HIC NON EST OTIOSIS LOCVS, DISCEDE VIATOR[216].

Negli scavi di questi ultimi due anni, praticati sempre verso la marina

e nella parte occidentale della città, un altro luogo venne ritenuto

siccome abitazione meretricia alle sue proprie particolarità. Ma una

speciale vi fu riconosciuta in una specie di podio laterizio a lato

dell’ingresso, al quale evidentemente assisteva il lenone o la lenona

che teneva il postribolo, per esigere il prezzo della prostituzione

dagli avventori che vi capitavano.

È codesta una particolarità illustrativa del lupanare romano e che

però mostra come piuttosto all’ingresso, anzi che all’uscita da esso si

dovesse il detto prezzo pagare.

Altri postriboli si trovarono negli scavi pompejani, ma ancora più

angusti ed ancor meno decenti: anzi si può credere che quel vico nel

quale si è trovato il lupanare, del quale ho finito di parlare, non

fosse che una serie continuata di essi, od almeno di ganei, come del

resto fino ai nostri giorni, parve essere la via Capuana a Napoli. Pur

un postribolo era, a mo’ d’esempio, quel bugigattolo che era dirimpetto

alla panetteria che è sull’angolo del Vico Storto, e dalla quale

originò il nome della via su cui si apre e però detta _del Panatico_:

una oscena pittura che vi si distinse non lascia dubbio sulla sua

destinazione.

Tale deve dirsi pure, perchè serba tutti i caratteri di una _cella

meretricia_, la camera che si apre sola e senza comunicazione con

altre sul Vico del Balcone; e tali devonsi pur dire quelle tre celle,

isolate egualmente, che si trovano nella _Via degli Scheletri_ prima

di giungere al vicolo d’Eumachia. In vicinanza ad esse sull’angolo

del _Vicolo della Maschera_, quasi a loro indicazione, sta una grossa

pietra angolare avente in rilievo una imagine fallica e scrittovi

presso il nome di Dafne.

Che fosse stata così spinta la spudoratezza del meretricio in Pompei,

da mettersene i richiami perfino agli angoli delle vie, come farebbesi

d’una vantaggiosa ed importante officina l’esistenza della quale

importasse grandemente che si conoscesse da tutti?

I costumi dell’epoca imperiale, omai noti al lettore che mi ha seguito

fin qui, ne danno autorità a credere per possibile anche questo.

Ma la poco simpatica peregrinazione per questi volgarissimi luoghi di

peccato parmi m’abbia serrato le fauci, quasi vi si respiri ancora il

pestifero aere pregno del graveolente puzzo del fumo della lucerna che

li schiarava miseramente, onde quella sozza baldracca che fu Messalina

risentiva, allorquando, lasciando la cella, l’abito e il nome di

Licisca, reddiva al talamo imperiale:

_Obscurisque genis turpis fumoque lucernæ_

_Fœda, lupanaris tulit ad pulvinar odorem_[217].

Epperò usciamo all’aperto. Meglio è che affrettiamo al fine del nostro

lungo cammino.

Solo chiuderò il delicato argomento, esternando un pensiero, quasi

cenno a chi possa meditarvi sopra più di proposito e farne subbietto di

studi. Nello esame delle religioni pagane, vedesi troppo frequentemente

credenze, riti e sacerdozio degenerare nelle lubricità della

prostituzione, o questa anzi ammantarsi, a proprio sfogo maggiore, di

religione. Il _phallus_ è emblema sacro che entra ne’ misteri di esse,

e i segni itifallici accompagnano le cerimonie più serie e solenni. A’

sepolcri perfino, intorno al rogo sorgono i cipressi e gli scrittori

indicandoli come alberi di dolore e di morte e sacri a Dite, li

designano ben anco come alberi itifallici: or, perchè ciò?

Gli è forse perchè accanto alla morte sta il mistero della riproduzione?

La mitologia è presso che tutta costituita di episodii, di

deificazioni di persone e cose, che noi registriamo nella storia della

prostituzione. Il Tonante medesimo non isdegna convertirsi in pioggia,

in cigno, in toro per isfogare i suoi erotici appetiti: gli altri numi

si modellano su di lui e gli uomini danno loro adorazione ed incenso:

i savii pur dei nostri tempi pretesero e pretendono ascondere tutto

ciò reconditi veri; ed io medesimo in quest’opera ho toccato di che

cosmico significato sieno state intese le fatiche di Ercole, di quale

non meno profondo i misteri elusini e di Iside, e così d’altri grandi

avvenimenti della pagana mitologia.

Che più? Pur nel presente capitolo ho menzionato personaggi e passi

biblici, le azioni de’ quali e il cui senso non appajon migliori degli

uomini e delle cose del paganesimo: e nondimeno trovarono reverenza

o interpretazione diverse da quelli apprezzamenti che a prima giunta

sembrano provocare. Tutto poi è superato da quel canto epitalamico che

è il _Cantico de’ Cantici_, e che malgrado l’aperto senso letterale e

le più carnali immagini che esse esprimono, pur tuttavia permise che

i più timorati padri del cristianesimo vi trovassero santissime cose

adombrate e condannassero alla riprovazione maggiore i profani che

osarono, attenendosi al solo valore delle parole, maravigliarsi ch’esso

fosse accolto tra libri santi.

Monsignor Martini, al suo volgarizzamento di questo libro, premise

una prefazione tendente a rilevare la sublimità di esso, e dopo

avere invocata l’autorità di gravissimi scrittori e santi, così si

esprime: «Per le quali cose non sia meraviglia se lo Spirito Santo

volendo alcuni secoli avanti non di passaggio, ma specificatamente,

e pienamente annunziare e predire, e quasi direi dipingere questa

divinissima unione del Verbo colla umana natura, e colla Chiesa, e

gli effetti di essa; se essendo annunziare a tutti i venturi tempi

l’altissima carità dello stesso Verbo, verso quel mistico corpo, il

quale dovea da lui aver l’essere e il nome, ordinò e dispose che

in questo Cantico con bella continuata allegoria, e con immagini

prese dalle nozze terrene dipinto fosse questo mistero, perocchè

avvenimento sì nuovo, e sopra ogni umana espettazione conveniva (come

osservò S. Agostino) che in molte guise fosse annunziato, affinchè

ora repentinamente si effettuasse, non cagionasse negli uomini

stordimento e terrore, ma si aspettasse con fede, e con fede e amore si

abbracciasse quando fosse eseguito. In Psal. CIX.»

Se così è, l’argomento che ho svolto in questo capitolo doveva

richiamare, a petto degli altri, maggiore estensione di trattazione

da parte mia, nè credo aver detto tutto; come penso abbia ad essere

veramente materia di più profondo studio, come ebbi a dire più sopra,

per la ricerca di que’ veri che si nascondono

Sotto il velame delli versi strani.

Pompei e le sue rovine, Vol. 3 (of 3) · 第 20 / 55 题