III.

Dalla Grecia all'Italia il passaggio è naturale. Il mio dotto amico Graf

vi rammentò il nome di Enotria dato in antichissima età alla patria

nostra. In origine esso fu attribuito soltanto alla Basilicata o

provincia di Potenza, ed esteso prima alle tre provincie calabresi che

formavano l'antico Bruzio, e poi anche talora a tutta l'Italia^[V-1].

Del resto i greci posero a parecchie terre nomi enologici. L'isola

d'Egina si chiamò prima Enonia o Enopia, le Enotridi erano due piccole

isolette poco lungi dalla breve costa lucana sul Tirreno; l'isola di

Sichino fu dapprima Enoie; c'era un'Enantia ov'è adesso Kertch e

un'altra nella Sarmazia asiatica.

Il commercio del vino nell'Italia antica presenta due diversi periodi:

uno anteriore, l'altro posteriore all'anno di Roma 633 (121 av. G. C.),

nel quale furono consoli Lucio Opimio Nepote e Q. Fabio Massimo. In

quell'anno fu così abbondante e squisita la vendemmia, che finalmente,

come dice Plinio, l'Italia conobbe il suo bene^[V-2].

Nel primo dei due periodi i vini greci erano i preferiti; Plauto nel

terz'atto del _Povero Cartaginese_ nomina i vini vecchi di Leucade,

Lesbo, Taso e Chio. Il vino nazionale era poco stimato. La coltivazione

della vite cominciò tra noi dopo quella del frumento e Roma nei primi

tempi non bevve molto. Nel vecchio Lazio però se ne faceva e se ne

mandava anche nella finitima Etruria^[V-3]. Ma adagio adagio i vini

italiani cominciarono a farsi credito sul mercato interno. L'_ammineo_

della Campania, il lucano della Basilicata e il _murgentino_ di

Sicilia^[V-4] sono lodati da Catone (234–149 a. G. C.) segnatamente il

primo che fu il predecessore del Falerno e del quale si distinguevano

due qualità, la superiore (_ammin. maius_) e l'inferiore (_ammin.

minusculum_). Questi tre erano i vini nazionali migliori. Se ne bevevano

anche di minor pregio o infimi affatto, come questi altri che Catone

descrive: l'_elveolo_ una specie di gustoso chiaretto, l'_apicio_

analogo al nostro moscato; il _preliganeo_, vinello che si dava a bere

ai vendemmiatori e la _posca_ — un nome rimasto nel dialetto piemontese

— ossia il vino degli schiavi e della bassa gente.

Circolavano poi vini fatturati che si spacciavano per greci e Catone dà

ricette per la fabbricazione del vino greco e in ispecie di quel di Coo.

La legge protesse la viticoltura, diede norme e sanzione speciali alla

vendita del vino e prescrisse le regole per la consegna, la

degustazione, la misuratura.

Il secondo periodo del commercio del vino nell'antica Italia si

suddivide in due epoche, delle quali l'una va dal 633 di Roma al 700 (54

av. G. C.), l'altra da cotesto anno alla caduta dell'impero.

La data che separa le due epoche m'è fornita da Plinio, il quale

asserisce che verso il 700 di Roma principio ad estendersi la

riputazione e il consumo de' vini nazionali e questi accennarono a

vincere la concorrenza dei vini stranieri, malgrado che lo sviluppo

dell'importazione non s'allentasse. Nei settantacinque anni precedenti

si erano già fatti conoscere il _Cecubo_ e il _Falerno_. Di questo

parlerò or ora. Il _Cecubo_ si faceva nel territorio di Amicla, sul

golfo di Gaeta, ma durò poco. Nella seconda metà del primo secolo

dell'êra nostra era già venuto meno, per negligenza dei coltivatori, per

l'angustia del sito e pel canale che Nerone fece aprire dal lago

d'Averno ad Ostia, traverso quelle campagne. Il predominio dei vini

greci durava ancora sul mercato italiano, non bastando la produzione

nostrana al consumo ed anche per l'abitudine del palato a' vini

dell'arcipelago, sicchè la loro artificiale imitazione non si smetteva.

Tra' nazionali primeggiavano i campani e i siciliani; da queste

provincie subalpine usciva il vino allobrogo, che sapeva di pece; nelle

meridionali era piuttosto diffusa la fabbricazione del vin cotto, poco

gradito fuori di là.

Dei vini medicinali fatturati con mosto d'uva amminea e succhi d'erbe

non fo parola, perchè estranei al mio soggetto.

Un notevole indizio del credito che avevano acquistato i vini del paese

lo si ha nelle distribuzioni che fece Giulio Cesare nelle feste del suo

trionfo per le vittorie riportate in Gallia e in quelle fatte come

settemviro Epulone, quando fu console la terza volta. Diede prima Chio e

Falerno; poi fece meravigliare il popolo romano dando in tavola quattro

qualità di vino, due greci: _Chio_ e _Lesbio_ e due nazionali: _Falerno_

e _Mamertino_.

Ed eccoci al periodo più notevole. Plinio in una sua classificazione dei

vini italiani distinse quattro categorie, disponendo secondo il loro

merito i vini delle varie regioni.

Nella prima classe pose il _Pùcino_ che si faceva nelle vicinanze

d'Adria, il _Setino_ del territorio di Terracina e il _Retico_ di Val

d'Adige. Il primo era piaciuto assai a Livia moglie d'Augusto, la quale

dava merito a quel vino d'esser giunta a 82 anni sempre in buona salute.

Ma il marito preferiva gli altri due, e Plinio, si vede, non volle far

torto a nessuno.

Nella seconda categoria pliniana troviamo il classico Falerno, prodotto

della felice Campania, di tre qualità: il _faustiano_, che si spremeva

dalle uve d'un territorio a sei miglia da Sessa, il _gaurano_, alquanto

brusco e il falerno _tenue_, ossia sottile.

La terza classe del naturalista comasco annovera i vini del Lazio, cioè

quelli dolcissimi dei colli albani, più il Privernate e il Signino e i

tipi inferiori della Campania: il Massico, il Caleno, lo Statano, il

leggiero Sorrentino, il Fondano, il Veliterno.

Appartengono alla quarta i vini di Sicilia; il Mamertino (Messina), la

cui qualità migliore era conosciuta sotto il nome di _potalino_ e il

Tauromitano (Taormina), che in commercio era dato spesso per mamertino.

Altri vini italiani di qualche pregio erano il pretuziano, l'anconitano,

il palmense e il cesenatico, tutti del Piceno; l'adriano dei Veneti; il

graviscano, lo statoniense e sopratutti il rosso Lunense toscani; il

tarantino, il serviziano e il cosentino calabresi; il turino e il

lagarino lucani.

Vengono ultimi i vini che Plinio chiama _plebei_, tra' quali i più

divulgati erano il trifoglino, il caulino, il trebulano e il pompeiano,

che tutti e specialmente l'ultimo, invecchiando si guastavano.

Passiamo ora all'estero. La Gallia transalpina produceva due tipi: uno

molto denso che serviva per quella operazione che da' francesi è

chiamata _vinage_ e da noi _taglio_, ed era il _marsigliese_; l'altro

detto _beterrano_ fu, per dir così, l'avolo del Frontignan, sia per

somiglianza ne' caratteri estrinseci ed intrinseci, sia perchè si faceva

nel medesimo territorio donde ci viene il delizioso _Muscat de

Frontignan_. E nella Gallia furono inventate e adoperate prima le botti

di legno cerchiate. La Spagna forniva al commercio tre qualità di vini

che si facevano nella Catalogna: il _laletano_, abbondante, ma poco

buono; il _tarraconense_ reputatissimo e da Marziale posposto solo ai

vini campani e il _lauronense_. Possiamo mettere insieme con questi il

_balearico_, ossia vino delle isole Baleari.

Attivissimo durava il commercio dei vini dell'arcipelago, quantunque

piantagioni di viti greche si fossero praticate anche in altri paesi e

la industria contraffacesse con sconce miscele i delicati succhi delle

vendemmie elleniche. «Il paese non l'uva fa la differenza de' vini»

diceva il vecchio Plinio e diceva bene. Pure il sapore d'acqua marina,

comune a quasi tutti i vini di Grecia, e più spiccato in quelli di

Lesbo, si cominciava ad avere in uggia ed il _clazomenio_ piaceva

appunto perchè sapeva meno di salsedine. Era quest'ultimo uno de'

migliori vini dell'Asia Minore, che dalle sue regioni ubertosissime, la

Fenicia, la Frigia, il Ponto, la Caria e la Lidia, mandava dieci

eccellenti specie di vino. Altrettante ne annovera Plinio della Grecia

propria e celebra il _peparetio_ dell'isola omonima, tanto migliore

quanto più vecchio. L'Egitto dava il _sebennitico_ delle vigne del

Bahari e l'Arabia il _petrictum_.

Insomma, a detta dell'insigne naturalista latino, tra italiani e

stranieri, non meno di 195 generi di vino erano forniti al consumo, de'

quali 80 fini e due terzi di questi ottanta erano vini d'Italia. La

concorrenza straniera era dunque vinta.

Il traffico enologico prese grande sviluppo e v'attendevano i

_Mercatores vinarii_, de' quali è menzionata una speciale società che

incettava i vini delle coste adriatiche (_Negotiantes vini supernates_).

Roma aveva uno scalo apposito (_portus vinarius_) e un mercato (_forum

vinarium_) pel vino.

La ragione de' prezzi, mite a principio, s'andò elevando come

s'allargava il consumo. Nell'anno 565 di Roma, cioè dire al cominciare

del secondo secolo anteriore all'Era Volgare, i censori ordinarono non

si vendessero il vino greco e l'ammineo più di otto denari per anfora,

che tornano circa 45 centesimi al litro. A' tempi di Caligola (40

dell'E. V.) il vino Opimiano, quello cioè famoso della pingue vendemmia

del 633 e quindi vecchio di cenquarant'anni, costava lire 7,71 al litro.

Non par poco, ma si consideri la qualità e l'età del vino, e si pensi

che ora il _Johannisberg_ del 1862 (cera azzurro-dorata) vale lire 44 la

bottiglia. Nel terzo secolo dell'Era volgare l'imperatore Diocleziano

promulgò una tariffa de' prezzi dei generi di consumo, mano d'opera,

ecc., conosciuta ora dagli archeologi sotto il nome d'iscrizione di

Stratonicea. In questo curioso documento il prezzo del Falerno di

qualità superiore è fissato a lire 1,50 al litro, quello del vino

vecchio di prima qualità a lire 1,20 e per il vino comune a 40

centesimi.

Si vede che il prezzo del vino andava crescendo e se ne intende il

perchè. Le sorti dell'agricoltura volgevano tristi, le irruzioni de'

barbari turbavano i lavori campestri e mantenevano una continua

trepidazione nelle plebi rurali. L'attività economica illanguidiva,

immiserendosene le fonti, ed i traffici disturbati, sviati, interrotti,

male s'intrecciavano in giorni come quelli, agitatissimi e di gran

travaglio pe' popoli. I barbari rumoreggiavano ai confini spesso violati

dell'impero, e male resistevano agli allettamenti della bella penisola

italica dal cielo ridente e dalle pingui terre. Tentò qualche imperatore

vietare a' temuti nemici l'acquisto de' prodotti nostrani e specialmente

del vino, la cui esportazione ne' paesi de' barbari fu proibita prima da

Valentiniano I, poi da Graziano. Ma senza pro. Se il vino non potè

andare in que' paesi, vennero i barbari a beverlo nelle nostre terre e

ne vollero del migliore. Cassiodoro, ministro di Teodorico, scriveva al

Canonicario di Venezia che la cantina del re aveva bisogno d'essere

fornita come il decoro della regia mensa esigeva. Acquistasse dunque

_acinatico_ rosso e bianco (l'antenato del Val Policella) da'

proprietari del Veronese e ne mandasse alle cantine del re che ne

difettavano. E aggiungeva che al principe piacevano più i vini italiani

de' greci, manipolati con aromi ed acqua marina.

Il Vino: Undici conferenze fatte nell'inverno dell'anno 1880 · 第 16 / 33 题