Così almeno traduce il Romanelli il seguente testo dell’epigrafe

C. NORBANI SORICIS

SECVNDARVM

MAG. PAGI AVG. FELICIS

SVBVRBANI

EX D. D. LOC. D.

Ed una tale traduzione egli eseguì dopo certo aver veduto le

illustrazioni fattene dal signor Millin che appella _erudito_ e dal

signor De Clarac in due dissertazioni stampate in Napoli. Ma a me è pur

lecito di domandarmi come mai ad un attore delle seconde parti nelle

tragedie si potesse concedere l’onore dapprima di essere _maestro del

pago_, e poscia l’onor del posto speciale, per decreto de’ decurioni,

se noi sappiamo che se a’ più grandi attori non isdegnavano i più

eminenti uomini intimità ed affetto come a Roscio ed Esopo, agli altri,

massime se minori, riserbavasi l’ignominioso titolo di istrione, la

fustigazione del larario e il trattamento servile?

L’iscrizione d’altronde tace della qualità di Cajo Norbano Sorice, nè

la parola _secundarum_ parmi, congiuntamente al resto dell’epigrafe,

non autorizzi a sottintendere le parole che le si affibbiano _actoris

secundarum partium in tragœdiis_.

Scoperta nel 1775, succede la camera sepolcrale di Gneo Vibrio

Saturnino figlio di Quinto, della tribù Falerina, come si leggeva al di

fuori del triclinio funebre unito, ci avverte la seguente iscrizione:

CN. VIBRIO Q. F. FAL.

SATVRNINO

CALLISTVS LIB.

Dissi che si leggeva, perchè ora l’iscrizione fu trasferita al Museo

di Napoli. Piace anzitutto constatare nell’atto pietoso del liberto

Callisto che a propria spesa rizza un monumento all’antico padrone come

la riconoscenza fosse, più che del nostro, virtù de’ secoli andati;

siffatti omaggi di liberti non erano infrequenti. Io ne ho già recati

più d’uno.

Dopo di questo, ci troviam dinnanzi alle sepolture della famiglia Arria

o di Diomede, state scoperte nell’anno 1774, le quali, per trovarvisi

di fronte, diedero il nome alla casa di campagna, che già ho descritta,

e fu ritenuta essere proprietà di Marco Arrio Diomede liberto.

La tomba di Diomede, il padre, è la prima e la più importante

che esamineremo. La fronte del monumento la indica nella seguente

iscrizione:

M. ARRIVS I. L. DIOMEDES

SIBI SVIS MEMORIAE

MIGISTER PAG. AVG. FELIC. SVBVRB[311].

La sigla che segue al nome di _Arrius_, che io d’un tratto supplii

con un I, ma che nel marmo ben non si comprende, fu interpretata

diversamente. La più parte ritennero significare _Arrii_, seguendo

l’ermeneutica adottata da Bréton nel leggere l’iscrizione di Cejo;

ma Bréton è poi curioso che, abbandonandola in questa iscrizione,

abbia voluto leggere nella sigla una J, che interpretò per _Juliæ_.

La ragione sola che costei potesse essere la _Julia Felix_, una de’

più ricchi proprietarj di Pompei, non pare nè seria, nè da accettarsi.

Piuttosto dovrebbesi essere meglio inclinati a ritenerlo liberto

di Giulia la figliuola di Augusto, che avanti la morte del padre

chiamavasi Livia, e così sarebbe stato conservo di questa imperiale

matrona colle due Tichi, di cui menzionammo più sopra le tombe.

Greche di nome codeste due liberte, parimenti greco sarebbe il nome di

Diomede: forse quindi tutti compatrioti.

Il monumento pompeggia sull’altezza d’un muro con un terrapieno che

serve di base a questa tomba di famiglia; esso si costituisce di

un frontispizio con pilastrini d’ordine corintio ai lati ed è in

cattivo stato ed ha nulla di rimarchevole fuor che alcuni fasci nella

facciata, e due teste di marmo l’una di uomo, l’altra di donna, appena

abozzate, che gli antichi avevano costume di collocar nei sepolcri per

distinguerli.

Dietro la testa d’uomo, era questa iscrizione:

M. ARRIO

PRIMOGENI

e ricordava il primogenito della famiglia di Diomede. Dietro la testa

della donna eravi quest’altra:

ARRIAE M. L.

VIIII

e ricordava la nona figlia di Marco Arrio Diomede liberto.

Sul detto muro inferiore poi che serve di monumento sepolcrale ad

un’altra figlia del medesimo, sta questa iscrizione:

ARRIAE M. F.

DIOMEDES L. SIBI SVIS

Tutta insomma una famiglia.

Presso questo sepolcreto di famiglia è un vasto recinto che si prolonga

verso la strada ed è tutto circondato da un solido muro che sosteneva

un terrapieno, nel quale si videro de’ tubi per lo scolo delle acque:

forse era tal luogo il _sepulcrum comune_ o cimitero delle classi

inferiori, ed anche l’_ustrinum_. Vi si riconobbero infatti ossa umane

in copia e reliquie di funebri banchetti.

E qui ha fine tutto quanto la Via delle Tombe in Pompei può presentar

di rimarchevole e giova ad illustrare quanto m’accadde di dire intorno

alla religione de’ morti nell’antichità romana.

Solo mi corre obbligo adesso, a pieno compimento e prima di congedarmi

da questo capitolo onde si chiude il mio qualunque lavoro, di segnalare

al buon lettore che mi ha seguito fin qui, una particolarità, che vale

egualmente a confermare l’uso romano che tutti i sobborghi d’una città

servissero a sepolture. Gli scavi eseguiti ne’ mesi di maggio e giugno

1854 fuori dell’altra porta pompejana detta di Nola hanno condotto

a scoprire molte urne in terra cotta contenenti ceneri di bruciati

cadaveri, e chi sa che altrettanto non venga forse di constatare

negli scavi ulteriori fuori delle altre porte? Questo verificandosi,

sarebbesi tratti allora a mettere in sodo che non solo a Roma, ma fuori

quasi tutte le porte di tutte le città conformate agli usi di Roma,

e più specialmente nelle colonie, si praticasse seppellire i defunti;

cioè riporre le loro ceneri — perocchè non si costumasse inumarli — e

rizzare monumenti funebri ed ipogei.

La quale consuetudine rispondeva al bisogno che provavasi e che

son venuto dimostrando di onorare la memoria dei cari trapassati,

avendone le dilette reliquie in vicinanza delle abitazioni, nè punto

comprometteva la pubblica igiene. Non era come de’ nostri cimiteri

suburbani, che raccogliendo non le ceneri, ma i cadaveri, saturano

delle loro decomposizioni la terra, corrompono di loro esalazioni

l’aere e infettano le acque che vi filtrano e via trascorrono seco

traendo i tristi elementi della putrefazione, germi ignorati di

epidemie e d’altri mali: il fuoco invece lasciava ceneri purificate ed

innocue, e spogliava le tombe di quell’orrore — sia pur sacro — che

adesso ispirano, malgrado vadano i sacri recinti eretti con superbe

architetture e decorati di splendidi e marmorei monumenti.

Ond’è che naturalmente son condotto a chiudere l’argomento

coll’associarmi al voto di chi in oggi si fè apostolo del ritorno al

sistema della cremazione, come quello che sia per essere il solo che ci

permetterà d’aver per sempre e senza nocumento a noi vicini i preziosi

avanzi dei nostri cari.

Pompei e le sue rovine, Vol. 3 (of 3) · 第 23 / 55 题