Morire! Morire in sul fiore della gioventù, nello splendore della
bellezza! Ma perchè, grande Iddio, perchè allora vestir la creatura
di tanta luce e porre questo miracolo di leggiadria sulla terra?
Imperscrutabile arcano! E nondimanco, è in noi qualche cosa che si
ribella e pugna e fa forza, quantunque invano, contro il pensiero
della morte di una persona diletta. Egli sembra di lottare colle livide
immagini d’un orrido sogno; non è, non può, non deve esser vero ciò che
avviene di noi; pure, eccoci stretti, soffocati, nelle braccia poderose
dell’incubo. E che! Si spegneranno quelle luci che così soavemente ci
guardano, da cui traspare l’angelico riso dell’anima? Quelle dolci
labbra che ci parlano, che ci dicono le gioie e gli affanni, che ci
rendono ancora le più lievi sfumature dell’ascoso pensiero, quelle
delicate sembianze che tanta impronta pur serbano del nume creatore,
non le vedremo noi più, si scomporranno, cesseranno di essere?
Agonia senza fine dolorosa! Preghiere, scongiuri, minaccie, tutto si
tenterebbe in quell’ora, per rattenere la spietata mano del Tempo. Ma
che valgono le tue lagrime, che valgono i tuoi furori, povero stolto!
La Parca prosegue lenta, sicura, inflessibile, il suo ultimo uffizio.
La clessidra del vecchio è all’ultima goccia; nelle mani della Parca,
ecco, il filo è reciso; gli occhi si chiudono, le labbra son mute, il
freddo della morte irrigidisce quelle membra adorate. E il tuo cuore
in quel punto si spezza; ma tu non muori già, come pure sarebbe pietà
consentirti; tu vivi, perchè devi soffrire; senti e vedi, perchè devi
rimanerti spettatore della tua stessa rovina.
A me quelle parole di Anna aveano recato un colpo fatale. Non piansi,
impietrai. Non più un concetto, poichè quella luce dell’anima mia
era sul punto di spegnersi; non più un disegno formato, poichè la mia
speranza moriva. A che mi sarei adoperato? Perchè avrei quind’innanzi
pensato? Tutto ciò era vano oramai.
Il suo stato andò peggiorando quella notte, e più ancora nel giorno
appresso. La febbre, acuta, intensa, la consumava ad occhi veggenti; nè
la grama sapienza di Lanzerotto valeva ad arrestare quello struggimento
continuo di forze. Qual nuova virtù di stillati poteva egli scoprire,
che temperasse gli ardori di quel sangue infuocato? E come fidarsi,
egli, ignaro di tanti partiti e sottigliezze dell’arte, all’uso d’erbe
mal note, onde abbondava quell’isola? Senonchè, pur troppo, nessun
farmaco avrebbe giovato, ed io pensai che tutti gli elettuari della
scuola Salernitana e i succhi decantati degli Arabi infedeli avrieno
fatto mala prova contro un male che risiedeva nello spirito.
La notte sopra il terzo giorno, essendosi ella assopita, ero andato a
buttarmi sul mio giaciglio, intirizzito dal freddo, colto da brividi
frequenti, sebbene la calda stagione regnasse e l’aria fosse tutta una
vampa. Le mie membra affralite aveano anch’esse ceduto alla stanchezza
delle prolungate vigilie e un lieve sopore m’era disceso finalmente
sugli occhi, non già nella mente, poichè il sogno mi raffigurava la
moribonda che colla voce spenta e col gesto faticoso mi chiamava al
suo capezzale. Mi destai in sussulto, balzai sgomentito in piedi,
temendo di aver troppo a lungo riposato e di non giungere in tempo a
raccogliere il suo ultimo sospiro. Macham era presso di me; egli stesso
mi aveva destato.
— Venite, messere; — mi disse egli tristamente. — Anna ha chiesto di
voi.
Lo seguii tremante nella camera attigua, che era rischiarata dal
fioco lume di una lucernina di creta. A mala pena mi vide, la povera
bella tentò di sollevare il capo, salutandomi con un filo di voce;
io mi precipitai alla proda del suo letticciuolo, rompendo in amaro
singhiozzo.
— No, sedete qui presso; — mormorò ella. — Tristi cose ho a dirvi, e
tali che strazieranno il cuore d’un amico. Ma così è, messer Gentile;
siate paziente anche voi. Il cielo mi concede un po’ di forza, perchè
io ne usi a metter l’anima in pace. Desidero confessarmi a voi;
accoglierete la mia confessione?
Fui per ricusare, ma la solennità della preghiera mi vinse. Levati
gli occhi al cielo, come per implorare la forza di subire quel nuovo
martirio, mi assisi al capezzale della cara morente. Macham si era
ritirato nella camera vicina.
Con voce fioca, ma sicura, chè il desiderio di morir perdonata le facea
raccogliere tutte in quell’opera le forze stremate, Anna si fece allora
a raccontarmi partitamente la sua vita. Dio santo! Fu quella un’ora di
acerbi patimenti per me.
Ella nasceva dai Dorset, nobile e facoltoso casato d’Inghilterra. Uno
de’ suoi maggiori aveva seguìto Riccardo Plantageneto, nominato Cuor
di Leone, all’impresa di Terra Santa. Il padre suo, già scudiero della
regina Isabella, da lui accompagnata in Francia, allorquando ella andò
a comporvi certo litigio rispetto al suo dominio di Guienna, per aver
favorito i maneggi della regina e del suo diletto Mortimero, era caduto
in disgrazia presso il figlio di lei, Edoardo III, che, vendicato
il padre colla uccisione del drudo nel castello di Nottingham, e
sbrigatosi del consiglio di reggenza, imprendeva a regnare da solo.
Perduta la sua carica a corte, il Dorset erasi ridotto a vivere,
quantunque di mala voglia, nelle sue terre di Bristol, insieme colla
moglie e due figli, Enrico ed Anna, già cresciuti in età. Costei,
tredicenne fanciulla, miracolo di avvenenza e di grazia, era per
diventare la più celebrata bellezza della contea. Ma le soavi gioie
della famiglia poco potevano sull’animo del signore di Dorset. Gli
occhi dell’ambizioso uomo erano sempre rivolti alla corte, e se per
avventura si affissavano nella beltà incomparabile della figliuola,
e’ non ci vedeva che uno strumento a riedificar sue fortune e
rimettersi, la mercè di un alto parentado, nelle mutevoli grazie del re
d’Inghilterra.
Senonchè i giovani cuori, desiderosi di felicità, alieni ancora
dalle lusinghe della vanità cortigiana, non seguono così facilmente
l’indirizzo delle paterne ambizioni. E il cuore della giovinetta, a
mala pena ebbe fatto sentire i suoi palpiti, si diede a tale affetto,
che certo non avrebbe colorito i disegni del padre. Roberto Macham,
povero gentiluomo, ma prode e bello come il barone san Giorgio, avea
guadagnato quel cuore, insieme col premio che la giovine Anna aveva
dato a lui, vincitore di una giostra, la quale era stata tenuta a
Bristol tra i più animosi cavalieri della contea.
I giovani si amarono; ma egli, povero, secondogenito d’una famiglia
di mezzana nobiltà, non ardì chiederla in moglie, se prima non avesse
illustrato le sue armi con alte imprese di guerra. Nè gli fallian le
occasioni. Mancata la prole maschile di Filippo il Bello, la corona
di Francia era passata ai collaterali, toccando in ultimo a Filippo
di Valois. Edoardo III, non curando la legge salica, asseriva che,
quantunque sua madre Isabella, figlia all’estinto sire di Francia, non
potesse succedere al padre, egli erede di lei non andava altrimenti
soggetto a quella incapacità; epperò, cominciato ad intrecciare ne’
suoi suggelli ed insegne gli stemmi di Francia con que’ d’Inghilterra,
a stringer leghe, a chieder sussidii per la guerra al Parlamento, si
disponeva a sostenere sue pretensioni coll’armi.
Un naviglio fu tosto allestito, e fu quello che, forte appena di
dugento quaranta legni, sbaragliava quattrocento navi nemiche nelle
acque della Schiusa, sulle coste di Fiandra. Macham, imbarcato sulla
galera patrona, avea fatto prodezze all’arrembata, sotto gli occhi
dell’ammiraglio; e già salito in fama tra i più chiari gentiluomini
del regno, sperava di ottener posto onorevole, nella imminente calata
sui lidi francesi, al fianco dello stesso figliuol di Edoardo, che era
il principe di Galles, duca di Cornovaglia, detto il principe Nero;
e cotesto la mercè d’un potentissimo conte, amico suo e favorito del
principe.
Costui, che io non mi farò a nominare, ebbe il segreto degli amori
e delle speranze di Macham. E andato con esso lui a Bristol, mentre
si tiravano in lungo gli apprestamenti di guerra, vide Anna Dorset
e s’innamorò perdutamente di lei. Strapotente com’era per grandezza
di natali e per regio favore, non istette guari a riuscire, non pure
accetto, ma in singolar modo desiderato dal padre della fanciulla; il
quale scorgeva nell’amico del principe Nero l’atteso ristoratore di sua
possanza perduta.
Anna ricusò il nodo proffertole, pianse, pregò, ma senza smuovere
il padre dal concepito disegno. E Macham, il quale avea notato di
slealtà e disfidato a tutta oltranza colui che reputava amico e sperava
protettore, fu colto una notte per comando del re e sostenuto in
prigione, donde non sarebbe uscito, se non dopo le nozze del prescelto
rivale.
Egli avvenne allora ciò che sempre in tali distrette; obbedienza di
figlia e desiderio di salvare Macham da una prigionia che poteva
recarlo a mal punto, condussero all’altare la vittima. Roberto
Macham fu libero allora, ma sbandeggiato da Bristol, fino a tanto vi
rimanessero gli sposi, innanzi di andarne in Cornovaglia, dove in quel
mezzo tenea corte il principe Nero.
Triste alba ebbero le nozze del conte. Marito al cospetto de’ suoi,
non lo era altrimenti per sè; nè gli venia fatto di piegare a più
amorevoli consigli la donna. — Vi ho obbedito, messere, son vostra; —
diceva ella piangendo — lasciatemi portare in pace il lutto delle mie
morte speranze; aspettate dal tempo ch’io possa avvezzarmi a questa
profanazione dell’amicizia, a questo mal uso della vostra potenza.
— E il conte, a stento raffrenando l’ira, ma sorridente e tranquillo
alla vista di tutti, si rimaneva, deliberando di vincere quella sua
riluttanza ad altr’ora.
Ma in que’ giorni, la contessa, tra i famigli della nuova sua casa,
aveane scorto uno, che più attento d’ogni altro, la veniva osservando
e quantunque volte gli tornasse di farlo copertamente, s’ingegnava di
darle negli occhi. A tutta prima, reputandolo artifizio disdicevole di
pazzo amatore, se n’era ella adontata; ma il dì seguente, recandosi la
gentildonna alla chiesa, il giovine le si era avvicinato più assai che
le nobili usanze non consentissero a donzello, e le avea bisbigliato
rapidamente all’orecchio: — Messer Roberto è qui, celato in Bristol; io
sono amico suo; volete seguirlo?
Il cuore le avea dato un sobbalzo a quelle inaspettate parole, ma tosto
erasi fatta a reprimere quel moto d’allegrezza, temendo di qualche
inganno nascosto.
— Come v’argomentate ch’io possa, non che credervi, udirvi? — disse
ella poscia, mentre poneva il piede sulla gradinata del tempio.
— Di me avverrà ciò che a voi piace, madonna; eccovi intanto il vostro
uffiziuolo, — rispose il giovine, inchinandosi in atto reverente e
sporgendole il suo libro di preghiere; — qui dentro è una lettera del
mio povero amico.
In chiesa, tra le carte del libro, Anna avea letto il foglio di Macham.
Il giovine non era altrimenti un famiglio, sibbene un fidatissimo
amico, il cavaliere di Blackstone, che, arrisicato com’era e cortese,
mentiva nome e stato per fargli servizio. Sentisse ella compassione,
aggiungeva Roberto; egli non poter vivere senza di lei ed esser
pronto a morire, se ella non infrangesse quel nodo abborrito. E qui
ricordava le arti sleali, i brutti maneggi del conte, negando che il
cielo potesse aver benedette le nozze, santificato un giuramento in
tal guisa carpito. Che dirle di più? Ella giudice tra il conte e lui;
ella arbitra, con una parola, della sua vita e della sua morte. Che se
l’antica fede non era spenta nel cuore di lei, se ella accoglieva il
suo disegno di fuga, il cavaliere di Blackstone l’avrebbe indettata del
giorno e del modo.
Cotesto occorreva nei primi dì dell’aprile. Anna ascoltò il tentatore.
La sua colpa fu quella; ma invero, piegarsi ai voleri del conte,
profanare quel suo grande affetto per Macham, era assai più di quello
che potessero le forze sue sostenere; il sacrifizio di tutta la sua
esistenza, veduto allora da presso, le parve orrendo; la paura, il
ribrezzo, ebbero facil vittoria del suo giuramento; vittoria che da
solo non avrebbe ottenuta l’amore.
Fu per tal modo concertata la fuga. E un giorno ch’ella era uscita
a cavalcare, seguìta dall’infinto donzello, avea messo a galoppo il
palafreno sulla riva degli Ontàni. Il rimanente era noto al pietoso
amico, al padrone della galera, che inconscio aveva dato mano alla
impresa, così meditata da Roberto Macham e condotta a fine dal
cavaliere di Blackstone. Il pentimento aveva tenuto dietro alla colpa;
dalla prima mattina che s’era veduta in alto mare per infino a quel dì
che doveva esser l’ultimo dei suoi patimenti, ella non aveva fatto che
piangere il suo fallo, ed implorava ora il perdono di Dio, ella che,
sulla riva degli Ontàni, dinanzi a Lanzerotto, per la prima volta dopo
le sue nozze col conte, aveva stretto la mano di Macham.
Ella era pura come un angiolo del Signore, quella bellissima
peccatrice; ben più colpevoli noi, che l’avevamo fatta segno alle
nostre bieche gelosie, ai nostri desiderii profani. E noi vivevamo;
ella moriva.
Trassi di sotto al giustacuore un piccolo crocifisso d’argento, eredità
dei miei maggiori. Mia madre morente me lo aveva donato, e quest’altra
morente dovea stringerlo alle sue labbra; doppiamente caro, scenderà
meco nel sepolcro, insieme col ricordo dei due soli amori di mia vita.
Questo spiccai allora dal collo e lo posi tra le sue mani tremanti.
— È dentro di questa croce una scheggia del santo legno; — le dissi,
alzando solennemente la voce. — Ella vi darà forza a superare questo
affannoso momento, e quella benedizione che il mio labbro non è
abbastanza puro per darvi, mia povera martire!
Un raggio di celeste allegrezza balenò dalle sue pupille semispente; le
labbra, accostandosi avidamente al segno del perdono, mormorarono una
parola di gratitudine.
Macham frattanto, poichè il pietoso ufficio era compiuto, veniva ad
inginocchiarsi all’altra proda del letto.
— Ed ora, sorella mia — soggiunsi — udite la mia confessione. Vi ho
amata e vi amerò fino a tanto ch’io viva. Questa, sebbene manchevole,
è la mia sola discolpa. Da quest’isola noi potevamo partire il dì dopo
l’approdo. Se l’avessi fatto, nulla sarebbe avvenuto di ciò che ora ne
strazia. Nol feci, geloso della ventura altrui, e n’ho acerbo rimorso
nell’anima. Mi perdonate voi!
— Si, a voi, a tutti... — rispose. — Così era scritto! Io fui più
amata che non accadesse mai a creatura mortale, e forse era effetto
di qualche malìa. Il Signore mi usi misericordia e mi accolga nella
sua pace. Udite ora, messer Gentile, e voi Roberto; di una grazia vi
prego...
— Dite! — le gridammo ansiosi ad un tempo, già temendo non fosse per
mancarle la voce.
— Qui, dove io muoio.... un altare!
— Sì, non dubitate! — mi affrettai a dirle io, dando in uno scoppio di
pianto.
— Grazie! — ripigliò la morente, sollevata da quella nostra promessa. —
Qua le vostre mani, poveri amici che io lascio. Ma non vi accorate, non
piangete così; ci vedremo ancora, ci vedremo lassù.
Furono queste le sue ultime voci. Le seguì un respiro affannoso, che
parve poco stante calmarsi, nè più altro s’udìa nella camera, fuorchè
il suono dei nostri mal rattenuti singhiozzi. Inginocchiati d’intorno
a lei, strette le sue mani nelle nostre, rimanemmo tutta la notte in
quella muta agonia. Io, non so quando, sentii la sua mano farsi di
gelo; tuttavia non mi mossi, nè apersi le ciglia, intormentito com’ero,
non potendo credere a ciò che pur troppo in quell’istante accadeva.