Il sepolcro dell'Anna aveva quindi l'iscrizione.
Poscia compose un'altra romanza per Gaspare, che, avendola mostrata al
direttore d'orchestra, si intese rispondere come fosse piena zeppa di
errori grammaticali. Gaspare non volle crederlo; la portò al professore
di contrappunto, una gloria del Liceo, il quale, riconoscendovi molto
ingegno, ripetè presso a poco lo stesso giudizio. Allora Gaspare
coll'anima addolorata aveva scritto a Giorgio di non fidarsi della
propria testa per quanto buona, e di venire al liceo per impararvi
davvero il contrappunto. La lettera lunga dieci facciate, era piena di
contorsioni affettuose.
Giorgio sorrise sdegnosamente, e si disse che cominciava la
persecuzione. Se i vecchi professori non l'avessero rinnegato, egli non
sarebbe stato un vero rivoluzionario dell'arte.
«Ciò che è grande non cresce veramente che dopo negato», pensò col
celebre verso di Hamerling, che aveva trovato recentemente in un libro.
E Giorgio non mandò altra musica al povero Gaspare.
Faceva una strana vita: s'alzava per tempissimo e si coricava tardi.
Tutto il giorno lo passava fuori per la campagna col violoncello sul
dorso, cosicchè i villani, incontrandolo, stupivano di questo signore,
benissimo vestito, colle spalle cariche di una gran cassa come un
facchino. Ma sopratutti l'ortolana non cessava dalle dolci rimostranze.
— L'aria della montagna è buona — ella diceva — ma il vento ben
capriccioso.
Giorgio aveva finalmente concepito il proprio poema. Se Haidn aveva
scritto _Le Stagioni_, egli scriverebbe _Il Giorno_. Il giorno non era
tutta la vita, poichè la vita non è se non una successione di giorni?
Voleva dipingere il preludio dell'alba, le prime tinte opaline, poi le
note acute dei rossi sprizzanti dal fondo ancor buio della notte,
l'accordo lento dei gialli, l'insistenza tremula dei violetti, dietro i
quali bolliva un gorgoglio mano mano più balenante. E allora i boschi
stormenti con un fremito indebolito di contrabbassi salgono di tonalità,
gli alberi isolati accordano il loro murmure, le siepi seguitano col
sordino, i fiori allungano le smorzature. Il gran concerto delle voci
sale. I torrenti incalzano col pieno delle riprese, le allodole ripetono
i motivi del flauto, il fringuello schizza delle note di ottavino, il
bue apre dei muggiti di clarone, gli armenti arrivano con tutta una
banda di clarinetti, alla quale gli uccelli mescolano il pizzicato dei
violini; e la sinfonia pastorale di Beethôwen si diffonde dalla terra al
cielo in un dialogo infinito, cui l'uomo aggiunge un'altra musica,
l'idea.
L'alba è piena, il mondo è desto. Poi in mezzo ad un accordo fuso come
un unisono, fra uno scoppio abbagliante di gloria, spunta il sole. Tutto
sussulta, i colori balzano sugli oggetti, gli occhi sono rivolti in
alto. Il mattino riprende la propria festa; i fiori e gli alberi si
salutano, tutte le conversazioni del giorno innanzi proseguono, si
rintrecciano le commedie degli amori. Le api col vizio mattinale di
tutti gli operai bevono i primi bicchierini nelle corolle rugiadose, e
il gallo batte l'ali con uno strido dispotico. Solo l'uomo lavora, ma la
sua canzone s'innalza gioconda nel mattino fra il rumore degli
istrumenti. Quindi i cavalli passano tintinnando colla sonagliera,
l'asino raglia stuonato come un corista, il postiglione getta dalla cima
dell'alpe lo schiocco della sua frusta, come una battuta di nacchere nel
ballo. Il sole monta, è già mezzogiorno. L'ombra sfinita si raggomitola
ai piedi degli alberi, i lavoratori meriggiano al rezzo setacciato di
una quercia. Per la strada deserta, come nella notte, non passa più che
il ramarro, o le lucertole scherzano sopra un pilastro arroventato,
mentre dagli alberi, presso e lontano, il coro delle cicale cresce con
vibrazione uniforme ed instancabile. Laggiù in fondo l'aria turbina, il
cielo pare di metallo bianco: una solitudine ardente si distende sul
mondo. Ma in quel silenzio soffocante i gatti vanno a sdraiarsi al sole,
e i cani scuotono la bocca bagnata guardando al padrone, che disteso per
terra apre involontariamente le braccia e chiude gli occhi. È l'ora
dell'amore. La voluttà s'innalza nell'aria come da un braciere, e cade
dalle foglie coll'ombra come un refrigerio. Il vento vellica tutte le
labbra, il sonno intorpidisce tutte le coscienze. Il sole stesso è
immobile: la sua grande pupilla di leone ha un dardeggiamento
insopportabile, una fissazione dissolvente. E per la solitudine
silenziosa le cicale invisibili rumoreggiano come per coprire
discretamente l'anelito di qualche parola, intanto che le messi
ondulano, le piante sonnecchiano, gli animali riposano, il sole guarda,
il vento sospira, e l'ombra si allunga adagio. Quindi un fremito passa
per tutta la natura. Gli armenti escono dai boschi ai prati, il bue
ritorna al campo, i viandanti ricominciano a passare per la strada, gli
uccelli volano e cantano, l'uomo canta e lavora. Il sole e l'ombra
discendono riavvicinando tutti i viventi. Il cielo è tornato turchino,
le foglie hanno dei sorrisi più calmi, ogni linguaggio un accento più
mite. E a poco a poco i toni si raffreddano. I boschi s'infittano, le
vette dell'Appennino si abbrunano, le cicale accordano il loro
accompagnamento stridulo col murmure delicato del vento e il susurro più
commosso degli uccelli. Ecco il vespero col raccoglimento della sua
malinconia e il crescendo del suo pallore. Il sole brucia ancora un
istante sulla montagna, l'ombra ha tutto allagato, e la canzone del
lavoratore s'interrompe nell'aria fresca tra i richiami dei passeri. È
l'ora dell'agonia e della musica umana: mentre la tenebra s'inoltra sul
mondo, l'uomo si avanza nell'infinito. Allora la voce gli si
affievolisce, e dal cuore misteriosamente commosso gli si alza il canto
della sera. Come la natura finisce nell'uomo, la sinfonia conchiude alla
elegia fra l'umidore della rugiada, che pare un pianto, e la prima luce
delle stelle, che non è ancora un sorriso. Il murmure roco delle foglie
somiglia ad un brontolio di trapassati; laggiù i lumi vagabondi delle
lucciole simulano il corteo di un funerale, che gli ultimi rintocchi
dell'avemaria abbiano annunziato nella sera. La tenebra arriva colla
morte, i dubbi cadono dalle stelle. E nella dissoluzione di questo
mondo, che gli svanisce dintorno, l'uomo, che non osa parlare, si
rifugia nel canto. Gli ultimi ricordi gli prorompono col volo delle
nottole da tutti i vani della memoria, le ultime larve sfuggono
nell'ombra sempre più densa, le ultime voci si acquetano in un silenzio
sempre più lungo. L'uomo non sente più, pensa; l'elegia, che era come la
sua orazione sul giorno morente, diviene il soliloquio del suo pensiero.
Così Giorgio aveva sentito e creato il proprio poema. Ma appena si
propose di scriverlo cominciarono le difficoltà. Conoscendo troppo poco
il contrappunto ed avendone l'istinto, gli scoppiava ad ogni passo nella
coscienza il bisogno delle regole negate. Invano per facilitarsi
l'ispirazione usciva fuori alla campagna come un pittore, e vi restava
le intere giornate; che dovette accorgersi ben presto come l'andare in
cerca d'impressioni o di idee prestabilite fosse un'altra follia. Allora
colla reazione dei caratteri nervosi si chiuse in casa, dicendosi che
ogni sensazione per riuscire artistica doveva subire una lunga
incubazione. Per tre mesi rimase invisibile a tutti, scrivendo una
pagina e stracciandola cento volte, passando lunghe settimane a
perfezionare sul violoncello una nota imitativa. Egli voleva rendervi
tutta l'orchestra non solo, ma tutte le voci della natura, dai cori dei
boschi ai pieni dei torrenti, dall'accompagnamento insensibile
degl'insetti agli _a solo_ dell'usignuolo. E, mentre si stremava contro
queste impossibilità, un orgoglio caldo gli andava salendo al cervello,
come se in quella ignorata casetta di ortolano egli preparasse una nuova
epoca per l'arte, e quella buona gente dovesse apprenderlo un giorno e
fare su di lui una leggenda. Quindi fra di loro si faceva più volgare e
più povero per raffinatezza di vanità.
Ma un giorno fu quasi per tradirsi col più giovane garzone dell'orto,
che avendogli portato da Firenze un grosso pacco di carta da musica, gli
domandava a cosa servisse.
— A tutto — concluse Giorgio troncando il discorso, che aveva già
cominciato.
Con questo però il poema non andava innanzi. Allora pensò di farne la
partitura per orchestra. Le intestature riuscirono incredibili: _Quercie
e Pioppi_, _Il Fiume_, _I Grilli_, _Il Sole_. E si mise subito a
scriverle per impossessarsi bene della natura di ogni istrumento, e
farlo poscia passare nel corpo del violoncello. Fu un lavoro accanito e
doloroso, nel quale lo sorprese l'inverno. Ma per quegli sforzi l'umore
gli si faceva sempre più nero; mentre i lunghi esercizi, massime di
notte, quando scendeva di letto e si metteva a studiare il canto di
qualche uccello, cominciarono ad irritare la gente di casa. L'ortolana,
così commossa alla prima romanza, era adesso più insofferente di ogni
altro.
Giorgio non le rispondeva o faceva un sorriso di compassione.
Anche l'inverno passò. Giorgio, che per vegliare al caldo aveva dovuto
rifugiarsi nella stalla delle mucche, sentì la primavera con un impeto
di gioia. Aveva scritto e rifusa nel violoncello tutta la partitura, un
enorme volume diviso in tre libri: _Alba_, _Meriggio_, _Sera_. Tutti tre
formavano un concerto di almeno cinque ore. Giorgio ne era talmente
entusiasmato, che fra quelle dolcezze di primavera consentì perfino a
suonare in un ballo di parrocchiani, dove tutti rimasero inebbriati:
quindi il mondo lo riattirò. Conchiuso quel lavoro colossale, provò così
vivamente il prurito di parlarne, che prese a frequentare il grande
caffè di Scarperia, dove la sera convenivano, coi pochi signori del
paese, molte altre persone di buone maniere. Naturalmente Giorgio trasse
dai bauli gli abiti belli, e parve loro un gran signore, anche dopo
essersi confessato per un artista rifuggitosi in quella incantevole
solitudine per accudire ad una grand'opera. La vanità terrazzana ne fu
soddisfatta, il segreto di Giorgio circolò, e tutte le ragazze parlarono
dei magnifici capelli lunghi del suonatore.
Una sera Giorgio intese annunziare l'arrivo di una famiglia americana,
immensamente ricca, alla grande villa presso la casetta dell'ortolano.
Parlavano di una ragazza bellissima e stravagante. Tutti raccontavano le
sue follie, che a Giorgio parvero, com'erano, le più naturali del mondo;
ma, avendo voluto dirlo, dovette accalorarvisi.
— Ah! — esclamò un uomo, che cominciava a diventar vecchio, bella testa
di campagnuolo dorata dal sole e animata dalla malizia di mercato. —
Ella, signore mio bello, s'innamorerà, glielo predico io.
— Bravo, signor Simone! — risposero in coro.
Giorgio rimase interdetto: poco dopo uscì dal caffè col cuore agitato.
Era una notte tiepida. Venne fuori del paese sovra pensieri, e si trovò
involontariamente davanti alla villa, che la bella incognita doveva
occupare l'indomani, a duecento metri dalla casetta dell'ortolano.
Allora per uno di quei tristi ed inesplicabili presentimenti si disse
che quella donna gli sarebbe fatale; il sangue gli diè un tuffo, la
fantasia gli si accese. Era di primavera, le stelle della notte
sorridevano, le acacie all'ingresso del villaggio mandavano a quando a
quando un soffio pimentato, le tuberose e le gardenie della villa
esalavano un odore più esotico, un sentore aristocratico e strano.
Giorgio si sedette sul muricciuolo del cancello; la notte e la primavera
lo ubbriacavano. Per molte ore i suoi sensi furono in orgasmo e il suo
pensiero non si staccò dalla bella incognita, alla quale si compiacque
di attribuire una fisonomia di regina, bruna, cogli occhi enormi, il
portamento e le forme superbe. Si coricò quasi all'alba. La mattina
presto era già in piedi ben vestito, ma gli americani non arrivarono che
sul vespro senza che egli potesse vederli. Quella sera invece di andare
al caffè scrisse una romanza con questo titolo: «_A te_».
Per uno dei soliti casi di vicinato egli potè divenire presto amico
dell'incognita, e frequentare la sua villa. La fanciulla non era bella:
bionda con due occhi cilestri, un naso all'insù, un musetto rotondo, di
un colorito smagliante. Si erano conosciuti alla cascina dell'ortolano,
dove era entrata un mattino col babbo, vecchio negoziante arricchito,
grasso e bonario, per mangiare delle fragole col latte. Giorgio in quel
momento suonava a bella posta. La relazione presto fatta divenne presto
intima, perchè Giorgio ebbe per loro il pregio di una scoperta. In casa
tutti amavano la musica; Mary, si chiamava così, suonava il piano ai
genitori, che, ascoltandola in estasi, ripetevano sempre lo stesso
elogio per la musica italiana, la prima del mondo. La madre stava per
Verdi, il padre per Bellini; Giorgio invece li disprezzava entrambi, e
d'italiani non ammetteva che due antichi, un grande ed un colosso,
Palestrina e Marcello. Laonde accaddero frequenti discussioni, nelle
quali Giorgio rivelò volentieri il proprio secreto. Allora tutto si mutò
a suo riguardo, e mentre prima l'avevano giudicato un povero diavolo,
buono per divertirsene in campagna, dopo lo riguardavano col rispetto
ossequioso, che talvolta i borghesi milionarii, di temperamento
delicato, hanno per gli artisti in genere. Giorgio non disse tutto, nè
della propria famiglia, nè come vivesse: solo confessò di essersi
ritirato in campagna per scrivere un'opera, che ricusò di mostrare
malgrado tutte le seduzioni e le moine. E una volta che Mary ne lo
stuzzicava, rispose alteramente che la sua non era musica da signorina.
La ragazza ne fu punta.
Frattanto in quella villa e in quella vita di agiatezza raffinata
Giorgio si svestiva della prima ritrosia. Tutti parlavano bene
l'italiano ed amavano l'Italia: avevano servitori e carrozze, cavalli da
sella e due bei cani da caccia. Giorgio era invitato a pranzo quasi
tutti i giorni, lo tempestavano di biglietti, lo soffocavano di
cortesie. Egli lasciava fare. La mamma sedotta dal suo aspetto
aristocratico e da quel suo abbandono misterioso nel mondo voleva essere
la sua nonna: il padre lo portava seco a caccia, e gli parlava delle
Ande a proposito dell'Appennino, Mary diventava sempre più buona. Sul
principio aveva avuto delle maniere piene di bruscherie, che lo
irritavano, quando pigliandolo improvvisamente dentro una frase
insidiosa voleva penetrare nel secreto della sua vita. Giorgio si
vergognava di essere povero e plebeo. Poi poco a poco divenne
malinconico, e cominciò a sottrarsi a qualche pranzo, ad evitare qualche
scampagnata. In paese non compariva quasi più, o scansava studiosamente
il gran caffè, dove lo dicevano già innamorato. Infatti lo era e al
punto, che toccando raramente il violoncello, non suonava più che
quell'ultima romanza.
Giorgio non aveva suonato alla villa se non per accompagnare Mary
nell'_Ave Maria_ del Gounod, la quale naturalmente egli giudicava molto
al disotto dell'altra del Cherubini, o dell'Arcadet a sole voci. Ma la
signora Edvige, la mamma, che non conosceva queste ultime due, ed era
fanatica del Gounod, aveva troncato sdegnosamente a mezzo tutti i
paragoni. E una notte, quando Giorgio suppose che i genitori dormissero,
avendo veduto il lume alla finestra di Mary, aperse il piccolo cancello
del bosco sempre socchiuso, e venne a nascondersi nell'ombra di una
siepe col violoncello. La notte era molto buia. Egli attese lungo tempo,
poi suonò la romanza «_A te_» con tale passione, che alla fine gli venne
da piangere, e dovette scappare. Gli era parso di sentirsi a mezzo la
romanza chiamare dalla voce dell'Anna. L'indomani non osò presentarsi
alla villa, quell'altro giorno nemmeno, finchè ricevette una lettera di
Mary e della signora Edvige, le quali, fingendosi scherzosamente
inquiete sulla sua salute, gliene domandavano novelle, e lo invitavano a
pranzo.
— Di chi è quella romanza, che avete suonato l'altra sera sotto le mie
finestre? — gli chiese improvvisamente Mary.
— La signora Edvige ha sentito? — egli susurrò a precipizio.
— Ma certo — rispose Mary con indifferenza —: scommetterei che è la
vostra.
— Appunto.
— Andate a prendere il violoncello e tornate subito a suonarcela — disse
con quell'affettazione d'impero, che andava così bene al suo visetto.
Dovette ubbidire, se non che avendo paura non la suonò come quella
notte.
La signora Edvige e il padre lo guardavano, Mary era distratta. Quando
Giorgio ebbe finito, dopo i soliti complimenti dei due vecchi, Mary
s'impossessò della musica. Giorgio, che rimetteva già l'istrumento nella
cassa, tese la mano; ma ella guardandolo arditamente:
— Non è per me? — domandò.
Giorgio impallidì.
Mary si gettò attorno uno sguardo, vide che non erano sorvegliati, gli
stese rapidamente una mano, allungandogli il volto e mormorando:
— A te?
Giorgio non capì o non si arrischiò di cogliere quel bacio.
Da quel giorno furono amanti. Egli si sentiva scoppiare d'amore e
d'orgoglio, ella era allegra come prima, e cominciava già a canzonare la
sua aria fatale. Parlavano spesso di musica senza intendersi, perchè
Mary non la pigliava che come un divertimento, col quale interrompere
gli altri, e Giorgio invece come la più alta manifestazione del pensiero
religioso. Laonde nell'amore egli non sognava che conversazioni mute
guardandosi negli occhi, effusioni sentimentali, baci al lume di luna,
mentre nel suo orgoglio di povero plebeo avrebbe voluto vedersi ai piedi
quell'ereditiera di milioni offerentesi con una trepidazione di terrore.
— Mi amerai sempre, sempre? — le domandava spesso cogli occhi gonfi.
Ella rispondeva di sì col suo più bel sorriso, e poco dopo gli parlava
di un viaggio in America, dove resterebbe forse due o tre anni. Giorgio
non osava insistere; una volta ella gli disse leggermente:
— Vieni anche tu?
— Non posso — mormorò Giorgio, pensando alla spesa, ed obliando in quel
momento le risorse del violoncello.
— È vero, non ci pensavo.
Un'altra volta, che erano al piano, avendo provato la canzone del salice
nell'_Otello_, Giorgio nella soave vanità d'impietosirla cesse
finalmente, e le raccontò la propria vita, le sofferenze da bambino, la
mamma morta all'ospedale, l'eroismo, il martirio dell'Anna. Ma Giorgio,
combattuto ancora dalla falsa vergogna della miseria, raccontava così
male che Mary, invece di sentirsene tocca, finì quasi col riderne.
— Sarà stata innamorata di voi!
Giorgio rimase colpito dall'osservazione e peggio da quel voi, che non
avevano mai usato nella loro secreta intimità. Troncò il racconto, ma
tornando al violoncello non seppe resistere alla compiacenza di
spiegarle, come ne avesse fatto il sepolcro romantico dell'Anna, e vi
avesse incisa l'iscrizione. Questa volta Mary non si tenne.
— Bello! — esclamò curvandosi vivamente per leggere l'iscrizione.
— Questa invece è brutta: se me lo aveste detto, vi avrei disegnato
delle magnifiche lettere. Datemi quel temperino che almeno le accomodi.
E piegandosi sulla cordiera, si mise realmente a correggere gli sgorbii.
Giorgio non poteva osservare quello che facesse, ma il legno così
grattato metteva tali stridori di lamento, che il pensiero gli corse
all'Anna moribonda, mentre dalla figurina di Mary, quasi accovacciata
sul violoncello, gli veniva un'emanazione odorosa e penetrante.
Mary si volse ridendo:
— Leggete
QUI GIACE ANNA VENTURI
«SUONATE PER LEI»
Aveva aggiunto monellescamente: ma vedendolo rannuvolarsi, e fare come
un gesto di minaccia, fuggì sghignazzando per la porta.
Da quel giorno cominciarono gli attriti secreti; ella, che affettava di
esser gelosa di quella morta, e gliene rinfacciava ad ogni momento
l'affetto; egli, che sentiva in quei rimproveri una punta avvelenata di
scherno per la propria miseria di artista, mentre tutte le bramosie
dell'uomo gli si destavano impetuosamente dinanzi a quella donna, che
aveva col fascino morbido della sensualità tutte le lusinghe laceranti
della civetteria. Ogni giorno si accorgeva di amarla di più e di
rovinarsi per quest'amore, che gl'imponeva di vestirsi sempre a festa e
di non pranzare più alla bettola. Adesso l'ortolana doveva cucinargli un
pranzetto, che egli aveva la scortesia di trovare costantemente poco
buono. Una volta indispettita ella lo punse sull'americana, e Giorgio
proruppe in una scena.
Intanto l'amore non inoltrava; non si erano ancora baciati, non avevano
parlato di matrimonio.
Giorgio volle metterne il discorso una sera, ed ella rise, perchè la
mamma voleva farle sposare qualche signore toscano, che avesse un gran
titolo.
— Non ci penso neanche, verrà poi — ella concluse.
A Giorgio parve di morire. Un avvilimento pieno di rancori gli rovinò
sulla coscienza, e non parlò più. Mary sembrava non accorgersene, la
signora Edvige colla faccia rosea, incorniciata di capelli bianchi,
illuminata da una grande espressione di bontà, vegliava in quel momento
su di loro come sopra due fidanzati. E quella mamma così buona non aveva
capito quell'immenso amore per sua figlia! Ma Giorgio era povero, senza
parenti, senza posizione, senza nome: se lo confessava, e subito dopo
l'orgoglio di artista gli saliva al cervello, bruciandogli le lagrime
degli occhi. Paganini non aveva sollevato l'Europa guadagnando milioni e
milioni? Paganini aveva forse più ingegno di lui? Quindi un odio ancora
voluttuoso, un disprezzo feroce e carezzevole gli veniva per Mary, una
donna, che non sapeva indovinare quello che egli sarebbe forse tra poco.
Giorgio ignorava ancora che la donna è quasi sempre così, e non può
amare gli uomini superiori se non a patto di abbassarli. Ma se nella
propria alterezza di artista avesse forse potuto consolarsene, essendo
povero e plebeo si arrovellava di restarle socialmente inferiore; mentre
la signora Edvige, parlandogli dei futuri concerti, si dichiarava sua
protettrice, e s'incaricava fin d'ora della vendita dei biglietti,
promettendogli con certo accento particolare grandi incassi.
Quando arrivò il mese di luglio, alla villa si discusse dei bagni. La
signora Edvige preferiva Pegli, il babbo Viareggio: Mary non consultò
nemmeno Giorgio, e la mamma, invitandolo, gli disse che a Viareggio
sarebbe forse possibile qualche concerto.
— M'incarico io di prepararvi il pubblico, ne avrete fin troppo, e
potremo mettere il biglietto al prezzo che vorrete. Io ne sono pratica;
spesso la stagione delle acque vale quella dell'inverno.
Giorgio era rosso come una bragia, ma l'accento della signora Edvige era
così sincero e benevolo, che egli comprese di non potersi offendere.
Fortunatamente Mary sopravvenne, e, distraendo la mamma, gli diede il
tempo di rimettersi. Mary parve non accorgersi del suo imbarazzo.
— E così venite? — insistè la signora Edvige.
Egli balbettò alla meglio di aver incominciato un altro poema, e di
voler restare nella solitudine per finirlo.
Dopo otto giorni la villa era deserta.
Rimasto solo, Giorgio si sentì abbandonato come la prima volta alla
morte dell'Anna. Per molti giorni stette chiuso in camera a piangere
disperatamente la partenza di Mary fra mille altri dolori di uomo e di
artista. Gli pareva di essere un esiliato nel mondo, senza famiglia e
senza patria, senza mestiere e senza denaro. Adesso non credeva più
neanche alla musica. Che cosa era l'arte, se avendola avanzata di un
passo col poema, essa non gli aveva servito nemmeno a soggiogare la
piccola testa di Mary? In che consisteva la sua sovranità, se gli
artisti dovevano essere sempre poveri e spregiati? E le ultime parole
della signora Edvige sul concerto gli cadevano nel cuore come tante
goccie di piombo. Non v'era dunque differenza fra il musicista e il
saltimbanco? La gente veniva egualmente a vedere o ad ascoltare,
gettando la stessa elemosina a chi lo divertiva? Poi Mary gli
riappariva, ed egli l'amava appunto perchè era una smentita continua al
suo orgoglio, alle sue delicatezze giovanili, alle sue sincerità
popolane. Mary camminava sopra di lui come per un campo, stracciando i
fiori e lacerando le frondi. L'amava ella? Cosa faceva a Viareggio? Con
chi parlava? Con chi rideva? Mille volte al giorno Giorgio soccombeva
alla tentazione di andarla a vedere, e di tornarsene incognito; mille
volte sul punto di partire aveva paura, e restava. Era una vita
d'inferno. Ad ogni ora veniva a guardare la villa abbandonata sperando
di incontrarsi col giardiniere e così di penetrarvi: se ne ricordava i
particolari più minuti, i discorsi più insipidi, le scene più effimere.
Il giardiniere, accortosene, lo canzonava; nel caffè grande di Scarperia
facevano peggio. Una sera, che Giorgio vi entrò, le punture furono tali
e tante, che accadde una scena. Giorgio dopo di essersi schermito colle
insolenze tirò un bicchiere alla testa di un avventore, un uomo sulla
quarantina, fortunatamente senza colpirlo, e lo sfidò a duello. La
gente, che si era interposta fra i due, aveva quasi voglia di
bastonarlo, e gli rise in faccia alla sfida: nel villaggio l'uso del
duello non esisteva. Giorgio tornò a casa lagrimoso, e non ardì più di
mostrarsi in paese, dove il suo alterco prese proporzioni enormi, e la
sua passione per l'americana l'aspetto più grottesco. Mangiava appena,
non dormiva più. La notte, due fantasmi inseparabili gli venivano sempre
al capezzale, Anna e Mary: Anna non era più gobba, non aveva più
quell'erpete sulla faccia, ma i suoi begli occhi di martire brillavano
come la stella del mattino.
Mary invece diventò la fidanzata del marchese Soderini, uno dei grandi
nomi della Toscana, giovane, bello e povero, che rialzava con questo
matrimonio l'antica fortuna della propria casa.
Se Giorgio non ne morì, fu perchè non si muore di dolore; se non ne
ammalò subito, la sua vergine giovinezza era ancora troppo forte. Mary
non gli aveva più scritto, nessuno si ricordava più di lui, nemmeno il
vecchio Gaspare. Allora i disegni più infantili di vendetta gli
passarono dinanzi; andare a Viareggio, apprendere per dove erano
partiti, poichè si diceva che viaggiassero, seguirli travestito in
ferrovia, all'albergo, ucciderli col medesimo pugnale, ed uccidersi.
L'ebbrezza del sangue gli saliva al cervello, la sinistra poesia del
delitto gli entusiasmava l'immaginazione. Mary avrebbe impallidito
vedendolo, gli si sarebbe buttata alle ginocchia pentita, innamorata,
perchè quel matrimonio era forse una violenza dei suoi genitori; e
allora egli le imponeva di fuggire, tornavano a viaggiare, vivendo di
concerti, passando dappertutto come una visione di musica, un fantasma
di amore. Oppure se Mary non l'amava, come non lo aveva forse mai amato,
imporle un'ultima notte d'amore, un'ora sola di voluttà nel fondo di un
sepolcro, e poi al mattino, quando sorgeva il sole, abbassarne il
pesante coperchio di marmo, e dormire.
Ma le difficoltà dell'esecuzione impedivano ogni disegno. Pensò di
morire da solo, gittandole nell'anima il rimorso di un delitto, e non vi
si decise, perchè era troppo ed insieme troppo poco, e per farlo avrebbe
avuto bisogno della sua presenza, cadendole ai piedi insanguinato. La
necessità di un dramma lo perseguitava: non voleva morire nell'ombra,
dileguare nel silenzio. La sua bella testa di giovanetto pigliava una
fisonomia dolorosa di sonnambulo, un'espressione di martirio. La notte,
invece di coricarsi, usciva pei campi, estenuandosi in corse folli,
addormentandosi poi sotto un albero in un sonno pieno di fantasmi e di
singhiozzi. E in casa, dove lo spiavano da qualche tempo, cominciavano a
stancarsi di lui, che era mezzo matto, che bisognava un giorno o l'altro
aspettarsi qualche cosa di grosso; la sua passione per la signorina
americana avrebbe meritato gli scappellotti, quelle stranezze quotidiane
peggio ancora. L'ortolano voleva cacciarlo addirittura, ma la donna lo
proteggeva ancora. E una volta, che ella volle parlargli, Giorgio sulle
prime andò in bestia, poi ruppe in un pianto disperato, che fece
piangere anche lei; quindi le cadde colla testa in grembo come un
bambino.
— Dunque non ha proprio nessuno al mondo?! — Giorgio non rispondeva.
— Si faccia coraggio, passerà: noi poverette abbiamo più cuore, ma le
signore... si figuri... Povero signorino!
Finalmente si ammalò. Il medico constatò una minaccia di tifo, che
fortunatamente svanì in meno di dodici giorni, durante i quali Mary
tornò alla villa col fidanzato. Giorgio non lo seppe, e non seppe
nemmeno che la signora Edvige mandasse a prendere sue notizie. Poi un
mattino il servitore mancò, perchè i padroni avevano saputo tutto.
Appena Giorgio potè alzarsi, ed imparò quel ritorno, volle partire, così
ancora convalescente, malgrado ogni rimostranza. Pagò generosamente
tutte le spese e gl'incomodi di cui era stato causa, fece i bauli, e
sopra una vettura noleggiata a Scarperia partì per Firenze. Erano le
quattro dopo pranzo, col sole velato, il vento fresco. Passando dinanzi
alla villa, sperava che Mary sarebbe alla finestra e lo vedrebbe pallido
come un moribondo, che andava a morire lontano da lei; quindi si era
sdraiato nella posa più pietosa, la sua bella testa sopra una palma,
senza cappello, coi ricci biondi che gli svolazzavano al vento, il
violoncello a fianco nella cassa, il suo piccolo bagaglio metà legato
sulla serpa, metà dietro le ruote. Le finestre della villa rimasero
chiuse. Invece presso Scarperia fece alzare il mantice della carrozza
per non essere veduto attraversando il paese. La sera sull'imbrunire
giunse a Firenze.
Il suo primo pensiero fu di scrivere una lettera a Mary. Vi passò
attorno la notte, e finalmente al mattino era compiuta; sedici lunghe
facciate, un'elegia ed una requisitoria scritta colle lagrime e col
sangue. La rilesse ancora una volta inorgogliendone, ed uscì per
impostarla. Era più calmo, si cercò quel giorno stesso una cameretta, e
vi si rifugiò.
La lettera a Mary rimase senza risposta. Era il mese di settembre coi
giorni ancora lunghi e caldi: Firenze abbandonata dai forestieri e dai
fiorentini sembrava quasi più bella. Tutte le sere Giorgio andava a
vedere tramontare il sole dal cimitero di S. Miniato, e si sentiva una
gran voglia di morire con lui in un magnifico vespro, cogli occhi
incantati nei suoi ultimi raggi, e gli orecchi pieni dell'ultimo addio,
che la terra gli mandava. Poichè nessuno lo conosceva, o gli indovinava
dal viso il suo dramma, nessuno doveva udire il suo poema; egli sarebbe
venuto a bruciarlo nel cimitero, fra mezzo ai grandi morti nel silenzio
della notte. Questo tetro pensiero, che era ancora un pensiero di amore
sebbene non volesse confessarlo, gli faceva battere il cuore ad ogni
signorina dalla fisonomia straniera, a cui s'imbattesse. Tutte le notti
i suoi sogni partivano per Scarperia, e ne ritornavano singhiozzando.
Poi il mattino, aprendo la finestra, cercava involontariamente cogli
occhi il bianco profilo di quella magnifica villa.
Nullameno Firenze cominciava ad interessarlo. Uno dei suoi luoghi
favoriti era il Mercato Vecchio, una città microscopica dentro la
grande, una topaia dentro il portentoso capolavoro di una cattedrale.
Egli ci viveva col popolo, mangiando alla stessa cucina economica e
succolenta, abbandonandosi alla novità musicale di quel gergo, melodico
come un canto. Talvolta pure si metteva dietro a un suonatore ambulante,
e gli dava sempre un soldo, spremendo un'acuta voluttà dagli sguardi
curiosi del povero rapsodo, il quale si vedeva perseguitato da quel bel
signore, e non sapeva che quel signore era forse il primo violoncellista
del mondo. E a poco a poco la musica lo riattirava. Il pretesto di quel
poema, opposto alla signora Edvige, per sottrarsi ai bagni, gli
ritornava alla memoria, e una sera seduto sul piedistallo del David in
faccia al sole morente, guardando le prime ombre discendere dai colli
decise di scrivere la _Notte_. In quei giorni si legò con un giovane
fiorentino, piccolo e bruno, boemo come lui. Pareva poverissimo, ma era
allegro, chiacchierava bene e volentieri. Alle prime parole
simpatizzarono, alla fine della colazione erano intimi. Giorgio, che
dalla morte dell'Anna non si era più sfogato, si gettò nel cuore del
nuovo amico, parlandogli da solo per due ore, piangendo e bestemmiando;
mentre l'altro ascoltava mano mano più severo, rispondendo appena con
qualche parola. Egli si chiamava Momo Martelli, un nome diventato
celebre nella letteratura di questi ultimi anni, e che allora si
nascondeva dietro varie maschere di pseudonimi.
Momo taceva. Lo lasciò effondersi liberamente sulle proprie sciagure, ma
al capitolo dell'arte protestò energicamente. Momo non era uno dei
soliti boemi, che si credono novatori per ciò solo che sono ribelli;
aveva ancora un sincero entusiasmo pei vecchi capolavori, e lacerava con
mordace ironia la inane vanagloria dei nuovi artisti, che, dopo aver
deriso il passato, lo copiano. Per la prima volta Giorgio si trovava di
fronte a un ingegno giovane come il suo, ma più colto e più forte: quasi
quasi se ne adontò. Momo aveva delle frasi più dense di pensiero, e lo
stringeva così forte, che Giorgio inferocito della sconfitta gli disse
con uno scatto di orgoglio:
— Vieni domani, ti farò sentire il mio _Giorno_.
— Lo sentirò al concerto, che darai: io discuto volentieri un'opinione,
non un'opera coll'autore. C'è il pericolo di non capirsi, e quasi sempre
la sicurezza di guastarsi. In pubblico non è così: il nostro giudizio si
integra di tutte le sensazioni dei vari temperamenti. Piuttosto domani
ti porterò un libro di Balzac; se questo non ti salva, tu sei perduto —
aggiunse con un sorriso, che voleva essere scherzoso ed invece era
triste.
La mattina Giorgio ricevette il piccolo volume, e lo rilesse due volte
con un tremito sempre maggiore di sentimenti e di idee. Avrebbe voluto
veder Momo per parlargliene, ma non riuscì a trovarlo; gli andò a casa,
lo cercò per Firenze, salì due o tre volte alla Laurenziana, dove gli
aveva detto di capitare sovente, e alla fine del quinto giorno lo
sorprese in una delle solite bettole di Mercato Vecchio.
— Così? — chiese Momo.
— Gambara è morto pazzo, ma aveva ragione.
— Me lo immaginavo — e non volle intendere altro.
Invece parlarono di dare un concerto ai primi della stagione d'inverno.
Momo tornò alla carica, perchè il concerto fosse, secondo il solito, con
accompagnamento di orchestra; ma Giorgio fu irremovibile.
— L'orchestra sono io.
Questa volta Momo non sorrise, disse che s'incaricava di far cantare i
giornali, dove scriveva, e nei quali aveva moltissimi amici. La sala
sarebbe una delle solite.
— Se tu mi sei contro?! — disse Giorgio ammirato di quella facilità.
— Mio caro, nel mondo bisogna avere due opinioni su tutto, forse per
essere perfetti — seguitò con ironia — bisognerebbe avere anche due
morali. Io ti condanno, ma lavorerò perchè il pubblico ti assolva, e, se
ci riesco, il pubblico avrà preso a prestito la mia opinione invece che
quella di un altro. Mio caro, il pubblico di tutte le sale, non
bisognerebbe mai dimenticarselo, siccome giudica sempre sopra una prima
sensazione, ha bisogno che qualcuno gli prepari il proprio giudizio; i
critici da giornale non servono ad altro, e se vogliono fare di più,
cessano di essere capiti. Forse riusciremo, ma la tua vittoria non sarà
per questo una vittoria decisiva nel campo dell'arte.
E questo concerto divenne il tema delle loro conversazioni e dei loro
sforzi.
Momo, maggiore di cinque o sei anni, e che allora lavorava ad un
romanzo, buscandosi la vita quotidiana cogli articoli di giornale, era
di una compiacenza inesauribile. Firenze cominciava a ripopolarsi, Mary
non era ancora tornata da Scarperia. Quando ebbero fissato il giorno del
concerto, Momo aprì la crociata nei giornali a favore dell'amico con una
serie di articoli sopra la musica moderna, sul Berlioz, e sul Rinaldi,
questo illustre italiano incognito solamente in Italia; e Giorgio, che
non approvava le sue idee artistiche, giungeva quasi a lagnarsene. Il
giorno spuntò. Giorgio non dormiva da parecchie notti, era sparuto e
nervoso come un malato; aveva indossato una nuova marsina del miglior
taglio, e per gentile superstizione l'ultima delle sei camicie, che la
povera Anna gli aveva cucito per il primo concerto. Momo, che si era
accorto di quel convulso, non lo lasciò tutto il giorno, e fece
inutilmente ogni sforzo per distrarlo. Mano mano che s'avvicinava l'ora,
Giorgio si rabbuiava e non parlava più: per strada i grandi cartelli
colorati, col suo nome a lettere cubitali, gli davano dei sussulti.
Passando davanti al campanile di Giotto:
— Se la mia musica fosse così, credi che la capirebbero? — disse
Giorgio.
— Credo di sì.
— T'inganni, le creazioni fantastiche non sono intelligibili che alle
fantasie.
E non parlarono più.
La gente e le carrozze assiepavano la porta del palazzo del concerto:
essi passarono inosservati, e per una porticina secreta furono nel
camerino, dove li aspettava il violoncello. Alcuni amici di Momo, musici
e giornalisti, vennero poco dopo; si sentiva il rumorio della sala come
uno stormire discreto di fronde, dall'uscio socchiuso penetravano dei
soffi profumati.
Giorgio era pallido come un morto.
— Avresti paura? — gli mormorò Momo all'orecchio.
— È un fiasco!
— Lo berremo — rispose Momo con gaiezza affettata.
— Sì, perchè sarà avvelenato.
Fu l'ultima parola. Accordò il violoncello, ordinò al cameriere di
portarlo sul palco, ed attese. Gli amici rientrarono nella sala. Giorgio
e Momo rimasero soli. Erano entrambi febbricitanti: Giorgio camminava su
e giù, guardò all'orologio, quindi fermandosi dinanzi a Momo aprì le
braccia. Egli comprese, vi si gettò, e si dettero un bacio come per un
ultimo addio.
Giorgio entrò nella sala. Fu un'apparizione. Quella sua figura delicata
e signorile destò un murmure di simpatia; arrivò colla testa alta, prese
il violoncello, fece un inchino quasi orgoglioso al pubblico, e si
assise. La sala era gremita, le signore abbondavano in mezzo ad una
moltitudine di colori. Ma con tutta la sua iattanza Giorgio non osò di
alzare gli occhi. La sala era inondata di luce, si sarebbe udito il
fluttuare di un velo: Giorgio, che dava il concerto a proprie spese, vi
aveva impiegato gli ultimi danari riuscendo ad una discreta decorazione.
Incominciò: la mano gli tremava talmente, che le prime note quasi non
s'intesero; poi si rimise, e attaccò il preludio. Alla terza frase il
pubblico fremè. Gli uomini ascoltavano, le signore guardavano: la
musica, una descrizione a tocchi sobrii e risentiti, fu subito compresa,
e proseguì crescendo di colorito e di vivacità come l'alba: si udiva il
vento del mattino, si discerneva lo stormire delle piante, il
risvegliarsi simultaneo e nullameno graduale di tutta la natura. Ma
quando nell'incalzare di tutte le voci e nel lampeggiamento di tutti i
colori rifulse il sole, la frase, che si era innalzata ingrossandosi di
tutti gli altri accordi, ebbe uno scoppio così potente, che il pubblico
urlò. Giorgio provò la percossa voluttuosa di quell'applauso, e senza
badarvi proseguì lo sviluppo della frase rompendola in cento razzi, in
una pioggia di sorrisi e di colori, che sembravano cadere nella sala
come tante faville di girandola, tante foglie vaganti di fiori. Allora
gran parte del pubblico, levandosi come per respirare meglio la
freschezza di quel mattino, applaudì con nuovo impeto, e Giorgio dovette
sorgere egualmente per ringraziare. Quindi girando gli occhi nella sala,
non vide che teste luminose in un'agitazione di marea. Mary col
fidanzato guardava dalla seconda fila; era ancora più bella, coi ricci
biondi, che avevano lo splendore dorato di un raggio. Giorgio vacillò,
ricadde sulla sedia, e involontariamente si passò la mano sul volto.
Riprese, ma la definizione così viva dell'alba perdeva nella luce
crescente la propria chiarezza, sminuzzandosi in un chiacchierio
affaccendato di tutti i piccoli viventi. Invano il violoncello
moltiplicava i miracoli della imitazione, ripetendo la stessa parola in
tutti i linguaggi, chè alla descrizione mancava pur sempre l'insieme di
un'idea, e quindi la intelligibilità della rappresentazione. Giorgio
aveva voluto esprimere intimamente tutti gli individui della natura,
dimenticando che l'uomo non intende che l'uomo, e animando l'universo
non può dargli che la propria vita. Che se nel dramma il protagonista
diventa drammatico solo perchè lo si riguarda momentaneamente isolato da
tutti gli altri uomini, e si separa il suo destino singolare dal fato
comune; nella sinfonia invece tutti gli esseri della natura debbono
perdere la individualità delle loro sensazioni per esprimere un'idea o
un sentimento umano. Giorgio invece aveva voluto riprodurre
integralmente nel proprio poema l'anima di tutti i viventi, e piuttosto
che una sinfonia n'era risultato un tumulto. Ma come in quest'audacia
stava la vera originalità della sua composizione e ogni speranza della
battaglia, l'orgoglio esaltato gli dava un'incredibile energia di
attacco. Curvo sull'istrumento, che i lunghi capelli gli piovevano
romanticamente dalla fronte, ne provava tutti i fremiti e tutte le
vibrazioni. Non vedeva più la luce della sala, non sentiva più il calore
umano di quella folla. La sua immaginazione si era perduta nei quadri
del poema, come un viaggiatore nella visione dei propri ricordi. Allora
appunto il sole si fermava sul meriggio con un immenso abbarbaglio di
fornace. L'aria oscillava, la terra si screpolava, tutte le piante erano
immobili. Nell'oppressione ineffabile di quell'ora Giorgio si sentì
oppresso; il respiro gli si fece più difficile, il braccio gli cadde
quasi penzoloni lungo le gambe. Il sudore della spossatezza gli bagnava
la fronte. Gli pareva che le corde del violoncello si fossero allentate.
Poi in quello sfinimento improvviso tutti l'abbandonarono, non seppe più
bene dove fosse, cosa facesse. Come viaggiatore, che, traballando per la
stanchezza, cerchi di cadere all'ombra di un albero, egli andava
involontariamente ad abbattersi sotto la malinconia dei suoi giorni più
tristi, finendo quasi per provare una specie di benessere in quel
languore esausto del meriggio. Ma il vento tornava a far stormire le
frondi, Giorgio si ascoltava intorno un susurro. Non si ricordava più da
quanto tempo suonasse. Il susurro sorgeva dal pavimento con uno
scalpiccio di piedi, uno stridio di sedie mosse qua e là; un sibilo di
parole correva tra le file delle poltrone smorzandosi nel fiotto dei
ventagli, nell'accento soffocato di un'esclamazione, mentre il fruscio
degli abiti delle signore imitava le prime impazienze del vento nell'ora
del temporale, e la percossa di qualche canna le prime battute della
grandine. Giorgio lo avvertiva. Ma intanto che i sensi gli si
ottundevano nella stanchezza, la coscienza gli si rischiarava nella
visione della realtà. Sciaguratamente poema e concerto non erano nemmeno
a mezzo. Allora l'impossibilità di giungere in fondo lo colpì in mezzo
al cuore come una palla. Non vi era più scampo, egli stesso era
prostrato, le dita non gli rispondevano più agli atti del pensiero. Il
meriggio era appunto la pagina più faticosa e difficile nell'esecuzione.
Il suo cuore ebbe una suprema convulsione di ferito, le sue tempia si
lacerarono in uno scoppio. Il mormorio del pubblico cresceva di minuto
in minuto, vi si distinguevano i fremiti della collera, i soffii gelati
dell'ironia; tutte le bocche avevano una moina insultante, tutti i gesti
un'intenzione malevola. E mentre lo stesso dolore di quelle trafitture
gli comunicava un'ultima suprema energia, un nome gli squillò
nell'orecchie: Mary. Giorgio alzò il capo.
In quel momento Mary si arrovesciava sulla spalliera della sedia, colle
piume del ventaglio fra i denti, guardando il marchese Soderini, che le
terminava nei capelli la frase di uno scherzo. Gli occhi di Mary
schizzarono come uno scintillio sul volto di Giorgio; il pubblico,
vedendolo alzare il capo, era rimasto intento.
Giorgio impallidì come uno spettro, rimase cogli occhi sbarrati nel
volto di Mary, che non riusciva a soffocare la propria ilarità; quindi
facendo all'improvviso un gesto orribile, inesprimibile di follia si
alzò, brandì il violoncello come un violino, e fuggì a precipizio per
l'usciuolo.
Il camerino era vuoto.
Il cappello a cilindro stava solo nel mezzo del tavolo. Giorgio non vide
nemmeno la cassa dell'istrumento, si cacciò il cappello in testa, e si
precipitò per scappare: la sala rumoreggiava. Ma in quella rientrarono
nel camerino il cameriere e Momo, pallido egli pure come un morto.
Giorgio aveva una fisonomia insostenibile; respinse il cameriere con un
gesto, respinse Momo che gli tenne dietro, e sempre col violoncello in
mano irruppe nel corridoio, calò le scale. Momo tentò due volte di
trattenerlo parlandogli: il rumore della sala cresceva, alcuni signori
cominciavano già a discendere. Giorgio saltò addirittura gli ultimi
gradini, vide un fiacchero dirimpetto al portone, vi corse, vi gettò il
violoncello, e quando fu seduto, non ebbe ancora la forza di parlare.
— La cassa? — esclamò Momo, guardando l'istrumento, per una di quelle
sensazioni della realtà, inevitabili anche nelle più violente tempeste
dello spirito.
Giorgio si voltò di soprassalto, e con un'occhiata che intendeva ben
diversamente la sua domanda:
— Domani — rispose.
Fu la sola parola di tutto il tragitto: Momo aveva dato al cocchiere
l'indirizzo di Giorgio, ma quando il fiacchero si arrestò, Giorgio prese
il violoncello, e impose a Momo di restare. Si era ricomposto, o pareva;
solo la voce gli tremava ancora.
— Rimani: ho bisogno di essere solo — disse con accento sicuro.
Momo fe' un diniego col capo.
— Tu hai paura che mi ammazzi — seguitò l'altro con uno strano sorriso —
per loro?!
Momo insisteva: allora Giorgio tornò a sedersi, e parlò così
lucidamente, con tale tranquillità, che l'altro dovette arrendersi.
Solamente nel salutarlo gli appressò gli occhi agli occhi per studiarne
bene lo sguardo, e ripetè:
— Lasciami salire.
— No — disse l'altro risolutamente tendendogli la mano, ed entrò solo in
casa.
Salì le scale al buio, la camera era al terzo piano. Quand'ebbe acceso
il lume, si guardò involontariamente nella specchiera sopra il
canterano, e la sua fisonomia stravolta gli fece così male, che tutta la
collera gli riavvampò. Aveva la faccia di un'immobilità marmorea, la
bocca ringrinzita da un tremito di paralisi. Con un moto violento si
slanciò sul violoncello, lo afferrò con ambe le mani per il manico, ed
alzandoselo sopra la testa lo sbattè con rabbia demente a più riprese
per terra. Un'ira selvaggia gli centuplicava la forza nelle braccia,
mentre le schegge balzavano grandinando nelle pareti, e le corde
slacciate sibilavano per l'aria attorcigliandoglisi alle mani con
movimenti viperei. Ma egli proseguiva, inebriandosi di quel dolore
feroce, attraverso il quale sentiva confusamente di commettere
un'insensatezza e un'infamia. La piccola camera pareva in tempesta: il
pavimento traballava, i vetri delle finestre tintinnivano: una voce
tuonò dal piano sottoposto senza che Giorgio l'intendesse.
Colle mani sanguinolenti dalle ferite delle chiavi, seguitava a
percuotere il troncone del manico per terra, trasportato dall'impeto di
quella furia, colla bocca, che aveva finalmente trovata la contorsione
del pianto.
Ad un tratto lasciò cadere il troncone, e si chinò a raccogliere una
carta. Era una lettera. Cogli occhi che leggevano a stento, gli parve di
riconoscere il grosso carattere dell'Anna.
Il cuore gli si arrestò così bruscamente, che cadde quasi in deliquio.
Era proprio il carattere dell'Anna, la lettera doveva essere nascosta
entro il violoncello.
Allora, sotto la pressione di una nuova paura, strappò il suggello.
La lettera era senza busta.
«_Caro Giorgio_,
«Ti scrivo prima di morire. Ecco, tu adesso sei al concerto, ma io ti
sento di qui. Troverai il mio testamento in un'altra lettera sotto il
capezzale; con essa ti lascio la mia poca miseria, pregandoti di
conservarla anche quando sarai diventato un signore, come un ricordo del
bene che ti ho voluto, dopo che ti era morta la mamma, e ti ho raccolto.
«Eri bello come un angelo, povero Giorgio! Ogni giorno ti facevo sempre
più mio come se ti avessi fatto davvero. Tu non puoi ricordartene,
perchè i bambini sono senza memoria, ma io mi rammento di tutte le tue
cattiverie; ogni mattina ti alzavi più cattivo per me. Dopo che hai
avuto il violoncello, io non ho contato più nulla. Tu sei bello e di una
razza di signori: io sono brutta, di povera gente, e mi sono ammazzata a
lavorare per te. Cosa vuol dire? non ci pensiamo più. Quando sarò morta,
fa conto, come ti ho detto, che mi abbiano seppellita dentro il
violoncello: te l'ho dato come il capo più caro della mia miseria,
tientelo come una reliquia. Adesso, a pochi minuti dalla morte, non ho
più vergogna di dirtelo, perchè lo saprai quando sarò spirata: io ti
amo, Giorgio. Ti amo come il mio bambino, se ti avessi fatto, come il
mio amante, se avessi avuto da te un altro bambino. Ma sono vecchia per
te; ho trentasette anni, sono gobba, e non potrei ispirare che un poco
di pietà. Figurati se non l'ho capito subito! Ora, che parlo per
l'ultima volta, voglio parlare. Diventerai un signore, avrai tante belle
donne, che ti ameranno: io non te lo posso impedire, e non lo vorrei: ma
pretendo un posto nel tuo cuore, un cantuccio dove non ci sia nessuno, e
dove tu verrai tutte le volte che avrai bisogno di una mamma, o di una
sorella. Io sarò sempre lì; mentre le altre donne ti faranno delle
carezze, o tu ne farai a loro, io ti aspetterò lì colla tua musica; tu
dopo farai il confronto fra noi e loro, e ci amerai di più. Nessuno al
mondo ti vorrà mai bene come meriti, e come hai bisogno. Si dice che i
moribondi vedono nel futuro; bada dunque alle mie parole: nessuno ti
amerà come io ti ho amato. Se un giorno non te ne accorgi, non sarai un
gran suonatore.
«Non ho più forza di andare innanzi.
«Quando leggerai questa lettera sarò morta: prendila come la preghiera
della mia agonia.
«Sta attento. Io non so dove si vada dopo morti, ma fa conto che ti
vegga sempre, e se un giorno tu dovessi dimenticarmi, o suonare un altro
violoncello, che tu sia maledetto da Dio, e non sappia più nè dove
andare, nè dove stare come Caino. Egli non aveva ucciso che suo
fratello; tu avresti ucciso tutta la tua famiglia nella tua Anna.
«Ti saluto, e credimi per sempre la tua
«ANNA VENTURI.»
All'ultimo periodo la calligrafia era quasi illeggibile.
Giorgio aveva scorso quella lettera cogli occhi balenanti, e un
convulso, che gli faceva tremare tutto il corpo a verga a verga. Aveva i
capelli irti, una specie di bava alla bocca. La sua fisonomia era
diventata orribile nel terrore, la fronte imperlata di sudore, il corpo
raggricciato in una contorsione di vecchio e insieme di bambino.
Quando l'ebbe finita, rimase egualmente fiso, cogli occhi che non
leggevano più, la ragione schiacciata nel cervello da un gran dolore
improvviso. Tutti i muscoli gli battevano.
— Oh! — mormorò con gesto disperato, tentando di slacciarsi la cravatta
per poter singhiozzare; ma non vi riuscì.
Allora barcollando, metà ebbro e metà svenuto, andò tastoni verso il
letto, e vi cadde. Ansimava, gli battevano i fianchi, gli sibilava il
respiro. Tutto l'impeto di quella convulsione gli si addensava in una
necessità di pianto, che gli gonfiava il petto, martellandogli il
cranio. Furono pochi minuti di uno sforzo e di uno spasimo supremo. Era
caduto bocconi sul letto colle braccia distese sul cuscino, le gambe
floscie, che gli tremavano.
Ad un tratto gli mancarono, e cascò pesantemente per terra. Non gridò
nemmeno, ma poco dopo s'intese un rantolo.
Non aveva potuto piangere...
Se andate al manicomio di Bologna l'illustre professore Roncati vi
mostrerà un pazzo interessante. È un bel giovane biondo, coi capelli
lunghi, la fisonomia nobile e triste. Il professore, che aveva avuto
l'idea di un'orchestra, voleva farne di lui il direttore; ma Giorgio si
scusò, spiegandogli a lungo l'impossibilità di ottenere qualche cosa di
buono con simili elementi.
— Ma ho tutti gl'istrumenti — insisteva il professore.
— La musica è un accordo di pensieri prima che d'istrumenti. I pazzi non
si accorderanno mai.
— E tu sei pazzo? — gli aveva chiesto ridendo.
— Non lo so: gli altri sono senza testa, io invece sono senza cuore.
Ecco la sua pazzia; dice che non lo ha più, e non si ricorda dove lo
abbia perduto. Ma se gli fate osservare che gli batte sotto la terza
costola sinistra, egli vi guarda con due grandi occhi, fa un pallido
sorriso, e ripete invariabilmente:
— Batte, ma non suona.