ANNVM NOVVM FAVSTVM FELICEM MIHI[291].

È da questa parte sinistra della via che si incontra quella casa che

comunemente vien detta essere il _Pompejanum_, o villeggiatura di

Cicerone, ch’egli col _Tusculum_ prediligeva sovra tutte l’altre sue

ville, se per ornarla con magnificenza ebbe a incontrar debiti, come

lasciò scritto in una sua lettera ad Attico[292]. Ne ho già parlato

altrove, nè però mi ripeterò: solo piacendomi far notare al lettore

come a ogni modo, sia questa od altra la casa del grande Oratore

Romano, sarebbe sempre stata una ricca abitazione, che non tolse al

suo proprietario di abitarla e decorarla riccamente. L’essere nella

non lieta via delle tombe, dimostrerà ognor più come la religione de’

sepolcri non fosse accompagnata allora quanto adesso, per forza di

superstizione, da alcun pensiero di orrore. Ove poi si rifletta aver

Cicerone difeso Publio Silla, che fu il primo patrono della Colonia

Veneria Cornelia, nulla di più probabile apparirà che ne abbia ricevuto

in guiderdone il terreno di quella casa e poi anche la casa stessa, che

per essere nel _Pagus Felix_, spettava alla Colonia militare, la quale,

giusta quanto m’accadde di più volte notare, Lucio Cornelio Silla vi

aveva dedotta, e che però avesse appartenuto a lui.

Lungo questo lato è pur il sepolcro di Scauro, della tribù Menenia,

che vuolsi dal punto di vista archeologico considerare siccome il più

interessante, di quanti sepolcri si sono scoperti a Pompei. La base

è quadrata ed è di tufo vulcanico: essa poggia con tre gradini sovra

altra base più grande della stessa forma e materia, e nella quale

è praticata la camera sepolcrale, o _columbarium_, con quattordici

nicchie, come quadrato ne è il cippo. Il lato che è ora rivestito

d’un ampio tavolo di marmo, il cui angolo superiore sinistro, essendo

spezzato e perduto, lasciò imperfetta la iscrizione, che completata non

a guari dallo studio, suona così:

A VMBRICIO A. F. MEN

SCAVRO

II VIR. I. D.

HVIC DECVRIONXES LOCVM MONVM.

ET HS ∞ ∞ IN FVNERE ET STATVAM AEQUESTR

FORO PONENDAM CENSVERVNT

SCAVRVS PATER FILIO[293].

Il gran basamento inferiore offriva già rappresentazioni a basso

rilievo di stucco, oggi pel gelo compiutamente scomparse. In uno

de’ quadri vedevansi due bestiarii con lance: l’un d’essi combatteva

contro di un lupo, l’altro contro di un toro. Alcuni cani inseguivano

de’ cinghiali furiosi, cervi e lepri correvano a precipitosa fuga.

In un quadro superiore scorgevansi gladiatori armati di tutto punto

che battevansi a oltranza, altri a cavallo che scagliavano lance a

costoro; era curioso che dovessero menar botte all’orba, perchè le

visiere de’ loro elmetti mancassero delle fessure per gli occhi.

Interessa il vederne ricordati in grossolani caratteri neri i nomi

con una cifra accanto; indicante il numero delle vittorie riportate.

L’uno è nominato _Bebrix_, cioè della Bebricia in Asia e riportò

quindici vittorie, il suo avversario è _Nubilior_ e ne conta undici;

di altri due non è leggibile il nome. Degli altri quattro gladiatori,

due _secutores_ e due _retiarii_, alle prese fra loro, leggesi il

nome di Nitimus, reziario vittorioso cinque volte, e di _Hippolitus,

secutor_, degli altri due no. Quello che pugna con _Nitimus_ vedesi

ferito, cadere implorando la pietà degli spettatori, offerendo ad un

tempo la gola al ferro del vincitore, come era la pratica già da me

esposta nel capitolo dell’Anfiteatro. Superiormente a questi bassi

rilievi stava una iscrizione, nella quale si lesse il nome di _Quintus

Ampliatus_, il capo forse di questa famiglia gladiatoria, ed al quale

per avventura spettava la tomba, perocchè si creda da molti che la

tavola di marmo colla iscrizione di Scauro surriferita, trovatasi bensì

di poco discosta, non le appartenesse, ma là venisse collocata, perchè

scomparsa, per la rovina del tempo, ogni decorazione.

Eravi un terzo quadro sulla porticina con cinque figure di gladiatori

armati, di cui l’uno egualmente ferito a morte.

_Sepolcro circolare_ è quello che segue subito, con base quadrata e

torre rotonda su di essa. Sulle piccole piramidi del recinto sono i

bassirilievi di stucco rappresentanti una donna che fa l’offerta su di

una acerra, e un’altra che depone un lino sul suo bambino caduto sulle

rovine, forse quelle del tremuoto del 63.

Appresso a questi sepolcri elevasi a poca altezza un cippo, sulla

cui sommità figura una testa, sotto la quale si allargano le spalle,

rendendo da lunge la figura d’uomo, quasi significasse l’ombra d’un

defunto. Sul ventre, o specchio che vogliasi altrimenti dire, di essa,

è questa iscrizione:

IVNONI

TYCHES IVLIAE

AVGVSTAE VENER[295].

Questa Tiche è la stessa Tiche Nevoleja che ha altro maggiore monumento

in questa medesima funerale campagna? Taluni il pensarono: altri la

vogliono una sorella di essa: ambe poi furono certamente addette al

servizio di Giulia figliuola d’Augusto.

Non credasi qui che la parola _Junoni_ accenni alla Dea di questo

nome, come erroneamente interpretò l’abate Romanelli, ma sì al genio

tutelare di Tiche; perocchè _Junones_ si dicessero appunto le fate e

gli angeli custodi di sesso femminino, dei quali si credeva che uno

nascesse insieme a ciascuna donna, destinato a vegliarla tutta la vita

ed a morire con lei. Sono figurate, dice Rych nel suo _Dizionario delle

Antichità_, come giovani donzelle, colle ali di pipistrello o di falena

e vestite da capo a piedi come è in una dipintura di Pompei; mentre

l’angelo maschile (_Genius, Silvanus_) fosse abitualmente rappresentato

nudo, o pressochè nudo e colle ali d’un uccello.

Tibullo consacra alla Giunone, o angelo custode di Delia e in nome di

costei, l’elegia sesta del Lib. IV, che comincia appunto:

_Natalis Juno sanctos cape thuris honores_

_Quos tibi dat tenera docta puella manu_[296].

In quanto all’ultima parola della iscrizione, _Vener_, io seguii la

comune interpretazione, leggendo _Venerea_; altri però lessero _Augustæ

Veneri_, cioè a Venere Augusta: meglio sarebbe stato allora il dire

_Augustæ Veneris_, perchè sapendosi che la famiglia Giulia si faceva

scendere da Venere, si avrebbe una spiegazione allora più razionale.

Che per altro _Venerea_ fosse una condizione di schiava o di liberta,

ho già toccato nel Capitolo precedente e potevasi legare al _Venerium_

o luogo aggiunto al bagno destinato non tanto a nettezza ed igiene del

corpo, quanto a studio di piacere; onde abbiam già veduto considerato

il _Venerium_ nell’annunzio già riportato da una parete pompejana: _In

prædiis Juliæ Sp. F. locantur balneum, Venerium et nongentum tabernæ,

pergulæ, cœnacula_. Rosini nella già citata _Dissertatio Isagogica_,

trattando di altre due iscrizioni, nelle quali si nominano i _Venerii_,

li crede schiavi che servissero a coloro che usavano del gabinetto

venerio[297].

Si fecero maraviglie perchè questa Tiche fin nella propria tomba

si vantasse d’essere stata mezzana di voluttà alla figliuola di

Augusto; ma v’è da sorprendersi di ciò in tempo in cui Gajo Petronio,

viceconsolo in pria in Bitinia e poi consolo, al dir di Tacito, _fu

fatto maestro delle delizie: niuna ne gustava a Nerone in tanta dovizia

che Petronio non fusse arbitro?_[298]

Un sepolcro incompiuto cui s’è dato il nome di Servilia e che succede

a quello di Tiche, reca infatti questo frammento d’epigrafe, che per

sè solo esprime gentilissimo affetto: SERVILIA AMICO ANIM...[299];

ma appunto per ciò non poteva essere la tomba di Servilia. Nel

_columbarium_ si trovò un cippo colla iscrizione LVCCEIA IANVARIA. La

struttura del mausoleo è simile quasi a quello di Calvenzio Quieto,

che è pur da questa parte, costruito da marmi bianchi e di bello

stile. Appartiene al genere de’ cenotafi, non avendo nè porta, nè

_columbarium_, vuoto e fatto, cioè, a solo titolo di onoranza. Nella

parte anteriore del quadrato è la seguente epigrafe:

C. CALVENTIO QVIETO

AVGVSTALI

HUIC OB MVNIFICENT. DECVRIONVM

DECRETO ET POPVLI CONSENSV BISELLII[300]

HONOR DATVS EST.

Sotto di essa vedesi sculto il bisellio, più compiuto ed elegante di

quel di Munazio Fausto, del quale già parlai nella Storia e dirò ancora

fra breve. Alle corone di quercia che i due lati del cippo recano, si

argomentò che Calvenzio avesse anche conseguito l’onore della corona

civica, ciò potendo essere autorizzati a ritenere dalle tre lettere O.

C. S. (_ob civem servatum_) che si leggono sullo scanno. Le muraglie

del recinto hanno basso rilievi in istucco, i quali or più non si

distinguono: quelli dell’ara in marmo, leggiadramente decorata, vennero

spiegati rappresentare Edipo in meditazione per indovinare l’enigma

della Sfinge, Teseo in riposo, e una fanciulla che incendia il rogo.

Del _triclinium funebre_, che è pur a sinistra formato da tre panchi di

fabbrica e servienti al _silicernium_ o banchetto funerale, dissi più

sopra.

Dal destro lato della via vuolsi riguardare alla abitazione che si

designò col nome di _Giardino delle colonne in musaico_ od anco di

_Sepolcro del Vaso blu_, da quattro colonne in musaico, che sono uniche

finora nel genere e però del più grande interesse, e da una magnifica

anforella di vetro azzurro sulla quale è, in basso rilievo di bianco

smalto, espressa una scena bacchica, per la quale vien considerata come

il capo più importante della collezione de’ vetri antichi del Museo

Nazionale. Questa tomba fu scoperta il 29 dicembre 1837. Di faccia

all’ingresso è una fontana entro una nicchia di musaico a conchiglie e

in mezzo alle stesse sorgeva un amorino in marmo che stringeva un’oca,

dal cui becco bellamente zampillava l’acqua.

Segue la tomba detta _delle Ghirlande_ da alcuni festoni sorretti da

tre pilastri corintii. Essa è costruita di grossi massi di piperno

rivestiti di stucco e due muri di fabbrica reticolata hanno a’ capi due

are, denominate _acerræ_ secondo Pompeo Festo, o _aræ turicremæ_, come

vengono dette da Lucrezio (11, 353) e da Virgilio (_Æneid._ IV, 453),

perchè vi si bruciava, ad onoranza de’ morti l’incenso; onde Ovidio

(_Heroid._ 2. 18) chiamò _turicremi foci_ le vampe che levavansi da

esse e Lucano (_Phars._ lib. 9. 989) _turicremi ignes_.

L’albergo e scuderia che si rinviene da questa parte e di cui tenni

già conto a suo luogo, è novello argomento del come indifferentemente

gli antichi abitassero, senza il sacro orrore che pur inspirano oggidì

le tombe, in mezzo alle stesse. L’assenza de’ cadaveri, la presenza

delle sole ceneri vi doveva contribuire d’assai ad eliminarlo,

l’impossibilità della corruzione non turbava la salubrità dell’aere.

Il sepolcro _dalle porte di marmo_ è in _opus reticulatum_, cioè in

materia di fabbrica ad aspetto di maglie di rete, ricoperta di stucco.

La piccola porta nel basamento scorge ad una camera quasi sotterranea

che riceve luce da piccolo spiraglio, sotto cui è una nicchia in cui

si rinvenne un gran vaso d’alabastro orientale con ceneri ed ossa, un

grande anello d’oro con zaffiro, sul quale era inciso un cervo, ambi

ora al Museo Nazionale.

In un recinto che segue, due ceppi si trovarono che lo fecero chiamare

il sepolcreto della famiglia Istacidia o Nistacidia, come altri

scrivono, unendo la N. che i primi leggono separata sulle tre seguenti

iscrizioni:

N. ISTACIDIVS

HELENVS PAG.

—

N. ISTACIDIAE

SCAPIDI[302].

Sul muro di faccia alla via era scritta quest’altra iscrizione:

N. ISTACIDIO HELENO

MAG. PAG. AVG.

N. ISTACIDIO IANVARIO

MESONIAE SATVLLAE IN AGRO

PEDES XV IN FRONTE PEDES XV[303].

Bréton trae occasione da questa iscrizione per determinare la lunghezza

del piede in uso a Pompei, fissandola a 0 m, 287, stabilendo così la

prova che i Campani avevano adottato il piede romano, del quale è tale

appunto la lunghezza indicata da molti monumenti antichi.

Secondo poi le nuove ricerche del comm. L. Canina, di cui la scienza

lamenta ancora la recente morte, la lunghezza reale del piede romano

sarebbe stata di 0 m, 296.35. Il miglio romano componendosi di 5000

piedi, sarebbe stato per conseguenza di 1,481 m 75.

Tien dietro la Tomba di Nevoleja Tiche e di Munazio Fausto, de’ quali

ho già riferita, nel Capitolo IV che tratta della Storia, la iscrizione

ed al quale però rimando, a scanso di ripetizione[304]. È fra i più

interessanti mausolei. Si compone di un gran basamento quadrilungo di

marmo che posa per due gradini su altra gran base di pietre vulcaniche:

ha un’elegante cornice, pregevoli ornati e termina ai lati estremi con

un ravvolgimento di fogliami. Nella base superiore evvi scolpito il

busto di Nevoleja: al disotto, dopo l’iscrizione, v’è in bassorilievo

un sacrificio con diciotto figure in due gruppi; è la consacrazione

del monumento. L’un gruppo è costituito dai magistrati municipali,

colleghi di Munazio; l’altro da Nevoleja stessa e dalla sua famiglia.

Dal lato verso la città è effigiato il bisellio, o seggio d’onore del

quale trattai pur lungamente nel detto capitolo; dall’altro lato verso

Ercolano una nave con due alberi, l’un diritto, traversale l’altro

alla sommità del primo; da cui si sostiene una vela quadrata. Sta il

pilota al timone: due giovanetti sono in atto d’ammainare la vela,

mentre altri due si arrancano sulle corde, che un uomo va riunendo.

Era codesta un’allegoria della vita umana, arrivata dopo la tempesta

in porto, o piuttosto un simbolo della mercatura nella quale Munazio

si sarebbe arricchito? Significhi ciò che voglia: i particolari del

naviglio non riescono meno interessanti allo studio della navigazione

antica. La prora di questa nave è decorata da una testa di Minerva, la

poppa termina in collo di cigno.

A mezzo d’una porta a sinistra del monumento e dietro di essa s’entra

nella camera sepolcrale, di due metri in lunghezza e larghezza, con

due fila di nicchie per le urne cinerarie che si trovarono al loro

posto, ed erano in terra cotta, all’infuori d’una più grande olla

d’argilla contenente le ceneri di Nevoleja stessa o di Munazio Fausto,

o fors’anco d’entrambi. Tre belle urne di vetro chiuse ermeticamente

contenevano al tempo di loro scoperta (1813), ceneri ed ossa

galleggianti in un liquido che fu dall’analisi giudicato una mistura

d’acqua, olio e vino, avanzo certo delle libazioni fatte nelle esequie.

Nelle urne di terra cotta si rinvennero altresì picciole monete, pel

passaggio sulla palude stigia a Caronte e qualche lucerna di terra

comune.

Chi fosse questa Nevoleja, può essere fantasticato, ma nulla si

sa di positivo, all’infuori di quel che ne dice l’iscrizione; una

liberta, cioè, di Giulia, figliuola dell’imperatore Augusto, forse

_concubina_ dipoi di Munazio Fausto, col quale certo per la primitiva

sua condizione non avrà potuto vincolarsi in giuste nozze con Munazio,

augustale e maestro del sobborgo Augusto Felice, lo che equivarrebbe a

sindaco o confaloniere de’ nostri giorni.

Dentro il recinto di questo sepolcreto si trovò un’urna coll’epigrafe:

C. MVNATIVS ATIMETVS

VIX. ANNIS LVII[305].

Un bel mausoleo scoperto nell’anno 1812 in forma di ara, con zoccolo

e cornice eleganti, sormontata quest’ultima da un plinto e da un bel

fogliame d’alloro, sorge, perfettamente conservato, in travertino

e la iscrizione che si ripete eguale nei due lati meridionale ed

occidentale, lo dice spettante a Marco Allejo Lucio Libella padre e

Marco Allejo Libella figlio. Eccola:

M. ALLEIO LVCIO LIBELLAE PATRI AEDILI

II. VIR PRAEFECTO QUINQ. ET M. ALLEIO LIBELLAE F.

DECVRIONI VIXIT ANNIS XVII LOCVS MONVMENTI

PVBLICE DATVS EST ALLEIA M. F. DECIMILLA SACERDOS

PVBLICA CERERIS FACIVNDVM CVRAVIT VIRO ET FILIO[306].

Questa iscrizione dà motivo a sorprendersi come mai a soli diciasette

anni il figlio Marco Allejo Libella potesse essere già decurione in

Pompei. Perocchè ognun rammenti che lesse le Epistole di Cicerone,

come questi constatasse essere i pompeiani assai gelosi dell’onore del

decurionato. Avendo uno de’ suoi amici sollecitato presso di lui perchè

gli ottenesse una tal carica, egli rispose: _Romæ si vis, habebis.

Pompeis difficile est_[307], significando essere più difficile cosa

diventar decurione in Pompei, che non divenire Senatore in Roma.

Presso i Romani, non si poteva essere decurione in età al disotto

de’ venticinque anni, come si può raccogliere nel libro secondo del

Digesto: _De Decurionibus_: tuttavia potevasi derogare a questa legge

in virtù di privilegio accordato a determinata famiglia che se ne fosse

resa meritevole. Di questo novero doveva certamente essere stata la

famiglia dei Libella in Pompei.

Da questo monumento dei due Libella, eretto dalla pietà di sposa e

di madre, si passa al cenotafio di _Cejo_ e _Labeone_, epperò senza

colombaio. Guasto assai di presente, un dì, attese le sue proporzioni

grandiose quantunque irregolari, deve essere stato di non dubbia

importanza. Vi dovevano essere bassorilievi di stucco e statue: forse

quelle medesime che vennero rinvenute presso ed erano un personaggio

in toga e parecchie matrone egregiamente palliate. Eranvi nel zoccolo

del gran piedistallo delle iscrizioni in grossi caratteri rossi, ma

così sbiaditi che non si poterono leggere. Si lesse invece quella nello

stesso monumento, che fu poi trasferita al Museo. Eccola:

L. CEIO L. F. MEN. L. LABEON

ITER D. V. I. D. QVINQ.

MENOMACHVS L.[308].

Come superiormente ho fatto, nel leggere l’iscrizione sul monumento

di Scauro, interpretando la parola MEN, abbreviatura della prima

linea, per _della Tribù Menenia_; io pure, in questa di Lucio Cejo,

interpretai con Mazois ed altri l’egual abbreviatura nella stessa

maniera: Bréton nondimeno la dichiarò per _Menomachus_, adducendone

una ragione abbastanza plausibile. _Un usage_, scrive egli, _presque

constant, était que les affranchis empruntassent le nom ou le surnom

de leurs patrons, et que c’est sans doute ce qu’avait fait Menomachus

fondateur du monument_[309].

Nella camera mortuaria del monumento si raccolsero due balsamari di

terra cotta e un’urna bellissima di vetro con ossa.

Il Bonucci afferma che qui presso, a piccola distanza l’uno dall’altro,

si rinvenissero cinque scheletri, tra’ quali quello d’una donna

di ricchissima taglia. Recavano sopra di sè monete di argento e di

bronzo e un materozzolo di chiavi con de’ grimaldelli; lo che lascia

supporre che fra di essi vi fosse qualche ladro rimasto nella città per

esercitare il suo infame mestiere e che il Vesuvio lo abbia giustamente

sorpreso e punito[310].

Dietro di tal monumento scopronsi le rovine di due grandi sepolcreti,

ed evvi un recinto sepolcrale, ove erano diversi cippi che dicevansi

_columellæ_, perchè appunto erano colonnette, _columella_ essendo

diminutivo di _columna_. Su d’una di essa era scritto:

ICEIVS COM

MVNIS

Una columella che sta avanti una nicchia con un frontispizio segna

il sepolcro di Salvio, fanciullo di anni 6, come lo fa sapere

l’iscrizione:

SALVIVS PVER

VIX. ANNIS VI.

Presso è altra nicchia in fondo della quale era dipinto un giovane,

su cui pendevano ghirlande di fiori: era il sepolcro del fanciullo

dodicenne, Numerio Velasio Grato, giusta l’epigrafe:

N. VELASIO GRATO

VIX. ANN. XII.

Poichè sono a dire delle _columelle_, ne trovo ricordata una nel

_Viaggio a Pompei_ dell’Abate Domenico Romanelli, la quale terminava

in un busto marmoreo con testa di bronzo e della quale parlarono gli

Accademici Ercolanensi nella _Dissertazione Isagogica_. Si esprimeva

nell’epigrafe essere il simulacro _di Cajo Norbano Sorice attore

delle seconde parti nelle tragedie, maestro del pago suburbano Augusto

Felice, cui fu assegnato il luogo per decreto de’ decurioni._

Pompei e le sue rovine, Vol. 3 (of 3) · 第 22 / 55 题