In Pompei, recenti scavi, mettendo in luce, nella Regione IX, Isola II,
la casa che si designò col n. 18 all’entrata sul vicolo che forma il
prolungamento di quello d’Augusto, offrì, dopo l’androne d’ingresso, la
seguente iscrizione graffita sulla parete:
CRESCENS
_PVBLICUS_
CINÆDVS
oltraggiosa iscrizione, che attesta nondimeno dell’esistenza
della oscena piaga in codesta città, come attesta infame lussuria
l’iscrizione graffita nella casa di Gavio Rufo scoperta nel 1868 e che
così è ripetuta
_TYRIA PERKISA_
TYRIA PERCISA
lo che vale _pedicata_, per non dir l’altre molte congeneri
sconcezze[209].
Tanto personale della prostituzione completavasi coi lenoni, uomini
e donne ch’erano mediatori di lascivie. Esercitavasi il lenocinio
eziandio dalle schiave, dalle veneree, ch’erano assai spesso liberte,
dalle fantesche e dalle prostitute vecchie, che avevan perduta la
clientela per conto proprio.
Publio Vittore conta quarantasei lupanari in Roma, senza tener conto
che il meretricio si esercitasse nei bagni, nelle terme, nei pistrini
o botteghe da fornaj, nelle tonstrine o botteghe da barbieri, negli
enopolj o botteghe da vinaj, nelle _ganeæ_ o taverne sotterranee, e
nelle _cellæ_ e _fornices_, intorno ai circhi e durante i ludi.
Ma a che numerare i lupanari, quando Giovenale ci dice nella sua
implacabile _Satira_ che fosse per così dire Roma intera un solo
lupanare; che nobili o plebee fossero tutte depravate del pari, che
colei che calcava la polvere non valesse più della matrona portata
sulle teste de’ suoi grandi soriani; questa poi peggiore della vile e
scalza baldracca?
_Nec melior silicem pedibus qua conterit atrum,_
_Quam quæ longorum vehitur cervice Syrorum_[210].
La disposizione dell’interno d’un lupanare era stato dapprima un
soggetto di controversia e cercavasi coll’aiuto degli scrittori antichi
e massime di Giovenale, che ne disse alcuni particolari nell’episodio
della imperiale prostituta che sotto il mentito nome di Licisca lo
bazzicava, di ricostruirli fantasticamente, ma oramai gli scavi di
Pompei hanno risoluta la questione. — Costituivasi di molte cellette
o cubiculi angustissimi che aprivansi in un cortile od atrio, aventi
appena lo spazio d’un letto formato di materia laterizia su cui si
saran posti materazzi o stuoje. A sera una lampada itifallica accesa
sull’esterno della porta, annunziava il luogo impuro, il cui ingresso
era difeso da una coltrina. Sugli usci dei _cubiculi_ stava sospeso il
cartello recante il nome della prostituta che vi operava dentro, il
quale spesso era nome di battaglia, _meretricium nomen_, come quello
di Licisca era di Messalina, e quando il cubiculo veniva occupato si
voltava il cartello. Allora la camera, al dir di Marziale, si chiamava
_nuda_. Camere e cortile avevano poi sporche le pareti di figure e
di iscrizioni oscene. In uno de’ lupanari pompejani, in quello detto
nuovo, lessi fra le altre inverecondie la seguente graffita: _Phosforus
hic f...._
Vedremo più avanti come, oltre le camere terrene ad uso delle più
abbiette, vi potessero essere anche quelle di un piano superiore pei
lussuriosi disposti a maggiore spesa.
Le meretrici avevano poi un proprio abbigliamento, distinte
principalmente dalla parrucca bionda, avendo presso che tutte le romane
nera la capellatura, vietato poi loro di portare la benda alla fronte e
la stola o tunica che scendeva al tallone, come portavano le matrone.
Petronio nel suo _Satyricon_, che è il quadro, come sappiamo già, de’
cattivi costumi di Roma imperiale, ce le presenta nel lupanare nude
affatto e perfino in questa guisa sulla porta di esso. Avrebbesi tutto
un trattato a scrivere per dire di tutti gli artifici per destare la
lussuria, e procacciarsi amori: de’ filtri afrodisiaci, degli unguenti,
de’ fascini, che Ovidio nel _Remedium Amoris_ affermò nuocere alle
fanciulle grandemente, contenendo i germi della pazzia furiosa, non che
degli ausiliari della prostituzione nelle _medicæ juratæ_ o levatrici,
nelle _sagæ_, nelle profumatrici e nelle cosmete. Ci son rimasti i
nomi di alcuni fra i più usitati filtri afrodisiaci: Orazio menzionò
il _poculum desiderii_ che preparava Canidia, Marziale le _aquæ
amatrices_, Giovenale l’_hippomane_ in quel verso:
_Hippomanes carmenque loquar colcumque venenum_[211].
Voglion taluni fosse l’ippomane un liquore virulento, che eccitava gli
ardori amorosi; altri invece che fosse un’escrescenza di carne nera
che talvolta si forma sulla fronte d’un puledro appena nato e che gli
antichi credevano materia a filtro potente. Teofrasto dice essere una
composizione immaginata dagli Arabi; Esiodo e Teocrito che fosse invece
una pianta che produce il furore ne’ cavalli, ed altri pel contrario
vi almanaccarono su altre supposizioni. Buffon ne parla nel vol. IV
dell’edizione in quarto dell’opera sua e riferisce tutte queste diverse
opinioni.
La plebaglia poi rinveniva eziandio lo sfogo a’ propri sensuali
appetiti in altri peggiori e più schifosi luoghi, come nelle _tabulæ_
sullo strame, nel _casaurium_ o baracca per lo più fuori di città,
nel _lustrum_ o ritrovo isolato, e vie via altri nomi immaginati dalla
depravazione.
Diversi furono i lupanari che gli scavi pompejani misero alla luce, e
siccome la parte scoperta di questa città, come già dissi più volte,
doveva essere la più nobile perchè prossima alla marina e perchè ricca
di pubblici edifizi e templi e delle case dei maggiorenti, così è dato
arguire che altri e più se ne scopriranno negli scavi venturi, come
che siffatti infami ritrovi fossero più frequentati dalle classi infime
della società, ciò rivelando eziandio la nessuna eleganza od agiatezza
loro. Non è augurio, nè importa, da che quanto fu a quest’ora trovato
può sopperire alle indagini nell’argomento.
Una casetta che fu detta dei _Cinque scheletri_, per gli avanzi
di cinque infelici colti dalla catastrofe nel punto che cercavano
involarsene col loro piccolo tesoro che si rinvenne ad essi vicino,
consistente in armille, anelli d’oro e monete, scoperti nel 1872, in
novembre, permise che nel successivo mese si trovasse la comunicazione
con una taverna e unito lupanare, forse quella località che i latini
denominavano _ganeum_, e già al lettore ho detto come _ganeum_ o
_ganæa_ fosse appunto una taverna sotterranea, ove commettevansi
oscenità, ed anche bottega che si prestava alla prostituzione. Il
proprietario allora della casetta de’ Cinque scheletri non sarebbe
stato anche il proprietario o conduttore di quell’infame ritrovo? È
permesso trarne l’induzione. La taverna si apre nella via di Mercurio,
ha un davanzale rivestito di marmi con una lastra di porfido verde,
sventuratamente spezzata in due. Sono incastrate in esso tre urne di
terra cotta, ed uno scalino di marmo che doveva servire alla mostra
de’ comestibili e de’ vasi. A destra della stanza è un fornello per
cuocervi le vivande e nel profondo s’aprono due porte, conducenti
l’una in una specie d’anticamera, che doveva essere stata dipinta
grossolanamente, ma che di presente nulla lascia intravedere che mai
vi potesse essere un dì rappresentato, dove eran due usci, che davan
accesso questo alla casetta de’ cinque scheletri suddetta, e quello
ad un salotto pei bevitori; l’altra porta ad una camera che dava
sul vicolo di Mercurio e che serba tutte le apparenze di uno sconcio
postribolo. Pitture da imbianchino e sporche eran distribuite sulle sue
pareti: sopra di una raffigurante un garzoncello d’osteria che versa a
bere ad un soldato, si lessero queste parole scritte con qualche arnese
a punta: