È da questa parte sinistra della via che si incontra quella casa che
comunemente vien detta essere il _Pompejanum_, o villeggiatura di
Cicerone, ch’egli col _Tusculum_ prediligeva sovra tutte l’altre sue
ville, se per ornarla con magnificenza ebbe a incontrar debiti, come
lasciò scritto in una sua lettera ad Attico[292]. Ne ho già parlato
altrove, nè però mi ripeterò: solo piacendomi far notare al lettore
come a ogni modo, sia questa od altra la casa del grande Oratore
Romano, sarebbe sempre stata una ricca abitazione, che non tolse al
suo proprietario di abitarla e decorarla riccamente. L’essere nella
non lieta via delle tombe, dimostrerà ognor più come la religione de’
sepolcri non fosse accompagnata allora quanto adesso, per forza di
superstizione, da alcun pensiero di orrore. Ove poi si rifletta aver
Cicerone difeso Publio Silla, che fu il primo patrono della Colonia
Veneria Cornelia, nulla di più probabile apparirà che ne abbia ricevuto
in guiderdone il terreno di quella casa e poi anche la casa stessa, che
per essere nel _Pagus Felix_, spettava alla Colonia militare, la quale,
giusta quanto m’accadde di più volte notare, Lucio Cornelio Silla vi
aveva dedotta, e che però avesse appartenuto a lui.
Lungo questo lato è pur il sepolcro di Scauro, della tribù Menenia,
che vuolsi dal punto di vista archeologico considerare siccome il più
interessante, di quanti sepolcri si sono scoperti a Pompei. La base
è quadrata ed è di tufo vulcanico: essa poggia con tre gradini sovra
altra base più grande della stessa forma e materia, e nella quale
è praticata la camera sepolcrale, o _columbarium_, con quattordici
nicchie, come quadrato ne è il cippo. Il lato che è ora rivestito
d’un ampio tavolo di marmo, il cui angolo superiore sinistro, essendo
spezzato e perduto, lasciò imperfetta la iscrizione, che completata non
a guari dallo studio, suona così:
A VMBRICIO A. F. MEN
SCAVRO
II VIR. I. D.
HVIC DECVRIONXES LOCVM MONVM.
ET HS ∞ ∞ IN FVNERE ET STATVAM AEQUESTR
FORO PONENDAM CENSVERVNT
SCAVRVS PATER FILIO[293].
Il gran basamento inferiore offriva già rappresentazioni a basso
rilievo di stucco, oggi pel gelo compiutamente scomparse. In uno
de’ quadri vedevansi due bestiarii con lance: l’un d’essi combatteva
contro di un lupo, l’altro contro di un toro. Alcuni cani inseguivano
de’ cinghiali furiosi, cervi e lepri correvano a precipitosa fuga.
In un quadro superiore scorgevansi gladiatori armati di tutto punto
che battevansi a oltranza, altri a cavallo che scagliavano lance a
costoro; era curioso che dovessero menar botte all’orba, perchè le
visiere de’ loro elmetti mancassero delle fessure per gli occhi.
Interessa il vederne ricordati in grossolani caratteri neri i nomi
con una cifra accanto; indicante il numero delle vittorie riportate.
L’uno è nominato _Bebrix_, cioè della Bebricia in Asia e riportò
quindici vittorie, il suo avversario è _Nubilior_ e ne conta undici;
di altri due non è leggibile il nome. Degli altri quattro gladiatori,
due _secutores_ e due _retiarii_, alle prese fra loro, leggesi il
nome di Nitimus, reziario vittorioso cinque volte, e di _Hippolitus,
secutor_, degli altri due no. Quello che pugna con _Nitimus_ vedesi
ferito, cadere implorando la pietà degli spettatori, offerendo ad un
tempo la gola al ferro del vincitore, come era la pratica già da me
esposta nel capitolo dell’Anfiteatro. Superiormente a questi bassi
rilievi stava una iscrizione, nella quale si lesse il nome di _Quintus
Ampliatus_, il capo forse di questa famiglia gladiatoria, ed al quale
per avventura spettava la tomba, perocchè si creda da molti che la
tavola di marmo colla iscrizione di Scauro surriferita, trovatasi bensì
di poco discosta, non le appartenesse, ma là venisse collocata, perchè
scomparsa, per la rovina del tempo, ogni decorazione.
Eravi un terzo quadro sulla porticina con cinque figure di gladiatori
armati, di cui l’uno egualmente ferito a morte.
_Sepolcro circolare_ è quello che segue subito, con base quadrata e
torre rotonda su di essa. Sulle piccole piramidi del recinto sono i
bassirilievi di stucco rappresentanti una donna che fa l’offerta su di
una acerra, e un’altra che depone un lino sul suo bambino caduto sulle
rovine, forse quelle del tremuoto del 63.
Appresso a questi sepolcri elevasi a poca altezza un cippo, sulla
cui sommità figura una testa, sotto la quale si allargano le spalle,
rendendo da lunge la figura d’uomo, quasi significasse l’ombra d’un
defunto. Sul ventre, o specchio che vogliasi altrimenti dire, di essa,
è questa iscrizione:
IVNONI
TYCHES IVLIAE
AVGVSTAE VENER[295].
Questa Tiche è la stessa Tiche Nevoleja che ha altro maggiore monumento
in questa medesima funerale campagna? Taluni il pensarono: altri la
vogliono una sorella di essa: ambe poi furono certamente addette al
servizio di Giulia figliuola d’Augusto.
Non credasi qui che la parola _Junoni_ accenni alla Dea di questo
nome, come erroneamente interpretò l’abate Romanelli, ma sì al genio
tutelare di Tiche; perocchè _Junones_ si dicessero appunto le fate e
gli angeli custodi di sesso femminino, dei quali si credeva che uno
nascesse insieme a ciascuna donna, destinato a vegliarla tutta la vita
ed a morire con lei. Sono figurate, dice Rych nel suo _Dizionario delle
Antichità_, come giovani donzelle, colle ali di pipistrello o di falena
e vestite da capo a piedi come è in una dipintura di Pompei; mentre
l’angelo maschile (_Genius, Silvanus_) fosse abitualmente rappresentato
nudo, o pressochè nudo e colle ali d’un uccello.
Tibullo consacra alla Giunone, o angelo custode di Delia e in nome di
costei, l’elegia sesta del Lib. IV, che comincia appunto:
_Natalis Juno sanctos cape thuris honores_
_Quos tibi dat tenera docta puella manu_[296].
In quanto all’ultima parola della iscrizione, _Vener_, io seguii la
comune interpretazione, leggendo _Venerea_; altri però lessero _Augustæ
Veneri_, cioè a Venere Augusta: meglio sarebbe stato allora il dire
_Augustæ Veneris_, perchè sapendosi che la famiglia Giulia si faceva
scendere da Venere, si avrebbe una spiegazione allora più razionale.
Che per altro _Venerea_ fosse una condizione di schiava o di liberta,
ho già toccato nel Capitolo precedente e potevasi legare al _Venerium_
o luogo aggiunto al bagno destinato non tanto a nettezza ed igiene del
corpo, quanto a studio di piacere; onde abbiam già veduto considerato
il _Venerium_ nell’annunzio già riportato da una parete pompejana: _In
prædiis Juliæ Sp. F. locantur balneum, Venerium et nongentum tabernæ,
pergulæ, cœnacula_. Rosini nella già citata _Dissertatio Isagogica_,
trattando di altre due iscrizioni, nelle quali si nominano i _Venerii_,
li crede schiavi che servissero a coloro che usavano del gabinetto
venerio[297].
Si fecero maraviglie perchè questa Tiche fin nella propria tomba
si vantasse d’essere stata mezzana di voluttà alla figliuola di
Augusto; ma v’è da sorprendersi di ciò in tempo in cui Gajo Petronio,
viceconsolo in pria in Bitinia e poi consolo, al dir di Tacito, _fu
fatto maestro delle delizie: niuna ne gustava a Nerone in tanta dovizia
che Petronio non fusse arbitro?_[298]
Un sepolcro incompiuto cui s’è dato il nome di Servilia e che succede
a quello di Tiche, reca infatti questo frammento d’epigrafe, che per
sè solo esprime gentilissimo affetto: SERVILIA AMICO ANIM...[299];
ma appunto per ciò non poteva essere la tomba di Servilia. Nel
_columbarium_ si trovò un cippo colla iscrizione LVCCEIA IANVARIA. La
struttura del mausoleo è simile quasi a quello di Calvenzio Quieto,
che è pur da questa parte, costruito da marmi bianchi e di bello
stile. Appartiene al genere de’ cenotafi, non avendo nè porta, nè
_columbarium_, vuoto e fatto, cioè, a solo titolo di onoranza. Nella
parte anteriore del quadrato è la seguente epigrafe:
C. CALVENTIO QVIETO
AVGVSTALI
HUIC OB MVNIFICENT. DECVRIONVM
DECRETO ET POPVLI CONSENSV BISELLII[300]
HONOR DATVS EST.
Sotto di essa vedesi sculto il bisellio, più compiuto ed elegante di
quel di Munazio Fausto, del quale già parlai nella Storia e dirò ancora
fra breve. Alle corone di quercia che i due lati del cippo recano, si
argomentò che Calvenzio avesse anche conseguito l’onore della corona
civica, ciò potendo essere autorizzati a ritenere dalle tre lettere O.
C. S. (_ob civem servatum_) che si leggono sullo scanno. Le muraglie
del recinto hanno basso rilievi in istucco, i quali or più non si
distinguono: quelli dell’ara in marmo, leggiadramente decorata, vennero
spiegati rappresentare Edipo in meditazione per indovinare l’enigma
della Sfinge, Teseo in riposo, e una fanciulla che incendia il rogo.
Del _triclinium funebre_, che è pur a sinistra formato da tre panchi di
fabbrica e servienti al _silicernium_ o banchetto funerale, dissi più
sopra.
Dal destro lato della via vuolsi riguardare alla abitazione che si
designò col nome di _Giardino delle colonne in musaico_ od anco di
_Sepolcro del Vaso blu_, da quattro colonne in musaico, che sono uniche
finora nel genere e però del più grande interesse, e da una magnifica
anforella di vetro azzurro sulla quale è, in basso rilievo di bianco
smalto, espressa una scena bacchica, per la quale vien considerata come
il capo più importante della collezione de’ vetri antichi del Museo
Nazionale. Questa tomba fu scoperta il 29 dicembre 1837. Di faccia
all’ingresso è una fontana entro una nicchia di musaico a conchiglie e
in mezzo alle stesse sorgeva un amorino in marmo che stringeva un’oca,
dal cui becco bellamente zampillava l’acqua.
Segue la tomba detta _delle Ghirlande_ da alcuni festoni sorretti da
tre pilastri corintii. Essa è costruita di grossi massi di piperno
rivestiti di stucco e due muri di fabbrica reticolata hanno a’ capi due
are, denominate _acerræ_ secondo Pompeo Festo, o _aræ turicremæ_, come
vengono dette da Lucrezio (11, 353) e da Virgilio (_Æneid._ IV, 453),
perchè vi si bruciava, ad onoranza de’ morti l’incenso; onde Ovidio
(_Heroid._ 2. 18) chiamò _turicremi foci_ le vampe che levavansi da
esse e Lucano (_Phars._ lib. 9. 989) _turicremi ignes_.
L’albergo e scuderia che si rinviene da questa parte e di cui tenni
già conto a suo luogo, è novello argomento del come indifferentemente
gli antichi abitassero, senza il sacro orrore che pur inspirano oggidì
le tombe, in mezzo alle stesse. L’assenza de’ cadaveri, la presenza
delle sole ceneri vi doveva contribuire d’assai ad eliminarlo,
l’impossibilità della corruzione non turbava la salubrità dell’aere.
Il sepolcro _dalle porte di marmo_ è in _opus reticulatum_, cioè in
materia di fabbrica ad aspetto di maglie di rete, ricoperta di stucco.
La piccola porta nel basamento scorge ad una camera quasi sotterranea
che riceve luce da piccolo spiraglio, sotto cui è una nicchia in cui
si rinvenne un gran vaso d’alabastro orientale con ceneri ed ossa, un
grande anello d’oro con zaffiro, sul quale era inciso un cervo, ambi
ora al Museo Nazionale.
In un recinto che segue, due ceppi si trovarono che lo fecero chiamare
il sepolcreto della famiglia Istacidia o Nistacidia, come altri
scrivono, unendo la N. che i primi leggono separata sulle tre seguenti
iscrizioni:
N. ISTACIDIVS
HELENVS PAG.
—
N. ISTACIDIAE
SCAPIDI[302].
Sul muro di faccia alla via era scritta quest’altra iscrizione:
N. ISTACIDIO HELENO
MAG. PAG. AVG.
N. ISTACIDIO IANVARIO
MESONIAE SATVLLAE IN AGRO
PEDES XV IN FRONTE PEDES XV[303].
Bréton trae occasione da questa iscrizione per determinare la lunghezza
del piede in uso a Pompei, fissandola a 0 m, 287, stabilendo così la
prova che i Campani avevano adottato il piede romano, del quale è tale
appunto la lunghezza indicata da molti monumenti antichi.
Secondo poi le nuove ricerche del comm. L. Canina, di cui la scienza
lamenta ancora la recente morte, la lunghezza reale del piede romano
sarebbe stata di 0 m, 296.35. Il miglio romano componendosi di 5000
piedi, sarebbe stato per conseguenza di 1,481 m 75.
Tien dietro la Tomba di Nevoleja Tiche e di Munazio Fausto, de’ quali
ho già riferita, nel Capitolo IV che tratta della Storia, la iscrizione
ed al quale però rimando, a scanso di ripetizione[304]. È fra i più
interessanti mausolei. Si compone di un gran basamento quadrilungo di
marmo che posa per due gradini su altra gran base di pietre vulcaniche:
ha un’elegante cornice, pregevoli ornati e termina ai lati estremi con
un ravvolgimento di fogliami. Nella base superiore evvi scolpito il
busto di Nevoleja: al disotto, dopo l’iscrizione, v’è in bassorilievo
un sacrificio con diciotto figure in due gruppi; è la consacrazione
del monumento. L’un gruppo è costituito dai magistrati municipali,
colleghi di Munazio; l’altro da Nevoleja stessa e dalla sua famiglia.
Dal lato verso la città è effigiato il bisellio, o seggio d’onore del
quale trattai pur lungamente nel detto capitolo; dall’altro lato verso
Ercolano una nave con due alberi, l’un diritto, traversale l’altro
alla sommità del primo; da cui si sostiene una vela quadrata. Sta il
pilota al timone: due giovanetti sono in atto d’ammainare la vela,
mentre altri due si arrancano sulle corde, che un uomo va riunendo.
Era codesta un’allegoria della vita umana, arrivata dopo la tempesta
in porto, o piuttosto un simbolo della mercatura nella quale Munazio
si sarebbe arricchito? Significhi ciò che voglia: i particolari del
naviglio non riescono meno interessanti allo studio della navigazione
antica. La prora di questa nave è decorata da una testa di Minerva, la
poppa termina in collo di cigno.
A mezzo d’una porta a sinistra del monumento e dietro di essa s’entra
nella camera sepolcrale, di due metri in lunghezza e larghezza, con
due fila di nicchie per le urne cinerarie che si trovarono al loro
posto, ed erano in terra cotta, all’infuori d’una più grande olla
d’argilla contenente le ceneri di Nevoleja stessa o di Munazio Fausto,
o fors’anco d’entrambi. Tre belle urne di vetro chiuse ermeticamente
contenevano al tempo di loro scoperta (1813), ceneri ed ossa
galleggianti in un liquido che fu dall’analisi giudicato una mistura
d’acqua, olio e vino, avanzo certo delle libazioni fatte nelle esequie.
Nelle urne di terra cotta si rinvennero altresì picciole monete, pel
passaggio sulla palude stigia a Caronte e qualche lucerna di terra
comune.
Chi fosse questa Nevoleja, può essere fantasticato, ma nulla si
sa di positivo, all’infuori di quel che ne dice l’iscrizione; una
liberta, cioè, di Giulia, figliuola dell’imperatore Augusto, forse
_concubina_ dipoi di Munazio Fausto, col quale certo per la primitiva
sua condizione non avrà potuto vincolarsi in giuste nozze con Munazio,
augustale e maestro del sobborgo Augusto Felice, lo che equivarrebbe a
sindaco o confaloniere de’ nostri giorni.
Dentro il recinto di questo sepolcreto si trovò un’urna coll’epigrafe:
C. MVNATIVS ATIMETVS
VIX. ANNIS LVII[305].
Un bel mausoleo scoperto nell’anno 1812 in forma di ara, con zoccolo
e cornice eleganti, sormontata quest’ultima da un plinto e da un bel
fogliame d’alloro, sorge, perfettamente conservato, in travertino
e la iscrizione che si ripete eguale nei due lati meridionale ed
occidentale, lo dice spettante a Marco Allejo Lucio Libella padre e
Marco Allejo Libella figlio. Eccola:
M. ALLEIO LVCIO LIBELLAE PATRI AEDILI
II. VIR PRAEFECTO QUINQ. ET M. ALLEIO LIBELLAE F.
DECVRIONI VIXIT ANNIS XVII LOCVS MONVMENTI
PVBLICE DATVS EST ALLEIA M. F. DECIMILLA SACERDOS
PVBLICA CERERIS FACIVNDVM CVRAVIT VIRO ET FILIO[306].
Questa iscrizione dà motivo a sorprendersi come mai a soli diciasette
anni il figlio Marco Allejo Libella potesse essere già decurione in
Pompei. Perocchè ognun rammenti che lesse le Epistole di Cicerone,
come questi constatasse essere i pompeiani assai gelosi dell’onore del
decurionato. Avendo uno de’ suoi amici sollecitato presso di lui perchè
gli ottenesse una tal carica, egli rispose: _Romæ si vis, habebis.
Pompeis difficile est_[307], significando essere più difficile cosa
diventar decurione in Pompei, che non divenire Senatore in Roma.
Presso i Romani, non si poteva essere decurione in età al disotto
de’ venticinque anni, come si può raccogliere nel libro secondo del
Digesto: _De Decurionibus_: tuttavia potevasi derogare a questa legge
in virtù di privilegio accordato a determinata famiglia che se ne fosse
resa meritevole. Di questo novero doveva certamente essere stata la
famiglia dei Libella in Pompei.
Da questo monumento dei due Libella, eretto dalla pietà di sposa e
di madre, si passa al cenotafio di _Cejo_ e _Labeone_, epperò senza
colombaio. Guasto assai di presente, un dì, attese le sue proporzioni
grandiose quantunque irregolari, deve essere stato di non dubbia
importanza. Vi dovevano essere bassorilievi di stucco e statue: forse
quelle medesime che vennero rinvenute presso ed erano un personaggio
in toga e parecchie matrone egregiamente palliate. Eranvi nel zoccolo
del gran piedistallo delle iscrizioni in grossi caratteri rossi, ma
così sbiaditi che non si poterono leggere. Si lesse invece quella nello
stesso monumento, che fu poi trasferita al Museo. Eccola:
L. CEIO L. F. MEN. L. LABEON
ITER D. V. I. D. QVINQ.
MENOMACHVS L.[308].
Come superiormente ho fatto, nel leggere l’iscrizione sul monumento
di Scauro, interpretando la parola MEN, abbreviatura della prima
linea, per _della Tribù Menenia_; io pure, in questa di Lucio Cejo,
interpretai con Mazois ed altri l’egual abbreviatura nella stessa
maniera: Bréton nondimeno la dichiarò per _Menomachus_, adducendone
una ragione abbastanza plausibile. _Un usage_, scrive egli, _presque
constant, était que les affranchis empruntassent le nom ou le surnom
de leurs patrons, et que c’est sans doute ce qu’avait fait Menomachus
fondateur du monument_[309].
Nella camera mortuaria del monumento si raccolsero due balsamari di
terra cotta e un’urna bellissima di vetro con ossa.
Il Bonucci afferma che qui presso, a piccola distanza l’uno dall’altro,
si rinvenissero cinque scheletri, tra’ quali quello d’una donna
di ricchissima taglia. Recavano sopra di sè monete di argento e di
bronzo e un materozzolo di chiavi con de’ grimaldelli; lo che lascia
supporre che fra di essi vi fosse qualche ladro rimasto nella città per
esercitare il suo infame mestiere e che il Vesuvio lo abbia giustamente
sorpreso e punito[310].
Dietro di tal monumento scopronsi le rovine di due grandi sepolcreti,
ed evvi un recinto sepolcrale, ove erano diversi cippi che dicevansi
_columellæ_, perchè appunto erano colonnette, _columella_ essendo
diminutivo di _columna_. Su d’una di essa era scritto:
ICEIVS COM
MVNIS
Una columella che sta avanti una nicchia con un frontispizio segna
il sepolcro di Salvio, fanciullo di anni 6, come lo fa sapere
l’iscrizione:
SALVIVS PVER
VIX. ANNIS VI.
Presso è altra nicchia in fondo della quale era dipinto un giovane,
su cui pendevano ghirlande di fiori: era il sepolcro del fanciullo
dodicenne, Numerio Velasio Grato, giusta l’epigrafe:
N. VELASIO GRATO
VIX. ANN. XII.
Poichè sono a dire delle _columelle_, ne trovo ricordata una nel
_Viaggio a Pompei_ dell’Abate Domenico Romanelli, la quale terminava
in un busto marmoreo con testa di bronzo e della quale parlarono gli
Accademici Ercolanensi nella _Dissertazione Isagogica_. Si esprimeva
nell’epigrafe essere il simulacro _di Cajo Norbano Sorice attore
delle seconde parti nelle tragedie, maestro del pago suburbano Augusto
Felice, cui fu assegnato il luogo per decreto de’ decurioni._