CINA — OLANDA

Il dazio troppo elevato alimenta la frode, che è peggiore del

contrabbando. La storia del consumo del vino in Inghilterra è forse la

migliore illustrazione dell'influenza che esercita in proposito la

misura de' dazi. Sotto il regime de' dazi alti, il consumo de' vini

francesi in Inghilterra ebbe un aumento medio annuo di 80 tonnellate;

sotto il regime d'una tariffa più moderata, l'aumento annuo è salito ad

una media di 1800 tonnellate (Tav. IV). Io non dico che il vino non sia

una buona materia tassabile nel sistema doganale, ma non conviene

aggravar troppo la mano. Dazi moderati giovano alla finanza senza

nuocere alla produzione e al consumo. È molto meglio, o signori, lasciar

passare il vino schietto e sano che veder diffondersi nelle popolazioni

e specialmente nelle classi operaie l'uso funesto dell'acquavite e degli

altri liquori che gli anglo-sassoni con energica ma appropriata

denominazione chiamano bevande attossicatrici.

[V-1] Οἴνωτρος dicevasi il palo con cui si sorregge la vite. Lo Stefano

nel _Thes._ spiega: _palus, pedamentum vitis, vallis qua vitis ceu

adminiculo fulcitur_. Il nome _Enotria_ accennerebbe forse alla

costumanza di sostenere le viti con paletti, che è antichissima e dura

tuttavia nella Basilicata?

[V-2] _Nat. hist._, libro XIV. _Jam intelligente suum bonum Italia._

[V-3] A ciò sembra alludere la tradizione dell'alleanza di Mezenzio coi

Latini contro i Rutuli, _vini mercede_, menzionata da Varrone, Plinio e

Ovidio.

[V-4] Prima che finisse la seconda guerra Punica, Roma prese possesso

degli antichi Stati di Jerone, posti nella regione orientale della

Sicilia; lì, poco lungi da Lentini, c'era Morgantia.

[V-5] LUZZATTI, _L'inchiesta industriale e i trattati di commercio_,

Roma, 1878, pag. 129.

[V-6] SAMBUY, _Conferenza tenuta in Chieri_, ecc., 1876.

[V-7] Vedi nella _Raccolta del Custodi_, Opere di G. R. CARLI, T. II, p.

356.

_G. ARCANGELI_

—

LA BOTANICA DEL VINO

(_Conferenza tenuta la sera del 23 febbraio 1880_).

Quantunque la Botanica non manchi di argomenti che possano formare

soggetto per una lettura piacevole ed istruttiva, mi sembra che quello

di cui debbo trattare questa sera, la Botanica del vino, non sia a

nessun altro secondo. Voi comprenderete infatti che sotto questo titolo

potendosi riunire tutte quelle cognizioni botaniche che si riferiscono

alla vite ed al vino, il nostro argomento interessa una delle più

importanti nostre colture, la coltura della vite, e l'industria che ad

essa si collega, la fabbricazione del vino.

La brevità del tempo e la pochezza delle mie forze non permettendomi di

trattare per esteso siffatto argomento, di sua natura vastissimo,

nient'altro farò che toccarne le parti principali.

Voi ben sapete che la vite è un arboscello che nel suo portamento

somiglia le liane dei paesi caldi. Il suo fusto non potendo di per sè

sostenersi verticalmente sul terreno, prende appoggio sui fusti di altre

piante. I suoi rami nodosi sono forniti di foglie alterne assai grandi,

palmato-quinquelobe irregolarmente dentate e di appendici filiformi,

dette viticci, per mezzo delle quali si attaccano ai fusti di altre

piante. I suoi fiori sono piccoli, di color verdastro, di ben poca

apparenza e raccolti in pannocchie che si producono in opposizione alle

foglie. Il frutto n'è una bacca.

La vite ha servito di tipo ad un gruppo speciale, cui dai botanici è

stato dato il nome di ordine delle Ampelidee, dal nome greco della vite

stessa, gruppo che attualmente si ritiene prossimo a quelli delle

Celastrinee e delle Ramnacee, con i quali si riunisce in un'unica

classe. In quest'ordine s'includono attualmente tre generi: il genere

_Vitis_, il genere _Pterisanthes_ ed il genere _Leea_, che fra tutti

abbracciano un numero di specie non superiore a 250, delle quali 230

spettano al solo genere Vitis, compreso pure il genere Cissus, che una

volta si teneva separato da quello.

La maggior parte di queste specie vegeta nei climi tropicali; se ne

conoscono dell'Asia, dell'Africa, dell'America e dell'Australia. Poche

però sono quelle che furono esperimentate nell'agricoltura. Oltre la_

Vitis vinifera_, Linn., propria del vecchio mondo asiatico-europeo, il

cui tipo sarebbe la nostra vite selvatica, detta comunemente Abrostine,

furono prese di mira dai coltivatori, la _V. Labrusca_ L., la _V.

rotundifolia_ Michx., la _V. aestivalis_ Michx. e la _V. cordifolia_

Torrey et Gray, che appartengono al nuovo e più specialmente agli Stati

Uniti.

Le varietà cui ha dato origine la vite sono molto numerose e si può

ritenere che il loro numero andò progressivamente aumentando dagli

antichi tempi ai nostri giorni. Fra gli antichi, Plinio ci riferisce che

ai suoi tempi si riteneva fossero innumerevoli e ce ne descrive 85.

Secondo il Villafranchi, verso la fine del secolo decorso, in Toscana si

conoscevano 87 varietà di viti, e 94 in Francia. Nel catalogo della

Società di orticultura di Londra, nel 1842, erano registrate 99 varietà.

Se si deve prestar fede all'Odart, in tutto il mondo esisterebbero da

700 ad 800 varietà, e forse fino a 1000, se pur non si vuol seguire

l'opinione di coloro che porterebbero questo numero fino a 1300. Si può

ritenere per la vite quanto si dice di molte altre specie utili

all'uomo, cioè che nelle sue mani essa ha prodotto un grandissimo numero

di forme, modellandosi quasi a suo piacere e piegandosi a soddisfare

tutti i suoi desiderii. Per convincersi poi del come questo numero vada

progressivamente aumentando, basti l'osservare che nelle stufe dei

nostri orticultori quasi ogni anno si produce qualche nuova forma, che

merita d'essere dalle altre distinta. Le sementi fatte su vaste

proporzioni offrono uno dei migliori mezzi per ottenere queste nuove

forme, con le quali via via si accresce il ricco patrimonio delle nostre

collezioni.

La classificazione di tutte queste varietà ha molto imbarazzato gli

enologi, e ciò non tanto per la grandezza del loro numero, ma

principalmente a cagione della nomenclatura che n'è estesissima e

sommamente intricata. Voi sapete che si possono distinguere le varietà

che dànno uva da mensa da quelle che dànno uva da vino. Fra le prime vi

citerò l'uva _Salamanna_, la _Regina_, la _Paradisa di Bologna_, la

_Galletta_, la _Maddalena nera_, il _Cari nero_, il _Moscato reale_, la

_Barbarossa_, l'_Astigiano_, la _Lugliatica_, l'_Uva di Corinto_. Fra le

uve da vino, nei paesi più meridionali, troviamo la _Malvasia_ con cui

si prepara il _Moscato di Candia_ ed il _Madera_, il _Pedro Ximenes_

della Spagna che produce i vini di Malaga e di Xeres, la _Passerina nera

del Vesuvio_ che produce il Lacrima nero del Vesuvio. In Toscana abbiamo

il _Canajolo_ che, associato al _Sangioveto_ ed alla _Malvasia_ od al

_Trebbiano_, fornisce il vino fiorentino e del Chianti. In Piemonte

troviamo la _Fresia_ e la _Bonarda_ delle colline di Torino, la

_Pelaverga_ di Saluzzo, il _Grignolino_, il _Dolcetto_ ed il _Barbera_

dello Astigiano, ed il _Nebiolo di Barolo_ che fornisce il re dei vini

del Piemonte, il Barolo, tutte varietà da vino nero; e l'_Erba-luce_ di

Caluso da vino bianco. In Francia voi trovate il _Pinot grigio_,

principale vitigno della Borgogna, il _Carbenet Sauvignon_ del distretto

di Bordeaux, l'_Aramon_, principale varietà dell'Herault, il _Morillon

blanc chablis_ da cui si ottiene lo _Champagne_, ed il _Moscato di

Riversaltes_, nel Roussillon (Pirenei orientali) da cui si ottiene uno

dei vini più squisiti che si conoscano. In Germania, il _Resling bianco_

detto dai francesi _Gentil aromatique_ è la varietà che produce il

celebre Joannisberg e gli altri vini del Reno; ed in Ungheria il _Tokai_

produce il vino dello stesso nome. Ma io però non intendo d'internarmi

in siffatto argomento, onde qui mi arresto, rinviando coloro che

volessero più estese notizie ai trattati speciali^[VI-1], fra i quali

merita di essere specialmente ricordato il saggio di Ampelografia testè

pubblicato dal signor Conte di Rovasenda, ch'è da considerarsi come uno

dei migliori lavori sopra questo soggetto.

Sulla origine della vite non si hanno notizie più positive ed

attendibili di quelle che ci vengono trasmesse dai miti e dalle

leggende.

Taluni vorrebbero che Osiride, il Bacco dei Greci, scoprisse la vite nei

dintorni di Nisa, città dell'Arabia Felice, e di là la trasportasse

nell'India. Altri attribuiscono a Noè la scoperta della coltivazione

della vite e della fabbricazione del vino, facendo di questo Patriarca

il Bacco dei Greci ed il Giano dei Latini. Molti ritengono che la vite

sia originaria della Persia, fondandosi sul fatto che il Michoux trovò

questa pianta selvatica in Persia, e l'Olivier la riscontrò in simile

condizione nelle montagne del Kurdistan, e che da quella contrada poi

sia stata introdotta in Grecia, in Italia, nelle Gallie ed in Ispagna.

Altri invece, secondo l'Endlicher, ripongono la patria della vite nella

Georgia e nella Mingrelia, fra le montagne del Caucaso, dell'Ararat e

del Tauro, ed altri col De Candolle la credono nativa della regione

inferiore del Caucaso, principalmente al mezzodì della catena e al

mezzodì del Caspio.

Nessuna però di tutte queste opinioni può essere accolta come conforme

alla verità.

Prima di tutto, giova osservare che i nomi sanscritti, di _Draksha_,

_Amritaphalà_, _Amritarasà_^[VI-2], con cui s'indicava la vite, e quelli

di Rasa e Rasala, con cui se ne designava il frutto, dimostrano che la

sua cultura nell'India rimonta ad un'antichità molto remota, e

probabilmente anteriore a quella di Osiride e di Bacco. Questa cultura

si limitava alle sole regioni più settentrionali dell'India, cioè al

Kambaya, al Pangiab ed al Kaçmir, e si praticava, a quanto pare, al solo

scopo di coglierne il frutto.

Noi troviamo inoltre che antichi autori, come Virgilio, Plinio e

Columella, parlano di viti selvatiche nelle foreste, i cui grossi

tronchi attestavano un'esistenza antichissima; e gli antichi autori

greci e romani, che sì spesso parlano della vite, mostrano sempre di

considerare questa pianta come propria del paese in cui si coltivava.

Se poi ricorriamo alla paleontologia, troviamo che il genere Vitis era

comparso nella nostra Europa sino dal periodo miocenico, al momento in

cui i Cissus, che già vi prosperavano fino dal cretaceo, incominciavano

a declinare. Fra le undici specie fossili del genere, enumerate dagli

autori, se ne citano della Germania, della Francia, dell'Inghilterra,

dell'Italia e persino della remota Islanda. La _Vitis teutonica_, tanto

frequente nelle ligniti di Wettarau in Germania, molto somiglia alla

nostra _Vitis vinifera_. Lo stesso Schimper^[VI-3] asserisce che la vite

quaternaria potrebbe ben essere l'avola della nostra vite; e

relativamente alla _Vitis Ausoniae_ scoperta nei travertini di S.

Vivaldo in Toscana, i signori Gaudin e Saporta ritengono ch'essa

potrebbe esser riunita alla _Vitis vinifera_. Non può dunque recar

meraviglia che la _Vitis vinifera_ abbia esistito in Europa prima della

comparsa dell'uomo; che anzi sorprende non poco che si sia negata tale

esistenza. In ogni caso, quand'anche si volesse ammettere che l'Asia sia

stata la patria della vite, non si comprende perchè precisamente l'uomo

debba pel primo averla trasportata in Europa, e non gli animali

carpofagi che lo hanno preceduto, e che debbono avere efficacemente

contribuito a diffondere una pianta dotata di frutti così dolci e

gustosi, trasportandone i semi a grandi distanze.

Tutto considerato adunque, mi sembra che si abbiano buone ragioni per

ammettere che la vite esistesse in Europa in epoche anteriori a quelle

in cui se ne incominciò la coltura, e che se pure si hanno argomenti per

sostenere che la sua cultura abbia avuto principio in Asia, nessuno ve

n'ha certamente per dimostrare ch'essa pianta abbia avuto la sua origine

in quella regione, potendo esser comparsa per la prima volta tanto nella

Georgia e nella Mingrelia, come in Italia, in Spagna od in qualche altro

paese dell'Europa temperata.

Relativamente alla cultura della vite, argomento troppo vasto perch'io

non possa convenientemente trattarne in poche parole, preferisco

rinviarvi a quanto ne scrissero coloro che ne trattarono

particolarmente, come i Ridolfi, i Cuppari, i Guyot ed altri distinti

agronomi e viticultori. Non posso però tralasciare di richiamare alla

vostra mente come in Italia, ove sopra una superficie di 296,322 chil.

quadrati si hanno 1,870,109 ettari coltivati a viti, cioè circa 1/16 del

totale, possa tuttora estendersi con vantaggio questa cultura ch'è

certamente una delle più rimuneratrici, e come interessi fra di noi di

promuoverne con tutti i più efficaci mezzi il miglioramento.

La vite ha bisogno di una certa quantità di calore per compiere le varie

fasi della sua vegetazione. Essa incomincia a svolgere le sue gemme

quando la temperatura media dell'aria tocca i 10° od 11°, e fiorisce

quando quella temperatura giunge ai 18° e 19°. Nel tempo che decorre

dallo svolgimento delle gemme alla fioritura, essa riceve una somma di

1800° a 2000° di calore. Affinchè però possa portare il suo frutto a

piena maturità le abbisognano altri 2600°, che deve ricevere prima che

la temperatura media discenda sotto i 12°. È quindi necessario, perchè

essa possa ricevere una tale quantità di calore, che nei 4 mesi

successivi alla fioritura (maggio, giugno, luglio, agosto), la

temperatura media non sia inferiore a 19°. Si comprende da ciò che se la

cultura della vite riesce proficua nei paesi della zona temperata, ove

appunto si verificano le condizioni di temperatura sopraindicate, essa

non può però oltrepassare certi limiti di latitudine.

Vediamo adesso quale sia l'estensione geografica della cultura economica

della vite e quali ne siano i limiti^[VI-4].

Quantunque si abbiano vini eccellenti nel Portogallo, la vite manca

nelle provincie umide della Spagna volte a maestro, cioè nella Gallizia

e nelle Asturie. Possiamo poi stabilire un limite al settentrione dei

paesi dell'Europa centrale. Questo limite si parte dalle foci della

Loira a 47° 20′ di lat., dal qual punto procede verso oriente, passando

per Andelys, Compiègne e Laon, in modo da tagliare al di fuori una zona

comprendente varii dipartimenti della Francia, ove la cultura della vite

manca, cioè Finistère, Côtes du Nord, Manche, Orne, Calvados, Seine

inférieure, Pas-de-Calais e Nord. Nel Belgio esso limite passa per

Argenteau sulla Mosa fra Liegi e Maestricht, cioè a 50° 45′ di lat. In

Germania lo troviamo lungo il Reno presso Dusseldorf, da dove poi si

spinge fino a Postdam a 52° 27′, ed a Berlino 52° 31′, località cui

corrisponde il punto più elevato della linea, il punto cioè della

maggiore latitudine. In tutto il tratto descritto si può ritenere che il

nostro limite abbia subìto un notevole regresso in tempi da noi non

molto lontani: imperocchè si hanno prove ch'esistevano una volta estesi

vigneti al di là di esso. In Normandia esiste la tradizione che numerosi

vigneti fossero devastati nel secolo XIV dagli Inglesi, all'oggetto di

favorire la loro cultura alla Giammaica, e molte carte del IX e XIII

secolo fanno menzione di vigneti nella Brettagna e nella Piccardia.

Nell'Inghilterra anticamente non esistevano vigneti, come ne fa fede

Tacito^[VI-5]; ma in tempi meno remoti da noi la vite si coltivava in

proporzioni assai vaste nel mezzodì di quel paese. La provincia di

Glocester era non solo famosa pei suoi vigneti, ma produceva le uve le

più squisite di tutta l'isola. La cronaca di Stow parla di vino che si

faceva nel parco di Windsor, e si citano pure carte riguardanti le spese

che si facevano per le piantate di viti all'epoca di Riccardo II. Però

attualmente pochissimi vigneti si osservano in Inghilterra, e per quanto

le uve che in questi si colgono non sieno sempre sgradevoli al gusto, ed

il vino che se ne ottiene non sia sempre spregevole, sembra che i paesi

vinicoli del continente non si sieno gran fatto allarmati per tale

concorrenza. Da Postdam il limite di cui parliamo si continua per breve

tratto conservandosi presso a poco alla medesima latitudine, e quindi

gradatamente discende lungo le pendici meridionali dei Carpazi,

includendo la Boemia e la Moravia che posseggono estesissimi vigneti;

passa poi questi monti al 48° circa di latitudine per penetrare in

Buchowina che attraversa, tocca Mohilew lungo il Dniester, sempre ai

48°, e risale un poco a Krementshug sul Dnieper ai 49°. Sembrerebbe poi

che il nostro limite passasse fra Zarizyn e Serapta presso il Volga, se

pure non riuscirono a buon fine le coltivazioni osservate dal Pallas più

a settentrione di questa città, per prolungarsi attraverso la parte

superiore del Caspio, verso lo interno dell'Asia.

Pel centro dell'Asia la scarsità delle notizie ci vieta di stabilire dei

limiti abbastanza precisi. Solo sappiamo che vi si osservano dei vigneti

sparsi qua e là, ove si sono formati dei centri di popolazione, come a

Kamil a 43° di lat. e 92° di long. da Parigi, e quelle di H' lassa nel

Thibet chinese a 29° 41′ di lat. Sappiamo poi, per quanto ne riferisce

il Bunge, che la vite si coltiva presso Pechino su vaste proporzioni ed

al mezzodì fino al Gouan-gou.

Scendendo verso l'equatore, troviamo pure che la cultura della vite

incontra altro limite. Così troviamo vigneti alle Canarie e pure lungo

la costa settentrionale dell'Affrica, però di rado al disotto dei 30° di

lat. Nella Persia settentrionale e nella Bucharia si osservano estesi

vigneti. Manca però la vite nelle parti meridionali della Persia ed in

gran parte dell'India, ed in generale in tutte le regioni equatoriali,

nelle quali la rigogliosa vegetazione, provocata dall'eccessivo calore e

dall'umidità, di rado le consentono di fiorire, ed ove ordinariamente

produce dei frutti ben poco succosi ed inutili.

Nell'America Settentrionale si può dire che la cultura della nostra vite

ha completamente fallito in tutta la regione situata al di qua delle

Montagne rocciose. Tutte le piantagioni fatte con viti francesi,

spagnuole, portoghesi, maderesi, renane sono andate gradatamente

deperendo ed in tempo più o meno breve distrutte^[VI-6], onde convenne

ricorrere alla varietà delle specie indigene, cioè al Catawba,

all'Herbermond, allo Scuppernong ed al Concord. L'imperizia, il clima,

la qualità del terreno, la natura della vite nostra si credettero da

principio le cause di tali disastri; molti però attualmente ritengono

che la Phylloxera, che appunto sarebbe a noi stata recata dall'America,

debba considerarsi come la causa principale di questo fatto. Al di là

delle Montagne rocciose la vite prospera nel Nuovo Messico e nella

California.

Nell'America meridionale la cultura della vite ha dato buoni risultati

lungo la pendice orientale delle Ande a Mendoza, a Saint-Jouan e a Roja,

ove si preparano dei vini eccellenti. Si citano pure dei vigneti alla

Concezione, circa al 37° di latitudine australe.

Si coltiva poi con ottimi resultati la vite al Capo di Buona Speranza,

ove si ottengono dei vini molto pregiati, i cosidetti vini di Costanza,

e pure nella Nuova Olanda, ove la cultura si effettua principalmente

nella Nuova Galles del Sud.

Similmente a quanto si verifica per molte altre piante dei climi

temperati, la cultura della vite tanto più si estende in altezza sui

fianchi delle montagne quanto è minore la latitudine. Ben si intende

però che su ciò non poco influiscono le condizioni topografiche locali,

la qualità dei vitigni ed altre circostanze, per cui ad egual latitudine

si possono riscontrare altezze assai differenti e viceversa. Nelle

colline del mezzodì dei Carpazi essa si eleva fino ai 290 metri. In

Francia si trovano vigneti all'altezza di 509^m in Alvernia, e si citano

come limite estremo le colture di Valai ad 800^m, per quanto se ne

osservino nelle Alte Alpi a 1200^m d'elevazione. Nelle buone esposizioni

del cantone di Neuchâtel sulle pendici del Giura, la vite si eleva fino

a 450 ed anche ai 550^m. Nel cantone dei Grigioni essa giunge fino ai

740^m circa, ed in generale si può ritenere che per la Svizzera il

limite medio dell'elevazione è dai 480 ai 550^m. Nelle pendici

meridionali delle Alpi troviamo coltivazioni ordinariamente fino ai

600^m d'elevazione, e talora pure ad un'altezza assai maggiore, come in

Val d'Aosta, ove raggiungono gli 890 ed anche i 1180^m, presso

Chiavenna, ove si trovano viti sino a 948 metri, e presso il lago di

Como, ove se ne osservano fino a 970^m. Negli Appennini centrali il

limite supera sovente gli 800^m, e nell'Etna, secondo quanto asserisce

il Gemmellaro, i vigneti salgono fino a 1299^m dal lato di mezzodì e di

levante. Secondo il Ramond, nell'Andalusia la cultura della vite

giungerebbe fino a 1364^m d'elevazione. Fuori d'Europa questi limiti

sono poco conosciuti; si dice però che nell'Imalaia la vite possa

coltivarsi fino a 2500^m d'elevazione.

Fra i vegetali che vivono parassiticamente sopra alcune specie del

genere Vitis, meriterebbero di esser qui ricordate le famose Rafflesie,

quelle piante stranissime, il cui apparecchio di vegetazione serpeggia

nelle radici di varie specie dei tropici, e che quindi si rende

manifesto con la produzione di magnifici fiori, che sbocciano sulle

radici stesse, raggiungendo il diametro di 3 piedi inglesi: ma io non

intendo di trattenervi su tali piante che non si sviluppano sulla nostra

vite, ma bensì sovr'altre che presso di noi talora gravemente la

danneggiano.

L'elenco dei vegetali che vivono sopra gli organi della vite si è

considerevolmente accresciuto in questi ultimi tempi. Nel 1854 infatti

il Westendorp ne citava 22 per la vite ed 1 per la _Vitis rotundifolia_:

nel 1876 il Thümen ne citava 31 per la _Vitis vinifera_, 2 per la _Vitis

labrusca_ ed 1 per la _Vitis vulpina_: mentre il Pirotta nel 1877 ne

enumerava circa 120^[VI-7] sopra le varie specie coltivate, ed il Thümen

fa ultimamente ascendere questo numero fino a più di 150^[VI-8]. Nè è a

ritenersi che qui s'arresti il numero di tali vegetali, essendochè vi è

tutta la probabilità che gli studi ulteriori ne facciano conoscere

ancora dei nuovi. Fortunatamente però, di tutti quelli che vivono sulla

nostra vite, pochi sono quelli che possono gravemente danneggiarla;

poichè la maggior parte di essi si contenta di vivere sugli organi della

pianta già morti od in via di deperimento, mentre pochi son quelli che

si sviluppano sugli organi viventi e che si meritano il nome di

parassiti.

Ho creduto opportuno di riportare nel quadro qui unito i nomi delle

diverse specie che si sviluppano sugli organi della _Vitis vinifera_,

contrassegnando con carattere corsivo i nomi di quelli che riuscirono

dannosi o che possono esserlo. Io mi limiterò a dirvi poche parole di

alcuni di questi.

_Peronosporei._

Peronospora viticola, De Bary.

_Murcorinei._

Mucor stolonifer, Hhrbg.

_Ifomiceti._

Acrostalagmus cinnabarinus, Cda. — Arthrobotryum atrum, Berk. et Br. —

Aspergillus glaucus, Lk. — Botrytis acinorum, Pers. — Botrytis cinerea,

Pers. — Chaetostroma pedicellatum, Preuss. — Chalara fusidioides Cda. —

Cicinnobolus Cesatii, De Bary. — Circinnotrichum maculaeforme, N. a E. —

_Cladosporium ampelinum_, Pass. — Cl. fasciculatum, Cda. — Cl. Fumago,

Lk. — Cl. herbarum, Lk. — Cl. _Roesleri Pirotta_ — _Dendryphium

Passerinianum_, Thüm. — Gonytrichum caesium, N. a E. — Gyrocerus

Ammonis, Cda. — Haplotrichum epiphyllum, Rabh. — Helminthosporium

decacuminatum, Thüm. et Pass. — Macrosporium uvarum, Thüm. — _Oidium

Tuckeri_, Berk. — Phymatostroma fusarioides, Cda. — Pyrenotrichum Vitis,

Schulzer — _Septocylindrium dissiliens_, Sacc. — Spt. virens, Sacc. —

Septosporium Fuckelii, Thüm. — _Spicularia Icterus_, Fuch. — Sporodum

conopleoides, Cda. — Sporotrichum ampelinum, Th. et Pass. — Sp. aureum,

Fr. — Trichothecium candidum, Wallr. — Tr. roseum, Lk.

_Gimnomiceti._

Coryneum microstictum, Berk. et Br. — Epicoccum neglectum, Desm. —

Exosporium Badhamii, Awd. — Fusarium Cesatii, Thüm. — F. pampini, Th. et

Pass. — F. Roeslerianum, Th. — F. tortuosum, Th. — F. viticolum, Th. —

Fusisporium Biasolettianum, Sacc. — _F. Zavianum_, Sacc. — Fusoma vitis,

Schulzer. — _Glocosporium ampelophagum_, Sacc. — Gl. sarmentitium,

Montg. — Graphium cinerellum, Speg. — Periconia chlorocephala, Fres. —

Tubercularia ampelophila, Sacc. — T. sarmentorum, Fr.

_Uredinei._

Uredo Vitis, Thüm.

_Imenomiceti._

Agaricus hyemalis, Osb. — Ag. melleus, Vahl. — Ag. proteus, Kalchb. —

Auricularia mesenterica, Pers. — Corticium lactescens, Berk. — Cyphella

albo-violascens, Karst. — Cy. villosa, Karst. — Lenzites atropurpurea,

Sacc. — Marasmius calopus, Fr. — M. candidus, Fr. — M. epiphyllus, Fr.

var. sarmentorum, Thüm.

_Discomiceti._

Cenangium viticolum, Fuck. — Helotium hyalopes, Fuck. — H. sarmentorum,

De Not. — H. vitigenum, De Not. — Hysterographium viticolum, Rehm. —

Lachnella macrochaeta, Speg. — Peziza tumida, Pers. — P. viticola, Pers.

— Pyrenopeziza Vitis, Rehm. — Roesleria hypogaea, Thüm. et Pass. —

Sclerotinia Fuckeliana, Fuck. — Stictis Saccardoi, Rehm. — St. uberrima,

Montg.

_Pirenomiceti._

Amphisphaeria sylvana, Sacc. et Spag. — Anthostomella limitata, Sacc. —

Bertia Vitis, Schlzr. — Botryospheria cyanogena, Niessl. — Calosphaeria

minima, Tul. — Ceratostoma Schulzeri, Pirotta. — C. Vitis, Fuck. —

Cryptovalsa ampelina, Fuck. — C. Rabenhorstii, Sacc. — Cucurbitaria

Vitis, Schulzer. Diaporthe viticola, Nke. — Didymosphaeria bacchans,

Pass. — Dothidea myriococca, Mntg. — Eurotium herbariorum, Lk. — Eutypa

ludibunda, Thüm. — Gibbera Vitis, Schulzer. — Leptosphaeria

appendiculata, Pirotta. — L. Cookei, Pirotta. — L. Gibelliana, Pir. — L.

vinealis, Pass. — L. Vitis, Pir. — Lophiostoma angustatum, Fuck. — L.

Hederae, Fuck. — L. Thümenianum, Speg. — Nectria cinnabarina, Fr. — N.

viticola, Berk. et Curtis. — Pleospora coronata, Niessel. — P.

phaeocomes, Ces. et De Not. — Rebentischia appendiculosa, Sacc. —

Rhaphidospora sarmenti, Pass. — Rosellinia horrida, Haszl. — Spherella

fumaginia, Catt. — Sph. pampini, Thüm. — Sph. sarmentorum. Pir. — Sph.

Vitis, Fuck. — Teichospora Mesascium, Sacc. — Valsa vitigena, Cooke — V.

Vitis, Berk et Curtis — Valsaria insitiva, Ces. et De Not.

Pirenomiceti spurii.

Cheilaria Vitis, Schulzer — Cryptosporium ampelinum, Thüm. —

Cryptostictis hysterioides, Fuck. — Cytispora chrysosperma, Fr. — C.

incerta, Thüm. — C. Vitis, Montg. — Discosia Vitis, Schulzer — Diplodia

Bacchii, Pass. et Th. — D. fabaeformis, Pass. et Thüm. — D.

interrogativa, Thüm. et Pass. — D. viticola, Desm. — Hendersonia

sarmentorum, Westd. — Hormococous olivaceus, Sacc. — Leptothyrium

longisporum, Thüm. et Pass. — L. Passerini, Thüm. — L. perpusillum,

Pass. et Thüm. — Myrothecium Vitis, Bon. — Pestalozzia pezizoides, De

Not. — P. Thümenii. Speg. — P. uvicola, Speg. — Phoma amplinum, Berk. et

Curt. — _Ph. baccae_, Catt. — Ph. Cookei, Pirotta — _Ph. Negrianum_,

Thüm. — Ph. Vitis, Bon. — Polynema Vitis, Schulzer — Septoria

Müggenbergii, Pirotta — S. Vitis, Lév. — _Sphaceloma amplinum_, De Bary.

— Vermicularia compacta, Cooke et Ellis.

Micelii Sterili.

Ozonium auricomum, Lk. — Sclerotium echinatum, Fuck. — Sc.

sarmenticolum, Thüm. — S. Semen, Tode. — S. uvae, Desm. — Sc. Vitis,

Peyl.

Un funghetto, che reca dei gravi danni alla coltura della vite

nell'America settentrionale, è quello che produce la malattia conosciuta

sotto il nome di _mildew_ (nebbia). Questo fungo che si sviluppa

ordinariamente sulle varietà delle specie americane, quali la _Vitis

labrusca_, la _Vitis aestivalis_ Mich., la _Vitis cordifolia_ Mich., e

_Vitis vulpina_ L., forma sulla pagina inferiore delle foglie dei

cespuglietti di color bianco sporco, assai numerosi, di forma

tondeggiante da prima, ma quindi irregolare, fondendosi gli uni negli

altri. Tali cespuglietti sono formati da sottili filamenti che escono in

fascio dall'apertura degli stomi, ciascuno dei quali si ramifica

biforcandosi o triforcandosi, producendo una spora sull'estremità di

ogni ramificazione. Secondo quanto ne dice il Planchon^[VI-9], questo

fungo sarebbe assai comune in settembre ed agosto, e talora associandosi

ad altra malattia detta _Rot_, cui dà origine altro funghetto (_Phoma_

_uvicola Berk et Curt._) determina dei guasti anche maggiori. Egli

riferisce altresì che alcuni coltivatori pretendono che la decadenza del

prezioso vino bianco spumante detto _sparkling catawba_, che suole

avvenire dopo 20 anni di coltivazione, si debba all'azione di questo

funghetto. Fino a questi ultimi tempi ritenevasi che questa malattia

fosse propria esclusivamente all'America, però non può più restare alcun

dubbio sulla sua apparizione in Europa; poichè, quand'anche non si

volesse tener conto di quanto asserisce il Frank^[VI-10] riguardo alla

sua comparsa in Ungheria presso Wershetz, il Planchon ci riferisce

com'essa si sia ultimamente presentata in varie località della

Francia^[VI-11], ed il Pirotta^[VI-12] ne annunzia la comparsa nella

nostra Italia a Santa Giulietta presso Casteggio. Giova sperare però che

trattandosi di un parassita che si sviluppa in epoca in cui la

vegetazione della vite è già molto inoltrata, esso sia raramente causa

di gravi danni per le nostre culture.

Nel gruppo degli Ifomiceti troviamo varie specie che possono riuscire

dannose alla vite, cioè: il _Cladosporium ampelinum Pass._, che infesta

sovente le viti del Reno; il _Cladosporium Roeslerii_, osservato per la

prima volta dal Rössler sulle viti di Klosterneuburg presso Vienna, che

dee ascriversi a quelli che recano guasti maggiori alle coltivazioni,

come ne fanno fede i danni che sovente arreca nei vigneti dell'Austria e

quelli pure cui soggiacquero fra noi le colture di Rocca dei Giorgi; il

_Septocylindrium dissiliens_, che devastò le vigne dei dintorni del lago

di Ginevra e della Valle Lemana nel 1834; la _Spicularia icterus_, che

cagiona la malattia conosciuta col nome d'Itterizia, e che tanto danno

recò nel 1869 alle viti della sponda sinistra del Reno, fra Magonza e

Guntersblum, così denominata pel color giallo che prendono le viti che

ne restano colpite. Ma fra tutti questi funesti parassiti, quello che

principalmente merita la nostra attenzione è il terribile Oidio, che è

appunto quel funghetto che cagionò la malattia ben conosciuta presso di

noi sotto i nomi di _Bianco delle viti_ o _Crittogama_.

L'Oidio fece la sua prima comparsa nelle stufe di Margate in

Inghilterra, ove fu osservato per la prima volta dal signor Tucker,

giardiniere, e successivamente studiato dal Berkeley, che in onore del

suo scopritore lo chiamò _Oidium Tuckeri_. Dall'Inghilterra questa

malattia si diffuse sollecitamente in Francia, ove fu osservata nel

1848, e quindi passò in Svizzera ed in Italia, ove comparve nel 1851. La

malattia suole ordinariamente presentarsi poco dopo la fioritura della

vite, cioè nei mesi di maggio e giugno, secondo le località.

Incominciano a svilupparsi sulle foglie e sui rami delle produzioni

filamentose che grado grado si estendono. Successivamente appariscono

delle macchie bruniccie sui rami, sulle foglie e sugli acini, che a

grado a grado si dilatano e si confondono, mentre si rivestono d'una

polvere bianchiccia. I rami, più o meno alterati nei loro tessuti

superficiali e profondi, spesso si mortificano e cadono; le foglie si

raggrinzano e si disseccano, gli acini rimangono atrofizzati e

deformati, la buccia loro si screpola, e ben presto si disseccano o

marciscono. Tutti questi danni debbonsi appunto all'Oidio che cagiona le

macchie sopra descritte e che si presenta formato da filuzzi esilissimi,

i quali strisciano sulla superficie dei vari organi della vite, aderendo

a questi per mezzo di corte ramificazioni dette _succiatoi_, cui è

affidato l'incarico di succiare il nutrimento dal substrato. Sopra

questi filamenti, che costituiscono la fronda del fungo, si producono

dei rametti che sorgono verticalmente, i quali nell'estremità loro

superiore si segmentano in articolazioni, che sollecitamente prendono

forma ellissoidea e si distaccano per costituire le spore. Siccome poi

la estremità di rametti siffatti continua a segmentarsi ed a produrre

spore per tutta la vita della pianta, e queste facilmente trasportate

dal vento, a cagione della loro eccessiva tenuità e leggerezza,

germogliano e riproducono la pianta, tostochè si trovino in condizioni

favorevoli; agevolmente si comprende quanto facilmente il funesto

parassita possa diffondersi e trasportarsi, non solo da un organo

all'altro della medesima pianta, ma pure da una pianta all'altra ed a

considerevole distanza, e così in breve tempo infestare delle regioni

estesissime. Gli studi istituiti sull'Oidio starebbero a dimostrare non

essere esso un vegetale che in sè stesso chiuda il ciclo della sua

vegetazione, ma una forma particolare di altro organismo di struttura

più complicata, che sarebbe un _Erysiphe_, di cui rappresenterebbe la

forma più semplice, quella che suol presentarsi nelle prime fasi di

sviluppo del fungo e che per gli organi speciali di riproduzione che

produce, si suole appellare conidifera. Havvi però, chi vorrebbe

considerare l'Oidio come forma conidifera di altro funghetto, anzichè di

un _Erysiphe_, cioè della _Spherotheca Castagnei_. Nè sola è la nostra

vite ad accogliere un ospite tanto malefico, poichè esso è stato pure

osservato sopra alcune specie americane, cioè la _Vitis aestivalis_, la

_Vitis riparia_ e la _Vitis condicans_.

L'Oidio va sovente accompagnato da un'altra specie, che per qualche

tempo fu ritenuta quale pertinenza dell'Oidio stesso, cioè

l'_Ampelomyces quisqualis_ Ces., denominato poi _Cicinnobolus Cesatii_

dal de Bary. Il micelio di questo funghetto cresce frammisto a quello

dell'Oidio, e penetra con i suoi filuzzi persino entro a quelli

dell'Oidio, sul quale vive parassiticamente. Dai filamenti del micelio

si producono dei rametti che sorgono verticalmente e terminano in una

cellula claviforme od ellissoidea, che produce nel suo interno numerose

sporuline ellissoidee o quasi cilindriche. Sembra che questo funghetto

debba ritenersi benefico per la vite, anzichè malefico, giacchè è

dimostrato che col suo parassitismo, non solo disturba lo sviluppo

dell'Oidio, ma gl'impedisce di fruttificare e lo distrugge. Facilmente

si comprende però che tale azione benefica giunge ordinariamente troppo

tardi, perchè essa possa far sentire la sua efficacia, ond'essa può ben

classificarsi fra quei rimedi che si dicono non recati a tempo.

Certamente se noi ci fossimo attaccati all'azione benefica del

Cicinnobolus, le nostre raccolte sarebbero andate tutte perdute. Il vero

rimedio però che ci ha messo in grado di combattere questo terribile

nemico, e liberare i nostri vigneti da sì grave flagello, è stato lo

zolfo in polvere, rimedio che fu per la prima volta proposto da un

distinto botanico francese, il prof. Duchartre di Parigi.

Nel gruppo dei Gimnomiceti troviamo il _Fusi__sporium Zavianum_ Sacc.,

che può riuscire nocivo alla coltura delle viti ed il _Gloeosporium

ampelophagum_ Sacc., che di recente ha recato danni abbastanza gravi ai

nostri vigneti, e che merita perciò alcune parole.

È questo il funghetto che cagiona quella malattia denominata presso di

noi _Bolla_, _Picchiola_, _Vaiuolo_, _Nebbia_, e che infestò varie

provincie della nostra Italia in questi ultimi anni. Incomincia questa

malattia ad apparire in primavera sui rami e sui pampini, in forma di

macchie di color bruno rossastro, quasi tonde o bislunghe^[VI-13], con

margine di color più scuro e depresse nel centro. Queste macchie si

producono pure sopra gli acini in via di maturazione, riducendone la

buccia cariacea, onde il loro accrescimento non può che effettuarsi

molto imperfettamente, e la loro polpa ne resta più o meno deteriorata

ed esausta. Esaminando al microscopio i tessuti occupati da tali

macchie, si osservano dei filimenti esilissimi che serpeggiano fra le

cellule del tessuto, provocando un ingrossamento nelle loro pareti ed

alterandone il contenuto. Nella parte poi più prossima alla superficie,

si formano delle piccole sporgenze composte di sottili filamenti

disposti in ciuffo od in palizzata, che aprendosi la strada attraverso

alla cuticola, si portano in contatto dell'aria e producono nelle loro

estremità delle minutissime spore. Si tratta adunque di un funghetto

endofito, che cioè si sviluppa nell'interno dei tessuti della pianta che

lo ospita. Si ritiene poi che questo malanno non sia cosa nuova, giacchè

il Marés dà la traduzione di un passo di Teofrasto, ove non si può fare

a meno di riconoscerlo. Il suo infierire in questi ultimi anni fu in

relazione con speciali condizioni meteorologiche che si verificarono nei

mesi di aprile, giugno e luglio, per le pioggie molto frequenti che si

alternarono sovente con giornate nebbiose e calde, onde si ebbero dei

rapidi cambiamenti di temperatura, che associati alla umidità in

abbondanza, sembrano aver molto favorito lo sviluppo di un tal

parassita. Sembra pure che non tutte le varietà sieno egualmente

attaccate: quelle dei paesi caldi ed a vegetazione più rigogliosa lo

sarebbero più facilmente di quelle dei paesi più temperati. In Toscana

ho potuto osservare tale malattia sulle uve _Salamanna_, _Galletta_,

_Regina_, _Colombano_, _Sangioveto_, _Montanino_, _Macaja bianca_,

_Colore aspro_, _Colore dolce_, _Moscatello_, _Malvagia_, _Aleatico_,

_Greco_, _Agrifone_; il _Trebbiano_ ed il _Canajolo_ bianco e nero

parrebbero più difficilmente attaccabili. Varii furono i rimedi proposti

contro questa malattia. Si propose di recidere i tralci attaccati per

promuovere una nuova vegetazione, e di far uso di larghe concimazioni

potassiche, si fece uso di zolfo in polvere, di polvere di calce, di

solfuro di calcio, di solfato di ferro: ma io tralascio di diffondermi

in questi dettagli, invitando coloro che desiderassero notizie più

estese a consultare i lavori pubblicati sopra quest'argomento.

Dalla malattia precedentemente descritta va distinta l'_Antrocnosi_, che

con quella è stata sovente confusa. L'Antrocnosi è malattia che si

sviluppa sulle viti americane alle quali riesce gravemente dannosa. Essa

è conosciuta pure coi nomi di _Rot_, _Small pox_ e si produce sugli

acini in forma di pustole che somigliano alquanto a quelle del

_Gloeosporium ampelophagum_ Sacc. Il funghetto che si considera come

causa di tale malattia è quello stesso di cui abbiam parlato di sopra,

cioè il _Phoma uvicola_ Berk. et Curt.

Altri malanni, che sogliono pure manifestarsi sulle nostre viti, sono

quelli conosciuti sotto i nomi di _Malattia del bianco_ e _Malattia del

nero_. La prima di queste si presenta sotto forma di micelii bianchi che

invadono il tessuto legnoso fino al punto di uccidere la pianta. Questi

micelii sembra che si debbano riferire ad alcune specie di funghi

imenomiceti. L'altra malattia si manifesta con un'alterazione del

tessuto dei fusti e dei rami lungo i vasi porosi, per la quale i vasi

porosi e le cellule legnose circostanti prendono una colorazione scura.

Ma qui non finisce l'enumerazione dei vegetali che hanno relazione col

vino, che anzi nel vino stesso abbiamo un'intera Flora, ricca di forme

numerose e svariate, il cui studio è ben lungi dal potersi dire

completo.

Voi sapete che il mosto dell'uva non si trasforma in vino se non subisce

la fermentazione. In conseguenza della fermentazione il mosto

s'intorbida, in esso si sviluppa una sostanza gazosa che facilmente si

riconosce per acido carbonico, ed il suo sapore di dolce si riduce più o

meno piccante. Un fenomeno simile si produce pure nel liquido con cui si

prepara la birra. I chimici ci dicono che per effetto della

fermentazione lo zucchero contenuto nel mosto si scinde in alcool ed in

acido carbonico, con produzione altresì di piccola quantità di glicerina

e di acido succinico. Ma come avviene questa trasformazione? Quali sono

le cause che la determinano? Al giorno d'oggi si ritiene che il fermento

del mosto, il principio cioè che determina la fermentazione, sia

rappresentato da una pianticella microscopica che vive nel mosto e che

nutrendosi determina la decomposizione dello zucchero in alcool ed in

acido carbonico. Ognuna di queste pianticelle, come vedete in questa

figura (Fig. 1), consta di alcune cellule riunite in piccola famiglia,

spesso a forma di catenella ramosa, la quale è capace di accrescersi per

gemmazione e di dividersi in varie altre in modo che da una d'esse molte

in breve tempo se ne producono. Entro a queste cellule poi in

circostanze speciali si producono pure da 2 a 4 minutissime spore.

[FIGURA: Fig. 1.]

Il nostro Fabbroni, nel cadere del secolo scorso, fu il primo a

dimostrare che, affinchè la fermentazione del mosto si effettui, si

richiede la presenza di certe sostanze che egli chiamava vegeto-animali,

e che adesso diconsi sostanze albuminoidi. Il Gay Lussac dimostrò che

non basta la presenza delle sostanze albuminoidi, ma occorre pure la

presenza dell'aria affinchè la fermentazione abbia luogo. L'Erxleben nel

1818 osservò pel primo il fermento della birra e riconobbe in esso i

caratteri di vegetale. Desmazières, poco appresso, lo ritenne da prima

come un infusorio, ma poi lo classificò come un fungo. Il Persoon lo

ascrisse pure alla classe dei funghi, formandone il genere Mycoderma, e

la stessa opinione seguì pure il Meyen, costituendone il genere

Saccharomyces, mentre il Kützing lo giudicava un'alga e lo poneva nei

Crypticoccus. Cagnard Latour, avendo osservato la gemmazione delle

cellule del fermento, ritenne, come Erxleben, ch'esso fosse la causa

della fermentazione, ciò che venne poi confermato dall'esperienze di

Schwann, che dimostrò inoltre l'aria essere capace a provocare la

fermentazione non di per sè, ma per i germi di organismi ch'essa

contiene. Berzelius e Mischerlich spiegarono la fermentazione con la

celebre forza catalitica. Sorse poi il Liebig con la sua teoria

meccanica della fermentazione, nella quale considerava la fermentazione

come un fenomeno chimico, causato dalla decomposizione delle sostanze

albuminoidi contenute nel liquido fermentabile. Finalmente il Pasteur in

seguito a studii continuati per vari anni, ha rimesso in vigore le idee

di Erxleben e di Schwann, dimostrando che i Saccharomyces, che si

sviluppano nei liquidi zuccherini, sono da considerarsi come la causa

principale della fermentazione. Secondo il Pasteur questi Saccharomyces,

che costituiscono il fermento, respirerebbero come gli altri vegetali

assorbendo ossigeno allorquando trovansi in contatto dell'aria; ma

allorchè sono immersi in liquido fermentabile, non potendo altrimenti

appropriarsi l'ossigeno dell'aria, prenderebbero questo elemento dallo

zucchero contenuto nel liquido decomponendolo in alcool ed in acido

carbonico. In questi ultimi tempi fu fatta un'opposizione molto viva a

questa teoria per parte di varii scienziati, fra i quali Brefeld,

Treube, Berthelot e Trecul, per adesso però sempre trionfa la teoria del

Pasteur.

[FIGURA: (Fig. 2).]

[FIGURA: (Fig. 3).]

[FIGURA: (Fig. 4).]

[FIGURA: (Fig. 5).]

[FIGURA: (Fig. 6).]

[FIGURA: (Fig. 7).]

[FIGURA: (Fig. 8).]

Gli studi fatti dal Rees hanno dimostrato potersi distinguere varie

specie di questi Saccharomyces. Il _Saccharomyces ellipsoideus_ Ress. è

quello che costituisce il fermento del vino (Fig. 1). _Saccharomyces

Cerevisiae_ (Fig. 2) è stato chiamato quello che si sviluppa nel liquido

preparato col malto, e che ne determina la fermentazione e la

trasformazione in birra. I _Saccharomyces exiguus_ (Fig. 3), _S.

apiculatus_ (Fig. 4), _S. pastorianus_ (Fig. 5), _S. conglomeratus_

(Fig. 6), _S. Reesii_ (Fig. 7), si producono pure nel mosto dell'uva.

Altre specie sono il _S. albicans_, il _S. glutinis_ ed il _S.

mycoderma_ (Fig. 8). Quest'ultimo è particolarmente interessante,

inquanto è desso che costituisce quella pruina biancastra che si produce

alla superficie del vino, che conservasi in vasi mal chiusi e che

chiamasi fiore del vino. Questo gode di una singolare proprietà: poichè

mentre i suoi congeneri si compiacciono di vivere in un mare di

dolcezza, nutrendosi dello zucchero contenuto nei liquidi fermentabili,

egli preferisce i liquidi alcoolici dei quali consuma l'alcool che

trasforma in acqua ed acido carbonico, contenendosi come un gran

bevitore.

A tutti questi poi si debbono aggiungere tutti quei microfiti che si

sviluppano nel vino allorquando esso si altera più o meno, e che secondo

il Pasteur debbono considerarsi come cause delle alterazioni medesime.

Le differenti malattie cui va soggetto il vino, che si denominano

_Spunto_, _Vino cercone_, _Vino girato_, _Vino grasso_ o _filante_,

_Amarezza_, ecc., derivano pure da crittogame speciali, che facilmente

si possono riconoscere per mezzo del microscopio, come il Pasteur ha

dimostrato nella pregiatissima opera pubblicata sotto il titolo di

_Études sur le vin_. Io vi dirò poche parole di quello fra questi

organismi che è meglio conosciuto, e che si considera come causa dello

spunto od acescenza.

[FIGURA: (Fig. 9).]

Il microfito che si suole ritenere come la causa della acescenza del

vino, è quello che è conosciuto volgarmente col nome di _Madre

dell'aceto_. Scientificamente fu detto, fino a questi ultimi tempi,

_Mycoderma aceti_, essendosi creduto che esso fosse affine ai

_Saccharomyces_, che pure si includevano nello stesso genere; però

recentemente si è riconosciuto che esso non solo deve essere separato

dai _Saccharomyces_ per essere incluso nel genere _Bacterium_, ma merita

appena di essere distinto dal _Bacterium Termo_, che si considera come

la causa delle putrefazioni. Esso consta di cellule minutissime, quasi

globose, riunite due a due, oppure in serie a formare come delle

coroncine (Fig. 9): cellule che si mantengono alla superficie del

liquido formandovi un sottilissimo strato, che successivamente

s'ingrossa in una massa mucilagginosa paragonabile ad una cotenna. Il

Pasteur che ha molto studiato sopra questa produzione, ha sostenuto

ch'essa debba riguardarsi come la causa della malattia dell'acescenza e

della produzione dell'aceto, facendo osservare come sia affatto

impossibile la trasformazione dell'alcool in aceto per quanto si tenga

in contatto dell'aria, senza la presenza del _Bacterium aceti_. In tutti

i casi infatti in cui vi ha trasformazione di alcool in aceto, egli

dimostra verificarsi la presenza di siffatto microfito. Recentemente

però il prof. Herzen ha pubblicato delle osservazioni che sembrano stare

in opposizione con una tale teoria. Il prof. Herzen avendo dimostrato

che una piccola quantità di acido borico che si aggiunga al vino, toglie

ad esso la facoltà di trasformarsi in aceto, per quanto si prolunghi il

suo contatto con l'aria in presenza del _Bacterium aceti_, concluderebbe

che la trasformazione del vino in aceto dovesse considerarsi come un

semplice fenomeno di ossidazione, anzichè come un fatto dipendente dalla

nutrizione del _Bacterium aceti_.

Altre piante pure, oltre la vite e le congeneri di cui vi ho parlato,

possono fornire bevande spiritose simili al vino.

Colle mele ed anche colle pere si prepara un vino di frutta che si

chiama _Sidro_ e che si fabbrica in Francia, in Inghilterra, in Spagna,

in Germania, in Russia, in alcune regioni dell'Affrica ed anche in

America. S'ignora l'origine di tale bevanda, ma si crede che sieno stati

gli Egizii e gli Ebrei i primi a farne uso.

Dalle ciliegie si ottiene pure un liquore spiritoso detto _Kirchwasser_,

di cui si fa uso principalmente in Svizzera ed Alemagna. La Foresta nera

ne fornisce la qualità più pregiata.

In Inghilterra si adoperano i frutti del _Ribes grossularia_, la comune

Uva Spina, per farne un liquore spiritoso.

In America si prepara una specie di vino coi frutti delle piante del

genere _Guazuma_ (Büttneriacee) e con i baccelli di varie specie del

genere _Prosopis_ (Mimosee) si prepara una specie di birra detta

_Aloja_. Allo stesso uso servono nella Senegambia i frutti della

_Spondias birrea_ (Anacardiacee).

In generale tutti i frutti dolci possono essere impiegati al medesimo

scopo.

Nè solo il succo dei frutti, ma quello pure che si contiene in altri

organi delle piante può essere trasformato in bevanda più o meno simile

al vino.

Il succo dolce che s'ottiene dall'_Acer saccharinum_ nell'America

settentrionale si trasforma in liquore spiritoso per la fermentazione.

Il succo delle giovani messe delle Mammee e quello persino delle gemme

di alcune specie di abete, si prestano allo stesso uso. Col succo

contenuto negli stocchi del gran turco in Bolivia si prepara una birra

che chiamasi _Chicha de palo de meiz_. Il melazzo, che si ottiene come

residuo della preparazione dello zucchero, dalla canna di zucchero,

fornisce il Rhum.

Nel Messico si ottiene una bevanda spiritosa detta Vebli o Pulque

dall'_Agave americana_, che adesso cresce pure spontanea nelle parti

meridionali della nostra Penisola. Allorquando l'infiorazione è per

svilupparsi si recide alla base e dalla ferita si raccoglie l'umore che

poi si fa fermentare. Origine consimile hanno pure i vini di palma,

chiamati _Toddy_, _Leymi_, _Arrach_, che si preparano facendo fermentare

il succo che sgorga dalle ferite fatte nelle infiorazioni di varie

specie, quali la _Coripha umbraculifera_, il _Borassus flabelliformis_,

il _Cocos nucifera_, il _Sagus Rumphii_, la _Mauritia vinifera_, ecc.

Oltre agli organi contenenti zucchero, possono ottenersi bevande

spiritose pure da quelle parti che contengono principii capaci di

trasformarsi in zucchero. In questa categoria figurano principalmente i

semi feculacei. La più conosciuta fra le bevande che si ottengono dai

semi è la birra; bevanda che, come il vino ed il sidro, risale ad

un'antichità molto remota, attribuendosene la scoperta ad Osiride, da

alcuni, da altri a Cerere, d'onde i nomi di _Cerevitia_, _Cerevisia_,

_Ceria_, _Cervogia_, coi quali è stata appellata. La birra si prepara

coi semi dell'orzo, che si fanno germogliare affinchè la fecola in essi

contenuta si trasformi in zucchero, e quindi si seccano per ottenerne il

malto, col quale poi si prepara il liquido che mediante la fermentazione

si trasforma in bevanda.

Altra bevanda analoga alla birra è quella che si prepara nel Chilì coi

semi del Granturco, detta dai nativi _Chicha_. La _Busa_ dei Tcerkessi,

il _Tuack_ dei Dayack, il _Sacki_ dei Giapponesi, il _Sampsu_ dei

Chinesi, la _Meriesa_ ed il _Bisbil_ del Soudan, sono pure bibite

spiritose preparate con semi di cereali.

Ma uno dei più singolari emuli di Bacco lo troviamo fra i vegetali di

struttura più semplice, nella classe dei funghi. L'_Agaricus muscarius_

Fr., specie venefica comunissima nei nostri boschi, nella penisola del

Kamchatka presso l'estremo più orientale dell'Asia, viene adoperato in

sostituzione al prezioso liquore di Bacco per procurarsi uno stato di

ebbrezza piacevole. Un fungo di ordinarie dimensioni o due piccoli

bastano per produrre l'effetto, a condizione però che siano trangugiati

senza far loro subire la masticazione. Si racconta che gli effetti di

tale ebbrezza sono veramente singolari, per lo straordinario stato

d'esaltazione che l'accompagna, che dà luogo alle più piacevoli emozioni

della mente ed ai movimenti i più disordinati e bizzarri. Si asserisce

poi che il veleno passa inalterato nella escrezione renale, onde le

orine stesse sono capaci di riprodurre questo stato di ebbrezza, come lo

stesso agarico e per più volte di seguito; nè quella rozza gente ha

schifo il ricorrere ad una tale bevanda in difetto del desiderato fungo.

Io ritengo però che voi non vorrete ripetere un così sozzo esperimento,

lasciandone ben volentieri le gioie a quei lontani nostri men che

fratelli, e che anzi vorrete sempre anteporre il prezioso liquore di

Bacco agli altri tutti che l'arte più raffinata in sì svariati modi ci

apparecchia, rammentandovi sempre però quel precetto del nostro poeta

_Est modus in rebus_, ecc., e che se il vino può dirsi opera divina,

l'ubriachezza è certamente opera del diavolo^[VI-14].

[VI-1] Vedi pure ACERBI G., _Delle viti italiane_ — MENDOLA A., _Elenco

di uve_, Favara tip. Parrini e Carini, 1868 — Goethe Herm., _Catalogo

ampelografico_ — _Ampelografia italiana_ compilata per cura del comitato

centrale ampelografico (in corso di pubblicazione).

[VI-2] DE GUBERNATIS, _Piccola enciclopedia indiana_, 1877, pagine 87 e

388.

[VI-3] SCHIMPER CH., _Traité de Paléontologie végétale_, vol. III, pag.

48.

[VI-4] ENDLICHER ST., _Enchiridion botanicum exhibens classes et ordines

plantarum_, ecc., p. 395. — DE CONDOLLE, _Geogr. Bot._, I, 338.

[VI-5] Solum praeter oleam vitemque ceteraque calidioribus terris oriri

sueta patiens frugum fecundum, etc.

[VI-6] PLANCHON, Le Phylloxéra en Europe et en Amérique. _Revue des deux

Mondes_, 1874. _Vignes américaines_, p. 74, 85, 86 e seg. — TARGIONI

TOZZETTI A., _Della malattia del pidocchio nella vite_, Roma, 1875, p.

76.

[VI-7] PIROTTA R., _I funghi parassiti dei vitigni_, Milano, 1877.

[VI-8] THÜMEN, _Die Pilze des Weinstockes_, Wien, 1878.

[VI-9] PLANCHON, F. E., _Les vignes américaines_, Paris, 1875.

[VI-10] _Synopsis der Pflanzenkunde_, Hannover, 1877, p. 1853.

[VI-11] _Comptes rendus_, 1879, p. 600.

[VI-12] PIROTTA R., _Sulla comparsa del Mildew o falso oidio degli

americani nei vigneti italiani_, Milano, 1879.

[VI-13] PASSERINI G., _La nebbia del Moscatello ed una nuova crittogama

delle viti_, 1876. — SACCARDO P. A., Rivista di viticultura ed enologia

italiana. — ARCANGELI G., _Sopra una nuova malattia della vite_. _Nuovo

giornale bot. ital._, vol. IX, p. 74, 1877. — RIDOLFI N., _Bullettino

della R. Società toscana d'orticultura_, anno IV, p. 370. — GALIMBERTI

A. e RAVIZZA F., _Sull'anatracuosi della vite. Studi ed esperienze_,

Milano, 1879.

[VI-14] Vinus opus Dei: ebrietas opus diabuli est.

Il Vino: Undici conferenze fatte nell'inverno dell'anno 1880 · 第 22 / 33 题