_Agedum, istum ostende quem conscripsit syngraphum_
_Inter me et amicam et lenam: leges perlege_
_Nam tu poeta es prortus ad eam rem unicus[206]._
E pare che di cosiffatti mercimoni o singrafi non si smettesse così
presto il vezzo, ma se ne serbasse l’usanza sin presso a’ dì nostri, se
quel dotto critico che è Eugenio Camerini, della cui amicizia altamente
mi onoro, nell’interessantissimo suo libro _Precursori del Goldoni_,
me ne avverte l’esistenza riferendo in una nota del suo studio intorno
a Giovan Battista Porta il Contratto fra Gostanzo amoroso e Andriana
lena, che sta nella commedia _Gli Inganni_ del Secchi, atto terzo,
scena IX[207].
V’erano anche le _pretiosæ_ che imponevano alle loro grazie un alto
prezzo. Tutte queste meretrici affluivano a’ bagni massime di Baja, di
Clusio e di Capua, dove era più facile, pel concorso dei fannulloni e
de’ più sfondolati ricchi, l’andare a caccia di generosi amatori.
La prostituzione poi si esercitava da ballerine, massime le Gaditane,
ossia giovani donne di Cadice, della più provocante lascivia; le Sirie,
le lesbie e le jonie, chiamate, come narrai nel capitolo precedente,
a rallegrar i banchetti, al pari delle greche auletridi, di suoni
e di balli, e ad incitar la lussuria de’ banchettanti, alla quale
prestavansi istromento, imitate più tardi dalle corrottissime matrone,
giusta quanto ne disse l’inesorabile poeta che le satireggiò nei versi
della _Satira_ VI (314-319) che ho superiormente riferiti, parlando
dei misteri della Dea Bona. Le Commessazioni poi erano l’arringo più
frequente alle lubricità di queste svergognate.
Quella che per altro fu la più vergognosa prostituzione, era quella de’
cinedi: uomini, schiavi, fanciulli prestavansi alla dissolutezza de’
romani, e fu un tempo, quello dell’Impero, che s’era così generalizzata
da impensierire a tanta concorrenza la prostituzione femminile.
Chiamavansi _pueri meritorii_ quelli che volenti o no prestavansi alla
vergognosa passione del loro padrone: v’erano poi gli _spadones_, per
lo più eunuchi che erano pazienti ed agenti, e _pædicones_, coloro
che avevano subìto l’evirazione completa. Catullo ne’ suoi carmi, che
certamente non van lodati per riservatezza di linguaggio, bollò a fuoco
i nomi di Tallo, Vibennio e di quei due sciagurati libertini, Furio
ed Aurelio, notissimi in Roma per tale vizio; ciò che non gli impedì
ch’egli medesimo, il poeta, fosse intinto dell’egual pece, che più
d’uno sono i carmi da lui lasciati in cui sono espressi i suoi delirii
pel vago giovinetto Giovenzio. Così del resto era nel mondo romano una
cotal bruttura invalsa da non mandarne immune perfino quel grandissimo
uomo che fu Giulio Cesare, alla fama del quale nuoceranno mai sempre le
indecenti libertà avute con Nicomede re di Bitinia, a lui rimproverate
da Cicerone in Senato. Così bruttò Orazio la sua virilità cogli spasimi
per Licisco e Ligurino, a cui la sua musa non isdegnò bruciare incensi;
così quella di Cornelio Gallo, testimonio Properzio, spasimò per Ila;
come quella più casta di Virgilio non aveva rifuggito in un’egloga di
poetizzare i trasporti del pastor Coridone per il vago Alessi:
_Formosum pastor Corydon ardebat Alexin_
_Delicias domini[208]._
È poi opinione di alcuni che Virgilio sotto il nome del pastore
Coridone ascondesse le proprie fiamme per Alessandro, fanciullo di
Asinio Pollione.
Tutto il _Satyricon_ di Petronio ha per eroi cinedi e per soggetto i
loro laidi amori, e Marziale osa perfino giustificarsi colla moglie,
perchè divida egli pure col cinedo i proprii abbracciamenti.
E come no, se a fianco di Giove, la loro religione aveva posto il
leggiadro Ganimede?