La casa era nel fondo di una strada umida e buia, a cul di sacco: aveva
tre piani e due finestre cogli scuri verdi ad un battente solo. Nè di
giorno nè di notte la strada s'illuminava mai di un bel raggio; il sole
vi passava al disopra, la luna vi si ratteneva sull'orlo dei tetti, come
respinta dal tanfo grasso che ne saliva, mentre l'ombra addensata da
tutti quegli sfondi sembrava piena di agguati e di abbandoni. Era
d'estate. Le case purulente di quella muffa, che pare una malattia
vergognosa dei muri, e non si trova quasi mai nelle campagne, dove il
sole e l'aria mantengono in ogni miseria una certa quantità di salute,
erano piuttosto alte. Le finestre, abbandonate penzoloni sui gangheri in
attitudini patibolari, non si chiudevano nemmeno di notte, forse perchè
l'aspetto esterno delle case tradiva fin troppo l'aspetto interno delle
famiglie, e il pudore se n'era da gran tempo involato coll'anima di
tante speranze morte e le visioni di tanti desiderii vivi. Dalle soglie
logore dall'uso e calcinate dal fango un'ombra greve irrompeva fino al
rigagnolo della strada, dando quasi quasi la medesima tinta scura ai
sassi, sui quali passavano pur tuttavia i riverberi indeboliti del
giorno e i passi di tutta la gente. Le case si rassomigliavano tutte;
appena qualcuna di un piano solo e coll'impanata invece dei vetri,
pareva un abituro campestre. Difatti in quel quartiere, egualmente
separato dalla città e dalla campagna, v'era uno strano miscuglio di
persone e di mestieri; un'agglomerazione di braccianti e di operai, che
non dovevano nemmeno riconoscersi fra loro. La strada si vuotava
rapidamente al mattino, e si riempiva lentamente la sera. Nel giorno
qualche donna in ciabatte la traversava o la percorreva: qualche vecchio
passava adagio e si allontanava come una miseria, che non sa più dove
andare e vagola ancora per poco. Fiacchieri e biroccie non arrivavano
mai sino in fondo al muraglione, che la chiudeva. La strada non aveva
chiesa. Ma il rigagnolo, nel quale sovrannuotavano immondizie di ogni
sorta, esalava fetidi vapori, specialmente se il tempo si mettesse alla
pioggia, o il lungo sereno fosse arrivato al secco. Allora diventava una
fila di pozzanghere, alimentate giornalmente dall'acqua delle finestre,
che lasciavano nelle ineguaglianze del ciottolato una poltiglia
nerastra, piena di bave e di fili, di insetti e di residui. E la notte,
alla luce dei fanali, da quelle pozzanghere invisibili prorompevano
bagliori metallici, mentre certe masse chimeriche, attirate e respinte
dai lampioni, riempivano tratto tratto la strada. E su dai sassi della
strada, fuori delle porte, giù dalle finestre, per tutta la tenebra
della sua lunghezza venivano un tanfo umidiccio e viscoso, un silenzio
morbido, nel quale s'affondavano le case coi loro abitatori ignoti, sino
al muraglione, che la separava prudentemente da tutto il resto del
mondo.
Era già notte. Un ragazzo si arrestò un istante alla vetrina del caffè,
dalla quale usciva un inquieto rumorio di istrumenti; parve indeciso, si
trattenne, e, come per sottrarsi ad una tentazione troppo forte, se ne
spiccò con un salto. Sempre lungheggiando i muri arrivò senza incontrare
anima viva alla penultima casa, ne infilò la porta aperta, bussò
nell'uscio di faccia, all'ultimo piano. Una donna gli aperse.
— Hai fatto tardi! — gli disse, guardandolo amorosamente con voce di
strana dolcezza — dove ti sei fermato?
Intanto egli si era cavato il berretto, avvicinandosi al tavolo, dove la
donna cuciva a macchina. Il lume a petrolio riparato da un cappello
bucherato, di carta verde, gli illuminava la faccia incorniciata da una
magnifica capigliatura bionda, tutta a ricci. Egli stette così, come
dubitando di dire qualche cosa, poi la donna gli alzò gli occhi in volto
con muta interrogazione.
— Hai fame?
— Adesso poi: sono stato a teatro.
La notizia parve così stravagante, che la donna si voltò di soprassalto.
— A teatro — seguitò il ragazzo ridendo —; ecco, dietro il vicolo, ma si
sentiva lo stesso. Non vi era nessuno: si sentiva come di dentro,
l'orchestra, i cori, poi di quando in quando la voce della donna. Come
dev'essere bello il teatro! facevano la Norma.
E il ragazzo sospirò. Quindi la donna si alzò per servirgli da cena
ripetendogli:
— Hai fame?
— Sì.
Il ragazzo aveva forse tredici anni, era alto e magro. Benchè non ancora
formato e vestito miseramente, la finezza della pelle e la delicatezza
dei lineamenti lo rendevano già singolarmente bello. Due occhi bianchi,
ma enormi, colle palpebre molto lunghe, gli illuminavano la faccia tinta
del più soave incarnato, con una bocca fresca e un mento piccino come
quello di una donna. Nei capelli arruffati gli si riconosceva ancora la
discriminatura, che forse quella donna gli faceva ogni mattina,
ricacciandogli i ricci dietro le orecchie rosee dagli orli ribattuti.
Era vestito di una giacca logora al bavero ed alle orlature, di un paio
di calzoni più chiari della giacca, e di un corpetto a maglia,
quantunque la stagione cominciasse già a farsi tiepida; ma il ragazzo
era freddoloso, e si lasciava volentieri ovattare coll'egoismo minuscolo
dei fanciulli troppo amati. A vederlo non si sarebbe creduto un
popolano, o almeno non lo era che alle estremità; le mani troppo grosse
per i polsi, colle dita schiacciate e le nocche salienti, e i piedi, che
s'indovinavano male sotto la rozza calzatura. Ma la sua bocca aveva una
dolcezza quasi ancora da bambino, mentre la parte superiore del viso era
già di uomo. Qualche cosa gli dilatava gli occhi e la fronte alta,
sporgendo sull'arco delle sopracciglia, ed era come una luce incalorita
dai riverberi dei capelli, più fini della seta, e di un biondo così puro
che avrebbero fatto invidia ad una polacca. Poi la donna lo chiamò
nell'altra camera. La cena era già pronta sopra un tavolino, con un
tovagliolo e pochi piatti; egli sedette, mangiò di buona voglia,
rispondendo a monosillabi, mentre ella lo sorvegliava amorosamente
assaporandogli sul volto la gioia sensuale di ogni boccone.
D'improvviso egli scappò a dire:
— Cosa siamo dunque noi al mondo?
— Siamo i poveri.
— Siamo gli ultimi!
— Non si è mai l'ultimo, perchè dopo i poveri ci sono i malati, dopo i
malati ci sono i morti.
La donna era giovane. Un erpete rosso-cupo le deturpava il sorriso della
bocca rischiarato da due grandi occhi pieni del lume placido di una
lampada. Non aveva altro; il resto della fisonomia sarebbe stato
ripugnante senza quella espressione di profonda tenerezza e di mite
rassegnazione. I capelli pettinati con estrema cura e coronati da un
vecchio nastro di velluto nero le lasciavano già trasparire la cute
biancastra: le spalle le sporgevano in arco, mentre il petto le
rientrava con una pietà malaticcia sotto quel corsetto di flanella a
scacchi rossi e nerognoli. Era una povera figura colle mani rachitiche e
il collo grinzoso, nel quale un buon osservatore avrebbe distinto il
battito pericoloso di una vena: non aveva forse ventott'anni, era secca,
scarna, cogli occhi troppo belli e la voce troppo dolce, sebbene
appannata da un'invincibile reuma di petto, che era forse una bronchite.
Aveva lo sguardo estatico e la parola lenta; ma ogni qualvolta egli le
cacciava nelle pupille il razzo bianco dei propri occhi, o la ravvolgeva
nel turbine caldo e romoroso di una scappata, lo sguardo le si velava
come per resistere al penetrante prestigio di quel ragazzo, che oramai
cominciava a non esserlo più. Allora il suo viso storto a sinistra si
illuminava di un intimo sorriso; ella si rigettava adagio sulla
spalliera bianca della sedia, una mano sul tavolo, la testa sopra una
spalla, e sospirava.
Ma la cena era finita; ella s'alzò, ripiegò il tovagliuolo, rimise i
piatti nella madia, soffiò via le ultime briciole dal tavolino, mentre
Giorgio si alzava stirandosi le membra come un gattino.
— Tu hai sonno questa sera — ella disse guardandogli negli occhi —. Se
domani mattina ti alzi mezz'ora prima a studiare, ti lascio andare a
letto.
Giorgio non se lo fece dire due volte. Il letto era nella cucina, in un
angolo, un letticciuolo di legno con una coperta fiorata di percalle, e
un piumino rosso sui piedi a fioretti trapunti. Aveva un comodino di
fianco, una madonna coll'ulivo benedetto al disopra. Nell'altra parete
la tafferia calata faceva da seconda tavola; c'era una piccola madia in
un cantone, la scaffa nell'altro con sopra la rastrelliera dei piatti.
Alcune casseruole di rame sospese alla cappa del focolare gli davano una
qualche speranza di cucina; un tavolinetto esagono nel mezzo serviva a
tutti gli usi. E con tutto ciò quella cucina era un modello di mondezza.
Il ragazzo si spogliò in un batter d'occhio, gittando uno ad uno i panni
sul letto, finchè rimase in camicia colle scarpe: se le trasse, lesto,
senza usare le mani, e prima che la donna, occupata a comporre gli abiti
sopra una sedia, avesse il tempo di fare la piega, era già sotto le
lenzuola. Vi si agitò qualche minuto coi brividi del freddo,
raggomitolandosi, la testa affondata nel cuscino, e chiuse gli occhi. La
donna gli rimboccò la coperta sotto il materasso, gli accomodò e gli
distese la piega del lenzuolo con compiacenza prolungata, senza che egli
sembrasse nemmeno accorgersene; poi il ragazzo spalancò improvvisamente
gli occhi, ed allungò le labbra. Ella si chinò, ricevette il suo bacio
sulla fronte, glielo rese, lo contemplò un'ultima volta e: — Dormi —
disse.
Egli si strinse nelle spalle, e l'altra uscì tirandosi dietro la porta.
Quell'altra camera piccola e bianca, con un lettino, un armadio, un
tavolo per la macchina da cucire, era la sua: aveva una sola finestra
colle tende, il pavimento rotto. Posò il lume sul tavolo, e si sedette
guardando l'uscio della cucina per aspettare che Giorgio si
addormentasse.
Allora il suo volto perdette la dolcezza di poco dianzi, e una
contrazione penosa le stirò gli occhi senza poterne trarre una lagrima.
Forse una mezz'ora passò così, poi si levò col viso sempre egualmente
triste, ed, aprendo adagio adagio l'uscio della cucina, ascoltò. Un
raggio del lume, filtrando per la porta, le mostrò Giorgio nella stessa
posizione, colla testa mezzo nascosta fra il cuscino ed il lenzuolo. Lo
sentiva respirare. Allora s'inoltrò sulla punta dei piedi fino al
capezzale, e stette contemplandolo nella tenebra. Ma lo vedeva come in
un raggio di sole, coi capelli biondi pieni di sorrisi, gli occhi
bianchi come due fiori animati, il viso dolce ed aristocratico, che
faceva spesso soffermare i passanti la domenica quando uscivano insieme
a spasso: un viso di fanciullo e di giovinetto, lucente di poesia e di
avvenire; lo vedeva dormire sul lettino sotto i propri occhi, in una
posa di uccellino, respirando un alito soave, riposando, sognando, calmo
e felice sotto la sua protezione invisibile e senza sentirla.
— Se morissi troppo presto — mormorò piangendo finalmente una lagrima, e
piegandosi a sfiorargli i capelli: ma un pensiero anche più angoscioso
gliela abbruciò istantaneamente, e stringendosi con una mano la fronte,
mentre si rialzava quasi con un senso di ripugnanza sdegnosa:
— Anche tu! anche tu! morirò magari troppo tardi... povera Anna!
Quindi tornò al lavoro. Anna era una ragazza abbandonata nel mondo.
Aveva appena conosciuta la madre, e il padre le era morto da molti anni
lontano, a Nizza, dove suonava il violoncello nel teatro comunale. Ella
aveva ricevuta la notizia quasi senza piangere, perchè il padre, o per
la professione, o per abitudini malsane di vita, non si era mai occupato
di lei: ella aveva imparato il mestiere della sarta, e ne viveva
mediocremente. Cresciuta sola, coll'anima troppo bella, e il corpo
troppo brutto, era diventata misantropa per eccessiva tenerezza; e
poichè i rudi e immondi contatti della società la disgustavano, a poco a
poco rinunciò a fare da sarta, prese la clientela di un grande magazzino
da biancheria, e cucì a macchina. Così non usciva quasi mai di casa:
andava a prendere il lavoro, e lo riportava, guadagnava poco e faceva
dei risparmi. E perduta nel fondo della propria miseria fisica e
sociale, senza guardarsi dintorno per non desiderare quello che non
potrebbe avere, si era come rassegnata al proprio destino. Era così.
Fuori il mondo aveva delle città e delle campagne, i monti ed il mare, i
fiori e gli uccelli, l'amore ed il lusso: vi erano dei signori in
carrozza e dei mendicanti senza scarpe, tutta la vita e tutta la natura;
ma era fuori, lontano. Ella non guardava e non ascoltava, giacchè nelle
sue poche intimità col mondo ne aveva preso fin troppo disgusto. Poi
aveva poca salute, una sensibilità così tarda e squisita, che nel mondo
non avrebbe potuto vivere; ma sola nella propria camera, colla macchina,
senza un vaso sulla finestra, nè un uccellino in gabbia, lavorando tutto
il giorno, e coricandosi stanca, era quasi contenta. Non aveva nè
rammarichi nè speranze, non pensava nè agli uomini nè a Dio, simile ad
un fiore non sbocciato per alcuno in un angolo ignorato, con una tinta
troppo pallida per essere mai scoperto, o un sapore troppo recondito per
attirare gl'insetti vagabondi.
Una volta si era ammalata, e non aveva chiamato il medico: la febbre le
era durata molti giorni, e quindi più nulla.
Nella casa non aveva relazioni, si faceva la propria cucina, e dava il
resto del pranzo ad una vecchia, che veniva una mezz'ora tutte le
mattine a tirarle l'acqua e a farle i più grossi servigi. La vecchia era
golosa, e si ubbriacava spesso, ma Anna non se ne curava; e d'altronde
le parlava pochissimo. I risparmi li portava ogni tre mesi alla cassa, e
sommavano già a qualche centinaio di franchi. Quando non lavorava
leggeva; ma invece di leggere dei romanzi come tutte le sue pari,
preferiva i viaggi, come un'occhiata gettata distrattamente al di fuori,
così da lontano, che lo spettacolo perdeva le tentazioni. E a forza di
togliere ogni rapporto ed ogni ideale alla propria vita se la era resa
più leggiera: infatti non aveva durata. I giorni potevano essere dieci
come mille; essa non li guardava venire, giacchè non le avrebbero
apportato nulla; non si voltava a vederli passare, perchè non le avevano
portato via nulla. Abitava ad una finestra, dove il sole non veniva
quasi mai, in una strada senza sfondo, in un quartiere dove nessuno la
conosceva, e nessuno passava.
E a poco a poco si era fatta pigra, si alzava più tardi la mattina, si
coricava più presto la sera, viveva di latte e di erbaggi. Un giorno
ebbe l'idea di comperarsi una macchina da caffè, ed ebbe un vizio: il
caffè col latte a colazione, a pranzo, e a cena.
Un altro giorno, tornando dal magazzino, la vita, che aveva evitato così
bene fino allora, la investì e la sopraffece. Un giovane l'aveva
guardata e l'aveva seguita: poi un'altra volta la fermò addirittura; era
molto bello, abbastanza ben vestito. Allora in lei accadde un
rivolgimento profondo e terribile: da tutte le fibre del cuore le
irruppero i sentimenti dell'amore, in tutti i muscoli del corpo le
palpitarono i fremiti della giovinezza; si sentì sollevata a tutte le
altezze, gittata a tutti i venti, immersa in tutti i raggi; fu come se
una goccia sopra un sassolino della spiaggia fosse ripresa dal mare, e
partecipasse istantaneamente alla immensità della sua estensione, a
tutte le vibrazioni della sua eterna mobilità.
Poi lo sbalzo di un'onda ricacciò ancora la goccia sopra un sassolino
della spiaggia. Il giovane l'aveva amata due mesi per mangiarle quei
risparmi, e l'aveva bastonata prima di abbandonarla.
E strano, ella riprese il proprio equilibrio. Ma un nuovo bisogno, che
passandole attraverso come una tradizione le si prolungava davanti
indefinitamente, la tolse alla solitudine di prima: il mondo
afferrandola e ballottandola crudelmente per un attimo l'aveva buttata
alla natura, la quale s'impossessa di tutto e non cede nulla. Anna aveva
abortito dopo quattro mesi dall'abbandono; e la maternità, destandole
l'amore nella coscienza, l'aveva come rimessa nel quadro della
creazione. Allora invece di ritirarsi dal mondo, vi ritornò con un'altra
necessità di parlare e di sentirsi rispondere, di essere buona ella che
non era mai stata cattiva, di essere madre ella, che non poteva essere
donna.
Il suo amore si era dissipato come uno di quei temporali, che
intristendo all'alba cielo e terra, si risolvono in uno scoppio, dopo il
quale il sole sfolgora e gli uccelli cantano. Finalmente viveva.
Quell'uomo non lo vide più. Invece contrasse qualche amicizia, e il suo
dramma essendo rimasto ignorato, il suo ingresso nel mondo potè essere
senza scandalo.
In quell'anno conobbe la mamma di Giorgio, giovane ancora, inferma, e
sempre nei rimpianti del proprio passato di mezza signora, perduto
dietro un uomo, che l'aveva amata tirandosela dietro nella miseria. Poi
egli ne era morto, estenuato dal lavoro e dai rimbrotti. Giorgio, bello
come un serafino, non bastava al cuore di quella donna ammalata di
egoismo; la quale sentendosi peggiorare, volle essere portata al nuovo
ospedale, dove la raccomandazione di una signora le aveva fatto sperare
un'assistenza piena di distinzione. E là era morta. Anna aveva adottato
Giorgio. Quindi cominciò per entrambi una nuova vita. Ella gli aveva
fatto un letticciuolo nella cucina, ed un immenso posto nella propria
anima. Tutti i rumori folli e le compiacenze chiacchierine della
maternità invasero la casetta: due o tre vasi di fiori vennero sul
davanzale della finestra, un canarino vi portò la propria gaiezza di bel
forestiero, colle piume dorate da un sole più caldo, e il canto appreso
da una primavera più bella della nostra: un gatto vi aggiunse un'altra
fanciullezza coi giuochi acrobatici e le malvagità carezzevoli. Il
deserto fu popolato, la famiglia composta. La domenica, quando uscivano
a spasso, la gente si fermava ad ammirare quel bel bambino e quella
buona donna, accompagnandoli con un sorriso pieno di benevolenza: fuori
per la campagna la natura era una festa. Quell'immenso verde li
accoglieva da ogni parte, il cielo aveva delle trepidazioni di lago, il
vento delle ondate di profumi; poi, quando ritornavano a casa per la
strada umida e buia, il canarino lanciava dei razzi scoppiettanti di
note, e il gatto trovava delle parole rauche di gioia, mentre i fiori
sulla finestra sembravano pieni di una curiosità affettuosa per i
fratelli lontani lungo i margini dei fossi e fra gli spini delle siepi.
I primi anni passarono così. Giorgio andava alla maestra, Anna lavorava
più di prima, facendo egualmente qualche risparmio, perchè fra tutti
quattro, col canarino e col gatto, un po' di riso e di latte, qualche
frutto e qualche erba bastavano a nutrirli.
Poi Giorgio si rivelò.
Ella lo aveva collocato presso un sarto come garzone, dicendogli per
incoraggiarlo che così potrebb'essere ben vestito; ma il ragazzo
annoiato mortalmente della bottega, dove lo strapazzavano troppo spesso,
perdeva le lunghe mezz'ore per istrada ascoltando gli organetti, o
dietro un gruppo di suonatori ambulanti. Quindi guardava con ammirazione
i loro vecchi istrumenti pieni di gobbe e di malattie: le trombe avevano
delle raucedini da invalidi, i clarinetti delle gutturalità cavernose, i
violini mettevano degli stridori spasmodici; ma da tutti quei corpi
infermi prorompeva una musica chiassosa, una foga di ballo, nella quale
la canzone dell'amore tradito metteva a quando a quando un sentimento di
malinconia, una soavità sensuale di martirio. E le faccie riarse dei
suonatori, sotto i capelli unti e scoloriti dal sole delle grandi
strade, avevano un'indifferenza gioconda di chi non serve a nulla e non
appartiene a nessuno; una esultanza di festa inesauribile, offerta a
tutti, accettata da pochi e nullameno pagata con una elemosina
universale. Non erano quasi mai più di tre, qualche rara volta con una
donna, più spesso con un ragazzo. Allora Giorgio stentava a frenarsi, e,
mentre quegli andava in giro col cappello, invece di buttargli un soldo,
che non aveva, si sentiva tentato di dirgli:
— Vengo con te?
Ma i ragazzi avevano tutti un'attitudine stanca, una fisonomia triste,
che lo facevano pensare.
E allora in casa cominciò a suonare.
Il primo strumento fu un pettine dentro un foglio di carta, poichè gli
organini di latta, a rucchette, costavano fino a dieci soldi, e
lasciavano tutte le voci alzarsi insieme ronzando. Il pettine invece
bastò per qualche tempo. Era una musica fra il suono ed il canto, che
frantumandosi fra quei denti come fra le corde di un'arpa, si
ripercuoteva nella carta dando già un suono metallico, una diffusione
cristallina alla sua voce. Egli vi ripetè quanto udiva per strada con
entusiasmo di fanciullo e di principiante; ma sopra tutto furono canzoni
d'amore dalla cantilena dolce e le cadenze affaticate, nelle quali
moriva qualche cosa che avrebbe dovuto vivere, sospirava qualche cosa
che non aveva potuto respirare.
La mattina presto e la sera dopo pranzo la musica non cessava mai; una
ad una tutte le suonate della strada dovevano passare dentro quel
pettine e svolazzare nella camera con uno starnazzo infernale, mentre la
macchina seguitava a cucire col suo fracasso di telaio, e l'Anna,
emaciata dal lavoro, si curvava sulla tela nell'ombra del paralume.
Ma neanche questo durò. Il pettine, che l'accompagnava in tasca
dappertutto, un bel giorno fu abbandonato per lo scacciapensieri, uno
strumento, che par fatto di uno scorpione, ed ha il ronzio di un'ape.
Egli vi si perfezionò rapidamente, poi lo smise per la piva, e giunse
non si sa come a possedere un organetto col mantice a pezze e le note
raffreddate. Allora gli parve di entrare per davvero nell'arte. Non era
più la sua voce incanalata o battuta in un arnese qualunque, una specie
di soliloquio, nel quale prevedeva e sapeva già tutto; ma un dialogo
vero, dove le risposte dell'organetto avevano una varietà piena di
ribellioni e di misteri. Bisognava cercare le note una a una,
raggrupparle sotto uno sforzo della volontà, nella forma di un pensiero.
La lotta era accanita. L'orecchio, che aveva ritenuto e come
contrassegnato tutti i suoni di una canzone, al primo accento di un
tasto trovava la traccia della nota vera; e quindi principiava come una
caccia. Le mani correvano febbrilmente sulla tastiera, le note vibravano
inabissandosi dentro la cavità misteriosa del mantice, ma un dito le
afferrava, l'orecchio le ormeggiava, il pensiero tagliava loro la
strada, e le ricacciava su, in frotte, sotto i tasti, facendole passare
per le feritoie, quasi nel dolore di una stretta, nella foga di una
carica.
Se non che le note erano poche, e la canzone, così aitante per strada,
usciva storpia dall'organetto. E l'Anna cominciava a protestare.
L'organetto con tutti quegli stridori di chiavistello diventava a volta
a volta così straziante, che ci voleva tutto quell'affetto tiranno pei
bambini e l'amabilità di Giorgio, perchè ella si frenasse nella voglia
di scaraventarglielo fuori dalla finestra. Ma il ragazzo fingeva di non
accorgersene, o se la irritazione di lei giungeva al colmo, si alzava,
e, abbracciandole il collo, le dava un gran bacio negli occhi.
— Ma vuoi dunque diventare un suonatore?
— Sì — aveva risposto colla fronte aggrottata sul cattivo istrumento.
Ma dopo alquanti giorni l'Anna si stizzì davvero. Giorgio era venuto a
casa con un violoncello da contadino, comprato per quattro lire in una
cocomeraia. Il ragazzo era talmente sudato, che ella ne tremò. Giorgio
non rispondeva, posò per terra l'istrumento più grande di lui, e,
appoggiando le spalle alla tastiera per sostenerlo, si volse finalmente.
Aveva tutte le scarpe infangate, la giacca spaccata sotto le ascelle; ma
una speranza indefinibile, un orgoglio di prima conquista gli raggiavano
sulla fronte.
Questa volta Anna fu violenta.
— Chi ti ha dato i quattro franchi? — proruppe dopo un gran fracasso di
parole e di minacce.
— Beppe; ma gli ho detto che gli lascio le mie due settimane.
— E tu come farai a mangiare?
Giorgio, che aveva resistito fino allora, riparando il violoncello col
proprio corpo, a questa ultima osservazione si sentì vacillare, ed
abbassò la testa.
— Non sai che bisogna guadagnarsi il pane? — ella ripetè coll'accento
duro della povera gente.
Ma il volto dianzi così animato di Giorgio esprimeva una tale angoscia
di umiliazione, che ella fu presso a commoversi, e non osò seguitare.
Ci fu un istante di silenzio. Due lagrime, grosse come gli occhi, gli
rotolarono lentamente per le guancie: ma ad un tratto sollevò il volto,
e scuotendone i ricci colla energia di un'ispirazione:
— Quando avrò imparato, guadagnerò.
— Morirai prima — fe' l'Anna ingrossando la voce: — a suonare
quell'istrumento viene la tosse, e si sputa sangue. Anche l'altro giorno
hanno portato al camposanto un bambino come te, e lo hanno seppellito
dentro la cassa dell'istrumento.
— Aveva imparato? — proruppe Giorgio.
Ella titubò.
— Io imparerò, io!...
* * *
Ma non imparò.
Invece, poichè la vocazione gli si faceva ogni giorno più manifesta ella
gli pagò una specie di maestro, vecchio suonatore di orchestra, già
amico del padre, e col quale aveva conservato una certa relazione. Ma
Giorgio dovette andare egualmente a bottega, perchè Anna col suo buon
senso di massaia non voleva illudersi sulle voglie impetuose ed effimere
della fanciullezza. Giorgio vi si acconciò di buon grado. Sulle prime
non doveva prendere che due lezioni la settimana; ma colla seduzione
della propria incantevole natura ebbe presto innamorato il vecchio
celibe, che vivendo solo come un orso era naturalmente pazzo per i
bambini. Gaspare, che abitava in un quartiere povero come quello
dell'Anna, quantunque meno remoto, era pieno di piccole manie; adorava
la musica, e non vi era mai riuscito a nulla. Roso da una invidia
benevola per i veri suonatori, e dopo aver sognato per tutta la vita di
entrare nell'orchestra del teatro comunale, per una di quelle arcane
ferocie del destino era ancora a suonare nei teatri secondari, dove il
direttore di orchestra si mutava tutti i giorni, e i cantanti recitavano
male, come egli diceva da gran tempo col solito motto. Egli aveva dunque
accettato quella proposta come un complimento; e rivoltosi al ragazzo,
che lo guardava con ammirazione mista di terrore:
— Ah! tu vuoi suonare? — aveva detto prendendogli un pezzo di guancia
fra le dita ed aggrottando i sopracigli smisuratamente lunghi — ah! tu
vuoi suonare il violoncello, vecchio brigante? Non sei di cattivo gusto
per la tua età. Il violoncello è il primo istrumento del mondo, è
tenore, baritono, soprano, contralto, tutti insieme con un petto solo:
basta un petto solo, veh! per far tutto. Si fa anche tutto con una corda
sola, ma allora si sa proprio suonare.
— Sì?! — ripetè Giorgio, che beveva con avidità quelle parole
incomprensibili.
— Sì, eh! tu capisci, e va bene; ma bada che con una corda sola è più
facile impiccarsi che suonare il violoncello. Basterà se impari con
tutte. Studierai?
— Sempre, voglio diventare come voi.
— Ah! — esclamò il vecchio colpito da quest'elogio innocente, il primo
di sua vita; e chinandosi da tutta l'altezza della propria statura di
pertica, colle rughe che gli drizzavano tremolando i peli bianchi della
barba, prese il bambino fra le braccia e lo baciò. Giorgio, punto
atterrito da quel bacio, glielo rese con una stretta al collo.
L'amicizia era fatta.
Allora fu convenuto del prezzo, e il vecchio Gaspare si lasciò andare
quasi volentieri fino alla miseria di cinque franchi il mese.
— Mi direte poi se ha una vera disposizione — gli disse l'Anna
all'orecchio, mentre il ragazzo era andato nell'angolo a guardare il
violoncello dentro la cassa aperta.
— Non dubitate, me ne intendo io.
L'Anna aveva riaccompagnato Giorgio dal sarto, ammonendolo di essere più
buono, adesso che per contentarlo ella dovrebbe lavorare due ore di più
tutte le notti. E l'Anna, che era nella effusione sentimentale del
benefizio, seguitò a parlargli del presente e del futuro, stringendogli
la manina, che teneva fra le proprie, con tale emozione, che egli stesso
ne fu preso, e si mise a piangere silenziosamente a testa bassa.
— Andiamo, andiamo — borbottò tutta confusa di abbandonarsi così per
strada, e di avergli fatto troppo sentire il peso della nuova grazia. Ma
Giorgio rialzò la testa, e guardandola cogli occhi lagrimosi:
— Imparerò io, non dubitare — le disse con accento vibrato.
Quel giorno stesso il sarto avendolo licenziato mezz'ora prima, Giorgio
si cacciò a corsa per strada, ed arrivò ansante alla porta di Gaspare:
era socchiusa, la spinse, e si fermò nel mezzo della saletta male
illuminata dalla luce sporca del cortile. La differenza di temperatura e
di atmosfera lo destò da quel sogno, e stava già per sottrarsi non visto
e vergognoso, quando l'uscio della cucina si aperse, e Gaspare gettò una
forte esclamazione:
— Cosa fai lì, brigante — gridò indovinando di già a mezzo, ed
ingrossando la voce per ischerzo.
E si avanzò verso di lui.
Giorgio vedendolo avvicinarsi così minacciosamente, con una calotta nera
sulla testa, dalla quale gli sfuggivano agli orecchi due ciuffi
grigiastri di capelli, il collo avvoltolato in un fazzoletto nero, tutto
il corpo dentro un antico soprabito, che gli si drappeggiava
sinistramente su quella magrezza di spettro, ebbe un fremito nell'anima.
Egli non capiva ancora la bontà di quella faccia grottesca coi baffi
dritti a spazzola, e due occhi cilestri, già appannati dalla vecchiaia,
che fra quelle sopracciglie parevano due viole nell'ombra e negli spini
di una siepe.
— È troppo presto: sarai già scappato di bottega, birichino?
— No: il padrone mi ha mandato via prima.
— E allora? — incalzò, levando la mano come per volerlo percuotere, ma
con celia così evidente, che anche Giorgio se ne accorse.
Giorgio abbassò gli occhi, e stringendosi dentro gli abiti colla moina
adorabilmente imbarazzata dei fanciulli, che desiderano e tremano
contemporaneamente, non rispose.
— Va pur là, devi essere un buon capo.
Un odore di soffritto, che veniva dall'uscio socchiuso della cucina con
uno scoppiettio grillettato, attrasse involontariamente l'attenzione del
fanciullo.
— Sei dunque venuto a pranzo? — disse ironicamente il vecchio Gaspare,
cogliendo a volo quel movimento, e voltandosi egli pure verso la cucina,
dove stava forse per bruciarglisi qualche intingolo.
— No, no — rispose vivamente il fanciullo col rossore della vergogna, e
girando gli occhi verso il violoncello nell'ombra del cantone:
— Volevo sentir suonare; — eppoi subito dopo congiungendo le mani ad una
preghiera di grazia inimitabile:
— Vada là, suoni, suoni.
E gli tese le mani.
Il vecchio vacillò.
— Va via, va via — fe' attirandolo come per dargli un bacio, e
resistendovi: — corri a casa, e di' che pranzi con me: questa sera avrai
la prima lezione.
Giorgio studiava con frenesia. Il suo orecchio era così fino, e le sue
mani assecondavano così bene ogni atto del pensiero, che la musica
pareva discendergli lungo il braccio e passare sul violoncello,
piuttosto che salire dalle sue corde.
Quando Gaspare, per meglio apprenderglielo, insisteva lungamente
sull'alfabeto musicale, egli si sentiva come preso d'impazienza; ma
appena l'altro toccava il violoncello, la sua attenzione arrivava ad una
immobilità, che gli produceva sulla memoria gli effetti prodigiosi della
fotografia. Si ricordava ogni scambio di dita, ogni movimento di braccia
con tale precisione, che, diventato sordo di un tratto, avrebbe potuto
integralmente riprodurre la lezione. Per lui tutto diventava ritmo. In
preda ad una fissazione non cercava e non sentiva che la nota; per lui
un'associazione di idee era un'associazione di suoni, nè più nè meno che
per il pittore ogni oggetto è una sintesi di colori. Quindi colla
freschezza sensistica del ragazzo distingueva tutta una scala dentro
l'oscillazione di una nota, e decomponendola involontariamente come in
un prisma cercava la quantità vera di ogni suono; ma tutto ciò piuttosto
per un impeto d'istinto, che per una coscienza di pensiero. E come la
fantasia imbarcandosi talora sopra una parola, ma lontano lontano
attraverso regioni già scomparse dalla storia, egli si allontanava
misteriosamente sulle oscillazioni di una nota, l'orecchio teso come una
vela al vento e l'anima più bianca della vela addossata nella sua conca.
La gente, non accortasi sulle prime del mutamento, prese quindi a
risentirsene, quando le sue disattenzioni diventarono addirittura
distrazioni, nelle quali si perdeva lunghissimi tratti. L'Anna taceva o
si limitava a qualche amorevole rampogna, ma il padrone, un uomo sulla
quarantina, di aspetto bilioso e di umore sempre nero, passava oltre, ed
erano scappellotti, che gli rintronavano gli orecchi come colpi di
piatti.
Intanto viveva una vita stranamente operosa, giacchè l'Anna lo aveva
persuaso a studiare molte altre cose per figurare un giorno decentemente
nel gran mondo. Si alzava ogni mattina per tempo, faceva le lezioni, poi
andava a bottega, e la sera da Gaspare prima del teatro: quindi tornava
a casa, e fino alle dieci era musica. Giorgio non aveva nè compagni nè
amici: viveva solo, non parlava quasi mai, ma quella precoce e sfrenata
attività cerebrale gli aveva di già mutata la fisonomia. Gli occhi gli
si erano fatti più grandi, la fronte più alta, le guancie più pallide,
di un pallore quasi cereo, sotto al quale le vene azzurrine sembravano
nervature di corolla. Il collo, forse troppo esile per sostenere il peso
di quella testa, si era piegato leggermente a sinistra, le spalle gli si
erano ingobbite, mentre i magnifici capelli biondi, troppo lunghi per la
sua età, gli cadevano ancora in anella, e davano alla sua testa una
rassomiglianza meravigliosa col suonatore di violino di Raffaello. E con
quei panni poveri e trasandati, i calzoni a pillacchere, che gli
battevano sulle scarpe spelate, la giacca più lunga da una parte, un
cappello piccolo rigettato sulla nuca, quando passava per istrada cogli
occhi inchiodati sui ciottoli, o in alto nella dilatazione di uno
sguardo, che non vedeva già più, molte signore si voltavano ad
esaminarlo con ammirazione pensosa.
Egli non sapeva nemmeno di essere bello.
Un desiderio lo corrodeva atrocemente senza che osasse aprirsene
coll'Anna, della quale cominciava a comprendere gl'immensi sacrifici.
Anzi talvolta pensava rabbrividendo a quella sua vita di ragno, sempre
cogli occhi sulla tela, il naso affilato dalla malattia, curva sul
manubrio della macchina, le spalle negli orecchi e le mani scheletrali
piantate sul tavolino come una branca di sparviero. Sempre che entrasse
in casa, la trovava nella stessa posizione, ed ella si voltava
sorridendo.
Giorgio avrebbe voluto un violoncello, magari cattivo, su cui sfogare il
tumulto, che gli intronava la testa. A volta a volta gli pigliava una
smania di prove sopra qualche nota o un gruppo, che si torturava ad
intrecciare mentalmente di cento guise, per fonderlo poscia in uno
scoppio o diffonderlo in una lontananza: poi nella questua quotidiana
per le strade raccoglieva troppi motivi, che Gaspare non gli permetteva
mai nelle lezioni, giacchè il suonare a mente, diceva lui, guastava
l'orecchio e la mano, il sentimento e la testa. Ma gli esercizi del
vecchio metodo, col quale Gaspare era diventato suonatore di ultima
fila, non bastavano più a Giorgio.
La sua prodigiosa attitudine finiva talvolta per spaventarlo.
— Chi ha inventato la musica? — gli chiese un giorno il ragazzo.
Gaspare rimase sconcertato, e dopo lunga esitanza rispose con un
sorriso:
— Dio.
— Bravo! — esclamò il ragazzo alludendo all'inventore.
Adesso Giorgio aveva trovato un altro grande divertimento.
La sera sulle otto, all'ora del teatro, andava dietro un vicolo, nel
quale arrivavano a quando a quando dei brani di opera. Il vicolo era
quasi buio e deserto: egli si appoggiava alla parete nell'ombra di una
porta, ed ascoltava colla fronte in alto, quasichè dai tetti del teatro
s'involassero col soffio della musica le visioni fantastiche della
scena. Così le ore gli passavano come minuti. Ma per quanto i suoi sensi
fossero fini e l'anima li acuisse ancora, gli accadeva troppo spesso di
precipitare nel silenzio dopo di essersi innalzato sulle ali di qualche
nota, o di aver turbinato in un pieno tempestoso di orchestra. E allora
il dramma, che si agitava lungi nelle profondità imperscrutabili di quei
muri, pareva inabissarsi sinistramente nel buio di un sotterraneo.
Quindi colla fantasia del ragazzo proclive alla fola, e i sensi
sureccitati da quelle crisi violente di musica e di silenzio, si creava
una fantasmagoria fosca di visioni: si sentiva il freddo del terrore
sulla fronte, vedeva l'ultima luce di un velo bianco nelle tenebre,
ascoltava la ressa spaventosa di un passo nell'ombra, un tintinnio
lugubre di ferraglia, che discendeva nelle spirali del buio; e,
trattenendo involontariamente il respiro, si stringeva al muro, mentre
il vicolo gli si allungava davanti nella notte, e il fanale lontano del
gas non illuminava alcuno col suo chiarore rossastro. Gli pareva di
essere solo, perduto in una sciagura misteriosa: ma d'improvviso
scoppiava un altro canto, l'orchestra si appressava colla sonorità
trionfale di una banda, i cori arrivavano colla giocondità del loro
accordo indebolito attraverso i muri come un rumore discreto di festa,
nella quale la voce pura del soprano sparpagliava dei mazzi di note o si
alzava in un inno luminoso come un razzo. Poi uno strepito copriva tutto
come un ululato di bosco, un fracasso di uragano prigioniero entro una
sala, e che stia quasi per sbalzarne la volta. Il pubblico applaudiva:
le teste si agitavano, gli occhi balenavano, le mani si percotevano
l'una l'altra con rabbia demente, mentre una donna vestita di bianco e
d'oro, ritta sui lumi della ribalta come sopra i gradini di un altare,
curvava lievemente la fronte raggiante di un vapore di gloria. Allora
anch'egli vedeva attraverso i muri, come se si trovasse nella sala; i
palchi erano pieni, le signore si sporgevano dai parapetti, metà della
platea era in piedi: un'onda di teste rimbalzava e cadeva quasi giù
dall'orlo del loggione pieno di urla, l'orchestra era muta, e i
suonatori cogl'istrumenti in mano guardavano dentro il palcoscenico,
illuminato come il palazzo di un sogno, ricco come la reggia di un
imperatore immaginario. Poi una tenda calava su tutto quell'incanto e la
reggia spariva. Ma il frastuono della sala cresceva, la tempesta
diventava bufera, si udivano grida di trionfo e singulti di naufragio; i
lumi roteavano, le teste della platea fluttuavano come la schiuma di
un'onda, i veli delle signore tremolavano come altrettante alberelle
fiorite che si sfrondino tra il profumo, i bastoni percossi sul
pavimento imitavano le vibrazioni secche della gragnuola. L'uragano
cresceva, aveva delle folate e delle raffiche, degli aneliti e dei
vortici, finchè la tela s'involava ad un ultimo scoppio, e riapparivano
la reggia e la regina. Allora era un trionfo, una demenza di evviva, una
girandola di sguardi, una pioggia di sorrisi bianchi come i gelsomini; i
cortigiani erano scomparsi e le musiche tacevano.
E Giorgio ritto per aria, nel mezzo della sala, simile all'angelo del
lampadario dorato, si sentiva spingere dal vento di tutti quegli
applausi verso il palcoscenico, sul quale la regina si ritirava l'ultima
volta nella maestà del suo paludamento bianco e oro, mentre le ovazioni
stormivano ancora, e la tela si abbassava lentamente sugli ultimi
fremiti della tempesta.
— Ah! — ruggiva Giorgio scagliandosi sul palcoscenico, di cui non
restavano più che il basamento della grande sala e i mobili, intanto che
il pubblico, in piedi per andarsene, gli aveva già voltato le spalle.
Ma il telone gli precipitava sul collo come il ferro di una
ghigliottina.
Il pubblico non era più quello.
— Ah!
Con quest'esclamazione Giorgio si toglieva quasi sempre dal vicolo,
accorgendosi di aver fatto tardi. E nella notte quelle visioni di gloria
lo inondavano di splendori. L'ideale della sua arte, così poco mondano
per se stesso, si vestiva di quella decorazione, mentre col violoncello
fra le ginocchia gli pareva di sospendere ai fili invisibili delle
proprie note migliaia e migliaia di anime sconosciute. Allora una grande
ascensione avveniva nel suo cuore, come se un altro spirito vi si
alzasse nel rossore di un'alba polare, e le parole del violoncello
diventassero il suo divino linguaggio.
Ma ormai Giorgio ne sapeva quanto il maestro, che per quella
assimilazione involontaria delle nature incompiute, le quali credono di
svilupparsi nelle nature più ricche, assistendole, considerava come
propri i suoi progressi. Infatti Giorgio aveva tutto ciò che mancava a
lui e nelle proporzioni più giuste; la misura, il senso fine, il
sentimento contenuto ed elevato, l'attitudine fisica, questa materialità
tremenda ed incomprensibile, che fa uscire accenti sovrumani dal gozzo
di un cantante imbecille, e toglie al più gran genio di poter esprimere,
altrimenti che scrivendolo, il proprio canto. Perfino il difetto delle
mani troppo grandi lo favoriva. Un giorno finalmente Gaspare gli permise
di portarsi a casa il violoncello per far sentire all'Anna la romanza
del tenore nel terzo atto del _Faust_. Giorgio avrebbe voluto che
Gaspare assistesse all'esperimento, ma egli ricusò per una modestia, che
era una grossa superbia. Anna strabiliò alla novità inaspettata, ma come
intese quella musica di Giorgio, il cuore le sobbalzò. Giorgio aveva una
fisonomia signorile, alla quale l'ispirazione di quel momento aggiungeva
un significato romantico. Ella ascoltò colle lagrime agli occhi, e il
cuore grosso di una gioia, che era quasi un dolore. Era strano, era
impossibile, che Giorgio potesse suonare così, fosse così bello!
Gli anni erano passati inavvertiti. E il loro spirito confuso cercava a
tastoni le date nella memoria per misurare la strada percorsa e contare
i giorni vissuti col povero orfanello, allevato da lei per carità di
madre sterile. Ma quando Giorgio all'ultima nota della romanza le cacciò
gli occhi negli occhi col raggio dell'artista, ella si sentì ferita, e
si allentò sulla sedia. Una rivoluzione le scoppiava nell'anima,
accumulatavi insensibilmente nei lunghi giorni solitarii col ragazzo,
che le diventava uomo alle sottane, e le gettava negli orecchi le
modulazioni di tutte le voci, le voci di tutte le passioni.
— Dio! che cos'è? — esclamò Giorgio, correndo ad abbracciarla — non sei
contenta?
L'Anna trasalì, e lasciandosi cadere la testa sul petto soffocò un:
— Oh!
Giorgio tremava, ma ella si levò impetuosamente, lo respinse, e andò
all'armadio. Giorgio non l'aveva mai veduto aperto. Anna si cercò
febbrilmente la chiave in tasca, e spalancandolo alla fine, gli mostrò
dentro una cassa di violoncello: l'altro frenò appena un urlo. Con un
forza nervosa, che non si sarebbe mai creduta nel suo corpicciattolo,
essa l'afferrò, la trasse dall'angolo, la posò per terra con una mano
sola, e girando convulsamente la chiavetta, che era ancora nella toppa
d'ottone, scoperse un magnifico violoncello.
La cassa era foderata in felpa verde, scolorita.
Giorgio si era appressato.
— Eccolo! — gli disse con un gesto quasi solenne.
— Era di mio padre, bada! Sai che ti amo molto per dartelo... e tu... —
ma un nodo di tosse, che pareva un singhiozzo, le soffocò la voce,
squassandole il petto. Una vampa di rossore le salì dall'erpete delle
guancie sino alla fronte; ella chiuse gli occhi, e con accento fioco, il
volto annebbiato da un cordoglio inesprimibile, proseguì adagio:
— Mio padre mi ha sempre detto che è un istrumento prezioso, è un
Albani. Mio padre era primo suonatore nell'orchestra del teatro
comunale, dava dei concerti, e avrebbe potuto diventare un signore:
invece è morto lontano, nella miseria, lasciandomi questa sola eredità.
Ho voluto tardare a dartelo, perchè volevo essere sicura che saresti un
suonatore: ora ti credo. Tu sarai più bravo di lui, io non me ne
intendo, ma lo sento nel cuore. Ecco la mia eredità, ti ho dato tutto.
Giorgio ebbe un singulto.
— Non piangere — ella proseguì con voce sorda; — forse verrà anche la
tua volta, ma tu almeno potrai piangere sul tuo violoncello. Io no...non
posso... — esclamò agitando la testa, e dando in un grido, che tentò
invano di nascondere sotto una risata.
— Porta via — soggiunse allungandoglielo —: va di là in cucina, e suona
quello che vuoi.
Così dicendo tornò al lavoro. Giorgio rimasto coll'istrumento in mano,
istupidito e commosso, non sentiva nè il fracasso procelloso della
macchina, che pareva rompersi sotto le pedate, nè il soffio sibilante di
quell'anelito, che la faceva quasi rassomigliare ad una locomotiva.
Poi si distrasse, e, lasciando l'istrumento appoggiato ad una sedia, le
venne dinanzi. Anna aveva il naso sulla tela; le mani le tremavano
convulsamente.
Ella non gli badò.
— Anna — susurrò il ragazzo, allungando la mano sulla tela per pigliarle
una mano; le strinse una palma fra le dita, e, curvandosi, aspettò che
levasse il viso.
La macchina proseguiva a corsa.
— Anna! — replicò più forte, vibrando di tutto quel trasalimento.
Ella rallentò il pedale.
— Tu sei la mia mamma.
— La tua mamma non ti amava.
Ma come pentita fermò la macchina, e gli guardò in faccia. Tutti e due
avevano le lagrime agli occhi.
— Vuoi un bacio? — esclamò Giorgio colla grazia di un bambino, che non
ha nulla di meglio da offrire.
— Andiamo, sì, l'ultimo.
Da quel giorno l'umore dell'Anna fu più ineguale. La mattina non andava
più in cucina a farlo alzare, non lo aiutava più a vestirsi, non gli
dirigeva più le solite ammonizioni di portarsi bene a bottega e di non
sprecare i pochi soldi delle mancie. Invece lo trattò da uomo, quasi col
rispetto dovuto ad un dozzinante. Ma egli non se ne accorgeva,
accettando quel miglioramento con un senso di egoismo soddisfatto; e a
poco a poco fu meno diligente a bottega.
Il padrone in fine di settimana gli trattenne due franchi. Giorgio, che
ne aveva già fatti altri tre di debito per comprare della musica, rimase
con pochi soldi in tasca, e non si arrischiò di consegnarli all'Anna,
come faceva sempre: ma ella non mostrò di notarlo. D'allora tutto il
danaro fu speso in musica; Gaspare gli prestò la propria, se ne fece
prestare da altri per lui, che passò le notti intere a suonare col
sordino, o accennando semplicemente le note coll'arco, ed ascoltandole
nel pensiero. Non dormiva, non mangiava quasi più. Dal canto proprio
l'Anna, che era sempre vissuta di un becchime da uccello, smise
anch'essa di mangiare: l'erpete, allargatosi mano mano, le nascondeva un
altro rossore più cupo nello scavo delle gote. E quel lavoro ostinato
cresceva sempre. Adesso ella si alzava più presto e si coricava più
tardi, cucendo dei monti di roba, curva sulla macchina, gli occhi
appannati da quell'eterno riverbero della tela, sulla quale di notte il
lume a petrolio stendeva la propria luce oscillante e veemente. E poichè
la lunga abitudine la dispensava quasi da ogni attenzione, ella si
lasciava come scorazzare da quel rotolio, che le toglieva di vedere o di
sentire tutto il resto. Solamente nella estenuazione della fatica
qualche volta abbandonava improvvisamente regolo e pedale; e allora la
sua faccia, insensibile nel lavoro come quello di un automa, prendeva
un'aria di rassegnazione mal doma, con una fiamma rossa negli occhi. Ma
non parlava quasi mai, nemmeno seco stessa, come i solitarii, o tutt'al
più con un gesto, un sorriso, che erano tutta una fisonomia, il
riassunto sublime di un discorso desolante.
Un giorno, portandosi alla bocca un pezzo di tela per trattenere un
insulto di tosse, vi lasciò una bava sanguigna. Rimase un istante
pensierosa, poi un sarcasmo le contrasse la bocca.
— Ohi! — esclamò — la gioventù, l'amore e la morte hanno il medesimo
segno.
Ma, invece di riprendere il lavoro, si buttò sul letto.
Giorgio arrivò a casa più presto, e, trovandola coricata, sbigottì.
— Stai male?
Ella saltò a sedere sul letto col volto infiammato.
— Perchè? no.
Poi Giorgio le narrò come Gaspare avesse tanto parlato di lui col
direttore d'orchestra, che questi aveva promesso di venirlo a sentire, e
quindi ci poteva essere la speranza di un concerto alla Società
filarmonica. Pronunciando queste parole, il cuore di Giorgio batteva
come un pendolo.
— Sarà il principio della tua fortuna.
— E anche della tua.
Ella si era seduta sulla sponda del letto.
— Fai ancora all'amore? — gli domandò improvvisamente — già i compagni
ti avranno messo su.
Giorgio ebbe una vampa di rossore, e si coprì di tale confusione, che
l'Anna comprese la sua verginità, ed ebbe un brusco movimento.
— Allora bisogna che tu sia ben vestito; con questi stracci non ci puoi
andare al concerto. Domani mattina dirai al padrone che ti prenda la
misura di tutto un abito nero: il nero ti farà parere un signore; perchè
vedi, me ne intendo io, ho fatto la sarta. Colla tua pelle bianca e i
capelli biondi... Saprai poi salutare, quando vieni fuori, a tutta la
gente, che ti guarda negli occhi...? Figurati che la sala sarà piena, ci
saranno delle signore e delle ragazze, che ti batteranno le mani.
— Suonerò bene, non aver paura.
— E quando tornerai in questa miseria, ti parrà di soffocare e penserai
che tutte quelle belle signore, che ti guardavano, saranno nei loro
appartamenti parlando forse di te. Sono sicura che incontrerai, ma poi
ti sembrerà di star peggio, qui, solo con me.
— Tornerò a suonare — rispose Giorgio coll'ingenuità dell'egoismo: —
darò degli altri concerti.
— Anderai a girare il mondo?
— Sì, sì.
— Allora guadagnerai dei quattrini; i signori ti faranno dei
complimenti, e ti inviteranno a pranzo per sentirti suonare dopo.
— Non ci andrò — ripetè con un impeto d'orgoglio.
— Perchè?
— La mia musica vale di più: non è già un divertimento.
Anna si arrestò; poscia guardandolo con malinconia:
— E quando sarai famoso?!
— Presto — replicò Giorgio, che non comprese il significato della
domanda.
— Va a suonare, va.
Era vero. Il direttore d'orchestra venne a casa di Gaspare, e si mostrò
poco commosso. Incoraggiò il ragazzo a proseguire, ma notò subito molti
difetti di scuola e di interpetrazione: i tempi non erano sempre giusti,
le note affettavano una smanceria di linguaggio umano, i bassi avevano
poca profondità. Solo gli acuti gli piacquero.
— I vostri acuti sono perlati — disse finalmente; — avete superato una
grande difficoltà.
Quindi Gaspare gli si raccomandò per un concerto, dipingendo alla
propria maniera la posizione di Giorgio, ed insistendo con tale
servilità, che l'orgoglio del ragazzo cominciò a sanguinare.
Il direttore promise così così, ingrandendo gli ostacoli, il pubblico
che era svogliato, i concerti giù di moda, e sfruttati da tutti i grandi
suonatori vaganti; nullameno procurerebbe, e disse al ragazzo di andare
da lui per la risposta decisiva e per intendersi sulla musica. Egli
aveva scritto un concerto per violoncello e pianoforte, ancora inedito,
che potrebbe servire a meraviglia.
— Anzi, anzi — esclamò Gaspare — sarà una magnificenza.
Quando il direttore fu andato via:
— Vuole che suoni la sua musica, ecco perchè!
— Eppoi se non è bella, mi darà la colpa — ruppe improvvisamente
Giorgio.
— Come siamo superbi! — rispose Gaspare, che in fondo divideva il
dispetto del ragazzo per la freddezza del direttore; ma fortunatamente
tutto andò per la meglio. Giorgio accettò di suonare quel concerto, una
povera imitazione di Vieuxtemps, aggiungendovi un'elegia di Fumagalli, e
la sublime romanza del _Tannhauser_. Per un ragazzo era fin troppo.
Aveva un mese di tempo, Gaspare s'incaricava di tutto.
— Tu studia e lascia fare.
Fu convenuto che Giorgio per quel mese non andrebbe a bottega; Gaspare
avviserebbe il padrone, e l'Anna non ne saprebbe nulla fino all'ultima
sera.
Giorgio doveva passare tutte le giornate in casa di Gaspare studiando.
Allora tutta la sua espansione cessò. Colla precocità di tutti i grandi
artisti egli intuiva di già la vita in ogni rapporto coll'arte: quel
concerto doveva essere la sua prima e più importante affermazione.
Bisognava stordire il mondo per regnarvi poscia. La musica era la più
grande delle arti, il violoncello il migliore degli strumenti. Egli lo
sapeva e tutti lo dicevano, ma, appunto per questo, guai se non
arrivasse ad esprimersi come sentiva, a far piangere come aveva pianto
tante altre volte suonando!
Egli non sapeva ancora darsi la formula della perfezione, che sognava, e
nella quale dovevano sparire scrittore e suonatore, partizione e
strumento, la nota diventare una parola, e la parola un verbo. Allora
solamente la musica era musica, quando diceva ciò che tutte le altre
arti non possono, e parlando un linguaggio intelligibile a tutti,
quantunque intraducibile per ognuno, ricordava alla coscienza ciò che
essa non ha mai saputo, ma forse sempre presentito.
Giorgio sentiva tutto questo in confuso e, se non misurava sempre
l'altezza cui la passione dell'arte lo spingeva, ne aveva già le
vertigini e il freddo. Più spesso lo sviluppo del linguaggio musicale lo
preoccupava dolorosamente. Egli lo avrebbe voluto col rilievo della
plastica e la luce dei colori: quindi il pianoforte, colle sue note già
fatte, di una misura e di un accento immutabile, non era per lui nemmeno
un istrumento. Invece il violoncello aveva tutti i fremiti della carne e
le vibrazioni del pensiero: ma come la parola parlata, la sua parola
ritmica doveva dir tutto e mostrar tutto. Da qual cuore usciva dunque
quell'elegia di Fumagalli? Era il primo singhiozzo, o l'ultimo rantolo
del dolore? Quelle lagrime cadevano colla rugiada dell'alba, o con
quella della sera? Gli occhi avevano la profondità del cielo o quella
del mare, cerulei o neri? Cercavano in cielo, o scrutavano sotto terra?
Quando egli suonava quell'elegia gli pareva di vederne la donna,
conosceva il suo dramma, udiva la musica nel suo cuore, e la ripeteva
sul violoncello senza sapere come o perchè.
Ma la sera del concerto quella evocazione della sua anima doveva essere
visibile a tutti, lì, presso lui, vestita come un angelo, colla veste
troppo lunga, che le si ammassava ai piedi, e il corpo spossato.
Quel fantasma era una ossessione, che non lo lasciava più.
Gaspare gli andava dicendo:
— Studii troppo, ti ingrosserai la mano e l'orecchio.
Finalmente arrivò la vigilia del gran giorno.
In quel mese l'Anna era talmente deperita, che quando Giorgio se ne
accorse rimase sgomento. Nullameno ella gli aveva cucito sei camicie
alla moda e due cravatte di raso nero, che lo fecero piangere di una
tenerezza mista quasi di rimorso. L'Anna si era forse uccisa a lavorare
per lui; infatti non le restavano più che la pelle e le ossa, con due
grandi occhi azzurri giù nella profondità dell'orbita, brillanti di una
luce intollerabile. La sera, quando Giorgio tornò di bottega coll'abito
nuovo, ella pretese che se lo provasse, e gli accomodò con civetteria di
donna il nodo della cravatta e i riccioli sulla fronte. Ma dopo un lungo
esame concluse che il soprabito era mal fatto.
— Quando sarai ricco, bada di vestir sempre bene — esclamò con
un'ammirazione malinconica, che lo fece arrossire; quindi:
— Adesso va di là in cucina; lascia qui il violoncello, ed entra come se
questa fosse la sala. Io mi metto là in fondo; tu entri, fai l'inchino
al pubblico, ti accomodi a sedere, e suoni. Ti voglio vedere.
— Perchè non vieni al concerto?
— Io, così! finiresti col vergognartene.
Giorgio, che si sentì penetrato troppo, fin dove non voleva arrivare
egli stesso, abbassò il volto; ma ella proseguì:
— Devi entrare disinvolto, sai? Non t'impacciare, il mondo è senza
simpatia per quelli che lo temono, senza pietà per quelli che lo
fuggono. Vediamo, va.
Giorgio andò: stette nella cucina due secondi, poi aprì l'uscio, e si
avanzò superbamente fino alla sedia, presso alla quale aveva lasciato il
violoncello; fece un piccolo cenno col capo, e si adattò l'istrumento
fra le gambe, saggiandone l'accordatura.
— Vuoi che suoni? — disse smettendo la posa teatrale, e rivolgendosele
con un sorriso.
— No — ella rispose trattenendo uno sbocco di sangue.
Quindi aperse il comò; ne trasse uno scudo, e glielo offerse.
— Divertiti, va a teatro.
— Ma perchè mi fai tutto questo? — proruppe commosso ed umiliato da
quella bontà inesauribile.
— Dà mente a me, distraiti; domani sera suonerai meglio, altrimenti
stanotte non dormirai.
— Allora mi spoglio.
— Mai; avvezzati l'abito addosso, se no domani sera parerai
impacchettato.
Giorgio uscì trionfante, e l'Anna si buttò sul letto piangendo.
Si sentiva morire! Un gran bollore di sangue le montò dai polmoni con
una nausea calda: potè appena nello spasimo afferrare il vaso da notte,
e lo empiè mezzo. Un pallore cinereo le si diffuse sotto quel rosso
ecchimosato dell'erpete, e le fe' una fronte di morta. Ricadde
sull'origliere. In un mese la tisi, aiutata da quell'atroce lavoro della
macchina, l'aveva uccisa senza uno scoppio di tosse. Anna lo sapeva. Era
notte, il lume a petrolio ardeva sul tavolo: la camera era quieta, fuori
la strada silenziosa. Allora le parve di non essere più nel mondo, e un
pianto a goccioloni le cadde dagli occhi, mentre l'anima costernata le
si sdraiava in fondo alla coscienza come dentro al sepolcro. Riassunse
tutta la propria vita con uno sguardo, una vita grigia e taciturna, di
lavoro automatico, in una stamberga, in fondo ad un quartiere
abbandonato, dirimpetto ad un muraglione, che le toglieva ogni
prospettiva. Ella non aveva vissuto, non aveva avuto nè mamma nè babbo,
non aveva visto nulla, nè posseduto nulla. Era calata lungo la corrente
dei propri giorni, come per uno di quei fossi metà ignoti e metà
sotterranei: adesso il fosso era secco, e sovra i margini del suo
pantano nemmeno un fiore agonizzava. Poichè non aveva avute speranze,
non aveva rimpianti. Il sepolcro era per lei un'altra camera, in un
quartiere abitato da gente ignota, perchè nessuno è più ignoto dei
morti. Così il crepuscolo della sua giornata tramontava nella notte, e
l'ombra dei suoi giorni si perdeva nella eternità. Tutto questo era
giusto, ma era stato altresì inutile. Ella, che non aveva parenti, era
senza santi. Però in quell'infinita oscurità dell'indomani, che le si
diffondeva già intorno, e in quell'ultimo dolore del corpo singhiozzava
con tale passione, che quel dolore da solo non avrebbe potuto produrre.
E, cercando spasmodicamente colla testa dove riposarla, girava gli occhi
nella curiosità desolata dei moribondi!
Anna aveva dunque vissuto?
Poi nel fosco e freddo paesaggio del passato distinse qualche sprazzo di
luce, qualche angolo fiorito: un uccello cantava da una siepe, un
sorriso balenava da una pozzanghera. Poi arrivavano rumori di festa, e
la gente cominciava a passare; uno si era fermato, mentre il sole
irrompeva con tutta la potenza del proprio incendio. Quindi il sole
impallidiva, e passava altra gente: erano donne e bambini, sorrisi e
sarcasmi, grida e chiacchierii; una monotonia inesauribile di attività
minute in una immensa società misteriosa.
Anna aveva dunque vissuto?
Bisognava morire. Ma perchè soffrir tanto? In ultimo la vita si divide;
una metà guarda indietro: cosa faranno coloro, che lasciamo? Una metà
guarda innanzi: dove andremo noi, che partiamo? Ella pianse, poscia il
dolore le si calmò in una specie di sonnolenza. Non dormiva; il silenzio
della camera le pesava sul respiro, la fiamma del lume a petrolio le
bruciava nel petto. Le pareva impossibile di poter confessare: ho
vissuto! e subito dopo morire. In quel momento ella sentiva come non mai
prima la poesia irresistibile della vita e del moto. Voleva essere in
due anche lei, perchè tutti sono in due nella vita, la sposa ed il
marito, la madre ed il figlio. Ella invece, avendo dovuto esser sola,
non era mai stata nulla. Quindi il mistero del mondo si complicava del
suo piccolo destino, il dramma eterno della vita colla sua effimera
tragedia. Perchè dunque non aveva mai potuto amare ed essere amata?
Tutte le forme dell'affetto le si erano perciò agglutinate
mostruosamente nella coscienza: aveva ancora le tenerezze della bambina,
le simpatie della giovinetta, le affezioni della ragazza, le passioni
della donna; poi tutte le soavità dell'amicizia e gl'impeti dell'amore,
le idolatrie della madre, e le bramosie della sposa, gli entusiasmi
della vergine, e le gelosie della ganza. Ella, che aveva vissuto tanti
anni così calma, credendosi quasi una donna dell'altro mondo, cominciava
a comprendere di essere come tutte le altre. Perchè dunque morire?
Perchè aveva dovuto suicidarsi con quel lavoro della macchina? Perchè le
avevano fatto inghiottire tutte le amarezze, e adesso le facevano
sputare tutto il sangue? Perchè dunque c'era Dio?
Morire, abbandonare Giorgio nel mondo senza esperienza e senza aiuto!
— Giorgio! — mormorò fiocamente spalancando gli occhi e avventando come
un grido in faccia ad un invisibile interlocutore.
Giorgio non venne a casa che tardi, ella lo sentì, ma finse di dormire.
Il ragazzo rimase due minuti a guardarla con una tenerezza piena di
apprensioni, e andò a coricarsi in cucina. L'indomani Giorgio era
invitato da Gaspare; passò la giornata fuori.
Benchè si sentisse molto male, l'Anna si era alzata per non
scoraggiarlo: vegliò al suo abbigliamento, e, appena sola, tornò a
letto. Contro tutte le istanze di Gaspare stesso aveva rifiutato di
assistere al concerto, prestando per suprema ragione la mancanza di un
vestito adatto. Fu l'ultimo giorno. Lo sfinimento di tutte le forze le
dava la rassegnazione dell'impotenza. Quindi scrisse una lettera, che
era il suo testamento, se la nascose sotto il capezzale, e ricoricandosi
disse con un mesto sorriso le stesse parole di Byron:
— Adesso dormiamo.
La finestra era socchiusa: il gatto era scappato fin dal gennaio dietro
una misteriosa avventura di amore, il canarino era morto coi primi
freddi dell'anno.
Ella se ne ricordò, e il malinconico destino di quel povero uccello,
vissuto sempre in gabbia, che non aveva conosciuto nè la patria lontana,
nè la nuova dove avevano trasportati prigionieri, chi sa da quanti
secoli, i suoi avi, le parve pieno di triste affinità col proprio. Anche
il canarino non aveva avuto nè nido nè figli: perchè dunque era vissuto?
Dopo una lunga meditazione, nella quale si rimproverò di essere stata la
sua carceriera, se ne distolse susurrando:
— Beh! tanto è finito.
Non ci pensava: tutto le moriva in cuore, anche il problema della vita.
Allora ebbe un letargo, era già morta.
Passarono molte ore, poi si destò come ad un richiamo.
— Il concerto?!
Erano circa le sei della sera.
D'improvviso tutto quell'egoismo dell'agonia svanì, e rientrando
precipitosamente nel mondo vi riconobbe tutti i viventi. Fu un tumulto.
Il concerto, Giorgio, il suo trionfo, l'amore di madre e di donna, che
gli portava e che sembrava già morto, tutto rifulse in quell'ultimo
crepuscolo. Rivide Giorgio, e le parve di abbracciarlo stretto per
portarselo nella eternità. Ma in quell'abbraccio si sentì mancare il
respiro: le mancava davvero.
Allora colla ostinazione e l'avvedutezza dei moribondi si stese sul
letto, e vi rimase cercando di raggranellare tutti gli atomi delle
proprie forze; fece una provvista di aria e di pensiero, stette ancora
chi sa quanto così; quindi lasciandosi scivolare dal letto con una
circospezione indefinibile, adagio, a passi insensibili per consumare
meno energia, arrivò al tavolino.
Voleva scrivergli una lettera.
Quando sentì di riuscirvi, mise un sospiro di gioia, la più intensa di
tutta la sua vita. Era quasi felice nel sentimento poetico della propria
morte: un chiarore di aureola le imbiancava il volto.
Scrisse un pezzo, poi chiuse la lettera, e, sorridendo come una bambina,
tornò a letto.
— Ora è proprio finita.
Ma poco dopo intese aprire violentemente la porta; Giorgio entrò rosso
ed ansante.
— Fra un'ora incomincia — esclamò —. Sono scappato, volevo vederti.
Ella, che non capì quella curiosità affettuosa, le diede un significato
tragico.
— Non aver paura, morirò dopo — disse con voce quasi insensibile.
— Vieni?
— Sento di qui.
In quel momento, animato dalla corsa e dall'emozione, Giorgio era
bellissimo: non sapeva bene quello che si facesse: distingueva appena
gli oggetti. La espressione morente dell'Anna gli sfuggì.
Ella chiuse gli occhi abbacinata dalla sua visione.
— Scappo.
E scappò senza attendere la risposta.
Era notte: un chiarore pallido, filtrando per la finestra, bagnava
cinque o sei mattoni del pavimento, il grugno brunito della macchina e
lo specchietto della parete avevano a quando a quando un raggio. Tutti
gli altri mobili erano spariti, la piega del lenzuolo, prolungandosi
verso terra, faceva una chiazza indecisa nell'ombra.
Anna sonnecchiava: per un momento le parve di udir suonare, poi più
nulla.
Aveva freddo, ma non ebbe la forza di ravvoltolarsi addosso le coperte,
e si tirò solo un lembo del lenzuolo sul volto. La notte e il freddo
crescevano, il chiarore si appannò, poi si spense del tutto nella
camera.
Non si intese più nulla.
Alle undici il rumore di un fiacchero, che si fermava alla porta, salì:
poco dopo Giorgio rientrava col violoncello in una mano, e il fiammifero
nell'altra. Era raggiante, si accostò premurosamente, ma udendo il suo
piccolo respiro rantoloso, e vedendole gli occhi chiusi, non osò
chiamarla. Anna si teneva con una mano il lenzuolo sulla bocca, l'altra
le pendeva abbandonata lungo la sponda del letto.
Stette così infra due di narrarle tutto, le sale, il pubblico, la
propria paura, poi i primi applausi, applausi sempre, un trionfo, una
demenza, i signori che gli stringevano la mano, le signore che lo
guardavano cogli occhi inumiditi: e Gaspare, il suo padrone, il sarto
che era venuto in camerino a dargli un bacio e a dirgli che gli regalava
il vestito. Ma l'Anna aveva gli occhi chiusi, e il suo piccolo respiro
rantolava insensibilmente fra le fila del lenzuolo.
Giorgio guardava sempre col fiammifero, riparandolo coll'altra mano.
Appoggiò il violoncello alla testiera del letto come per farle capire,
se si destava, di essere tornato, e sulle punte dei piedi andò in
cucina.
Era così affaticato da tutte quelle emozioni, che si addormentò.
Quando si svegliò la mattina, era solo.
L'Anna era morta; non aveva più il lenzuolo sul volto, ma il lenzuolo
era macchiato di sangue.
* * *
Gaspare aveva ospitato Giorgio.
Sciaguratamente la lettera trovata sotto il capezzale dell'Anna non
giovò a nulla; alcuni parenti lontani s'impossessarono dei pochi mobili,
senza che si trovasse un avvocato per difendere la causa dell'orfanello.
D'altronde nè Gaspare nè Giorgio insistevano; questi si portò via i
panni, la musica, il violoncello, ed entrò con Gaspare nell'orchestra
sotto il solito direttore; poi un impresario gli offerse di fare un
viaggio per l'Italia e per l'estero dando concerti. Giorgio accettò con
entusiasmo. Però i loro conti fallirono quasi interamente. Quindi da
Venezia, la terza stazione del pellegrinaggio, entrarono in Germania già
decaduti dalle prime pretensioni, fermandosi in tutte le città, e
adattandosi alle esigenze della speculazione per fare quattrini. Se non
che quella vita, tanto sognata, finì presto per mortificargli, colla
passione della musica, la squisita sensualità artistica. Ogni giorno si
faceva più malinconico, non parlava, ricusava tutte le sollecitudini
dell'impresario, il quale per tenerlo allegro avrebbe voluto visitare i
luoghi dove transitavano. Invece di passare come uno straniero poetico e
fatale incantando la gente, e lasciandosi dietro una lunga commozione di
ricordi, si accorgeva di non essere che un povero ragazzo in mano ad un
mercante, il quale lo faceva suonare negl'intervalli delle commedie in
tutti i teatrucoli, e, urgendo il bisogno, gli avrebbe fors'anche
imposto le birrerie. Fortunatamente l'impresario, una natura di boemo,
metà speculatore e metà dilettante, che aveva vissuto la più strana vita
di avventure, si compiaceva troppo nella mobilità di quel vagabondaggio
per pensare molto a sfruttarlo. Quindi trattava Giorgio da camerata,
dandogli volta per volta pressochè la metà vera dell'incasso; e mentre
egli la spendeva il più presto possibile in bagordi, ai quali aveva la
prudenza di non invitarlo, per non compromettergli la salute, Giorgio la
riponeva quasi integralmente.
La sua sola e grande spesa erano i vestiti e le biancherie; voleva
scendere ad un albergo più che decente, arrivare e partire sempre dal
teatro in carrozza. Ma sebbene fosse oramai un uomo, era ancora vergine
o quasi, giacchè l'attività incessante dell'anima gli produceva come
un'inerzia nei sensi. Vestiva di nero, come gli aveva consigliato
l'Anna, e, unico malvezzo della professione, portava i capelli in una
pioggia di riccioli sulle spalle, i quali gl'incorniciavano
romanticamente la magnifica testa, fine nella bocca, altera e quasi
brusca nell'altezza e nella convessità della fronte. Una lanuggine
trascurata gli metteva un pallido color d'ambra sul pallore quasi cereo
delle gote, che un largo cerchio turchino sotto gli occhi solcava con
una patetica espressione di malattia. L'impresario, sui cinquant'anni,
aveva ancora tutta la giovinezza ostinata di certi dissoluti, e si
ubbriacava di donne e di vino, trovando sempre, diceva lui, il manico,
pel quale pigliava le cose e le persone. Ma se acchiappava non sapeva
tener stretto, e peggio s'innamorava tuttavia come un fanciullo. A Gratz
si legò con una serva di birraria, bella ragazza, bionda come Giorgio, e
che Giorgio detestò quasi subito. Quindi una rottura. Giorgio, che
s'accorgeva di non ricevere più la metà degli incassi, disgustato da
quella facilità di amori, se ne lagnò aspramente con lui; la servetta
volle interloquire ad insolenze, e l'impresario fidandosi sulla propria
superiorità di guida, che sa la lingua del paese, con un ragazzo
abbandonato, inesperto e quindi nella impossibilità di ribellarsi,
sbraveggiò. Giorgio allora lo guardò con disprezzo, avvertendolo che si
sarebbero separati.
— Voi? Non trovate neanche la stazione per andarvene, povero coso!
Giorgio gli voltò le spalle senza dir altro.
La mattina per tempissimo, colla prima corsa, partì; ma, ancora
fanciullo, nel timore di essere inseguito, invece di ritornare, proseguì
verso Vienna. Rimase due giorni nascosto in un piccolo paese; quindi
diede volta per l'Italia. Rivide Venezia, tutto il Veneto, a piccole
tappe, senza aprir mai la cassa del violoncello; e si trattenne a
Milano. Da Milano discese a Firenze, gironzolò per tutta la Toscana,
finendo per fermarsi a Scarperia sotto l'Appennino. L'incantevole
paesello lo innamorò, non era ancora la primavera: i monti bianchi di
neve si alzavano a picco, prolungandosi indefinitamente come un
muraglione che dividesse due mondi. Era un paesaggio severo ed
aggradevole, romito e gentile. Una mattina entrò in una piccola osteria,
a mezza strada, fra il paese e la montagna. La strada vi faceva un
gomito, e a poca distanza una casetta nuova, con dinanzi due aiuole ed
una cancellata di ferro, sorgeva in mezzo ad un orto. Tutta la sua
facciata era coperta di pianticelle rampicanti. Forse l'ortolano, che
l'abitava, era pure il padrone dell'orto. Giorgio rimase pensieroso a
guardarla dall'uscio dell'osteria, mentre gli ammanivano il pranzo.
— Potreste alloggiarmi qui? — domandò all'ostessa, che era venuta a
chiedergli se gli piaceva il pecorino nella minestra.
Ma ella, che dalla fisonomia e dagli abiti lo prendeva per un gran
signore, si scusò della povertà dell'osteria, buona appena per i pecorai
della montagna: quindi Giorgio la interrogò sulla casetta di contro.
L'ortolano presente si mescè al dialogo, e convenne di affittargli una
stanza.
— Quella di mio figlio: l'ho messo nel seminario di Firenzuola.
Il prezzo fu di dieci franchi al mese, l'ostessa per altri quaranta
s'incaricò del pranzo: era il mese di marzo, e il seminarista non doveva
tornare a casa che sulla fine del settembre. Giorgio fu contentissimo:
l'ortolano andò subito coll'asino a prendere i bauli dall'albergo; e
quella sera stessa, prima di coricarsi, Giorgio potè contemplare
lungamente dalla finestra i monti bianchi di neve. La cameretta era
piccina, colle tende. La famiglia dell'ortolano si componeva della
moglie, una donna sulla quarantina, una bambinetta, due garzoni, poche
galline, quattro mucche e due grossi cani pastori.
In casa credevano di avere un inglese, che sapesse l'italiano.
Per alcuni giorni Giorgio non aprì ancora la cassa del violoncello. Dal
primo istante tutti si erano innamorati di lui per la sua ammirazione
della vita campagnuola; l'ortolana specialmente per la sua ghiottornia
del latte: poi l'olio, il pane e il vino, queste tre perfezioni della
Toscana, che egli lodò con entusiasmo sincero, gli dettero il prestigio
di un gran signore, che sa essere giusto col paese e colla povera gente.
Ma Giorgio, che voleva evitare ogni soverchia famigliarità, stava
malinconicamente chiuso nella modesta cameretta, o uscendone a
passeggiare, rispondeva breve e garbato con un sorriso più dolce di ogni
risposta.
Aveva poco più di duemila franchi, due anni quindi di vita oziosa e
tranquilla, ignoto a tutto il mondo, studiando fra quella dolce natura.
In viaggio aveva comprato molti libri. Fece un disegno di vita, e vi si
conformò abbastanza scrupolosamente. Aveva pressochè diciott'anni, ed
era solo al mondo, come il più giovane garzone dell'orto, un trovatello
di Firenze.
Allora la rivoluzione, che fermentava da lungo tempo nel suo spirito,
scoppiò. Rimeditando il viaggio in Germania, ne risentì una profonda
umiliazione per se medesimo e per l'arte. Gli parve di essersi degradato
ad un'apostasia, e che il pubblico avesse avuto fin troppa ragione di
accoglierlo così freddamente. Infatti il mondo era tutto pieno di
rapsodi come lui, che viaggiavano solleticando gli orecchi, come
gl'impresari dei teatrucoli meccanici solleticano gli occhi. Non era
così la musica, non era così il violoncello. Poco prima di morire l'Anna
gli aveva detto che se ne sarebbe fatta sepolcro, e vi avrebbe abitato
per tutta l'eternità: come mai aveva egli potuto suonarvi dunque dei
valtzer, e gettare nel raccoglimento divino di quella morte la volgarità
chiassosa di un ballo? Che cosa ne aveva detto l'anima della morta
chiusavisi volontariamente per seguirlo dappertutto? A questo pensiero
un rimorso, che era quasi una paura, gli addentava il cuore, mentre il
suo spirito cercava di rifugiarsi in un nuovo e più alto concetto
dell'arte. Il bisogno di una formula, che spiegasse l'essenza della
musica, lo urgeva, senza che il suo ingegno troppo esaltato ed insieme
troppo povero di nozioni positive potesse arrivarvi. Secondo lui la
musica era nata ultima nella storia dell'arte, quando il poema era già
morto con Dante, e il dramma con Shakespeare: gli antichi non l'avevano
nemmeno sospettata. Era nata quando la poesia del popolo tramontando
nella poesia dell'individuo diventava lirica con tutta la varietà dei
ritmi e delle passioni.
Ma come la lirica era la quintessenza della poesia, la musica era la
quintessenza della lirica, giacchè solo la melodia degli accenti e la
composizione misteriosa delle sillabe producevano nella massa il suo
sentimento. Egli non sapeva la storia del linguaggio, ma l'inventava
così: prima il gesto, poi il suono, poi la parola, poi la poesia, poi la
musica: la musica, l'ultimo sforzo del linguaggio umano, che esprimeva
quanto le altre forme non avrebbero saputo o potuto. Era quindi nata
dopo che le tre grandi manifestazioni del linguaggio, la linea, il
colore e la parola, si erano esaurite; dopo che la poesia si era
ammutolita in faccia all'ultimo dubbio, e la religione aveva sospirato
sul cadavere dell'ultima speranza. Allora dalla cima della piramide
umana, alla quale tutti i popoli avevano portato un sasso o lasciato un
rabesco, la musica aveva alzato l'ultimo canto della vita. Essa era
ancora là, misteriosa come la vita medesima, riassumendone tutte le
armonie, e ripetendole.
Secondo lui nel mondo la poesia rappresentava l'infanzia della musica,
come il graffito era forse ad un tempo l'infanzia della pittura e della
scultura: ma la musica era inoltre tutta l'anima del linguaggio. Che
altro aveva determinato l'accordo delle vocali e delle consonanti,
l'allinearsi delle sillabe, il disporsi delle parole? La musica era
l'architettura del linguaggio umano, mentre la poesia non ne era che
l'ornato: la musica sentiva le convenienze intime e i rapporti
misteriosi dei suoni colle idee: essa scriveva i periodi larghi e
maestosi delle storie, le strofe leggiere per i conviti, raggruppava i
versi degl'inni e dava loro il volo delle freccie; gettava le ottave dei
poemi come gli archi dei portici, tirava le linee degli esametri come le
linee dei cornicioni; tutto il linguaggio era un'orchestra, prosa e
poesia, periodo cifrato e periodo scritto, le stesse leggi e gli stessi
principii; la parola vi era sempre regolata dal tempo come la nota; e
poi le gamme e le serie, e poi la musica ancora, sempre e dappertutto,
nelle linee e nei numeri, nell'uomo e nella natura, nella eternità e
nell'infinito.
E il suo spirito si smarriva sbigottito fra questo caos di idee, come il
viaggiatore per le rovine di un antico mondo geologico. Quindi tutti i
problemi della coscienza venivano a tempestare in quel problema
artistico. Prima di possedere la musica come arte, l'umanità l'aveva
avuta come ricordo o presentimento divino. L'anima dei primi abitatori,
abbandonandosi al rumore dei fiumi, aveva nella inesauribilità di quel
suono trepidato la prima volta nel sentimento dell'eterno: il bianco è
un unisono di colori; il tuono una nota, che nessuno può fare se non
Dio; l'amore, la gloria, i funerali, il paradiso... musica, null'altro
che musica. Forse nell'ultima giornata della storia essa sarebbe il
linguaggio dominante.
E allora, quasi l'ammasso informe di quelle idee mal nate e mal vive
fosse già disposto nell'ordine di un sistema, si lanciava d'un salto
alla musica moderna. Siccome l'epopea era discesa da gran tempo nel
sepolcro, e il dramma era più che morto negli ultimi tentativi per
risuscitarlo, la musica melodrammatica doveva essere morta del pari. Le
necessità della scena l'avevano sempre soffocata, giacchè un dramma ha
più efficacia in prosa che in verso, in verso che in musica. Nel dramma
primeggia la rappresentazione della verità esterna, e quindi il
linguaggio dell'arte che evoca un fatto, deve possibilmente essere lo
stesso, col quale il fatto avveniva nella storia. Gli uomini parlano non
cantano, la vita storica è azione e non sentimento. Egli negava il
melodramma, e più ferocemente ancora la lirica musicale rifatta sulla
lirica poetica. Perchè ripetere colla musica ciò che si è già potuto
dire colla poesia? Poi nel melodramma prevaleva fatalmente la voce
umana, mentre Beethôwen aveva pur dovuto confessare di non potersi
costringere nella sua piccola gamma. L'uomo non poteva essere che un
istrumento nella grande orchestra della natura, o tutto al più una
specie di condensatore, nel quale passavano le varie forme della musica.
Quindi l'arte doveva significare l'azione reciproca dell'uomo sulla
natura, e della natura sull'uomo.
Ma questa concezione, dandogli le vertigini orgogliose di una scoperta,
impiccioliva ancora la sua piccola personalità di violoncellista. Ormai
non ammetteva più che la forma orchestrale colle voci umane discese ad
istrumento di canto o di accompagno: nessuna scena, ed un'orchestra
immensa in un teatro enorme. Là doveva eseguirsi la musica del nuovo
genio, forse già nato, perchè quando una rivoluzione è iniziata, poco
sta ad arrivarne il conduttore. Da Beethôwen a Berlioz il gran concerto
e la grande sinfonia tendevano alla trasformazione del teatro e del
gusto musicale. Wagner per difendere il dramma aveva dovuto innalzarlo
nel mito, la grande regione musicale, trascinandosi dietro il mondo
nell'ascensione. Ma dopo Wagner ogni altro dramma sarebbe impossibile
collo sviluppo assorbente dell'orchestra nell'opera. Ciò era fatale e
provvidenziale; le corde di una gola non potevano prevalere contro
quelle di un violino. Da questo egli deduceva la subordinazione di ogni
individuo nell'opera immensa dell'orchestra. Oggi che tutte le grandi
arti erano morte per l'eccessiva importanza dei singoli artisti, e il
libro aveva ucciso il monumento secondo la terribile frase di Hugo, solo
la musica poteva ottenere l'annichilamento di mille volontà nel prodigio
della sinfonia. La sinfonia era l'ultimo monumento della civiltà,
l'ultima cattedrale della religione.
Poi la musica conteneva tutto. Berlioz non aveva scritto la _Dannazione
di Faust_, Beethôwen la _Tragedia di Cristo_, Haidn il _Poema della
Creazione_? E in tutte queste opere le parole avevano appena un valore
di spunto per la frase musicale. I quartetti di Boccherini, di Mozart,
di Mendelsonn, di Goldmark non valevano le poesie di ogni altro poeta?
Chopin non era stato il sentimento poetico più squisito del nostro
secolo? Schumann e Raff non avevano scritto senza parole, l'uno il
_Carnevale_, e l'altro il _Fiore misterioso_?
Così proseguendo a sbalzi gettava il ponte di una induzione su due
nozioni fragili e lontane, avventava un giudizio nella mischia
indistricabile di mille contraddizioni. Aveva letto troppi libri negli
ultimi mesi, quindi un capitolo di Wagner, il trattato sulla
istrumentazione di Berlioz finirono di sconvolgergli la testa. Ma
coll'energia, che si attinge quasi sempre dalla coscienza del
sacrificio, si inabissava intrepidamente nelle conseguenze più profonde
e gelate del proprio sistema. Adesso un suonatore non poteva essere più
che un istrumento, nel quale passava qualche filo di musica, un
rigagnolo destinato a formare un fiume e ad ignorarne il corso.
Come dunque aveva egli osato di credersi un artista per avere espresso
un pensiero o una passione di altri?
Comporre la propria musica e suonarla, ecco l'ultimo sogno. Gli antichi
rapsodi, i meno antichi trovieri non inventavano assieme musica e
poesia; non erano poeti, attori e suonatori ad un tempo? L'arte
consisteva tutta nell'idea, epperò l'eseguire non era un creare, ma un
trasmettere.
Giorgio volle essere artista. Aveva diviso la musica in epica e lirica,
sinfonia e ode, quartetto e romanza. Egli sarebbe un lirico. Allora non
ebbe più requie. Pensò di scrivere il proprio romancero, e di suonarlo
in un nuovo pellegrinaggio pel mondo; e siccome nei mesi passati in
orchestra con Gaspare, il direttore gli aveva appreso alcune lezioni di
contrappunto, credette che potessero bastargli. Come tutti i giovani
ribelli, egli non ammetteva quasi regole di sorta. In tale fermento di
spirito trascorse un mese. Quando gli parve di aver trovato la nuova
maniera, scrisse una lunga lettera esplicativa a Gaspare, che gli
rispose con entusiasmo, lagnandosi solamente della loro separazione. E
il suonatore scrisse musica. La sua prima romanza fu per l'Anna, una
melodia semplice e lenta, nella quale agonizzava un gran dolore, e che
malgrado alcune reminiscenze classiche era piuttosto bella. Un'armonia
grave e monotona vi imitava il crepuscolo della sera, ricordando la
semplicità di un povero destino operaio: poi alcune strida esprimevano
quella terribile vigilia dell'Anna sul letto e la rivelazione terribile
ed impetuosa, che ella aveva provato della vita; quindi l'armonia si
prolungava attenuandosi, interrotta ancora da un singhiozzo, e si
spegneva nelle lontananze dell'oblio come nella oscurità della tomba.
La prima volta, che la suonò per intero, l'ortolana, sola in casa, ne fu
talmente compresa, che gli entrò in camera tra meravigliata e piangente.
Giorgio, che non era soddisfatto dell'opera, l'accolse freddamente, e le
disse di averla scritta in tre giorni.
— In casa mia?
La buona donna non ne rinveniva.
— Le è morto qualcuno? — chiese poi —: io ho subito pensato al mio primo
bambino.
Allora Giorgio palpitò e, appena uscita la Rosa, scrisse nel petto del
violoncello, sotto la cordiera, questa epigrafe