Nel Vicolo degli Scienziati, che è in continuazione con quello che
si noma Vico Storto, nel tempo che i Dotti erano riuniti pel settimo
congresso in Napoli, e sotto i loro occhi, veniva sterrata quella
casa, dai particolari della quale fu concesso imporle il tristo nome di
Grande Lupanare. Le più oscene iscrizioni confermano la giustezza della
denominazione: il possibile riserbo che mi sono proposto mi toglie
di riferirle. Taluna tuttavia ho già desunto infra quelle che son
leggibili anche da occhi pudici e riferite altrove di quest’opera, come
la seguente che suona:
_Candida me docuit nigras odisse puellas_[213].
coll’arguta risposta che altro bizzarro spirito vi scrisse di sotto.
Altre si lessero non indecenti del pari, come questa gentile:
NOLANIS FELICITER
STABIANAS PUELLAS[214].
L’atrio di questa casa è d’ordine toscano, ed ha un _compluvium_ di
marmo bianco, sovra il quale vedesi ancora il tubo di bronzo da cui
versavasi l’acqua piovana.
Il peristilio è per metà recinto da portici sostenuti da quattro
colonne joniche ed ha nel fondo una fontana di musaico ben conservato e
conchiglie, avente in mezzo un piedistallo, che un giorno avrà servito
a reggere qualche figura, forse di bronzo. Sotto il portico è un
larario o sacello per gli dei della casa e vi sta dipinto un serpente
che divora una sacra offerta. Da questa casa così poco poetica vennero
nondimeno tolte alcune non ispregevoli pitture come _Dedalo e Pasife_ e
_Arianna abbandonata_, che furono trasportate al Museo di Napoli.
Dalla Via degli Augustali s’entra per quella tortuosa, però più
acconcia ai libertini, denominata del _Lupanare_, a cagione di
altro lupanare che si scavò nel 1862 e che prese il nome di nuovo,
a differenziarlo dall’altro, del quale ho appena parlato. È quello
medesimo di cui mi son valso non ha guari per descrivere l’interno d’un
postribolo romano, perocchè sia forse l’unica località che si presenti
con carattere spiccato e tale da non ammettere una diversa supposizione
di destinazione.
Non a tutti i quali visitano la esumata città è dato di liberamente
penetrar nel Lupanare Nuovo: il guardiano l’apre agli uomini soltanto.
S’entra in una specie di vestibolo o corridojo che non raggiunge due
metri di larghezza, e sei e mezzo di lunghezza, e doveva essere tanto
di giorno che di notte rischiarato da lampade, perchè altra luce non
vi potesse giungere che dalla porta d’ingresso, coperta anch’essa
dalla coltrina che già accennai. Le parti di questo corridojo che
da un leggiero fregio rosso son divise a comparti, in mezzo a’ quali
stanno ippocampi e cigni, mette a cinque cellette, _cellæ_, come le
chiama Giovenale, tre a destra e due a sinistra, sull’uscio delle quali
doveva affiggersi il cartello col nome della sciupata che vi stava.
Siffatte cellette maraviglia come fossero tanto anguste, misurando
cioè due metri quadrati di superficie, e tanto più ciò sorprende in
quanto vi sussista ancora il letto, rialzato dal lato della testa per
l’origliere, di materiale laterizio, sul quale si sarà disteso alcun
materasso, che vi occupa quello spazio per settanta centimetri.
Superiormente agli usci delle cellette, nel vestibolo o corridojo,
stavano, come in ispecchi, delle pitture oscene e rispondenti per lo
appunto al luogo, oltre le varie iscrizioni graffite del genere stesso,
fra cui quella surriferita di Fosforo che ricorda le proprie erotiche
prodezze.
Le cellette del lato sinistro più irregolari sono poveramente
arieggiate da alte finestrelle munite di inferriate e respicienti
sul Vico del Balcone, nel quale si usciva a comodo degli avventori,
che amavano per avventura essere meno veduti a procedere di là e che
a cagione d’ingiuria, si dicevano cuculi, parola codesta eziandio,
secondo spiega Erasmo commentando quel verso:
_At etiam cubat cucullus: surge, amator; i domum_[215],
che si applicava una volta pur a coloro i quali venissero sorpresi in
casa che fosse poco onesta.
Così un tal Vico si denomina del Balcone, da una specie di _mœnianum_,
che sporgendosi all’infuori del piano superiore e chiuso, valeva
a rendere più grande lo spazio del piano stesso. Là vi dovevano
esercitare il loro traffico infame cortigiane di maggior considerazione
di quelle rilegate al pian terreno: infatti e le camerette vi si
veggono più del doppio spaziose, nè deturpate, come vedemmo in basso,
da oscene pitture ed iscrizioni.
Argomentasi che questo lupanare sia stato frugato dopo la catastrofe,
perchè non vi si scoprissero che pochi oggetti, fra’ quali, per altro,
un bellissimo candelabro di bronzo, un gran _cacabus_, contenente
cipolle e fagiuoli, che dovevan costituire la povera cena di quelle
sciagurate, qui devolute alla venale prostituzione.
Sulla parete di una casa vicina a questo lupanare si lesse una
iscrizione che avvertiva della presenza del luogo infame: