Bevitori Temperanti
21–40 anni 10 % 1 %
41–60 anni 12 % 3 %
60 in su 26 % 13 %
La mortalità nel periodo dai 21 ai 40 anni è adunque nei bevitori 10
volte più grande che nei temperanti!
Evidentemente questi risultati non si possono generalizzare, poichè nei
diversi paesi devono variare gli effetti dell'alcool sia secondo il
clima, la costituzione della popolazione, ecc., sia secondo la qualità
della bevanda alcoolica più usata. Ed oltracciò da questi studi avremmo
dei risultati soltanto relativi ad un determinato numero di bevitori.
Per averne di assoluti, si dovrebbe, innanzi tutto, conoscere il numero
dei bevitori di un paese; al che finora non si riesce che per mezzo di
calcoli di assai lontana probabilità.
Ad ogni modo, che questo numero sia grandissimo, nessuno può porre in
dubbio. L'alcoolismo conta infiniti proseliti in tutte le classi della
popolazione, è diventato un terribile flagello sociale. Nelle basse
classi esso esercita una più malefica influenza perchè l'alcool vien
bevuto generalmente sotto forma di liquori, e perchè alle malattie,
ch'esso direttamente produce, si sommano quelle dovute alla miseria,
conseguenza così frequente di una vita di stravizi. Istruttivo, a questo
riguardo, è il fatto della grande mortalità dei venditori d'acquavite.
E, per vero, da statistiche inglesi si rileva^[IX-7] che nell'età di
44–45 anni muoiono in un anno
Sopra 1000 campagnuoli 12 persone
» » calzolai e tessitori 15 »
» » droghieri 16 »
» » fabbri 17 »
» » minatori 20 »
» » fornai 21 »
» » macellai 23 »
» » acquavitai 28 »
I venditori d'acquavite muoiono il doppio dei campagnuoli. È proprio il
caso di dire colla scrittura: _qui gladio ferit, gladio perit!_
Ma anche nelle classi più alte e più colte infuria il demonio
dell'alcool. Non parlo di quella classe posta a capo degli ordini
sociali, in cui libito è sinonimo di licito, in cui sfrenatezza di
potere eccita sfrenatezza di desideri. Quante volte le pieghe d'un manto
imperiale nascosero pietosamente agli occhi profani il corpo smunto,
avvizzito di un alcoolista! — Ma tenendoci in una sfera più modesta, chi
di noi non ha personalmente conosciuto molte vittime del bere? Io
ricordo sempre un mio compagno d'università, giovane ricco,
accuratamente educato, che, al primo trovarsi libero, cominciò a
frequentare le bettole, e ben presto passò dal vino all'acquavite ed al
rhum. Accasciato di corpo e di mente, i parenti suoi non trovarono
miglior partito che di mettergli a fianco una moglie, una giovine bella
e gentile, che nella calma gioia della famiglia gli facesse dimenticare
gli osceni tripudi della taverna. Ma invano! A nulla valsero le
preghiere, le lagrime, i rimproveri. Sorvegliato di continuo in
famiglia, egli giunse (ch'il crederebbe?) a corrompere la suocera,
comunicandole la sua passione per l'alcool; sicchè, quando la moglie,
fidente nella buona guardia della madre, usciva di casa, i due strani
alleati si concedevano libero sfogo, e furono veduti talora, dimentichi
d'ogni riguardo sociale, cioncare allegramente in una bettola vicina,
tra facchini e carrettieri, cui essi servivano, ad un tempo, di pessimo
esempio e di ludibrio.
Del resto, questo sprezzo delle convenienze sociali è abbastanza comune
nei bevitori. Essi non nascondono il loro vizio. Conobbi un professore,
il cui cavallo, ammaestrato dalla quotidiana abitudine, e prevenendo i
desideri del padrone, si arrestava, senza bisogno di redini, dinanzi
agli spacci di liquori più frequentati della città!
In molte occasioni lo sprezzo delle convenienze è indizio di animo
forte. In questa, di cui ragioniamo, parmi invece, segno di quella
debolezza morale di cui il beone è preda. L'alcool come gli ha fiaccato
l'intelligenza, gli ha tolto ogni forza di volontà. L'infelice può
ancora vedere il precipizio in cui cade, ed in cui forse trascina la sua
famiglia; ma non può ritrarsene, perchè a ciò abbisognerebbe più somma
di energia ch'egli non abbia. La forza morale, anzi, gli si annienta non
di rado prima di quella dell'intelligenza; è un naufrago che si vede
trascinato dalle onde a schiacciarsi inevitabilmente contro gli
scogli. —
Che si può dire dell'alcoolismo nella donna? Meglio nascosta nell'intimo
della famiglia, più accorta e più sollecita nel nascondere i propri
difetti essa può, meglio di noi, sfuggire alle investigazioni
dell'igienista. Si citano dagli autori dei casi di signore in cui
l'abuso nella _toilette_ d'acqua di Colonia produsse tutte le
manifestazioni dell'alcoolismo. Nel giudicare del fatto stranissimo io
non voglio essere tacciato di malignità. Come tutto ciò che proviene dal
cielo, le signore hanno il loro _sancta sanctorum_ in cui non è lecito
penetrare a sguardo profano. Ma in un'epoca di libero esame come la
nostra non sarà permesso qualche dubbio? I medici sono scettici per
dovere. Or sono pochi mesi io visitai una gentile sposina diciottenne,
la quale alle mie insistenti domande per rintracciare le cause di certi
suoi disturbi, mi confessò, arrossendo, ch'essa usava bere ogni giorno
più spesso tre che due litri di vino. E vi prego di credere che, ove
bisognasse, potrei moltiplicare gli esempi.
Nelle basse classi l'ubbriachezza nelle donne è abbastanza comune e
palese. Così, ad esempio, nei paesi della Granbretagna si ebbe il
seguente rapporto fra uomini e donne che per ubbriachezza dovettero
venir ritirati dalla polizia^[IX-8]:
----------------------------------------------------------
ANNI | INGHILTERRA | IRLANDA | SCOZIA
------|-----------------|-----------------|---------------
| uomini | donne | uomini | donne | uomini | donne
1847 | 40,822 | 23,520 | 19,559 | 9,587 | 14,164 | 7,627
1849 | 41,961 | 23,936 | 23,827 | 12,102 | 13,481 | 6,625
1851 | 44,500 | 25,597 | 25,729 | 11,903 | 16,623 | 8,227
In complesso, adunque, nei tre anni si ebbero ubbriachi 240,866 uomini,
e 129,124 donne; queste furono più della metà di quelli. È chiaro che
questa proporzione debba variare nei diversi paesi, e come, a cagion
d'esempio, le donne siano assai più temperanti nel nostro. Se noi, però,
quali bevitori superiamo le donne per numero, ne siamo a nostra volta
superati per quella dote, che esse dicono di possedere in grado assai
più alto di noi, voglio dire per la costanza. Considerando anche
soltanto i casi di alcoolismo acuto, noi vediamo che nella donna la
recidiva è frequentissima. Il Verga nella sua bella monografia
_sull'ubbriachezza in Milano_^[IX-9] ci racconta, che nell'Ospedale
Maggiore di quella città alcune donne vennero ricoverate per 4, 6, 8,
fino 13 volte in un anno solo, mentre pochissimi uomini vi vennero
accolti per più di due volte.
L'alcoolismo, come già altri ebbe occasione di dirvi, è variamente
diffuso nei diversi paesi, e ciò dipende meno dal clima e dalla
costituzione, che dalla quantità e dalla qualità di alcool che vi si
beve.
È noto che le numerose bevande alcooliche differiscono grandemente fra
loro per la quantità di alcool contenutovi.
Le _birre_^[IX-10] ne sono le più povere. Dalla birra di Berlino che
contiene 3,77 volumi per cento di alcool, non saliamo al di là della
Porter e della Ale che ne contengono poco più del 7 ed 8 per cento.
Molto al disopra delle birre stanno generalmente i _vini_, di alcuni dei
quali trascrivo qui il contenuto alcoolico secondo Parkes.
Vol. per cento
Champagne 5,8 — 13
Mosella 8 — 13
Reno (Johannisb. Hochheim., Rüdesheim.) 6,7 — 16
Ungheresi 9,1 — 15
Borgogna bianco (Chablis, Maçon) 8,9 — 12
Borgogna rosso 7,3 — 14,5
Bordeaux rosso (Chât. Lafitte, Margaux, Larose) 6,8 — 13
Bordeaux bianco (Sauterne, Borsac) 11 — 18,7
Porto 16,3 — 23,2
Sherry 16 — 25
Falerno 19 — 20
Lacryma Crysti 19,70
Marsala 18,20 — 26,3
Madera 14 — 24,4
Malaga 17,2 — 28,9
Finalmente per i _liquori_ abbiamo il seguente contenuto procentuale di
alcool:
Acquavite 30 — 50
Whisky 30 — 60
Cognac 55
Taffia 62
Gin 49 — 60
Brandy 50 — 60
Rhum 60 — 70
I liquori sono, adunque, assai più ricchi di alcool del vino e della
birra; ma se si considera che di queste ultime bevande si usa in misura
assai più larga che dei liquori, si comprenderà come anche in esse si
possa avere una feconda sorgente di malattie. Un litro di buon vino, o
due litri di forte birra equivalgono nel contenuto alcoolico ad un
quintino di rhum o di cognac. Lo meditino i bevitori!—
Non meno della quantità debb'essere considerata la qualità dell'alcool
che introduciamo. Di ciò venne già parlato da altri miei colleghi; ma io
credo necessario di tornarvi sopra, poichè è un argomento della massima
importanza nella questione dell'alcoolismo. È ben vero che anche il vino
più pretto, in cui è specialmente rappresentato l'alcool etilico, basta
a procurarci la malattia con tutte le conseguenze più funeste; come vien
dimostrato da questo solo, che l'alcoolismo infieriva anche
nell'antichità, quando dell'alcool non si conosceva nè manco il nome;
Seneca nelle sue epistole ce ne dà una descrizione esattissima. Ma non è
meno vero che le bevande alcooliche, che si ottengono ora da altro che
dalla vite, contengono degli alcool diversi dall'etilico, e che sono
assai più dannosi di questo. _Richardson_^[IX-11] ne' suoi esperimenti
trovò che specialmente l'azione deprimente sul cervello aumenta
coll'aumentare del carbonio e dell'idrogeno nella composizione chimica
dell'alcool; quindi in ragione crescente dall'alcool propilico, al
butilico, all'amilico ed al caprilico. Ora, molti liquori contengono
parecchi di questi alcool, e l'acquavite di patate (ed in minor misura
quella di grano) si distingue per la quantità d'alcool amilico che
contiene. Tali bevande riescono, quindi, assai nocive anche quando non
sono bevute in larga misura; anche quando la quantità dell'acquavite
quotidiana stia molto, ma molto al disotto del litro e mezzo, che è il
massimo a cui, al dire di Magnus Huss, arrivano i forti bevitori di
Stoccolma.
È questo un pericolo dal quale devono guardarsi anche i bevitori di
vino. Da pochi decenni la fabbricazione dei cattivi alcool va
aumentando, ed i suoi prodotti, pel poco lor costo, s'adoperano a larga
mano per rinforzare il vino. In recenti ricerche fatte a Parigi^[IX-12]
s'è constatato, che molti operai vennero colti dall'alcoolismo ad onta
che non usassero bere più di due litri di vino al giorno. Questa misura,
se si fosse trattato di vino schietto, non avrebbe potuto dare
conseguenze; in essi, invece, ne produsse, e di gravi, per la pessima
qualità degli alcool che si mescolano al vino nelle bettole parigine. —
È un fatto che merita tutta la nostra attenzione, sia perchè questa
adulterazione dei vini è facile e frequente, sia perchè la polizia
sanitaria può agevolmente portarvi rimedio.
Dopo tutto ciò, c'è forse da stupire quando da fonte ufficiale ci si
annuncia^[IX-13] che negli Stati Uniti d'America nel decennio 1860–70
l'alcool ha ucciso 300 mila uomini, ne ha spinto almeno 150 mila nelle
prigioni e negli ergastoli, ed ha mandato 100 mila ragazzi nelle case di
lavoro?
Io ho riassunto, così, il meglio che ho potuto i danni prodotti
dall'alcool. Crederei, però, di mancare non meno al mio còmpito che alla
giustizia se, prima di finire, io non toccassi anche il lato opposto
della questione. Già altri vi ha parlato degli effetti sull'individuo
sano di questo prezioso liquore, che allieta tante ore della nostra
vita, e che sì spesso anima di espansiva gaiezza i nostri convegni. — A
me spetta di parlarvi in breve di quanto l'alcool può nell'organismo del
malato.
Esso, in dose appropriata, è un leggiero eccitante, specialmente dello
stomaco, del cuore, dei reni e del sistema nervoso. Ho detto _in dose
appropriata_, poichè errerebbe colui che, ad es., credesse di potere
digerire tanto meglio quanto più di alcool beve; al di là di un certo
limite questo, anzi, rallenta ed arresta ogni processo di digestione. —
Questa facoltà eccitante dell'alcool, benchè ci torni preziosa tanto in
molte malattie croniche, quanto nella convalescenza delle malattie
acute, epperò venga posta assai spesso a profitto, non rappresenta che
uno, e non il maggiore, dei vantaggi che esso può dare.
Comunemente si crede che l'alcool riscaldi, appoggiandosi al senso di
grato calore che si prova dopo di averne bevuto una certa quantità; e,
fondandosi su questo fatto, si è stabilito il pregiudizio che gli
alcoolici debbano nuocere in ogni sorta di malattie infiammatorie.
Il collega prof. Mosso, trattando dell'azione fisiologica, espose come
numerose ed accurate ricerche abbiano dimostrato, che l'alcool agisce
diminuendo l'eliminazione dell'acido carbonico e dell'urea, val quanto
dire diminuendo il consumo dei materiali del nostro organismo. L'alcool,
in ultima analisi, non riscalda, ma raffredda. Questa proprietà riesce
di alta importanza pel medico, il quale se ne giova nella cura delle
malattie febbrili. Nello stato di febbre l'organismo consuma assai più
che nelle condizioni ordinarie; l'ossigeno, che introduce coll'aria
inspirata nei polmoni, gli brucia in maggior copia le sostanze chimiche
che entrano nella sua costituzione, e come manifestazione di questa
cresciuta combustione noi abbiamo quell'aumento di temperatura interna
ed esterna, quello scottore della pelle che tutti conoscono. — Or bene,
in molti casi l'alcool riesce a frenare questo esagerato consumo; il che
ci viene tosto indicato dall'abbassamento della temperatura segnata dal
termometro. Non sappiamo bene per qual via ciò si ottenga; se per ciò
che l'ossigeno viene più strettamente legato alla sostanza colorante del
sangue, e, così, impedito di combinarsi in soverchia quantità coi
materiali dei nostri tessuti, ovvero perciò che questi diventano più
resistenti contro l'azione distruttiva di esso. Ciò che importa si è,
che l'effetto si ottenga. In gran numero di malattie febbrili la morte
trova la sua causa soltanto nella distruzione organica causata dalla
febbre; sicchè il frenare quest'ultima equivale al salvare il malato.
Nè a ciò solo si limita l'azione dell'alcool. Anche in quei casi in cui
esso è impotente contro la febbre, e può essere sostituito da sostanze
più attive, tuttavia si amministra e giova col diminuire in altro modo
il consumo. Come già venne loro esposto, l'alcool, introdotto
nell'organismo, si combina, almeno in parte, coll'ossigeno della
respirazione, e, trasformandosi in combinazioni sempre più semplici,
viene alla fine eliminato specialmente sotto forma di acido carbonico ed
acqua. In queste sue successive modificazioni esso sviluppa calore, e
lega a sè quell'ossigeno, che, ove non fosse l'alcool, avrebbe
trasformato e consumato una corrispondente quantità di elementi
integranti del corpo. Se non abbassa la febbre, quindi, ne allevia le
conseguenze.
Nè ho finito. In molte malattie, accompagnate o no da febbre, non è raro
che inaspettatamente insorga quello stato che si designa col nome di
_collasso_. Il cuore d'improvviso si indebolisce, la circolazione si
rallenta, l'intelligenza s'annebbia, le estremità si fanno fredde, la
respirazione diventa irregolare, affannosa; la morte minaccia da vicino.
In questi casi, in cui un ritardo di minuti può essere fatale, l'alcool
è un eccitante potente, e ch'è sempre alla mano. Esso risveglia
rapidamente l'attività intorpidita delle funzioni, e, salvando al
momento, dà tempo di pensare ad aiuti di più durevole azione.
Con siffatti risultati, non è bisogno di dire se e quanto l'alcool venga
usato in medicina. Una trentina d'anni fa un distinto medico tedesco
ebbe seriamente minacciata la sua posizione sociale e danneggiata la sua
clientela per aver ordinato vino in un tifo che poi terminò colla morte.
Attualmente, invece, l'alcool trova quasi sempre il suo posto fra i
rimedi e gli alimenti del malato. Il più delle volte lo si amministra
sotto forma di vino, prescegliendo a seconda dei casi dei vini ricchi di
acido carbonico come il Champagne, o dei vini forti, come il Barolo, il
Bordeaux, e più ancora il Marsala; ma non sono troppo rari i casi in cui
bisogna passare addirittura ai liquori: alla buona acquavite, al rhum ed
al cognac. È incredibile quanto i malati ad alta febbre li sopportino.
Una dose, che renderebbe ubbriaco un sano, rende in essi il polso più
pieno e più regolare, la respirazione più libera, l'intelligenza più
aperta, ed aggiunge a tutto ciò un senso di generale benessere. Ed è
incredibile quanto facilmente si abituino al bere. Io ho vedute non
poche signorine malate di ileotifo, che non avevano mai fatto uso di
vino, e che torcevano la bocca allorchè, nei primi giorni d'alta febbre,
loro se ne porgeva qualche cucchiaio, bere, dopo che ne avevano
sperimentato il giovamento, quasi mezza bottiglia di Marsala al giorno,
e non dimostrare, con tutto ciò, di esserne sazie.
Per ultimo, se l'alcool serve spesso a combattere la malattia e ad
affrettare la guarigione, quanto non giova esso mai nel triste periodo
dell'agonia, quando l'organismo, vinto e sfinito, combatte l'ultima ed
inutile lotta! Anche in questi estremi momenti, in cui il cuore si
spossa in sforzi convulsi, in cui il respiro è rantolo, ogni sensazione
uno spasimo, il pensiero uno strazio, l'alcool scende consolatore
fedele, ed, annebbiando la mente ed i sensi, rende meno cruccioso il
presente, meno spaventoso il dubbio avvenire.