CAPITOLO XXII.

La Via delle Tombe.

Estremi officii ai morenti — La Morte — _Conclamatio_ — Credenze

intorno all’anima ed alla morte — Gli Elisii e il Tartaro — Culto

dei morti e sua antichità — Gli Dei Mani — Denunzia di decesso —

Tempio della Dea Libitina — Il libitinario — _Pollinctores_ — La

toaletta del morto — Il triente in bocca — Il cipresso funerale

e suo significato — Le imagini degli Dei velate — Esposizione

del cadavere — Il certificato di buona condotta — Convocazione

al funerale — _Exequiæ, Funus, publicum, indictivum, tacitum,

gentilitium_ — Il mortoro: i siticini, i tubicini, le prefiche, la

nenia; _Piatrices, Sagæ, Expiatrices, Simpulatrices_, i Popi e i

Vittimari, le insegne onorifiche, le imagini de’ maggiori, i mimi

e l’archimimo, _sicinnia_, amici e parenti, la lettiga funebre

— I clienti, gli schiavi e i familiari — La _rheda_ — L’orazione

funebre — Origine di essa — Il rogo — Il _Bustum_ — L’ultimo bacio

e l’ultimo vale — Il fuoco alla pira — _Munera_ — L’invocazione ai

venti — Legati di banchetti annuali e di beneficenza — _Decursio_

— Le libazioni — I _bustuari_ — Ludi gladiatorii — La _ustrina_

— Il sepolcro comune — L’_epicedion_ — _Ossilegium_ — L’urna —

_Suffitio_ — Il congedo — _Monimentum_ — Vasi lacrimatorj — Fori

nelle tombe — Cremazione — I bambini e i colpiti dal fulmine —

_Subgrundarium_ — _Silicernium_ — _Visceratio_ — _Novemdialia_ —

_Denicales feriæ_ — Funerali de’ poveri — _Sandapila_ — _Puticuli_

— Purificazione della casa — Lutto, publico e privato — Giuramento

— Commemorazioni funebri, Feste Parentali, _Feralia, Lemuralia,

Inferiæ_ — I sepolcri — Località — Eccezioni e privilegi —

Sepolcri nelle ville — _Sepulcrum familiare_ — _Sepulcrum comune_

— Sepolcro ereditario — Cenotafii — _Columetiæ_ o _cippi, mensæ,

labra, arcæ_ — Campo Sesterzio in Roma — La formula _Tacito

nomine_ — Prescrizioni pe’ sepolcri — Are pei sagrifizj — Leggi

mortuarie e intorno alle tombe — Punizioni de’ profanatori di esse

— Via delle tombe in Pompei — Tombe di M. Cerrinio e di A. Vejo

— Emiciclo di Mammia — Cippi di M. Porcio, Venerio Epafrodito,

Istacidia, Istacidio Campano, Melisseo Apro e Istacidio Menoico —

Giardino delle colonne in musaico — Tombe delle Ghirlande — Albergo

e scuderia — Sepolcro dalle porte di marmo — Sepolcreto della

famiglia Istacidia — Misura del piede romano — La tomba di Nevoleja

Tiche e di Munazio Fausto — Urna di Munazio Atimeto — Mausoleo

dei due Libella — Il decurionato in Pompei — Cenotafio di Cejo e

Labeone — Cinque scheletri — Columelle — A Iceio Comune — A Salvio

fanciullo — A Velasio Grato — Camera sepolcrale di Cn. Vibrio

Saturnino — Sepolcreto della famiglia Arria — Sepolture fuori la

porta Nolana — Deduzioni.

Abbiamo, o paziente lettore, assistito insieme alla vita, anzi alla

vita più rigogliosa del mondo romano, interrogando più spesso gli

scavi e i monumenti pompejani: ora, percorso quanto fu disumato

della infelice città, visitiamo l’ultima parte che ci siam di essa

riserbata, la Via delle Tombe che faceva parte del _Pagus Augustus

Felix_, e quindi tocchiamo di tutto quanto riguarda la morte, le pompe

funebri, cioè, i sepolcri ed i riti. Non sarà certo privo d’interesse

l’argomento, se l’esempio antico rammemorato a’ presenti da Foscolo

nel suo carme immortale de’ _Sepolcri_, potè condurre la generazione

attuale egoista a più onesta e dicevole religione e venerazione delle

tombe.

Prima però che mettiamo il piede nel pompejano sobborgo, demandiamo

a’ libri antichi le costumanze che precedevano la tumulazione: la

visita a’ sepolcri non sarà che il complemento del nostro tema. E

avanti tutto, ricostruendo colla nostra fantasia sui ruderi d’una di

queste case l’intero edificio e animandolo de’ suoi antichi abitatori,

conduciamoci al _cubiculum_, dove sul ricchissimo letto giace il _pater

familias_ in preda a morbo letale.

Sul _monopodium_ marmoreo, o tavola di un sol piede, di cui gli scavi

offersero un esemplare, stanno i vasi e le ampolle del _seplasarius_,

o farmacista e che il medico ha prescritte; ma l’aspetto dei congiunti

accusa che poco oramai si attenda da que’ farmachi studiati.

Quando il medico o la natura avvertivano finalmente che all’infermo più

non restava speranza di vita, e che era prossimo al suo estremo fato,

la famiglia e i parenti di lui gli si raccoglievano intorno al letto,

come se si trattasse di dar l’ultimo saluto a chi fosse per partire per

un lungo viaggio. Era infatti per il viaggio che non aveva ritorno.

Essi iscongiuravano altresì la morte ed impetravano da Mercurio la

grazia che volesse servire di guida all’anima che stava per entrare

nella regione de’ morti. E quando l’agonia pareva incominciata, si

aveva cura di chiudergli gli occhi, acciò non fosse egli contristato

dallo spettacolo che precede la morte, o perchè meno formidabile

gliene apparissero le dimostrazioni. Il figlio, o il più prossimo

parente, dandogli l’ultimo bacio, ne raccoglieva l’estremo sospiro,

e tale era un conforto che auguravansi le madri di ciò fare coi loro

figli, giusto quanto Cicerone afferma: _Matresque miseræ nihil orabant

nisi ut filiorum extremum spiritum excipere sibi liceret_[218]. Nè

altrimenti era in Grecia fin da più remoti tempi e ce ne persuade Omero

nell’_Odissea_, dove Agamennone si lagna di Clitennestra:

. . . . al marito,

Che fra l’ombre scendea, non chiuse il ciglio

E non compose colle dita il labbro[219]:

e Virgilio attesta dell’uso recato in Italia, quando mette sulla bocca

della madre d’Eurialo il lamento:

. . . . _nec te, tua funera, mater,_

_Produxi, pressive oculos_...[220]

uso continuatosi sempre dipoi; onde Lucano nella Pharsalia disse pure:

. . . . _tacito tantum petit oscula vultu,_

_Invitatque patris claudenda ad lumina dextram_[221].

Reso il quale, per tre volte, a distinti intervalli, si chiamava ad

alta voce il morto, ciò che dicevasi _conclamatio_; e _conclamatum

est_, significava adunque che una cosa più non esisteva.

Ma per apprezzare convenientemente questa cerimonia e le numerose altre

che praticavansi in occasione di morte presso i Romani, gioverà vedere

dapprima quali fossero presso di essi le credenze sull’anima e sulla

morte.

E mi affretto a mettere in sodo come il _non omnis moriar_ non fosse

già un principio suggerito al poeta dalla coscienza della immortalità

delle sue concezioni intellettuali, sibbene la radicata credenza

che si aveva in una seconda vita, dopo questa terrena. Non fu quindi

il portato d’una dottrina speculativa o filosofica qualunque, ma fu

veramente una credenza questa di lunga mano anteriore all’almanaccar

de’ filosofi, anzi precorritrice d’assai alla loro esistenza; di modo

che la morte venisse considerata come una semplice mutazione della

vita.

Dove poi versasse questa seconda esistenza al di là della tomba, variò

la credenza.

Secondo le più antiche opinioni de’ Greci e degli Italioti, che per

lo più divisero costumi e credenze insieme, come veramente usciti

d’un solo ceppo, per testimonianza di Cicerone: _sub terra censebant

reliquam vitam agi mortuorum_[222], ed anzi pensavano restasse

l’anima tuttavia consociata al corpo; onde così spiegar ci possiamo

l’espression di Virgilio ne’ funerali di Polidoro:

_animamque sepulcro_

_Condimus, et magno supremum voce ciemus_[223].

E l’iscrizione che apponevasi al sepolcro diceva infatti: _hic jacet_,

qui giace, qui posa il tale, non già solo la spoglia del tale, dicitura

che, malgrado le ben diverse credenze, pur a’ dì nostri è pervenuta e

l’usiamo pure nei nostri ipogei. Era pertanto ragione che si curasse

allora di chiudere nel sepolcro dallato al cadavere gli oggetti di

cui reputavasi potesse sentire necessità e si spargesse al di sopra

vino, latte e miele e si immolassero vittime, come vedremo più avanti,

allo scopo di soddisfargliene la fame e la sete, ed anche a quello che

avesse il defunto a valersi nella tomba di quel che sulla terra godeva.

Dopo ciò, non è più lecito credere che negli spiriti delle popolazioni

greco-italiche avesse potuto attecchire l’idea della metempsicosi ossia

della trasmigrazione dell’anima da un corpo all’altro. Nè di meglio

credevasi che l’anima, lasciando il corpo, volasse al cielo; perocchè

cotale credenza non trovò seguaci che assai più tardi, tutt’al più

reputandosi che il soggiorno celeste convenisse, come straordinaria

ricompensa a certi eroi, o benefattori della umanità.

Le più antiche generazioni credevano adunque unicamente che l’anima non

si separasse dal corpo, che rimanesse fissa a quella parte di suolo,

dove erano sepolte le sue ossa; che non dovesse rendere conto alcuno

di sua vita anteriore, che non avesse ad attendere nè ricompensa, nè

punizione.

Comunque più innanzi s’allargasse la fede e si credesse nel Tartaro,

e ne’ Campi Elisi, come luoghi di punizione il primo e di premio

i secondi per i fatti della vita terrena, i riti funerarii che mi

faccio ora ad esporre risentirono sempre delle primitive credenze, le

quali sebbene ci possano sembrare viete e perfino ridicole, secondo

giustamente osserva Fustel de Coulanges, hanno tuttavia esercitato

l’impero sull’uomo durante gran numero di generazioni: esse hanno

governato le anime, rette le società, e la più parte perfino delle

istituzioni domestiche e sociali degli antichi sono prevenute da questa

sorgente[224].

Ma ho ricordato ora gli Elisii e il Tartaro: debbo darne alcuna

nozione, perchè, come dissi, la credenza in essi divenne poi generale e

costituì il mistero pagano d’oltretomba.

Secondo i Greci, i Campi Elisi o l’Elisio era la quarta divisione

dell’inferno; secondo i Romani invece era la settima.

Vi regnava, per quanto ne testimoniò Pindaro ne’ suoi inni immortali,

eterna la primavera, vi alitavano zefiri profumati, vi sfolgoravano

sole e astri perpetuamente, vi crescevano fiori e frutta, v’era

bandita la vecchiaja, ignoti i mali, senza fine la vita e l’onda di

Lete, che tutt’all’intorno circondava quel beato soggiorno, procurava

l’obblio delle dolorose memorie del passato. Lo stesso Pindaro ne fa

re dell’Eliso Saturno: altri lo volle retto dalle leggi di Radamanto.

Diverse pure le opinioni sulla località di esso: Omero ed Esiodo lo

collocarono nel centro della terra e sulle rive dell’Oceano.

L’inferno, o Tartaro, era pei Greci un luogo sotterraneo, ove

scendevano le anime dopo la morte per esservi giudicate da Minosse,

Eaco e Radamanto, e Plutone vi regnava sovrano. Aveva vari spartimenti:

l’Erebo ove stava il palazzo della Notte, quello del Sonno e dei

Sogni, il soggiorno di Cerbero, cane ringhioso dalle tre gole, delle

Furie e della Morte; l’inferno delle anime prave punite nel fuoco o

nel ghiaccio; il Tartaro propriamente detto, dove i nuovi Numi avevano

precipitato gli antichi, i Ciclopi, i giganti e i titani.

I Romani lo dividevano in sette scomparti: nel primo soggiornano i

bambini; nel secondo gli innocenti stati condannati a morte; nel terzo

i suicidi; nel quarto gli amanti spergiuri o sfortunati; nel quinto gli

eroi che si macchiarono di crudeltà; nel sesto, detto più propriamente

il Tartaro, stavano i martiri; nel settimo i Campi Elisii che già

vedemmo essere luogo di riposo e di beatitudine pei giusti.

Facile è qui constatare come la dottrina pur del Cristianesimo

ammettesse suppergiù, con quasi identità di nome e di destinazione, la

credenza dell’Eliso e dell’Inferno, e il Cattolicesimo vi aggiungesse

un terzo luogo di depurazione, cioè il Purgatorio, ammettendo in

certo qual modo una tal qual legge di progresso, secondo anche la

dottrina spiritica moderna, che cioè permettesse alle anime non al

tutto superiori ed elette di espiare le colpe non gravi, prima d’essere

ammesse nella sede dei santi.

È poi curioso osservare da ultimo, intorno a tale argomento, come i

tre più grandi poeti dell’Umanità, Omero, Virgilio e Dante, l’abbiano

consacrato nelle loro immortali epopee: perocchè il primo, nel canto

undecimo dell’_Odissea_, guidasse Ulisse ne’ luoghi inferni a trovarvi

i campioni della guerra trojana: il secondo vi conducesse, nel canto

sesto dell’_Eneide_, il suo eroe, dove appunto divise tutti quegli

scompartimenti che ho più sopra accennati, così lasciandovi memoria di

tutte le antiche dottrine circa il soggetto; e l’Alighieri poi, della

credenza dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso, costituisse

anzi tutta la macchina della sua _Divina Commedia_, nella quale agli

scomparti pagani sostituisce di suo capo le bolge ed i gironi, dove

pure colloca, secondo il maggiore o minor merito, la maggiore o minore

pravità, gli spiriti de’ suoi personaggi, tra’ quali con nova fantasia

vede taluni degli uomini del suo tempo ancor viventi.

I morti poi ebbero sempre tra’ Romani una religione: il culto che

loro si prestava divenne anzi così obbligatorio, che nelle XII Tavole

i relativi diritti degli Dei Mani, — che con questo nome chiamavano

generalmente i morti, — vennero positivamente sanciti, secondo il testo

conservato di questa particolare legge da Cicerone: _Deorum Manium jura

sancta sunto; hos leto datos divos habento: sumptum in illos, luctumque

minunto_[225]. Il medesimo Cicerone, nel Libro _De Legibus_, rammentò

come fosse stato volere de’ maggiori che gli uomini che avevano

lasciato questa vita, fossero annoverati tra gli Dei[226].

L’uomo ch’era stato del suo vivente tristo, morto era egualmente un

dio: solo serbava nella seconda vita le malvagie tendenze della prima.

Se non che Apulejo lasciò detto che quando i Mani fossero malevoli,

si dovessero chiamare _larvæ_, e quando benevoli, _lares_; perocchè

infatti _Manes, Genii_ e _Lares_ si dicessero promiscuamente. Udiam lui

stesso: _Manes animæ dicuntur melioris meriti, quæ in corpore nostro

Genii dicuntur; corpori renuntiantes, Lemures; cum domos incursionibus

infestarent, Larvæ; contra ei faventes essent, Lares familiares_[227].

Questa religione de’ morti, scrive il dotto Fustel, che ho già citato,

sembra essere stata la più antica in questa razza d’uomini. Prima di

concepire e d’adorare Indra o Zeus, l’uomo adorò i morti: ebbe paura

di essi e indirizzò loro preghiere. Sembra così che il sentimento

religioso abbia di là avuto la sua origine. È forse alla vista della

morte che l’uomo ebbe per la prima volta l’idea del soprannaturale

e che volle sperare al di là di quel che vedeva. La morte fu il

primo mistero: ella mise l’uomo sulla via degli altri misteri: essa

sollevò il suo pensiero dal visibile all’invisibile, dal passeggiero

all’eterno, dall’umano al divino.

Pur Ugo Foscolo ne’ suoi _Sepolcri_ fe’ rimontare il culto de’ morti

allo istituirsi del contratto sociale:

Dal dì che nozze, tribunali ed are

Diero alle umane belve esser pietose

Di sè stesse e d’altrui, toglieano i vivi

All’etere maligno ed alle fere

I miserandi avanzi che Natura

Con vece eterna a sensi altri destina[228].

Era forse anche per questo culto che gli Dei Mani si chiamassero _Dii

patrii_ ed anche _Dii sacri_, come si veggono così, indicati sovra

alcuni monumenti. — Più avanti toccherò di feste ed onoranze istituite

per gli Dei Mani.

Come facciamo oggidì che denunziamo al Municipio l’avvenimento d’una

morte, e trattiamo della spesa de’ funerali, allora veniva denunciato

il decesso al tempio della dea Libitina, istituito da Numa, nel quale

si custodivano tutti gli apparati ed addobbi richiesti per mettere in

ordine un funerale e quivi col libitinario, o intraprenditore delle

pompe funebri, convengasi sull’indole di quella che ricercavasi e sulla

spesa.

Il libitinario spacciava alla casa del morto i suoi schiavi, detti

_pollinctores_, dal polline, dice Servio, o fior di farina onde

lievemente spargevasi la faccia del defunto, dopo che il corpo fosse

stato dalle donne con acqua calda lavato. — Tale costume di preparare,

imbiancandolo, il viso agli estinti si conserva tuttavia in Rumenia,

dove lo portarono i Romani antichi, che vi lasciarono indelebili

tracce di loro soggiorno e colonizzazione in altre molte consuetudini,

nel linguaggio e perfino nella denominazione del paese, che fino

a’ dì nostri vanta con noi comune le origini. — Quindi i medesimi

_pollinctores_ l’ungevano e imbalsamavano con appositi aromi:

. . . _corpusque lavant frigentis et ungunt_[229].

Ciò eseguito, lo si rivestiva dell’abito ch’era solito portar vivo,

colle insegne che s’era meritato. Così il semplice cittadino d’una

toga bianca, il magistrato della pretesta, i censori della porpora;

d’una semplice tonaca invece gli abitanti della campagna e i plebei.

Gli si poneva in bocca un triente, cioè la terza parte di un’asse, la

moneta di rame corrispondente a due centesimi di lira italiana con cui

intendevasi pagare Caronte,

Il nocchier della livida palude,

pel tragitto di essa, pur descritto nella Cantica dell’_Inferno_ da

Dante, e come il rammenta Giovenale:

. . . . _at ille_

_Jam sedet in ripa, tetrumque novicius horret_

_Porthmea, nec sperat cænosi gurgitis alnum_

_Infelix, nec habet quem porrigat ore trientem_[230].

Le leggi delle XII Tavole vietando di seppellire l’oro nelle tombe,

— osserva giustamente quel dotto scrittore e orientalista che è il

prof. Angelo De-Gubernatis, confermano soltanto la esistenza dell’uso

nell’antica Roma[231].

Coronandogli di fiori la testa, lo si deponeva su d’un alto letto,

d’avorio, se ricco, e coperto di preziose stofe, nel vestibolo, co’

piedi rivolti verso l’uscita di casa, quasi ad indicarne la partenza.

Persio così ricorda sommariamente, nella satira III queste funerali

cerimonie:

_Hinc tuba, candelæ; tandemque beatulus alto_

_Compositus alto lecto, crassisque lutatus amomis,_

_In portam rigidos calces extendit_[232].

Quest’uso di collocare i cadaveri che si dovevano trasportare, co’

piedi vôlti all’uscita della casa, nota a questo passo Vincenzo Monti,

era antichissimo. Omero ne fa menzione nel XIX canto dell’_Iliade_, ove

Achille addolorato per l’estinto amico (Patroclo), così parla:

D’acuto acciar trafitto egli mi giace

Nella tenda co’ piè vôlti all’uscita.

Davanti la porta si piantava il funerale cipresso, l’albero consacrato

a Plutone, perocchè esso una volta tagliato più non ripulluli, secondo

lasciò ricordato Plinio il vecchio. La presenza del cipresso era

indizio di lutto patrizio, come avvertì Lucano nel seguente verso:

_Et non plebejos luctus testata cupressus_[233].

Di tal guisa restava avvertito il pontefice di tenersi lontano da

quella casa, da cui sarebbe stato polluto; così evitavanla coloro

che disponevansi a compiere alcun sagrificio, perocchè quell’impuro

contatto non avrebbe più loro concesso d’accostarsi agli altari.

Così all’eguale intento, e per tutto il tempo che duravano le funebri

cerimonie, si solevano velare le immagini degli Dei.

Per sette giorni lasciavasi esposto il cadavere, acciò si avesse tutto

l’agio di riprendere i sensi dove un letargo avesse simulato la morte,

e vegliava a studio di esso uno schiavo della casa e durante un tal

tempo facevansi da que’ della famiglia le maggiori dimostrazioni di

dolore:

. . . _it clamor ad alta_

_Atria; concussam bacchatur fama per urbem;_

_Lamentis, gemituque et fœmineo ululatu_

_Tecta fremunt; resonat magnis plangoribus aether_[234].

L’ottavo giorno un pubblico banditore, percorrendo le vie principali

adiacenti alla casa mortuaria, convocava il popolo per celebrare i

funerali. Terenzio ci lasciò nelle sue commedie rammentata la formula

di tale convocazione:

_Quirites exsequias... quibus est commodum ire jam tempus

est_[235].

Siccome poi, giusta quanto superiormente dissi, le anime delle persone

buone si consideravano ricevute nel novero degli Dei benefici, comunque

d’ordine inferiore; così ci restò qualche documento che prova come

si ponesse nel feretro, presso il cadavere, un attestato di buona

condotta, rilasciato dal Pontefice, perchè fosse agevolato il compito

de’ giudici eterni. Bannier ne riferisce un esempio in quello che

fu posto accanto ad un cadavere dal Pontefice Sesto Anicio, ch’io

pur trascrivo, acciò si conosca anche di questo curioso documento

la formula. Eccolo: _Ego Sextus Anicius Pontifex testor hunc honeste

vixisse: Manet ejus inveniant requiem_[236].

_Funus_ dicevasi il funerale, a cagione che negli antichi tempi i

romani seppellissero di notte al lume di candele, o torcie, che si

formavano di funi ritorte, _funalia_, intrise di pece, portate dai

piagnoni. Non fu che più tardi che l’uso di seppellire di notte si

restrinse alle classi più povere, le quali non potevano sostener la

spesa di splendide esequie.

Ed oltre di tal distinzione, diverse altre erano le specie di funerali.

_Publicum_ era quel funerale che si faceva a spesa dello Stato,

come in quest’anno in cui scrivo (1873, 29 maggio), Milano praticò

a riguardo di Alessandro Manzoni, morto il 22 dello stesso mese e

riuscì così imponente e pomposo da potersi dire per lo appunto quel

che Plinio scrisse a Romano del funerale pubblico di Virginio Rufo,

il quale, se non come Manzoni ebbe a vivere ottantotto anni, ne visse

nondimeno ottantatre, _compiuti_ in una beatissima quiete e in non

minore venerazione, che stato console per tre volte, arrivò all’apice

degli onori privati e sopravvivendo trent’anni alla sua gloria, lesse

versi, lesse storie, scritti in suo onore e conversò in certa guisa

co’ posteri: _Post aliquot annos insigne, atque etiam memorabile

populi romani oculis spectaculum exhibuit publicum funus Virginii Rufi

maximi et clarissimi civis, perinde felicis_[237]. Il Paravia in nota

a questa lettera di Plinio, affermò chiamarsi anche _censoria_ questi

publici funerali, rimettendo circa alle cerimonie, al lusso ed anche

alla stravaganza di queste funebri solennità alle _antichità_ Romane

di Adam (vol. III e IV) che ne fece la descrizione. Ma il funerale

publico, fatto a spesa dello Stato, che in quest’anno medesimo rimase

più memorabile ancora, fu quello che si celebrò in Roma nel 7 giugno

1873, per Urbano Rattazzi, il più eminente uomo di Stato che aveva

l’Italia, stato sei volte ministro di re Vittorio Emanuele, morto il 5

dello stesso mese in Frosinone, e il cui nome, come quello di carissimo

e venerato amico, io rammenterò nelle lagrime finchè vita mi rimarrà.

Non fu pompa solo ufficiale, ma, come fu egregiamente detto, fu vero

plebiscito: poichè tutte le città vi partecipassero nel lutto, e con

essa i principi reali, i più alti dignitari, senatori e deputati,

illustri stranieri e d’ogni ordine cittadini. Splendidissimi del pari

poi, ed a spesa del Municipio, Alessandria sua patria gli rinnovò

l’undici giugno successivo, quando essa ebbe il cadavere che reclamò e

che venendo da Roma ebbe lungo il viaggio le ovazioni delle popolazioni

in mezzo alle quali passava.

_Funus indictivum_ appellavasi quel grande funerale in cui veniva

invitato il popolo a’ ludi gladiatorii ed alle militari rassegne,

che si offerivano ad onoranza di illustre defunto; mentre _tacitum_ o

_translatitium_ dicevasi il funerale comune ed ordinario senza veruna

ostentazione di potenza. _Funus gentilitium_ era poi quello nel quale

si recavano in processione le imagini de’ maggiori della medesima

prosapia, _gens_.

Fatta dal banditore l’ultima conclamazione, il _designator_, o maestro

della funebre cerimonia, assistito da’ suoi littori, o da un suo

accolito, _accensus_, ordinava che la processione si incamminasse per

trasferire il cadavere all’ultima dimora, tutti recando, comunque

fosse di giorno, torcie accese nelle mani, in memoria dell’antico

costume. Apriva la marcia una banda di musicanti, _siticines_, che

suonavano la _tibia longa_, o flauto funebre, accompagnando con essa un

canto lugubre in lode del trapassato, come ci spiegò Novio Marcello:

_Siticines dicti sunt qui funeratos et sepultos canere soliti erant

causa honoris cantus lamentabiles_[238].

Il mortoro de’ grandi e delle persone attempate, quando il publico era

stato convocato, veniva accompagnato da trombettieri, _tubicines_, i

quali annunciavano che il defunto non era stato tolto di vita dal ferro

o dal veleno.

Dietro i musici venivano le prefiche, _præficæ_, schiave del

libitinario incaricate di fare il piagnisteo; ed esse, mediante

pagamento, percuotevansi il petto, mandavano grida strazianti e

strappavansi i capelli, ostentando un dolore fierissimo che erano

ben lungi dal sentire. Così Lucilio nelle satire ci descrive la loro

simulata desolazione:

_Mercede quæ_

_Conductæ fient alieno in funere præficæ_

_Multo, et capillos scindunt et clamant magis[239]._

L’uso delle prefiche, comune a quasi tutte le nazioni, si protrasse

tardissimo anche fra noi. Nella diocesi di Milano vennero proibite

dall’Arcivescovo S. Carlo Borromeo. — E celebravano esse talvolta le

lodi del defunto col canto, _nænia_, e tal altra recitando passi de’

poeti più rinomati che avessero qualche analogia colla circostanza.

Erano così insinceri siffatti canti laudativi, che passò di poi _nænia_

per sinonimo di _nugæ_, ossia bagatelle od inezie. Il nostro Porta,

l’insuperabile poeta del nostro vernacolo, disse alla sua volta _bosard

come on cartell de mort_, bugiardo come un cartellone da morto, o,

come potrebbesi anche dire, al pari di un epitaffio. Guasco ricorda

che dietro le prefiche venissero altre donne: _Piatrices, Sagæ,

Expiatrices, Simpulatrices_, ed erano sacerdotesse che presiedevano a’

sacrificj impetratorj per ottenere l’ingresso del defunto negli abissi,

ed espiatorj per purgarsi dai peccati[240].

Seguivano i _Popi_ e i _Victimarii_: ufficio dei primi era di abbattere

gli animali più diletti al defunto padrone, come cavalli, cani, ed

uccidere uccelli alla pira funebre: dei secondi di predisporre gli

arredi necessarii all’uopo. Essi apparivano nudi fino alla cintura.

Poi quelli che portavano le insegne onorifiche del morto, come le

spoglie prese al nemico, i distintivi ed i premii conseguiti dal suo

coraggio, ogni cosa però capovolta a dimostrazione di lutto. Portavansi

pure le imagini degli avi illustri disposte per ordine cronologico su’

carri, _pilenta_, le insegne delle magistrature e delle dignità coperte

da essi, e siffatto privilegio spettava pure alle donne ne’ loro

funerali, dove avessero avuto negli antenati loro taluno che avesse

sostenuto una magistratura curule.

Teneva dietro tutto ciò una schiera di mimi e l’_archimimus_ o capo di

essi. I primi ballavano danze grottesche al suon de’ crotali, le quali

danze chiamavansi _sicinnia_, i cui salti regolavansi in misura co’

piedi dattili dell’_anapesto_, metro simile a un dipresso al quinario

nostro e del quale eccone esempio tolto a Seneca il tragico:

_Fundite fletus,_

_Edite planctus,_

_Fingite luctus,_

_Resonet tristi_

_Clamore forum_, ecc.[241]

Il secondo, imitava coll’incesso e co’ gesti il costume, i modi più

spiccati e la persona del defunto, come viene attestato dallo storico

de’ Cesari, Svetonio[242].

Venivano ultimi i parenti e gli amici, spogliate le dita d’anelli e

colla barba intonsa, vestiti tutti della penula oscula, abito di rigore

nelle funerali pompe, nelle quali non era permesso portare la toga e

comprendevasi essa fra i _vestimenta clausa_. I figliuoli incedevano

colla testa coperta, le figlie invece a capo scoperto: queste poi, la

madre e la moglie senza ornamento, colle chiome disciolte ed in nere

gramaglie. Le donne solevano mostrare un vivo dolore, straziandosi

il seno nudo ed il volto, tanto da spicciarne il sangue, e invocando

l’amato defunto ad alta voce, come Properzio desiderava avesse a fare

per lui la bella Cinzia:

_Tu vero nudum pectus lacerata sequeris._

_Nec fueris nomen lassa vocare meum_[243]

e ciò non a vana dimostrazione di duolo, ma perchè, secondo spiegano i

commentatori, i mani amano il latte ed il sangue.

Dopo di costoro, procedeva la bara, _capulum, feretrum, lectica

funebris_, come poteva venire con tutti questi nomi designata, ed era

un letto od anche una lettiga coperta da più o men ricco drappo, a

seconda della varia dignità dell’estinto e portata da’ più prossimi

parenti o dagli amici, in numero di sei o di otto, e per ciò detta

anche _exaphorum_, od _octophorum_. Talvolta sorreggevasi essa dagli

schiavi dichiarati liberi nel testamento, e tenevano allora in segno

di loro recente libertà coperto il capo. I personaggi alto locati

erano portati da dignitarj o funzionarj dello stato; la bara di Lucio

Cornelio Silla dalle Vestali, quella di Giulio Cesare dai magistrati,

quella di Augusto da’ senatori, quella di Tiberio da’ soldati, e

Tacito ricorda che il feretro di Germanico venisse portato sulle

spalle de’ tribuni e de’ centurioni[244]; ma poi e più innanzi l’urna

dell’imperatore Severo fu portata per mano dei consoli medesimi.

Dietro la bara succedeva la caterva de’ clienti, degli schiavi e

de’ familiari, conducendo a mano gli animali che dovevano essere

sagrificati al bruciamento del cadavere, e finalmente chiudevasi la

processione colla carrozza vuota, _rheda_ o _carpentum_, del defunto

e colla turba de’ curiosi e sfaccendati che mai non mancano agli

spettacoli che si offrono gratuitamente.

Il funerale corteggio, quando trattavasi di persona illustre o ricca,

soffermavasi un tratto nel foro, dove, posto il funebre letto sulla

tribuna, un prossimo congiunto, o l’erede beneficato, pronunciava

l’orazione funebre in mezzo ai suoni lugubri di una musica mesta, ciò

che diede origine alla frase latina _laudare pro rostris_. Ricorda il

lettore come Svetonio, nella vita di Cesare, lasciasse memoria aver

questi alla sua volta arringato dai rostri l’orazion funebre per la sua

zia (_amita_) Giulia e per la moglie Cornelia, cogliendo il destro così

di vantarsi disceso per una parte da regale prosapia e per l’altra da

Venere, affine poi d’inferirne: _est ergo in genere et sanctitus regum,

qui plurimum inter homines pollent, et cærimonia deorum, quorum ipsi in

potestate sunt reges_[245].

Il De-Gubernatis nella sua opera sullodata degli _Usi Funebri Indo

Europei_[246], ricorda come Plutarco nella vita di Valerio Publicola

riferisca a questo console l’origine della istituzione delle orazioni

funebri romane. «Ebber cari i Romani — queste son le parole dello

scrittore delle _Vite degli uomini Illustri_ — quegli onori che

fece Valerio al suo collega (Bruto) coi quali illustrar ne volle il

mortorio, e specialmente l’orazion funebre che recitò in di lui lode

egli stesso, la quale riuscì di tanta soddisfazione e fu sì grata ai

Romani medesimi, che introdotto indi venne il costume di encomiarsi

dopo morte, in tal guisa, tutti i grandi, e valentuomini dai personaggi

più insigni. Questa orazion funebre, secondo si dice, fu più antica

anche di quella de’ Greci, se pure anche ciò non fu una istituzione

di Solone, come lasciò scritto il retorico Anassimene.» Dionigi

d’Alicarnasso, nel libro quinto delle sue _Antichità Romane_, scrive

non poter affermare se Valerio sia stato il primo a pronunciare in

Roma un discorso funebre, o s’egli abbia invece seguito un costume

già invalso tra i re; ma in ogni modo ritiene il costume come romano

e rimprovera i tragici ateniesi per averne voluto fare un merito alla

loro città, che non conobbe, a suo avviso, le orazioni funebri, se non

dopo la battaglia di Maratona, che fu posteriore di sedici anni alla

morte di Bruto.

Ripigliava quindi la processione il suo corso e uscendo dalla

città[247] pel Circo Massimo e la porta Capena per mettersi nella

via Appia, ch’era quella delle tombe, si avviava al rogo, _rogus_, ed

anche grecamente pira, πυρά, che era una specie di altare, o catasta,

piuttosto costruita nel recinto sepolcrale detto _bustum_, o contiguo

alla tomba, di ciocchi d’alberi resinosi, non digrossati ne’ squadrati,

in masse ad angoli retti, adorna di ghirlande e ramoscelli di cipresso,

sulla cima della quale collocavasi dallo schiavo, detto _Ustor_, il

cadavere, asperso di preziosi liquori e avvolto in un lenzuolo di

amianto. Dapprima il più prossimo congiunto o l’erede ne aveva riaperto

gli occhi, come voleva il rito, reputandosi sacrilegio il privare il

cielo degli sguardi di un morto, e curavasi che portasse al dito il

suo anello e prima di avvilupparlo nel sudario la moglie e i figli

deponevano sulle gelide labbra di esso l’estremo bacio, tributo ultimo

che pur a sè stesso augurava ricevere dalla sua Cinzia Properzio:

_Osculaque in gelidis pones suprema labellis_

_Quum dabitur Syrio munere plenus onyx_[248].

E si staccavano dalla cara spoglia colle parole consacrate dal rito:

_Vale. Nos te ordine quo natura voluerit cuncti sequemur_[249].

Ciò fatto, il più prossimo congiunto, stornando la testa, appiccava

colla rovescia torcia il fuoco alla pira e mentre questa ardeva,

gittavansi su d’essa incensi, profumi, vino, capelli e fiori, e lo

stesso Poeta or ricordato, pone in bocca alla sua Cinzia, che morte gli

toglieva anzi tempo e l’ombra della quale gli era ne’ sogni apparsa, il

lamento perchè nè di profumi, nè di vino e neppure di giacinti avesse

egli onorato il suo rogo:

_Cur ventos non ipse rogis, ingrate, petisti?_

_Cur nardo flammæ non oluere meæ?_

_Hoc etiam grave erat nulla mercede hyacinthos_

_Inficere, et fracto busta piare cado_[250].

Altri buttavan su quella fiamma le armi, le _phaleræ_[251] e le

vestimenta preziose del defunto, i cavalli a lui prediletti, i molossi,

i papagalli e quanto in vita aveva di meglio amato, e accadde ancora

che in mezzo ad essi si slanciassero gli schiavi stessi, come per

essere compagni al trapassato nel viaggio d’oltre tomba. Così Virgilio

menzionò nell’_Eneide_ il devoto costume:

_Hic alii spolia occisis direpta Latinis_

_Conjiciunt igni, galeas, ensesque decoros_

_Frænaque, ferventesques rotas: pars munera nota,_

_Ipsorum clypeos, et non felicia tela_[253].

perocchè _munera_ appunto si chiamassero le preziose cose avute in

pregio del suo vivente dal defunto.

Nè il popolo restava inoperoso in mezzo alla cerimonia; ma pregava

i venti spirassero secondi, giusta il costume de’ Greci rammentato

nell’_Iliade_ nei funerali di Patroclo:

Ma del morto Patròclo il rogo ancora

Non avvampa, allor prende altro consiglio

Il divo Achille. Trattosi in disparte,

Ai due venti Ponente e Tramontana

Supplicando, solenni ostie promette,

E in aurea coppa ad amendue libando,

Di venirne li prega, e intorno al morto

Sì le fiamme animar, che in un momento

Lo si struggano tutto esso e la pira[254].

Se il funerale era di condottiero di esercito, cavalieri e fanti

riccamente ornati tre volte giravano intorno al rogo, ciò che

chiamavasi _decursio_, mandando dolorosi lai:

_Ter circum accensos, cincti fulgentibus armis,_

_Decurrere rogos: ter moestum funeris ignem_

_Lustravere in equis, ululatusque ore dedere_

_Spargitur et tellus lacrymis, sparguntur et arma[255]._

Così leggesi anche in Svetonio nella vita di Claudio, come intorno

al tumulo di Druso Germanico corresse ogni anno un soldato; e Tacito

scrive: _Chatti tumulum super varianis legionibus structuri, ad aram

Druso sitam disiecerant. Restituit Cæsar arum honorique patris princeps

ipse cum legionibus decucurrit_[256].

Ed intanto che il fuoco divampava, si facevano le libazioni di vino,

di latte e di sangue, alla quale ultima fornivanlo le vittime immolate,

i prigionieri, gli schiavi od anche i gladiatori detti _bustuari_, per

ciò che innanzi al rogo combattessero combattimento mortale, avendosi

fede, come già notai, che i mani si placassero col sangue.

I più ricchi e prestanti cittadini, siccome m’accadde di mentovare nel

capitolo dell’Anfiteatro nel dire de’ ludi gladiatorii, crescevano

onoranza con gli spettacoli di gladiatori, che si offerivano

gratuitamente al pubblico, e il dittatore Lucio Cornelio Silla li

dispose grandiosissimi pe’ suoi funerali nel proprio testamento,

secondo si raccoglie nell’orazione di Cicerone, pur da me già citata

nei capitoli della Storia Pompejana, recitata _pro Publio Sylla_.

Ma ad onorare la memoria dei defunti altri modi vi erano. La lettera

XVIII del Lib. VII. delle _Epistole_ di Plinio il Giovane ci apprende

come Caninio Rufo, per eternare la memoria della propria moglie,

disponesse un annuale convito a’ suoi concittadini Comaschi e in un

rottame di lapide conservatoci dal Giovio si legge che altri due

Caninii della stessa città lasciassero similmente una somma per

celebrare un annuale banchetto: eccone il frammento:

ORNAMENTVM ET ROSA PONERETVR

RELIQ. INTER SE SPORTVLAS DIVIDERENT

IN CVIVS TVTEL. DEDERVNT CANINIVS VIATOR

ET CANINIVS EVPREPES HS.

Più munificente e assennato appare dalla medesima lettera XVIII Plinio

stesso, quando ci dice aver assegnato 500 mila sesterzi alla sua patria

Como per educare i giovani.

Le persone povere, o quelle non così facoltose e in grado di comperarsi

il _bustum_, portavansi all’_ustrina_, terreno publico destinato a

bruciare i cadaveri, le ceneri de’ quali venivano quindi trasportate

ne’ sepolcreti di famiglia se l’avevano, o se non l’avevano, al

sepolcro comune, al quale accenna Orazio nel verso:

_Hoc miseræ plebi stabat comune sepulcrum_[257];

perocchè la legge proibisse di appiccare il fuoco ad un rogo sul

terreno d’altrui proprietà.

Consumatasi la salma, estinguevansi le fiamme col vino: il più prossimo

parente, cantandosi da’ musici l’_epicedum_ o poemetto funebre in

onore del morto, (da ἐπὶ sopra, e κὴδος, funerale), raccoglieva le ossa

ancora ardenti, le lavava in vecchio vino e nel latte e le asciugava

con un lino, ciò che chiamavasi _ossilegium_.

Siffatta costumanza di lavare nel vino, nel latte e talvolta anche

nell’olio le ossa, era stata vietata come inutile scialaquo dalle leggi

delle XII Tavole; ma non per questo era stata meno e sempre in vigore

e in Roma e presso tutte le nazioni a’ Romani soggette. Giova anzi a

tal proposito ricordare il grazioso epitaffio che uno schiavo aveva

scolpito sulla tomba da lui fatta erigere al giovinetto padrone suo,

che così si chiudeva:

_Ossibus infundam quot numquam vina bibisti_[258].

alludendo al divieto de’ Romani che i fanciulli avessero a bever vino.

Riponevansi da ultimo le ossa in un’urna talvolta di bronzo, il più

spesso di terra cotta, di marmo, di alabastro o di vetro, del quale

ultimo materiale è l’_urna cineraria_, scoperta in Pompei, riempita

per metà di un liquido e nel quale si discernono ancora i resti di

ossa e di ceneri. Oltre di tale liquido si sa vi ponessero rose e

piante aromatiche. Un sacerdote per ultimo aspergeva d’acqua lustrale

i parenti onde purificarli, ciò che dicevasi _suffitio_, e dopo, il

capo della cerimonia, _designator_, od anche la prefica, diceva loro:

_I licet_, cioè potete ardarvene e la comitiva si discioglieva. Allora

chiudevasi l’urna nella tomba, sulla quale ponevasi la pietra detta

_monimentum_, onde fu poi generalizzato il nome di monumento agli

edifizi funebri e sovr’esso l’inscrizione predisposta. Più avanti ne

recherò parecchi saggi di quelle trovate e lette negli scavi della Via

delle Tombe in Pompei.

E i vasi lacrimatorj, mi si chiederà, a che non li avete voi accennati,

prima di chiudere col _monimentum_ il sepolcro?

È di fatto che ne’ sepolcri antichi, e pur in quelli di Pompei si

rinvenissero vasi e cucchiai detti lagrimatorii; ma servivano essi

davvero a raccogliere, come fu preteso, le lagrime de’ veraci dolenti e

delle prezzolate prefiche?

Il Baruffaldi lo credette nella sua Dissertazione _De Præficis_ e

lo credettero il Fabbretti nel suo libro delle _Iscrizioni_ ed altri

ancora; e il Fabbretti volle anzi da certi fori praticati sovente sul

coperchio delle antiche tombe, argomentare l’usanza d’introdurvi per

essi le lagrime de’ congiunti ne’ giorni anniversarii o nelle feste

commemorative de’ loro cari defunti, molto più che in taluni vasi si

sieno vedute delineate le orbite degli occhi, e sui _monimenta_ si

riscontrino scolpite tazze ed espresse le lagrime negli epitaffi; ma

colla dovuta reverenza a questi dotti, io non mi sono mai capacitato

che tal costume avesse potuto un giorno sussistere. Piagnone

prezzolate, artifici di dolore per quanto sottili, lagrime di dolenti,

versate dopo parecchi giorni dal decesso del caro parente, come

avrebbero potuto fornir tanta materia a’ cucchiai e vasi lacrimatorii?

Questi arnesi, queste fiale di vetro o di terra cotta, di alabastro o

d’altro, non sarebbero stati piuttosto adoperati a raccogliere balsami

ed aromi che gittavansi sul rogo, o libazioni di latte e di vino, che

si facevano sulle tombe?

Il Grutero, nella eruditissima sua opera, recò più d’una iscrizione,

fra le cui parole vedevansi scolpite cucchiaj o patere, come più

propriamente dicevansi, le quali erano appunto vasi circolari con

manichi, atti a contenere liquidi, _ma più specialmente usati_, dice

Rich, a contenere il vino con cui era fatta una libazione[259].

I fori adunque praticati ne’ coperchi delle tombe debbono indubbiamente

aver servito a far penetrare le libazioni di vino e di latte, di che

Foscolo pur tenea conto in que’ versi de’ suoi _Sepolcri_:

Le fontane versando acque lustrali,

Amaranti educavano e viole

Su la funebre zolla; e chi sedea

A libar latte e a raccontar sue pene

Ai cari estinti, una fragranza intorno

Sentia qual d’aure de’ beati Elisi[260].

Questi fori si praticavano ad esempio nei _loculi_, o bare, quando

i cadaveri non si abbruciavano ancora ma si collocavano in essa

interi. Entro codesta bara spesso di terra cotta, eravi ad una

estremità una soglia elevata per adagiarvi il capo e dallato un foro

tondo pei balsami aromatici, che si versavano dentro per mezzo d’un

corrispondente orificio nella parete esterna della cassa.

Il costume della cremazione de’ cadaveri, del cui procedimento presso

i Romani ho intrattenuto il lettore, non era antico a’ tempi di

Plinio, voglio dire al tempo della catastrofe di Pompei, siccome egli

l’attesta. Era la cremazione usata solo in Grecia fin dai tempi di

Cecrope, dicendo Luciano che il Greco abbrucia i cadaveri, il Persiano

li sotterra, l’indiano li avvolge di grasso porcino, lo Scita li

divora, l’Egizio li imbalsama. L’essersi adottata da Romani originò

dall’oltraggio che veniva fatto alle tombe, quando i romani morivano

in lontane contrade, e che però vi si voleva ovviare. Lucio Cornelio

Silla, che a cagione delle tante proscrizioni aveva ragione a temere

l’insulto al proprio cadavere, com’egli stesso aveva fatto a quello di

Mario, dissotterrandolo e facendolo gittare nel Teverone, fu il primo

che ordinasse di ardere, dopo morte, il proprio corpo, e così invalse

il costume passato in legge, e Ovidio lo rammenta nel verso:

_Corpora debentur mæstis exanguia bustis_[261].

Siccome poi essi pensassero che l’anima fosse della natura del fuoco,

e che il rogo le facilitasse l’uscita dal corpo e però l’onore del

rogo non s’avesse a concedere che alle persone dotate di ragione e

sentimento; così, per testimonianza dello stesso Plinio il Vecchio, non

s’accordava a’ bambini, a’ quali non fossero ancora spuntati i denti,

perocchè sarebbe stata considerata siccome empietà che contaminerebbe

la casa e vi allude pur Giovenale nella _Satira_ XV ne’ seguenti versi:

_Naturæ imperio gemimus, quum funus adultæ_

_Virginis occurrit, vel terra clauditur infans,_

_Et minor igne rogi_[262].

Seppellivansi quindi la notte allo splendore delle faci. Le loro ossa

poi deponevansi in luogo detto _subgrundarium_, sotto di un tetto,

cioè, o gronda sporgente, a modo di nido di rondine[263].

Nè abbruciavansi tampoco i corpi di coloro che erano colpiti dalla

folgore: _Hominem ita exanimatum, cremari fas non est; condi terra

religio tradit_, disse il medesimo Plinio[264].

Ora il costume della cremazione divien soggetto alle più serie

investigazioni e discussioni in Italia, che lo si vorrebbe sostituire

a quello della sepoltura de’ cadaveri. Ragioni specialmente di igiene

lo pongono innanzi e lo propugnano calorosamente, e se adottato, come

pare dall’Italia, verrà seguito pure dalle altre nazioni incivilite,

avrà avuto una volta di più suggello l’osservazione del francese Ipp.

Lucas dell’Istituto di Francia che «all’Italia è affidata per diritto

l’iniziativa del progresso umanitario[265].» È principalmente nella

mia Milano che l’importante questione si agita, sicchè egregiamente

quell’ottimo uomo che è Giuseppe Sacchi, osservava che la cremazione

è per Milano il ritorno ad un’antica usanza, additando una località

nei pubblici giardini che era ad essa destinata, e rivendicando per

tal modo alla nostra città il doppio merito di aver sempre spento

con la violenza della sua riprovazione i roghi della Inquisizione,

e di avere all’opposto innalzato pei cadaveri il rogo purificatore.

Fra noi, a tale scopo, si istituì un comitato promotore sotto la

presidenza dell’illustre medico e chimico prof. Giovanni Polli e

del qual fan parte quei chiari suoi colleghi che sono il Pini, lo

Strambio, il Dell’Acqua, il Griffini e il Tarchini-Bonfanti. E solenne

conferenza indissero costoro nel giorno 6 aprile 1874, per trattarvi

dell’argomento e del modo migliore di cremazione, dove appunto si

udirono le suddette parole del Sacchi, dove Amato Amati espresse il

concetto che la nuova usanza, restaurando coll’urna cineraria domestica

il culto della famiglia, vi alzerà il carattere morale della nazione,

e il dotto prete prof. Bucellati in una bella sua lettera diretta per

quell’occasione al Comitato, scaltrì di pregiudizio la credenza che

essa possa ledere i diritti della cristiana religione[266]. Concesse

queste brevi parole ad un argomento di tutta attualità, faccio ritorno

al mio tema.

La dimane del rogo i parenti e gli amici venivano invitati ad un

banchetto funebre. Prima di mettersi a tavola si purificavano col

lavarsi. Se ricco il defunto, davasi tale banchetto anche al pubblico

ed appellavasi _silicernium_. A differenza di Grecia, dove il

_Silicernium_ compivasi nella casa del parente più prossimo del defunto

e subito dopo l’esequie, come si trova ricordato in Demostene (_De

Coron._); in Roma e nella romana colonia questo convivio aveva luogo

presso il sepolcro stesso; e le camere squisitamente decorate, che così

comunemente s’incontrano nelle loro tombe, come accessorie di queste,

ma non mai adoperate a ricevere urne, erano senza dubbio intese a

questo fine. In Pompei, nella Via delle Tombe, troveremo un _Triclinium

funebre_ stabile presso le tombe, costituito da un recinto, con entro

tre letti triclinarii di materia di fabbrica, su cui, a renderli più

comodi, si saranno all’occasione distesi materassi, _pulvinares_.

Il più spesso il _silicernium_ misuravasi dalla entità dell’asse redato

o dalla gratitudine dell’erede; Persio lo attesta:

_Sed cœnam funeris hæres_

_Negliget iratus si rem curtaveris, urnæ_

_Ossa inodora dabit: ceu spirent cinnama surdum,_

_Seu ceraso peccent casiæ, nescire paratus[267]._

Se poi l’erede limitavasi a sola distribuzione al pubblico di carni

crude, dicevasi essa _visceratio_. Esempio celebre del primo fu il

silicernio imbandito da Cesare per la morte di Giulia a ventiduemila

persone; altri dicono sessantaseimila.

Un altro banchetto funebre famigliare facevasi nove giorni dopo e

designavasi col nome di _novemdialia_ e nel dì susseguente, _denicales

feriæ_[268], purificavasi la casa mortuaria contaminata dalla presenza

del morto e quindi per consueto distribuivansi ancora largizioni alla

plebe.

Non era per altro così de’ funerali de’ poveri. Non sorgeva cipresso

avanti la porta, non difilava processione, non intendevansi suoni, non

celebravansi le altre cerimonie e solennità.

Tre giorni dopo la morte, giungevano quattro necrofori, _vespillones_,

sul cader della notte, a levarli di casa in una cassa da nolo, detta

_sandapila_, ed a portarli nella fossa pubblica oltre le mura, in

luoghi detti _puticuli_ ed anche _putiluci_, a causa, disse il dotto

Turnebo, della profondità delle fosse, nelle quali, non altrimenti che

in pozzi, non poteva scendere luce, e tutto era presto finito.

Reduce la famiglia dal funerale, si purificava la casa contaminata

dalla presenza del cadavere spazzandola con iscopa di tamerigia o

di palma ed invocando Deverra (da _verrere_, spazzare), divinità che

presiedeva appunto alla pulitezza delle case.

A tutte le predette cerimonie teneva dietro il lutto: per gli uomini

ristretto a dieci giorni di isolamento o ritiro nella propria casa; per

le donne ad un anno o a dieci mesi almeno.

Eravi poi il lutto publico, quando si volevano onorare grandi virtù di

illustri trapassati o piangere la perdita di qualche grande battaglia,

come fu quella toccata a Canne, in cui perirono quarantacinque mila

romani, il Console Paolo Emilio e ottanta senatori. Esso indicevasi dal

Senato ad ogni ordine di cittadini.

In tal tempo sospendevasi dal rendere giustizia, i consoli non sedevan

sulle loro sedie curuli, i littori portavano capovolti i fasci, i

senatori deponevano il laticlavio, gli anelli d’oro, nè radevan la

barba, o tagliavano i capelli, proibiti i conviti festosi, l’accender

fuoco nelle case e il fabbricare.

Nel lutto privato poi esponevansi le imagini del defunto ad incitamento

di virtù, come s’esprime al proposito Sallustio: _Sæpe audiri præclaros

civitatis nostræ viros solitos dicere, cum majorum imagines intuerentur

vehementissime sibi animum ad virtutem accendi: scilicet non ceram

illam, neque figuram, tantam vim in se habere: sed memoriam rerum

gestarum eam flammis egregiis viris in pectore crescere, neque prius

sedari quam virtus eorum famam atque gloriam adæquaverit_[269]. Doveva

Foscolo di certo aver rammentato questo passo, del quale serbò perfino

qualche parola, quando cantava ne’ _Sepolcri_:

A egregie cose il forte animo accendono

L’urne de’ forti[270].

E il medesimo nostro grande Poeta aveva poco prima cantato come tanto

venerata e sacra fosse la memoria de’ cari defunti, che venisse perfino

giurato su di essa:

. . . . e fu temuto

Su la polve degli avi il giuramento[271].

Properzio presta uno di tali giuramenti, per le ossa del padre e per

quelle di sua madre:

_Ossa tibi juro per matris, et ossa parentis._

E Quintiliano, più tardi, così esprime il dolore provato per la moglie

e pel figlio statigli da morte immatura rapiti: io giuro pei loro mani,

divinità del mio dolore,

_Per illos manes, numina doloris mei._

Nè con queste dimostrazioni aveva fine il lutto.

V’erano commemorazioni funebri altresì durante l’anno, come nelle

feste Parentali che seguivano in febbrajo e in giorni fasti detti

anche _Feralia_, e come nelle feste _Lemuralia_, e, com’altri dice,

_Remuralia_, perchè istituite da Romolo in onore del fratello Remo da

lui ucciso, che avvenivano in maggio, nelle quali la famiglia recavasi

ad onorare il sepolcro del diletto defunto e là nel vicino triclinio,

fra le dapi del banchetto, non dovevan mancare l’appio, il sale, il

miele, le lenti, il farro, le uova e le fave.

La cerimonia incominciava a mezza notte: il padre di famiglia alzavasi

dal letto, e tacito e invaso da sacro terrore, a piedi scalzi, solo

facendo scricchiolare le dita per allontanare le ombre dal luogo pel

quale passava, incamminavasi a una fontana. Quivi lavate per tre volte

le mani, rifaceva il cammino gittando al di sopra del suo capo delle

fave nere che aveva in bocca e mormorando questo scongiuro: _con

queste fave io mi riscatto insieme con quelli della mia famiglia_.

Tali parole doveva ripetere per ben nove volte senza guardare dietro

di sè, supponendosi che l’ombra dalla quale era seguitato raccogliesse

non vista le fave. La festa lemurale chiudevasi dal medesimo padre di

famiglia, prendendo dell’acqua un’altra volta, battendo su di un vaso

di bronzo e pregando l’ombra di uscire dalla sua casa, ripetendo ancor

nove volte le parole: _uscite, o mani paterni_.

Le offerte poi che si facevano sulle tombe in codeste funebri

commemorazioni, che _feralia_ appunto si chiamavano da questo pio

costume di donativi ai morti, come lasciò scritto ne’ _Fasti_ il già

citato Poeta latino:

_Hanc, quia justa ferunt, dixere Feralia lucem_[272];

si vennero poco a poco aumentando. Pur nondimeno tenevasi che non

eccessive fossero le esigenze degli Dei Mani. Udiamo Ovidio:

_Est honor et tumulis. Animas placate paternas,_

_Parvaque in extinctas munera ferte pyras._

_Parva petunt Manes: pietas pro divite grata est_

_Munere; non avidos Stix habet ima Deos._

_Tegula projectis satis est velata coronis,_

_Et sparsæ fruges, parcaque mica salis._

_Inque mero mollita Ceres violaque solutæ;_

_Hæc habeat media testa relicta via._

_Nec majora veto: sed et his placabilis umbra est._

_Adde preces positis et sua verba focis[273]._

Non lascerà il lettore in codesta citazione di rilevare la costumanza

d’offrire ai morti i doni su d’una tegola o coccio. Venivano sporti

anche su d’una pietra.

Anche Giovenale accennò alla tenuità delle offerte che si facevano a’

defunti, nella Satira V, dicendola _Exigua feralis cœna patella_[274].

Chiudevansi in questi giorni i templi degli Dei celesti, erano

interdette le nozze e vietato l’uso del fuoco, perocchè si reputassero

giorni immondi: di che pure ne avvisa il succitato Ovidio, nel medesimo

libro secondo _Fastorum_, dove pure ricordò che in quelle feste,

_feralia_, facevasi altresì sagrificio alla dea _Tacita_ o _Muta_,

della quale canta la sventura e i casi avventurosi, per avere garrula

rivelato ella alla ninfa Giuturna gli amorosi intendimenti del Tonante

verso di lei e accesa pur colla sua indiscrezione le furie gelose

di Giunone, onde Giove resola muta e affidata a Mercurio perchè la

scorgesse a’ regni inferni, venisse da questo Dio fatta madre dei

gemini Lari, divenuti poi questi custodi della romana città.

V’erano poi anche le _Inferiæ_, e sacrifizi in onore degli Dei

d’Averno, che celebravansi a notte dal sagrificatore seguito dagli

Editui, o guardiani, che avevano la cura de’ templi, dai Camilli e

Camille, giovanetti che assistevano ai sagrifzi, dai popi o ministri

che menavan le vittime, le quali erano in tale occasione un bue ed

una pecora, e dai vittimarj, e talvolta anche dai littori preceduti

dal suono dei siticini e dai _præclamitatores_, che ingiungevan la

sospensione del lavoro. Accoltisi questi intorno all’ara uno de’

_præclamitatores_ bandiva alla accorsa plebe silenzio, acciò non

isfuggisse pur una voce di sinistro augurio:

. . . . _Vos pueri et puellæ_

_Iam virum expertæ, male ominatis_

_Parcite verbis_[275].

E il sacerdote compiva allora il sagrificio, invocando i nomi terribili

di Ecate e di Proserpina, ed aspergeva di vino il sepolcro.

Da’ riti funerarii è naturale il passaggio a ragionar de’ sepolcri,

che i romani ergevano a memoria ed onoranza de’ loro cari ed illustri

defunti. Dirò di essi prima di particolareggiar di quelli che troveremo

schierati lungo la Via delle Tombe di Pompei, per la quale mi sono

proposto di condurre il mio benevolo lettore.

Come semplici erano stati i primi costumi di Roma; semplici e modeste

erano pure state le loro tombe; ma poichè ebbero i nipoti di Romolo

a fare prima cogli Etruschi e poi colla Grecia, impararono così

dall’un popolo e dall’altro solennità e pompe che vennero ogni dì più,

anche per loro aggiunzioni, crescendo. Già dissi de’ ludi gladiatorj

introdottisi ne’ funerali allorchè volevansi splendidi e solenni:

ora delle sepolture, le quali furono grandiose spesso, maravigliose

talvolta, a seconda delle fortune del trapassato.

La legge delle XII Tavole vietò il seppellire in città: epperò convien

rintracciare le tombe e i mausolei fuori di essa, lungo le vie più

frequentate e vaste. Così sorsero sulla via Appia principalmente, sulla

Aurelia, Lavicana, Ostiense, Flaminia, Prenestina, Salaria e Tiburtina,

e a’ nostri giorni ancora trovansi molti cippi e colonne sepolcrali

che attestano dell’estensione del terreno, in antico consacrato

all’inumazione, ed anche Giovenale chiude la _Satira_ I coi versi

che ricordano la via Flaminia e la Latina come frequentatissime di

sepolture:

_Experiar quid concedatur in illos,_

_Quorum Flaminia tegitur cinis atque Latina_[276],

alludendo appunto a siffatto costume.

Se, al dir di Varrone, i monumenti si collocavano lunghesso le vie per

tenere continuamente viva nel pensiero del viandante l’idea della loro

fralezza: _sic monimenta quæ in sepulcris; et ideo secundam viam quo

prætereuntes admoneant et se fuisse et illos esse mortales_[277]; non

mancavano tuttavia di coloro che aborrissero avere loro tomba in luoghi

così publici e rumorosi; e tra questi il già più volte citato Properzio

fa voti perchè la sua Cinzia, lui morto, non gli abbia ad alzare in

essi la tomba.

_Dî faciant, mea ne terra locat ossa frequenti,_

_Qua facit assiduo tramite vulgus iter._

_Post mortem tumuli sic infamantur amantem;_

_Me teget arborea devia terra coma._

_Aut humet ignotæ cumulus vallatus arenæ:_

_Non juvat in media nomen habere via_[278].

Non altrimenti, se mi è lecito esprimere qui il mio proprio sentimento,

io direi per me de’ moderni cimiteri monumentali, dove la curiosità e

l’arte sostituiscono sempre il dolore e il religioso raccoglimento.

Fuor di Pompei, la Via delle Tombe s’aprì nel sobborgo Augusto Felice,

cioè immediatamente fuori della città, nè più nè meno dunque che in

Roma e in tutte le città, si può dire, del mondo romano.

V’erano per altro eccezioni: le Vestali avevano il privilegio del

sepolcro entro le mura e l’ebbero, per singolar privilegio, Valerio

Publicola, Tuberto, Fabrizio, Cesare; e Trajano fu il solo degli

imperatori cui venisse concessa la sepoltura in città. La famiglia

Claudia aveva pure tal privilegio della sepoltura sotto il Campidoglio.

I discendenti di Publicola, che con lui avevano ottenuto il diritto

della sepoltura in città, in fatto non se ne valsero, poichè, al dir

di Plutarco, contentavansi di mettere un ardente torchio sulla tomba

di famiglia al verificarsi d’ogni morte, facendo del resto i loro

congiunti seppellire nella contrada di Velia.

Di grandi e spesso enormi spese, come dissi, profondevano ne’ sepolcri

e ne’ monumenti i Romani e ne stanno a testimonianza ancora la piramide

di Cajo Cestio, la tomba di Cecilia Metella e la Mole Adriana e non

era sempre un pensiero di sfarzo e d’orgoglio che presiedeva a queste

opere, ma più sovente il sentimento di pietà e d’amore che li animava e

ciò leggiadramente espresse il francese Roucher ne’ seguenti versi che

reco nel loro idioma:

_Ce respect pour les morte, fruit d’une erreur grossière,_

_Touchait peu, je le sais, une froide poussière,_

_Qui, tôt ou tard s’envole éparse au gré des vents,_

_Et qui n’a plus enfin de nom chez les vivants;_

_Mais ces tristes honneurs, ces funèbres hommages_

_Ramenaient les regards sur des chères images;_

_Le cœur près des tombeaux traissaillait ranimé_

_Et l’on aimait encore ce qu’on avait aimé._

Epperò i ricchi fabbricavano nelle proprie ville i sepolcri in forma di

edicole di buona e severa architettura e le quali decoravano di statue,

di pitture e musaici, di vasi e di urne di eletti marmi. E siccome sa

il lettore che degli estinti non serbavansi che le ceneri leggiere,

come Paolo Emilio in Properzio dice alla consorte:

_En sum quod digitis quinque levatur onus_[279];

così non ad un solo defunto destinavasi ciascun sepolcreto, ma a tutti

i defunti d’una famiglia, compresi pure i liberti, collocandosi le

ceneri in altrettante nicchie; onde appellavasi _sepulcrum familiare_,

perchè _sibi quis familiæque suæ constituebat_[280], di che se ne

trovò esempio in Pompei; _Sepulcrum comune_ dicevasi quella stanza che

riceveva le ceneri di più persone appartenenti a più famiglie, disposte

a due _ollæ cinerariæ_ per colombajo.

Sepolcri ereditarj eran poi quelli _quæ sibi hæredibusque suis, o quæ

paterfamilias jure hæreditario aquisivit_[281]; ma se dovevan servire

per determinate persone, solevano apporvi le lettere _H. M. H. N.

S._ cioè _Hoc monumentum hæredes non sequitur_, o alle tre ultime

lettere sostituivansi queste _A. H. N. T._, vale a dire _Ad Hæredes non

transit_[282], come se ne ha memoria in quel passo di Orazio:

_Mille pedes in fronte, trecentos cippus in agrum_

_Hic dabat, heredes monumentum ne sequeretur_[283].

Co’ sepolcri propriamente detti non voglionsi confondere i cenotafi,

monumenti onorarii, che venivano dal popolo eretti alla memoria di

quegli illustri uomini ch’erano morti per la patria; onde egregiamente

e con tutta ragione poteva Ugo Foscolo nel succitato suo Carme de’

_Sepolcri_ dire:

Testimonianza a’ fasti eran le tombe,

e le annuali feste e le cerimonie religiose che inoltre vi si

praticavano valevano veramente a tramandare a’ posteri la memoria de’

nomi e delle gesta gloriose:

Religïon che con diversi riti

Le virtù patrie e la pietà congiunta

Tradussero per lungo ordine di anni[284].

Nondimeno questi monumenti che si elevavano a spesa pubblica e per

cagione d’onore, rispondendo al significato delle due parole greche

onde il nome si componeva, non contenevano le ceneri o gli avanzi

del corpo della persona che si voleva onorare: erano costruzioni

semplicemente commemorative, come sono oggidì talune di quelle che

sorgono nel tempio di Santa Croce in Firenze, che si vorrebbe fare

il Panteon degli illustri italiani; onde Virgilio nel lib. III

dell’_Eneide_ appellò eziandio tal sorta di tumuli _tumulus inanis_,

o vuoto, là appunto dove ricorda il cenotafio rizzato da Andromaca ad

Ettore suo marito.

I luoghi per altro, sui quali si innalzavano i cenotafi non erano

sacri, come quelli de’ sepolcri.

Ma se a sepolcri e monumenti di ricchi e maggiorenti erigevansi

cenotafii, mausolei, vôlte sepolcrali, piramidi ed altrettali

opere architettoniche e scultorie; per cittadini minori, o poveri,

adottavansi corrispondenti segni meno dispendiosi. Tali erano le

_columellæ_, dette anche dai Latini _cippi_; le _mensæ_, le tavole

quadrangolari più lunghe che larghe; i _labellæ_ o _labra_, che erano

pietre a forma di bacino; le _arcæ_ somiglianti a forzieri, sorrette

per lo più su’ piedi di lione o d’altro animale.

Ageno Orbico ricordò varii luoghi ne’ sobborghi di Roma, dove stavano

moltissimi sepolcri di persone del volgo e di schiavi. _Sestertium_

denominavasi il campo, pure fuori delle mura, dove seppellivansi

le persone ch’erano state per ordine degli imperatori mandate a

morte; nè a me è dato ricordarle, senza ad un tempo rammemorare

la interessantissima scena che vi fa svolgere nel suo bello e

dotto romanzo _Tito Vezio_ il patriotta Luigi Castellazzo, cui una

straordinaria modestia ha consigliato ascondersi sotto il pseudonimo di

Anselmo Rivalta.

Allorchè sulle iscrizioni de’ sepolcri leggevansi le parole _tacito

nomine_, sottacendosi ad un tempo il nome delle persone alle quali

appartenevano, significavano esse che racchiudessero persone dichiarate

infami.

A’ sepolcri de’ semplici cittadini era espressamente vietato di

aggiungere fregi, ove non fossero o una colonna di non oltre i tre

cubiti di altezza, statue ed emblemi della professione che il defunto

aveva esercitata.

Le iscrizioni incominciavano colle due lettere greche Θ Κ, che

corrispondevano a _Diis Manibus_, come assai sovente usiam pur noi

sostituendo, secondo la nostra credenza, le lettere D. O. M. cioè, _Deo

Optimo Maximo_, o |pΧ| il monogramma di Cristo.

Era poi concesso piantare presso le tombe olmi e cipressi, perchè

alberi non producenti frutti; ed educarvi olezzanti fiori, come

testimonia Ugo Foscolo nel lodatissimo suo Carme già citato:

Ma cipressi e cedri

Di puri effluvii i zefiri impregnando,

Perenne verde protendean sull’urne

Per memoria perenne....

Le fontane versando acque lustrali

Amaranti educavano e vïole

Su la funebre zolla[285].

Frequenti poi erano le piccole are accanto alle tombe pei sacrifici,

che nelle feste summentovate facevansi da congiunti ed eredi, a placar

l’ombre dei diletti loro morti.

Era tutta adunque una religione, venerata e profonda questa verso i

defunti, e dinnanzi alla quale s’arrestavano le disquisizioni ed i

dubbi anche de’ filosofi più miscredenti.

Nulla quindi di più consentaneo a tale comune reverenza pei defunti

e per le loro dimore, che l’esistenza di apposite leggi, le quali

guarentissero l’inviolabilità e il rispetto delle tombe. Troviamo

infatti nel _Corpus Juris_, prima nel Lib. XLVII il Tit. XII; poi

tutto il Titolo XIX che trattan _De sepulcro violato_. Nel primo è

comminata l’infamia come conseguenza dell’azione di violato sepolcro,

oltre diverse altre pene inflitte a chi manomettesse cadaveri, ossuarj

e tombe: nel secondo è irrogata la condanna alle miniere allo schiavo

colto a demolire sepolcri, ed alla relegazione se il faceva d’ordine

od autorità del padrone. Chiunque poi avesse violato i sepolcri _domos

defunctorum_, sottraendovi sassi, marmi, colonne, od altro qualunque

materiale, per servirsene ad uso di fabbrica, o turbando corpi sepolti

o reliquie, multato di ingente pena pecunaria; punito il giudice

perfino in venticinque libre d’oro quando avesse negletto di castigare

i violatori di sepolcri. E come per legge antica codesti profanatori

di tombe punivansi della pena del sacrilegio; così anche ai tempo del

basso impero si fu costretti a richiamare la medesima severa sanzione

penale; argomento codesto a ritenere che si fosse infiltrato poco a

poco ne’ degeneri nipoti la mancanza di rispetto a’ sepolcri. Così

era assolutamente vietato l’impedire, sotto pretesto di debito, la

sepoltura del defunto, colla comminatoria di cinquanta libre di multa,

e in difetto pagasse di sua persona avanti il giudice competente;

non potendosi tampoco nè molestare il moribondo, nè turbare il

funerale, pena l’infamia, e posta al bando la terza parte de’ beni del

disturbatore.

Nel libro XLVIII _Digestorum_, Tit. XXIV _De cadaveribus Punitorum_,

apprendiamo come non si potessero negare a’ congiunti i corpi di coloro

che fossero stati condannati nel capo, citandosi l’autorità del divo

Augusto, che nel libro X _De Vita sua_, ebbe a scrivere aver egli ciò

voluto che si osservasse. Il giureconsulto Paolo poi lasciò ricordato

che i cadaveri de’ condannati, dietro domanda di chicchessia, si

lasciasse che venissero dati alla sepoltura; solo i deportati nelle

isole ed i relegati, restando anche dopo la morte la pena, non fosse

lecito che venissero trasferiti e sepolti senza licenza del Principe;

ciò che del resto il Principe soventissime volte accordava.

Finalmente, nel Lib. I. _Receptarum sententiarum_ di Giulio Paolo, Tit.

XXI, che versa _De sepulcris et Lugendis_, è sancito come allora che

per invasione di fiume, o timore alcuno abbiasi a togliere un cadavere

già consegnato a perpetua sepoltura, compiuti prima solenni sagrifici,

abbiasi a compiere la traslazione di notte tempo; che a non funestare

i luoghi sacri della città, non sia lecito portar cadaveri dentro di

essa sotto minaccia di punizione; che colui che trovasi in tempo di

corrotto astener si debba dai convivii, dagli ornamenti e dalle vesti

bianche; che la spesa funeraria debbasi imputare avanti tutti i debiti

ereditarj, e per ultimo quegli che abbia spese per seppellire un morto

od a cagione de’ funerali di lui, possa rivalersi appo l’erede, il

padre od il padrone.

Il giureconsulto Paolo, alla legge ff. _de injuriis_, contemplò il

fatto di chi avesse lapidato la statua di un defunto, e non ammettendo

nè distinzioni, nè limitazioni, perchè l’animo maligno fosse evidente;

rispose doversi quel fatto punire siccome ingiuria: nè a lui fece

velo il vantaggio qualunque che da simile fatto ritenesse la storia,

registrando che le male opere di quel cittadino avessero condotto a

tanto sdegno il paese da meritare che dalla furia del popolo la sua

statua _saxis cæsa fuisset_ venisse da’ sassi abbattuta.

Intorno a che l’illustre scrittore di penale diritto prof. Francesco

Carrara, nella sua dotta memoria _Sulle ingiurie ai defunti_, letta

nello Ateneo di Brescia, nella tornata del 15 giugno 1873 e pubblicata

nella _Temi Zanclea_, a modo di epifonema commenta: «Così ragionavano

gli antichi e così si durò a ragionare per secoli in Italia ed in

Germania, dove lo spirito non usurpa le veci della sapienza, e dove una

questione giuridica non si scioglie con un motto brillante.» E venne

con copia d’argomenti a conchiudere, pur tenendo conto dell’interesse

della storia, che sì sovente si invoca a diffamazione de’ defunti,

che ultima conseguenza alla quale meni diritto un tale interesse sia

che le calunnie lanciate contro i defunti nei fatti relativi alla vita

pubblica dovrebbero dichiararsi perseguitabili ad _azione popolare_,

cioè ad azione _pubblica_ esercitata dal Pubblico Ministero nella sua

rappresentanza dei contemporanei e dei posteri, cioè della società

tradita ed ingannata da maligno calunniatore; osservando che Platone

come moralista ci avrebbe guidato a questa conclusione con la sua nota

formula dei _doveri che legano i vivi verso gli estinti_[286].

[Illustrazione: Via delle Tombe in Pompei. _Vol. III, Cap.

XXII._]

Poichè li lettore sa tutto ciò, che sull’argomento de’ trapassati e

de’ sepolcri praticavasi in Roma e fuori di essa ne’ luoghi ad essa

soggetti, restringendomi ora più presso al mio tema di Pompei, usciamo

insieme dalla Porta Ercolanese ed inoltriamo nella Via delle Tombe di

questa città, della quale era parte, anzi attraversava, com’egli già

conosce, il Borgo Augusto Felice, dissotterrato dalle ceneri dal 1763

al 1770 e dal 1811 al 1814. La vista è imponente, presentandosi tutta

fiancheggiata da sontuosi monumenti. E monumenti eziandio debbono

essere stati sparsi per tutto il pendio della collina, tanto essendoci

dato d’argomentare dalle varie elevazioni verdeggianti di essa.

È da questo punto, in cui s’è posto il piede nel sobborgo, il qual

potrebbesi dire dei morti, che è dato comprendere in un sol colpo

d’occhio tutto il corso della via antica infino ad oggi scoperta e di

ammirare nel suo complesso l’elegante magnificenza di tanti ipogei, de’

quali fu detto a ragione presentare forme sconosciute all’architettura

attuale ed all’arti moderne.

È all’uscire del pari di questa porta, che m’avvenne di ricordare

altrove esservisi scoperto lo scheletro della sentinella, qui morta

fedele alla sua consegna. Era eziandio prossima a tal luogo la tomba di

M. Cerrinio Restituto, come ce lo appresero le due seguenti iscrizioni,

di cui l’una è la fedele ripetizione dell’altra:

M. CERRINIVS

RESTITVTVS

AVGVSTAL. LOC. D. D. D.

Nel mezzo della cappella, _sacellum_, era una piccola ara, avente

l’iscrizione medesima, ripetuta come dissi, ma disposta in questo modo:

M. CERRINIVS

RESTITVTVS

AVGVSTALIS

LOCO DATO

D. D.[287].

Un semicerchio a manca, che dicevasi _schola_, perchè ad uso di sedile,

di tufo e pietre pomici, recava la seguente iscrizione, che chiarisce

aver appartenuto al sepolcro di Anio di Marco Vejo:

A. VEIO M. F. II VIR. I. D.

ITER QVINQ. TRIB. MILIT. AB. POPVL. EX D. D.[288].

Più grande è l’emiciclo detto di Mammia, scoperto nell’anno 1763,

che racchiudeva il sepolcro di questa donna, che fu sacerdotessa

pubblica, e al quale s’ascendeva per un passaggio aperto alle spalle

dell’emiciclo. Era il sepolcro meglio costruito che siasi scoperto in

Pompei. Aveva già un ordine di colonne joniche al di sopra di altro

ordine dorico, su cui posavano alcune statue. L’interno era decorato

da nicchie e pitture: in una delle prime stavano le ceneri di Mammia

in un’urna di terra cotta chiusa in altra di piombo. L’iscrizione, in

caratteri forti, così fu letta:

MAMMIAE P. F. SACERDOTI PVBLICAE LOCVS

SEPVLTVRAE DATVS DECVRIONVM DECRETO[289].

Su d’un piccolo pilastro a fior di terra e non discosto dal sepolcro

di Mammia, leggevasi l’iscrizione, che rammenta i versi che ho appena

riferiti del Venosino Poeta:

M. PORCI

M. F. EX DEC.

DECRET. IN

FRONTEM

PED. XXV

IN AGRVM

PED. XXV[290].

Avanti a questa tomba venne trovata una statua in abito consolare,

forse quella di Porcio stesso, il quale era per avventura il padre

della sacerdotessa Mammia.

Fra la tomba e l’emiciclo si rinvennero sedici cippi funerarii,

parecchi di essi di marmo, su taluno dei quali si decifrarono le

seguenti iscrizioni:

C. VENERIVS

EPAPHRODITVS

—

ISTACIDIA. N. F.

RVFILLA SACERD. PVBLICA

—

N. ISTACIDIO

CAMPANO

—

CN. MELISSAEVS

APER

—

ISTAC....

MENOIICI

Nello stesso luogo si trovarono frammenti di statue ed una lucerna

in terra cotta con una figuretta avente nelle mani un fiore in basso

rilievo, e colla iscrizione:

Pompei e le sue rovine, Vol. 3 (of 3) · 第 21 / 55 题