Questa famiglia dei Pansa abbiam già veduto ricordata nell’Anfiteatro:
essa doveva essere tra le più influenti e autorevoli nella città;
Fiorelli, nella _Storia delle Antichità Pompejane_, riferisce
quest’altra iscrizione che rammenta Cuspio Pansa:
CVSPIUM PANSAM
AED . FABIVS EVPOR . PRINCEPS
LIBERTINORVM[60].
La facciata principale ha sei botteghe, nel cui mezzo vi è la porta:
le botteghe per altro, come in quasi tutte le altre case, non hanno
comunicazione coll’interno della casa, all’infuori di una che riusciva
all’atrio, occupata forse dallo schiavo, _dispensator_, che là
vendeva vino, olio e le derrate raccolte nel fondo del padrone, come,
massime in Firenze, veggiam praticarsi tuttodì. Delle botteghe non ci
intratterremo, perchè l’abbiam già fatto nell’apposito capitolo.
Della porta d’ingresso della casa esistono ancora i due pilastri, o
stipiti, _postes_, non le _antæ_ o _fores_, o battenti, diremmo noi,
perchè consumate dal fuoco del Vesuvio, ma che secondo lo stile de’
Romani, dovevano essere di cedro o d’altro legno prezioso, di nobile
architettura, o a specchi ornati di intagli, o a grosse borchie a
capocchie dorate, e si dicevano _antepagmenta_; e si aprivano al
di dentro della casa, onde non essere d’impaccio sulla via, in ciò
diversificando dal costume greco. Chiudevansi poi internamente con
ispranghe di ferro che dall’alto scendevano a configgersi in terra come
pur oggidì si usa.
_Janua_ dicendosi la porta, _janitor_ era detto il portinajo, od anche
_ostiarius_, al qual ufficio destinavasi uno schiavo incatenato che
stava a sedere nella cella ostiaria, ed aveva la cura dell’ingresso,
tenendo una verga nella mano. Nella casa di Pansa, come nella più parte
delle case pompejane, l’_ostiarius_ doveva stare nel _prothyrum_, o
stretto corridojo corrispondente alla porta e che metteva all’_atrium_.
A fianco dell’_ostiarius_ stava spesso un grosso cane, ma già
espressi come si fosse sostituito al cane vivo, uno di musaico, che lo
rappresentasse, od anche la semplice leggenda _cave canem_. Ricordai
pure come sul limitare dell’_atrium_ vi fossero anche altre leggende,
come _salve, salve lucru_, ecc. In questa casa di Pansa leggevasi la
sola parola SALVE in musaico, la quale fu trasportata nel Museo di
Napoli.
L’_atrium_, detto eziandio _cavædium_, quasi la parte cava e vuota
della casa, _cava ædium_, è nella casa di Pansa un cortiletto della
specie _tuscanica_, recinto di portici e semplice, sostenuto da quattro
mensole affrancate nel muro, e sul quale venivano a poggiare le quattro
parti del tetto che versavano la pioggia nel _compluvium_, o bacino,
nel mezzo del cortile. Talvolta dagli scrittori si confondono il
_compluvium_ coll’_impluvium_ e si scambiano promiscuamente. Plauto
medesimo ha nel _Soldato Millantatore, Miles gloriosus_, questi versi:
_Mihi quidem jam arbitri vicini sunt, meæ quid fiat domi,_
_Ita per impluvium intro spectant_[61].
A togliere siffatto inconveniente del guardar de’ vicini per l’impluvio
nella casa, Plinio ne fe’ sapere come si usassero _cortine_ che
coprissero tutto il compluvio. A fianco dell’_impluvium_ era il più
spesso un _puteal_ o bocca del serbatojo d’acqua: qui era pure un
altare per gli Dei domestici, _lares_, su cui ardevansi profumi.
Come in Grecia, anche in Roma la casa soleva avere un altare, e su
di esso della cenere e dei carboni accesi. I Greci questo altare
appellavano ἑστὶα, parola colla quale si designò di poi la dea Vesta,
la quale, per testimonianza d’Ovidio, non era che fiamma viva.
_Nec tu aliud Vestam, quam vivam intellige flammam_[62],
e più sotto:
_Effigiem nullam Vesta nec ignis habent_[63].
I latini lo chiamavano _ara_ ed anche _focus_. Impedivasi che questo
fuoco si estinguesse, curando che anche la notte, coperto dalle ceneri,
non si consumasse interamente. Al mattino era prima sollecitudine di
ravvivarlo, perchè la sua estinzione equivaleva a funesto presagio;
tanto così che focolare estinto fosse sinonimo di famiglia estinta. Nè
doveva essere codesta alimentazione del fuoco sull’ara una costumanza
indifferente, se v’erano regole e riti all’uopo. Non era buona ogni
sorta di legna, mentre anzi il servirsi di taluna sarebbe stata
empietà, meno poi gittarvi su materie immonde. Tuttavia Macrobio, ne’
suoi _Saturnaliorum_, ricordò come presso i Romani alle calende di
Marzo ciascuna famiglia dovesse estinguere il suo fuoco sacro, per
riaccenderne un altro; e la ragion dà Ovidio nel lib. III, _Fastorum_:
. . . . _vires flamma refecta capit_[64],
ma per ciò fare non potevasi adoperare la selce e il ferro, ma si
dovesse concentrare in un punto solo i raggi solari, o forse far uscire
la scintilla dal rapido sfregamento di due legni.
A questo fuoco prestavasi adorazione e culto, con offerte di fiori,
d’incenso, di vino e di vittime, veggendosi in esso un dio provvido,
benevolo e protettore della casa: onde nessuna meraviglia il leggere in
Virgilio di Ecuba, che quando il palazzo di Priamo fu invaso da’ Greci,
visto Priamo stesso venirle innanzi giovenilmente armato, ella gli
avesse a dire:
. . . . _quæ mens tam dira, miserrime conjux,_
_Impulit his cingi telis, ant quo ruis? inquit._
_Non tali auxilio, nec defensoribus istis_
_Tempus eget: non si ipse meus afforet Hector_
_Huc tandem concede: hæc ara tuebitur omnes,_
_Aut moriere simul_[65].
Focolare, lare domestico e Penati erano poi tutti una medesima cosa nel
linguaggio ordinario. Infatti scrive Servio, lo scoliaste di Virgilio:
«Per focolari gli antichi intendevano gli Dei Lari, e così Virgilio ha
potuto indifferentemente ora dire focolare, per Penati, ora Penati per
focolare[66].»
I numi poi che gli antichi chiamavano Lari od Eroi, non erano che
le anime de’ morti, alle quali assegnavano sovrumana potenza, la cui
memoria era sempre annessa al focolare.
Di queste divinità costituivasi la religione domestica, di cui il
solo padre famiglia era il pontefice, non essendovi per essa regole
uniformi, giusta l’espressione di Varrone: _Suo quisque ritu sagrificia
faciat:_[67] epperò le pratiche di questa religione, su cui il
Pontefice aveva solo diritto a vigilare perchè si compissero, seguivano
nell’interno della casa ed erano circondate dal segreto.
I Cavedj delle altre case pompejane erano più ricchi di quello della
casa dell’edile Pansa, perchè recinti di colonne, e vi si annetteva
infatti una certa importanza, perchè nel cavedio ricevevansi spesso i
clienti e i forestieri. Dalla istituzione, che già ricordai trovata da
Romolo, de’ patroni e de’ clienti originò l’affollarsi di questi ultimi
alle case de’ primi. Quanto più ricchi ed influenti fossero i patroni,
tanto era maggiore ed assidua la presenza de’ clienti. Fin dall’alba ne
assediavan le porte, cercavano affezionarsene i servi, onde penetrare
dal patrono per dargli il buon giorno, e queste sollecitudini dicevansi
_officia antelucana_, e Giovenale, a far la loro caricatura, dipinse
Trebio, che per accorrere ai mattutini saluti, non ha pur tempo di
attaccarsi alle scarpe i legacci:
. . . _habet Trebius propter quod rumpere somnum_
_Debeat et ligulas dimittere, sollicitus ne_
_Tota salutatrix jam turba peregerit orbem_
_Sideribus dubiis, aut illo tempore quo se_
_Frigida circumagunt pigri serraca bootæ_[68].
Tutt’all’intorno del cavedio sonvi camerette, _cellæ_ o _contubernia_,
non illuminate che dall’aprirsi delle loro porticine, per uso degli
schiavi.
Dopo il cavedio, seguiva il _tablinum_, detto pur _tabulinum_, stanza
destinata dapprima a contenere gli archivii delle famiglie e le imagini
degli avi, _imagines majorum_, delle quali già dissi in addietro;
adoperata poi anche come sala da pranzo.
A destra ed a sinistra del _tablinum_ sono due sale: quella a sinistra
con pavimento a musaico doveva essere una biblioteca, a giudicar dai
papiri carbonizzati e distrutti che vi si rinvennero: quella a destra
doveva servire da camera da letto, _cubiculum_, da _cuba_, nicchia,
nella quale entrava il capo del letto. Al Museo di Napoli veggonsi
letti di bronzo trovati a Pompei: dovevan essere de’ ricchi, i quali li
avevano anche di più preziosa materia. Nelle case più modeste eran di
legno ed anche di materiale di fabbrica, su cui stendevano materassi o
pelli.
Il passaggio fra il _cubiculum_ e il _tablinum_ chiamavasi _fauces_ e
per esso passavasi all’appartamento interno. Pel servizio della casa
spesso le _fauces_ giravano tutto all’intorno di essa.
Oltre il _tablinum_, era il _perystilium_, corrispondente alla
_Gyneconitis_ d’una abitazione greca. Nella casa di Pansa era un
cortile circondato da sedici colonne d’ordine jonico con capitelli
ornati. Spesso in questo spazio trovavasi un giardino, _xystum_, che
in questa casa esiste separatamente, come vedremo più avanti; ma più
ordinariamente, come qui, una _piscina_ od un _impluvium_ col suo
_puteal_ per attingervi l’acqua.
Il _Perystilium_ è poi fiancheggiato da due camere, entrambe da
letto, appena capaci a contenerlo, quella a sinistra preceduta da
un’anticamera detta allora _procœton_.
Non è inopportuno osservare in un angolo del peristilio di questa casa
di Pansa un corridojo, per il quale da una porticina detta _posticum_,
si usciva sulla via della Fullonica, opportunissima al patrono per
sottrarsi all’importunità de’ clienti, come nota Orazio nella epistola
5 del Lib. 1.
_et rebus ommissis_
_Atria servantem postico folle clientem._
Dalla parte opposta al _posticum_ evvi un’ala e nel fondo del
peristilio alto di due gradini, la sala principale detta _exedra_, o
meglio _exedrium_, come Cicerone chiama nelle sue epistole famigliari
un diminutivo di exedra[69], od anche _œcus_, che serviva a convegno,
alla conversazione e talvolta anche da pranzo, ed ha una gran finestra
che dava sul giardino. Ma qui per sala da pranzo o _triclinium_, come
appellavasi, era la sala sull’angolo destro del peristilio, avente
a fianco il tinello per il vasellame e per tutto ciò che serviva
al banchetto. _Triclinium_ dicevasi dalla riunione di tre letti da
mensa insieme disposti in guisa da formare tre lati di un quadrato,
lasciando uno spazio vuoto nel mezzo per le tavole, ed il quarto lato
aperto, perchè potessero i servi passare e porre su quella i vassoi.
Diverse stanze di questo genere si scoprirono nelle case di Pompei, ma
curioso è il vedere come fossero tutte piccole e invece di letti mobili
avessero stabili basamenti su cui si adagiavano i convitati. V’erano
anche i _biclinia_, tavole da pranzo di due soli letti.
Presso i prischi romani si mangiava nel vestibolo esposto agli occhi
di tutti e a porte aperte, e le leggi Emilia, Antia, Julia, Didia,
Orchia l’uso tradussero in obbligo e Isidoro ne dà la ragione: _ne
singularitas licentiam generet_[70]. Nella calda stagione si cenava
anche sotto qualche albero fronzuto, operando in modo, a mezzo di
cortinaggi (_aulea_), che la mensa e i convitati fossero riparati dal
sole, dalla polvere o da altro pericolo di immondizia, come leggiam
descritto da Orazio nel convito dato da Nasidieno a Mecenate, e la cui
caduta produsse così deplorevole scompiglio:
_Interea suspensa graves aulea ruinas_
_In patinam fecere, trahentia pulveris atri_
_Quantum non aquilo campanis excitat agris._
Nella casa d’Atteone in Pompei esiste uno di questi luoghi da pranzo
di pergolati, detti _Trichila_, in cui si mangiava all’aperto sotto
padiglioni di verdura; vi sono solidi muramenti a ricevere i materassi
di tre letti triclinarii e con fontana davanti che zampillando dovea
produr vaghezza e frescura.
Ma il lusso e lo sfarzo creò i ricchissimi triclinii: alle tavole
primitive di abete o di faggio successero quelle di avorio, di scaglia,
di testuggine, di bosso, d’acero, di cedro, e poscia vi incastonarono
pietre preziose e vi applicarono piastre d’oro e d’argento come
ai letti triclinari che erano di comunissimo legno; ma caduta la
repubblica, anche ad essi si estese la ricercatezza, talchè i tappeti
babilonici di Nerone valutaronsi quattro milioni di sesterzi, cioè
840,000 lire nostrali. Si mangiava appoggiati sui gomiti, talchè _posar
il gomito in casa d’alcuno, ponere cubitum apud aliquem_, equivaleva
pranzar da alcuno, come leggesi in Petronio: _hic est, inquit Menelaus,
apud quem cubitum ponetis_[71], e come direbbesi da noi _mettere i
piedi sotto la tavola_. Così _sternere lectulos_, voleva dire preparare
la tavola: onde si legge in Terenzio:
_Et lectulos jube sterni nobis et parari cætera_[72].
Tornerò al triclinio più avanti, quando farò assistere il lettore ad
una mensa pompeiana, o romana, che val lo stesso.
Divisa dal _triclinium_ per un corridoio, _fauces_, ed a mano sinistra,
è la cucina nella casa di Pansa. Questa distanza rese dubbio in taluni
la designazione del triclinio; ma dove si consideri che ciò provvedeva
ad impedire che il fumo e gli odori della cucina giugnessero,
l’esitazione sparirà. La cucina, _culina_, ha presso una piccola
cameretta pel migliore servizio, ed un’altra per il pranzo, forse de’
servi, che aveva un’uscita sulla via di Fortunata. Nella retrocucina
stanno de’ podii o muricciuoli per appoggiarvi le giarre d’olio e gli
utensili, e una tavola per la confezione del pane o di cose dolciate.
Nella cucina veggonsi dipinte due persone che sacrificano, e al disotto
due serpenti che proteggono l’ara sacra alla dea _Fornax_, protettrice
dei fornelli. Ai lati vi sono dipinti in rosso presciutti, pesci, pezzi
di cinghiale, lepri ecc. In essa poi si rinvennero stoviglie e molti
utensili di bronzo e nei fornelli la cenere.
Qui credo dare il nome d’alcun utensile di cucina usato in Pompei ed
in Roma. _Ahenum_ era un calderone, che sospendevasi al disopra del
fuoco per iscaldarvi l’acqua; _cortina_ era un profondo calderone
circolare per farvi bollir carne; _cacabus_ una specie di casseruola
che ponevasi su d’un treppiede, _tripus_, al fuoco per cuocervi carni,
legumi, ecc. _Tripus_ dicevasi anche un calderotto su tre piedi per far
bollire commestibili, come si vede in una pittura che rappresenta una
scena del mercato di Ercolano; _hirnea echytra_, vasi di terra cotta,
per bollire e cucinare; _mateola_, la pala; _forcipes_, le mollette da
camino; _foculus_, l’aiuola del camino, ed anche lo scaldavivande e il
veggino per iscaldarsi le mani; _testum_, detto anche da noi testo;
_craticula_, la graticola; _batillus_, la nostra paletta; _sarago_,
specie di padella; _rudis_, la tazza per ischiumare; _scutriscum_, la
padella; _situlus aquarius_, il secchio; _trulla_, vaso che versava
l’acqua nel lavatojo a mezzo d’un manubrio; _trullens_, catino; _trua_,
cucchiaione per ischiumare la superficie dei liquidi; _mutellio_, vaso
d’acqua con manico; _cucuma_, fosse la nostra cocoma per far bollire
l’acqua; _haenum coculum_, la marmitta da minestra; _fistula_, pila
per tritare il farro; _cribra incernicola_, il crivello; _colum_, il
colatojo; _culter coquinarius_, coltello da cucina; _formella_, la
forma per accomodarvi più vagamente il pesce; _ovulare_, strumento
per cuocere le uova. _Anthepsa_ era un apparecchio contenente il suo
proprio fuoco e gli scaldatoi dell’acqua in modo da essere acconci
a cucinare in qualunque parte di una casa, e di tali arnesi se ne
trovarono diversi negli scavi di Pompei. _Carnarium_ dicevasi l’arnese
sospeso al soffitto e fornito di chiodi ed uncini onde appendervi
salumi, erba, frutta ecc., e designavasi con tal nome anche moscajuola
o dispensa per conservare i commestibili; _clibanus_, vaso coperto
traforato in giro a piccoli buchi per cuocervi il pane, al qual effetto
si circondava di ceneri calde, e Trimalcione, in Petronio, per ridicola
ostentazione si valeva del clibano d’argento; _mortarium_, il mortaio,
_pilum, pistillum_, pila e pestello; _vera_, lo spiedo, _vara_, l’alare
per sostenerlo; _infundibulum_, l’imbuto; _olla_, vaso d’argilla cotta
adoperato per cucinare come la nostra pignatta: più piccola e fatta di
metallo, dicevasi _lebes_.
Gli inservienti della cucina erano _coqui_, i cuochi; _focariæ_ le
cuciniere, piuttosto guattere; _focarii_ i mozzi da cucina.
Prima di lasciar la cucina, farò cenno se la voce _caminus_ possa
intendersi pel nostro camino, ossia per quella gola che mena via
il fumo attraverso i varj piani della casa e lo scarica al disopra
del tetto. «I passi, scrive Rich, che si potrebbero citare non sono
punto concludenti, e la mancanza di qualsiasi cosa che somigli a un
fumajuolo, in cima d’una fabbrica, nei numerosi paesaggi dipinti dagli
artisti di Pompei e di qualunque effettiva traccia d’un simile congegno
negli edifizj publici e privati scoperti in quelle città, porse prova
sufficiente che s’egli era noto agli antichi, devono però averne fatto
uso molto di rado; quindi nella più parte delle case il fumo deve
avere avuto l’uscita o da un semplice buco nel tetto o dalla finestra
o dalla porta. Se non che dei congegni per fare fuoco nel centro d’una
stanza, accompagnanti almeno a una certa gola, sono stati scoperti
in parecchie parti d’Italia, uno a Baja, uno presso Perugia, ed un
terzo a Civitavecchia, e di questo si vede la pianta nell’incisione
che sta nel manoscritto di Francesco di Giorgio, che si conserva nella
libreria publica in Siena. La forma è un parallelogramma chiuso per
intiero da un muro alto dieci piedi (m. 3,047) da tre de’ suoi lati,
ma con un’apertura o porta. Dentro questo guscio sono allogate quattro
colonne con un’architrave sopra di esse, che reggevano una cupoletta
piramidale, sotto la quale si accendeva il fuoco sul focolare: la
cupoletta serviva a raccogliere il fumo a misura che saliva su, e lo
lasciava passare a traverso un foro in cima. Se gli edifici, nei quali
quelle stufe erano costrutte avevano un piano solo, non si usava,
forse, gole di sorta: ma se, com’è probabilissimo, ci erano degli
appartamenti di sopra, par quasi certo, che una piccola gola o canale
dovesse essere collocata sopra lo spiraglio della cupola nella stessa
maniera che egli è in un forno di panettiere in Pompei, quantunque
l’altezza originaria non può essere determinata, stantechè non rimanga
che una porzione del pian terreno.»
La _latrina_, parrà strano, era quasi sempre, come nella casa del
Questore, vicina alla cucina! Non consisteva per lo più che in una
cameretta con una seggia, perchè non vi avevano pozzi neri. Del resto
nulla ci deve maravigliare se nella bassa Italia queste segge si videro
nella cucina stessa anche in case agiate.
Dal lato opposto alla cucina, a fianco alla _exedra_, vi sono le altre
_fauces_, o corridoio, che da questo lato fu diviso in due parti:
la prima convertita ad uso di _tabularium_ per la conservazione dei
papiri importanti e delle cose preziose; la seconda è una camera forse
destinata allo studio e riesce allo _xisto_ o giardinetto, dove fiori
ed arboscelli crescevan vaghezza alla casa e ne profumavan l’ambiente.
Una fontana alimentata da un serbatoio in fondo dello _xisto_ irrigava
le ajuole: si rinvennero tubi di piombo e due grandi caldaje di bronzo
che or si conservano nel Museo. Tra lo _xisto_ e il peristilio era una
specie di galleria coperta, che chiamavasi da’ Romani _cryptoporticus_
e permetteva, anche nell’ore più soleggiate, rimaner nel giardino
all’ombra. Fu qui che venne trovato il più bel candelabro di bronzo che
si ammiri nel suddetto Museo. Orazio così accenna simili giardini di
una casa di campagna:
_Nempe inter varias nutritur silva columnas_
_Laudaturque domus longos quæ prospicit agros_[73].
E Plinio, descrivendo a Gallo il suo Laurentino, o villa che teneva
nella campagna romana, presso al luogo ove è l’odierna Torre di
Paterno, e lungo il mare, così parla dell’ufficio dello _xisto_ e della
galleria attigua: _Ante cryptoporticum xystus violis odoratus. Teporem
solis infusi repercusso cryptoporticus auget quæ ut tenet solem, sic
Aquilonem inhibet submovetque: quantumque caloris ante, tantum retro
frigoris. Similiter Africum sistit, atque ita diversissimos ventos,
alium alio latere, frangit et finit. Hæc jucunditas ejus hieme, major
æstate: nam ante meridiem xystum, post meridiem gestationem hortique
proximam partem umbrania temperat, quæ ut dies crevit decrevitque, modo
brevior, modo longior hac vel illac cadit. Ipse vero cryptoporticus
tum maxime caret sole, quum ardentissimus culmini ejus insistit. Ab hoc
petentibus fenestris Favonios accipit transmittitque: nec unquam aere
pigro et manente ingravescit_[74].
Tale era dunque il pian terreno d’una casa signorile pompejana: od
almeno questa era la distribuzione più generale e più regolare; poche
sarebbero le modificazioni che si rinverrebbero nelle altre case.
Tuttavia sarebbero in talune rimarchevoli lo _sphæristerium_ pel giuoco
alla palla, la _pinacoteca_ o sala delle pitture; il _balineum_ o il
bagno; l’_alæatorium_ o sala del giuoco, e la _cella vinaria_ per la
conservazione del vino e dell’olio, che non esistevano in tutte.
Rimarrebbe a dire del piano o piani superiori: ma non ne rimane esempio
in Pompei, perchè rovinati interamente nel seppellimento della città,
o caduti nello sterramento: sembra tuttavia che fossero destinati più
specialmente all’abitazione delle donne ed alla servitù della casa,
e le camere di essi piani dicevansi _cœnacula_. Tracce di esistenze
di tali piani si riscontrano in Pompei in certe scalette che veggonsi
praticate nelle _fauces_ di più case, e se in questa città dovevano
essere tutte le costumanze di Roma introdotte, dovevano esistere anche
scale esterne che mettevano a questi piani superiori[75].
Quasi in prova di case a più piani, una viene additata appunto col
nome di _casa a tre piani_, presso alla casa della _Danzatrice_; ma di
questi tre piani non rimane adesso vestigio, solo vedendosi che sotto
al livello della via publica era il pian terreno, ed un resto di scala
che metteva al primo piano.
A proposito di piani superiori, non lascierò qui di riferire quanto si
legge nel _Giornale di Napoli_ dell’otto novembre (1872):
«A Pompei in ottobre gli scavi furono continuati negli stessi luoghi
del mese innanzi, cioè sulla sinistra della porta antica più vicina
alla ferrovia, ed in un’isola che ha la fronte sulla strada Stabiana.
Questa via, dove s’avvicina alla porta dello stesso nome, s’insinua nel
fondo di una piccola valletta, e sulle coste laterali si dispiegano
con varia pendenza edifici privati e pubblici. Il lato occidentale è
opportunamente coperto dai due teatri, nei quali il declivio del suolo
serve a sostenere le gradazioni ove sedevano gli spettatori. Sul lato
opposto od orientale è situata l’isola, che ora si restituisce a luce,
e che precisamente sta in parte di fronte ai teatri, e in parte si
prolunga più al nord. In ottobre vi fu interamente messa allo scoperto
una bella e grandiosa abitazione, che, per la indicata accidentalità
del suolo, ha nel piano della via l’atrio con le stanze attinenti, ed
il resto ad un livello tanto più elevato, che forma un vero secondo
piano, quantunque non sovrapposto a quello inferiore. È la prima volta
che s’incontra nelle case di Pompei una disposizione siffatta.»
Avevano poi questi piani superiori, finestre e balconi? Non lo si
può dire; ma è permesso congetturarlo e credere di sì, se sussista
tuttavia in Pompei la casa detta del _Balcone pensile_, sterrata nel
1862. A vero dire più che un vero balcone, esso è ciò che dicevasi
_mœnianum_, ossia terrazzino coperto sporgente sulla strada da uno dei
piani superiori e sostenuto da mensole infisse nei muri; quantunque da
quell’esempio unico che si ebbe in Ercolano d’un edificio in piedi, e
che si dovette demolire, perchè tutto il legname e gli architravi che
lo sorreggevano si trovarono pressochè carbonizzati, siasi raccolto che
dodici camerette, _cœnacula_, fabbricate sui corridoi superiori alla
corte, ricevessero luce da finestre che guardavano nell’interno. Di
congeneri balconi pensili offrivano gli scavi pompejani diversi esempi,
ma trascurati o non compresi, caddero in rovina: questo solo che diè
nome alla casa fu con tutta diligenza restaurato, onde riesca una delle
più importanti case che si additino in Pompei.
Recentemente, ossia nel 28 luglio 1872, secondo leggesi nel _Giornale
degli Scavi_[76], Appendice III, nella _Relazione officiale dei lavori
eseguiti in Luglio ed Agosto 1872_, nel disterro dell’isola settima
nella Regione settima, _a nord-ovest del Tempio di Venere si è scoperto
un altro balcone pensile, che affaccia sopra un vicoletto, che ha una
direzione perpendicolare al lato occidentale del Tempio_.
Dopo quanto ho detto circa la somiglianza che si hanno quasi tutte le
case pompejane, non parmi consentaneo a’ miei intenti venir descrivendo
parte a parte ognuna che fu scoperta e che pur richiamerebbe
l’attenzione per la particolarità degli oggetti ritrovati: pur
nonpertanto ne segnalerò almeno il nome ottenuto nella designazione
degli scavi.
[Illustrazione: La Casa del Poeta Tragico in Pompei _Vol. III,
Cap. XX._]
Presso la porta della Marina è la _casa_ detta _di Championnet_, così
chiamata perchè vi si praticarono scavi alla presenza del francese
generale di questo nome; la _casa del Cinghiale_ fu così nomata da un
cinghiale contro il quale si slanciano due cani, rappresentato nel
mosaico del vestibolo; _Nuova Casa della Caccia_, perchè la parete
sinistra del peristilio offre una bellissima pittura esprimente una
caccia d’animali, e si vede un orso che si scaglia contro un cinghiale,
e in distanza un leone che sta per superare un dirupo e trarre in
soccorso dell’orso: è detta nuova, perchè altra ne portava già identica
denominazione; la _casa di Sirico_ nella via del Lupanare, fu detta
da un sigillo che si rinvenne, su cui si lesse tal nome. Presso alla
soglia dell’atrio leggesi in musaico il saluto SALVE LVCRV, che già
m’avvenne di ricordare nel chiudere il discorso delle _tabernæ_.
Nella via d’Augusto evvi la casa _della nuova fontana_ o _dell’Orso_,
essendovi nel _prothyrum_ un musaico che lo raffigura accosciato e
ferito da una lancia; la _casa di Marte e Venere_ per la bellissima
pittura che li rappresenta in un bellissimo specchio circolare su
d’un pilastro fra la prima e la seconda camera da letto, _cubicula_,
dell’atrio. La _casa di Cornelio Rufo_ ha il busto in marmo del
proprietario con sotto scolpite le parole CORNELIO RVFO; la casa detta
_del numero 4_ è interessante per le sue molte pitture: quella del
_Citarista_ deve il suo nome alla superba statuetta in bronzo d’Apollo
Citarista che vi si rinvenne e che fu trasferita al Museo. La _casa
di Olconio_, tra i maggiorenti più rispettabili di Pompei, dà il nome
alla strada e offrì, nel 1853, quando vi si praticarono gli scavi,
interessanti oggetti d’arte e dati importanti della vita pompejana.
Tutta l’insula di M. Epidio Sabino, che sta rimpetto alla casa del
Citarista, contiene due abitazioni di cui una certamente era dello
stesso M. Epidio Sabino, proclamato duumviro di giustizia per avviso
di Tito Svedio Clemente, come si lesse nella facciata esterna della
casa. Importantissima per le sue decorazioni e per le sculture è la
_casa di Marco Lucrezio_, questo nome essendosi desunto da una pittura
d’una camera del peristilio, che raffigurava una tavoletta pugillare
con uno stilo, un calamaio, un sigillo e le parole _M. Lucretio Flam.
Martis Decurioni Pompeis_[77]. Il lettore conosce già la _casa del
Fauno_ per la stupenda statuetta in bronzo trovata nell’atrio, per
il musaico della Battaglia d’Isso e per altre molte preziosità; così
quella di _Castore e Polluce_, detta anche _del Questore_, e che è
pure considerata come una delle più belle di Pompei, e dove già notai
tante degnissime cose d’arte. La casa dell’_Ancora_, dal musaico della
soglia, presenta una particolarità, un sotterraneo, cioè, nel fondo
di essa, da cui si passava in una gran sala circondata da nicchie
al livello stesso del sotterraneo. La _casa del Poeta_ già visitò
il lettore, quando vi trovò il musaico all’ingresso, rappresentante
il cane alla catena, col motto CAVE CANEM, e vi ammirò molte altre
artistiche cose. Casa del _Maestro di Musica_ fu nominata quella
non discosta dalla casa di Pansa, sulle cui pareti interne si videro
dipinti varii istrumenti musicali; e di _Sallustio_ quella sul cui muro
esterno si lesse l’iscrizione, pressochè interamente cancellata adesso: