mio racconto. L'orditura è

scrupulosamente storica, e storici sono i fatti principali: è storico

tutto ciò che riguarda le azioni pubbliche del personaggio principale,

e del duca di Calabria: la Bice, la Badessa, Guglielmo, frate Marco, il

prete di Settimello con la Simona sua serva, gli amori, e ogni altro

fatto privato di essi, ogni cosa è trovato della fantasía. Dino del

Garbo è disegnato secondo gli accenni che ne lasciò il Villani, storico

contemporaneo; e così il vescovo d'Aversa cancelliere del duca.

Le descrizioni di feste, di conviti, di cerimonie sacre; le ordinanze

militari, la forma dei giudizj e delle sentenze, tutto è ritratto

secondo le usanze di quel tempo, e quasi copiato da documenti

autentici.

Della lingua che dirò? Dirò che ci ho speso attorno ogni più amorosa

cura; studiandomi di essere italiano, senza abuso di toscanità. Dovendo

far parlare personaggi del trecento, sono stato un pezzo infra due, se

dovessi far loro usare voci e modi speciali del loro tempo, o farli

parlar tutti al modo odierno. Pensando però essere una ridicolezza

il sentir dire a un trecentista _colazione_ e non _asciolvere_; _far

le barricate_ e non _asserragliare_; _capitolo_ di una chiesa, e non

_chericía_; _projettili_ e non _saettamento_ e simili; ed essendo

stretto mio dovere il nominare col loro nome proprio gli ufficii, e le

dignità, e i titoli del cerimoniale, o come direbbero i nostri, della

_etichetta_ di allora, presi partito, tanto più che la lingua italiana

ha poco cambiato da sei secoli in qua, di far parlare i miei personaggi

nella lingua del loro tempo; ma ingegnandomi di scegliere solo da essa

quella maggior parte che è tuttora viva; salvochè, dovendo significare

cose speciali, modi di salutare, titoli, nomi di uffici ec., ho usato

i modi di allora, diversi dai presenti, dandone la dichiarazione in

un glossarietto in fine del volume, per comodo di que' pochi lettori

che non ne sapessero il vero significato. Mi sono ingegnato insomma di

scrivere in modo che coloro i quali conoscono l'arte, veggano esser

questa la lingua non _dell'avvenire_, ma la italiana secondo l'uso

_buono_ degli scrittori e del popolo; e gl'indòtti non ci trovino nulla

di affettato e d'insolito, fuor che quelle voci e modi detti di sopra,

da me postici per necessità.

P. FANFANI.

INDICE.

Pag.

Cenni sopra Pietro Fanfani V

Origine e proposito di questo libro XXIII

Cap. I. L'entrata del duca di Calabria in Firenze 1

» II. Un poco di storia. — Cecco d'Ascoli, maestro Dino del

Garbo, e l'inquisitore 5

» III. L'omaggio e l'amore 10

» IV. Il duca e il gonfaloniere 13

» V. Guglielmo e Dino del Garbo 16

» VI. L'ajuto di Cecco 21

» VII. Il giardino di casa Cavalcanti 23

» VIII. La quarta cerchia e i contorni di Firenze 27

» IX. La scomunica 31

» X. La invidia 37

» XI. La gelosia 41

» XII. Il convito 43

» XIII. Accortezza femminile 50

» XIV. L'addio 56

» XV. La partenza per il campo e il monastero 60

» XVI. Le logge de' grandi, e specialmente quella de'

Gherardini 65

» XVII. La guerra 72

» XVIII. Lo sgomento 81

» XIX. La cena di Settimello 84

» XX. Da Settimello a Prato 93

» XXI. In città, e in palagio 97

» XXII. Nelle case de' Cavalcanti 102

» XXIII. Da Firenze a Prato 109

» XXIV. Da Settimello in Mugello 111

» XXV. La Bice e il prete; la badessa e il cavaliere 116

» XXVI. La confidenza 121

» XXVII. Si vedono 125

» XXVIII. La lettera e il commiato 137

» XXIX. Il ritorno 140

» XXX. L'amor paterno 143

» XXXI. Maestro Cecco abbandona la corte 149

» XXXII. La Bice si parte dal monastero 154

» XXXIII. Torna a Firenze 158

» XXXIV. Gli apparecchi di guerra e la tassa della ricchezza

mobile 162

» XXXV. Il parto 164

» XXXVI. La congiura di Lucca 168

» XXXVII. Le feste di s. Giovanni 170

» XXXVIII. La seconda guerra 177

» XXXIX. In Firenze, e nelle case de' Cavalcanti 183

» XL. La vendetta si matura 192

» XLI. Suocero e genero 196

» XLII. Convito ed esequie 201

» XLIII. La festa d'amore, e lo sposalizio 204

» XLIV. Cecco resta al laccio 209

» XLV. La denunzia 218

» XLVI. L'amicizia alla prova 223

» XLVII. Gli sposi in Mugello 228

» XLVIII. La Simona 234

» XLIX. La dipartenza 240

» L. La trama piglia corpo 247

» LI. Cecco è preso 253

» LII. L'esame di frate Marco 261

» LIII. Il processo 266

» LIV. La sentenza 270

Glossario 285

CAPITOLO I.

L'ENTRATA DEL DUCA DI CALABRIA IN FIRENZE.

Il dì 26 di luglio del 1326[10] tutta Firenze era in festa: le torri

e le logge de' grandi, le residenze delle arti maggiori e minori, i

sestieri e i nobili palagj, sventolavano di pennoni, di gonfaloni e di

bandiere; le vie erano gremíte di popolo, che si accalcava specialmente

intorno al palagio del podestà; e molta gente avviavasi verso porta

S. Gallo, la cui torre era stata edificata di fresco con disegno di

Arnolfo di Cambio, ed era tutta adorna delle bandiere di parte guelfa,

del popolo fiorentino, della repubblica, del papa e del re Roberto di

Napoli. Doveva entrare solennemente in città Carlo duca di Calabria,

figliuolo di esso re Roberto. A costui Firenze aveva data la signoría

per dieci anni, con provvisione di 200,000 fiorini d'oro l'anno; ed

egli già fino dal maggio precedente vi aveva mandato in suo nome, con

400 cavalli, quel Gualtieri di Brienne duca d'Atene, che in questo

medesimo giorno 26 di luglio, diciassette anni dopo, fu cacciato a

furia di popolo da Firenze, di cui si era fatto con male arti signore.

Il gonfaloniere di giustizia, che era Geri Soderini, con tutti i

priori; il vescovo, il podestà ed i capitani del popolo, erano iti ad

aspettarlo fuori di porta, sotto un nobile padiglione di sciámito rosso

seminato di gigli. Messi andavano e venivano, per vedere se nulla si

scoprisse o si udisse: ogni picciol romore che veniva da quella parte,

facea volgere in là tutti i volti, e tosto udivasi da mille bocche: _il

duca, il duca_. Finalmente, in sul mezzogiorno, un lontano squillar

di trombe annunziò che il duca arrivava davvero. Tre fumate di sulla

torre della porta ne diedero avviso alla città, e tutte le campane

cominciarono a sonare a distesa: il popolo si versava a torrenti per le

vie dove il signore doveva passare, mal contenuto dai provvigionati del

duca d'Atene, e dai fanti del podestà: ed era un continuo ondeggiare

di turba affollatissima; l'uno con le mani sulle spalle all'altro,

rizzarsi in punta di piedi ansiosi di vedere se spuntava nulla a capo

delle vie; bambini levati in alto dai babbi e dalle mamme; spinte,

gomitate, strida, motteggi e scroscj di risa da varie parti, che

alquanto scemavano la noja dell'aspettare. Intanto, arrivato il duca

alla porta, il vescovo prima di tutti fece riverenza a lui ed al legato

del papa che cavalcavagli a destra: poi andarono il gonfaloniere e i

priori, presentandogli le chiavi della città su un bacile d'argento,

le quali furono da lui rifiutate con atto urbanissimo; ma non restò

per questo che non entrasse in Firenze armato di tutte armi, e con la

lancia in pugno, con quel piglio ed atti che sogliono i conquistatori e

padroni.

Firenze non aveva mai veduto sì ricca, e sì nobile cavalcata. Dinanzi a

tutti andavano il duca e il legato del papa: il duca aveva sopransegne

reali, e rispondeva con lievi cenni del capo, e con sorriso lievissimo,

agli evviva e alla letizia del popolo. Seguitava appresso al duca Maria

di Valois, sua moglie, con sei damigelle, l'una più vaga dell'altra,

ricchissimamente vestite; e poscia il gonfaloniere di giustizia

con tutti i priori, i collegj, i capitani di parte guelfa; e dopo

essi tutti i principi e baroni di sua compagnía, tra i quali eran

principali M. Giovanni fratello del re Roberto, il Prenze della Morea,

M. Guglielmo Lostendardo, monsig. Giuffrè di Gioinville, il Despoto di

Romania, ed altri infiniti signori e cavalieri francesi, provenzali,

catalani e napoletani, che furono da millecinquecento, cento dei quali

erano cavalieri a spron d'oro: bella e fioritissima gente, le cui armi

ed arnesi, racconta Giovanni Villani che furon ben millecinquecento

some di muli a campanelli: cosa di gran maraviglia e stupore.

E quel luccicar d'armi e di gioje; quello splendore di vestimenti e di

arredi; il grazioso salutare della duchessa e delle sue damigelle; quel

vedere tanti segnalati signori e cavalieri raccolti insieme, avevano

per modo inebbriato i Fiorentini, che in mille guise significavano

la loro letizia, e non restavano di applaudire. Come il duca fu

giunto sulla piazza di San Giovanni, entrò nel tempio, splendidamente

addobbato, dove era a riceverlo la chericía della cattedrale in

abiti solenni. Fatta breve preghiera ed assai ricca offerta, uscì di

chiesa per la porta di mezzo, e volle fermarsi un poco ad ammirare

la nuova fabbrica di Santa Reparata[11], che già era molto innanzi:

guardò con molta compiacenza la graziosa loggia del Guardamorto[12];

e parve fargli mirabile effetto il corso degli Adimari[13] con tutti

quei palagj, e torri, e logge, adorne di festoni, di ghirlande e di

bandiere.

Doveva egli risedere nel palagio del Podestà da Badía: e quivi la gente

era accalcata su per le logge, per le scalee, sui tetti, per tutto; e

non si può dire a parole il clamore di voci e il batter palma a palma

che fu fatto quando il signore sboccò sulla piazza.

— Viva il duca e la duchessa.

— Viva la chiesa e parte guelfa.

— Muoja Castruccio e i ghibellini.

— Viva il re Roberto.

— Viva il popolo, vivano i ghibellini, gridò una voce.

Cecco d'Ascoli: racconto storico del secolo XIV · 第 1 / 26 段