VIOLA

Ero solo.

Nel salone, immenso come tutti quelli dei palazzi antichi ed illuminato

da tre lumiere di Murano vecchio, cento fiammelle di gas, al posto delle

candele, aprivano le grandi ali di farfalle riempiendo tutto l'ambiente

di un chiarore bianco e crudo. Le spalle delle signore e le camicie

degli uomini avevano un riverbero marmoreo, una tinta unita e fredda,

che respingeva gli sguardi. Il salone era rosso, i mobili dorati. Un

odore sottile, che le sottane delle signore agitavano come un vento,

pareva alzarsi dai fiori del tappeto, che lo scalpiccio di tutti quei

piedi non poteva avvizzire. Benchè animatissima, la festa non era che al

principio; molte bellezze nubili vi sfolgoravano, ma si notava ancora

l'assenza di due o tre glorie del matrimonio, solite ad arrivare sempre

le ultime, o per un calcolo sapiente di civetteria, o per quell'orgoglio

dei sovrani di non apparire tra la folla, se non quando questa prova

finalmente il bisogno di un capo, e di andarsene quando comincia a

perderne la coscienza. Il valtzer, precipitando in una ripresa piena di

scoppi, aggirava tutta quella massa silenziosa di ballerini, che

abbracciati senza guardarsi nemmeno, si parlavano forse con una quantità

di piccole strette. E solo, sopra un divano dominato da una mensola

carica di fiori ed avvolto quasi fra il panneggiamento di una tenda

damascata, la quale sdraiava sul tappeto una magnifica frangia tutta ad

ovoli e a fiocchi, io guardavo.

Donna Augusta lasciò il proprio ballerino ad un'altra signora, e venne a

cadere quasi stancamente sul mio divano. Era vestita di nero, nuda le

spalle, con uno strascico leggiero come una nuvola e lungo come quello

di una cometa. Alcuni grappoli di bacche rosse, colti come lì per lì ad

una siepe, le disegnavano le pieghe dell'abito, stirandolo alle

ginocchia e rialzandolo ai fianchi per formare la caduta della coda,

dalla quale spuntava la trina di una sottana, diafana e bianca come un

merletto di galaverna; mentre un grossissimo corallo brillantato le

faceva sulla nuca da capocchia all'anellone delle treccie nere, e

un'altra collana di coralli della più bella tinta sanguigna, un rosario

di sangue, le ravvivavano il candore del seno, umido in quel momento

come il marmo di una chiesa. Ella s'abbandonò sulla spalliera,

percuotendosi il mento colle piume nere del ventaglio, sospeso alla

cintura per una minima catenella d'oro. I monili delle sue braccia,

formati da tante pallottole di corallo infilate in un cordoncino di

seta, si urtarono con un suono sordo di gragnuola; e il brillante, che

incappellava il perno del ventaglio, le gettò nell'ombra della mano un

balenio labile ed acuto.

— Pensate forse all'ode di Byron sul ballo, voi, che non ballate come

lui? — mi si rivolse improvvisamente con uno dei suoi moti più vivaci,

che parevano sempre seguitare un discorso.

— No.

— Siete funebre: davvero che il vostro abito nero, come dice Musset,

pare un abito da lutto.

— In questo caso le bacche del vostro potrebbero essere goccie di

sangue. Avete ucciso qualcuno con una parola o con un sorriso?

— Ah! — esclamò — passarono quei tempi. La tragedia è stata espulsa

contemporaneamente dal teatro e dalla vita; la commedia trionfa

dapertutto. Le passioni oggi sono ridicole, i capricci appena tollerati,

purchè brevi. Voi altri uomini non amate più, cercate di scegliere:

noi...

— Di preferire.

— Se fosse possibile, benchè sia quasi sempre troppo faticoso.

E si gettò addietro in una posa, che diede una mollezza di più alla sua

lassitudine. Poi girò l'occhio sulla folla, e, cogliendo a volo

l'attitudine goffa di un ballerino, me l'accennò con un sorriso. Era

allegra; le spalle, alzandosele ancora nelle ultime violenze del

respiro, le facevano aprire la bocca e mostrare due file di denti,

bianchi come quelli di un cagnuolo. Ad un tratto mi si appressò, e

piantandomi negli occhi i suoi occhi verde-mare, pieni di ombre e di

guizzi:

— Se indovino me lo confesserete? datemi la vostra parola. Voi cercate

un romanzo.

— Piccolo.

— Una novella allora.

— Ma che lo fosse davvero.

Ella alzò le spalle alla freddura.

— L'avete trovata?

— Sapete bene che cercando non accade mai.

— Lo so — rispose con un'inflessione quasi grave nella voce. Quindi: —

Lieta o malinconica?

— Mi è indifferente.

— E il titolo l'avete?

— Sì.

— Quale?

— La Viola.

— Mio Dio, è un po' fuori di stagione: mutiamo fiore.

— Impossibile, perchè è un istrumento.

— Ma se non conoscete la musica!

— E quindi me ne occupo per non essere un'eccezione.

— Come la volete lunga?

— Quanto un capriccio.

— Bella?

— Altrettanto.

— Allora vi contentate di poco: i capricci non sono belli che prima e

dopo.

— A rovescio delle commedie, che non divertono se non negl'intervalli:

la solita differenza fra l'arte e la vita.

— Quanti personaggi?

— Pochi, uno per corda basterà.

Ella sorrise.

— Sapete che mi divertite!

Io m'inchinai al complimento, ed ella proseguì:

— Ditemi almeno che cosa ne farete?

— La metterò fra altre tre, Violino, Violoncello e Contrabbasso, dentro

un libro.

— Che naturalmente chiamerete Quartetto.

E si distrasse ancora.

— Voi, che ve ne occupate come romanziere — mi si rivolse gravemente

dopo qualche minuto — avete ancora trovato un amore vero, di quelli, che

uccidono per forza propria, e non per una circostanza drammatica ed

esterna? Nel nostro secolo si ama poco, nella nostra classe non si ama

più. Guardate questa folla; le signore sono slavate, gli uomini volgari.

Se, ripetendo il celebre scherzo di Locke, applicassimo il fonografo a

questo salone, e potessimo leggere domattina le conversazioni di questa

notte, forse capiremmo anche meglio il perchè di questa osservazione,

diventata quasi impossibile a forza di essere comune, che nella nostra

classe non si ama più.

— Di chi la colpa?

— D'entrambi; di noi signore, che non sappiamo più ispirare; di voi

altri signori, che non sapete più sentire. La nostra bellezza, che era

delicata, si è fatta fievole; la nostra anima leggiera divenne futile.

L'estrema volubilità della moda ci assorbe tutto il tempo, giacchè

usciamo di casa due o tre volte al giorno, e dobbiamo improvvisare

almeno sei abiti per stagione. Quindi la nostra vanità è senza requie,

ed oramai senza soddisfazione. Vedete: oggi non vi è quasi più

differenza di classe; la moglie dell'affittaiuolo veste come la moglie

del principe che affitta; sono state educate nel medesimo convento, si

servono della medesima sarta e delle stesse beneficenze. Le carrozze

cominciano ad essere senza stemma, come le carte da visita, come le

livree senza galloni, i guardaportoni senza mazza. I saloni per

riempirsi hanno dovuto spalancare porte ed usci alla folla promiscua dei

teatri; quindi nessuno vi dominò più. Le grandi dame ricusarono di

sgrossare gl'invitati ben ricevuti e mal graditi, e trovarono più

superbo il deriderli segretamente, subendoli in pubblico; le piccole

signore vi continuarono le intimità del collegio, i borghesi vi

raccolsero i rimasugli delle antiche buone maniere, e se ne decorarono;

i popolani arricchiti, più rozzi e più forti, vi perdettero la loro

forza originale ed il loro danaro acquisito. Le loro figlie sposarono i

nobili decaduti o derubati; i loro figli si abbeverarono di umiliazioni,

ed impararono a scrivere firmando le cambiali di coloro, che sulla

onorabilità già offuscata del proprio nome li introducevano nelle case

patrizie, dorate dall'oro antico ridorate dall'oro moderno. Una volta il

salone era come una scuola superiore di buon gusto, l'anticamera

dell'accademia per i letterati, o del parlamento per i politici: gli

artisti vi arrivavano trionfando, il danaro redento da una prodigalità

sontuosa e benefica. Oggi non è più nulla: vi si parla poco, vi si ama

punto. Guardate: in tutti i saloni si giuoca; ma non ai giuochi

d'azzardo, dove le maniere si formerebbero ancora nella necessità di

mentire la propria forza o la propria fortuna, sibbene a _bezigue_ o a

picchetto. La bigotteria legittimista o mazziniana ha tolto lo spirito

di una volta alla galanteria, la sincerità alla frivolezza: non si

confessano più gli amanti, ma si palesano; lo scandalo, che spesso era

la rivelazione di una bella originalità, e quindi accolto col sorriso,

oggi è implacabilmente scacciato: e nel secolo, dove il matrimonio fu

proclamato un contratto, e i principi del sangue in esilio sposano le

figlie dei biscazzieri, non si permette più ad una signora di darsi per

nulla, ad un uomo di offrirsi per intero.

E un sorriso di leggiera ironia chiuse questa maschia invettiva. Donna

Augusta si raccolse un momento, quindi seguitò senza darmi tempo di

rispondere:

— Che cosa venite a fare nella nostra società? Voi non avete le qualità

necessarie per descriverla: non vedete come tutto vi è senza fisonomia,

faccie e discorsi, azioni e sentimenti? Non vi è più nè una bella donna,

nè un gran gentiluomo. Ieri un duca ricusava di battersi con un

deputato, adducendo per pretesto la religione, come se il duello,

invenzione cristiana, non fosse sempre stato un privilegio

dell'aristocrazia. A questa festa non si è osato d'invitare la marchesa

***, perchè fuggita dal marito, e i giornali ne hanno parlato. Guardate

in tutta questa folla; non vi è nè un poeta, nè un artista, nè un

filosofo, nè un uomo di stato. Individui senza nome proprio, nè di

famiglia, sono ammessi e fanno la legge; perchè oggi col suffragio

universale la legge è il numero; l'aristocrazia non osa più essere se

stessa, la borghesia, che ha conquistato il pensiero e il denaro, non è

ancora arrivata a preferire quello a questo; invidia i nobili, che ha

sconfitto e li scimmieggia; ne questua le parentele, ne mendica

gl'inviti. Se domani la plebe facesse una rivoluzione, i banchieri del

nostro secolo non saprebbero morire come i baroni del secolo passato; la

religione non ha più nè un apostolo, nè un pensatore; la politica un

riformatore od un tiranno. Non sorridete: bisogna bene che anche noi

donne impariamo a fare un discorso, adesso che si sta discutendo la

nostra capacità elettorale in parlamento. Sapete perchè l'aristocrazia

non ama e non lavora, la borghesia lavora e non ama, la plebe ama e

lavora? Perchè l'aristocrazia è morta, la borghesia è moribonda, la

plebe è giovane, ed ha ancora davanti a sè un avvenire.

— Siete anche voi del partito di Schopenhauer come le signore tedesche:

l'amore è il veicolo della vita?

— Forse meglio, la vita stessa: chi non vive non può amare, perchè non

ha nulla da trasmettere.

— Così votereste per la repubblica.

— Giammai, è una forma antiquata. Tutte le repubbliche, che hanno

vissuto, furono oligarchiche, le moderne non vivranno. In America,

osservate, è appena l'amministrazione di un'immensa colonia; in Francia,

un interregno; in Isvizzera, una parrocchia. Roma ha conquistato il

mondo, Venezia raccolse la tradizione di Roma: Victor Hugo con tutta la

enormità del proprio ingegno non ha potuto nemmeno rendere commovente

l'agonia della seconda repubblica francese: Gambetta colle sue spalle da

Ercole non sosterrà la terza. Solo la Comune ha saputo morire come

Sardanapalo; e, quando si muore così, si rinasce.

— Forse.

— Perchè in basso, al disotto di noi, che viviamo di tradizione e di

etichetta, di lusso e di incredulità, la plebe crea ad ogni attimo il

proprio presente, lavora per tutti e crede in se stessa. Come non

crederebbe nel moto essa, che è il vapore? Talvolta, sola in carrozza,

mi diverto a confrontare le figure che incontro. Quale differenza fra

coloro, che ordinano, e coloro, che ubbidiscono! Noi signore, colla

personcina esile e la pelle bianca per difetto di sangue, non avremo mai

figli capaci di lottare coi discendenti delle popolane dalle carni

bronzine e le spalle poderose. I nostri figli non montano nemmeno più a

cavallo, non tirano di scherma. Evitano l'università, perchè vi

troverebbero negati i loro privilegi, mentre i borghesi vi studiano

tutte le scienze per dominare fra il popolo. Ma neppur essi vinceranno.

Noi avevamo un principio ed eravamo un tipo: accampati sulle rovine

dell'impero romano, dovevamo mantenere la disciplina nei barbari

vittoriosi, e ripigliare la civiltà dai vinti: e l'abbiamo fatto. Quando

l'aristocrazia sentì scemare la propria efficacia nel popolo, si

condensò e produsse la monarchia: noi abbiamo durato qualche cosa come

una dozzina di secoli, il mondo moderno è l'opera nostra. Ma la

borghesia nata nell'ottantanove è un assurdo. Noi avevamo diviso il

mondo in due classi, ufficiali e soldati: essi vi hanno aggiunto quella

dei fornitori, e vorrebbero che il loro denaro valesse come il sudore

dei soldati e il sangue dei generali. Perchè terzo stato? Perchè non il

quarto, il quinto, tutti gli altri, sino a tornare nell'antica

divisione, da un canto i lavoratori delle braccia, dall'altro quelli

della testa? Se noi fummo qualche volta la rapina, essi sono il furto;

se noi fummo la violenza, essi sono la frode; se noi fummo la

distruzione, essi sono la fame. Ma noi almeno eravamo belli. Paragonate,

voi artista, i nostri palazzi colle loro case, le nostre chiese coi loro

teatri, il nostro onore colla loro probità. Voi sapete che il genio non

può mentire, perchè la menzogna è un'infermità. Ebbene, confrontate le

nostre letterature: per i nostri ritratti occorrevano dei Dante e degli

Shakespeare, mentre per loro oggi bastano dei Flaubert e dei Zola. La

superiorità dell'artista non è solo nell'ingegno, ma nel modello: la

scultura greca è più bella della nostra, perchè i Greci erano più belli

di noi come popolo.

Ma in quel momento cominciava una quadriglia, e il ballerino venne ad

inchinarsi davanti a Donna Augusta. Era un bel giovane biondo, dalla

fisonomia signorile e macilenta. Donna Augusta me lo mostrò con

un'occhiata, quasi a commento delle proprie osservazioni, e levandosi

con grazia inimitabile mi gettò in un sorriso la promessa di ritornare.

Rimasi solo, ancora nel turbine di quella sua conversazione. Non era

strana, perchè conoscevo Donna Augusta da due anni, e le avevo già

scoperto sotto l'apparente frivolezza della vita un colto ed originale

talento di pensatore. Come si facesse a legger tanto, e ad aver tanto

imparato, era un mistero: ma ella era al corrente di tutto, dell'ultima

moda e dell'ultimo libro. Fra gl'inglesi preferiva Carlyle, fra i

tedeschi Stirne. Però nei circoli eleganti nessuno lo sospettava

nemmeno: ricordavano ancora la sua celebre avventura, un romanzo a mille

variazioni, con un illustre defunto, al quale era mancato il tempo per

diventare un grand'uomo, un deputato morto alla sua prima campagna come

Hoche; ma i più la credevano una delle solite signore, che hanno

imparato le lingue estere dalla governante, e sanno suonare

passabilmente il pianoforte. D'altronde un piccolo difetto confermava il

pubblico in questo giudizio. Donna Augusta rideva sempre. Era un sorriso

nervoso, che le increspava la piccola bocca ad ogni minuto, dinanzi a

tutti: un sorriso, che era forse una timidezza sopra tutta

quell'audacia, un impaccio invincibile nella sua insuperabile

disinvoltura.

In quel momento Donna Augusta ballava la quadriglia con tutta la foga di

una giovinetta e la voluttà educata di una gran signora. Il ballerino,

porgendole la mano, le diceva sempre qualche motto, al quale ella

rispondeva con un sorriso, torcendosi lo strascico intorno agli

stivalini, alzandosi sopra la sua onda nera colla grazia di un'ondina e

gli atteggiamenti labili di una visione. Quindi, incrociandosi colle

amiche, alitava una parola nel loro cicalio profumato, o coglieva a volo

tutte le risorse di una posa, distribuendo i favori di un gesto,

accettando gli omaggi di uno sguardo. Il suo abito nero fra tutti quei

cilestri e quei rosa era di un effetto quasi eccessivo, di un risalto,

che le attirava involontariamente tutte le occhiate e il peso di tutte

le osservazioni. Poi mi distrassi, e le sue ultime parole mi risuonarono

ancora all'orecchio nella loro stravagante verità. Era forse la prima

volta in un salone, che una signora osasse non solo pensarle, ma dirle.

Infatti quella festa, colla sua allegria di veglione e la sua

famigliarità di club, era brutta: le signore parevano tanti figurini di

moda, gli uomini tanti camerieri. Il salone enorme colla volta dipinta

dagli Zuccari, i cornicioni frastagliati, i mobili dorati, le porte

scolpite, faceva pensare ad un'altra gente, ad altri costumi, quando le

dame erano in guardinfante, ed i cavalieri in cappa. Pochi ufficiali

facevano tintinnire le rotelle degli speroni, poche gemme rutilavano fra

quella confusione di colori. Gli uomini vestiti di nero formavano una

cintura funebre intorno al gran quadrato della quadriglia, come intorno

ad un catafalco: le signore stecchite, come tanti manichini entro le

loro corazze di seta, non agitavano che la testa, un viso di bambola,

cogli occhi lucidi, la bocca rosea, le spalle acute, il seno pallido. E

movendosi con una compostezza automatica formavano certe figurazioni

incomprensibili, aggruppandosi e sciogliendosi mutamente, in un ballo

senza musica e senza danza, l'ultima goffaggine del sussiego, l'ultima

creazione dell'impotenza.

Donna Augusta mi passò vicino.

— Ceneremo assieme: fate preparare.

Ubbidii.

Quando la quadriglia fu terminata, un cameriere ci aveva già disposto

dinanzi un tavolino nero, grande quanto un bacile, con due piatti.

— Portatemi dunque dell'acqua — ella ordinò. — Ancora un sintomo; io

sono astemia, il vino è troppo forte per noi.

— Ecco che negherete pure il vino dell'aristocrazia.

— Sicuro! — insistè con uno scoppio del suo sorriso.

— Ad un'aristocrazia, che ha avuto una parte così brillante nella nostra

rivoluzione!

— Ricasoli ha inventato il Chianti.

— Siamo giusti: contiamo, sono molti: Cavour, Manzoni, Niccolini,

Leopardi, Mamiani, Cibrario, Sclopis, Manin, D'Azeglio, Lamarmora,

Pallavicini, Capponi, Dandolo.

— Questi sono i nobili: potreste contarne altri, ma sarebbero ancora

individui. Anzitutto la nostra non fu una rivoluzione: una rivoluzione è

un'idea nella storia della umanità, la nostra fu un fatto. Per parlare

di aristocrazia, l'Italia ne aveva tre: una a Torino, una a Napoli, una

a Roma. Quella di Torino si è battuta per il re, come se si trattasse di

una conquista, e non era che una egemonia; quella di Napoli lo ha

abbandonato nella sconfitta, come ha fatto quasi sempre per tutti i

propri re; quella di Roma, la più grande, che avrebbe potuto essere

un'oligarchia, perchè in ogni famiglia vi è ancora una tradizione di

regno, non ha capito nulla, e non si è mossa. Nessuno dei nobili, che mi

avete citato, rappresenta la propria classe, come da Chateaubriand a

Montalambert in Francia gli scrittori aristocratici rappresentano la

propria. Solitari nello studio, volontari nella rivoluzione, come la

chiamate voi. L'aristocrazia è morta, osservatevi intorno.

— Questo è il suo funerale — dissi ripreso dalla mia idea.

— I perduti non ne hanno: essa è rimasta addietro nella storia, come un

reggimento di veterani in una grande marcia sforzata. Almeno avesse

avuto una Beresina!

— Le occorreva un Napoleone.

— Ogni avvenimento si proporziona i propri uomini. L'aristocrazia non ha

avuto un generale, perchè non era un esercito; un uomo politico, perchè

non era una classe; un oratore, perchè non era un sentimento. Se

l'aristocrazia non fosse stata morta, avrebbe dovuto capitanare il moto

della penisola, essa, che avanti di ogni altro poteva avere il senso

dell'unità. Prima che Mazzini predicasse la fratellanza fra le provincie

italiane e la insegnasse nelle congiure, un marchese di Napoli e un

barone di Torino erano già fratelli, perchè erano uguali. Il privilegio

serviva loro di unità. Bisognava che l'aristocrazia italiana dopo il

primo regno italico avesse aperto gli occhi, e, presentendo i nuovi

tempi, vi si fosse acconciata, acconciandoseli. In nessuna nazione del

mondo la nobiltà è numerosa e storicamente importante come in Italia:

ogni città di provincia conta ancora la propria dinastia. Tutto era

possibile ad una classe, che avrebbe avuto per sè le campagne, e non

avrebbe avuto contro nessuna altra forza di ricchezza, perchè la gente

industriale non era ancora organizzata. La borghesia rivoluzionaria, una

avanguardia di scienziati e di poeti, affamata di libertà, febbricitante

di entusiasmo, ma in fondo ammalata di vanità come tutti gli eroi, si

sarebbe battuta furiosamente sotto la nostra bandiera, perchè non

avremmo avuto che ad aprire le nostre fila, e a decorare coi nostri

titoli i suoi più illustri capitani per mantenerle la disciplina, e

toglierle ogni voglia di ribellione. Allora non vi sarebbero stati che

due soli interessi in azione: quello del popolo, che è il benessere

materiale: quello dell'aristocrazia, che è il benessere intellettuale.

Invece si unì coi preti, e credette di impedire la rivoluzione

disprezzandola: doppio errore, che produsse due deformità: il

clericalismo, che si batte oltre i confini della religione; il

legittimismo, che si batte entro la piccola cerchia monarchica per

difendere nel re i propri minimi privilegi di cortigiano. Ah! è sempre

stato il mio sogno.

— Il vostro sogno di gloria e di amore.

— Noi avremmo oggi un senato più numeroso della camera, pieno di grandi

nomi e di uomini superiori; amministreremmo tutto il paese, e non vi

sarebbero ladri nell'amministrazione; serviremmo nell'esercito, e i

nostri contadini si batterebbero come leoni col loro signore alla testa.

Avremmo un re, che sarebbe nostro pari, come un presidente repubblicano

è pari con tutti i cittadini; tutte le glorie e tutte le grandezze,

anche il papato, che avremmo subordinato alla patria, come fece sempre

Venezia. Ma Venezia era un'oligarchia, e l'oligarchia è la nobiltà nel

patriziato. Invece abbiamo degli ufficiali, che si arruolano per trenta

scudi al mese; dei deputati, che speculano sul loro mandato; dei

consigli comunali, che sono camorre; dei saloni, i nostri saloni, che

paiono sale d'ospedale, dove si raccolgono tutte le anemie del corpo e

le tisi dell'anima. Confessate, voi, che non avete la goffaggine di

essere uno dei soliti liberali, che era un bel sogno!

— Bello come l'impossibile, che è la grande tentazione dei tiranni e

delle donne. E voi adesso, invece di essere qui, sareste a Roma, nel

vostro palazzo che sarebbe una reggia, più regina della moglie del re,

perchè l'impero della donna è di inspirazione e di influenza, e bisogna

essere unicamente donna per averlo. Madame Recamier ebbe un impero ben

più vasto di madama Staël. Come le principesse del rinascimento avreste

la vostra corona di poeti e di scienziati, di politici e di capitani;

sareste un idolo ed un oracolo; gentile come Lucrezia Borgia e terribile

come Caterina Medici, riverita come Vittoria Colonna e amata come

Imperia. Il vostro salone sarebbe un olimpo, il pantheon di tutte le

grandezze, il tempio di tutte le glorie. Avreste le spade di Vittorio e

di Garibaldi nella stessa panoplia, le bandiere della Cernaia e di

Montevideo, di Goito e di Calatafimi nello stesso trofeo. Nel vostro

circolo avrebbero discusso Curci e Gioberti, Cavour e Mazzini, e

verrebbero adesso a stringersi la mano papa Pecci e re Umberto, mentre

Morelli vi cercherebbe una testa di madonna, Boito penserebbe al suo

Nerone, Carducci ad un'ode pagana, e Vera, il grande hegeliano,

mostrerebbe ad Ardigò, il nuovo positivista, il trionfo del proprio

sistema sul vostro, la necessità dei contrari e la loro fusione.

Ma ella non mi ascoltava nemmeno. Si era abbandonata nuovamente sul

divano, la faccia immobile in un pensiero. La eletta e delicata vigoria

del suo corpo si esprimeva in quell'attitudine con una potenza, che

faceva ricordare il sublime ritratto di Agrippina; ma il suo viso più

corretto nelle linee si dilatava alla fronte per una più vasta vita

cerebrale. I suoi occhi, grandi e tagliati a mandorla, avevano una

profondità dolcemente appannata, come a certe ore del mattino l'aria

vela tremolando la cavità di una forra. Le sue spalle erano larghe e il

suo seno ampio, benchè la cintura le serrasse troppo la vita, divenuta

eccessivamente sottile sotto la pressione continua della moda. A che

pensava in quel momento donna Augusta? Le dicerie sulla sua relazione

con quell'illustre defunto, che l'Italia ha già dimenticato, e che passò

attraverso il Parlamento come una cometa fra una folla di astri minori,

mi ritornarono allora nella memoria. Quelle idee, frammenti di un antico

mondo, colle quali uno spirito audace aveva forse sognato di

ricostruirne un altro, e che ella gettava alla rinfusa contro la società

moderna, come un grande artista si divertirebbe amaramente a scagliare

negli ornati gessosi dei nostri edificii i rottami di un antico

cornicione in terra cotta, mi parvero come le reminiscenze di un amore

sconosciuto fra due grandi anime, le strofe mutilate di un poema rimasto

inedito in un secolo, che non sente più l'epopea. Ella me ne aveva

discorso altre volte, ma come per incidente, vibrando il bagliore di

un'osservazione nel crepuscolo brumoso delle solite conversazioni. In

quel momento ella aveva forse abbandonato la festa, e vagava come uno

spirito, che non ha ancora potuto morire, per un cimitero silenzioso. La

sua fronte troppo vasta per una donna, e che ella, malgrado le esigenze

della moda, mostrava sempre nella sua orgogliosa nudità, aveva

l'arditezza di una cupola gettata sopra un tempio; mentre il suo

candore, che aveva resistito a tutto, pareva come la casta ragione del

suo orgoglio.

Gli invitati sparpagliati per l'immenso salone, a gruppi, presso un

divano, intorno a una poltrona; le signore sedute, gli uomini quasi

tutti in piedi rumoreggiavano fra un tintinnio di piatti e di bicchieri,

di posate e di risa; intanto che i camerieri, superbamente gallonati,

passavano e ripassavano fra di loro come tanti dignitarii in mezzo ad un

popolo. Per un momento, colle signore nascoste da tante cinture di

uomini e che non mostravano se non una macchia stuonata dell'abito, il

salone mi parve come una enorme tavolozza, sulla quale aspettassero dei

mucchi giganteschi di colori. Sebbene il vento circolasse liberamente

dalle finestre aperte, l'aria troppo satura di profumi s'aggravava sul

respiro, e le cento fiammelle a gas vibravano un calore accecante di

meriggio. L'animazione della festa era al colmo, i fiori cominciavano ad

avvizzire, la musica taceva, i discorsi si alzavano stormendo con un

suono secco di pioppi. Lo scoppio di una bottiglia di champagne tuonò.

Donna Augusta mi guardò. Mi affrettai ad alzarmi, e, inchinandomele

senza dir altro, le offersi il braccio. Ella mi guardò ancora, e si

levò. Traversammo quasi inosservati il salone: nell'anticamera le

avvolsi intorno al petto uno scialle chinese, miracolo di un'industria,

che vanta forse trenta secoli di studii e di progressi; ella mi lasciò

fare, se ne accomodò i capi sulle braccia, stringendoselo con una sola

ondulazione su tutta la persona. Si assicurò in una mano il mazzo dei

gelsomini, il ventaglio nell'altra, quindi rivolgendomi il capo respirò

potentemente l'aria più fresca dell'anticamera.

— Grazie — mi disse poi, infilandomi da se stessa il braccio per

discendere lo scalone.

Io non risposi.

Il servitore gallonato, che aspettava all'ultimo pianerottolo, ci

riconobbe e corse a chiamare la carrozza. Era scoperta: non dovemmo

attendere neanche un minuto. Ella vi salì colla leggerezza di un

levriero e per risparmiarmene il giro si sdraiò a sinistra: montai. Ella

ordinò al cameriere, che chiudeva lo sportello:

— Al lago.

La notte era tiepida, la luna sorgeva allora. Traversammo la città senza

dire una parola. I cavalli, due superbi trottatori, battevano

sonoramente l'unghia sul ciottolato, trasportandoci colla rapidità di

una visione: ma appena fuori delle mura il vento della campagna ci

richiamò colla sua dolce sensazione. Ella cangiò posa, scambiò meco

un'occhiata, e seguitò a tacere. Io aspettavo. Il nostro silenzio,

leggero come il venticello, aveva la medesima mitezza della campagna e

la stessa soavità del crepuscolo lunare. Ella pensava sempre. La

tappezzeria bruna della carrozza e l'abito nero davano alla sua testa

come una sembianza di statua, alla quale i riflessi dorati dello scialle

chinese parevano tessere un'aureola evanescente. La campagna era bruna e

profonda. L'ombre frastagliate degli alberi cominciavano a ricamare la

strada aperta dal solco raggiante dei fanali: i domestici in serpa

stavano immobili. Il suo mazzo di gelsomini avvizzito dal bollore della

festa esalava un odore più acuto ed insieme delicato, che mi distrasse.

Era l'aroma del suo pensiero femminile, o il preludio di ciò, che forse

mi avrebbe detto fra poco? Infatti si raddrizzò leggermente sul cuscino,

mosse la testa, e con quell'accento trasognato, che in lei sembrava

uscire da un lungo soliloquio, mi domandò:

— Ci pensate ancora?

Non compresi.

— Allora ecco la vostra novella.

Involontariamente mi sfuggì un atto troppo vivo di curiosità, ella lo

represse con un sorriso, e chinò il capo colla civetteria dei grandi

oratori, che preparano una improvvisazione. Il trotto dei cavalli,

cadenzato e poderoso come un rullo, avvolgeva la carrozza e dava il

prestigio di una confidenza a quanto ella stava per narrarmi. La luna

tardava a sorgere: ella incominciò nell'ombra a bassa voce:

— Vi ricordate la prima volta, che vi presentai alla duchessa di

Campiano? fu ad una festa di ballo nelle sale dell'ambasciatore di

Germania: quella sera la duchessa era anche più bella del solito, era

vestita di bianco, stellata di diamanti. Mi pare che poco dopo veniste a

dirmi molto bene della duchessa come donna e come dama; ma non mi

sovvengo che me ne abbiate più parlato. Voi partiste, ella morì dopo tre

mesi. Nessuna meglio di lei incarnava il tipo tanto studiato e così poco

capito della gran dama moderna: ne aveva tutte le qualità e tutti i

difetti, i caratteri tradizionali e le espressioni contemporanee. Nata

in una delle famiglie più nobili e più ricche di provincia, era

cresciuta a Firenze in mezzo agli splendori delle ricchezze, alle

sontuosità dell'eleganza. La conobbi maritata, ed ignoro la sua

infanzia; ma so che, essendo figlia unica, non fu posta in convento, e

che sua madre in gioventù non era stata meno bella, nè meno elegante. Il

suo fisico ve lo rammentate senza dubbio, il suo morale non lo avete

certamente nè indovinato, nè studiato. Ella aveva ventitre anni, due

bambine, sei milioni di dote, un marito. Educata in un ambiente

aristocratico al disopra del mondo, come il suo palazzo antico era al

disopra di tutte le case circostanti, ella non ne sapeva nulla; sembrava

istruita ed era ignorante, non aveva letto nessun libro forte, nè

riflettuto ad alcun problema umano: non sapeva la storia di nessun

popolo e di nessuna idea. Dolce nel carattere come tutti quelli, che non

incontrarono mai difficoltà; nervosa fino alle lagrime e all'entusiasmo,

non aveva mai provato una qualsivoglia profonda emozione di pietà o di

ribrezzo, di odio o di amore. Però aveva un'affabilità irresistibile ed

una insolenza incantevole, le maniere morbide e i sentimenti duri:

credeva nella religione senza sentirla, accettava i giudizi della

propria classe al momento che imperavamo, come ne aveva appreso i modi,

e li avrebbe forse istintivamente cercati per la delicatezza innata del

suo organismo. Superba fino ad infrangere le leggi dell'etichetta per

affermarsi più vivacemente, ma umile e tremante davanti ad ogni

pregiudizio; colla freschezza di tutti i bisogni e la decrepitudine di

tutte le idee; di una storditaggine, che andava fino alla poesia, e di

una osservanza, che oltrepassava la meticolosità; mettendosi

naturalmente al centro di tutto senz'altra attrazione che quella delle

rose, il colore e il profumo; adorando le feste e i ricevimenti,

nutrendosi di occhiate e di sorrisi, non concependo nulla al disopra di

se stessa, e non curando quanto poteva essere al disotto; sapendo di

essere bella e ricca, nobile e giovane, di possedere tutto e di potere

esigere il resto, di essere un'arbitra in casa ed una sovrana fuori; era

felice. Il suo egoismo, che aveva la profondità dell'inconscio e la

ingenuità dell'esperienza, essendo una grazia, poteva parere un diritto:

la sua bellezza aveva una gracilità, che la rendeva più poetica, e dalla

quale il mondo interpetrava facilmente la delicatezza dell'anima. Del

resto l'avete veduta. Ma quello, che tutti sentivano e nessuno

formulava, era la sua coscienza di gran dama, di unicamente dama:

vergine senza lirica, sposa senza passione, madre senza fanatismo. Le

sue bambine non erano per lei che due gioielli, i più carini, fors'anche

i più preziosi, ma solamente una decorazione; suo marito nient'altro che

il suo stesso nome e la sua posizione sociale. La vita vera per lei si

componeva del palazzo e della villa, del salone e della carrozza, di

tutte quelle compiacenze minime e quotidiane, che attirano i privilegi

della ricchezza e dell'aristocrazia, dalla servilità dei domestici alle

deferenze dei signori più cospicui, delle persone più illustri. La sua

vanità, sempre tesa come quella di una cantante, le faceva subordinare

tutta la propria esistenza all'approvazione del pubblico, che affettava

di non curare; ma il pubblico era per lei di due sorta: quello della

piazza, al quale faceva la corte, perchè lo temeva; quello dei saloni,

che le faceva la corte, perchè la desiderava. Come le sue eleganze

sorpassando la moda non arrivavano mai all'arte, il suo gusto, raffinato

senza cultura e senza elevatezza, avrebbe preferito un sopramobile ad un

quadro, uno scialle ad un arazzo. Il carattere dominante della sua

eleganza e l'ultimo verbo della sua coscienza era la distinzione; questa

parola tutta moderna, che vale da sola un dizionario, e contiene tutte

le nostre malattie e le nostre superiorità, i nostri sentimenti secreti

e le nostre preferenze confessate. Che cosa è davvero questa

distinzione, la quale si applica indifferentemente al colore di una

stoffa e alla punta di una scarpa, al portamento di una donna e alle

forme di un cavallo? Nè Baiardo, nè Vittoria Colonna, che mi avete

citato, sarebbero oggi distinti per gente di salone: forse Olimpia

Pamphili, se si occupasse meno di politica; ma Paolina Borghese col suo

bel corpo di marmo e la sua bell'anima di ferro, no certamente. La

bellezza distinta deve essere gracile o almeno angolosa, ma senza

idealità nella delicatezza, nè vigore nella angolosità; il profilo di

Napoleone primo parrebbe troppo arcigno, la testa della principessa di

Lamballe troppo vaporosa. L'affermazione, comune oggi, che le statue

greche vestite sarebbero brutte, esprime tutto il contenuto della

distinzione moderna; la quale non vuole più il nudo e non sente più il

forte, preferisce la decorazione alla semplicità, la mortificazione

della fisonomia alla sua calma olimpica o alla sua maestà eroica. I

gentiluomini emigrati a Coblenza, che trovavano ridicolo Charette, il

quale si batteva e vinceva per loro. La duchessa di Campiano, che

accusava Garibaldi di non avere un aspetto signorile, non osando più

rinfacciargli la umiltà della nascita! Così ogni vera originalità viene

condannata, poichè attesta una superiorità; mentre la distinzione non è

che una supremazia collettiva come un marchio effimero di grandi

decaduti fra la folla dei sorgenti. Quando i Greci non ebbero più nè

potenza, nè libertà, nè arte, nè filosofia, rimasero il secreto della

eleganza; sbertarono i Romani, loro padroni, col nome di barbari, e i

Romani risposero chiamandoli greculi. Forse allora fu inventata la

distinzione, come una rivincita dei vinti contro i vincitori, l'ultimo

orgoglio di una razza moribonda, l'estremo vanto di una impotenza, nella

quale sopravvivevano i ricordi e svanivano i residui di un'êra

immortale. Oggi noi siamo greculi fra il popolo, che ritorna romano.

Castellani nel medio evo, potentotti all'alba del rinascimento, principi

al suo meriggio, signori al suo tramonto, perimmo nella rivoluzione

francese. Fino all'ultimo, quando cessammo a poco a poco di essere noi

la civiltà, la proteggemmo; e l'arte e la scienza, l'industria ed il

commercio, tutto fu nostra clientela. Adesso una immedicabile incapacità

ci condanna al più ignobile dei parassitismi, siamo senza testa e senza

cuore, senza funzione nello stato e senza carattere nella nazione. Il

disprezzo del denaro, che era stata la nostra ultima virtù, è perito

colla nostra ricchezza; accattiamo gli impieghi e vendiamo i blasoni:

sopprimete la monarchia, che ci dà ancora qualche onorificenza nei balli

di corte, e saremo senza prestigio. Solo l'aristocrazia inglese, sorta

l'ultima, quando la nostra, la più antica, cominciava a decadere, ha

ancora una qualche coscienza di se stessa; ma la rivalità di opulenza

coi grandi industriali la costringe alle stesse avare cupidigie, alle

ferocie della grande cultura contro i poveri contadini; e mentre i

mercanti uccidono gli operai nelle fabbriche, i lordi disertano la

Scozia e l'Irlanda. Però la nobiltà inglese ha un orgoglio, e noi non

abbiamo che una vanità. Essa crede alla propria superiorità naturale, e

quindi empie le proprie fila di tutti gli aristocratici del caso, nati

nelle soffitte e che giganteggiano fra la plebe; giacchè l'aristocrazia

o è un fatto naturale o è nulla: noi invece ci siamo chiusi nella sua

forma storica, e vi ci siamo incadaveriti, rinnegando il principio, che

l'aveva creata, e faceva la sua forza. Quando il cristianesimo bambino

si contrappose alla filosofia greca, Tertulliano gli salvò la vita nel

terribile confronto con una sola parola: tutto ciò che vi era in essa

d'immortale era un prodromo del cristianesimo: l'aristocrazia doveva ad

ogni generazione ripetere il motto di Tertulliano alla plebe, e

strappandole ad uno ad uno i suoi grandi, dire loro: voi mi appartenete.

Invece la nostra vanità li ha respinti; mentre essi erano belli, noi

volemmo essere distinti; mentre essi erano forti, noi ci vantammo di

essere eleganti; mentre essi lavoravano, noi dichiarammo umiliante ogni

lavoro. Essi inventarono il vapore, e noi perdemmo il coraggio di domare

un puledro; svilupparono le scienze, e noi abbandonammo le scuole;

mantennero l'arte, e noi abbassammo gli artisti al livello degli

artigiani. Andammo ancora a teatro, ma unicamente per far pompa di una

indifferenza insultante, arrivando infallibilmente dopo il primo atto e

partendo al penultimo: leggemmo i loro libri, ma senza spremerne il

significato, come si odorano i fiori in certi momenti di distrazione, o

li accettammo come un omaggio dovuto alla nostra regalità, un passatempo

prodigato alla nostra noia. E per l'illusione logica di tutti coloro che

sopravvivendo a se stessi si credono i soli a vivere, battezzammo la

nostra congregazione col nome di alta società, il nostro mondo

coll'aggettivo di grande. Poi costretti all'appariscenza del lusso, non

avendo più alcuna apparenza di grandezza, fummo più condiscendenti verso

il danaro che verso l'ingegno; non dimandammo la fedina criminale

all'usura, e chiedemmo al genio il suo blasone. Le signore presero per

propri i colori della tisi, non ispirarono più passioni e non ne

sentirono; bandirono dalla vita l'idillio ed il dramma per lasciarvi una

commedia senza spirito, una satira senza profondità. Per essere

veramente dame cessarono di essere donne: ebbero una religione senza

pietà, una fede senza luce; furono senza patria, perchè non avevano più

famiglia; senza poesia, perchè erano senza vita. Ah! me ne dimenticavo

quasi, la duchessa di Campiano era così.

E donna Augusta si raccolse un istante.

— Quando conobbi la duchessa di Campiano la sua bellezza era in fiore, e

la sua celebrità cittadina nel massimo frastuono. La sua vita, vuota di

sentimenti e di azioni, era occupata febbrilmente dalle visite e dai

balli, da tutte le necessità mondane delle sue innumerevoli relazioni e

dei suoi trionfi. Colla casa piena delle più abili cameriere, non

pensava mai che alle eleganze della toletta, alle soddisfazioni delle

più minuscole vanità. La duchessa di Campiano non aveva salone. Dava due

o tre grandi balli nell'inverno, qualche mattinata, qualche rarissima

serata, se qualcuno o qualche cosa gliene fornivano il pretesto, perchè

non sentiva nè il raccoglimento della famiglia, nè l'intimità di una

corte. Le occorreva la folla sempre e dappertutto. I suoi trionfi di

decorazione avevano d'uopo di una luce da palcoscenico, del fracasso di

una grande orchestra, dell'applauso di una platea; e quindi le conveniva

mutare spesso di pubblico per non stancarne la sensibilità di spettatore

e permettere a se stessa il _bis_ di qualche abito o di qualche piccolo

motto. Come una prima donna nella retroscena di un teatro fra la folla

degli inservienti e degli istrioni senza nome, la duchessa di Campiano

era sempre sola nel suo palazzo e fuori, camminando circonfusa di una

superbia indefinibile, passando come una visione che non scaldava i

cuori e non ottenebrava le menti; leggiera ma inconsistente, profumata

ma insipida, insensibile ma non sentita. Tutti la vantavano, e nessuno

l'ammirava. Aveva dello spirito, e i suoi motti non restavano; era

bella, e non aveva ancora destata una passione.

Ma ella non se ne accorgeva. La necessità di questa prova, che è una

tentazione degli spiriti elevati, ella non la sospettava nemmeno; la

unanimità dei complimenti le attestava la propria eccellenza, le

temerità di qualche uomo, che come baleni da una nuvola troppo carica di

elettrico le scattavano attorno, le provavano la sua onnipotenza di

donna. Non avendo mai riflettuto, non aveva mai dubitato: invece di

osservare, guardava; invece di cercare, accoglieva. Ella era

dappertutto; non avrebbe permesso ad un ballo di essere citata senza

avervi fatta una apparizione; ai bagni, non si sarebbe lasciata passare

un'onda al di sotto senza sollevarvisi. Come una regina, aveva nominato

le proprie dame di corte, quattro o cinque signore, alle quali gettava

gli avanzi dei propri trionfi, e che la decantavano dovunque per

dichiarare la propria intimità con lei e col suo genere di vita. Una

sola volta disse meco di volersi comporre un salone, ma le difficoltà ne

la spaventarono; e non vi sarebbe riuscita. La povera duchessa avrebbe

dovuto far ballare tutte le sere per divertirsi e per far divertire.

Ella non lo voleva, e il duca non glielo avrebbe permesso malgrado la

sua grande condiscendenza. Essi vivevano quasi separati in un commercio

molto amabile ed insieme molto freddo. Il loro matrimonio, determinato

da mille ragioni di interessi, non aveva avuto naturalmente che il

significato di una associazione, nella quale la galanteria era potuta

arrivare sino alle conseguenze dell'amore. Del resto il duca era un

gentiluomo molto distinto, che sapeva dirigere un ballo come guidare un

tiro a quattro, e avrebbe disimpegnato nobilmente qualunque carica a

corte. Non aveva voluto essere deputato; ma, appena l'età glielo

permettesse, sarebbe senatore. Che cosa egli medesimo facesse e di che

vivesse, era un mistero: era non so cosa in municipio, qualche cos'altro

in molte banche, presidente di una società operaia o simile, per quella

solita contraddizione del popolo, che odia i signori, e non sa far

niente, se non sono almeno in apparenza alla sua testa; ed ecco un

sintomo della legittimità dell'aristocrazia. Ma il duca lasciava la

massima libertà alla duchessa. La conobbi e mi piacque: ella mi preferì

per un certo tempo, perchè con tutte le smanie secrete di sovranità,

aveva un bisogno ancora più secreto di essere dominata e di obbedire.

Come a tutti i satelliti le occorreva un astro, intorno al quale

gravitare; e prima che entrassi nella sua intimità, era quasi a

discrezione di una cameriera. La duchessa, che parlava moltissimo come

tutte le signore senza spirito, mi raccontò presto tutta la sua vita e

le sue idee, con la ingenuità di chi non può nemmeno sospettare di aver

torto, perchè non vede il contrario. Non era nè felice nè infelice, ma

era contenta senza volerlo ammettere, per quella condiscendenza volgare

verso il dolore, che è in tutti i discorsi sulla vita. Forse qualche

volta si annoiava, ma era una lassitudine dei nervi, più che una

stanchezza dello spirito, una disoccupazione della testa, piuttosto che

un vuoto nel cuore. Siccome si afferma che il cervello di noi altre

donne è più piccolo di quello degli uomini, avrei voluto vedere quello

della duchessa, perchè fra il cervello di noi signore e quello delle

altre donne ci deve essere altrettanta differenza. Benchè facciate il

romanziere, non saprete mai misurare il cervellino di una dama, e farne

la nomenclatura delle idee. Un uomo solo, il più gran genio del nostro

secolo, Balzac, ci ha ritratte con una verità insuperabile ed

insultante, impassibile ed immortale. Voi, mio caro Di Banzole,

perderete dieci volte la vita prima di apprendere a decomporre la più

semplice delle nostre fisonomie, a risolvere la più facile delle nostre

contraddizioni. Forse il piccolo è più difficile del grande, forse il

microscopio ha più secreti del telescopio. Nemmeno le grandi donne vi

riescono: guardate la Stäel, George Sand, Giorgio Eliot, Elisabetta

Browning, e paragonatele a Balzac. Le loro analisi femminili sono le più

monche e le più false della letteratura moderna: o romanticismo tragico

della prima maniera, o romanticismo casalingo della seconda; analisi

vera mai. Quante volte Balzac deve aver sorriso dall'alto della sua

immensa opera di titano, osservando le grandi scrittrici del nostro

secolo salire sulle montagnuole dei giardini per imitarlo, e credere

così di riuscirvi. Non si giudica se non ciò che si è oltrepassato; non

si ritrae se non quello che ci è sottoposto: noi donne non possiamo

comprenderci, e gli uomini non lo possono del pari, se non alzandosi al

disopra del rapporto, che li unisce con noi. Dante, Shakespeare, Goethe,

Balzac... Anche voi altri siete in pochi. Ma se i primi tre sorpresero i

generi e le specie, il quarto fece ancora meglio, e sorprese le famiglie

e gli individui. Oggi si vorrebbe fare di più, e Zola studia le

malattie; ma ciò è molto meno, perchè le eccezioni sono più facili della

regola, ed hanno fatalmente minore estensione e minore profondità. E

voi, Di Banzole, dove tendete col vostro povero lirismo filosofico, che

non riscalda e non rischiara, che ha tutti i difetti della lirica e

della filosofia, quando vogliono diventare drammatica? Voi, che siete

sempre al di là del vero, e al disotto del bello: povero romanziere di

una nazione, che non ne ha avuto che uno, e non ne ha più; che credete

alla necessità di scrivere, mentre potreste fare come me, che racconto

solamente...

— Raccontate dunque.

— È vero. Quasi rimpetto al palazzo della duchessa di Campiano,

all'angolo di una casetta antica colle bifore, appoggiato ad un pilastro

di granito rosso, stava sempre un povero zoppo. I suoi cenci pieni di

colori e di buchi avrebbero entusiasmato un pittore, la sua testa fatto

fantasticare più di un poeta. Una gran barba, che cominciava a

brizzolarsi anzi tempo, gli saliva fino agli occhi, e gli scendeva sul

petto. I capelli gli uscivano a ciuffi dalle orecchie, e quando si

traeva il berrettone per tenderlo col gesto umile del mendicante, gli si

vedevano incollati sulla fronte, come a certe figure delle stampe

antiche. Era zoppo da una gamba, pallido e sofferente. L'enormità del

suo piede infermo, tutto fasciato di stracci, spiegava forse

l'espressione macilenta del suo viso, e la malinconia del suo sguardo.

Aveva gli occhi neri, oblunghi, di un taglio squisito e di una

profondità mistica. S'appoggiava su due gruccie; una lunga, imbottita,

che gli sorreggeva l'ascella; l'altra piccola, a bastone, sulla quale la

sua mano si era deformata nella lunga e faticosa pressione. Da qualunque

finestra del palazzo Campiano vi affacciaste, eravate sicuro di trovarlo

accanto al suo pilastro, la fronte china, le spalle curve. Quando

pioveva, si riparava sotto l'arco della porta più vicina, e vi restava

invariabilmente sino all'ora di notte. Quindi se ne andava a passo

lento, e mi ricordo di aver sentito più di una volta dall'appartamento

della duchessa la percossa cadenzata delle sue stampelle, che nella

notte rimbalzava sino ai vetri delle nostre finestre. La mattina tardi,

mai prima delle nove, ricompariva al suo posto. Non chiedeva l'elemosina

che alla gente ben vestita, ma la dimandava col gesto: si spiccava

appena dal pilastro, allungando uno dei bastoni, si protendeva,

abbassava la testa, alzava gli occhi con una attitudine da martire. Il

suo berrettone, scuro e senza fiocco, era di quelli, che usano i

carrettieri nella campagna romana. Ma non ringraziava altrimenti che

battendo gli occhi e non invocava mai il nome di Dio. Forse la

distinzione delle sue maniere, Donna Augusta ebbe un sorriso, e la sua

poca importunità gli valevano la tolleranza delle guardie, e un ricolto

quotidiano abbastanza abbondante. Però egli non mutava mai vestito;

solamente nell'inverno si ravvoltolava in un mantello vecchio, a doppio

bavero, con un grosso fermaglio a catenella di ottone, e si metteva due

guanti a maglia senza dita. Il pallore di quel po' di faccia scoperta

gli si faceva livido, e l'occhio gli si velava di una lagrima diacciata.

Ma nemmeno allora, sotto il peso di quella nuova miseria, apriva la

bocca, o faceva un gesto di più. Per una di quelle solite

contraddizioni, che sono quasi sempre un'insolente ironia, si chiamava

Prospero; e i monelli, che qualche volta avevano cercato inutilmente

irritarlo, lo avevano battezzato Prosperaccio. A pochi passi, svoltando,

v'era la chiesetta di santa Barnaba, nella quale la duchessa andava

quasi sempre la domenica a messa. La messa era alle undici e mezzo.

Appena ella usciva a piedi del portone, Prospero, che spiava chissà da

quanto tempo, si raddrizzava alla meglio, tirava indietro il piede

ammalato, e si cavava il berrettone come i devoti all'avvicinarsi del

viatico. La duchessa ne sorrideva nel suo interno, e gli dava

invariabilmente mezza lira. Ma neanche a lei Prospero aveva mai detto

grazie colla voce. Se fra giorno la duchessa usciva a piedi, sola, e

passava dall'altro canto della strada, Prospero non le andava incontro

ad importunarla; restava addossato al proprio pilastro, dritto nella

posa più composta, e si cavava il berrettone senza curarsi che la

duchessa lo vedesse o no, e gli rispondesse con uno dei suoi invisibili

cenni del capo. Se la duchessa gli passava vicino in compagnia di

qualche amica, Prospero si traeva rispettosamente il berrettone, ma non

lo allungava. La duchessa colpita da questa discrezione piena di buon

gusto lo aveva elevato a suo primo povero, e ne aveva parlato colle

signore. Qualcuna era passata apposta di lì per conoscere Prospero, gli

aveva fatto l'elemosina, ricevendo lo stesso ringraziamento muto, e

riportandone la stessa buona impressione. Ma a poco a poco Prospero era

entrato nel palazzo di Campiano. Non che vi avesse mai posto il piede,

ma aveva attirato l'attenzione dei domestici, sempre pronti a

sorvegliare le preferenze dei padroni; e la sua sorte se ne era ancora

avvantaggiata. Le cameriere gli davano qualche soldo, gli sguatteri

qualche avanzo. Egli accettava tutto cogli stessi buoni modi, ma non

parlava che con una vecchia guardarobiera, la quale, passandogli

innanzi, si fermava sempre a dirgli qualche cosa. Non so qual genere di

amicizia fosse la loro, ma ella se ne vantava cogli altri servitori, e

aveva potuto parlarne anche colla duchessa, che aveva sorriso. Prospero,

raccontava la vecchia, le dimandava sempre nuove della salute della

signora duchessa, parlava di lei come di una santa, e le augurava tutte

le felicità; una volta aveva persino chiesto se era contenta al mondo, e

se andava bene in famiglia.

— Figuratevi, tutti l'adorano.

— Lo credo bene — aveva risposto Prospero; poi aveva strizzato gli occhi

soggiungendo: — e col signor duca?!

— Ma si adorano: non vi è mai stato marito e moglie che si amino di più.

La duchessa sorrideva sempre di questo racconto, che l'altra le ripeteva

ad ogni caso, con intenzione maligna, mentre invece chissà cosa aveva

raccontato a Prospero sulle relazioni intime della duchessa col duca.

Infatti la loro freddezza non poteva essere un secreto nel palazzo. Il

duca allora aveva una ballerina celebre, che gli costava più di uno

scandalo. E poco a poco io stessa mi ero interessata a quel povero

zoppo. Qualche frase della duchessa, la miseria pittoresca degli abiti

di lui, l'espressione quasi mistica della sua faccia, il suo contegno,

la immobilità della sua vita, lì, all'angolo di quella casa, mentre

tutta Firenze gli si agitava incessantemente intorno, me lo richiamavano

tratto tratto alla mente con una di quelle insistenze inesplicabili, le

quali ci producono la sensazione indefinibile di qualche cosa, che stia

per aggiungersi alla nostra vita, di un altro filo, che entri nella

nostra trama. Ma quando gli passavamo innanzi colla duchessa, siccome

gli guardavo nella faccia, egli evitava costantemente, e con una specie

di paura, il mio sguardo. La duchessa invece arrivava qualche volta

perfino a sorridergli. Una domenica di primavera, che ritornavamo da una

visita, la duchessa aveva un mazzo di viole bianche ad un bottone del

cappotto: quella mattina ella era di una gaiezza eccessiva: appena vide

Prospero si cercò in tasca il portamonete, ma non trovandoselo, si

sbottonò il cappotto:

— Poveraccio! — esclamò col suo riso inimitabile — dammelo tu, Augusta.

Gli eravamo già davanti. Prospero, che si era tratto rispettosamente il

berrettone vedendoci spuntare all'angolo della strada, si curvava già

per il suo inchino, quando la duchessa nel riabbottonarsi il cappotto

perdette una viola. Malgrado la difficoltà di quell'attitudine e della

gruccia, colla quale si sorreggeva, Prospero si precipitò per

raccoglierla con tale violenza, che gli strappò un urlo sommesso di

dolore; si rialzò pallido come uno spettro, e mentre stavo per aprire il

mio portabiglietti, ci disse con accento cavernoso:

— Se la mi permette, tengo questa.

La preghiera andava alla duchessa, ma era rivolta a me. Lo sentii, e

sentii che Prospero mi temeva. La duchessa soffocò una risata al

complimento, lo ringraziò con un moto di testa come avrebbe risposto in

un salone alla galanteria di un principe del sangue, e passammo oltre.

Ne scherzò meco lungo tutta la strada, poscia non ne parlammo più. Poco

dopo io partii per Ostenda. Quando ritornai, qualche cosa era accaduto

fra il duca e la duchessa. Una sera d'estate, che uscendo dal Niccolini

si erano fermati a prendere un sorbetto al Bottegone, una ragazza ed un

vecchio vennero a piantarsi davanti al loro tavolino. Il vecchio suonava

la viola, la ragazza cantava accompagnandosi sulla chitarra. Quella

ragazza, l'ho poi vista molte volte, era di una rara bellezza, sebbene

già avvizzita. Si diceva spagnuola, e vestiva il costume andaluso come

lo acconciano in teatro, ma forse non era che siciliana. I capelli di un

nero senza nome, pieni di ondulazione e di lampi, le incorniciavano con

civetteria di ritratto il volto livido ed ovale. Aveva una fronte molto

alta, con due sopracciglie troppo sottili, ma di una grande purezza di

disegno, sopra due occhi, dei quali era impossibile immaginare gli

eguali. Erano così profondi, che di primo tempo non se ne sentiva la

grandezza: avevano le palpebre quasi lunghe come la frangia della

gonnella, e una luce che teneva dell'abbarbaglio. Il naso leggermente

ricurvo colle narici palpitanti le dava un profilo da uccello di rapina,

mentre le labbra, rientrando, le lasciavano trasparire la bianchezza

stridula dei denti di porcellana. Era di mezza statura, le spalle

piuttosto curve, i fianchi arcuati, le braccia lunghe; ma il busto, a

colori sotto la baschina nera, le rialzava il seno con una temerità, che

aveva quasi della violenza, e dava al difetto delle sue spalle e dei

fianchi tutta la provocazione, che possono contenere questi due

deliziosi difetti. Infatti il suo collo era curvo come le sue spalle;

pareva tutta un po' curva, col seno troppo alto come le donne, che

sapendone profittare, vi mettono col piccante di una sincerità la

tentazione di tutte le interpetrazioni. Quindi camminava quasi sempre a

testa china, appoggiandosi naturalmente la chitarra sul grembo turgido

come il seno. Spesso pure si guardava i piedini, i più piccoli che io

abbia visto, calzati invariabilmente di una scarpetta scollata, di pelle

bronzina, sopra le calze di una tinta molto pallida. Ma quando guardava

era un'impressione di luce come il muoversi di uno specchio, dentro al

quale mille lingue di fiamme vampeggiassero e svanissero. Però la sua

voce stridula sarebbe stata insopportabile senza la stravaganza di quel

costume, e la poesia della sua figura. A Firenze le avevano messo nome

la Gitana, ed era l'avvenimento di tutti i caffè. Una folla di ragazzi e

di donne la seguivano di uno in altro più per vederla che per udirla.

Ella cantava una romanza spagnuola, o togliendo di mano al vecchio, un

insipido figurante, la viola, vi suonava alla meglio un fandango. Quando

aveva finito si traeva di tasca un piattino bianco, e andava

disinvoltamente in giro, destreggiandosi tra le frasi e le occhiate. La

prima sera il duca e la duchessa si erano fermati ad udirla quasi con

piacere; ma, tornandosi a casa la sera dopo, allo svoltare di una strada

avevano trovato la Gitana. Il duca, pretestando di essere aspettato

altrove, aveva lasciato la duchessa al portone, ed ella si era

naturalmente immaginato che ritornasse sulle orme della Gitana. Infatti

era stato così. La duchessa, che non poteva essere gelosa, non si

sarebbe occupata di questa nuova avventura, se il duca non si fosse

imprudentemente mostrato la notte in ogni caffè di Firenze dietro la

Gitana, come un novellino. Le amiche della duchessa si affrettarono

quindi a pungerla con nuove malignità; e, malgrado che ella ne ridesse

con una gaiezza fino ad un certo punto sincera, la sua indifferenza non

giunse a togliere ogni alimento alla loro cattiveria. O il duca

impazzisse davvero, o qualche cosa di funesto dovesse cadere sulla

famiglia Campiano, il suo carattere si era fatto piuttosto chiuso,

perdendo così col bell'umore la sua sola grazia. Un'altra sera, al

Bottegone, che la marchesa Erminia d'Armillara era colla duchessa e col

duca, la Gitana venne a postarsi davanti al loro tavolino. Io ero a

pochi passi col povero Rattazzi. La Gitana aveva rinnovellato il proprio

abito, conservandone ed arricchendone il costume. La baschina nera

ricamata in oro sfolgorava, il busto aveva un balenio d'iride, le calze

erano di seta, e un magnifico fornimento di corallo rosa le ornava la

testa ed il collo, i polsi e gli orecchi. M'ingannai o mi parve che ella

mettesse una speciale intenzione nel prescegliere il tavolino della

duchessa, la quale naturalmente finse di non accorgersene.

Quella sera i tavolini erano più affollati, la gente gremiva il

marciapiede: sarà stata circa un'ora; non passava più alcuno per la

strada. Tutta quella gente che si era fermata al caffè veniva da teatro.

La Gitana cantò una romanza napoletana, come un complimento, che ella

spagnuola facesse all'Italia, e che la goffaggine del suo accento

straniero rendeva più grazioso. La canzone aveva il colore e la nudità

del mezzogiorno. Il pubblico, in quell'ora per la maggior parte di

giovanotti eleganti, l'accolse con una simpatia clamorosa: e quindi

s'intesero dei bisbigli, che scoppiarono al finale in un motteggio di

applausi. Ma tutta quella folla aveva penetrata la oltraggiosa

intenzione della Gitana; la presenza della duchessa atteggiava quasi

drammaticamente la volgarità della scena. Il duca, che non poteva non

provare quella tensione, profittando del cicalio della duchessa colla

marchesa D'Armillara, per una delle sue morbose vanità di scandalo, si

mise francamente a guardare la Gitana. La quale cantò la romanza più

malamente del solito. Si volle il _bis_, la replicò, la dovette

replicare ancora, e andò in giro. La duchessa, che non perdevo d'occhio,

ebbe un'occhiata sublime di indifferenza quando la Gitana le si presentò

col piattello: mi sembrò che l'altra trasalisse, ma certo trasalì la

folla, che passò istantaneamente dalla parte della duchessa. La Gitana

proseguì la questua sotto il nuovo peso di tutti gli sguardi e la

percossa di tutte le parole, e si fermò davanti a noi. Il povero

Rattazzi la guardò attraverso i suoi occhiali usi a scrutare

dappertutto, la prese, la gittò dentro uno dei suoi motti, profondi e

freddi come un pozzo. In quel momento alla luce di un fanale scorsi

Prospero appoggiato all'angolo del Duomo, che seguiva collo sguardo la

Gitana. Non so perchè fremetti. Poi la Gitana prese dal vecchio la viola

e suonò la nuova canzone di Piedigrotta con una posa più corretta di

artista: salutò, partì, gran parte del pubblico fece altrettanto. Allora

me ne andai io pure senza parlare alla duchessa. L'indomani ricevetti un

suo biglietto pressante; risposi che non avrei potuto sull'atto, e che a

sera sarei passata al suo palazzo. Mi aspettava: era agitata, una

collera fredda le balenava dagli occhi. Senza darmi nemmeno il tempo di

interrogarla, mi raccontò come il duca volesse invitare la Gitana per la

loro ultima serata d'addio agli amici, prima di partire per Sesto

Fiorentino. La duchessa aveva sulle prime creduto ad uno scherzo di

cattivo genere, ma egli si era fatto serio, mettendosi a spiegarle tutte

le ragioni in favore della propria proposta. Certo la Gitana era

tutt'altro che una buona cantante, ma essendo spagnuola, col costume

spagnuolo, suonando dei balli di Spagna, offrendo così l'occasione di

improvvisarne qualcuno colle nacchere, diventava più che possibile in

una serata di amici, che l'avrebbero presa come un anticipo sui

divertimenti della campagna. E il duca tornava sullo scherzo con quella

persuasione dei propositi deliberati, che fanno sentire sotto la gaiezza

dell'accento l'irritazione di uno sforzo. La duchessa offesa più nel suo

orgoglio di dama, che nella sua dignità di donna, si era opposta con

risolutezza sprezzante, senza degnarsi neppure di cercare se sotto

quella sconvenienza si nascondesse una abbiezione. La discussione, lunga

e difficile per se stessa, si era finalmente conchiusa in un alterco; ma

siccome il duca non poteva addurre altre spiegazioni a questo capriccio

che la propria volontà, la duchessa aveva allora dovuto provarne la

percossa come donna. La sua testa ne aveva rintronato, immaginandosi

subito che quello fosse un proposito della Gitana per mettersi meglio in

voga, una condizione infame che gli avesse messo ai propri favori.

Qualunque altra donna al posto della duchessa avrebbe trovato nello

sdegno o nel dolore della propria coscienza la forza di umiliare o di

convincere quell'uomo: sarebbe stata solenne nel silenzio, e eloquente

nelle parole; avrebbe avuto di quelle frasi che tolgono il respiro, di

quelle osservazioni che dissolvono ogni pertinacia. Ella non trovò

nulla. Non contrappose che la propria vanità di dama, non invocò che le

convenienze dell'etichetta: poi gittandosi nell'ironia, senza osare di

strappargli il secreto, volle flagellarlo col ridicolo di ricevere

condizioni chissà da chi e a che prezzo, mentre tutta Firenze ne rideva.

Il duca, che non mancava al tutto di spirito, l'aveva rimbeccata; i

sarcasmi erano arrivati fino alle insolenze, le insolenze quasi alle

minaccie. Ella già impaurita aveva allora dichiarato che ritirerebbe

gl'inviti: egli l'aveva guardata freddamente negli occhi, e l'aveva

sfidata a questo coraggio. Quello sguardo l'aveva atterrata. Il duca se

n'era andato intanto che ella scoppiava a piangere; e in quel momento,

raccontandomelo, le lagrime le tornavano nuovamente agli occhi. Sulle

prime aveva pensato di dare la serata, e di mancarvi con un pretesto

qualunque; ma poi aveva riflettuto che la sua assenza renderebbe anche

più viva l'ingiuriosa presenza della Gitana nel suo salone. Era pallida,

cogli occhi gonfi, la testina arruffata e spiritata. La inanità della

sua natura si rivelava tutta in quel frangente, guadagnandovi quasi una

grazia di bambino. Le idee più strane, i divisamenti più inconcepibili

le si affaccendavano nel discorso; poi ne smarriva il filo, e si

abbandonava a lagnanze di un comico irritante. L'ascoltai pazientemente.

Però siccome non le rispondevo, alla fine s'inciprignì anche meco. Le

amiche l'abbandonavano. Invece non volevo che vedere a qual partito si

appiglierebbe; ma non ne trovando, conchiuse quasi sbadatamente di

avermi mandato a chiamare perchè le dissuadessi il marito. Allora le

feci notare la sconvenienza di invocare un estraneo in questo loro

pericoloso dissenso; se non che mi interruppe, e passandosi la mano

sulla fronte con un gesto carino, inesprimibile di superbia, disse:

parliamo d'altro. Quindi si mise per altri argomenti senza però diventar

più calma. Eravamo nel suo salotto favorito, una scatola di raso, un

astuccio delicato per una preziosa pupattola. Malgrado il turbamento di

quella giornata, ella aveva trovato il tempo per una toletta dolcissima,

di un buon gusto minuzioso, che finiva di togliere alla sua figura ogni

supposizione di forza, per lasciarla come dentro un vapore bianco,

un'aria profumata. Nessuno dei suoi lineamenti esprimeva un pensiero,

nessuna delle sue contrazioni tradiva una passione. Allora la richiamai

al primo discorso, promettendole di fare ogni possibile per distogliere

il duca dal suo tristo capriccio, se le circostanze me ne porgessero il

destro. Ella mi enumerò quindi tutte le necessità dei riguardi mondani,

il rispetto del nome, del salone, degli invitati, e conchiuse:

— Infine anch'io sono donna.

Quando uscii dal palazzo rividi Prospero non più appoggiato al suo

pilastro, ma dirimpetto al portone. Erano le dieci. L'osservai

meravigliata di quella sua ora insolita, e mi parve che egli pure mi

esaminasse; ma i miei cavalli partirono rapidamente, e lo perdei.

L'indomani mi fu impossibile vedere il duca; assunsi qualche

informazione, e seppi che tutte le sere andava dalla Gitana, la quale

abitava il pianterreno di una casipola a S. Spirito. Recandomi quindi

dalla duchessa, per strada, vidi la guardarobiera stretta in colloquio

con Prospero al solito pilastro. Credetti che si trattasse di una

confidenza, perchè parlavano in fretta, a bassa voce, Prospero cogli

occhi fissi al suolo, come chi stia per prendere una risoluzione,

l'altra con gesti concitati, guardandosi spesso intorno. Quando mi

scorse, sussultò, ne diede l'avviso a Prospero, che levò repentinamente

la testa, scambiarono ancora una parola, e si separarono. Ma la vecchia

forse temendo che la interrogassi, invece di entrare a palazzo, tirò

oltre. La duchessa non era in casa. Ripassando dinanzi a Prospero mi

sembrò che fosse più pallido e sofferente, si trasse rispettosamente il

berrettone, ma non me lo tese. Io stessa ero nervosa: nella sera

Rattazzi venne a vedermi, e mi distrasse. Eravamo alla vigilia

dell'ultima spedizione di Garibaldi a Roma, vi basti questo. Rattazzi mi

espose il proprio piano, nel quale il pubblico non doveva capir nulla,

come infatti avvenne, e che doveva attirargli, sulla sua piccola testa

di grand'uomo, la esecrazione temporanea di tutto il paese. In quel

momento Rattazzi era persino bello: i suoi occhi bruni ed acuti come la

punta di un succhiello avevano attraverso gli occhiali un dardeggiamento

assiduo ed insopportabile; le sue frasi scattavano, la sua ossuta figura

di scheletro pareva slogarsi a certi gesti terribili ed imprevisti. Il

duca e la duchessa colla miserabilità dei loro dissidii mi passarono

quindi di mente; ma all'indomani la _Gazzetta d'Italia_ annunziava che

la Gitana era stata uccisa nella notte, tornandosi a casa, per un

viottolo presso S. Spirito, da un accattone zoppo, che si chiamava

Prospero. Compresi subito che doveva essere lui. Il giornale raccontava

tutti i particolari della tragedia. Pareva che da qualche notte lo zoppo

pedinasse instancabilmente la Gitana; e più d'una volta, fermandola per

chiederle l'elemosina, avesse tentato di parlarle: ella gli aveva badato

poco o punto, finchè l'ultima sera aormandola sempre a poca distanza,

Prospero l'aveva raggiunta per quel viottolo deserto. Era oltre

mezzanotte, non passava anima viva. Prospero si era levato il berrettone

colla sinistra, tenendolo umilmente; ma la Gitana, importunata, gli si

era rivolta di mal garbo, e il vecchio suonatore lo aveva minacciato. In

quello stesso punto Prospero si era allungato improvvisamente vibrandole

una orribile coltellata nel seno: la Gitana era caduta gittando un urlo

straziante, il vecchio si era slanciato; ma, vedendo l'altro col

coltello fumante, aveva pensato meglio di darsela a gambe, mentre

Prospero, che, perduto l'equilibrio, si reggeva a stento sul bastone,

traboccava egli pure sul corpo insanguinato della Gitana. La strada era

deserta, il vecchio suonatore scomparso cacciando stridi da spiritato.

Che cosa si fossero detti quei due in quel momento nessuno lo sapeva; ma

quando sopravvennero le guardie, e fu prontamente, la Gitana era morta.

Due seconde coltellate, una alla gola e l'altra al cuore l'avevano quasi

dissanguata; Prospero, che le aveva lasciato il coltello nell'ultima

ferita, tentava di rialzarsi sulla gruccia. Alle interrogazioni violente

delle guardie, e a tutte le irruenze dell'altro vecchio, che vedendolo

disarmato voleva finirlo, non aveva risposto una sola parola; solamente

aveva osservato che ammanettandolo non avrebbe potuto camminare; e si

era lasciato condurre al primo corpo di guardia. I questurini avevano

raccolto la chitarra rotta ed insanguinata; il coltellaccio omicida era

terribile, un'arma da beccaio perfezionata da un assassino. Vi ho

ripetuto tutti questi particolari perchè mi si sono fissati uno ad uno

nella mente. Ma quale era la causa di un simile delitto? La _Gazzetta_,

che vi consacrava un lungo articolo colla compiacenza propria dei

giornali per i delitti misteriosi, moltiplicava le congetture più

drammatiche, finendo per attaccarsi all'ultima, che Prospero fosse

disperatamente innamorato della Gitana. Intanto prometteva per

l'indomani altri dati sulla vittima, che pareva una signora napoletana,

costretta da una passione infelice a quel povero e tristo mestiere.

Tutta Firenze non parlò che del trucissimo caso, e del lungo articolo

della _Gazzetta_; la curiosità cittadina fu eccitata, gli altri giornali

intervennero, e allora le ipotesi e le spiegazioni si urtarono. Ognuno

conosceva qualche lembo del secreto, qualche circostanza decisiva; fu un

pettegolezzo assordante e feroce. Quel dopo pranzo la duchessa era

venuta a trovarmi e non aveva dissimulato la propria allegria. Mi

assicurò che Prospero era proprio lui, e che era innamorato della

Gitana. Siccome lo aveva letto nella _Gazzetta_, lo aveva già creduto.

Avrebbe desiderato parlarmi del duca, ma voleva essere interrogata, e

non lo feci. Allora l'inconscia brutalità del suo egoismo, che in quella

tragedia, forse degna di un grande poeta, non vedeva se non il trionfo

legittimo di un'etichetta, mi irritava contro di lei. Domenica sera la

sua ultima serata non avrebbe una stonatura! Ma fossi troppo aggrondata,

o ella sentisse confusamente in me la cattiva impressione dei suoi

discorsi, e ne temesse qualche scoppio, mi fece ancora un complimento, e

se ne andò. Seppi che la sera di quel giorno il duca partì per Sesto

Fiorentino. L'avventura ben altrimenti sanguinosa di Mentana mi fece

presto scordare di Prospero; quando, molti mesi dopo leggendo nella

stessa _Gazzetta_ il resoconto del discorso di Rattazzi, quel capolavoro

che durò tre giorni e che io andavo religiosamente ad ascoltare dalla

tribuna diplomatica, mi cadde sott'occhio l'annunzio della causa di

Prospero. Era per l'indomani. Difendeva un avvocato di nome ignoto come

accade sempre per i poveri; un giovane, che adesso è una piccola

celebrità ed un piccolo talento. L'indomani Rattazzi non parlerebbe.

Decisi quindi che sarei andata alle Assise. La sera m'incontrai da Gino

Capponi colla duchessa, la quale aveva pure letto l'annunzio, e si

sentiva la medesima voglia: concertammo di esservi insieme. Era una

magnifica giornata. Andando a prendere la duchessa nella mia carrozza,

rividi il pilastro abbandonato di Prospero, e tutti i particolari e le

congetture della catastrofe mi si affollarono torbidamente nell'anima.

Un mistero così profondo, che nessuno l'aveva ancora penetrato e che non

si scoprirebbe nemmeno al processo, stava forse in fondo a quella

tragedia di strada. Perchè Prospero aveva ucciso la Gitana? La

supposizione che fosse innamorato mi pareva, non so perchè, assurda: ma

ero altrettanto sicura che Prospero l'aveva uccisa per conto proprio, e

per una ragione non vile. In quel momento la sua fisonomia mistica e

indolorita di martire, condannato a vivere del proprio martirio, mi

riappariva al pilastro, e mi commoveva. La duchessa, vestita con

un'audacia piena di colori, abbottonandosi in quell'istante un

lunghissimo guanto, mi si rivolse, e col suo accento leggero:

— Ti ricordi, Augusta — proruppe — la mattina della viola?

Quando entrammo alle Assise la folla ingombrava i pressi e lo scalone:

era un viavai, un romorio confuso e crescente. I ricordi si

risvegliavano, la causa minacciava di farsi grossa. Potemmo a stento

aprirci il passo, e coi biglietti d'invito essere introdotte nella

tribuna. La sala era così gremita che le teste vi formavano un

ciottolato; le signore abbondavano, alcuni avvocati illustri erano nei

posti distinti e nelle tribune. Guardai Prospero. Nè la sua faccia, nè i

suoi abiti erano cangiati. Stava seduto sulla ignobile panchina, la

gruccia distesa lungo la gamba, e l'altro bastone fra i piedi: non

pareva nè turbato, nè avvilito. Col berrettone a fianco e la testa nuda

conservava il solito contegno rispettoso; solamente quella depressione

dei capelli, che gli cadevano sulla fronte, lasciandogli quasi calva la

nuca, gli dava un'aria anche più mistica. Il suo giovane avvocato in

toga era più pallido e più nervoso di lui. Naturalmente egli dubitava di

se stesso, mentre l'altro era sicuro della propria condanna. L'arrivo

della duchessa, una delle glorie mondane di Firenze, produsse un

movimento nella folla: le teste si agitarono e si volsero; quindi corse

un bisbiglio insensibile, che ella colse a volo come un profumo. Il suo

volto sfavillò. In quel momento Prospero si torse verso di noi e vide la

duchessa, che innanzi a me coll'abito vivacissimo attirava tutti gli

sguardi. Una vampa di rossore gli bruciò istantaneamente sulla faccia,

poi si fe' pallido, e rimase su lei coll'occhio sbarrato. La duchessa,

che guardava giù nel pubblico col canocchiale, non aveva ancora

osservato il reo. Il cancelliere seguitava a leggere l'atto d'accusa,

mentre sul tavolo, dinanzi al presidente, il coltellaccio omicida

gettava qualche bianco riverbero, che finì per attrarre gli occhi della

duchessa. Ella me lo indicò con un gesto di orrore, riportando

istintivamente lo sguardo sull'accusato. Quando il presidente, un

vecchio in capelli bianchi, cominciò l'interrogatorio, si fece nel

pubblico un silenzio di statua: Prospero tentò di sollevarsi sulle

gruccie, il presidente lo invitò con parole gentili a rimaner seduto, ma

egli volle alzarsi egualmente, e si atteggiò come al pilastro. La sua

figura di mendicante impietosiva, il suo piede enorme entro quel fagotto

di stracci sembrava rendere impossibile tutto il racconto dell'accusa.

Nessun lineamento della sua fisonomia, nessuna attitudine del suo corpo

tradiva lo sforzo di un'ipocrisia, o una qualunque tendenza sanguinaria.

Un fremito di pietà e di simpatia corse nel pubblico. Prospero disse

nettamente, con voce cavernosa di malato, il proprio nome, e quando il

presidente gli domandò se ammetteva di aver ucciso la Gitana, alzò gli

occhi verso di noi, e rispose:

— Sì.

— E la ragione?

Prospero abbassò la testa, come allorchè ringraziava dell'elemosina, e

non disse altro, solamente fece un gesto di stanchezza. Il presidente se

ne avvide, e gli ripetè l'invito di sedere, che questa volta egli

accettò. Quindi non aperse più bocca. Invano il presidente mise tutto in

opera, esortazioni, consigli, minacce, spiegandogli come quel mutismo

potesse nuocere alla giustizia, e a lui stesso nell'animo dei giurati.

Prospero sembrava ascoltarlo attentamente, ripeteva ogni tanto quel

cenno, che poteva parere ad un tempo di ringraziamento e di scusa, ma

non parlava, non si muoveva. Tutti gli occhi della gente erano conversi

in lui, tutti i pensieri, e tutte le volontà di quella massa gli

pesavano addosso. Furono cinque minuti drammatici e febbrili. Prospero

vinse. Il suo avvocato, il Pubblico Ministero stesso lo esortarono con

parole, nelle quali vibrava una persuasione sincera, una benevolenza

quasi eccessiva: ma egli ripetè ad entrambi il suo cenno umile, quasi di

rammarico, e non parlò. Il pubblico affaticato da quella tensione ruppe

in un chiacchierio fragoroso, mentre il presidente dava la parola

all'accusa. Il magistrato fu limpido e tagliente; riassunse con sobrietà

di grande oratore il fatto, urtando nel mistero di quel mutismo senza

curarsi neanche di sfondarlo con un'ipotesi e concluse per l'assassinio

premeditato senza circostanze attenuanti. Prospero fu impassibile.

Toccava all'avvocato. La sua estrema pallidezza e il suo volto convulso

attrassero persino l'attenzione dell'accusato. L'esordio fu rettorico ed

infelice; ripetè senza profitto per l'accusato il racconto dell'accusa,

andando innanzi sulle frasi, affettando un talento di romanziere, che

analizza dipingendo e trova nell'analisi l'argomento della difesa.

Poichè non si scorgeva un movente al delitto, dunque mancava. Prospero

era pazzo.

A questo punto Prospero intervenne, e gridò risolutamente:

— No.

— La ragione dunque? — ripetè il presidente.

Prospero non gli si volse nemmeno, ebbe un gesto d'indifferenza, e si

cacciò la mano in seno ricadendo nel silenzio di prima; mentre tutta la

folla guardava verso l'oratore, cui l'interruzione aveva arrestato

bruscamente a mezzo di un periodo. L'avvocato stentava a rimettersi.

In quel momento, io che guardavo Prospero, lo vidi trarsi di seno la

mano, e spiare verso di noi: la duchessa osservava con un mezzo sorriso

l'impaccio dell'avvocato; Prospero teneva in mano il cadavere di quella

viola, che ella aveva perduto un anno prima, e della quale allora non si

ricordava più.

Prospero abbassò lentamente la testa, come se la piegasse sul patibolo.

La duchessa non aveva veduto, io sola avevo compreso.

E donna Augusta tacque.

— La viola? — proseguì.

— La viola! — ella replicò con atto nervoso — non vi basta questo per la

vostra novella? La viola gliela vidi cader di mano; ma la duchessa non

lo ha mai saputo, perchè se glielo avessi detto ne avrebbe insuperbito,

e non lo meritava.

La notte era tiepida, il lago ancora lontano.

— Ritorniamo — disse donna Augusta e ne diede l'ordine al cocchiere.

Quel racconto l'aveva così agitata, che me la sentivo fremere vicino. La

luna alta sopra la carrozza dava alla sua faccia come il pallore di una

lunga emozione, che da quel racconto prolungandosi attraverso altri

ricordi si perdesse in un tetro presentimento. Ma la curiosità mi

rimorse, e senza badare alla sua meditazione:

— Prospero fu condannato?

— Ah! — ella proruppe con un impeto quasi sdegnoso — siete dunque un

romanziere da epilogo, il quale accompagna tutti i suoi personaggi fuori

del dramma, sino alla tomba, per convincere bene il lettore che si

tratta di un fatto vero e che egli non vi ha colpa, se sciaguratamente

il fatto fosse brutto. Ma, mio povero Di Banzole — proseguì con ironia

sibilante e sferzandomi il volto cogli sguardi — non avete dunque ancora

compreso con tutto il vostro lirismo filosofico che il dramma avviene

negli individui, ma non è l'opera speciale di nessuno di loro; che essi

vi entrano senza capirlo, vi periscono senza saperlo, ne escono senza

accorgersene: che in fine vi hanno la parte della grandine nella

tempesta? Che cosa ne è dei suoi grani? Poichè avete tanto bisogno di

saperlo, il loro diacciuolo ridiventa acqua, l'acqua vapore, il vapore

diacciuolo, quindi grandine e daccapo la tempesta. Che cosa è il dramma?

Voi dovreste saperlo più di me, giacchè ne scrivete; ma nessuno lo ha

ancora ben definito: scoppia nella vita degli individui come in quella

dei popoli, qualche volta dura un'ora, qualche volta un'êra. La storia

di Roma non è un dramma? Il cristianesimo non è un dramma, come il

_Giulio Cesare_ di Shakespeare, nel quale il protagonista muore al primo

atto? Dove trovate una tragedia in cinque atti più bella della vita di

Napoleone? Il primo atto in Italia, il secondo in Egitto, il terzo a

Mosca, il quarto a Waterloo, il quinto a Sant'Elena. Nella vita

dell'umanità ogni popolo è forse un personaggio: ebbene, voi, che

v'interessate ai drammi, avete ancora indovinato la trama di questo,

riconosciuto quali siano i primi attori? Quante comparse mute, o delle

quali nessuno ricorda più adesso le poche parole! Il dramma è molto

ricco, poichè muta spesso di scena: il primo atto è stato tutto in Asia,

il secondo in Europa, il terzo è cominciato col secolo in America. Dove

sarà il quarto? Chi eseguirà il quinto? A chi è destinato questo

spettacolo enorme, del quale l'illuminazione costa tanti soli, e nel

quale il mutamento di una scena significa quasi sempre l'eccidio di una

razza? Il dramma individuale è ben piccolo paragonato al dramma storico,

alla tragedia umanitaria; ma tutto è forse riassunto nel dramma

individuale. Non sono le gocce, che fanno il mare, i vapori, le nuvole,

quindi la grandine e i diacciuoli, dei quali volevate sapere il destino

come quello di Prospero? Prospero è perito nell'urto di due estremità.

L'ultimo della plebe amava la prima dell'aristocrazia: nella

impossibilità di congiungersi, quegli, che si moveva, si sarebbe rotto

infallibilmente; ecco il dramma e la catastrofe. Il dramma non riposa

sopra un'opposizione di due individui, che non possono nè separarsi nè

unirsi, e, della quale la risoluzione avviene nel terzo termine, che è

la loro razza? Non vi ricordate più che tutto è triplo, la trimurti

indiana, che passa trinità cristiana; il triangolo, che diventa

l'emblema di Dio e il cappello del prete; i tre momenti dell'idea

brahminica ed hegeliana, le tre grazie e le tre virtù; il parlamento,

che è triplo, senato, camera e corona; la famiglia, che è tripla, padre,

madre e bambino, o marito, moglie ed amante...

E rise gaiamente. Ma poco dopo arrivavamo in città: il suo palazzo

apparì.

— Salite? — mi domandò quando l'ebbi aiutata a discendere.

— Vi ricordate la canzone della Gitana?

— No.

— Allora, buona notte.

Ella sorrise amichevolmente e mi tese la mano. Gliela strinsi,

m'inchinai, e mi avviavo già per l'atrio, quando ella mi richiamò con un

grido:

— Di Banzole!

Tornai indietro: ella era già in cima al primo pianerottolo.

— Perdono: quella viola bianca, ora me ne rammento, era zoppa.

E disparve con un ultimo sorriso d'ironia.

Quartetto · 第 7 / 13 题