S. GRISOSTOMO.

_A. MOSSO_

—

GLI EFFETTI FISIOLOGICI DEL VINO

(_Conferenza tenuta la sera del 1º marzo 1880_).

Il vino è una bevanda così prelibata, che produce degli effetti

fisiologici, anche prima di averlo bevuto.

Per dimostrare questo fatto con una esperienza, mi basta di rammentare

ad alcuni amici, che sono qui presenti, certe bottiglie di _barolo

stravecchio_ che abbiamo bevuto insieme allegramente. Perchè

l'esperienza riesca con quella pienezza, che è degna di questa

circostanza, dirò loro che alle 9 e mezzo li aspetto per berne qualche

altra bottiglia alla salute della mia serata.

Per discrezione non domando ad alcuno di pronunciarsi sull'esito

dell'esperimento, ma sono certo che la maggior parte di coloro cui erano

dirette le mie parole, sentirono inumidirsi man mano il palato, come se

si sciogliesse qualche cosa sulla lingua. Il fatto che un vino squisito

ci fa venire l'_acquolina_ in bocca al solo pensarci, è un fenomeno che

dipende da una secrezione più abbondante della saliva, la quale sgorga

più copiosa senza alcuna partecipazione della volontà ed in modo affatto

automatico.

Nel 1822 un soldato del Canadà, per nome San Martin, ricevette un colpo

di fucile a bruciapelo che gli aperse l'addome e gli perforò lo stomaco:

in pochi mesi, mercè le cure del dottor Beaumont, guarì completamente,

conservando una apertura nelle pareti addominali, a traverso cui

potevasi vedere comodamente, come da un finestrino, ciò che succedeva

nello stomaco. Per questo soldato fu un vero guadagno, perchè i medici

lo pagavano lautamente per vedere come si compiesse la digestione nel

suo stomaco. San Martin quando ebbe fatto un bel gruzzolo di danaro, li

piantò tutti e se ne ritornò al suo villaggio, dove prese moglie e

divenne padre di numerosa prole.

Negli annali della chirurgia vennero dopo registrati parecchi casi

analoghi di fistole stomacali, ossia di aperture accidentali dello

stomaco, in persone che del resto stavano benissimo.

Simili deformità hanno perduto molto del loro interesse dopo che i

medici ricorsero al metodo di fare artificialmente delle fistole

stomacali nel cane. Fu questo un trovato della più grande importanza,

perchè ora nelle indagini sulla digestione non siamo più costretti ad

aspettare che il caso ci metta nelle mani una persona come San Martin:

ciò che avrebbe reso troppo lenti i progressi della scienza.

Per mezzo delle fistole stomacali si osservò tanto nell'uomo, quanto nel

cane, che la vista di una bevanda, o di un cibo appetitoso, desta

un'abbondante secrezione anche nelle ghiandole a pepsina che stanno alla

superficie interna dello stomaco. Cosicchè appena si mostra un pezzo di

carne ad un cane, immediatamente il succo gastrico scola a gocciole

dall'apertura della fistola stomacale.

L'acquolina che compare improvvisamente nella bocca e la secrezione più

abbondante del succo gastrico non sono un capriccio della natura. No.

Essi sono fenomeni che hanno un profondo valore per l'organismo; e da

questa semplice esperienza traspare evidente la meravigliosa perfezione

della nostra macchina, dove appena nasce l'idea, o il desiderio, di una

vivanda appetitosa immediatamente e senza alcuna partecipazione della

volontà e della coscienza si preparano i mezzi per digerirla.

La ragione non può trattenere questi ciechi slanci dello stomaco. Il

ventricolo dei miei amici non sa che deve aspettare fino alle 9 ½; ma,

appena ebbe sentore dell'invito, incominciò subito a prepararsi e a

struggersi in segreto in attesa di un lavoro gradito.

Il vino si può dividere in due parti: nell'alcool che è per noi la più

importante: e nell'acqua, nei sali inorganici, e nelle sostanze

organiche, che formano un liquido il quale per la sua composizione

rassomiglia al brodo di carne.

Il prof. Cossa che trattò già della composizione chimica del vino, spero

mi perdonerà questo paragone grossolano di cui mi servo solo per

comodità di linguaggio. Voi tutti sapevate del resto, come un bicchiere

di vino possa venire sostituito da una tazza di brodo pei suoi effetti

ristorativi. Ranke, che credo sia stato il primo a fare questo paragone

fra la composizione chimica del vino senza alcool e del brodo, andò

tanto oltre da asserire: _che senza dubbio noi abbiamo nella birra uno

dei migliori sostitutivi dell'estratto di carne_^[VII-1].

Il vino penetrato nello stomaco viene assorbito, ossia trapela e si

infiltra a traverso le pareti dello stomaco e scompare passando dentro a

certi canaletti sottili che sono le vene dello stomaco, le quali

conducono i liquidi che beviamo nel sangue. Voi tutti sapete che un

bicchiere di vino generoso produce degli effetti assai più sensibili

bevendolo a digiuno, che non quando lo si annacqua per bene, o lo si

beve a pranzo. La ragione di questa differenza sta nella rapidità più o

meno grande con cui l'alcool passa nel sangue.

A digiuno l'assorbimento è più rapido, perchè lo stomaco essendo vuoto

il liquido alcoolico può bagnarne tutte le pareti e attraversarle

prontamente; quando invece l'alcool si mescola coi cibi, lo stomaco non

può impadronirsene con eguale prontezza, perchè solamente a misura che

si digerisce tutta la massa delle sostanze alimentari, l'alcool passa

gradatamente nel sangue.

Qualcuno potrebbe domandarmi come si fa a sapere che l'alcool scompare

dallo stomaco per passare nel sangue? L'esperienza è facile. Prendemmo

un grosso cane, e gli amministrammo nello spazio di circa mezz'ora una

quantità di alcool allungato con acqua che corrispondeva a circa un

litro di vino Marsala. Dopo due ore, quando l'animale era completamente

ubbriaco ed insensibile, gli facemmo un salasso così profondo che senza

accorgersene morì dissanguato in pochi minuti. Immediatamente dopo gli

estirpammo lo stomaco ed il suo contenuto venne messo in questo vaso per

essere distillato nel solito modo che serve a cercare la presenza

dell'alcool. Con questa manipolazione semplicissima potemmo convincerci

che solo una parte affatto trascurabile dell'alcool ingerito era rimasta

nello stomaco. Per riconoscere dove fosse passata l'altra parte

dell'alcool, abbiamo lasciato coagulare il sangue, e quindi raccolto lo

siero limpido e trasparente che stava alla superficie del coagulo rosso,

lo distillammo lentamente ed a bagno maria in un apparecchio che è

alquanto più complicato del primo. Perchè lo siero del sangue si coagula

facilmente al calore e forma una massa densa e bianca come albumina di

uova sode, si dovette stillare nel vuoto, o sotto una pressione di molto

inferiore all'atmosferica, come si ottiene per mezzo di una pompa di

Bunsen.

Prendiamo le prime goccie di liquido simili all'acqua che si condensano

in questa sfera di vetro annessa al matraccio ed esaminiamole col metodo

del prof. Lieben. Questo metodo per riconoscere le più piccole quantità

di alcool consiste nell'aggiungere al liquido da esaminarsi qualche

particella di iodo e potassa fino a decoloramento. Si riscalda tanto da

renderlo tiepido, ed ecco che già si sente un odore caratteristico di

zafferano, e si ottiene un deposito giallognolo di iodoformio che,

osservato al microscopio, si trova essere formato di lamelle

madreperlacee esagonali.

Un'altra reazione per conoscere la presenza dell'alcool in questo

liquido si fa coll'aggiungervi un po' di soluzione di bicromato

potassico ed acido solforico. Riscaldando il liquido, come vedete, si

colora in verde e sviluppa l'odore caratteristico di aldeide.

Dopo questi esperimenti noi dobbiamo dunque conchiudere che in questo

liquido vi è dell'alcool, e siccome prima non ce n'era nel sangue,

dobbiamo ancora conchiudere che l'alcool bevuto passa nel sangue, donde

viene portato in giro per tutto il corpo. Questo fatto che ho voluto

dimostrare sotto i vostri occhi mi permette di enunciarvi una legge

generale nello studio dei farmaci: che cioè, tutte le sostanze le quali

agiscono sul sistema nervoso devono essere assorbite e passare nel

sangue prima di poter far sentire i loro effetti. Un'altra legge pure

fondamentale nello studio dei medicamenti è questa: che tutte le

sostanze le quali agiscono eccitando le funzioni dei nervi e dei centri

nervosi, in un primo periodo e per piccole dosi, producono dopo un

effetto deprimente e narcotico per dosi maggiori. L'oppio, la morfina,

il cloralio, l'atropina e molte altre sostanze agiscono precisamente

come il vino.

L'alcool nel momento che penetra nella cellula e nei filamenti nervosi

ne ravviva le loro funzioni, li eccita e li stuzzica: ma passato questo

primo periodo di esaltamento, se continua ad aggiungersi nuovo alcool

alle cellule ed ai nervi, ne succede un periodo di stanchezza. La

presenza di questo corpo straniero all'organismo che imbratta il sangue

e diffonde i suoi vapori nella sostanza del cervello, modifica i

processi chimici, aumenta le resistenze ai movimenti nervosi e genera

quella forma particolare di avvelenamento conosciuta col nome di

ubbriachezza.

Gli effetti psicologici del vino verranno trattati nelle seguenti

conferenze dal più simpatico e dal più popolare degli scrittori

italiani, ed io mi guarderò bene dal toccare questo argomento; però

siccome fra i fisiologi credo di essere quello che ho fatto il maggior

numero di esperienze sulla circolazione del sangue nel cervello

dell'uomo, così mi permetterò di accennarvi qualcuna delle mie

osservazioni all'influenza del vino.

Vi esporrò il caso di una persona che aveva un'apertura nel mezzo della

fronte a traverso cui potevasi vedere nel cranio la superficie del

cervello. È un caso interessantissimo che studiai insieme al dottor De

Paoli, cui sono grato di avermi offerto un'occasione favorevole quanto

mai per completare certi studi sulla circolazione del sangue nel

cervello dell'uomo, di cui mi occupo da tempo con predilezione.

Circa 3 anni fa un operaio, per nome Bertino, mentre stava sotto il

campanile del suo villaggio fu colpito alla testa da un mattone sfuggito

dalle mani di un muratore che lavorava presso il tetto all'altezza di 14

metri. Bertino cadde al suolo come fulminato: ma fortunatamente dopo

circa un'ora riprese i sensi; e siccome era uomo molto robusto, guarì

rapidamente di questo colpo terribile. Infatti dopo circa un mese partì

da Fiano e venne a piedi fino a Torino per farsi curare. Quando lo

visitai col dottor De Paoli nell'ospedale di S. Giovanni aveva

un'apertura larga quanto un soldo nel mezzo della fronte sotto cui

vedevasi pulsare il cervello scoperto.

Tralascio di farvi conoscere minutamente gli apparecchi che costrussi

per studiare la circolazione del sangue nel cervello e

nell'antibraccio^[VII-2], perchè non è questo il momento di poter

fermarsi sui dettagli di un meccanismo. Vi presento solo questa

piastrella di guttaperca che venne applicata sul foro del cranio di

Bertino per chiuderlo ermeticamente. Il piccolo tubo di vetro che

attraversa la medesima faceva comunicare l'aria che stava in contatto

col cervello con un timpano a leva. Ogni dilatazione del cervello,

comprimendo leggermente l'aria chiusa nell'apparecchio, solleva la

membrana elastica del timpano registratore su cui poggia la leva; e

questa scrive le pulsazioni del cervello sopra un cilindro affumicato,

che gira con moto uniforme.

Il giorno 27 novembre 1877 stabilisco col dottor De Paoli di fare una

esperienza per vedere quale azione esercitasse il vino sulla

circolazione del sangue nel cervello. Gli applichiamo l'idrosfigmografo

sull'antibraccio destro, sulla fronte l'apparecchio registratore dei

movimenti del cervello, e scriviamo contemporaneamente il polso di

queste due parti del corpo.

Nella figura 1 la linea A rappresenta il polso dell'antibraccio. Ad ogni

battito del cuore la linea si solleva e subito dopo si abbassa, formando

nella discesa una seconda elevazione meno pronunciata. Le singole

pulsazioni non si dispongono su di una linea orizzontale.

In Bertino, come in tutti noi, durante la respirazione naturale e

tranquilla succede una diminuzione di volume delle mani e

dell'antibraccio, ed è precisamente nel principio dell'inspirazione che

la linea del polso si abbassa, come vedesi nei punti segnati colle

lettere _i_ _i_. A queste sinuosità ho dato il nome di _oscillazioni

respiratorie_.

La linea sottostante C venne scritta dal cervello. La forma del polso è

diversa, e vi diedi il nome di polso _tricuspidale_, perchè sulla

sommità di ciascuna pulsazione si osservano tre elevazioni più piccole.

[FIGURA: Fig. 1. La linea A rappresenta il polso dell'antibraccio

scritto contemporaneamente al polso del cervello. Le lettere _i_

segnano il principio dell'inspirazione. Dove c'è il segno ↓α dico

che si presenti un bicchiere di vino di Marsala a Bertino.]

L'influenza del respiro è meno evidente che nell'antibraccio. Mentre

Bertino rimane tranquillo e le due penne scrivono contemporaneamente il

tracciato A, C, dico in ↓α al dott. De Paoli di presentare un bicchiere

di Marsala a Bertino. Ed ecco che immediatamente le pulsazioni diventano

più grandi e si aumenta il volume del cervello. Noi vediamo da questo

esempio quanto i fenomeni del pensiero siano strettamente collegati coi

cambiamenti materiali dell'organismo. In un lavoro dove trattai più

estesamente questo soggetto^[VII-3], ho dimostrato che le funzioni più

nobili del sistema nervoso sono quelle che sono più schiave dei

mutamenti che succedono nel ricambio della materia.

Bertino era tranquillo, egli sapeva che si trattava di un vino squisito;

l'aveva prima gustato con noi e lo aspettava con desiderio. Nell'istante

in cui si allaccia alla sua mente l'idea del bere, ecco che subito

aumenta la circolazione del sangue nel cervello e si rinforza il polso

di questo organo. Per un fatto psichico che passò senza destare alcuna

emozione interna, che non si rivelò in alcun modo nell'aspetto esterno

di Bertino, noi vediamo prodursi un cambiamento notevole della

circolazione sanguigna negli emisferi cerebrali.

Bertino bevette in due volte circa 400 centim. cubici di vino Marsala.

Vi fu una prima modificazione del polso che osservasi sempre in tutte le

persone che bevono qualunque liquido: ma fu un fenomeno passeggero che

durò pochi secondi. Il polso del cervello ritornò per circa 10 minuti

normale e quindi incominciò lentamente a modificarsi. Dopo 15 minuti di

registrazione continua vedo che è assai più forte di prima. Il tracciato

che prima svolgevasi regolare ed uniforme, presenta di quando in quando

delle grandi ondulazioni, come si vede nella figura 2. Domandai a

Bertino come stava ed egli mi rispose che sentivasi caldo alla testa.

Vedendo che Bertino era divenuto irrequieto e che il tracciato del polso

bracchiale veniva spesso deformato dai movimenti del corpo, o delle dita

nel cilindro, levo il braccio dall'idrosfigmografo. Bertino ne fu

contentissimo e non finiva dal ringraziarmi malgrado che io lo pregassi

ripetutamente di star zitto per non guastare l'esperienza.

[FIGURA: Fig. 2. Azione del vino sulla circolazione del sangue nel

cervello dell'uomo. Ondulazioni del tracciato cerebrale osservate

25 minuti dopo che Bertino aveva bevuto circa 400 centimetri cubici

di Marsala e diceva di sentirsi venir caldo alla testa.]

Più tardi avvertì un leggiero capogiro, poi mi domandò se aveva le

orecchie rosse, perchè diceva di sentire una vampa stendersi sul volto.

La circolazione del sangue nel cervello era profondamente modificata. Le

ondulazioni frequenti e profonde accennavano ad una grande irrequietezza

del sistema vasale. Le pulsazioni erano tre o quattro volte più grandi

di prima. Quest'altezza straordinaria del polso cerebrale era dovuta in

parte ad un rilassamento dei vasi sanguigni di quest'organo ed in parte

all'impulso più forte del cuore.

Diciotto mesi dopo che io avevo fatto queste osservazioni su Bertino,

gli scrissi pregandolo di venire da me perchè desideravo vederlo. Egli

partì immediatamente, fece più di 25 chilometri a piedi e nel mattino

del giorno successivo era già nel mio laboratorio. Bertino era guarito

benissimo. L'apertura del cranio presentavasi coperta da una cicatrice

così salda che solo nelle forti espirazioni vedevasi coll'occhio un

leggiero movimento nel fondo della breccia. Riusciti inutili i tentativi

per scrivere il polso del cervello, presi un tracciato del polso

nell'antibraccio e subito dopo gli diedi 5 lire e lo mandai alla

trattoria qui dirimpetto pregandolo di mangiar bene e di bere meglio.

Il tracciato del polso preso coll'idrosfigmografo sull'antibraccio mi

aveva dimostrato chiaramente che Bertino era spossato dalla fatica, che

i suoi vasi sanguigni erano rilassati e molto deboli le contrazioni del

cuore. Egli aveva bisogno di rifocillarsi. È questo un grande vantaggio

dell'idrosfigmografo di rivelare tali particolarità nella forma del

polso che indipendentemente dal ritmo dei battiti cardiaci si può

distinguere facilmente solo guardando il tracciato del polso, se una

persona ha mangiato poco prima, o se pure è digiuna, e se digiuna, se ha

bevuto del caffè, oppure dell'alcool^[VII-4].

Alle 2 pomeridiane Bertino ritornò nel laboratorio. — Ricominciate le

osservazioni trovai che il polso nell'antibraccio aveva la stessa forma

di prima. Meravigliato che non si avverasse quanto avevo sempre

osservato sopra di me e sopra dei miei amici dopo la colazione od il

pranzo, mi venne il dubbio che egli avesse risparmiato le cinque lire.

Assicuratomi prima che l'idrosfigmografo e l'apparecchio per il polso

del cervello fossero bene in ordine, chiamai Bertino per nome e quindi

gli dissi con tono piuttosto risentito che non aveva mangiato. Egli

dovette essere stordito dalla sicurezza con cui gli feci quest'accusa:

divenne pallido in volto e mi disse che non aveva mangiato, perchè

sperava di ritornare a cena colla sua famiglia: quindi abbassò gli occhi

al suolo e mi accorsi poco dopo che aveva le orecchie vivamente

arrossate. Durante questa profonda emozione l'afflusso del sangue al

cervello divenne così forte che comparve improvvisamente un movimento

pulsatorio nel tracciato scritto col timpano registratore: e questo

movimento sincrono alle contrazioni del cuore si conservò per circa 30

secondi nella cicatrice che ricopriva il cervello.

[FIGURA: Fig. 3. Polso dell'antibraccio a digiuno.]

Le figure 3 e 4 ci danno un esempio dell'influenza che il vino ed il

cibo esercitano sulla circolazione del sangue. A mezzogiorno ero ancora

digiuno quando scrivo il tracciato del polso nell'antibraccio

coll'idrosfigmografo (Fig. 3).

[FIGURA: Fig. 4. Polso dell'antibraccio nella medesima persona

dopo che mangiò due uova con un po' di pane e bevette due bicchieri

di Marsala.]

Quindi mangio due uova con un po' di pane e bevo circa 220 centimetri

cubici di Marsala. All'una e mezzo scrivo nuovamente il polso ed ottengo

un tracciato così diverso dal primo che non ho bisogno di insistere con

parole per rilevarne la differenza (Fig. 4). Il polso che prima era

tricuspidale è divenuto catacrotico.

Il problema più importante riguardo all'azione fisiologica del vino è di

sapere se l'alcool sia un alimento; se il vino, cioè, può aggiungere

forza all'operaio che lavora, o se non sia altro che un veleno il quale

esalta, inebria ed abbrutisce l'uomo, gettando delle intere famiglie

nella disperazione, o nello squallore della miseria.

Ridotta ai minimi termini la questione sta tutta nel vedere, dove va, e

come si trasformi l'alcool che noi beviamo.

Per rispondere al primo quesito ho preparato qui un'esperienza. Ad un

coniglio iniettai dell'alcool etilico sotto la pelle, ossia dell'alcool

stillato dal vino, ed a quest'altro dell'alcool amilico che è stillato

dalle patate; quale si trova nell'acquavite di peggior qualità e li ho

messi ciascuno sotto un apparecchio che serve a raccogliere l'aria

respirata da questi animali.

Come vedete vi è qui un aspiratore che serve a rinnovare l'aria dentro

la campana di vetro sotto cui trovasi il coniglio. L'aria che servì alla

respirazione dell'animale attraversa un tubo curvo ad U pieno d'acqua, e

cede a questo liquido tutto l'alcool esalato dai polmoni.

Ho detto poco prima che l'alcool venne iniettato sotto la pelle: fu

questa una precauzione indispensabile per esser sicuri che l'alcool

trovato nell'aria espirata proveniva realmente dai polmoni. Se

l'avessimo amministrato nello stomaco non si avrebbe avuto questa

certezza. Voi sapete già che i medici preferiscono sempre di iniettare

sotto la pelle le sostanze che devono agire prontamente. Ora con questo

metodo noi abbiamo risparmiato ai conigli il gusto per loro dispiacevole

dell'alcool; ed aumentando la dose possiamo non solo ubbriacarli, ma

anche ucciderli, senza che abbiano mai bevuto.

L'acqua contenuta nel tubo ad U, traverso cui passò e si lavò l'aria

espirata dal coniglio cui si amministrò l'alcool amilico, tramanda

l'odore irritante proprio di quest'alcool, mentrechè l'acqua nel tubo ad

U del coniglio avvelenato con alcool etilico non ha alcun odore

caratteristico.

L'analisi chimica dimostra in quest'acqua appena qualche traccia di

alcool etilico; laddove l'alcool amilico venne eliminato in tanta copia

dai polmoni, che non fa mestieri di ricorrere ai reagenti per scoprirlo.

L'alcool iniettato sotto la pelle venne dunque assorbito: passò nel

sangue e giunto ai polmoni venne eliminato coll'aria espirata.

Queste esperienze si ripeterono con eguale successo anche

nell'uomo^[VII-5], e venne così dimostrato che se noi beviamo

dell'alcool puro stillato dal vino il nostro fiato non tramanda alcuna

esalazione di alcool: mentre se beviamo del vino comune e

particolarmente vino del Reno, di Bordeaux, del rhum, dell'acquavite

scadente, o peggio dell'alcool di patate, l'alito tramanda un odore

caratteristico e spiacevole: perchè tutti questi liquidi contengono

eteri ed alcoli difficili a bruciarsi che passano nel sangue e si

eliminano inalterati per la via dei polmoni.

Notate che questo coniglio il quale esalò una maggior quantità di alcool

per la via dei polmoni è quello che viceversa poi ne ricevette una

quantità minore. Nè si poteva fare altrimenti, perchè se io gli davo 2

grammi di alcool amilico, come diedi 2 grammi di alcool etilico a

quest'altro, l'avrei ucciso: perchè l'alcool amilico è circa 5 volte più

velenoso dell'etilico.

Crederei di fare un torto a voi tutti che dimostrate tanto interesse per

la scienza, se cercassi con inutili circonlocuzioni di tacere qualche

parola per semplice formalità, facendomi comprendere nella sostanza. No.

Dirò senza alcuna ricercatezza e col linguaggio severo della scuola che

per mezzo dell'orina si elimina una certa quantità dell'alcool bevuto.

Il prof. Lieben in questa stessa scuola che egli illustrò col suo nome

potè dimostrare per la prima volta che l'alcool passa nelle orine. Ecco

come abbiamo fatto l'esperimento seguendo il suo metodo. Uno di noi

bevette in poche ore due bottiglie di vino eccellente, di cui un amico

volle provvedere lautamente il mio laboratorio per gli studi e i

preparativi che si richiedevano per questa conferenza sul vino. Raccolti

circa due litri di orina, venne distillata ripetutamente a bagno maria

in modo da raccogliere solo le prime porzioni del liquido evaporato. Il

prodotto della prima distillazione venne stillato una seconda volta e

così si ottenne il liquido trasparente e simile all'acqua che sta chiuso

in questa boccetta, dove colla reazione del Lieben si dimostra

facilmente la presenza dell'alcool.

Però la quantità di alcool che si elimina per la via dei reni e dei

polmoni, è così piccola, che noi dobbiamo necessariamente domandarci a

cosa serva e come si trasformi la rimanente parte che resta

nell'organismo.

Il nostro corpo rassomiglia in alcuni riguardi ad una macchina a vapore,

che per lavorare consuma combustibile ed acqua, e che per funzionare e

muoversi logora eziandio le parti di cui è costituita. Nei muscoli ad

ogni contrazione, nei nostri nervi e nel cervello ad ogni sensazione e

ad ogni lavoro intellettuale, succede egualmente una combustione di

materiali ed un logoramento degli organi che funzionano.

Il sangue scorrendo continuamente in tutte le parti del corpo per

alimentare la fiamma della vita, spazza nello stesso mentre i più remoti

ripostigli del nostro organismo dalle fuliggini della combustione e

raccatta da per tutto i detriti del disfacimento per trasportarli ai

reni, dove li filtra e li rigetta all'esterno coll'orina.

Se noi raccogliamo il liquido emesso nelle 24 ore e lo trattiamo

convenientemente, si ricavano in media 24 grammi di questa sostanza

bianca e bene cristallizzata che ha ricevuto il nome di urea. Come

vedete dalla dose giornaliera di urea contenuta in questo vaso si tratta

qui di una quantità cospicua di materie solide che vengono emesse nelle

24 ore. E si noti che questi 20 grammi di urea ci rappresentano solo

l'azoto delle sostanze albuminose che vennero distrutte in un giorno nei

tessuti del nostro organismo.

Nel gennaio dell'anno scorso il dottor Munk fece a Berlino le seguenti

esperienze. Prese parecchi cani ed amministrò loro per alcuni giorni una

quantità di cibo tale che rimanesse costante la quantità di urea emessa:

quindi mescolò col cibo dell'alcool, adoperando alcune cautele

gastronomiche perchè gli animali non se ne accorgessero e determinava

ancora la quantità di urea emessa. Egli trovò che dosi moderate di

alcool, quelle che hanno solo un'azione eccitante senza ubbriacare,

diminuiscono la produzione di urea dal 6 al 7 %. Ciò vuol dire che

l'alcool adoperato con sobrietà può considerarsi come una sostanza

nutritiva perchè diminuisce e rallenta il consumo del nostro organismo.

Quando Munk amministrava dosi tali di alcool da produrre l'ubbriachezza,

od anche solo uno stato di depressione e di sonno, aumentava pel

contrario la produzione dell'urea ed in alcuni casi del 10 p. % sopra la

dose normale.

Citai subito le recenti esperienze di Munk, quantunque fosse già stato

preceduto da altri, per tralasciare tutta una lunga serie di

controversie di cui sono pieni i libri di chimica fisiologica su cui non

ho tempo di trattenervi. Sarei però ingiusto se non ricordassi le

ricerche del Liebig che rimarranno immortali nella storia del vino. Ecco

come egli si esprime in proposito nelle sue lettere sulla chimica.

«Quando un uomo che lavora e non si guadagna colle sue fatiche quanto

gli è necessario di alimenti, per cui possa intieramente restaurare le

sue forze ed attitudine al lavoro, una ostinata, inesorabile necessità

di natura lo spinge a ricorrere all'uso del brantwein; gli tocca di

lavorare, ma a lui, per l'insufficiente nutrimento, viene ogni giorno

mancando una certa quantità di forza per sostenere la fatica; il

brantwein, per l'azione sua sopra i nervi, gli permette di fare, a spese

del proprio corpo, riparo alla deficiente forza, per ispenderne così

oggi quella quantità che si sarebbe dovuta porre in risparmio pel giorno

successivo. È come una lettera di cambio sulla salute; una lettera di

cambio, che bisogna prolungare sempre, perchè mancano i mezzi di

saldarla; il lavoratore consuma il capitale invece degli interessi,

quindi segue in ultimo l'inevitabile fallimento del suo corpo»^[VII-6].

Le osservazioni fatte nell'armata prussiana hanno dimostrato che gli

affigliati alle società di temperanza quando sono chiamati sotto le armi

resistono assai meno alle marcie ed alle fatiche del campo. Come pure è

ammesso da tutti gli igienisti che se nella guerra del 1870 e 71 la

salute dell'esercito tedesco fu eccellente, questo si deve a ciò che

l'esercito invadente conquistava un paese vinifero.

Si è molto disputato intorno ai vantaggi e ai danni che può arrecar

l'alcool. Dopo che lo storico Macaulay rivolse la sua attenzione

all'influenza che potè esercitare sulla politica dell'Inghilterra il

caffè nel secolo XVII; molti domandano ai fisiologi se il vino, la

birra, l'acquavite agiscano sul carattere e sullo sviluppo intellettuale

delle varie nazioni.

Credo sia molto difficile per non dire impossibile di rispondere con

sicurezza ad una tale domanda; però, giacchè un mio amico accennò in

queste conferenze l'opinione del prof. Lombroso intorno alla

distribuzione geografica delle bionde e delle brune, dirò che ora

nell'Europa in generale sono cattolici i paesi del vino, sono

protestanti quelli della birra, e finalmente quelli che bevono

l'acquavite sono petrolieri o nihilisti.

Le osservazioni del fisiologo sull'azione del vino non possono

arrestarsi all'uso moderato di tale bevanda. Vi sono dei fenomeni più

gravi e non meno interessanti pel medico; vi è per disgrazia tutta una

serie di fatti che degradano la dignità dell'uomo, e da cui avrei

desiderato tener lontana la vostra attenzione, se non fossi obbligato di

parlarvene. Per vincere la naturale ripugnanza che ho nel trattare

questo argomento devo pensare alla compassione che desta in noi la vista

di tanti sventurati che si avvelenano coll'alcool. e al desiderio che

nasce spontaneo di sapere quali soccorsi si possano prestare nei casi

più gravi di avvelenamento per alcool.

La parola avvelenamento corrisponde qui alla designazione volgare di

ubbriachezza, in cui si distinguono due periodi; quello dell'eccitamento

in cui si è brilli, e quello successivo della prostrazione e della

narcosi.

L'espressione animata ed allegra del volto scompare poco a poco; il viso

diventa meno vivace, poi melanconico e quindi inebetito. Alla mobilità

grande nei lineamenti della fisionomia, succede un rilassamento completo

nei muscoli della faccia. Gli angoli della bocca si abbassano come nel

volto di un paralitico. La fronte prima maestosa e serena si corruga, si

nasconde sotto i capelli arruffati, si ricopre di un sudore viscido e

freddo.

Nel primo periodo l'occhio è lustro, perchè è più copiosa la secrezione

delle lacrime che lo inumidiscono. Nel secondo periodo lo sguardo è meno

espressivo e meno sicuro. Le palpebre si socchiudono, sono pesanti,

perchè il muscolo che le solleva è stanco. Gli oggetti sembrano doppi;

perchè i muscoli che muovono il globo oculare non si corrispondono più

nelle loro contrazioni. Compare una nebbia a traverso cui si discernono

confusamente le cose.

È celebre nella storia dell'Inghilterra un grande uomo di stato, che

dopo aver bevuto lautamente fino a sera insieme ad un altro deputato,

volle egualmente prendere parte alla seduta del Parlamento. Giunti alla

Camera dei Comuni presero entrambi posto nei loro stalli e dopo alcuni

istanti di attenzione l'uno esclamò: come va che non vedo il presidente?

Ora capisco, disse l'altro, perchè io ne vedo due.

Nell'ultimo periodo l'occhio è immobile, come di vetro, fisso e smarrito

nel vuoto.

La voce prima vibrata e piena, è ora fessa, incerta, stonata. La lingua

paralizzata, balbuziente, incapace di vibrare e di fremere quando si

pronuncia la _r_.

L'ubbriaco parla forte e risponde a sproposito, perchè non sente bene,

nè la sua voce, nè quella degli altri. Nelle orecchie ha un susurro, un

tintinnio, un bisbiglio che lo insegue dovunque.

Nell'ubbriachezza livida si digrignano i denti, con uno scricchiolio che

abbrividisce. Le labbra annerite si atteggiano talora convulsivamente ad

un riso sardonico. L'esalazione del fiato diffonde intorno un odore

alcoolico grave, ributtante. Respirando lungamente colla bocca aperta,

le fauci diventano asciutte, la lingua rasposa, ricoperta di una patina

biancastra. La sete è ardente, inestinguibile. La respirazione

tranquilla, superficiale; spesso l'espirazione diventa più rapida

dell'inspirazione; si fa rumorosa; l'ubbriaco sbuffa.

Mentre si sprofonda nel sopore può mandare gemiti e lamenti interrotti

come un uomo che piange. Talora dei sogni morbosi si rivelano con parole

dimezzate e confuse che muoiono sulle labbra.

La respirazione nei casi più gravi può divenire intermittente,

irregolare; con arresti periodici che prolungandosi diventano la causa

precipua della morte.

Nei bambini i sintomi dell'ubbriachezza alcoolica rassomigliano a quelli

dell'avvelenamento con sostanze corrosive che siano penetrate nello

stomaco.

Il cuore è di tutti gli organi quello che risente meno l'azione

dell'alcool. Il polso delle arterie prima forte, frequente, duro: dopo è

debole, lento, cedevole. L'abbassamento della temperatura può

raggiungere 2° o 3° centigradi.

Quanto ai movimenti dirò che chi è brillo prova la sensazione piacevole

di essere più leggiero: il suo gesto è concitato: balla e salta

volentieri.

Il primo disordine nella coordinazione dei movimenti compare nelle parti

più lontane dal cervello, nelle gambe, che cedono sotto il peso del

corpo, vacillano e si incrociano.

L'ubbriaco cammina a stento, non può seguire una direzione costante, ma

dondola, serpeggia, barcolla: è incapace di voltarsi con movimento

improvviso senza perdere l'equilibrio: si trascina lungo i muri ed è

specialmente nella discesa dove più facilmente inciampa e stramazza al

suolo.

In un libro tedesco ho trovato una giaculatoria scritta nel 1450 con cui

si benediva il vino. Questa preghiera della sbornia finiva presso a poco

colle seguenti parole:

«Difendimi, o Dio, anche dal cattivo incontro dei cespugli spinosi

quando dovrò scendere giù nella valle. Reggimi sulle mie gambe; fa che

io ritorni allegro a casa dalla mia donna, ed io sappia tutto ciò che

essa vorrà domandarmi: ed ora salvami, o Dio, da una sconfitta»^[VII-7].

L'effetto paralizzante del vino si diffonde poco per volta alle braccia.

Le mani tremano, l'ubbriaco è meno destro nel mescere. Ne vidi uno che

per accendere un mozzicone sciupò un'intera scatola di solfanelli,

scottandosi il naso e le labbra ed abbruciandosi i baffi, senza che la

fiamma potesse arrestarsi un momento sotto la punta del sigaro.

Ma più degradante è lo stato di un uomo affogato nel fumo di una taverna

che non sa più dove abbia la bocca e porta incerto il bicchiere sotto il

mento per versarsi il vino sul petto. La testa ciondola da tutte le

parti, perchè i muscoli del collo non la reggono più sulla colonna

vertebrale. Basta tagliare i muscoli dell'occipite ad un cane perchè

esso prenda immediatamente l'aspetto e l'incesso di un cane ubbriaco.

Nelle persone molto eccitabili compaiono degli accessi maniaci come di

pazzia convulsiva. Oppure si manifesta improvvisamente una depressione

profonda cui succede un collasso inquietante. È così che alcune persone

cadono al suolo e sono per lungo tempo incapaci di muoversi.

Nell'inverno questi ubbriachi abbandonati a loro stessi muoiono pel

freddo. Alcuni altri nella stagione meno rigida essendo rimasti per

oltre 24 ore nella medesima posizione tenendo un braccio schiacciato

sotto il peso del proprio corpo, perdettero dopo la mano per cancrena ed

ebbero tutto il braccio edematoso.

L'ubbriaco si addormenta con facilità, il suo sonno è grave, russante:

chiamandolo per nome, scuotendolo non si desta, spruzzandogli con acqua

il viso apre gli occhi istupiditi e rimpiomba nel suo intontimento.

Spesso si trovano questi ubbriachi distesi al suolo, insozzati negli

avanzi dell'orgia, col pallore della morte sul volto. Sollevati cadono

colle braccia e le gambe penzoloni come un cencio bagnato. La

sensibilità della pelle è scomparsa. Il naso, le mani, i piedi sono

freddi. La respirazione sempre più debole non basta più ad alimentare la

fiamma della vita.

L'acido carbonico che si accumula nel sangue, perchè non può venire

eliminato, dà alla pelle delle mani e del volto un colore paonazzo, ed

aggrava precipitosamente lo stato della narcosi alcoolica. Si produce

così un secondo avvelenamento che può riescire fatale.

Noi siamo giunti agli estremi aneliti di chi si ammazza coll'alcool; a

quell'ultimo confine della vita dove la mano abile di un medico può

ancora salvare l'ubbriaco dalla morte per mezzo della respirazione

artificiale. Ma se tarda il soccorso incomincia l'agonia e si spegne

lentamente la vita per asfissia, o per paralisi del cuore.

Per fortuna questi casi sono rari e l'ubbriachezza fa minor strage in

Italia che altrove. Noi siamo per testimonianza degli stranieri il

popolo più sobrio e frugale fra le nazioni civili. Ed è quindi con vera

soddisfazione che dopo aver sentito terminare parecchie delle precedenti

conferenze col dire che noi dobbiamo imitare i francesi nella

fabbricazione del vino, che dobbiamo imitare i popoli d'oltre Alpi nel

commercio del vino, che dobbiamo imitare gli stranieri nella coltura

della vite, posso ora conchiudere che non dobbiamo imitare le nazioni

più civili nell'abuso del vino, ma perseverare in quella sobrietà ed in

quella frugalità che sono doti meritamente apprezzate in molta parte del

popolo italiano.

[VII-1] J. RANKE, _Grundzüge der Physiologie des Menschen_, 1872, pag.

177.

[VII-2] A. MOSSO, Sulle variazioni locali del polso nell'antibraccio

dell'uomo. _R. Accademia delle Scienze di Torino_, novembre 1877.

— Sulla circolazione del sangue nel cervello dell'uomo. _Atti della R.

Accademia dei Lincei_, 1880.

[VII-3] _Opera citata_, Sulla circolazione del sangue nel cervello

dell'uomo.

[VII-4] A. MOSSO, _Sulle variazioni locali del polso_, pag. 33.

[VII-5] BINZ, Die Ausscheidung des Weingeistes durch Nieren und Lungen.

_Archiv f. exp. Path. u. Pharmakologie_, VI. B., pag. 287.

[VII-6] Lettere prime e seconde di Liebig tradotte da F. Selmi. Torino,

1853, pag. 313.

[VII-7]

Und beschirm' mich auch vor dem Strauchen,

Wenn ich die Stieg' hinab muss tauchen,

Dass ich auf meinen Füssen bleib'

Und fröhlich heim geh' zu meinem Weib,

Und alles das wisse, was sie mich frag,

Nun behüt' mich Gott vor Niederlag.

_Weinsegen_, HANS ROSENBLÜTH.

_G. GIACOSA_

—

I POETI DEL VINO

(_Conferenza tenuta la sera delli 8 marzo 1880).

_Signore e Signori_,

Il titolo della mia conferenza non combina esattamente coll'argomento di

essa nè coll'ordine che intendo seguire. Meglio che: I poeti del vino,

l'avrei chiamata: Il Vino nei Poeti, se questo secondo titolo non

implicasse una certa idea di capacità e di recipienza e se per esso i

poeti non fossero convertiti in altrettanti orcioli o botti, a grande

scapito della propria dignità e del rispetto dovuto alle muse. Vi sono

certamente dei Poeti, i quali si sommettono volontariamente a questa

_Capitis Diminutio_, ed affogano nel vino le vere o le vantate amarezze

credendo forse che a vederci doppio ci si vegga meglio; ma, diciamolo

subito, questi non fanno il numero maggiore. Molti hanno cantato il vino

e non si conosce di loro che ne bevessero; di taluni anzi, come del

Redi, fu scritto che erano astemii; dei più felici descrittori di

ubriacature (e parlo dei moderni, ai quali sarebbe quasi impossibile

sottrarsi alla vigilanza biografica dei giornali) non ho mai inteso dire

che descrivessero per esperienza propria, e invece, cosa ben più

rimarchevole, parecchi di quelli che passarono ai posteri per

incorreggibili beoni e morirono arsi dall'alcool, non fecero mai nei

loro scritti il menomo cenno del vino. Ciò dimostra che la sincerità

poetica, non va assomigliata a quella di un testimone chiamato ad

asseverare davanti il giudice la verità o la falsità di un fatto

determinato quale gli risulta di certa scienza. Guai se i poeti

dovessero veramente aver vissute tutte le poesie che hanno scritto, e se

l'ispirazione non dovesse essere altro che il frutto della certa

esperienza dei sensi. La sincerità del poeta è tutta oggettiva e suo

ufficio è di _mostrare_ e non di _aver provato_ o _veduto_.

Dopo questo che ho detto, viene ovvio, che si dividano i poeti del vino

in due classi diverse: 1ª quelli che lo hanno cantato, 2ª quelli che

lo hanno bevuto. La prima comprende i poeti dei quali per udire

menzionato il vino, bisogna cercare le opere; la seconda quelli, che gli

fecero una larga e trista parte nella storia della propria vita. La

prima è compagnia, non sempre allegra, nè serena (il vino fu invocato

più spesso consolatore e lenitore d'affanni, che non datore di gioia),

ma non lascia mai nell'animo quel senso di pietà e di sgomento che vi è

generato dalla seconda. La prima appartiene alla storia del pensiero

umano, la seconda a quella delle umane miserie, e dico miserie, e non

brutture, perchè mi propongo di mostrarvi in seguito, che nella vita dei

poeti, il vizio del bere, non fu sempre così vergognoso come

all'apparenza potrebbe sembrare.

Vediamo dunque di seguire il vino via per le menti dei poeti, e

cerchiamo che pensieri vi accenda, di che immagini si vesta, come parli,

con quali nomi si chiami, come sia invocato o vituperato, e che luogo

tenga nelle opere loro. Qui la domanda se il vino sia un bene od un male

non occorre. Tutto ciò che è capace di commuovere fortemente l'anima

umana, e di farne scattare quella fiamma o irradiare quella continua

luce che si chiama poesia, al giudizio di chi studia i poeti deve

apparire come un bene, se non in se stesso, almeno in rapporto colla

mente del poeta. Chi di noi oserebbe rimpiangere che vi sia stata la

guerra di Troja, quando senza di essa non sarebbero i due più grandi

poemi del mondo? L'esempio è solenne, ma di tanto più eloquente. I vizi

e le viltà umane ci hanno dato la divina commedia; il più grave peccato

d'orgoglio che siasi commesso sotto le stelle, anzi fra le stelle, ha

ispirato al Milton il suo caldo poema; si può quasi asserire, che la

storia dell'arte è la storia delle maggiori colpe o per lo meno dei

maggiori errori dell'uomo. Il vino, come l'amore, deve dunque, al punto

di vista dell'arte, esser tenuto per un bene; che se non sale

all'altezza dell'amore, ciò forse deriva da che fu meno nocevole di lui

e ad ogni modo da che sono in maggior numero ed in età più cara alle

muse gli amanti che non i bevitori.

Amante e bevitore sincero, Anacreonte, non disgiunge mai Venere da

Bacco, e li chiama belli tutti e due nell'istessa ode, anzi nello stesso

verso:

E Amor, dai capei d'oro,

Quando letizia fa' giocondo al vecchio

Il finir delle cene,

Con Vener bella e il bel Lieo sen viene.

Anacreonte è dei pochissimi che non hanno fatto il vino nemico

all'amore; li invoca insieme, se ne ispira ad un tempo, Bacco lo fa

seguace d'amore, amore lo fa ardere di sete; svergognato vecchio e

squisitissimo poeta, colla grazia impudente che ingentilisce persino le

più abiette codardie, egli invoca ed esalta le orgie e non va mendicando

loro la facile e di poi solita scusa delle angoscie sofferte e della

cercata dimenticanza:

Ed io voglio de' balsami

Tra le soavi e care

Fragranze e i colmi nappi e l'allegria

Voglio di Bacco e dell'amica mia,

Piena la mente e il petto infurïare.

Infuria spesso Anacreonte, e sfrontato e pazzo com'è, racconta di altri

che infuriarono prima di lui, ma per ben diverse cagioni. Infuriarono

Alcmeone ed Oreste, poichè le loro madri uccisero, io infurio bevendo.

Infuriossi Alcide fra gli archi e le freccie, io infurio bevendo.

Infuriò Aiace roteando la spada,

Io questo nappo abbranco

E le chiome inghirlando.

Arco non stringo e non ho spada al fianco,

Onde più che non soglio

Infurïare io voglio.

Un'altra volta prega Vulcano, che gli faccia una tazza d'oro, quanto sa

profonda, e che su quella gli figuri un suolo fiorito, e tralci ombrosi,

e Amore in un tino, intento a pigiare l'uva matura, e Bacco e Batillo

con loro. Un'altra volta scrive:

O fanciulle, porgete da bere

Ch'io vo' ber finchè bastami il fiato.

Ho bevuto, ma voglio ribere,

Che tutto ardo anelante, assetato.

Quando gli viene la malinconia dei pensieri gravi, ogni più lugubre

riflessione lo rimena al suo tema favorito; non c'è verso che nominando

la morte, quel vecchio che l'ha così vicina, si rattristi durevolmente,

anzi dall'idea della tomba imminente ricava nuovo stimolo ad amare ed a

bere.

Venga a suo tempo Morte. Io vo' scherzare,

Vo' rider, vo' saltare

Insino all'ultim'ore

Con Bacco, e con Amore.

Ai giovani che danzano e tracannano vino, come l'età spensierata lo

comporta, egli lancia spesso, non so se le più superbe o grottesche

disfide.

Del ber con voi garzoni io vengo a prova.

E fin qui passi, e li avrà forse anche superati, ma aggiunge:

E se danzar vi giova,

Invece dello scettro un otre abbranco,

Nè duopo ho della canna

Che mi puntelli il fianco.

Dio sa che ruzzoloni sui prati fioriti e sotto i pampani ombrosi!

Il breve tempo che mi è concesso e più l'onesta compagnia mi trattengono

da nuove citazioni, dalle quali apparirebbe pur sempre meglio la

meravigliosa pieghevolezza di quell'ingegno sottile e raffinato e l'arte

squisitissima che gli fa ingentilire le più repugnanti laidezze. Il

vizio non ebbe e non avrà forse mai più un così elegante apologista.

Anzi, anche noi nati e cresciuti in un mondo così diverso dal suo, ed

avvezzi a tante maggiori ipocrisie, per chiamarlo vizioso, dobbiamo

allontanarci dall'opera sua, come si fa di certi quadri per poterne

abbracciare l'insieme. Fino a che la musica dei suoi versi ci carezza e

la limpida eleganza delle sue immagini ci seduce, non siamo coscienti

del fondo melmoso in cui egli diguazza: il poeta ci afferra, si

impadronisce del nostro senso artistico a scapito del morale, ci

costringe ad un'ammirazione calda, spensierata, ci eccita e ci sfibra,

ci infonde la deliziosa mollezza dei suoi costumi e del suo cielo, e

tutto ciò semplicemente e quasi candidamente. Egli è che il suo vizio

non è mai volgare, ed i godimenti che egli invoca e sublima si

completano attingendo a mille sorgenti di vera poesia. Ad un verso

bacchico, segue spesso un verso pieno del più intimo sentimento della

natura, un vero quadro di paesaggio in piccolissime dimensioni. Il sole

è gran parte delle sue gioie, la freschezza dei luoghi ombrosi è

espressa con immagini evidentissime, egli si ubriaca ed ama a suon di

cetra in mezzo a danze ed a cori.

Mi sono dilungato a parlarvi di Anacreonte perchè si può ben dire che

egli fu il vero ed anzi il solo poeta del vino. Dopo di lui, passeranno

molti e molti anni, seguiranno i più gravi fatti che la storia

comprenda, e converrà che la civiltà che lo produsse si sfasci, che se

ne prepari una nuova e che questa nel suo inizio ecceda in

manifestazioni ascetiche, perchè appariscano come una rivolta del

sentimento e del diritto umano i canti bacchici dei Goliardi, dei quali

vi parlerò in appresso.

I Latini cantarono tutti il vino, ma questo non tenne nelle opere loro

nè il primo nè il secondo posto. Virgilio si può dire che lo nomini

appena: il Bacco che egli invoca al principio del secondo libro delle

Georgiche, più che il Dio del vino, è il Dio della vendemmia, un nume

agreste, anzi agricolo, adorato in misura delle ricchezze che largisce:

Huc pater o Lenaee (tuis hic omnia plena

Muneribus; tibi pampineo gravidus autumno

Floret ager, spumat plenis vindemia labris).

I poeti lirici naturalmente ne discorrono di più ed in modo più

soggettivo, e vediamo Orazio menzionarlo parecchie volte con parole che

ci fanno sentire chiaro in qual conto lo tenga, tanto che lo mette fra i

grandi beni della vita e ce lo nomina ogni qual volta parla

dell'abbandono che per morte si farà di essi. Però la ingenua semplicità

di Anacreonte è già svanita e molte volte l'inno bacchico assume un

carattere solenne e religioso che ci allontana dall'idea pratica del

vino. Anche la schiettezza si perde. Orazio, nell'ode ad Apollo, dice

che bastano ai suoi festini le olive, la cicoria e la malva, piatti

magri come vedete; ma la sua cantina è più ghiotta di lui e gli fornisce

tali vini che stonerebbero troppo con quei modesti alimenti. Vediamo già

qualche poeta diventare sentimentale e parlare del vino in tono di

amarezza. Le orgie non sono più così spontaneamente gioconde, così

spensierate come quelle di Anacreonte. Sono anzi molte volte volute,

cercate, con uno scopo determinato, estraneo ad esse. L'ubriachezza non

è più un fine, ma un mezzo, il mezzo per giungere ad un fine ben più

triste e grave: l'oblio.

Sentiamo Tibullo. Egli comincia un'elegia invocando Bacco perchè lo

assista nel dolore poichè:

Saepe tuo cecidit munere victus Amor

Spesso per opra tua fu vinto Amore,

e la finisce dicendo:

Venit post multos una serena dies

Viene alfin dopo molti un dì sereno,

e quel giorno sereno vedrà il poeta briaco fradicio.

Ecco qui il vino nemico d'amore, anzi antidoto d'amore, ed è questa una

parte che d'ora in poi gli toccherà fare di sovente, e come tale sarà

invocato da quasi tutti i poeti soggettivi, locchè prova che i poeti

tengono l'amore in conto di peggiore flagello che non sia l'ubriachezza.

Ci sono però le eccezioni. Ovidio insegna il modo di farlo complice

d'amore; e parlo altrettanto delle complicità fisiologiche a cui

alludevano le vittorie e le sconfitte accennate dal mio amico il prof.

Mosso, quanto di vere e proprie complicità, che danno aiuto di

circostanze, di fatti visibili, estrinseci, maliziosi, comici, usati in

tutti i tempi e credo presso tutti i popoli civili.

Qui vi domando larga licenza di citazioni che toglierò dall'Arte

amatoria.

Dopo aver detto dei festini che dànno facile occasione di colloquii

amorosi, Ovidio segue a questo modo:

«Là spesso l'amore, imporporato stringe fra le tenere braccia le anfore

di Bacco. Appena le sue ali sono imbevute di vino, Cupido, insonnito,

rimane fisso al suo posto, ma poi scuote velocemente le umide penne, ed

è pure nocivo avere il petto così spruzzato d'amore. Il vino dispone gli

animi, e li fa accensibili, e diluisce le cure. Allora sovente le

fanciulle rapirono il cuore dei giovani. Venere col vino, è fiamma con

fiamma. Allora, non dar troppa fede alla fallace lucerna, al giudizio

della bellezza la notte ed il vino non conferiscono».

E basti per la fisiologia. Ma più sotto, sono veri ammaestramenti che

egli ricava dal vino.

«Quando dunque godrai dei doni di Bacco e una donna sederà accanto a te,

sullo stesso triclinio, scongiura dal padre Nittileo e dai notturni

sacrifizî, che non comandino al vino di salirti al capo. Là potrai con

velate parole aver licenza di dir molte cose, che ella intenderà esserle

dirette. Una goccia di vino ti basterà per segnare sulla tavola emblemi

dove essa leggerà la prova del tuo amore. Rapiscile primo, la coppa che

fu toccata dalle sue labbra, e da quella parte dove essa bevette, bevi.

«Ed ora apprendi la giusta misura che devi tenere bevendo, ed è che la

mente ed i piedi facciano ciascuno il suo ufficio. La tavola ed il vino

generino allegrezza; se hai voce, canta, se sei snello, salta, e per

quali doti tu piaccia, vedi di piacere. Come la vera ebrietà nuoce, così

giova la simulata. Fa che la tua subdola lingua mandi incerta suoni

scilinguati, cosicchè a quanto dirai e farai di un po' lesto, si

attribuisca per sola causa, il soverchio vino. Ed augura alla tua donna

ogni bene, ed ogni bene augura al di lei marito, ma, in tuo cuore, al

marito prega ogni malanno».

Sono versi scritti circa duemila anni fa, in piena civiltà pagana, ed in

questi due mila anni, non abbiamo imparate di gran malizie, che Ovidio

già non sapesse adoperare e suggerire. Ci guardiamo forse dallo spandere

vino sulla tavola, ma se ci capita beviamo volentieri alla coppa dove

bevette la donna del nostro cuore, e di quella vecchia gherminella,

andiamo così superbi come se l'avessimo inventata noi. E il brindisi al

marito, se un disgraziato autore drammatico lo incastonasse in una

commedia, che orrore! e quanto si griderebbe alla novità scandalosa.

Novità di duemila anni a volerle derivare dal poeta degli Amori; ma non

ne avrà contati altrettanti al tempo di Ovidio?

Volevo tacere dei poeti Greci e dei Latini, un po' per scrupolo di

coscienza, un po' perchè nello spazio di un'ora è impossibile darne a

chi non li conosca neanche la più elementare idea. E chi li conosce me

ne insegna. Li ho nominati, perchè dopo di loro, se togliamo i canti dei

Goliardi, il vino poeticamente decade. Essi avevano avuto l'accortezza

di personificarlo in un Dio, di dargli una vera corte di minori Dei e

Semidei, e di farlo centro ad una grande e poetica leggenda. Bevendo e

cantando di lui, i poeti pagani pontificavano, locchè non può seguire

dei Cristiani. Bacco, Lieo, Bromio, è spodestato, il suo nome non si

scrive più coll'iniziale maiuscola, e discende al grado di nome comune:

il vino; i suoi misteri diventano misteri di taverna, i pontefici,

briaconi, i riti hanno nei nostri vocabolari delle voci triviali: cotte,

sbornie, bertuccie, o che so io; e quando tornano di moda le rifritture

classiche i poeti, che vogliono risuscitare gli Dei morti da secoli,

riescono pesanti e pedanti e ci fanno dormire.

Questa degradazione subita produce più effetti che a prima vista non

paia. Osservate che i poeti pagani, tutti dal più al meno, hanno inni od

invocazioni a Bacco, anche i maggiori, anche nella più solenne forma di

poesia, nell'epica. Cercate invece in Dante, voi non trovate accennato

il vino se non per incidente:

Guarda il calor del sol che si fa vino,

Giunto all'umor che dalla vite cola;

e la parola ebbrezza, trovate innalzata ad esprimere sensazioni lontane

le mille miglia del vino:

Ciò ch'io vedeva mi sembrava un riso

Dell'universo, perchè mia ebbrezza

Entrava per l'udire e per lo viso,

oppure:

La molta gente e le diverse piaghe

Avea le luci mie sì inebriate,

Che dello stare a piangere eran vaghe.

E così nel Petrarca.

Una sola volta nell'era Cristiana troviamo dei poeti che veramente si

possono chiamare Bacchici, e questi sono i Goliardi.

Gli eruditi disputano intorno all'etimologia della parola Goliardi.

Alcuni la derivano da _Gula_, _Gulosus_, altri da _Golia_. Basti sapere

che così si chiamavano verso il dodicesimo secolo gli scolari che

peregrinavano per le città d'Europa, avidi nello stesso tempo di scienza

e di piaceri. Il professore Bartoli ha scritto un prezioso libro

intitolato: _I precursori del rinascimento_, nel quale è maestrevolmente

ritratta la fisonomia di questi scapigliati e liberissimi poeti erranti.

I loro canti non hanno nome d'autore, singolare caratteristica delle

opere di tali confraternite, ad una delle quali dobbiamo meravigliosi

monumenti architettonici, lavoro di artisti anonimi ancor essi. Chissà

se gli ultimi Goliardi non s'imbatterono, via per le taverne o per le

scuole d'Europa, colle prime comitive di questi costruttori di

cattedrali, e chissà se non appresero loro i proprii canti d'amore o di

baldoria. A giudicare dalle intime somiglianze che si rilevano nelle

opere diverse, l'ipotesi non può dirsi arrischiata. Su per le guglie ed

i frastagli delle cattedrali, risuonarono forse in cadenze monotone le

lodi del vino e dell'amore, ed accompagnarono l'opera degli scalpelli

che eternavano nella pietra le pazze bizzarrie di quei cervelli

libertini. Le scolture e gli intagli raffiguranti scimmie mitrate o

sconcie e ridicole pose di monache e frati, tutte le grosse e larghe

satire sgorgate d'un getto continuo da quelle menti e da quelle mani, si

ispirarono forse alle strofe largamente gaudenti, alle ghiotte e robuste

invocazioni dei canti Goliardici.

Io ne ho tradotti alcuni in versi italiani, studiandomi di rimaner

fedele al metro di sacrestia in cui sono scritti e dal quale ricavano

tanta originalità.

Eccone uno, intitolato: _Ave vinum_.

Vino buono, vin soave,

Lieve ai buoni, ai tristi grave,

Di dolcezza sapor, ave

Mondana letizia.

Ave eletta creatura

Che sgorgò di vite pura,

Ogni mensa fia sicura

Nella tua potenza.

Ave raggio del vin chiaro,

Ave gusto senza paro,

Non voler mostrarti avaro

Di virtù che inebria.

Ave amabil per colore,

Ave aulente per odore,

Ave fonte di sapore

Della lingua vincolo.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Lieto il ventre dove entravi,

Lieta lingua che rigavi,

Lieta bocca che tu lavi

E beate labbra.

Deh, preghiam, vino, qui abbonda,

Per te il desco si feconda,

Noi con voce alta e gioconda

Canterem di giubilo.

Il metro di quest'inno ci fa supporre lo si cantasse sul ritmo degli

inni della chiesa, locchè serviva a stimolare col furore della

profanazione la grossa allegria delle parole. Bisogna rappresentarsi

colla fantasia la vita che menavano quei poeti erranti per comprendere e

gustare l'intima essenza delle loro canzoni. La ragione si acconcia

difficilmente ad accettare per vero e storico il loro vagabondaggio. Che

disagi, che traversie, che pericoli, che fatiche non dovevano incontrare

peregrinando attraverso l'Europa. Le distanze erano immense, e non è a

dire che percorressero un solo stato: da Parigi a Bologna, da Bologna a

Tolosa o a Salamanca e di là a Salerno. L'Europa era allora verdissima

per foreste senza fine, fitte, propizie agli agguati, popolate di belve

feroci e di uomini più feroci delle belve. Le strade poche e disagevoli,

ad ogni nuova castellania, era dovuto un diritto di transito, ogni

ponte, ogni guado era gravato di pedaggi, e che strane taglie! Si doveva

in alcuni luoghi pagare un danaio per ogni deformità del corpo, o

magagna che il pedaggiere scoprisse nel passeggiero. Certamente dalle

tasche degli scolari, non si mungevano troppi quattrini, ma allora la

taglia si risolveva in opere. Gli istrioni, i giullari e menestrelli

dovevano far giuochi e galanterie, il pellegrino cantava una romanza, il

moro gittava in aria il turbante, il giudeo doveva porsi i calzoni in

capo e recitare un _pater_ nel dialetto del paese, le donne di mala vita

erano abbandonate alla discrezione del guardiano dei cani. Convien

riflettere che quegli infaticabili pellegrini della scienza erano

giovani, dotti, la mente sveglia per l'esercizio continuo e vario di una

dialettica sottilissima, curiosi, coll'occhio volto a tutte le cose,

risoluti a cogliere della vita quanti più frutti potessero. Che tesori

di satira non dovevano accumularsi nella loro fantasia. Entrando

dapertutto, conoscevano a prova la poca fede dei cavalieri,

l'incontinenza delle castellane. Sapevano che molti paladini, fiore di

cortesia e di cavalleria, vivevano a spese della propria amanza e quindi

del di lei marito, che molte castellane si concedevano talvolta, non

richiesto dono, a qual si fosse venturiero, che battesse per ricovero

alla porta del castello. Tutto il corpo feudale appariva bacato ai loro

occhi, ed essi si avezzavano a ragionare non solo delle alte scienze,

materia al _Trivium_ ed al _Quadrivium_, ma delle cose quotidiane, delle

condizioni si può dire politiche e sociali d'Europa.

Quando il male esiste, ragionare di esso, significa accorgersi che è

male, ed ecco quindi il fatto della odiosa dominazione spogliato di ogni

apparenza di diritto, e divenuto perciò doppiamente odioso. Meno svegli,

essi avrebbero cercato rifugio nella chiesa, ma anche qui il baco aveva

corroso ogni più sano frutto. Leggete gli antichi novellieri, ed i poeti

e le raccolte dei Fabliaux, minutissimi documenti della vita d'allora e

vedrete quanto poco esemplari fossero gli ordini religiosi. Allora, un

lavoro corroditore, rapido, violento, sbarazza le loro menti e le loro

coscienze di ogni rispetto e di ogni credenza. Abbastanza accorti per

vedere la corruzione dei ministri della chiesa, il loro ingegno non era

abbastanza elevato per separare l'essenza della religione dall'esercizio

di essa, e tanto meno per crearsi razionalmente un Dio, giusto e buono,

secondo il Vangelo. Di qui l'assoluta miscredenza delle opere loro. Gli

Dei cominciano allora a morire, e questi che pur si chiamarono Chierici

furono i primi atei della nuova storia. La piena fioritura di quelle

menti si espande in disordine e si getta là dove trova più sicuro

pascolo, nei godimenti materiali. Qualche volta morde e flagella con

satire acutissime, ma queste non ci riguardano. A noi importava spiegare

come si originasse in tempi di tanta schiavitù, e di tanto ascetismo,

una poesia così libera e gaudente. La taverna era il solo rifugio aperto

a quelle menti ribelli. La tavola abbondante ed il vino a botti, li

compensavano di tutte le gioie che erano loro negate ed a cui avevano

diritto. Sentiteli come esaltano il bere:

Bee madonna, bee messere,

Beve il chierco, bee l'arciere,

Beve questo, beve quella,

Beve il servo coll'ancella,

Beve il lesto, beve il greve,

Beve il bianco, il negro beve.

Beve il fisso, beve il vago,

Beve il rude, beve il mago.

Beve il povero e il malato,

L'esulante e l'ignorato,

Bee chi nasce, bee chi muore,

Beve il parroco e il seniore,

Bee il fratello e la sorella,

Bee la nonna vecchierella,

Bevon borghi, bevon ville,

Bevon cento, bevon mille.

E come lo gustano il vino, e come l'hanno studiato, nelle sue differenze

essenziali e negli effetti che produce:

Il vin dolce e glorïoso

Rende l'uom pingue e carnoso

E allarga lo stomaco.

Di sapor, maturo, è pieno,

Ed assai ci torna ameno,

Perchè i sensi stimola.

Il vin forte, il vino puro

Fa che l'uom viva sicuro,

Scaccia il verno rigido.

Quando è acerbo in bocca morsica,

Le interiora tutte inzacchera,

E il corpo scompagina.

E qui una strofa che è meglio riferire in latino:

Vinum vero quod est glaucum

Potatorem facit raucum

Et frequenter mingere.

Il vin torbo e fraudolento

Rende l'uomo pigro e lento

E la faccia illumina.

Quanto al vin rosso e sottile

Non convien tenerlo a vile,

Chè i colori ingenera.

L'aureo, simile al citrino,

È propizio all'intestino

E i vapori soffoca.

Un altro canto comincia:

Meum est propositum

In taberna mori.

È mio proposito,

Morir dall'oste.

Alcuni canti fingono la disputa fra il vino e l'acqua, e naturalmente

conchiudono per il vino. Altri invocano e lodano Bacco, ma non più il

Bacco che presiede alla vendemmia e che imporpora l'autunno; la gaia

serenità campestre non fa per loro; essi della vite non vedono e non

curano che il prodotto nella sua ultima forma, e sbottato e versato

nelle capaci ciotole del taverniere. Questi sono i poeti del vino. Lo

stesso Anacreonte, va in seconda riga al paragone. Che Venere, che

Bacco! Essi non sanno di tali connubii; quando sono per bere, bevono;

all'amore o già provvidero o provvederanno di poi. I loro canti d'amore

non sono meno spontanei e schietti dei canti bacchici, ma stanno da se

come questi.

I poeti del medio evo fanno qualche volta del vino un'arma al Demonio.

Il gran tentatore prende naturalmente di mira i cuori semplici e puri.

Si aggira intorno le muraglie dei conventi agitando il sonno alle

novizie, va presso la cella dell'eremita che cercò in fondo ai boschi

l'oblio del mondo e delle gioie mondane. Assume tutte le forme, uomo,

fuoco fatuo, monaco, cavaliere, scote colle sue metamorfosi terribili e

sorridenti la fantasia di chi vuol perdere. Un giorno, capita da un pio

solitario, e gli apparisce, orso, leopardo e leone. Il sant'uomo,

domanda grazia, e l'ottiene a patto di commettere a volontà uno di

questi tre peccati. O di ubriachezza o di lussuria o d'omicidio.

Je dis que tu t'enyvreras

Ou fornication feras

Ou homicide, ce sont trois

Or en peux un prendre à ton chois.

Costretto alla scelta, l'eremita elegge fra i tre quello che gli pare

minor peccato, l'ubriachezza, e va a desinare in casa d'un mugnaio dei

dintorni. Il diavolo ci mette la coda, s'intende, e fornisce la cantina

del mugnaio di molti vini e inebbrianti. Beve il mugnaio, beve la moglie

e beve l'eremita, il quale in fin di tavola, come quello che dalle

lunghe astinenze è fatto più accensibile, è così brillo da non si

reggere. Come tornarsene a casa? La mugnaia, buona donna, presa da

compassione, gli offre d'accompagnarlo, ed eccoli in istrada ed a

braccetto per forza. E via per campi e prati: la capanna dell'eremita è

lontana, ed il peccato ci sta sempre alle spalle. Fatto sta che tra il

vino, la vicinanza, l'occasione ed il demonio, chi più ci rimette è il

mugnaio. I due restano addormentati uno accanto all'altro sul margine

della via. Il mugnaio che vede, o meglio, che non vede tornare la

moglie, snebbiato dalla gelosia, s'arma d'un'ascia e corre per

raggiungerli. Trova i due dormienti e infuriato sta per colpire

l'eremita, quando questi svegliatosi gli abbranca l'ascia e glie ne

assesta un tal colpo sul capo che lo fredda. Ed ecco che l'eremita s'è

ubriacato, ha fornicato ed ha ucciso. Il diavolo la sapeva lunga e la

storiella potrebbe suggerire questa morale. Che di tre peccati che

s'abbiano da commettere non bisogna mai scegliere il minore.

Nel poema le _Roman de la Rose_ di Jean de Meung, il poeta ci fornisce

interessantissimi ragguagli intorno al modo con cui le castellane

solevano comportarsi a tavola. Sono consigli dati alle donne.

Et gart que ja henap ne touche

Tant cum ele ait morcel en bouche.

E badi che mai non tocchi il nappo

Fino a che ha il boccone in bocca.

La parola _henap_, _nappo_ indica chiaramente non trattarsi di donne

dappoco, ma di gran dame, poichè l'_henap_ era una coppa d'onore per lo

più fatta in metallo prezioso, privilegio delle grandi tavole.

Seguitiamo i consigli:

Si doit si bien la bouche terdre

Qu'el n'i lest nule gresse ærdre.

E deve così forbirsi la bocca

Che non vi rimanga attaccato l'unto.

Au moins en le levre desseure:

Almeno al labbro superiore.

Car quant gresse en cele demeure

Ou vin en perent les maillettes

Qui ne sunt ne beles ne netes;

Perchè quando l'unto su quello rimane,

Ne vanno pel vino le bollicine,

Che non sono belle nè pulite.

Et boive petit à petit

Combien qu'ele ait grant apetit;

Ne boive pas à une alaine,

Ne henap plein, ne cope plaine

Ains boive petit et souvent.

E beva poco a poco,

Sebbene abbia gran voglia,

Nè beva d'un fiato

Nappo colmo o coppa colma,

Ma a sorsi e spesso.

Le bort du henap trop n'engoule

Si comme font maintes norrices

Qui sont si gloutes et si nices

Qu'el versent vin en gorge creuse,

Tout ainsinc cum en une huese

Et tant a grans gars en entonnent

Qu'el s'en confundent et estonnent.

E non imbocchi gli orli del nappo

Come fanno tante balie

Che sono così ghiotte e sciocche

Che precipitano il vino nel cavo stomaco

Come in uno stivale

E in così gran misura ne imbottano

Che si smarriscono e intontiscono.

Non pare di leggere nella nomina del Capelan del Porta il predicozzo che

il maggiordomo della marchesa Travasa rivolge ai reverendi concorrenti?

Ho voluto citare questi pochi versi, perchè a mio avviso essi

contribuiscono a darci ragione del maggiore sviluppo che ebbe in Francia

la poesia bacchica. Le nostre dame, anche nei più tenebrosi e turbolenti

periodi del medio evo, non abbisognavano di tali consigli. Non voglio

già vantare la loro continenza, il merito tocca al clima e non a loro,

ma sta di fatto che tracannatrici così ingorde di vino non erano nè

furono mai. La cenetta squisita e stimolante, se vogliamo, fiorisce

molto presso di noi; ma il vino non è di essa nè la maggiore attrattiva

nè il maggior peccato. Nei nostri novellieri il vino non fa mai da

protagonista, lo si nomina di passata come una cosa di ogni giorno, che

non valga il conto di una speciale menzione. Nel Decamerone vediamo

Bruno e Buffalmacco ubriacare quello scempio di un Calandrino a fine di

rubargli un porco salato; il Bandello ci racconta di un malo scherzo che

i mugnai di Parigi (di Parigi notate) ubriachi, fecero a due frati

minori e della vendetta che ne trasse il priore del convento; ma

l'interesse del racconto non nasce dal vino, nè si può dire che senza di

esso il racconto non sarebbe stato. Osservate ancora, che gli ubriachi,

presso i nostri novellieri, quelle poche volte che vengono in scena,

fanno sempre la peggiore figura: sono scornati, derisi, le toccano

d'ogni parte e d'ogni conio. La cosa segue ben diversa in Francia. Là

dove, diciamolo, abbondano i migliori vini del mondo, la poesia Bacchica

seguita a fiorire e le parole: _verre_, _bouteille_, _pot_, _cave_,

_tonneaux_, _tonne_ abbondano nel linguaggio di ogni poeta.

Che possiamo noi contrapporre alle omeriche bevute che s'incontrano nel

Rabelais? Là corrono veri fiumi di vino; il libro intero manda come un

alito vinoso e ne spumano via le grosse e grasse facezie dei bevitori.

Qui citare è impossibile. Ogni venti parole converrebbe scartarne dieci,

e le dieci rimaste dirle a bassa voce.

Del resto, mille ragioni d'indole artistica, e mille affatto estranee

all'arte combinano per impedire in Italia lo sviluppo rigoglioso della

poesia Bacchica.

La nostra vita politica e sociale nei tempi di mezzo, più libera e

varia, più alla portata di tutti, faceva rivolgere l'attenzione delle

menti poetiche a ben altri soggetti che non fosse il vino. Osservate

quanti dei poeti italiani furono segretari di principi ed ambasciatori.

Ed anche nei sollazzi presso di noi il vino teneva l'ultimo posto;

baldorie e festini quanti volete, e scarmigliati e liberissimi, ma il

loro sapiente ed artistico ordinamento accumulava in essi ogni sorta di

piaceri, di modo che tutti i sensi ne erano solleticati. Era nel sangue

italiano una raffinatezza, un supremo bisogno di modi eleganti, di forme

nobili, di esercizi sottilissimi dell'ingegno. Dove trovavano nutrimento

e godimento, l'occhio, nei colori, negli addobbi, nelle pitture, nella

principesca magnificenza delle tavole, nei lavori artistici di

oreficeria e di ceramica; l'orecchio nelle musiche, la mente nelle

dispute, nelle declamazioni di versi, nelle letture fatte ad alta voce

delle maggiori opere poetiche dell'antichità, ed il cuore negli

arrendevoli costumi, che volete dicesse il povero vino, fosse pure

Falerno, Siracusa o Lacrima Cristi? A chi veniva in mente di cantarlo?

Chi ne avrebbe ascoltate le lodi? Aggiungiamo che il Piemonte e la

Lombardia, le due provincie d'Italia che hanno maggior numero di

bevitori, diedero in quei tempi pochissimi poeti e che l'Italia di mezzo

e più la meridionale, sono parche nel bere. E quando vennero i bei

giorni di gloria letteraria per le nostre provincie, i tempi imponevano

altri più alti e gravi soggetti all'ispirazione dei poeti. D'altronde,

in Francia, dopo il Rabelais, il vino torna ad accompagnarsi coll'amore,

come seguiva nelle odi di Anacreonte, e ciò dura fino ai giorni nostri.

In Italia l'amore lasciatelo fare, che basta da sè senza nessuna sorta

di aiuto.

Versi bacchici però ne avemmo anche noi, e precisamente un ditirambo

intitolato da Bacco, ma io non oserei chiamare il Redi poeta del vino;

non già perchè manchi Bacco alla sua poesia, ma perchè a mio avviso

manca di poesia il suo Bacco. A scuola di rettorica ci mescevano il

ditirambo a centellini, stimolandoci la sete con chiose storiche e

filologiche, al cui paragone, se i versi non ci parvero la quinta

essenza della poesia, bisogna dire che siano freddi e muti davvero.

Immagini stupende ce ne sono, per esempio, questa:

Si bel sangue è un raggio acceso

Di quel sol che in ciel vedete,

E rimase avvinto e preso

Di più grappoli alla rete,

ma Dante aveva detto la stessa cosa, e meglio. Manca al Redi l'infuriare

che tanto piace al vecchio Anacreonte, manca l'impeto lirico. Il

disordine della sua metrica è ordinato con studio finissimo e compassato

e lambiccato; quei versi a scalini che salgono e scendono, non vi menano

mai nè in cantina nè su per l'aria a volo colla fantasia. Leggendoli non

vi assale mai la voglia matta di uscir dalla regola, di peccare e di far

peccare, di accendervi fino alla dimenticanza d'ogni ritegno, di mettere

a nudo l'anima vostra e di mostrarne tutte le infermità e le bollenti

tenerezze. Il Redi pare a me un buono assaggiatore di vini, membro di un

qualche giurì ad un'esposizione enologica, esperto a far confronti,

erudito a raccontare la storia d'ogni diverso prodotto, uomo di spirito

certo, ma del tutto estraneo a quello che dice. Il vino agisce su di lui

come l'amore sui poeti arcadici del secolo passato, non fa nè caldo nè

freddo.

Fra i moderni, il maggior poeta del vino è il Beranger. Nelle sue vere

canzoni, quelle cioè che corrono di più per le bocche dei francesi, il

vino ha, se non la massima, una grandissima parte. E come scintilla

nelle immagini, come lo si sente vigoroso nell'onda crescente del verso,

come scatta in motti nuovi e inaspettati, come s'attrista senza

piagnucolare e ride senza sguaiataggine! È veramente un vino buono e

nobile il suo, un corroborante che giova al corpo e rischiara la mente.

Sia pieno di Champagne, o di Borgogna, o di vinettini da pasto di

famiglia, il bicchiere non gli scivola quasi mai di mano, nè gli trema

in modo da imbevere la tovaglia. Getta bensì qualche volta _son bonnet

par dessus les moulins_, e con lui lo gettano o Lisette, o Adele, o

Margot, ma le scappate sono così gaie, ma il cuore parla con tanta

spontanea sincerità, ma ride tanta giovinezza nei ritornelli delle sue

canzoni, ed il _bonnet_ sarà così presto surrogato da un altro, e di là

dal molino ce n'è già tanti, che anche il più costumato e pudibondo

censore gli perdona volontieri. D'altronde, egli riassume il carattere

del popolo francese. Schietto, gaio, accensibile, un po' gradasso ma con

grazia, un po' mordente ma senza fiele, ed ospitale più che nessun

altro. Riassume anzi il tipo dei vini francesi, vini che fanno

discorrere e ridere, che inteneriscono qualche volta, che ci armano di

garbate punture, vini di buona società e non traditori. Il Beranger non

ha artifizii, è nato alla poesia, e non potrebbe in nessun modo tacersi.

Chanter, ou je m'abuse,

Est ma tache ici-bas.

Tous ceux qu'ainsi j'amuse,

Ne m'aimeront-ils pas?

Quand un cercle m'enchante,

Quand le vin divertit,

Le bon Dieu me dit: Chante,

Chante, pauvre petit.

E a quali altezze non sale il vino nella sua poesia! Io conosco poche

espressioni di nobile e grande patriottismo così potenti come questa che

s'incontra nella _Sainte alliance des peuples_:

Pour l'étranger coulez bons vine de France,

De sa frontière il reprend le chemin.

Quanto amore della propria terra, quanta coscienza delle sue ricchezze,

che contentezza d'esserci nato e che generosa prodigalità, che cuore

aperto e gioviale nel primo verso, e quanta nobiltà e quante minaccie

nel secondo!

Pour l'étranger coulez bons vins de France,

De sa frontière il reprend le chemin.

È un patriottismo che non cerca conquiste, e quindi non offende, a

differenza di quello che ispirò al Musset, un'immagine tolta anch'essa

dal vino, nella canzone _Le Rhin Allemand_:

Nous l'avons eu, votre Rhin allemand,

Il a tenu dans notre verre.

vanteria ingiusta e crudele che ha una sola scusa nel giungere seconda,

anzi nel rispondere ad una provocante canzone tedesca del Becker. E

poichè ho nominato il Musset, tratteniamoci un momento di lui, che è il

maggiore poeta lirico della Francia, poichè a mio vedere Victor Hugo ha

un ingegno più epico che lirico. Anche il Musset ha cantato del vino, ma

dovette essere una trista pianta e una terra ingrata ed una vendemmia

senza canti quella che produsse il vino che s'incontra nei suoi versi.

Dove sono andate la gaia spensieratezza e la superba incuranza di ogni

avversità che i bevitori ed i poeti di una volta cercavano e trovavano

in fondo al bicchiere? Il vino del Musset, come quello del Byron è

ragionatore e cattivo ragionatore, malinconico, cupo, senza speranze,

nemico della vita e dell'amore. Vinaccio da bettola di mala fama,

tracannato in male compagnie che genera disgusti e stimola alle più

ciniche dissolutezze. O meglio ancora, diciamolo, quel vino è innocente

e le morbose ebbrezze di quella poesia non derivano da lui. Esse erano

prima che lo si bevesse e perdurano suo malgrado.

Ah! malheur à celui qui laisse la débauche

Planter le premier clou sous sa mamelle gauche!

Le cœur d'un homme vierge est un vase profond:

Lorsque la première eau qu'on y verse est impure

La mer y passerait sans laver la souillure

Car l'abîme est immense, et la tâche est au fond.

Non era la crapula che doveva dire il poeta, ma lo sconforto, il dubbio

e l'amaro disprezzo degli uomini e della vita. Quella è la prima acqua

impura della quale il mare istesso non potrebbe lavare la macchia. E

allora a che serve correre le taverne, ubriacarsi cantando canzoni

oscene ed uccidere il solo ausiliare che potrebbe giovarci, la ragione?

Le mépris, Dieu puissant, voilà donc la science!

E contro una tal scienza non c'è vino che basti.

Povero vino, hanno studiato di te ogni cosa, hanno imparato qual terra

più ti si convenga e che modo deve tenersi con tua madre la vite, sono

discesi col microscopio fino all'ultime fibrille del tuo corpo, hanno

fatta la diagnosi delle tue malattie, le hanno curate, hanno scritto

delle leggi contro i tuoi nemici, hanno parlato di te ministri e

parlamenti, ma una volta il tuo apparire era segno di certa gioia, e non

v'era angoscia che tu non giungessi a sollevare. Ora non fai che

aggravarle, non addolcisci ma amareggi, ed i canti che ispiri hanno dei

ritornelli disperati.

Nominare tutti i poeti che hanno cantato il vino od anche solo tutti i

migliori, sarebbe impossibile nello spazio di tempo che mi è concesso.

Solo dei poeti drammatici ce ne sarebbe per un volume. Volevo riferire

alcune descrizioni di ubriacature, ma anche qui il tempo manca. Non

tutti i poeti sono discreti ed efficaci come Lucrezio il quale in cinque

versi raccoglie tutti gli effetti morbosi del vino.

Hominem cum vini vis penetravit

Acris, et in venas discessit diditus ardor,

Consequitur gravitas membrorum, præpediuntur

Crura vacillanti, tardescit lingua, madet mens,

Nant oculi, clamor, singultus, jurgia gliscunt,

che il Rapisardi traduce dilungando:

Quando la forza

Del vino penetrò l'uomo e le vene

Tutte gli corse il penetrante ardore,

Tosto le membra s'aggravan, trampellano

Le gambe, grossa imbrogliasi la lingua,

La mente ebbra vacilla, imbambolati

Nuotano gli occhi e clamori e contese

E singhiozzi prorompono ad un tratto.

Delle altre descrizioni ce n'è a piacimento, di quelle che durano una

mezza pagina di stampa o un capitolo od un volume intero.

Sarebbe uno studio curiosissimo quello di raccogliere tutte le

stramberie ed i vaniloquii che i poeti drammatici hanno messo in bocca

ai loro ubriachi. La messe sarebbe più ricca che non si crede e ne

uscirebbero molte altissime e profonde sentenze, perchè nella storia del

teatro, dopo i Romani fino a noi, gli ubriachi ed i becchini sono i

maggiori filosofi. Tanto pare arduo e pericoloso il proclamare la

verità, che i poeti quasi per ottenerne perdono, la fanno dire ad uomini

fuori di senno, o a gente incolta, e protetta dal tranquillante

spettacolo della morte.

Anche dei giudizi proferiti intorno al vino, sarebbe curiosa la

raccolta. Veramente si può dire che il vino lo lodano tutti, il biasimo

non riguarda che l'abuso.

Platone proibisce l'uso del vino ai giovani non ancora diciottenni,

proibisce d'ubriacarsi a chi non raggiunse i quarant'anni, comanda ai

vecchi di bere e li perdona se si ubriacano.

San Paolo asserisce che nel vino sta la lussuria ed in questo avviso

pare convenisse il demonio che ho nominato poc'anzi.

In un libro di Apuleio Madaurense, intitolato _Scelta dei Fiori_ e

citato dal Petrarca, è scritto che il primo bicchiere giova alla sete,

il secondo al buon umore, il terzo al piacere, al quarto tien dietro

l'ubriachezza, al quinto l'ira, al sesto le liti, al settimo il furore,

il sonno all'ottavo e al nono la malattia.

Il Petrarca scrive queste parole: «Non v'ha memoria, non lingua che

all'ampiezza della materia non venga meno se a noverare si accinga i

tristi effetti del vino, e in una parola stringendola finalmente, io

conchiudo infiniti essere i mali onde all'uman genere quello è cagione».

E per venire ad una tale conclusione, ne ha noverati parecchi dei mali e

d'omicidi e tradimenti e rovine di stati e battaglie perdute in causa

del vino. Lo stesso Petrarca però chiude una lettera a un Pietro di

Bologna con queste parole. «Manda la letterina che a questa compiego al

mio prete Don Giovanni, e colla lettera mandagli la fiasca, o per dir

meglio il fiaschetto tuo per averne un poco anzi un pocolino di quel

vino o vinetto che è antidoto alla lussuria e conforto alla temperanza».

Il Bandello, frate Domenicano, scrive del vino: «E secondo che è preso

sì come richiede il bisogno della temperatura dei corpi nostri,

conferisce molto al nodrimento del corpo, genera ottimo sangue, si

convertisce prestamente a nodrire, accresce la digestione per tutte le

membra e parti corporali, fa buon animo, rasserena l'intelletto,

rallegra il cuore, vivifica gli spiriti, aumenta il calore naturale,

ingrassa i convalescenti, eccita l'appetito, rischiara il sangue, apre

le oppilazioni, distribuisce il cibo nodritivo alle parti convenevoli,

fa buono e bello colore e caccia fuori tutte le superfluità».

Dopo di aver detto il bene dice il male, ma il male non tocca il vino,

ma l'abuso di esso che è difetto degli uomini e non suo. Silvio, famoso

medico di Parigi, al tempo di Montaigne, soleva dire, che per conservare

forza allo stomaco è necessario una volta il mese eccedere nel vino e

stimolarlo così perchè non impigrisca.

Montaigne chiama l'ubriachezza un vizio grossolano e brutale. «V'hanno

dei vizi che hanno un non so che di generoso, ve ne hanno dove la

scienza ha parte e che comportano la diligenza, il coraggio, la

prudenza, l'accortezza e la finezza. Questo è tutto corporeo e

terrestre». Ma poi aggiunge: «Benchè mi paia un vizio vile e stupido,

pure esso è meno malefico e dannoso, che non siano gli altri, i quali

offendono quasi tutti e direttamente la pubblica società. E se non

possiamo aver piacere che non ci costi, io penso che tal vizio costi

alla nostra coscienza assai meno che non molti altri».

Ed il Rousseau: «Ogni genere d'intemperanza è vizioso e sovratutto

quella che ci impedisce la più nobile delle nostre facoltà. L'eccesso

del vino degrada l'uomo, ma al postutto l'amore del vino non è un

delitto e ne fa raramente commettere, il vino rende l'uomo scemo e non

cattivo. Provoca alle volte dispute passeggiere, ma stringe cento

durevoli amicizie. Per lo più i bevitori sono cordiali, schietti, buoni,

integri, giusti, fedeli, coraggiosi e galantuomini, salvo i difetti. Si

può forse dire lo stesso degli altri vizî? Quante apparenti virtù

nascondono vizî reali! Il saggio è sobrio per temperanza, il furbo per

malizia. Nei paesi di mali costumi, d'intrighi, di tradimenti, è temuto

lo stato indiscreto dell'animo, per cui il cuore si mostra aperto senza

che ce n'avvediamo. Quelli che più abborriscono l'ubriachezza sono

quelli che hanno più interesse a guardarsene».

E per finire questa prima parte, ho tradotto come ho potuto una poesia

tedesca intitolata _La Circolazione del Vino_.

Dal grappolo nel tino,

Dal tino entro il barile,

Poi nel fiasco sottile,

Indi nel bicchierino.

Da questo al labbro viene

E giù dal labbro in gola

Va sangue nelle vene,

Torna in bocca parola.

Dalla parola, al santo

Estro febeo seconda,

Tramutasi del canto

Nell'armonia gioconda.

Va canto per la rada

Aria in plaghe infinite

E ricasca rugiada

Ad innaffiar la vite.

Dalla vite nel grappo,

Dove rinasce vino,

Poi di nuovo nel tino,

Poi di nuovo nel nappo.

Ho detto da principio che i poeti del vino si possono dividere in due

classi diverse: quelli che lo hanno cantato, e quelli che lo hanno

bevuto.

Questa seconda parte della mia conferenza dovrebbe essere una serie di

biografie, tristo còmpito, perchè tutte finiscono male. Chi non conosce

il nome di parecchi fra i poeti moderni e dei maggiori, dei quali si

racconta per lo più con parole di amaro rimprovero che morirono

avvelenati dal bere? Di quanti non si negano l'ingegno e l'ispirazione,

attribuendone tutto il merito all'impeto bacchico? Ed i più miti e

benevoli fra quelli che si arrogano il diritto di profferire un giudizio

di condanna, conchiudono: Se il loro ingegno, smorzato e soffocato dal

vino, ha dato i frutti che conosciamo, che non avrebbero dato se l'uomo

non avesse col lento suicidio ucciso il poeta? Ed accusano quei

disgraziati di averci frodati del nostro avere, come se ci dovessero

sino all'ultima goccia il loro sangue e la loro vita.

Quest'ultima maniera di critica non regge. Giudichiamo d'ogni poeta ciò

che egli ci dà, e non cerchiamo se avrebbe potuto far più e meglio.

Quanto non è nè fu mai, non può essere materia al nostro giudizio, e se

vi è cosa che sfugga alle illazioni dei solisti, questa è la poesia.

Ma anche nell'affermare queste ebrietà continue e mortali si procede per

lo più con una riprovevole leggerezza.

Molti poeti sono accusati di morte alcoolica ingiustamente, tra gli

altri il Musset. Théophile Gautier nega questo fatto anche del

Baudelaire, il quale morì, scrive Théophile Gautier, di poesia e di

lavoro. Ai nostri giorni, e colle idee pratiche dominanti, pare strano,

per non dire assurdo, che si scriva di qualcheduno che morì di poesia.

Eppure, quella esaltazione, quel raffinamento squisito e doloroso di

sentire che fa delle liriche del Baudelaire un così sottile ed

inebbriante veleno, potevano anche, al giudizio dei fisiologi, bastare a

dissolvere il più robusto organismo.

Del Poe, un recente biografo dimostrò che non morì come fu scritto del

_delirium tremens_. Morì ucciso dal bere, l'Hoffmann; ne morirono, e non

è molto, dei nostri italiani.

Io non intendo difendere quei disgraziati: il vizio è brutto in tutti, e

sempre, ma non ammetto che pel solo fatto ch'essi beneficarono più che

altri l'umanità, gli uomini debbano credersi lecito di gridar loro con

voce più alta il crucifige. Che abbiano cercato nel vino ispirazione e

calore poetico, e che perciò siansi abbandonati ad abusarne, come

affermano taluni, per scusarne gli eccessi, non lo credo neppure. Ma dal

fatto di darsi al vizio del bere a quello di morirne, ci corre.

Colpevoli sul principio, alcuni di essi furono martiri alla fine. Chi ha

cominciato a mordere al dolce pomo della poesia, chi ha goduto la

suprema voluttà di sentire i proprii pensieri risonare al proprio

orecchio in cadenze melodiose, chi è rimasto delle notti intere al

tavolo senza fatica, senza coscienza del tempo e delle cose ed al

nascere del giorno si è trovato fra mani una pagina di versi limpidi,

chiaro specchio dell'anima, ed ha sentito che la grande consolatrice è

la poesia, ed ha sognato di riverberare un po' di luce sul suo tempo e

sulle menti degli uomini, non sa acconciarsi all'abbandono di tanto

bene. Ora il vino, prima di diventare mortifero, fiacca la mente ed

impigrisce la fantasia. Si può ancora guarire e ristorarsi di tali

guasti, ma la cura è lunga e difficile, l'uso libero della mente non

torna che in fine. Invece un sorso del solito veleno ravviva per un

momento la vita mentale e riconduce l'attività perduta. Questa è la

causa degli eccessi mortali.

Quelle menti agitate non sanno pazientare; privarsi per un tempo anche

breve del supremo conforto della mente, non possono, non vogliono. Hanno

fermamente deciso di emendarsi, dovessero affrontare i più duri

patimenti; l'astinenza costerà loro uno sforzo continuo ed eroico, ma

sentono in sè di esserne capaci, purchè non sia ritardata la facoltà del

pensiero, purchè possano sognare e tradurre in versi i loro sogni. Nella

riduzione in forma di dramma dell'_Assommoir_ dello Zola, c'è una scena

dove Coupeau, uscito dall'ospedale, è fermamente risoluto di non più

ubriacarsi. I medici gli hanno detto che una goccia d'acquavite gli

sarebbe irrimediabilmente mortale, e gli hanno concesso l'uso temperato

del vino. Per maligni rancori una mala donna gli porta in camera una

bottiglia d'acquavite e glie la annunzia per vino. Coupeau, come rimane

solo, accosta la bottiglia alle labbra ed appena sente l'acquavite la

rimette atterrito sul tavolo e si allontana tremando. Ma la sirena l'ha

agguantato. Si ferma, guarda la bottiglia, lo sa, glie lo ha detto il

medico, che là dentro c'è la morte, una morte spaventosa ed atroce e

sente che il medico non ha mentito, che un altro sorso di quel maledetto

liquore lo ucciderà, ed ha paura di morire; ma la bottiglia e là piena,

aperta, a portata della mano, e manda via per la camera il suo acre

odore inebbriante, e Coupeau non resiste, e beve, e ne muore.

Io ho conosciuto un poeta, al quale questa terribile scena seguiva ogni

giorno. Già intorbidato dal bere, la sua mente non operava se non sotto

le frustate dell'alcool, ed egli sapeva che ogni nuovo sorso lo

avvicinava alla morte, ad una morte vergognosa e vituperevole, e formava

in cuor suo cento propositi di resistenza; ma aveva perduti quasi tutti

gli amici, le persone timorate lo fuggivano e gli pareva che il solo

rifugio, la sola nobiltà che gli durasse fosse la poesia; e consumava

cosciente e inorridito il continuo suicidio, pure di ricavare qualche

povera scintilla da quel grande focolare di forme e di idee che era

stato il suo cervello. Non scorderò mai una sera che mi condusse a casa

sua per leggermi dei versi. Era in quello stato di smemoratezza

sonnolenta che precede immediatamente l'ultima crisi.

Non aveva bevuto, e aveva gli occhi spenti e la parola tarda e grassa.

Quando fummo seduti al suo tavolo, dove una sola candela ci rischiarava,

egli cominciò a spaginare un gran scartafaccio, e sfogliò per un pezzo

prima di trovare il principio della poesia. Poi lesse; leggeva a bassa

voce con monotonia, si sentiva ancora in lui l'uomo memore dei ritmi

sonori di una volta; di tratto in tratto si fermava a cercare per le

pagine del libro una strofa scritta là come veniva, una sera, arrivando

briaco a casa, sulla prima pagina del libro trovato aperto, anche a

rovescio. Ad intervalli, chiudeva in fretta e ripetutamente le palpebre,

come per scacciare il sonno che piombava, e appena risvegliato da questo

esercizio, rialzava la voce, intonava più vivamente il suo verso, poi

riallentava di nuovo, e la voce si abbassava sempre più, così da dovere

io fare dei grandi sforzi per sentirla. E i versi erano bellissimi. Quel

poeta è morto, quella fu l'ultima sua poesia, e forse la dose d'alcool

che lo riaccese per quei versi, fu quella che gli diede il tracollo e

che segnò irrevocabilmente la sua condanna.

Se le mie parole avranno servito a temperare la rigidità di qualche

giudizio, a guadagnare qualche simpatia a questi disgraziatissimi fra i

poeti del vino, se qualcheduno di voi, tornato a casa e rileggendone le

opere e commovendosene, penserà di essi che morirono forse per darci un

momento di dolcezza o di conforto, io crederò che la mia lettura non

sarà stata del tutto inutile e sarò contento e superbo dell'opera mia.

_G. BIZZOZERO_

—

IL VINO E LA SALUTE

(_Conferenza tenuta la sera del 15 marzo 1880_).

_Signori!_

Il concetto, che l'uomo della scienza ha della parola _veleno_, è

alquanto diverso da quello che se ne è formato il profano. Mentre questi

l'adopera per indicare un certo gruppo di sostanze altamente nocive,

anche in piccola dose, al corpo animale, quegli ascrive ai veleni ogni

sostanza, che, introdotta nell'organismo, ne perturba, per la sua

costituzione chimica, più o meno profondamente ed estesamente le

funzioni. L'essenza del veleno, quindi, non sta precisamente nella

sostanza in sè, ma sì nell'azione ch'essa esercita su di noi; sicchè

diventano veleni delle sostanze del resto innocue, od, anzi, necessarie

alla nostra vita, quand'esse ci danneggino o per la copia in cui noi le

introduciamo, o per condizioni speciali del nostro corpo.

Un esempio chiarirà meglio questo concetto, e basterà a dimostrarvi come

le sostanze alimentari, anche in piccolissima dose, possano agire da

veri veleni. — V'ha una malattia, che spesso termina colla morte, e che

vien detta _diabete zuccherino_ per questo, che l'ammalato emette gran

copia di orine ricche di zucchero. Questa produzione abnorme di zucchero

è accompagnata da un'attivissima distruzione dei materiali che

costituiscono il nostro corpo, sicchè l'individuo, che non arriva

coll'alimentazione a compensare le enormi perdite, si strugge ad un

dipresso come un pezzo di ghiaccio sotto i raggi del sole. Il diminuire

la produzione e l'eliminazione dello zucchero equivale al ritardare il

progresso fatale della malattia. È a questo scopo che si mira dal

medico, ed il miglior modo che finora s'ha in mano per ottenerlo, si è

di sottrarre dall'alimentazione del malato tutto quanto è zuccherino o

farinaceo. Zuccherini e farinacei sono per tali individui veri veleni.

Quando s'è giunti ad ottenere un'orina priva di zucchero, basta che il

malato trasgredisca una volta sola le prescrizioni, perchè lo zucchero

ricompaia nelle orine, e la distruzione dei materiali organici si

riacceleri. Non si può immaginare quanto sensibile sia, a questo

riguardo, l'organismo. Il professore Cantani, cui dobbiamo profondi

studi su questo argomento, ci racconta nel suo libro sul Ricambio

materiale, come un malato in sua cura, che pur seguiva alla lettera ogni

suo consiglio, non fosse giunto mai ad ottenere orine prive di zucchero.

Solo dopo ripetute indagini egli riescì a scoprire la causa del fatto.

Nel suo decreto di proscrizione assoluta dei farinacei egli aveva

dimenticato, che il suo malato era prete, e che ogni mattina nel

celebrare la messa inghiottiva un'ostia. — Proibita l'ostia, lo zucchero

scomparve!

Partendo da questi principii, il vino può ascriversi ai veleni; è, anzi,

il veleno più terribile per la società. Nè i fulmini di Giove, nè la

spada di Marte, nè i baci di Venere hanno fatto tante vittime quanto

Bacco co' calici spumanti.

Le conseguenze dell'alcoolismo, che ognuno di noi ha avuto occasione di

osservare, non sono che una minima parte di quelle che realmente si

hanno. La parte maggiore ci sfugge, e per diverse ragioni. Infatti,

l'alcoolismo sevisce specialmente nelle basse classi sociali, che noi

conosciamo poco; l'individuo ci vive in una cerchia ristretta, ed,

inghiottito dagli spedali, abbandona il mondo piuttosto ignorato che

obliato. Nelle classi più alte le famiglie cercano di celare quanto

possono una malattia che, meritamente o no, considerano come loro

vergogna; ed in ciò sono aiutate dalla morte morale, che nell'alcoolista

sì spesso precede di tanto la morte fisica, e contribuisce a rendere

inavvertita la sua scomparsa. Per ultimo, siccome l'alcool è causa di

svariate malattie, delle quali molte possono essere prodotte da cause

tutt'affatto diverse, così spesso non si riconosce o non si vuol

riconoscere che il danno venne propriamente cagionato dall'alcool. Il

primo ad emettere, e il più tenace a sostenere questi erronei giudizii è

sempre colui che, per l'appunto, avrebbe tutto l'interesse a fare

l'opposto, cioè il bevitore; il quale non vuole ammettere di essere lui

stesso la causa del proprio male, sia perchè ciò suonerebbe rampogna ad

un animale ragionevole, quale egli crede di essere, sia perchè ciò

gl'imporrebbe l'obbligo morale di astenersi dal suo favorito veleno.

I danni prodotti dall'alcoolismo acuto, di cui vi ha parlato il prof.

Mosso, sono ben piccola cosa di fronte a quelli che provengono dall'uso

prolungato ed esagerato dell'alcool. L'azione di questo si ripete

continuamente, e si estende alla più parte degli organi del corpo; e a

questo modo induce in essi delle alterazioni _durevoli_, che permangono

più o meno completamente anche quando si cessi dal veleno, e che

interessano in alto grado le funzioni più importanti della macchina

animale. Si comprenderà con ciò facilmente, che se è fatto raro il

morire per alcoolismo acuto, è invece assai frequente per l'alcoolismo

cronico, anche quando l'individuo, pentito de' suoi eccessi, sia entrato

nella via del ravvedimento.

Le ricerche scientifiche hanno potuto finora penetrar ben poco nello

studio dell'azione dell'alcool sull'organismo. Si conoscono in parte le

conseguenze ultime sui diversi organi, ma si sa assai poco intorno alla

maniera in cui l'alcool le produce. Pel modo di agire pare che questo

abbia una certa parentela con parecchie sostanze che lo superano d'assai

in facoltà venefica, e che manifestano la loro azione alterando

profondamente quel continuo ricambio chimico, mediante cui si mantiene

in vita l'organismo animale; voglio dire col fosforo, coll'arsenico,

coll'antimonio, coll'acido solforico, ecc. — Ma innanzi di trattar di

ciò è mestieri che io vi indichi sommariamente qual sia la minuta

struttura dei nostri organi, chè senza questa specie di iniziazione

microscopica difficilmente potreste comprendere il loro modificarsi

sotto l'influenza dell'alcool. — Gli organi sono costituiti da due parti

principali: da corpicciuoli minutissimi, variamente disposti, che sono

le _cellule proprie_ dell'organo, e da una sostanza, da un tessuto

particolare che li tiene assieme, e che, perciò, porta il nome di

_tessuto connettivo interstiziale_. Le cellule proprie sono quelle a cui

è affidata in modo speciale la funzione dell'organo, e, com'è ben

naturale, variano di forma, di costituzione e di disposizione da un

organo all'altro. Dalla parte che entrano a costituire esse ebbero il

nome, epperò nel fegato abbiamo le cellule epatiche, nei reni le renali,

nel cervello le cerebrali, e via dicendo. Il tessuto connettivo, invece,

è, salvo irrilevanti modificazioni, lo stesso dappertutto, ed oltre al

proteggere e connettere le cellule proprie, sostiene anche quei

vasellini sanguigni e linfatici, e quei filuzzi nervosi che di queste

ultime provvedono al nutrimento e regolano l'azione. Poichè è da sapere,

che in qualunque parte, anche la più riposta, del nostro corpo, ferve

fra gli elementi dei tessuti ed il sangue un continuo scambio di

materiali, ch'è regolato, a seconda dei bisogni, dall'influenza nervosa.

L'alcool viene a contatto degli organi in due modi. Nell'esofago e nello

stomaco arriva direttamente dal di fuori. Giunto nello stomaco, esso

viene assorbito specialmente dalle vene, e, col sangue di queste,

trasportato dapprima al fegato, poi, passato il fegato, a tutti gli

altri organi del corpo. — Ora egli sembra, che negli organi esso agisca

tanto sulle cellule proprie, quanto sul loro connettivo di sostegno; e,

più precisamente, in un primo periodo su quelle, in un secondo su

questo. Per alcuni organi, anzi, ciò venne già constatato. Le cellule

proprie s'alterano variamente, ma, in ultima analisi, finiscono col

modificarsi nella loro composizione chimica (col _degenerare_) o

coll'impicciolire (_atrofizzarsi_), ed alfine distruggersi. Nel

connettivo, invece, osserviamo lo stato opposto; esso aumenta di volume,

diventa _iperplastico_, e per questa via contribuisce non poco a

danneggiare, schiacciandole, quelle cellule proprie, cui dovrebbe

servire di sostegno e di difesa.

Le annesse figure vi rappresentano il decorrere di questi processi nel

fegato. Come appare dalla Fig. 1, le cellule proprie del fegato non vi

stanno disposte uniformemente, ma sono riunite in ammassi poliedrici, a

cui si dà il nome di _acini_; ogni acino è sostenuto nel suo interno, e

limitato alla sua superficie verso gli acini vicini da esili strati di

connettivo interstiziale. — Questa figura vi rappresenta le alterazioni

del primo periodo dell'alcoolismo. Ci vedete le cellule epatiche, a

cominciare da quelle che stanno alla periferia dell'acino, riempite di

gocciole di una sostanza liquida, lucente, che non è altro che _grasso_;

il connettivo si conserva ancora sano.

[FIGURA: Fig. 1. Due acini del fegato di un bevitore, fortemente

ingranditi col microscopio. Le cellule che stanno alla periferia

dell'acino sono piene di gocciole di grasso. Al dintorno degli acini

scorrono i troncolini della _vena porta_ (_pp_), che per mezzo di

vasellini capillari trasportano il sangue fino al centro dell'acino

nelle vene epatiche _VV_.]

Non è ben noto il significato di questa infiltrazione grassa. Forse

deriva da un processo molto semplice; il sangue degli alcoolisti ricco

di grasso (che talvolta vi è in tanta copia che le sue goccioline

rendono _lattiginoso_ il siero), nel passare pel fegato ve ne lascia un

abbondante deposito. È questo un fatto frequente ad osservarsi in altri

stati morbosi, ed anche in alcune condizioni dell'individuo sano, e che

noi possiamo produrre a nostra voglia negli animali, dando loro copioso

nutrimento e concedendo loro poco moto. Ognuno di voi conosce, per

propria esperienza, benchè da un punto di vista assai diverso da quello

sotto cui la riguardo io ora, questa infiltrazione adiposa del fegato;

è, infatti, ad essa che si debbono quei pezzi patologici che sono così

rinomati in gastronomia sotto il nome di pasticci di Strasburgo. Essa,

nei bevitori, andrebbe d'accordo con quell'ingrassamento generale del

corpo che si suole osservare sul principio dell'alcoolismo.

Ma, secondo altri, quest'alterazione del fegato avrebbe un'origine più

profonda e più grave^[IX-1]. Essa proverrebbe, per lo meno in parte, da

un serio sconcerto di nutrizione delle cellule epatiche, le quali, sotto

l'influenza dell'alcool, non sarebbero più capaci, come nello stato

normale, di produrre alte combinazioni organiche, e darebbero origine a

combinazioni d'ordine inferiore, quali i grassi. L'alcool assomiglia

anche per questa sua azione ai veleni potenti, testè citati, ad es. al

fosforo, dei quali, appunto, una delle prime conseguenze è l'estesa

degenerazione grassa del fegato.

In un periodo più avanzato dell'alcoolismo sono le alterazioni del

connettivo interstiziale che pigliano il sopravvento. Come vedete dalla

Fig. 2, questo connettivo aumenta di volume; e, come i suoi strati

abbracciano tutt'attorno l'acino, così essi, ingrossandosi e

coartandosi, comprimono quest'ultimo, lo impiccioliscono; mentre gli

tolgono il nutrimento comprimendo e restringendo i vasi che gli portano

il sangue. Ne segue un'atrofia, una distruzione delle cellule proprie,

con quale radicale alterazione delle funzioni del fegato è facile

immaginare. Questa malattia, che vien detta _cirrosi_ del fegato, è una

delle più gravi a cui l'organo possa soggiacere, e, come vedremo, è

causa frequente della morte dell'alcoolista.

[FIGURA: Fig. 2. Fegato di bevitore in degenerazione avanzata

(_cirrosi_). Gli acini epatici (_bb_) pieni di grasso, sono separati

l'uno dall'altro e schiacciati da copioso connettivo interstiziale

(_aa_) di nuova formazione.]

Nello stomaco vennero constatati fatti simili a quelli presentati dal

fegato in conseguenza dell'abuso di alcool. In un primo periodo,

tumefazione e degenerazione delle cellule delle ghiandole

gastriche^[IX-2], di quelle ghiandole, cioè, che fabbricano i succhi

digerenti; in un secondo, aumento di volume, iperplasia del connettivo

interstiziale; il tutto accompagnato da dilatazione dei vasi sanguigni,

da _iperemia_, che dappertutto suol essere la conseguenza più diretta e

più pronta dell'azione del veleno.

Forse con questa doppia azione dell'alcool sulle cellule proprie e sul

connettivo interstiziale si potranno spiegare le alterazioni che gli

anatomopatologi trovarono in tanti altri organi del beone: le atrofie

del cervello e del midollo spinale, e le infiammazioni croniche delle

membrane che li ravvolgono: la degenerazione grassa e la cirrosi dei

reni; la degenerazione grassa del cuore; la degenerazione ghiandolare e

la iperplasia connettiva dell'intestino, e via dicendo. Ma, per ora, su

ciò non possiamo dare giudizio sicuro, giacchè dobbiamo pur confessare,

che lo studio anatomico dell'alcoolismo non è tanto progredito, quanto

la frequenza e la gravità del male richiederebbero.

Vediamo ora quali segni dia di sè, nel vivente, l'alcoolismo. — Con

tanta varietà di alterazioni anatomiche è facile prevedere quanto siano

svariate anche le forme della malattia. A seconda della quantità e della

qualità della bevanda alcoolica usata, della costituzione e dello stato

dell'individuo, del clima, di molte circostanze, insomma, interne ed

esterne, le sofferenze dei singoli alcoolisti diversificano

all'infinito. Ciò non toglie, però, che in un certo numero di casi i

fenomeni non sieno press'a poco gli stessi, e si seguano in un

determinato ordine, sicchè se ne possa trarre un quadro clinico che può

valere come caratteristico dell'avvelenamento da alcool.

Per un certo periodo, la cui durata può variare da mesi ad anni, il

beone non prova disturbi degni di nota; apparentemente, anzi, egli si fa

più florido. L'ingrassamento difficilmente si può ripetere da una

maggior entrata di grasso nell'organismo, poichè gli individui di solito

mangiano meno dell'ordinario. Più probabile è che dipenda da un

diminuito consumo del grasso già esistente nel corpo, in conseguenza

dell'azione dell'alcool, la quale si spiegherebbe appunto, come molte

esperienze hanno dimostrato, col limitare la combustione dei materiali

ch'entrano a costituire l'organismo.

Ad un certo punto il malato comincia a perdere l'appetito; fa pasti

irregolari, e dopo di essi prova allo stomaco un senso di tensione, di

peso, di dolore. Alla mattina, senza altra causa, ha spesso vomito di

masse di muco. Io voglio insistere su questo fatto, così raro nella vita

comune, del _vomito mattutino_; poichè, siccome esso non è che il primo

di una lunga iliade di guai, così dev'essere dal bevitore considerato

come il primo araldo della natura medicatrice, che lo avverte del

pericolo che corre, e gli dirige un minaccioso _nec plus ultra_. E

talvolta la natura rinforza il suo avvertimento in un modo più visibile,

regalando al beone un naso grosso, tuberoso, rosso vivo, percorso da

eleganti vene circonvolute, ed umettato da grasso e da sudore.

Ma il più delle volte il peccatore non si corregge, ed allora i sintomi

si fanno più gravi. La digestione diviene sempre più difficile,

l'infermo non fa che accompagnare di pochi bocconi la sua bevanda

prediletta. Comincia un affievolimento e un tremore a piccole scosse

ritmiche alle mani (_tremor potatorum_), che poi si estende alle

braccia, alle gambe, alle labbra, alla lingua, a tutta la persona:

quindi incerta e debole è la presa, vacillante il passo, confusa o quasi

inintelligibile la parola. La voce è rauca pel frequente catarro cronico

della laringe. Questi fatti sono più spiccati alla mattina a digiuno;

bevendo, il tremore diminuisce, ma per poco. Vista intorbidata; veglia

ostinata o sonno inquieto, preceduto da formicolìo o stiramento alle

gambe, e poi anche alle braccia. Vertigini, confusione nelle idee,

affievolimento della memoria e dell'intelligenza.

Ai disordini di motilità, che di raro progrediscono fino alla vera

paralisi, si associano ben presto disordini di sensibilità. Talora

questa, specialmente alle gambe, è di tal modo aumentata, che anche il

toccar leggermente la pelle o il comprimere i muscoli cagiona vivo

dolore, senza contare dolori spontanei pungenti, laceranti, frizzanti

che tormentano l'infermo, massime di notte, e gli rubano il già scarso

sonno. Più di frequente, invece, la sensibilità diminuisce,

incominciando dalle dita e venendo all'insù. L'apatia intellettuale è

interrotta da allucinazioni di più in più frequenti, vivaci, spesso

paurose. Le alterazioni gravi degli organi più importanti hanno per

effetto una profonda denutrizione dell'individuo; questo, dapprima

florido e grasso, deperisce rapidamente; la pelle si fa inelastica, si

accolla ai muscoli ed alle ossa sottoposte, diventa di colore sporco,

giallo-verdastro.

Insorgono convulsioni, e queste non di rado fanno passaggio a veri

accessi epilettiformi. La vista e l'udito si ottundono ognor più. La

debolezza intellettuale cresce a demenza, interrotta ancora tratto

tratto da accessi di delirio. E così, o nel più alto grado di marasmo, o

in uno stato di collasso, o in un accesso epilettiforme, o per malattie

intercorrenti la vita dell'infermo si spegne.

In questo succedersi dei fenomeni dell'alcoolismo i sintomi offerti dal

sistema nervoso sono i predominanti; e, considerati nel loro complesso,

sono così caratteristici, che non possono di leggieri essere confusi con

quelli di malattie nervose cagionate da altro che dall'alcoolismo. Ad

essi si aggiungono non di rado dei perturbamenti speciali

dell'intelligenza e degli accessi di _delirium tremens_, di cui avrà

occasione di intrattenervi prossimamente il prof. Lombroso.

Andrebbe, però, di molto errato colui, che non riconoscesse i venefici

effetti dell'alcool che in questo modo di manifestarsi della malattia.

In un numero di casi di gran lunga maggiore l'alcool danneggia poco o

nulla il sistema nervoso, e concentra la sua azione sull'uno o

sull'altro dei più importanti organi del corpo; sicchè la malattia, a

seconda dell'organo colpito, assume diverse forme ed uccide per diversa

via.

Talvolta, ad es., appaiono in prima linea le alterazioni del fegato. La

cirrosi, di cui v'ho già parlato come di conseguenza frequente

dell'avvelenamento alcoolico, è, sotto il punto della guaribilità, una

forma morbosa assai più grave di quella testè descritta. Nella forma

nervosa, anche quando i fenomeni sono già relativamente avanzati, con

un'adatta cura si può avere speranza di guarigione; lo stato

dell'intelligenza migliora, i muscoli riprendono, almeno in parte, le

loro forze, le funzioni dello stomaco si riordinano, la nutrizione

dell'individuo ripiglia vigore. Nella cirrosi del fegato, invece, l'aver

constatata la malattia ci permette già di prevedere la inevitabile morte

del paziente. Quel connettivo che si forma tra acino ed acino della

ghiandola, e che, qualunque cosa si faccia, continua a crescere, a

coartarsi e a raggrinzarsi, non solo rovina le cellule proprie della

ghiandola, ma, comprimendo i troncolini della vena porta, e rendendovi

difficile il passaggio del sangue, dà luogo a gravissimi disturbi

circolatori nelle vene, da cui la porta trae origine, cioè nelle vene

dello stomaco, dell'intestino, della milza e del peritoneo; ed è in

conseguenza di questi disturbi che, di solito, la morte sopravviene.

Altre volte sono i reni che vengono a preferenza colpiti. A questo

riguardo è da notare il fatto curioso, che mentre in Inghilterra è

frequente l'infiammazione dei reni quale effetto dell'alcoolismo, in

Germania ciò sembra molto raro; la qual differenza si vorrebbe spiegare

con questo, che in Inghilterra l'alcool vien bevuto sotto quella forma

concentratissima ch'è il _gin_^[IX-3]. Sì nella cirrosi epatica, che

nell'infiammazione renale gli infermi muoiono di solito fortemente

idropici; il che ha dato origine al lugubre detto: _qui vivunt in

spiritu, in aquis moriuntur_.

Una grande importanza nel quadro dell'alcoolismo è da accordare alle

alterazioni dei vasi sanguigni, così dei grossi come dei più piccoli. In

essi l'alcoolismo è frequentemente causa di una speciale malattia, detta

_ateroma_, per la quale alcune delle tonache del vaso diventano tratto

tratto tumide, scabre, meno resistenti, sicchè più facilmente cedono e

si rompono sotto la pressione del sangue contenuto nel vaso. Fra le

conseguenze di quest'alterazione citerò le due più comunemente note,

cioè la formazione e poi la rottura di aneurismi, e l'apoplessia

cerebrale; sì quelle che questa, se interessano vasi grossi, danno luogo

in non rari casi a morti improvvise, fulminee; quando, a cagion

d'esempio, l'individuo, bevendo ad un tratto una forte dose d'alcool,

ecciti a contrazioni repentinamente energiche il suo cuore.

Io non posso lasciare quest'argomento senza toccare della profonda

denutrizione, cui l'alcoolismo dà luogo. Abbiamo veduto come lo stomaco

sia l'organo che, primo, soffre; il beone va sempre assottigliando la

quantità dei cibi, e neppur quei pochi ch'egli introduce possono

convenientemente venir elaborati ed assorbiti dallo stomaco e

dall'intestino, poichè queste parti si trovano in uno stato morboso,

cui, anzi, l'irritazione prodotta dalla presenza dei cibi aumenta

vieppiù. Lasciamo da parte le conseguenze locali di ciò, cioè i catarri

cronici dell'organo, che possono diventar minacciosi per sè soli (dando

luogo a formazione di ulceri ed a pericolose emorragie) e che meritano

tutta la nostra attenzione per la loro frequenza; poichè insorgono anche

pel solo abuso non grande ma abituale del vino. Quante difficoltà di

digestione, quanti dolori di stomaco, che si curano inutilmente colle

polveri, colle pillole, colle tinture, riconoscono la loro origine in

qualche bicchiere di più bevuto nella serata! — Quello che più mi preme

di far notare si è l'effetto ultimo di questo stato degli organi

digerenti. La scarsità del materiale nutrizio che l'organismo riceve da

essi fa sì, che tutte le parti che lo compongono immiseriscano; e questo

loro deteriorare è reso più rapido e profondo dall'azione pervertitrice

che, come già dissi, l'alcool ha già esercitato sugli elementi

microscopici che concorrono a costituirle. Da ciò deve ripetersi

specialmente il marasmo che si stabilisce negli alcoolisti, e il loro

aspetto miserando. A questo s'aggiunga, che i più piccoli vasi

sanguigni, quelli che direttamente distribuiscono l'alimento ai gruppi

di elementi, sono del pari probabilmente alterati dall'alcool; in molti

di essi si può constatare una degenerazione grassa delle pareti, e forse

questo non è che uno stadio avanzato di un processo, che ne' suoi primi

periodi è sfuggito sinora alle nostre indagini. Ora, tale alterazione

non può che alterare il rapporto fra sangue ed elementi; rendere più

scarsa ed irregolare la quantità di nutrimento che questi ricevono. Nè

ciò basta. Il cuore negli alcoolisti subisce di frequente la

degenerazione grassa, s'indebolisce, e spinge fiaccamente il sangue nei

vasi; quindi, rallentamento di circolazione e nuova causa di

insufficiente nutrizione degli elementi. Ove si consideri questo

complesso di condizioni, e la straordinaria debolezza organica che ne

deriva, si comprenderà facilmente come negli alcoolisti valgano a

produrre malattie serie delle cause morbigene che avrebbero poca o

nessuna influenza su individui robusti; e come in essi ogni processo

morboso anche accidentale, come una infiammazione od una ferita, abbia

decorso più grave, più facilmente si complichi, e più frequentemente

termini in modo funesto. Mi valga ad esempio la pneumonite. Essa insorge

di frequente nei bevitori, e vi si complica di solito a delirio ed a

suppurazione e gangrena polmonare; cosicchè la mortalità dei malati

alcoolisti è del doppio o del triplo più grande di quella dei malati

comuni. Fismer in Basilea ebbe persino il 55 per cento di morti^[IX-4].

La conclusione di quanto ho esposto finora sui danni fisici prodotti

dall'alcool si è evidentemente questa, che quel tipo morboso che è

conosciuto sotto il nome di alcoolismo in senso stretto non è che uno

dei modi in cui questi danni possono manifestarsi, e che di gran lunga

più numerosi sono quei casi di malattia, che non hanno apparentemente

nulla di caratteristico, e che, nullameno, in via diretta od indiretta

provengono dall'abuso di vino o di liquori. E contuttociò noi non

abbiamo studiato la funesta influenza di questo abuso che sotto un solo

punto di vista. Non abbiamo toccato delle malattie e dello stato di

debolezza che gli ubbriaconi trasmettono ai loro figli, e ancora non

abbiamo fatto cenno delle morti dovute sia a disgrazie imputabili allo

stato di ubbriachezza, sia al suicidio, che spesso è la via che il beone

sceglie per liberarsi dall'indigenza o dalla falsa posizione sociale che

il suo vizio gli procura. Allorchè, adunque, si dice, ad es., che in

Inghilterra in 28 anni (dal 1847 al 1874) sono morte 22723 persone di

alcoolismo, e che in Francia in 13 anni (dal 1853 al 1865) ne sono morte

3554^[IX-5] non si dà che una ben pallida idea degli effetti di questo

veleno; infatti, non vi vennero calcolati che quegli individui, che

durante la vita diedero manifestazioni corrispondenti alla descrizione

classica della malattia.

Risultati approssimativamente esatti non si possono avere che calcolando

la mortalità e la vita media dei beoni. Il che venne fatto da alcuni

scrittori. Così _Neison_^[IX-6] trovò che sopra 6111 bevitori ne erano

morti 357, mentre sullo stesso numero di altre persone i morti non erano

stati che 110, il che dà nei primi una mortalità 3,25 volte maggiore che

nei secondi. Comparando poi la mortalità dei temperanti con quella dei

bevitori nei diversi periodi della vita, gli apparve che, mentre la

differenza raggiunge il suo massimo fra i 20 ed i 30 anni, giacchè in

questo periodo alla morte di un temperante corrisponde quella di più che

5 bevitori, più tardi la differenza gradatamente diminuisce, finchè dopo

gli 80 anni scompare; come vien dimostrato dalla seguente tabella:

----------------------------------------------

ETÀ DEGLI INDIVIDUI | Rapporto della mortalità

| dei temperanti

Anni | con quella dei bevitori

--------------------|-------------------------

16–20 | 1 : 1,8

20–30 | 1 : 5,1

30–40 | 1 : 4,2

40–50 | 1 : 4,1

50–60 | 1 : 2,9

60–70 | 1 : 1,9

70–80 | 1 : 2,0

80–90 | 1 : 1,0

Di conseguenza, le probabilità di durata della vita nei bevitori sono

assai inferiori a quelle dei temperanti, e ciò in misura tanto maggiore

quanto più l'individuo è giovane, come appare dal seguente specchietto,

dato dallo stesso autore e calcolato sempre su popolazione inglese:

---------------------------------------------------

| Vita probabile

Età raggiunta | ________________^______________

dall'individuo | nei temperanti | nei bevitori

| Anni | Anni

-----------------|------------------|--------------

20 anni | 44,21 | 15,56

30 » | 36,48 | 13,80

40 » | 28,79 | 11,63

50 » | 21,25 | 10,86

60 » | 14,28 |  8,95

Da uno studio comparativo sulla mortalità degli alcoolisti fatto dagli

agenti del _Medical, Invalid and General Life Office_ di Londra, si ha

un'importante conferma dei risultati antecedenti.

Il Vino: Undici conferenze fatte nell'inverno dell'anno 1880 · 第 23 / 33 题