I principii furono davvero splendidi; il vino fece stupendamente la sua
comparsa nel commercio mondiale. I Fenici, o signori, quelli stessi che
diedero l'alfabeto al mondo, propagarono tra le genti isolane e ripuarie
del Mediterraneo la coltivazione della vite e l'uso del vino, che fu
principalissimo articolo nel traffico di quel popolo di navigatori
illustri e audacissimi. La Fenicia produceva ottimo vino, specialmente
nei territori di Tiro e Sarepta e sulle più basse pendici del Libano. Ne
traeva poi dalla Palestina, dalla Siria e dagli altri paesi ove via via
la viticoltura s'andava estendendo. Tutti avete letto nella Storia Sacra
la narrazione degli esploratori mandati da Mosè nella _Terra promessa_ e
tornati con un enorme grappolo d'uva, che fu certo per gli ebrei tra i
più forti eccitamenti alla conquista d'un così fertile suolo. E dalla
Palestina andavano al mercato di Tiro i vini di Engaddi, Sorek, Elealeh,
Eshbon. Però i più squisiti e reputati a quei tempi si facevano nella
Siria, che forniva al commercio il vino di Haleb (la moderna Aleppo)
pregiatissimo, l'unico che si mescesse alla tavola degli Scià di Persia
e diede più tardi il vino di Damasco. La maggiore esportazione si
dirigeva verso l'Egitto, nella cui regione superiore il prodotto della
vite era scarso e cattivo e nelle altre due, la centrale e l'inferiore,
non si coltivavano vigne. Due volte l'anno le carovane trasportavano da
Tiro a Menfi grossi carichi di vino, percorrendo la via littorale di
Gaza e il margine esterno del delta del Nilo. I buongustai egiziani
bevevano a preferenza il vino di Tiro e quello di Laodicea. La
Babilonia, non contenta del vino che traeva dall'alta Mesopotamia;
l'Assiria, ove si beveva molto; l'Arabia, la Persia e la lontana India
erano nel continente asiatico paesi di ricerca più o meno attiva e
larga. Coll'andar del tempo una notevole esportazione si avviò anche
verso i paesi occidentali d'Europa e d'Africa ove approdarono navi
fenicie e furono stabilite fattorie.
I guadagni in cotesto ramo del traffico fenicio dovevano essere enormi,
se si pensi alla facilità dell'acquisto nei centri di produzione e alle
favorevoli condizioni di spaccio nei paesi di consumo, dagli Stati
finitimi ai più remoti scali del Mediterraneo, del Mar Nero,
dell'Atlantico e sin dello stretto di Jenikalé e del Mare d'Azoff, sulle
cui rive i barbari Cimmerii ricevevano tra' primi doni della civiltà
otri ricolmi di vino e assaporavano la gradita bevanda con l'avidità
stessa che a' giorni nostri spinge gl'Indiani d'America e i Maori
d'Australia all'uso immoderato dell'acquavite. Intendiamoci però;
parlando di guadagno non si pensi a danaro. A quei tempi non v'era
moneta coniata, si trafficava per baratto; il consumo del vino nei
luoghi di maggior produzione non era grandissimo, ne rimanevano grosse
quantità disponibili che i mercatanti sidonii e tirii mandavano nei
paesi stranieri, ricevendo in cambio merci che avevano alto pregio
nell'industria, nell'arte decorativa, nel lusso.
Queste tradizioni seguì Cartagine, che ereditò la fortuna e il genio
commerciale della madre-patria. È menzionato specialmente come assai
lucroso il commercio ch'essa faceva con la Cirenaica (Barkah, parte
dell'attuale reggenza di Tripoli) importando vino ed esportando il
_silfio_ reputatissimo nella farmacopea antica e noto nella moderna col
nome meno bello di assafetida.