Negli scavi di questi ultimi due anni, praticati sempre verso la marina
e nella parte occidentale della città, un altro luogo venne ritenuto
siccome abitazione meretricia alle sue proprie particolarità. Ma una
speciale vi fu riconosciuta in una specie di podio laterizio a lato
dell’ingresso, al quale evidentemente assisteva il lenone o la lenona
che teneva il postribolo, per esigere il prezzo della prostituzione
dagli avventori che vi capitavano.
È codesta una particolarità illustrativa del lupanare romano e che
però mostra come piuttosto all’ingresso, anzi che all’uscita da esso si
dovesse il detto prezzo pagare.
Altri postriboli si trovarono negli scavi pompejani, ma ancora più
angusti ed ancor meno decenti: anzi si può credere che quel vico nel
quale si è trovato il lupanare, del quale ho finito di parlare, non
fosse che una serie continuata di essi, od almeno di ganei, come del
resto fino ai nostri giorni, parve essere la via Capuana a Napoli. Pur
un postribolo era, a mo’ d’esempio, quel bugigattolo che era dirimpetto
alla panetteria che è sull’angolo del Vico Storto, e dalla quale
originò il nome della via su cui si apre e però detta _del Panatico_:
una oscena pittura che vi si distinse non lascia dubbio sulla sua
destinazione.
Tale deve dirsi pure, perchè serba tutti i caratteri di una _cella
meretricia_, la camera che si apre sola e senza comunicazione con
altre sul Vico del Balcone; e tali devonsi pur dire quelle tre celle,
isolate egualmente, che si trovano nella _Via degli Scheletri_ prima
di giungere al vicolo d’Eumachia. In vicinanza ad esse sull’angolo
del _Vicolo della Maschera_, quasi a loro indicazione, sta una grossa
pietra angolare avente in rilievo una imagine fallica e scrittovi
presso il nome di Dafne.
Che fosse stata così spinta la spudoratezza del meretricio in Pompei,
da mettersene i richiami perfino agli angoli delle vie, come farebbesi
d’una vantaggiosa ed importante officina l’esistenza della quale
importasse grandemente che si conoscesse da tutti?
I costumi dell’epoca imperiale, omai noti al lettore che mi ha seguito
fin qui, ne danno autorità a credere per possibile anche questo.
Ma la poco simpatica peregrinazione per questi volgarissimi luoghi di
peccato parmi m’abbia serrato le fauci, quasi vi si respiri ancora il
pestifero aere pregno del graveolente puzzo del fumo della lucerna che
li schiarava miseramente, onde quella sozza baldracca che fu Messalina
risentiva, allorquando, lasciando la cella, l’abito e il nome di
Licisca, reddiva al talamo imperiale:
_Obscurisque genis turpis fumoque lucernæ_
_Fœda, lupanaris tulit ad pulvinar odorem_[217].
Epperò usciamo all’aperto. Meglio è che affrettiamo al fine del nostro
lungo cammino.
Solo chiuderò il delicato argomento, esternando un pensiero, quasi
cenno a chi possa meditarvi sopra più di proposito e farne subbietto di
studi. Nello esame delle religioni pagane, vedesi troppo frequentemente
credenze, riti e sacerdozio degenerare nelle lubricità della
prostituzione, o questa anzi ammantarsi, a proprio sfogo maggiore, di
religione. Il _phallus_ è emblema sacro che entra ne’ misteri di esse,
e i segni itifallici accompagnano le cerimonie più serie e solenni. A’
sepolcri perfino, intorno al rogo sorgono i cipressi e gli scrittori
indicandoli come alberi di dolore e di morte e sacri a Dite, li
designano ben anco come alberi itifallici: or, perchè ciò?
Gli è forse perchè accanto alla morte sta il mistero della riproduzione?
La mitologia è presso che tutta costituita di episodii, di
deificazioni di persone e cose, che noi registriamo nella storia della
prostituzione. Il Tonante medesimo non isdegna convertirsi in pioggia,
in cigno, in toro per isfogare i suoi erotici appetiti: gli altri numi
si modellano su di lui e gli uomini danno loro adorazione ed incenso:
i savii pur dei nostri tempi pretesero e pretendono ascondere tutto
ciò reconditi veri; ed io medesimo in quest’opera ho toccato di che
cosmico significato sieno state intese le fatiche di Ercole, di quale
non meno profondo i misteri elusini e di Iside, e così d’altri grandi
avvenimenti della pagana mitologia.
Che più? Pur nel presente capitolo ho menzionato personaggi e passi
biblici, le azioni de’ quali e il cui senso non appajon migliori degli
uomini e delle cose del paganesimo: e nondimeno trovarono reverenza
o interpretazione diverse da quelli apprezzamenti che a prima giunta
sembrano provocare. Tutto poi è superato da quel canto epitalamico che
è il _Cantico de’ Cantici_, e che malgrado l’aperto senso letterale e
le più carnali immagini che esse esprimono, pur tuttavia permise che
i più timorati padri del cristianesimo vi trovassero santissime cose
adombrate e condannassero alla riprovazione maggiore i profani che
osarono, attenendosi al solo valore delle parole, maravigliarsi ch’esso
fosse accolto tra libri santi.
Monsignor Martini, al suo volgarizzamento di questo libro, premise
una prefazione tendente a rilevare la sublimità di esso, e dopo
avere invocata l’autorità di gravissimi scrittori e santi, così si
esprime: «Per le quali cose non sia meraviglia se lo Spirito Santo
volendo alcuni secoli avanti non di passaggio, ma specificatamente,
e pienamente annunziare e predire, e quasi direi dipingere questa
divinissima unione del Verbo colla umana natura, e colla Chiesa, e
gli effetti di essa; se essendo annunziare a tutti i venturi tempi
l’altissima carità dello stesso Verbo, verso quel mistico corpo, il
quale dovea da lui aver l’essere e il nome, ordinò e dispose che
in questo Cantico con bella continuata allegoria, e con immagini
prese dalle nozze terrene dipinto fosse questo mistero, perocchè
avvenimento sì nuovo, e sopra ogni umana espettazione conveniva (come
osservò S. Agostino) che in molte guise fosse annunziato, affinchè
ora repentinamente si effettuasse, non cagionasse negli uomini
stordimento e terrore, ma si aspettasse con fede, e con fede e amore si
abbracciasse quando fosse eseguito. In Psal. CIX.»
Se così è, l’argomento che ho svolto in questo capitolo doveva
richiamare, a petto degli altri, maggiore estensione di trattazione
da parte mia, nè credo aver detto tutto; come penso abbia ad essere
veramente materia di più profondo studio, come ebbi a dire più sopra,
per la ricerca di que’ veri che si nascondono
Sotto il velame delli versi strani.