C. SALLVSTIVM. M. F.

Nell’_impluvium_ di questa bella casa, sovra base di marmo, si

rinvenne un gruppo in bronzo del più puro stile greco e di rimarchevole

bellezza, raffigurante Ercole che ha raggiunto alla corsa la cervetta,

dalla bocca della quale usciva un getto di acqua, e che per la poca

cura che s’ebbe dapprincipio degli scavi si lasciò che se ne privasse

il Museo di Napoli, che solo ne serba una copia in gesso, l’originale

trovandosi nel Museo di Palermo. In questa casa, come in diverse altre,

nel fondo della abitazione si osserva un _lararium_, nicchia o piccolo

tabernacolo, con frontispizio, a custodia dei domestici numi o lari,

spiriti guardiani della famiglia. Vi si trovò diffatti un idoletto di

metallo, un vasetto e una moneta d’oro, e dodici altre di bronzo di

Vespasiano.

Per ciò solo che comprenda tre abitazioni e senza alcun altro apparente

motivo, dove non fosse un altare pel fuoco sacro nella terza corte che

somiglia a un tempio, non lungi dalla casa del Chirurgo, della quale a

suo luogo ho già intrattenuto il lettore, fu detta casa delle Vestali,

quella che è in Via delle Terme, e la quale ha sulla soglia il saluto:

SALVE. Ha essa tre cortiletti con portico all’ingiro a colonne. Al

lettore tenni già parola della _casa di Cicerone_, che è nel _Pagus

Augustus Felix_, nè vi aggiungerò altro.

Di moltissime altre già scoperte dovrei fare menzione, come di quella

dell’_Argenteria_, per molti vasi di questo metallo rinvenuti; di

Cajo Memmio, di Cajo Vibio, di Caprasio Primo, di Fusco, di Polibio,

di Pomponio, di Popidio Prisco, di Popidio Secondo, di Gavio Rufo,

dei Diadumeni, di Spurio _Meseor_ (mietitore), di Giulia Felice, per

non dire di quelle altre moltissime che ricevettero nome da pitture

o sculture, o da qualche particolare circostanza come le case di

Zeffiro e Flora, di Venere, e Marte, delle Nereidi, di Nettuno, delle

Amazoni, di Atteone, delle Danzatrici; dell’Arciduca di Toscana,

dell’Imperator di Russia, di Giuseppe II, del Re di Prussia, della

Regina d’Inghilterra; dei vasi di vetro, dei tre piani, del torchio

di terra cotta, della muraglia nera, dei bronzi, dei fiori e vie via

di tante altre; ma come dissi, suppergiù l’una all’altra somiglia: le

sole decorazioni più o meno ricche distinguendole; rese poi più o meno

interessanti dalla preziosità dagli oggetti che vi si ritrovarono.

D’una sola tuttavia m’incombe il debito di particolarmente descrivere,

per ciò appunto che nella sua distribuzione e nelle diverse sue

attinenze diversifichi dalle altre: essa è posta nel sobborgo, nella

via delle Tombe, e si designa piuttosto come una casa suburbana o di

campagna.

Posta rimpetto al sepolcreto di Marco Arrio Diomede, liberto di Arrio,

maestro del _Pagus Augustus Felix_, come leggeremo sull’iscrizione di

esso nell’ultimo capitolo di quest’opera, si credette che la casa fosse

a lui spettata; onde proseguiamo noi pure a ritenerla per sua. Essa è

l’ultima abitazione a sinistra della via delle Tombe, e presentando due

piani, riesce indubbiamente di particolare interesse. La descrizione

di essa e la descrizione delle sue ville che fa Plinio il Giovane nelle

sue Epistole ci forniscono l’idea completa d’una romana villeggiatura.

Si entra nella casa di M. Arrio Diomede, discendendo alcuni gradini di

marmo aventi a ciascun dei lati una colonnetta di materia laterizia.

Subito si presenta, come osserva Vitruvio parlando delle case di

campagna, una corte aperta, _atrium_, recinta da quattordici colonne

di ordine dorico pur di mattoni rivestiti di stucco che dovevano

formar portico. Questo medesimo piano, avendo verso il giardino una

loggia scoperta, lo dominava. Nella detta corte c’era un _impluvium_

e da ciascun lato stavano due puteali per attingervi l’acqua. A destra

dell’atrio, le camere per gli schiavi e una scaletta per ascendere al

piano superiore destinato forse alle donne; a sinistra, l’appartamento

per il _balineum_, o bagno privato, che già il lettore trovò parte

a parte descritto nel capitolo delle Terme. Dall’un dei portici

dell’_atrium_ si va alla dispensa, dove intorno ad una tavola di

marmo si trovarono stoviglie da cucina. Quindi seguono i _cubicula_,

o camere da letto, già ricche di pitture e musaici. Il _triclinium_

era nel mezzo di forma semicircolare e le pareti dipinte a pesci

natanti nell’acqua. Tre larghe finestre riguardavano alla campagna e

lo rendevano più allegro. Ancora dalla corte scoperta si accedeva ad

altro appartamento, costituito da un’_exedra_, o sala da conversazione,

e da altri salotti, da cui si entrava in una galleria, su di una sala

maggiore, _oecus_, e da ultimo sulla loggia scoperta, sul giardino

e per isfondo il mare. A livello del giardino, v’è un appartamento

terreno, le cui camere erano a volte decorate di pitture e i pavimenti

a musaici che or sono al Museo. Sotto il portico era una fontana, e dal

giardino si discendeva alla lunga _cella vinaria_, che corre tutta la

lunghezza di tre portici, dove ho già detto altrove quanti scheletri

e preziosi oggetti siano stati rinvenuti e che era rischiarata da

spiragli. Da un lato del giardino vedesi un recinto che già notai

essere stato un _sphæristerium_, e all’angolo sinistro s’aprivano due

piccole camere, dove pure fu trovato uno scheletro con un braccialetto

di bronzo ed un anello d’argento.

Veduta così come fosse la casa pompejana, ed osservato ad un tempo in

che differisca la casa romana, naturale è il passaggio a ragionare

della famiglia, e lo farò con quella maggiore brevità che ponno

comportare l’economia dell’opera e l’importanza del subbietto.

Anzi tratto, parmi doveroso accennare quale fosse il vero principio che

tenesse unita e compatta la famiglia romana, perocchè tutto quanto la

riguarda sembrerà allora subordinato ad esso.

Chi per avventura lo ebbe ad indagare più profondamente e giustamente,

è per mio sentimento il signor Fustel de Coulanges nell’opera già

superiormente citata _La Cité Antique_, che meritamente venne coronata

dall’Accademia Francese e dovrebbe ancor meglio essere apprezzata.

Io indicherò un tale principio colle parole e dimostrazioni di

quell’illustre e dotto scrittore.

Il principio della famiglia antica — scrive egli — non è unicamente la

generazione. Ciò che lo prova è che la sorella non è nella famiglia

quello che vi è il fratello; è che il figlio emancipato o la figlia

maritata cessano completamente di farne parte, e per ultimo lo provano

parecchie altre disposizioni delle leggi greche e romane.

Il principio della famiglia non è tampoco, come potrebbe agevolmente

reputarsi dal lettore, l’affezione naturale. Imperocchè il diritto

greco e il diritto romano non tengono conto alcuno di un tal

sentimento. Esso può esistere in fondo dei cuori, ma non si trova

nel diritto. Il padre può esser tenero della sua figliuola, ma non

può legarle l’aver suo. Le leggi di successione, vale a dire, tra le

leggi quelle che più fedelmente attestano delle idee che gli uomini si

facevano allora della famiglia, sono in flagrante contraddizione, sia

coll’ordine della nascita, sia coll’affezione naturale[78].

Gli storici del diritto romano, avendo assai giustamente osservato

che nè la nascita, nè l’affetto fossero il fondamento della famiglia

romana, hanno creduto che questo fondamento si dovesse trovare nella

potenza paterna o maritale. Ma di tale potenza essi fecero una specie

di istituzione primordiale; non ispiegando per altro com’essa siasi

formata, a meno che non sia che per la superiorità del marito sulla

moglie, del padre sui figli.

Ora è un grave errore il collocare così la forza all’origine del

diritto. L’autorità paterna o maritale, ben lungi dall’essere stata una

causa prima, fu essa stessa un effetto: essa è derivata dalla religione

e fu stabilita da questa. Essa adunque non è il principio che ha

costituito la famiglia.

Ciò che nei membri della famiglia antica, fu qualche cosa di più

possente della nascita, del sentimento, della forza fisica: fu la

religione del focolare e degli antenati. Essa operò che la famiglia

formasse un corpo in questa e nell’altra vita. La famiglia antica è

una associazione religiosa più ancora che una associazione di natura.

La donna infatti non vi era veramente contata se non in quanto la

sacra cerimonia del matrimonio l’avesse iniziata al culto: il figlio

non vi contava pure, se rinunziava al culto, o se era emancipato,

e l’adottato invece vi era un vero figlio, perchè se non aveva il

vincolo del sangue, aveva qualche cosa di più, la comunanza del culto;

e il legatario che rifiutava d’adottare il culto di questa famiglia,

non conseguiva la successione e finalmente la parentela e il diritto

all’eredità erano regolati, non dietro la nascita, ma dietro i diritti

della partecipazione al culto, come gli ha stabiliti la religione.

Certo che non è la religione che ha creato la famiglia, ma è dessa

sicuramente che le ha dato le sue regole, e di là conseguitò che la

famiglia antica ebbe una costituzione così diversa da quella ch’essa

avrebbe avuto se i sentimenti naturali fossero stati soli a fondarla.

L’antica lingua greca aveva una parola ben significativa per designare

una famiglia; dicevasi επίστιον, parola che significa letteralmente

_ciò che è appresso ad un focolare_. Una famiglia era un gruppo

di persone alle quali la religione permetteva d’invocare lo stesso

focolare e d’offrire il banchetto funebre ai medesimi avi[79]. Si

comprende così l’importanza delle espressioni: _pro aris et focis_.

Premesso così quanto concerneva il principio fondamentale della

famiglia, pel migliore intendimento, debbo far precedere la

spiegazione, secondo il concetto romano, delle tre parole _potestas,

manus, mancipium_, nelle quali si compendiano i diritti esistenti nella

famiglia, ed allora meglio ancora verrà compresa la costituzione della

stessa.

Per la parola _potestas_, intendevano i Romani la _potestà_ del padrone

sullo schiavo e quella del padre sui figli: per la parola _manus_,

la podestà alla quale le donne erano in certi casi sottomesse: e per

la parola _mancipium_, un diritto d’una certa natura, che se non è sì

agevole il definire, verrà nondimeno chiarito dalle dimostrazioni che

ne farò.

Qual fosse il potere del padrone sugli schiavi, dirò più avanti

parlando di costoro; quasi egualmente esteso era quello del padre sui

figli. L’ingresso del figlio nella famiglia, dice il sullodato signor

Fustel de Coulanges, era segnalato da un atto religioso. Era mestieri

dapprima che fosse accettato dal padre. Questi, a titolo di padrone e

di custode vitalizio del focolare, di rappresentante degli antenati,

doveva pronunciare se il nuovo arrivato fosse, o non fosse della

famiglia. La nascita non formava che il legame fisico: la dichiarazione

del padre costituiva il legame morale e religioso. Questa formalità era

egualmente obbligatoria a Roma come in Grecia.

Occorreva di più pel figlio una specie d’iniziazione. Essa aveva luogo

poco tempo dopo la nascita, il nono giorno a Roma, il decimo in Grecia.

Quel giorno il padre riuniva la famiglia, chiamava de’ testimonj e

faceva un sagrificio al suo focolare. Il figlio veniva presentato al

dio domestico; una donna lo portava nelle sue braccia e correndo gli

faceva fare più volte il giro del fuoco sacro. Questa cerimonia aveva

un duplice scopo, di purificare il bambino, cioè di togliergli la

macchia che gli antichi supponevano avesse contratto pel solo fatto

della gestazione e di iniziarlo al culto domestico. Da tal momento

il figlio era ammesso in questa specie di santa società e di piccola

chiesa che si chiamava la famiglia. Ne aveva la religione, ne praticava

i riti, era atto a dir le preghiere e più tardi dovrà essere egli

stesso un onorato antenato.

Tali solennità non si richiedevano per la figlia, appunto perchè

ella non potesse esser chiamata a continuare il culto della famiglia,

potendo il matrimonio applicarla ad un altro culto, come si dirà tra

poco.

Al punto di vista del diritto pubblico, era il figlio libero e

indipendente e poteva però esser magistrato, tutore e votare nella

tribù e nella classe del padre suo; ma al punto di vista del diritto

privato, in qualunque età rimaneva sotto la podestà del padre.

La donna _in manu_ era considerata come la figlia del proprio marito,

e se questo medesimo era figlio di famiglia, veniva essa considerata,

come la figlia del figlio: nelle relazioni del padre di famiglia,

diventava _mater familias_ e abbandonava la famiglia d’origine. La

_conventio in manum_, importava per sè una _minima capitis diminutio_,

cioè il cambiamento di famiglia; da non confondersi colla _capitis

diminutio media_, che significava una certa diminuzione di libertà,

cioè la perdita della cittadinanza, come la _capitis diminutio maxima_

era la perdita completa della libertà, lo che traeva seco la piena

incapacità civile. — Cessavano così nella donna i diritti d’agnazione o

di parentela civile fra lei e la sua antica famiglia.

Tuttavia la _manus_ non era una conseguenza necessaria del matrimonio;

ma s’acquistava colla confarreazione, coll’uso e colla coemzione. La

prima consisteva in un solenne sacrificio, al quale assistevano il

gran pontefice, il flamine diale e dieci testimoni cittadini romani,

ma era riservato a’ patrizii, e i matrimoni così celebrati si avevano

per sacri. Dirò per altro più sotto degli altri riti che precedevano od

accompagnavano questa prima sorta di matrimonio. L’uso, era quando la

donna aveva abitato col marito durante un anno senza interruzione e la

donna che evitar voleva la _conventio in manum_, bastava che ogni anno

ella passasse tre notti fuori del domicilio coniugale, lo che dicevasi

_trinoctium usurpatio_. In questo modo ella poteva farsi rivendicare

dal padre suo, o dal tutore e così riacquistare la libertà. La

coemzione era una specie di vendita, nella quale la donna, autorizzata

dal padre o dal tutore, si vendeva al suo marito. Questa era la forma

primitiva del matrimonio ed era certo anche la più semplice: epperò

durò più lungo tempo.

Il padre investito della _potestas_ e il marito della _manus_, potevano

vendere il loro figlio o la loro moglie ad un terzo e questa vendita

che aveva luogo colla mancipazione, dava al compratore un diritto che

si chiamava _mancipium_, equivalente alla proprietà; sì che mentre la

_patria potestas_ e la _manus_ cessavano alla morte del padre o del

marito, il _mancipium_ passava agli eredi del compratore. Ciò malgrado,

la persona _in mancipio_, se non poteva esercitare i diritti politici,

non perdeva la sua prima condizione _d’ingenuità_, o civile. Questo

diritto si venne poco a poco restringendo, ridotto quasi esclusivamente

al caso che il figlio avesse cagionato un danno, nel quale il padre lo

cedeva alla persona lesa _in mancipium_, a titolo di indennità.

Il debitore insolubile e chi si vendeva gladiatore, _auctoratus_,

e il romano prigioniero di guerra riscattato da un altro romano, si

trovavano nella medesima condizione di chi era _in mancipio_.

Ciò premesso, la famiglia romana si componeva di tutti gli individui

discesi da maschi da un autore comune, od entrati nella famiglia

per mezzo dell’adozione o della _manus_, che creavano dei veri

vincoli di figliazione. I diversi membri della famiglia si chiamavano

_agnati_, e di questi coloro che succedevano in linea retta, i figli

ed altri discendenti, dicevansi _sui hæredes_, i fratelli e sorelle

_consanguinei_. L’agnazione era la parentela del diritto civile, e

però non poteva appartenere nè ai latini, nè ai _peregrini_, cioè ai

forastieri.

I Romani, inoltre, conoscevano la parentela naturale che dicevano

cognazione, _cognatio_, e si estendeva fino al settimo grado, ed

una terza parentela, l’affinità, ossia le relazioni esistenti fra un

coniuge e i parenti dell’altro coniuge.

Se il matrimonio presso i Romani era un’istituzione del diritto delle

genti, non era meno un’istituzione di diritto civile, regolandone

il diritto romano le condizioni e gli effetti, assolti i quali, si

chiamava _legitimum matrimonium_, ed anche _justæ nuptiæ_. La capacità

di contrattar un simile matrimonio, appellavasi _connubium_, e per

regola generale non era questo concesso che fra cittadini romani: per

esser concesso a’ _peregrini_, abbisognava dell’autorizzazione del

potere legislativo.

Modestino definiva il matrimonio: _consortium totius vitæ, divini atque

humani juris comunicatio_ e Giustiniano vi aggiungeva: _individuam

vitæ consuetudinem continens_, ossia la completa e indivisibile unione

dell’uomo e della donna: ma ciò malgrado, il divorzio era ammesso

e ne veniva anche spesso abusato. Va per altro detto come pel corso

di cinque secoli non uno se ne avesse a contare: e rimase ricordato

dalle storie il nome di Carvilio Ruga che fu il primo che ricorse a

codesta misura. Non si creda però che ad essa fosse fomite pensiero

di lussuria od altra condannevole causa: egli teneramente amava la

moglie e di nulla aveva a lagnarsene, se non che di sua sterilità; ma

siccome nella formula del maritaggio aveva giurato menarla sposa per

aver de’ figli, ella non avendogliene dati, sacrificò l’amore alla

religione del giuramento[80]. La religione diceva che la famiglia non

doveva estinguersi e che ogni affezione e diritto naturale dovessero

cedere davanti a questa regola assoluta. Nè era altrimenti in Grecia,

dove Senofonte[81] e Plutarco[82] narrano che quando il matrimonio

fosse stato sterile per fatto del marito, dovesse il fratello od un

parente del marito sostituirsi a lui e la donna accondiscendervi, e

il figliuolo che ne fosse nato si avesse a considerare come figlio del

vero marito.

Ma del divorzio, col progredire del tempo, venne come dissi, abusato,

nè fu la voce della sola religione che il reclamò; ma bastarono i

litigi colla nuora, od anche l’impudicizia; e Paolo Emilio ne allegò

unicamente a causa l’essere stato dalla moglie offeso; Sulpizio Gallo,

perchè uscita a capo scoperto; Antistio Vetere, perchè parlottò in

segreto con una liberta volgare; Publio Sempronio, perchè ita a’

giuochi senza sua saputa. Cicerone ripudiò Terenzia dopo trent’anni

di convivenza, perchè gli abbisognava una nuova dote onde spegnere

i debiti; e Publio perchè parve rallegrarsi della morte di Tulliola.

Essa Terenzia fu di Sallustio, poi di Messala Corvino, poi di Vibio

Rufo; Tulliola passò per tre mariti, e l’ultimo, Dolabella, la ripudiò

incinta. Bruto, il virtuoso Bruto, rinviò Claudia per isposare Porcia.

Un famoso ghiotto fu sul punto di cacciar la sua, perchè in momenti

critici visitò la cella dei vini, ch’e’ temeva se ne inacidissero.

Cajo Titinnio minturnese menò a bella posta la scapestrata Fannia,

per espellerla poi come impudica e tenersene la dote. Cesare ebbe tre

mogli, Pompeo quattro, quattro Augusto, cinque o sei ciascun membro

della famiglia di esso, e v’erano donne che, al dir di Seneca (_De

Benef._ III, 26) contavano gli anni dai mariti, non dai consoli[83].

Il matrimonio era di consueto preceduto dagli sponsali, o promessa,

consistente in una stipulazione tra il futuro marito e il padre della

futura sposa: chi vi avesse dipoi mancato, era passibile dapprincipio

dell’azione di indennizzo: più innanzi si limitò a colpire d’infamia

colui che avesse mancato alla data fede e contratto altri sponsali.

L’età pel matrimonio era di dodici anni nella donna, di quattordici

nell’uomo, e quando gli sposi fossero _alieni juris_, occorreva

il consenso delle persone nella cui podestà si trovavano; per le

fanciulle, comunque _sui juris_, era indispensabile il consenso de’

loro parenti e tutori.

L’importanza del matrimonio presso i Romani, come presso i Greci, non

si è presto compresa se non si designano i caratteri essenziali di

esso. Già superiormente ho toccato della religione domestica o del

focolare, e del come da casa a casa potesse differenziare, poichè ogni

padre-famiglia, essendo pontefice di tal religione nella propria casa,

serbasse o adottasse que’ riti che meglio a lui fossero piaciuti. Ora

è evidente che la fanciulla che andava a nozze dovesse rinunciare alla

religione del proprio focolare, per abbracciar quella del focolare del

marito. Così doveva dimenticare quelle cerimonie, quelle preghiere,

quelle pratiche nelle quali era fin allora cresciuta, per apprenderne

altre, e per dirla con Stefano di Bisanzio: «a datar dal matrimonio,

la donna ha nulla più di comune colla religione domestica de’ suoi

padri; ella sacrifica al focolare del marito.» E Fustel de Coulanges

che cita codesto scrittore nell’opera sua _La Cité Antique_[84],

soggiunse: «Così quando si penetra nel pensiero di questi uomini

antichi, si capisce di qual importanza dovesse essere per essi l’unione

conjugale e quanto l’intervento della religione vi fosse necessario.

Non era forse mestieri che la fanciulla avesse ad essere da qualche

sacra cerimonia iniziata al culto che doveva quind’innanzi seguire?

Per divenire sacerdotessa di questo focolare, al quale la nascita non

l’aveva legata, non le occorreva forse una specie di ordinazione o di

adozione?»

Il matrimonio era dunque la cerimonia santa che doveva produrre questi

grandi effetti. Gli scrittori infatti, latini e greci, indicano il

matrimonio con parole esprimenti un atto religioso. Polluce, che viveva

al tempo degli Antonini, istruttissimo ne’ vecchi usi e nella antica

lingua, dice che ne’ primi tempi, in luogo di designare il matrimonio

col suo nome particolare (γάμος), lo si designava semplicemente colla

parola τέλος, che significa cerimonia sacra[85], quasi il matrimonio

fosse stato la cerimonia sacra per eccellenza.

E tal cerimonia non si compiva ne’ templi degli Dei, ma nella casa, ed

era il Dio domestico che vi presiedeva. Certo che in seguito, quando

la religione degli dei del cielo, divenne preponderante, si adottò

di adire preventivamente i templi e di offrire a questi Dei sacrifici

che si chiamavano preludii del matrimonio; ma la parte principale ed

essenziale della cerimonia dovevasi sempre compiere davanti il focolare

domestico.

Il matrimonio romano, quello almeno che si considerò per più legale

e fu il più usitato, perchè procedente dal mutuo consenso, _mutuus

consensus_, somigliava d’assai al matrimonio greco, e comprendeva

com’esso tre atti: _traditio, deductio in domum, confarreatio_.

La prima si compiva dal padre, che distaccando la figliuola dal

domestico focolare e dalla propria autorità, la consegnava al marito

che l’assumeva nella propria.

Quindi la sposa veniva condotta a casa dello sposo, velata, recinta il

capo d’una corona, mentre una face nuziale precedeva il corteggio, e

si cantava un inno col ritornello _Io! Hymen, Hymenee_, e coll’altro

_Talassia_, parola quest’ultima della quale i Romani del tempo di

Orazio non comprendevano tampoco il senso. Il corteggio giungeva

avanti la casa del marito, dove veniva alla sposa presentato il fuoco

e l’acqua; il primo, il lettore già lo sa, emblema della divinità

domestica: la seconda è l’acqua lustrale che serve alla famiglia

per tutti gli atti religiosi. Allora lo sposo, a simulare il ratto,

sollevava la sposa nelle sue braccia e la portava in casa, senza che i

piedi di lei toccassero la soglia.

Finalmente ella è condotta davanti il focolare, dove sono i Penati,

gli dei domestici e le immagini dei maggiori: gli sposi fanno un

sacrificio, versano la libazione, profferiscono preghiere e mangiano

insieme il _panis farreus_, o focaccia di fior di farina; onde il nome

al matrimonio di _confarreatio_.

Codesta grave e solenne cerimonia produceva così importanti effetti

giuridici e sociali, da non potersi ammettere la poligamia.

La bigamia pertanto era severamente proibita: principale impedimento

al matrimonio era la parentela e l’affinità: il divieto fra cognati

e cognate non fu introdotto che sotto Teodosio. Si proibiva pure il

matrimonio fra liberi e schiavi, e nell’antico diritto anche fra liberi

e liberti; ma la proibizione di sposare liberti fu ristretta dalla

legge Giulia ai senatori ed ai loro discendenti, nè fu soppressa che

sotto Giustiniano.

Altre proibizioni esistevano, come fra una patrona e il suo liberto,

una donna libera e il colono d’un terzo — e colono era un uomo libero

sì, ma vincolato al suolo, tal che il proprietario del fondo avesse

una sorta di potestà su di lui, un diritto di correzione, non potesse

da lui esser tratto in giudizio e lo potesse, fuggitivo, trattar come

schiavo fuggiasco. — Era pur conteso il matrimonio tra il tutore e la

sua pupilla, l’adultera ed il suo complice, il rapitore e la rapita,

Romani e barbari, il governatore e una donna della sua provincia;

a meno che non ne avesse ottenuto dispensa dal Senato, e più tardi

dall’imperatore.

Più sopra ho detto del divorzio, ora veggiamo come seguisse la

separazione de’ coniugi.

Quando il matrimonio era seguito per confarreazione, la separazione si

compiva con una cerimonia detta _diffarreatio_. Siccome la religione

aveva operata la _confarreatio_; così anche la _diffarreatio_ doveva

essere compiuta dalla religione, perchè essa sola poteva slegare ciò

che aveva congiunto. I due sposi che volevano dividersi comparivano

per l’ultima volta davanti il focolare: presenti un sacerdote e i

testimonj. Si presentava ai conjugi, come al dì del loro matrimonio,

una focaccia di fior di farina ed essi in luogo di spezzarla e

mangiarla, la respingevano, quindi in luogo di preghiere pronunciavano

formule d’un carattere strano, severo, odioso e spaventevole, come

assicura Plutarco[86], una specie insomma di maledizione per la quale

la moglie rinunciava al culto ed agli dei del marito. Da quel punto

il legame religioso era rotto e cessando la comunanza del culto,

cessava pure di pieno diritto ogni altra comunanza e il matrimonio

era disciolto. Ma il divorzio vi succedette di poi, talmente che

bastò la volontà d’un solo conjuge a far cessare il matrimonio

dietro la semplice formula, _Res tuas tibi habeto_, cioè _pigliati

le tue robe_. Anche la donna sottomessa alla _manus_ era libera di

divorziare, mandando al marito il libello del _repudium_ e forzandolo

ad affrancarla dalla _manus_: se la donna divorziava senza motivo,

il marito riteneva il sesto della dote per ciascun figlio sino alla

concorrenza di tre sesti, il marito adultero perdeva il beneficio del

termine alla restituzione della dote.

Il marito investito della _manus_ aveva sulla moglie il diritto

più esteso di correzione, poteva ucciderla persino quando colta in

flagrante adulterio: ne’ casi gravi dovea pigliar avviso da’ parenti.

Il marito che non aveva la _manus_, dovevasi limitare al _repudium_,

perchè il diritto di correzione spettasse soltanto al padre di lei od

a’ parenti.

La moglie, andando a marito, poteva portare la dote, a minorazione

delle spese del matrimonio, anzi le leggi Giulia, Papia e Poppea

ne imposero l’obbligo al padre. Essa poteva eziandio costituirsi

da un terzo o dalla sposa medesima, quando fosse stata _sui

juris_. Costituivasi la dote in tre modi, colla _dizione_, colla

_stipulazione_, o colla _dazione_, ossia collo sborso reale della

stessa. Doveva farsene il pagamento, pei mobili entro dieci mesi, per

denaro in uno, due, o tre anni; e circa i lucri e la restituzione,

potevasi convenire, come si fa pur oggidì. Libera la donazione per

causa di matrimonio, _donatio propter nuptias_: era nulla e revocabile

fino alla morte del donatore, se fatta fra sposi.

La vedova, pena l’infamia, non poteva rimaritarsi che dopo dieci mesi

dalla morte del marito; gli imperatori portarono questo tempo ad un

anno.

Esisteva poi un altro modo di convivenza della donna coll’uomo

autorizzata dalla legge e in ispecie dalle suddette leggi Giulia, Papia

e Poppea, e dicevasi concubinato, ed aveva d’ordinario luogo fra quelle

persone che non potevano sposarsi fra loro. La concubina era stata

per consueto la donna di cattiva fama, la liberta o la schiava. Il

concubinato tra il patrono e la liberta era il più frequente e il più

protetto dalle leggi.

Or tocchiamo qualche cenno sulla patria podestà.

Il Padre era quello, dissero i romani giureconsulti, che è dimostrato

tale da giuste nozze: _pater est quem justæ nuptiæ demonstrant_: il

figlio legittimo era dunque colui che derivava da queste giuste nozze.

Fuori di queste, il figlio non poteva invocare che la figliazione

materna. Se vi era stato _connubium_, il figlio seguiva la condizione

del padre; se no, quella della madre: nel primo caso era sottomesso

alla potestà del padre; ma conveniva per ciò che padre e figlio fossero

e restassero cittadini romani, e allora essa podestà durava tutta la

vita dell’investito, ed estendevasi a tutti i discendenti in linea

diretta, senza distinzione di grado.

Aveva il padre diritto di vita e di morte sul figlio, poteva giudicarlo

in caso di crimine e condannarlo, escludendo i tribunali publici; e la

severità dei costumi stava mallevadrice che il colpevole non sarebbe

impunito. Più tardi fu imposto a’ padri il concorso de’ magistrati nei

casi gravi; ma così restò sempre il potere de’ padri, che giammai si

accordasse l’azione d’ingiuria ne’ figli contro di essi.

Potevan essi vendere i figli; ma cessava il potere paterno dopo la

terza vendita, per le figlie dopo la prima: i figli non perdevano però

la loro qualità di _ingenui_.

Tutto quanto i figli acquistassero era pel padre, ma esercitandone un

mestiere diverso, per consueto il padre loro abbandonava quel peculio,

che per altro non potevano senza il di lui consenso alienarlo a titolo

gratuito o per testamento. Augusto tuttavia concesse a’ figli disporre

liberamente per testamento ed anche tra’ vivi del _peculium castrense_,

ossia del peculio guadagnato all’armata.

Uno speciale diritto trovasi ricordato dagli storici concesso alle

famiglie che fossero numerose di figliuolanza, e veniva perciò

denominato _jus trium, quatuor, vel quinque liberorum, o natorum_,

diritto, cioè, dei tre, dei quattro o dei cinque figli.

Importa se ne dica qui alcuna cosa.

A Roma, fin dal tempo della repubblica, come altrove in questa mia

opera ho già scritto, le continue guerre avevano d’assai diminuito

la popolazione, e tale diminuzione di cittadini era venuta crescendo

in ragione diretta del lusso e della corruzione. Metello Numidico

censore tenne, appunto in vista di una tale straordinaria diminuzione

di popolazione, a’ suoi concittadini una allocuzione tendente ad

esortarli a pigliarsi moglie, e se le parole da lui dette e riferite da

Aulo Gellio furono veramente le sue, ebbe questo scrittore ragione di

soggiungere che fossero poco proprie a conseguirne l’intento, perocchè

enumerando esse le cure e gli inconvenienti del matrimonio, non fosse

il modo più conveniente per persuaderlo. Tito Castrico invece, opinando

che il linguaggio d’un censore dovesse essere ben diverso da quello

di un retore, trovò che Metello avesse la sua concione debitamente

conformata al soggetto. Giudichi ora il lettore a qual dei due la

ragione.

«Romani — avrebbe così parlato il Censore — se noi potessimo vivere

senza moglie, tutti noi eviteremmo tal noja; ma poichè la natura abbia

voluto che non ci fosse dato nè vivere tranquillamente con una moglie,

nè viverne senza, occupiamci allora della perpetuità della nostra

nazione anzi che della felicità d’una vita che è sì corta. La potenza

degli Dei è grande, ma la loro benevolenza a riguardo nostro non deve

andar più in là di quella de’ nostri parenti. Questi, se noi perfidiamo

nella via dell’errore, ci diseredano: che dovremmo attenderci dagli Dei

immortali, se noi non imponiamo un fine a’ nostri traviamenti? L’uomo,

per meritare i favori loro, non deve essere il suo proprio nemico. Gli

Dei debbono ricompensare la virtù ma non darla»[87].

Ciò che le guerre esterne ed il lusso avevano incominciato, le guerre

civili compirono; de’ pochi cittadini rimasti, la più parte non erano

ammogliati; onde Cesare, pervenuto alla dittatura, sua prima cura era

stata di studiare il modo di por freno al male. Parvegli dapprima

potessero giovare le ricompense, epperò, come riferisce Svetonio,

distribuì le terre della Campania fra venti mila cittadini padri di

tre o più figli e vietò alle donne al disotto de’ quarantacinque anni e

che non avessero nè marito nè figli di portar giojelli e di valersi di

lettiga.

Dopo di lui, Augusto nel 736 u. c. pubblicò la legge _De Maritandis

Ordinibus_, che ventisette anni poi si rifuse nella legge Papia

Poppea, così denominata dai suoi due proponenti Marco Papio Mutilo

e Quinto Poppeo Secondo, e nuovi oneri vennero imposti a quelli che

non fossero ammogliati e nuovi privilegi aggiunti per contrario a’

matrimoni fecondi. De’ due consoli, a cagion d’esempio, colui che

avesse avuto numero maggiore di figli prendeva pel primo i fasci; tra

più candidati veniva accordata la preferenza al padre di più numerosa

figliuolanza. Ma tra i più importanti capitoli di questa legge e di cui

l’applicazione era la più frequente, era quello che esentava da ogni

carico il padre che in Roma avesse avuto tre figli; in Italia, il padre

di quattro; nelle provincie, il padre di cinque.

Altri molti privilegi erano consentiti a questo _jus trium, quatuor,

quinque natorum_, ed appetiti assai eran quelli che apportavano a chi

ne fosse investito la triplice porzione di frumento nelle distribuzioni

che si facevano dagli imperatori e la facoltà di sedere in un posto

distinto negli spettacoli.

Pel contrario, eranvi pene per coloro che si fossero serbati celibi.

Così costoro non potevano raccogliere eredità, nullo era il legato

a lor favore disposto, che però devolvevasi al fisco; ed è a coteste

disposizioni della legge Pappia Poppea che l’acre Giovenale allude in

que’ versi:

_Nullum ergo meritum est, ingrate ac perfide, nullum_

_Quod tibi filiolus vel filia nascitur ex me?_

_Tollis enim et libris actorum spargere gaudes_

_Argumenta viri. — Foribus suspende coronas,_

_Iam pater es: dedimus quod famæ opponere possis:_

_Iura parentis habes; propter me scriberis hæres,_

_Legatum omne capis, nec non et dulce caducum_

_Commoda præterea jungentur multa caducis;_

_Si numerum, si tres implevero_[88].

Ma siccome non v’abbia cosa, per savia che possa essere, della quale

non venga abusato; così ben presto le eccezioni a questa provvida legge

divennero numerose più che non fossero le applicazioni e il _jus trium

natorum_ con tutti gli inerenti privilegi vennero concessi anche a

persone che non contassero tre figli e vivamente sollecitati.

Sappiam dagli epigrammi di Marziale come egli avesse ottenuto questo

diritto dei tre figli da Tito e da Domiziano, esso annunziandolo alla

moglie siccome ottenuto in mercede de’ suoi poetici studi[89]; e dalle

_Epistole_ di Cajo Plinio Cecilio Secondo, denominato il Giovane,

com’egli lo avesse sollecitato da Trajano ed anche conseguito a favore

di Svetonio Tranquillo, lo storico dei Dodici Cesari.

Quanta importanza si aggiungesse a cotale diritto è agevole

comprendere, oltre che dal valore dei surriferiti privilegi che vi

erano annessi, dalla risposta altresì che l’Imperatore faceva a quella

domanda del suo diletto Plinio e che mette conto di riferire nella

fedele e buona versione del Paravia.

«Trajano a Plinio.

«Quanto sia parco nel conceder sì fatte grazie, tu lo sai certo, o

mio carissimo Secondo, protestando io di continuo anche in Senato di

non averne mai trapassato quel numero, che io dissi bastarmi dinanzi a

quell’illustre consesso; ciò nondimeno io satisfeci al tuo desiderio,

ordinato avendo che si noti ne’ miei registri, aver io conceduto a

Svetonio Tranquillo il privilegio de’ tre figliuoli con le solite

condizioni»[90].

Forse di questi scrupoli di Trajano, non ebbero gli altri imperatori.

La patria podestà poteva risultare anche dall’adozione, e dalla

legittimazione. Quest’ultima aveva luogo quando il padre pigliava

la concubina per legittima sposa, quando faceva inscrivere il figlio

sulla lista de’ curiali, e quando, come poi fu disposto da Giustiniano,

l’imperatore l’accordava con suo rescritto.

Quanto all’adozione, essa era altro necessario effetto di quel

principio che ho già ricordato, o piuttosto dovere che vi era di

perpetuare il culto domestico. Adottare, disse Cicerone nell’orazione

_Pro Domo sua_, è chiedere alla religione ed alla legge ciò che

non si è potuto ottenere dalla natura; e tanto era ciò vero, che si

compiva mediante una sacra cerimonia, che sembra essere stata eguale

a quella che facevasi al nascere di un figlio. Così, divenendo al

figlio adottato comuni col padre adottivo numi, oggetti sacri, riti

e preghiere, dicevasi di lui _in sacra transiit_, come l’Oratore potè

dire nella succitata arringa _amissis sacris paternis_, per rinunziare

coll’adozione al domestico culto paterno. L’adottato addiveniva poi

così affatto straniero alla sua antica famiglia, che morendo, il padre

naturale di lui non aveva il diritto d’incaricarsi de’ suoi funerali o

di condurre il mortoro, precisamente perchè _adoptio naturam imitatur_,

come si esprimono i romani giureconsulti, e dei diritti, come degli

obblighi paterni, diveniva l’adottante assuntore.

L’emancipazione era poi l’atto che sottraeva il figlio alla patria

podestà, affinchè potesse accettar l’adozione. Precipuo effetto di essa

era la rinunzia al culto della famiglia, nella quale s’era sortito i

natali, e l’abdicazione a tutti gli inerenti doveri. _Consuetudo_,

scrisse Servio, _apud antiquos fuit ut qui in familia transiret

et prius se abdicaret ab ea in qua natus fuerat_[91]. Si chiamava

però l’emancipazione da’ Romani, secondo Cicerone e come abbiam

veduto, _amissio sacrorum_[92], e secondo Aulo Gellio, _sacrorum

detestatio_[93].

Le persone _sui juris_, che per l’età si fossero trovate incapaci

d’esercitare i loro diritti, ricevevano un tutore. D’ordinario

veniva designato dal padre; la madre lo poteva del pari eleggere nel

testamento, ma conveniva intervenisse l’approvazione del magistrato.

In difetto di tutore testamentario, la tutela passava agli agnati.

La tutela de’ liberti spettava al patrono ed a’ suoi discendenti.

In difetto anche di essi, devolvevasi ai _gentiles_, cioè, come dice

Cicerone citando l’autorità di Scevola, a quelli che hanno lo stesso

nome e discesero da’ maggiori che mai non furono schiavi[94], e questi

puro mancando, su domanda delle parti interessate, si conferiva da’

magistrati competenti. Le donne, eccettuata la madre, i pupilli, e dopo

Giustiniano, i minori de’ venticinque anni, erano incapaci ad assumere

la tutela. Se lo schiavo venisse per testamento nominato tutore, per

ciò solo significava ch’esso veniva fatto libero, non potendo come

schiavo esercitar l’ufficio di tutore.

Il tutore amministrava i beni del pupillo e completava col proprio

intervento ciò che a quest’ultimo mancasse per compiere validamente i

diversi atti della vita civile. Circa l’educazione del pupillo, questa

non era cosa che spettasse al tutore. La tutela finiva per gli uomini a

quattordici anni; la legge Pletoria accordò nondimeno l’azione penale e

infamante contro chi avesse abusato della inesperienza de’ minori di 25

anni.

La tutela delle femmine era d’una durata indeterminata: le Vestali però

e la madre prolifica erano prosciolte dalla medesima.

Eravi anche la curatela. Il pazzo e il prodigo tenevansi incapaci

di far alcun atto della vita civile; epperò o tra gli agnati o tra

i gentili eleggevasi il curatore e in loro mancanza eleggevalo il

pretore.

Ma nella casa romana, o pompeiana che si voglia dire, non erano

soltanto codesti gli individui che vi abitavano; anzi, fin dal primo

ingresso, non era nei padroni, nelle persone, cioè, che finora abbiam

considerato, che si scontrava; ma nell’_ostiarius_, nello _janitor_,

nel _nomenclator_, nell’_atriensis_, ecc., in esseri infelici insomma,

che la civiltà, ajutata dal Vangelo, tolse di mezzo, negli schiavi

intendo dire, _servi_, i quali reclamano adesso da me particolari

cenni.

Tutti i popoli dell’antichità avendo avuto schiavi, i giureconsulti

collocarono la schiavitù fra le istituzioni del diritto delle

genti. Diventando lo schiavo un membro della famiglia, e dovendo

però parteciparne al culto, la sua prima introduzione in casa era

accompagnata da cerimonia religiosa. Comuni ai due popoli greci e

latini molti riti e consuetudini, lo schiavo entrava in famiglia

mettendolo in presenza della divinità domestica: quindi gli si versava

sulla testa dell’acqua lustrale e divideva colla famiglia la focaccia

e le frutta. Prendeva poscia parte alle preghiere ed alle feste della

casa, come Cicerone ricordò in quelle espressioni _Ferias in famulis

habento_[95], e così il focolare proteggeva pur esso, e la religione

dei Lari apparteneva tanto a lui che al padrone: _quum dominis, tum

famulis religio Larum_[96], di qui il diritto dello schiavo ad essere

sepolto nel sepolcreto della famiglia.

Lo schiavo apparteneva come cosa al padrone, il quale però poteva

venderlo, punirlo e uccidere perfino. Ecco il conto che ne faceva

Giovenale e che riassume la generale estimazione che si aveva di essi:

_Pone crucem servo. Meruit quo crimine servus_

_Supplicium? quis testis adest? quis detulit? audi:_

_Nulla satis de vita hominis cunctatio longa est._

_O demens! ita servus homo est? Nihil fecerit: esto_

_Sic volo, sic jubeo; stet pro ratione voluntas_[97].

Non poteva lo schiavo scendere in giudizio, non contrar matrimonio;

e l’unione sua era come semplice relazione di atto e dicevasi

_contubernium_, nome che, secondo Columella, significava anche il

domicilio di una coppia di schiavi, maschio e femmina[98].

Tuttavia ho già in addietro reso conto della legge Petronia, forse

del tempo d’Augusto, perocchè non mi consti che gli scrittori ne

accertassero l’epoca di sua promulgazione, e la quale comminava severe

pene a chi vendesse schiavi per farli combattere contro le belve

nel circo e vietava punirli di morte, senza permesso di magistrati,

classificandolo anzi come _crimen publicum_: qui era l’opportunità di

ricordarla di nuovo.

E fu il principio d’un miglior trattamento, finchè Ulpiano ebbe a

consegnare nelle sue opere questa ancor più umana sentenza: _ipsi servo

facta injuria inulta a prætore reliqui non debuit_[99].

Nondimeno, malgrado però che la giurisprudenza riconoscesse in

progresso di tempo che lo schiavo fosse un uomo, in pratica non poteva

togliersi di dosso mai la qualità di schiavo, nè considerarsi eguale

all’uomo libero.

Eranvi molti modi di diventare schiavo. Lo si era per nascita,

quando la madre al momento del parto fosse schiava; lo divenivano i

prigionieri di guerra, come già dissi altrove; i cittadini che non

si prestavano al censimento od alla leva; la persona libera che si

lasciava vendere per frode onde rivendicare in seguito la libertà e

finalmente, pel senato-consulto Claudiano, la donna libera che viveva

in concubinato collo schiavo d’un terzo e rifiutava separarsene

malgrado gli avvertimenti del padrone. I condannati a morte, alle

miniere, alle bestie, al circo, diventavano schiavi della pena, _servi

pœnæ_.

Tutto ciò che acquistava lo schiavo, l’acquistava per il padrone; ma

come già narrai nel capitolo delle _Tabernæ_, essendo la gran parte

della popolazione industriale schiava, i padroni trovavano di loro

convenienza di interessare i loro schiavi nei profitti delle loro

industrie e di lasciar loro la libera disposizione d’un peculio,

il qual valeva ad alimentare il lavoro loro. Se lo schiavo agiva in

suo proprio nome, in caso di frode veniva perseguitato coll’_actio

tributoria_; ma se agiva come mandatario del suo padrone, era obbligato

come qualunque altro mandatario.

Gli schiavi si compravano sul mercato, ivi portati dagli speculatori

e dai pirati e, se provenienti da nazione indipendente, godevano di

miglior favore. Gli schiavi spagnuoli e côrsi costavano poco, perchè

facili al suicidio per sottrarsi alla schiavitù; ma i Frigi lascivi e

le gentili Milesie erano in comparazione carissimi. Fu stabilita in

seguito una tariffa secondo l’età e la professione; sessanta soldi

d’oro per un medico, cinquanta per un notaio, trenta per un eunuco

minore de’ dieci anni, cinquanta se maggiore.

Ho detto più sopra che anche speculatori recavano gli schiavi al

mercato; ne recherò due esempj di reputati uomini: Catone li comperava

gracili ed ignoranti e fatti gagliardi ed abili, li rivendeva; Pomponio

Attico, l’amico di Cicerone, faceva altrettanto, per rivenderli

letterati.

Nella casa gli schiavi compivano tutti gli uffizii dai più elevati

agli umili; _sed tamen servi_, come diceva ne’ paradossi Cicerone,

parlando di quelli che erano applicati a’ più nobili servigi; epperò

ve n’erano varie classi. _Vernæ_ chiamavansi gli schiavi nati nella

casa del padrone; _ascrittitii_ quelli che per lo spazio di 30 anni

stavano in un campo e non potevano vendersi che col fondo; _consuales_

quelli che servivano al Senato; _ordinarii_ quei dell’alta servitù,

e avevan sotto di essi altri schiavi; _vicarii, mediastini_, quelli

che esercitavano opere vili nella casa. Ciascun uffizio dava il nome

allo schiavo: _nomenclator_ era quello che ricordava ed annunziava i

nomi di coloro che giungevano, ed alla cena il nome e i pregi delle

vivande; _ostiarius_ e _janitor_ il portinajo, _atriensis_ quello che

stava a cura dell’atrio ed aveva la sorveglianza degli altri schiavi;

_tricliniarchas_ il servo principale a cui spettava la cura di ordinare

le mense e la stanza da pranzo, _archimagirus_ il maestro de’ cuochi

o sovrintendente alla cucina, _dispensator_ il credenziere, _pronus_

il cantiniere, _viridarius_ e _topiarius_ lo schiavo il cui officio

particolare consisteva nell’occuparsi dell’_opus topiarium_, che

comprendeva la coltura e conservazione delle piante e degli arboscelli,

la decorazione dei pergolati e de’ boschetti, _anagnostæ_ erano i

lettori, _notarii_ o _librarii_ gli schiavi segretari del padrone,

_silentiarius_ quel che manteneva il silenzio e impediva i rumori:

per servigio poi delle dame, la _jatromæa_ era la schiava levatrice;

le _cosmetæ_ e le _psecæ_ le schiave il cui ufficio era attendere

alla toaletta delle signore ed ajutarle a vestirsi ed ornarsi, come

sarebbero le nostre cameriere; _sandaligerulæ_ quelle che portavano

le pantofole delle loro padrone, seguendole quando uscivan di casa;

_vestispicæ_ quelle che curavano e rimendavano gli abiti della

padrona; _vestisplicæ_ quelle che le custodivano, o come diremmo noi,

guardarobiere; _ornatrices_ le schiave che attendevano all’acconciatura

del capo della padrona, _focaria_ la guattera, ecc.

V’erano poi i _pædagogiari_, giovani schiavi scelti per la bellezza

della persona ed allevati nella casa dei grandi signori a’ tempi

dell’impero per servir da compagni e pedissequi dei figliuoli de’ loro

padroni, come anteriormente v’erano i _pædagogi_, che vegliavan alla

cura ed agli studj de’ medesimi, i _flabelliferi_, giovinetti d’ambo i

sessi, che portavano il ventaglio della padrona, i _salutigeruli_ che

recavano i saluti e i complimenti agli amici e famigliari del padrone;

i _nani_ e _nanæ_, pigmei cui si insegnavano musica ed altre arti per

diletto de’ padroni; _fatui, fatuæ_ e _moriones_ erano quelli idioti

deformi che si tenevano per ispasso, i quali

_acuto capite et auribus longis_

_Quæ sic moventur, ut solent asellorum_

come li descrisse Marziale[100]; il _coprea_, o giullare per movere a

riso; perfino gli _ermafroditi_, che talora erano artificiali.

Nè son qui tutti, perchè il Gori nella sua _Descriptio columbarii_, il

Pignario _De Servis_ e il Popma, _De servorum operibus_, enunciassero

con particolari nomi almeno ventitre specie di ancelle e più di

trecento di schiavi.

Quale poi gli schiavi ricevessero trattamento, può essere immaginato,

ricordando solo che Antonio e Cleopatra sperimentassero sui loro

schiavi i veleni, che Pollione ne facesse gittare uno alle murene

per avergli rotto un vaso murrino, e che Augusto, che di ciò lo ebbe

a rimproverare, non ristasse tuttavia di farne appiccare uno che gli

aveva mangiata una quaglia. Negli _ergastuli_ poi si accatastavan la

notte schiavi e schiave a rifascio, i più cattivi destinati alla fatica

de’ campi e incatenati, epperò detti _compediti_; e Seneca rammenta i

molti ragazzi schiavi, che dovevano aspettare da’ loro padroni, usciti

alterati dalle orgie, infami oltraggi. Vecchi poi, od impotenti, si

abbandonavano barbaramente a morire d’inedia.

Ho già detto altrove in questa opera il numero strabocchevole di essi;

ma a persuaderci della quantità, giovi il citare quel detto di Seneca

che avrebbesi dovuto paventar gran pericolo se gli schiavi avessero

preso a contare i liberi: _quantum periculi immineret si servi nostri

nos numerare cœpissent_[101]; ed era per avventura ad ovviare un

tale pericolo, che non venne adottato che gli schiavi avessero abito

particolare e distinto dai liberi. Infatti sa già il lettore, per

quanto n’ebbi già a dire, delle diverse insurrezioni di schiavi e delle

guerre servili che diedero grande travaglio ed a moltissimo temere di

propria sicurezza e libertà a Roma.

Ma la condizione miserrima di schiavo poteva in più modi cessare.

La legge rendeva libero lo schiavo che indicava l’assassino del suo

padrone, un rapitore, un monetario falso, od un disertore. Claudio

imperatore dichiarò libero lo schiavo che era stato vecchio ed infermo

abbandonato dal proprio padrone. Così diveniva libera la donna che il

padrone avrebbe voluto prostituire. Anche la prescrizione era un modo

di vindicarsi in libertà. Ma il modo più comune era l’affrancamento,

ed anche questo operavasi in tre guise: _vindicta, censu, testamento_.

La prima era una rivendicazione simulata dello schiavo che il pretore

abbandonava all’_assertor in libertatem_, rinunziando il padrone a

sostenere il suo diritto; le altre due consistevano a dichiarare come

affrancato lo schiavo, quando si compiva l’operazion del censimento, od

a legargli la libertà per testamento. Quattro anni dopo l’era volgare,

la legge _Ælia Sentia_ e quindici anni dopo di questa, la legge _Junia

Norbana_ crearono una mezza libertà per gli schiavi fatti liberti senza

aver esaurite le pratiche legali.

In quanto alla formula dell’affrancamento per _vindicta_, consisteva

nel condurre il padrone avanti il pretore od altro magistrato

competente lo schiavo che voleva affrancare e ponendogli la mano sulla

testa che aveva fatto prima radere, o sovr’altra parte del corpo e

pronunciare le parole sacramentali: «Io voglio che quest’uomo sia

libero e goda dei diritti di cittadinanza romana» e così dicendo lo

faceva girar su di sè stesso come per scioglierlo colle sue mani, e

il magistrato, o per lui il pretore, lo toccava tre o quattro volte

colla bacchetta, _vindicta_, segno del potere, alla testa e con ciò

restava ratificato l’atto del padrone e lo schiavo era libero. Questa

che dicevasi _manumissio_ gli conferiva i diritti di cittadino in modo

irrevocabile, ma aveva vincoli indistruttibili verso il suo antico

padrone. Se questi doveva difenderlo in giustizia e proteggerlo contro

ogni abuso del potere; il liberto doveva personalmente a lui deferenza

ed assistenza, non intentargli azione diffamatoria; venirgli in ajuto

di denaro, e se lo avesse ingiuriato, veniva multato d’esiglio, e di

condanna alle miniere, se avesse contro lui commesso atto di violenza,

e di ricaduta in ischiavitù, se colpevole di atti più gravi.

Finalmente partecipavano alla famiglia i Clienti. Ho già altrove in

quest’opera detto qualcosa di loro istituzione facendola rimontare ai

tempi di Romolo: ma forse a chi considera che la clientela sussisteva

dapprima in Grecia e nel restante d’Italia, parrà che essa fosse una

istituzione ancora più antica. Uopo è peraltro non si confondano i

clienti del primo tempo con quelli dell’epoca di Orazio. Quelli erano

piuttosto una specie di servi attaccati al padrone e quindi associati

alla religione ed al culto della famiglia. Avevano però le stesse

cose sacre del patrono, del quale anzi dividevano il nome, quello

aggiungendo della famiglia di lui. Nascevano per tal modo cotali

relazioni di reciprocanza e doveri, che il patrono non poteva persino

testimoniar in giudizio contro il cliente, mentre non lo fosse conteso

contro il cognato, perchè costui essendo legato da vincoli solo di

donna, non ha parte alla religione della famiglia, giusta il concetto

di Platone che la vera parentela consiste nello adorare gli stessi dei

domestici. Il patrono aveva pertanto l’obbligo di proteggere in tutti i

modi il cliente, colla sua preghiera come sacerdote, colla sua lancia

come guerriero, colla sua legge come giudice, e l’antico comandamento

diceva: se il patrono ha fatto torto al suo cliente, _sacer esto_,

ch’ei muoja.

I clienti del tempo d’Orazio erano invece gente che si legava alla

fortuna del patrono, non propriamente servi, ma persone che speravano

protezione da lui, che gli porgevano offerte e sportule e che ne

assediavano la casa dai primi albori del giorno e gli facevano codazzo

d’onore quando appariva in publico: ma a vero dire, per quel che ne ho

detto più sopra, non c’entravano punto colla vera famiglia.

Abbiamo così passato in rassegna gli individui tutti, ed abbiamo

menzionate le discipline che regolavano la famiglia; abbiamo sentito un

riflesso di quanto era quel calore di vita morale che animava la casa;

or vediamone gli usi e le consuetudini della vita materiale.

Già il lettore conosce come si impiegasse la giornata e la sua

ripartizione generalmente accettata: conosce come il facoltoso e il

patrono avessero i proprj clienti e ricevesseli fin dalle prime ore del

mattino, questo comprendendo gli offici antelucani: sa del tempo degli

affari, di quello del pranzo, della pratica al foro e alla basilica,

del bagno, degli esercizi corporali, della cena e del passeggio, per

quanto ne ho già detto in addietro; resta a completarsi il quadro

domestico, col far assistere il lettore al triclinio, additandogli,

come si costituisse, che cosa vi si mangiasse, cosa il rallegrasse;

col dirgli degli abiti degli uomini e poscia co’ sollevare la cortina

del gineceo, per farlo spettatore della toletta d’una dama pompejana, e

quando dico pompejana, dico anche romana, perocchè si sappia — e l’ho

già più volte ripetuto — che uomini e donne delle provincia e delle

colonie si fossero perfettamente conformati ai costumi ed abitudini

dell’urbe, della città, cioè, per eccellenza, Roma.

Vi sarebbe tutto un trattato a comporre per dire convenientemente dei

pasti e banchetti de’ Romani, sì publici che privati, e infatti la

nostra letteratura vanta fra i testi di lingua le lezioni di Giuseppe

Averani _Del vitto e delle cene degli antichi_[102], delle quali mi

varrò alquanto pur io in queste pagine, e malgrado la molta erudizione

di lui e il sapere, non fu tutto da lui scritto nell’argomento. Io

vedrò modo di riassumere in breve quello che meglio importi di sapere.

Anzi tutto non posso passarla dallo accennare come il pasto si

ritenesse l’atto religioso per eccellenza. Opinione eguale o di

poco difforme è quella di parecchi padri della Chiesa Cristiana,

che dissero che mangiare è pregare e che pur il soddisfare a queste

necessarie pratiche abbiasi a fare alla maggior gloria di Dio. Era

inteso che a’ domestici prandj intervenisse sempre il genio tutelare

della casa, i lari o penati che si voglian dire. Era il focolare che

aveva cotto il pane e preparati gli alimenti; così a lui si doveva una

preghiera tanto al principio che alla fine del pasto. Prima di esso si

deponevano sull’altare le primizie del cibo, prima di bere si spargeva

la libazione del vino. Era la parte dovuta al dio. Erano antichissimi

riti: Orazio, Ovidio, Petronio cenavano ancora davanti al loro focolare

e facevano la libazione e la preghiera[103].

Come in tutti i popoli primitivi, anche i primi Romani eran sobrii

e frugali, paghi della sola polenta, ciò che in seguito si tenne per

indizio di barbarie:

_Non enim hæc pultiphagus opifex opera fecit barbarus_[104]

e dopo, la questione del mangiare venne poco a poco così crescendo, da

costituire una preoccupazione continua della loro esistenza, ed anzi

da considerare i varii pasti come altrettanti atti di pietà. È inutile

osservare come in questo punto di religione fossero esatti e scrupolosi

osservatori. Ebbero quindi il pasto del benvenuto pel viaggiatore che

arrivava; quello d’addio pel viaggiatore che partiva; banchetto di

condoglianza nove giorni dopo i funerali, banchetto dopo i sacrificj,

banchetto anniversario della nascita, banchetto d’amici, di famiglia,

di cortigiani, insomma banchetti per tutte le occasioni. Persino la

gioventù, la procace gioventù romana, tanto dedita alle lascivie, al

dir di Orazio, era tuttavia ancor più ghiottona:

_Donandi parca juventus_

_Nec tantum Veneris, quantum studiosa culinæ_[105].

Tanto, in una parola, si trasmodò, che si dovette dal governo imporre

de’ freni alla gola. Già ho detto più sopra che fosse obbligatorio il

cenare a porte aperte sotto gli occhi di tutti; poi le leggi Orchia,

Fannia e Didia e Licinia, Anzia e Giulia prescrissero il numero di

convitati e la spesa dei banchetti privati, e il genere delle vivande,

esclusa l’uccellagione. Tiberio allargò meglio la mano e lasciò che

le spese fossero alquanto maggiori; ma con tutti questi freni, ognun

sa quanto lusso e quanta spesa si facesse da’ facoltosi romani. Basti

per tutti rammentare L. Lucullo. Egli aveva diversi cenacoli, e ognuno

di essi importava una determinata spesa quando vi si doveva cenare.

Quando ciò seguiva e. g. nella sala d’Apollo, era prefisso che la cena

costar dovesse trentaduemila lire della moneta di oggi. Che si dirà poi

de’ pazzi imperatori che, morta la republica, ressero le sorti romane?

Caligola in una cena gittò un milione e cinquecentosessantaduemila

lire delle nostre, il tributo cioè di tre provincie; Nerone e Vitellio

intimavano cene a’ loro cortigiani che costavano circa settecentomila

lire, e quel più pazzo imperatore che fu Eliogabalo non ispendeva meno

di lire sedici mila nella cena di ciascun giorno.

L’asciolvere chiamavanlo essi _jentaculum_ e facevanlo al mattino;

il pranzo, _prandium_, che sarebbe piuttosto la nostra seconda

colazione, seguiva all’ora sesta del giorno, cioè sul meriggio; per

taluni ghiottoni e per gli operai eravi più tardi la _merenda_, specie

di colazione che di poco precedeva la _cœna_, che era il pasto più

abbondante della giornata, il nostro pranzo odierno, verso l’ora nona

o la decima, cioè tra le tre e le quattro pomeridiane; ciò che non

toglieva che molti vi facessero succedere anche la _commissatio_,

colazione notturna, quella che noi chiamiamo la cena.

Poichè siam sull’argomento del mangiare, credo dir qualcosa dapprima

de’ conviti publici de’ Romani, quantunque, a vero dire, non si

contenga ciò nell’argomento delle case, di cui principalmente

trattiamo.

Si facevano essi da’ sacerdoti, da’ magistrati e poi si fecero talvolta

dagli imperatori.

I primi si chiamavano _adiciali_, perchè s’aggiungevano a’ banchetti

consueti molte vivande e avvenivano allora che i sacerdoti imprendevano

l’ufficio. Le più sontuose eran quelle de’ Pontefici, come è detto in

Orazio:

_Absumet heres cœcuba dignior_

_Servata centum clavibus, et mero_

_Tinget pavimentum superbo_

_Pontificum potiore cœnis_[106].

Nè minori eran quelle de’ Salii, testimonio lo stesso Orazio:

. . . _nunc Saliaribus_

_Ornare pulvinar Deorum_

_Tempus erat dapibus, sodales_[107].

Imbandivano le cene i magistrati al popolo quando conseguivan la

carica, come ho già fatto conoscere ne’ capitoli del teatro, e

come nota Cicerone nella quarta Tusculana in quelle parole: _Deorum

pulvinaribus, et epulis magistratuum fides præcinunt_[108]. Averani

ricorda che Marco Crasso sublimato al consolato, sacrificando ad

Ercole, apparecchiasse diecimila tavole, onde i convitati non dovessero

essere meno di cencinquantamila.

Più superbi e costosi erano i banchetti offerti al popolo da’

trionfanti. Prima però si convitavano i soli amici, come nel libro

_Delle Guerre Cartaginesi_ scrisse Appiano, parlando di Scipione,

che arrivato in Campidoglio, terminò la pompa del trionfo, ed egli,

secondo il costume, banchettò quivi gli amici nel tempio. Lucio Lucullo

distribuì al popolo oltre a diecimila barili di vino greco, allora

in gran pregio, che si beveva parcamente, e ne’ più lauti conviti una

volta sola. Giulio Cesare, che menò cinque magnificentissimi trionfi,

banchettò sempre il popolo, e in quelli che furono dopo il ritorno

d’Oriente e di Spagna imbandì ventidue mila tavole o triclini, come

riferisce Plutarco, con isquisite vivande e preziosi vini, sedendovi,

cioè, non meno di trecentotrentamila persone. Plinio, in aggiunta di

questo trionfo e di quello di Spagna e nel terzo consolato afferma che

_Cæsar dictator triumphi sui cœna, vini Falerni amphoras, Chii cados

in convivia distribuit. Idem Hispaniensi triumpho Chium, et Falernum

dedit. Epulo vero in tertio consulatu suo Falernum, Chium, Lesbium,

Mamertinum_[109].

Svetonio poi ricorda di lui che banchettasse il popolo anche in

onoranza della morte della propria figliuola.

In quanto agli imperatori, si sa di Tiberio che mandando a Roma

gli ornamenti trionfali, banchettò il popolo, e Livia e Giulia

banchettarono le donne: si sa degli altri che convitavano i senatori,

cavalieri e magistrati nella loro esaltazione, come Caligola e

Domiziano, secondo cantò Stazio:

_Hic cum Romuleos proceres, trabeataque Cæsar_

_Agmina mille simul jussit discumbere mensis_[110].

V’erano anche, oltre i surriferiti, de’ banchetti di cerimonia, detti

_epulæ_, ma erano, a vero dire, banchetti sacri, dati in onore di numi

in certe feste religiose. Dicevansi _triumviri æpulones_ i sacerdoti

incaricati di tali banchetti. Silla e Cesare istituirono poi, il

primo de’ settemviri, il secondo dei decemviri, onde ammanire siffatti

banchetti sul Campidoglio in onore di Giove. _Dapes_ appellavansi più

propriamente gli alimenti che durante la festa s’offrivano agli dei.

Veniamo ora alle cene private.

_Triclinium_ chiamavasi, come già sa il lettore, la sala da pranzo,

e le mense costituivansi di tre letti, _lecti tricliniares_, riuniti

insieme in guisa da formare tre lati di un quadrato, lasciando uno

spazio vuoto nel mezzo per la tavola e il quarto lato aperto, perchè

potessero passare i servi a porre su quella i vassoi. V’erano anche

i biclinii o lettucci da adagiarvisi due persone a’ lor desinari, e

Plauto menziona il _biclinium_ nella commedia _Bacchides_, atto IV, sc.

3, vv. 84-117.

Diverse stanze tricliniari si scoprirono, come vedemmo, in Pompei,

quasi tutte piccole ed offriron la particolarità che, invece di letti

mobili, avessero stabili basamenti per adagiarvisi i convitati.

Questi triclinii ammettevano raramente molte persone: sette il più

spesso, nove talvolta; onde il vecchio proverbio _Septem convivæ,

convivium; novem, convicium_; ossia: sette, banchetto; nove, baccano.

Ecco, ad esempio, la forma del _triclinium_, o tavola, e la

distribuzione del banchetto di Nasidieno, secondo la descrizione che ne

è fatta nella satira VIII del libro II d’Orazio:

-------------- -------------

| 2 | | 3 |

| V. Turinio | | Porcio |

|------------| |-----------|

| 1 | | 2 |

| Fundanio | | Nasidieno |

|------------| |-----------|

| 3 | | 1 |

| Vario | | Nomentano |

--------------------------------------------------------------

_Lec. | 3 | 1 | 2 | _Lectus

summus_ | S. Batatrone | Mecenate | Vibidio | imus_

-------------------------------------

_Medius Lectus._

Da ciò si vede, come non sedessero, ma giacessero a tavola, e per

istare alquanto sollevati si appoggiavano col gomito sinistro al

guanciale. Solo le donne stavano prima assise, ma poi imitarono presto

gli uomini: i figli e le figlie pigliavano posto a piè del letto; ma

sino all’epoca in cui ricevevano la toga virile restavano assisi.

Queste mense erano spesso di preziosa materia e di ingente lavoro. Così

le descrive Filone nel _Trattato della vita contemplativa_, citato

dall’Averani: «Hanno i letti di tartaruga o di avorio, o d’altra più

preziosa materia, ingemmati per lo più, coperti con ricchi cuscini

broccati d’oro e mescolati di porpora o tramezzati con altri vaghi e

diversi colori per allettamento dell’occhio.» — Che ve ne fossero anche

d’oro lo attesta Marziale nel libro III de’ suoi _Epigrammi_, epigr.

31:

_Sustentatque tuas aurea mensa dapes_[111].

Eguale era la ricchezza nelle altre suppellettili e nei vasi: usavano

bicchieri e coppe di cristallo egizii e di murra, — che molti dotti

e gravi scrittori reputano possa essere stata la porcellana, ciò

potendosi confermare coi versi di Properzio:

_Seu quæ palmiferæ mittunt venalia Thebæ_

_Murrheaque in Parthis pocula cocta focis_[112], —

tazze d’argento e d’oro, cesellate o sculte mirabilmente e tempestate

di gioje e il vasellame tutto di non dissimil lavoro.

Nè bastavano queste preziosità, perocchè si giungesse anche a disporre

le soffitte de’ triclini in modo che si rivolgessero e rinnovassero,

come si adoprerebbe da noi degli scenari in teatro, e l’una appresso

all’altra si succedesse ad ogni mutar di vivanda. Ce lo dice

Seneca: _Versatilia cœnationum laquearia ita coagmentat, ut subinde

alia facies, atque alia succedat et toties tecta quoties fercula

mutentur_[113]. Come reggessero a tutte queste infinite portate,

ciascuna ricca di molte vivande, lo spiega l’invereconda costumanza,

pur menzionata da Cicerone ad Attico, di provocarsi con una piuma il

vomito.

Poichè sono a dire de’ _Fercula_, o portate, uopo è sapere fossero

essi come barelle piene di piatti di diverse vivande. Petronio, nel

_Satyricon_, alla cena di Trimalcione, ne descrive una che conteneva

dodici statue, da’ nostri scalchi addimandate trionfi, ciascuna delle

quali portava varii piatti. Ma Eliogabalo, scrive Averani, siccome uomo

per golosità e prodigalità sovr’ogn’altro mostruoso, in un convito mutò

ventidue volte la mensa di vivande: e vuolsi osservare che ciascheduna

muta di vivande era per poco una splendida cena; e però ogni volta

si lavavano, come se fosse terminata la cena. Questi ventidue serviti

rispondevano alle lettere dell’alfabeto, venendo in tavola prima tutte

le vivande, delle quali i nomi cominciano per _A_, e poscia quelle i

cui nomi principiano per _B_ e simigliantemente le susseguenti fino

a ventidue. Si legge una simile bizzarria nelle cene di Geta; e pare

che Giovenale per avventura accennasse che l’usassero i golosi del suo

tempo, scrivendo nella satira undecima:

_Interea gustus elementa per omnia quærunt_

_Numquam Animo pretiis obstantibus_[114].

Tornando alle soffitte, Nerone immaginò di far iscendere dalle medesime

una pioggia d’unguento e di fiori, per diletto de’ convitati. Svetonio

lo ricorda nella vita di questo Cesare, e il costume fu adottato, e

come nei teatri, pioggia di croco e d’altre profumate essenze tolsero

alle nari de’ voluttuosi conviva i graveolenti odori dei diversi cibi.

Per mettersi a tavola non si tenevano tampoco gli abiti ordinarj:

ognuno vestiva una toga leggiera, detta _synthesis_, o _cœnatoria_,

che veniva fornita o dal padrone di casa, o che il convitato si

faceva recare dal proprio schiavo. I bassorilievi e i dipinti di

banchetti, che si trovarono o giunsero sino a noi, spiegano com’essa

lasciasse o la parte superiore del corpo nuda, o più abitualmente non

avesse cintura, talvolta avesse e talvolta non avesse maniche. Ne’

pasti dimettevansi persino gli abiti di lutto, acciò la mestizia non

producesse indigestione. Si levavano i calzari, _calcei_, per mettere

dei sandali, _soleæ_, che poi si abbandonavano, a miglior pulitezza

de’ preziosi tappeti, atteso che nel cavare i calzari, che Petronio

dice alessandrini, giovani schiavi versassero sì alle mani che ai

piedi acqua fresca ed anche gelata, sovente profumata. E profumi,

come essenze di nardo e di croco, spargevansi su’ capegli, che poi

incoronavan di rose, fiori ed erbe odorose che serbavano durante tutta

la cena. Anche il pavimento era tutto sparso di fiori e credevasi

che questi fossero altrettanti preservativi contro l’ebrietà. Dopo

spiegavansi le tovaglie, _mantilia_, portavasi i tovagliolini, _mappæ_,

che troviam ricordati da Marziale nel seguente epigramma:

_Attulerat mappam nemo, dum furta timentur:_

_Mantile e mensa surripit Hermogenes_[115].

Le tovaglie erano talvolta bianche come le nostre, molti nondimeno le

avevano di porpora o di broccato d’oro.

Fatti questi preparativi, ne’ banchetti più solenni, costumavasi

eleggere il re del festino: si portavano i dadi od astragali, _tali_,

e si gettavano le sorti per la scelta. Non avevano i dadi che quattro

faccie piane; 1 e 6 su due faccie opposte; 3 e 4 sulle due altre; 2 e

3 non erano segnati; ma quattro tali si gettavano insieme. Il miglior

tiro, chiamato _venus_, avveniva quando ciascuna faccia presentava un

numero differente, come, 1, 3, 4, 6 e chi l’otteneva veniva dichiarato

re. Era il tiro peggiore detto _canis_, quando tutti e quattro i numeri

riuscivano gli stessi. _Fritillus_ dicevasi il bossolo, entro cui

agitavansi gli astragali e da cui si gittavano sulla tavola.

Eletto il re, tutti gli altri convitati dovevano, sotto pena d’ammenda,

eseguire gli ordini suoi. Egli fisserà il numero delle coppe che si

dovranno bevere, comanderà ad uno di cantare, all’altro, se poeta,

di improvvisar versi, designerà la persona, in onor della quale si

dovrà brindare. Se taluno infrangeva gli ordini, veniva dal re multato

nel bere un nappo di più e dicevasi _cuppa potare magistra_. Non si

confonda il re del convito col _Tricliniarcha_, che era quegli che

aveva su tutti gli altri servi addetti al banchetto la maggioranza e

l’amministrazione della mensa.

La cena regolare, _cœna recta_, componevasi, oltre del pane che

portavansi ne’ canestri, come c’insegna Virgilio

. . . . _Cereremque, canistris_

_Expediunt, tonsisque ferunt mantilia villis_[116],

il più spesso di tre serviti, talvolta fin di sei. Valeva il primo a

solleticar l’appetito e cominciavasi per consueto colle ova, onde venne

l’espressione d’Orazio _cantare ab ovo usque ad mala_, cantar dalle ova

alle frutta, e la attuale nostra _cominciare ab ovo_, per significare

che si pigliavan le mosse del dire dal principio più lontano; ma poi si

capovolse e le ova si recarono in fine. Poi seguivan lattuche, fichi,

olive, radici, ortaggi e salse acri e stimolanti la fame, secondo

avverte Orazio:

_Acria circum_

_Rapula, lactucæ, radices, qualia lassum_

_Pervellunt stomachum, siser, alec, fæcula coa_[117].

Cicerone conta in questo primo servito, ch’ei chiama _promulsidem_, dal

vin melato, _mulsum_, che si beveva, Petronio _gustationem_, Apuleio

_antecœnia_, Varrone _principia convivii_ e Marziale _gustum_, come

noi appelleremmo antipasto e i francesi _hors-d’œuvre_; conta, dicevo,

anche la salsiccia, nell’_epistola_ 16 del libro IX: I[118].

Il secondo servito, o anche _secunda mensa_, costituiva il pasto

sodo, e componevasi d’arrosti di vitella, di lepre, di oche, tordi,

pesci, gigotti e cosiffatte leccornie, delle quali parla distesamente

Ateneo nel libro XIV delle _Cene dei Savi_. E contavansi in esse le

pasticcerie, i latticinj, e mille cose dolci, che comprendevano sotto

il nome di _bellaria_. Non essendo ancor conosciuta la manipolazione

dello zuccaro, sebbene se ne avesse notizia come esistente presso gli

Indiani, servivansi in quella vece del miele, che sapevano impiegare

maravigliosamente[119]. — Noto qui che se aveansi coltelli e cucchiai,

non consta che conoscessero la forchetta; onde avendo a prender tutto

colle mani, Ovidio raccomanda agli amanti, che il faccian con grazia

affine di non lordarsi il viso.

Qui potrebbesi tutto distendere un trattato di gastronomia romana e

pompejana, ricordando i piatti più succulenti e peregrini di carni,

di selvaggina e di pesci, rammentando gli eroi della cucina, gli

Apicii[120], (i Carême e i Vatel di allora), onde anzi fu detta l’arte

culinaria arte d’Apicio, da quello principalmente vissuto sotto Augusto

e Tiberio, che consumò per la gola un ingente patrimonio, e giunto alle

ultime duecentocinquantamila lire, preferì uccidersi di veleno, anzi

che non potervi più soddisfare e lasciando dietro di sè un partito

fra i cuochi; ma cadrei troppo in lunghezze. Oltre di che già sa il

lettore dei cinghiali che Antonio faceva ad ogni ora cucinare per

averne uno pronto ad ogni istante; sa del garo pompejano, di cui già

gli tenni parola; delle murene che si ingrassavano ne’ vivai ed alle

quali Pollione gittò uno schiavo; e persino della grossa perla che il

figliuol del comico Esopo, strappata dall’orecchio della sua amica

Metella e stemprata nell’aceto, e che Orazio tramandò ricordata a’

posteri ne’ versi che piacemi rammentare:

_Filius Æsopi detractam ex aure Metelli_

_(Scilicet ut decies solidum exsorberet), aceto_

_Diluit insignem baccam_[121].

Gusto del resto pur diviso da Cleopatra e da Caligola, di cui narra

Svetonio: _Pretiosissimas margaritas aceto liquefactas serbabat_[122].

Egualmente dovrei dire de’ vini; ma già il lettore non ha dimenticato

che ne’ capitoli della Storia io l’avessi ad erudire dei tanti

e celebrati vini che produceva la Magna Grecia, del Falerno, del

Sorrentino, del Massico, del Celene, del Cecubo, del Pompejano, che

bevean in coppe coronate di fiori, sicchè allora aveva ragione di

chiamarsi questa nostra Italia _Ænotria_, quasi regione dei vini;

ma non pareva bastassero alla gola di que’ ghiottoni che furono i

Romani, se ne tirassero da Grecia, se dalla Rezia che comprendeva i

vini del Benaco e bresciani, i quali oggidì, se meglio conosciuti,

rivaleggerebbero co’ meglio rinomati di Germania e di Francia, dalla

Spagna, dalle Baleari, dalla Linguadoca e dalle Gallie, e tutti

ambissero di vecchia data, sì che si contassero per consolati e ne

tracannassero all’ubbriachezza uomini e donne, come lasciò Seneca

scritto: _Non minus potant et oleo et mero vires provocant, atque

invitis ingesta visceribus per os reddunt et vinum omne vomita

remediuntur_[123]. Nè priverò di commemorazione a questo punto quel

mio concittadino Novellio Torquato milanese[124], ricordato da Plinio,

ammesso a que’ tempi in Roma a’ primi onori della città, il quale

fu cognominato Tricongio[125], dal bere che faceva tre cogni di vino

tutto d’un fiato, senza nè riposarsi, nè respirare, nè lasciarne pur

una gocciola nel boccale da gittare in terra per far quel rumore che

addimandavano _cottabo_.

E a tutte queste sontuose mense private servivano molti schiavi, al

cenno del tricliniarca.

Prima era il _coquus_, che nella cucina confezionava le vivande e il

cui valore, al dir di Plinio, fu tempo che s’agguagliò alla spesa d’un

trionfo; poi il _lectisterniator_, che sprimacciava i letti su cui

giacevano i commensali; il _nomenclator_ che annunziava le vivande

e i loro pregi, il _prægustator_, cui era commesso di gustare i

piatti a tavola, onde conoscere se fatti a dovere ed a tutela che non

ascondessero veleno, lo _structor_ che disponeva le vivande su’ vassoi

nei diversi serviti e collocavali sul portavivande, che Petronio chiama

_repositorium_, e fungeva altresì da scalco, lo _scissor_ che trinciava

le vivande, il _carptor_ che le tagliava in parti; il _pincerna_ o

coppiere che mesceva a’ convitati il vino ed erano per lo più eletti

a tale ufficio i meglio avvenenti e lindi giovinetti schiavi, e il

_vocillator_ che compiva suppergiù la stessa cosa.

I banchetti poi rallegravansi con musicali istrumenti, come alla cena,

già ricordata, di Trimalcione descritta nel _Satyricon_; con danze

di leggiadre e lascive fanciulle, _saltatrices_, celebri in questo le

ballerine _gaditane_, ossia venute da Cadice, come le più avvenenti e

procaci. Donne simili veggonsi rappresentate nelle pitture pompejane, e

per lo più apparivano vestite d’un ampio e trasparente pezzo di drappo,

che sapevano avvolgere talora attorno alla persona in pieghe graziose,

talora lasciavano spandersi a modo d’un velo su parte del corpo, e tal

altra affatto rimovendo dalle membra e facendo svolazzare per aria così

da mostrarle tutte all’occhio degli spettatori. Costume codesto pur in

Grecia vigente allora ed esercitato dalle auletridi, o suonatrici di

flauto, che pria durante il banchetto facevano intendere i suoni delle

loro tibie e quindi, allorchè le vivande e i vini avevano mandati i

fumi alla testa e convertito in orgia il banchetto, si mescolavano a’

lubrici conviva.

Quando poi, per dirla col Parini,

Vigor dalla libidine

La crudeltà raccolse,

si spinse il pervertimento fino a darsi a mensa spettacolo di lotte

gladiatorie, non ischifando avanti il pericolo che il sangue avesse

zampillato fin sulla sintesi e sul _mantile_ o sovra il piatto

medesimo.

A tutte queste distrazioni che allietavano le mense, Plinio il Vecchio,

secondo ne scrisse il nipote nelle sue Epistole, sappiamo com’egli

preferisse udir buone letture d’alcun autore greco o latino. Ma

pochi erano allora del gusto e dell’onestà dell’insubre magistrato e

letterato.

Finita la cena, se ne dividevano gli avanzi dell’ultimo servito fra i

convitati; ciascuno era libero d’inviar quanto gli fosse piaciuto a’

parenti od agli amici. Qualche parasita, che fornì materia alle arguzie

di Marziale, li serbava per goderseli l’indomani.

V’erano poi di quelli che non avevan portato seco il tovagliolo alla

cena, e che poi si intascavano quello che aveva loro fornito il padrone

di casa: e il medesimo Marziale li ha personificati in Ermogene,

quello stesso che già ricordai, il quale non avendo potuto involare i

tovaglioli, perchè nel timore di vederseli rubati, nessuno gli aveva

portati, pur d’esercitare l’industria sua, aveva pensato di rubar la

tovaglia:

_Ad cœnam Hermogenes mappam non attulit umquam_

_A cœna semper retulit Hermogenes_[126].

Ciò fatto, si recavano dagli schiavi i calzari, si accendevano

le torcie per rischiarare i convitati che toglievan congedo

dall’anfitrione e, quand’erano in senno, salutavansi fra loro

augurandosi la salute del corpo e dello spirito.

Sovente erano alla porta attesi da’ loro schiavi con le lanterne di

Cartagine, non tanto per illuminare le tenebre, giacchè allora per le

vie non fosse illuminazione, o per proteggerli dai ladri, quanto per

respingere gli attacchi de’ giovinastri, perocchè a que’ tempi anche

figli di buone famiglie si recassero a piacere di assalire i viandanti

in ritardo, di applicar loro una buona bastonatura, o far loro qualche

cattivo scherzo, come nel primo quarto del nostro secolo vedemmo

praticarsi egualmente in Milano dalla _Compagnia della Teppa_. Si sa

che Nerone imperatore aveva pure di simili gusti, e si camuffava perfin

da schiavo, affine d’abbandonarvisi le notti, e di brutti pericoli egli

corse per ciò, e la sua vita stessa fu posta a repentaglio più d’una

volta.

Rivelati i misteri della mensa antica, cerchiamo adesso di indagare

quelli della toaletta, nè forse riusciranno meno interessanti. Dovendo

ricordare anche le vesti femminili, farò pur un cenno di poi delle

maschili e di quelle particolari agli schiavi e così imporrò fine a

questo capitolo, nel quale la sovrabbondante materia mi affaticò a

contenermi nei limiti proporzionati dell’opera.

Ho già superiormente accennate le diverse schiave od ancelle addette al

servizio delle matrone: ora veggiamole in movimento intorno a queste.

— Sono tutte silenziose e nude fino alla cintura ad attendere il

cenno della padrona che si risvegli sul suo letto d’avorio incrostato

d’oro e di gemme nel _cubiculo_ vicino. Si risveglia finalmente, e,

vinta l’inerzia lasciatale dal sonno, facendo crepitare le dita, le

chiama, e senza far rumore entrano le più favorite _cubiculari_ e

l’aiutano a scendere dalle sofici piume. La sua faccia è ancora tutta

impiastricciata della mollica di pane inzuppata nel latte di giumenta,

che nel coricarsi si è applicata onde serbar morbida e liscia la pelle,

suppergiù come le moderne signore, pel medesimo scopo, si ungono

della inglese pomata, il _cold cream_. Gli adoratori del giorno non

la ravviserebbero in quel punto. Oltre quella maschera screpolata di

disseccata mollica, invano le cerchereste il volume di sua superba

capellatura, nè le ben arcuate sopracciglia, nè le perle della bocca.

A ricostruire la sua bellezza, ella entra nel gabinetto attiguo.

Una schiava ne custodisce l’ingresso, perocchè occhio profano non

debba sorprendere i misteri della sua artifiziata toaletta, giusta il

precetto d’Ovidio, erudito maestro nell’arte d’amare:

_Hinc quoque præsidium læsæ petitote figuræ:_

_Non est pro vestris ars mea rebus iners._

_Non tamen expositas mensa deprendat amator_

_Pyxidas: ars faciem dissimulata juvet._

_Quem non offendat toto fex illita vultu_

_Cum fluit in tepidos pondere lapsa sinus?_[127]

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

_Multa viros nescire decet; pars maxima rerum_

_Offendat, si non interiora tegas_[128].

Anzi, aggiunge il Poeta:

_Tu quoque dum coleris, nos te dormire putemus_[129].

E le cosmete si pongono all’opera. Con tepido latte di giumenta appena

emunto l’una rammollisce le arse molliche della faccia e la lava;

l’altra mastica le pastiglie greche che debbonsi applicare, dopo

avere sullo specchio di metallo fiatato e provato aver ella sano e

profumato l’alito; una terza l’imbelletta col rossetto, _fucus_; una

quarta, sciolto in una conchiglia il nero, le tinge le sopracciglia;

poi v’ha chi pulisce col _dentifricium_ i denti e colloca i posticci

nelle gengive, assicurandoli con un filo d’oro. Il medesimo Ovidio

dell’artificio del liscio ne dettò un poema: _De Medicamine faciei_,

che non ci giunse per altro completo.

Succedono alle cosmete le parrucchiere, _Calamistræ_, ajutate dai

_ciniflones_, dai _cinerarii_ e dalle _psecas_[130]. L’opera loro è

tutto un faticoso lavorio. Scelgono esse il colore ai capelli che

richiede la moda, e però usavan del _sapo_, pallottole di sego e

semi di faggio, per colorirli di un color bruno chiaro; o si facevano

giungere capellature sicambre, quando il color favorito era il rosso e

vi spendevano di grosse somme; oppur si tingevano a celare la canizie.

È sempre lo stesso Ovidio che di tutto ciò ne ammonisce:

_Femina canitiem Germanis inficit herbis;_

_Et melior vero queritur arte color._

_Femina proceda densissima crinibus emptis;_

_Proque suis alios efficit ære suos_[131].

Talvolta disponevano i capelli a ricevere la tintura, lavandoli con

acqua di calce, estirpando prima i canuti colla _volsella_, che noi

diremmo pinzetta. Pettinati, poscia calamistrati, unti e profumati, il

pettine o quello più precisamente detto il _discerniculum_[132] e la

mano industre acconciano in mille fantasie le chiome ed i ricci, spesso

raccolti in reticelle o nastri di seta o di porpora. Vi raffigurano

elmi, _galeri_, grappoli od eriche, _corymbia_, mitre orientali; vi

infiggono spilloni aurei ed effigiati, _acus domatorio_, e topazj

e rubini e ametiste e perle e, dopo tutto, la dama si specchia nel

lucidissimo disco d’argento. Pompei offrì esempi di siffatti specchi

d’argento; uno si rinvenne di forma circolare il più usuale, con

un manico per reggerlo quando si adoperava; altro di forma oblunga

rettangolare, che doveva esser tenuto davanti alla padrona da uno

schiavo, mentre altri aggiustavano la toaletta. Mantenevasi lucente la

superficie dello specchio con una spugna, per consueto attaccata al

telajo dello specchio stesso con una corta cordicella e con polvere

di pomice. Guai alla schiava se le treccie non saranno state ben

rannodate! guai se non ben foggiato il _galerus_, se alcun capello

sfuggirà indisciplinato, se verrà usata lentezza! perocchè la crudele

elegante le punzecchierebbe il seno o le braccia a colpi di spillone,

o la schiaffeggerebbe, quando pure non la rimetterebbe al lorario, che

sospesa la sventurata penzolone pe’ capelli, la flagellerebbe finchè

non piacesse alla padrona di cessare.

Quindi è alle ugne che dona le sue cure e insomma ogni istrumento è

adoprato a diversi altri ufficj, non escluse le essenze, gli olj, i

diapasmi o polveri fine di fiori odorosissimi istropicciati sul corpo,

respingendo l’_epilimna_, perchè unguento della qualità più comune.

Visitando la casa delle Vestali in Pompei, in una camera della terza

corte, si trovò una quantità di questi oggetti di toaletta femminile,

che i Romani compendiavano col nome di _mundus muliebris_: uno dei

suddetti specchi di metallo, decorato nel rovescio d’arabeschi, dei

fermagli d’oro di forma rotonda, degli spilloni d’avorio per i capelli,

un pettine, una cassettina di manteche, vasetti di vetro che contenevan

belletto, boccette d’acqua d’odore, braccialetti d’avorio, orecchini,

_dentiscalpia_ o stuzzicadenti, monili, forbici, ecc., ecc.

Da ultimo entrano i paggi numidi che recano l’uno un vassoio d’argento

con latte per lavarsi le dita che la dama asciuga ne’ capelli ricciuti

di lui, gli altri i cibi dello _jentaculum_, o colazione, e il vin

di Cipro, o retico; e, mentre ella asciolve, si intrattiene o col

filosofo di casa, o col mercante, o coll’unguentario che ha trovato

nuove pomate, o colla sua segreta _veneria_, la schiava che presiede

ai piaceri de’ suoi amori, ed alla quale dischiude le confidenze de’

suoi adoratori, chiedendo se costoro abbian mandato nella mattina i

_salutigeruli_, o tal altro messaggio per lei.

Una breve parola adesso di queste _veneriæ_, perocchè in Pompei più

d’una iscrizione vi faccia cenno. E basti per tutte citare quella

di una Tiche, che fu venerea di Giulia, figlia di Augusto, e allora

nel vederne consacrata la memoria fra tombe cospicue, si è indotti a

conchiudere che la qualità di tali femmine o schiave non dovesse essere

ignobile e turpe, come dovrebbe parere a prima giunta. I costumi del

tempo portavano che le schiave favorite, o liberte, fossero destinate

a tale officio di osceno lenocinio. I lessici non recano, e neppur

quello del Forcellini, spiegazione di sorta di tal nome applicato

a schiava avente incarichi quali ho mentovati; ma, come dissi, ciò

avrebbero rivelato gli scavi pompejani. Notarono per altro i lessici

il _venereum_ come luogo addetto a’ bagni e destinato per avventura

alle amorose voluttà, e si riferirono all’iscrizione da me riportata

nel dire dell’annunzio d’appigionarsi nei predii di Giulia Felice,

dove, fra gli altri molti locali, presso al _balneum_, si ricorda

il _venereum_. E le _venereæ_ erano esse particolarmente addette al

servizio di codesti _venerei_? Nulla di più probabile. Veggasi più

avanti il Capitolo delle Tombe, dove è ricordata quella di Tiche

venerea di Giulia, la figlia di Augusto.

La volta è venuta delle _sandaligerulæ_, delle _vestisplicæ_, e delle

_ornatrices_, le funzioni delle quali ho già al lettore spiegato.

Vediamo adesso i diversi abiti ed abbigliamenti ond’erano chiamate a

vestire ed adornare la loro padrona.

La _tunica_ era per le donne il primo e più indispensabile de’

vestimenti di sotto, e la portavano sempre ed anche in casa. Fu

dapprima di lana, ma dopo le frequenti relazioni coll’Egitto, si mutò

in lino. Gli abiti di seta e i fini e trasparenti tessuti di Cos,

che Petronio chiamò nel suo _Satyricon_ vento tessile, divennero un

oggetto di lusso e di civetteria. Tunica _interior_, chiamata eziandio

_intima_, era quella che vestivasi sotto un’altra tunica, portandosene

fin quattro dalle persone dilicate. Dicevasi anche _intusiasta_ una

specie di camicia o veste che portavano in casa.

La _stola_, ho detto altrove come fosse una lunga veste bianca, che si

portava sopra la _tunica_, e si attaccava sulla spalla a mezzo di un

fermaglio: discendeva fino a terra coprendo ben anche i piedi, ed aveva

fimbrie d’oro e di porpora. Ho già riferito i versi di Ovidio, che così

la ricordano:

_Scripsimus hæc istis, quarum nec vitta pudicos_

_Contingit crines, nec stola longa pedes_[133].

Nell’altro poema _De Arte amandi_, vi accenna in questo distico del

pari:

_Este procul villa tenues, insigne pudoris;_

_Quæque tegit medios, instita longa pedes_[134].

La _calthula_ era un piccolo mantello d’una stofa color della _caltha_,

la _calendula officinalis_ di Linneo, fiore di color giallo.

Il _cerinum_ era un abito di stofa pur gialla.

La _crocota_ era la veste di gala del colore del zafferano, imitata

dalle greche, che la portavano alle feste Dionisiache. Dicevasi anche

in diminutivo _crocotula_.

La _cymatilis_, abito del color dell’acqua marina e di stofa marezzata,

come potrebbe essere il moderno moerro.

La _impluviata_ era veste di color bruno, riquadrata a’ quattro

lati, come appunto l’_impluvium_ d’una casa. Sebbene Varrone parli

dell’_impluvia_ come di un mantello contro la pioggia, pure vi doveva

essere anche l’_impluviata_ o l’_impluvium_ come veste, se così lo noma

Plauto nella scena seconda del secondo atto dell’_Epidicus_.

Ecco in qual modo fa narrare l’incontro di una cortigiana col suo ganzo:

Pompei e le sue rovine, Vol. 3 (of 3) · 第 5 / 55 题