XI.

Morire! Morire in sul fiore della gioventù, nello splendore della

bellezza! Ma perchè, grande Iddio, perchè allora vestir la creatura

di tanta luce e porre questo miracolo di leggiadria sulla terra?

Imperscrutabile arcano! E nondimanco, è in noi qualche cosa che si

ribella e pugna e fa forza, quantunque invano, contro il pensiero

della morte di una persona diletta. Egli sembra di lottare colle livide

immagini d’un orrido sogno; non è, non può, non deve esser vero ciò che

avviene di noi; pure, eccoci stretti, soffocati, nelle braccia poderose

dell’incubo. E che! Si spegneranno quelle luci che così soavemente ci

guardano, da cui traspare l’angelico riso dell’anima? Quelle dolci

labbra che ci parlano, che ci dicono le gioie e gli affanni, che ci

rendono ancora le più lievi sfumature dell’ascoso pensiero, quelle

delicate sembianze che tanta impronta pur serbano del nume creatore,

non le vedremo noi più, si scomporranno, cesseranno di essere?

Agonia senza fine dolorosa! Preghiere, scongiuri, minaccie, tutto si

tenterebbe in quell’ora, per rattenere la spietata mano del Tempo. Ma

che valgono le tue lagrime, che valgono i tuoi furori, povero stolto!

La Parca prosegue lenta, sicura, inflessibile, il suo ultimo uffizio.

La clessidra del vecchio è all’ultima goccia; nelle mani della Parca,

ecco, il filo è reciso; gli occhi si chiudono, le labbra son mute, il

freddo della morte irrigidisce quelle membra adorate. E il tuo cuore

in quel punto si spezza; ma tu non muori già, come pure sarebbe pietà

consentirti; tu vivi, perchè devi soffrire; senti e vedi, perchè devi

rimanerti spettatore della tua stessa rovina.

A me quelle parole di Anna aveano recato un colpo fatale. Non piansi,

impietrai. Non più un concetto, poichè quella luce dell’anima mia

era sul punto di spegnersi; non più un disegno formato, poichè la mia

speranza moriva. A che mi sarei adoperato? Perchè avrei quind’innanzi

pensato? Tutto ciò era vano oramai.

Il suo stato andò peggiorando quella notte, e più ancora nel giorno

appresso. La febbre, acuta, intensa, la consumava ad occhi veggenti; nè

la grama sapienza di Lanzerotto valeva ad arrestare quello struggimento

continuo di forze. Qual nuova virtù di stillati poteva egli scoprire,

che temperasse gli ardori di quel sangue infuocato? E come fidarsi,

egli, ignaro di tanti partiti e sottigliezze dell’arte, all’uso d’erbe

mal note, onde abbondava quell’isola? Senonchè, pur troppo, nessun

farmaco avrebbe giovato, ed io pensai che tutti gli elettuari della

scuola Salernitana e i succhi decantati degli Arabi infedeli avrieno

fatto mala prova contro un male che risiedeva nello spirito.

La notte sopra il terzo giorno, essendosi ella assopita, ero andato a

buttarmi sul mio giaciglio, intirizzito dal freddo, colto da brividi

frequenti, sebbene la calda stagione regnasse e l’aria fosse tutta una

vampa. Le mie membra affralite aveano anch’esse ceduto alla stanchezza

delle prolungate vigilie e un lieve sopore m’era disceso finalmente

sugli occhi, non già nella mente, poichè il sogno mi raffigurava la

moribonda che colla voce spenta e col gesto faticoso mi chiamava al

suo capezzale. Mi destai in sussulto, balzai sgomentito in piedi,

temendo di aver troppo a lungo riposato e di non giungere in tempo a

raccogliere il suo ultimo sospiro. Macham era presso di me; egli stesso

mi aveva destato.

— Venite, messere; — mi disse egli tristamente. — Anna ha chiesto di

voi.

Lo seguii tremante nella camera attigua, che era rischiarata dal

fioco lume di una lucernina di creta. A mala pena mi vide, la povera

bella tentò di sollevare il capo, salutandomi con un filo di voce;

io mi precipitai alla proda del suo letticciuolo, rompendo in amaro

singhiozzo.

— No, sedete qui presso; — mormorò ella. — Tristi cose ho a dirvi, e

tali che strazieranno il cuore d’un amico. Ma così è, messer Gentile;

siate paziente anche voi. Il cielo mi concede un po’ di forza, perchè

io ne usi a metter l’anima in pace. Desidero confessarmi a voi;

accoglierete la mia confessione?

Fui per ricusare, ma la solennità della preghiera mi vinse. Levati

gli occhi al cielo, come per implorare la forza di subire quel nuovo

martirio, mi assisi al capezzale della cara morente. Macham si era

ritirato nella camera vicina.

Con voce fioca, ma sicura, chè il desiderio di morir perdonata le facea

raccogliere tutte in quell’opera le forze stremate, Anna si fece allora

a raccontarmi partitamente la sua vita. Dio santo! Fu quella un’ora di

acerbi patimenti per me.

Ella nasceva dai Dorset, nobile e facoltoso casato d’Inghilterra. Uno

de’ suoi maggiori aveva seguìto Riccardo Plantageneto, nominato Cuor

di Leone, all’impresa di Terra Santa. Il padre suo, già scudiero della

regina Isabella, da lui accompagnata in Francia, allorquando ella andò

a comporvi certo litigio rispetto al suo dominio di Guienna, per aver

favorito i maneggi della regina e del suo diletto Mortimero, era caduto

in disgrazia presso il figlio di lei, Edoardo III, che, vendicato

il padre colla uccisione del drudo nel castello di Nottingham, e

sbrigatosi del consiglio di reggenza, imprendeva a regnare da solo.

Perduta la sua carica a corte, il Dorset erasi ridotto a vivere,

quantunque di mala voglia, nelle sue terre di Bristol, insieme colla

moglie e due figli, Enrico ed Anna, già cresciuti in età. Costei,

tredicenne fanciulla, miracolo di avvenenza e di grazia, era per

diventare la più celebrata bellezza della contea. Ma le soavi gioie

della famiglia poco potevano sull’animo del signore di Dorset. Gli

occhi dell’ambizioso uomo erano sempre rivolti alla corte, e se per

avventura si affissavano nella beltà incomparabile della figliuola,

e’ non ci vedeva che uno strumento a riedificar sue fortune e

rimettersi, la mercè di un alto parentado, nelle mutevoli grazie del re

d’Inghilterra.

Senonchè i giovani cuori, desiderosi di felicità, alieni ancora

dalle lusinghe della vanità cortigiana, non seguono così facilmente

l’indirizzo delle paterne ambizioni. E il cuore della giovinetta, a

mala pena ebbe fatto sentire i suoi palpiti, si diede a tale affetto,

che certo non avrebbe colorito i disegni del padre. Roberto Macham,

povero gentiluomo, ma prode e bello come il barone san Giorgio, avea

guadagnato quel cuore, insieme col premio che la giovine Anna aveva

dato a lui, vincitore di una giostra, la quale era stata tenuta a

Bristol tra i più animosi cavalieri della contea.

I giovani si amarono; ma egli, povero, secondogenito d’una famiglia

di mezzana nobiltà, non ardì chiederla in moglie, se prima non avesse

illustrato le sue armi con alte imprese di guerra. Nè gli fallian le

occasioni. Mancata la prole maschile di Filippo il Bello, la corona

di Francia era passata ai collaterali, toccando in ultimo a Filippo

di Valois. Edoardo III, non curando la legge salica, asseriva che,

quantunque sua madre Isabella, figlia all’estinto sire di Francia, non

potesse succedere al padre, egli erede di lei non andava altrimenti

soggetto a quella incapacità; epperò, cominciato ad intrecciare ne’

suoi suggelli ed insegne gli stemmi di Francia con que’ d’Inghilterra,

a stringer leghe, a chieder sussidii per la guerra al Parlamento, si

disponeva a sostenere sue pretensioni coll’armi.

Un naviglio fu tosto allestito, e fu quello che, forte appena di

dugento quaranta legni, sbaragliava quattrocento navi nemiche nelle

acque della Schiusa, sulle coste di Fiandra. Macham, imbarcato sulla

galera patrona, avea fatto prodezze all’arrembata, sotto gli occhi

dell’ammiraglio; e già salito in fama tra i più chiari gentiluomini

del regno, sperava di ottener posto onorevole, nella imminente calata

sui lidi francesi, al fianco dello stesso figliuol di Edoardo, che era

il principe di Galles, duca di Cornovaglia, detto il principe Nero;

e cotesto la mercè d’un potentissimo conte, amico suo e favorito del

principe.

Costui, che io non mi farò a nominare, ebbe il segreto degli amori

e delle speranze di Macham. E andato con esso lui a Bristol, mentre

si tiravano in lungo gli apprestamenti di guerra, vide Anna Dorset

e s’innamorò perdutamente di lei. Strapotente com’era per grandezza

di natali e per regio favore, non istette guari a riuscire, non pure

accetto, ma in singolar modo desiderato dal padre della fanciulla; il

quale scorgeva nell’amico del principe Nero l’atteso ristoratore di sua

possanza perduta.

Anna ricusò il nodo proffertole, pianse, pregò, ma senza smuovere

il padre dal concepito disegno. E Macham, il quale avea notato di

slealtà e disfidato a tutta oltranza colui che reputava amico e sperava

protettore, fu colto una notte per comando del re e sostenuto in

prigione, donde non sarebbe uscito, se non dopo le nozze del prescelto

rivale.

Egli avvenne allora ciò che sempre in tali distrette; obbedienza di

figlia e desiderio di salvare Macham da una prigionia che poteva

recarlo a mal punto, condussero all’altare la vittima. Roberto

Macham fu libero allora, ma sbandeggiato da Bristol, fino a tanto vi

rimanessero gli sposi, innanzi di andarne in Cornovaglia, dove in quel

mezzo tenea corte il principe Nero.

Triste alba ebbero le nozze del conte. Marito al cospetto de’ suoi,

non lo era altrimenti per sè; nè gli venia fatto di piegare a più

amorevoli consigli la donna. — Vi ho obbedito, messere, son vostra; —

diceva ella piangendo — lasciatemi portare in pace il lutto delle mie

morte speranze; aspettate dal tempo ch’io possa avvezzarmi a questa

profanazione dell’amicizia, a questo mal uso della vostra potenza.

— E il conte, a stento raffrenando l’ira, ma sorridente e tranquillo

alla vista di tutti, si rimaneva, deliberando di vincere quella sua

riluttanza ad altr’ora.

Ma in que’ giorni, la contessa, tra i famigli della nuova sua casa,

aveane scorto uno, che più attento d’ogni altro, la veniva osservando

e quantunque volte gli tornasse di farlo copertamente, s’ingegnava di

darle negli occhi. A tutta prima, reputandolo artifizio disdicevole di

pazzo amatore, se n’era ella adontata; ma il dì seguente, recandosi la

gentildonna alla chiesa, il giovine le si era avvicinato più assai che

le nobili usanze non consentissero a donzello, e le avea bisbigliato

rapidamente all’orecchio: — Messer Roberto è qui, celato in Bristol; io

sono amico suo; volete seguirlo?

Il cuore le avea dato un sobbalzo a quelle inaspettate parole, ma tosto

erasi fatta a reprimere quel moto d’allegrezza, temendo di qualche

inganno nascosto.

— Come v’argomentate ch’io possa, non che credervi, udirvi? — disse

ella poscia, mentre poneva il piede sulla gradinata del tempio.

— Di me avverrà ciò che a voi piace, madonna; eccovi intanto il vostro

uffiziuolo, — rispose il giovine, inchinandosi in atto reverente e

sporgendole il suo libro di preghiere; — qui dentro è una lettera del

mio povero amico.

In chiesa, tra le carte del libro, Anna avea letto il foglio di Macham.

Il giovine non era altrimenti un famiglio, sibbene un fidatissimo

amico, il cavaliere di Blackstone, che, arrisicato com’era e cortese,

mentiva nome e stato per fargli servizio. Sentisse ella compassione,

aggiungeva Roberto; egli non poter vivere senza di lei ed esser

pronto a morire, se ella non infrangesse quel nodo abborrito. E qui

ricordava le arti sleali, i brutti maneggi del conte, negando che il

cielo potesse aver benedette le nozze, santificato un giuramento in

tal guisa carpito. Che dirle di più? Ella giudice tra il conte e lui;

ella arbitra, con una parola, della sua vita e della sua morte. Che se

l’antica fede non era spenta nel cuore di lei, se ella accoglieva il

suo disegno di fuga, il cavaliere di Blackstone l’avrebbe indettata del

giorno e del modo.

Cotesto occorreva nei primi dì dell’aprile. Anna ascoltò il tentatore.

La sua colpa fu quella; ma invero, piegarsi ai voleri del conte,

profanare quel suo grande affetto per Macham, era assai più di quello

che potessero le forze sue sostenere; il sacrifizio di tutta la sua

esistenza, veduto allora da presso, le parve orrendo; la paura, il

ribrezzo, ebbero facil vittoria del suo giuramento; vittoria che da

solo non avrebbe ottenuta l’amore.

Fu per tal modo concertata la fuga. E un giorno ch’ella era uscita

a cavalcare, seguìta dall’infinto donzello, avea messo a galoppo il

palafreno sulla riva degli Ontàni. Il rimanente era noto al pietoso

amico, al padrone della galera, che inconscio aveva dato mano alla

impresa, così meditata da Roberto Macham e condotta a fine dal

cavaliere di Blackstone. Il pentimento aveva tenuto dietro alla colpa;

dalla prima mattina che s’era veduta in alto mare per infino a quel dì

che doveva esser l’ultimo dei suoi patimenti, ella non aveva fatto che

piangere il suo fallo, ed implorava ora il perdono di Dio, ella che,

sulla riva degli Ontàni, dinanzi a Lanzerotto, per la prima volta dopo

le sue nozze col conte, aveva stretto la mano di Macham.

Ella era pura come un angiolo del Signore, quella bellissima

peccatrice; ben più colpevoli noi, che l’avevamo fatta segno alle

nostre bieche gelosie, ai nostri desiderii profani. E noi vivevamo;

ella moriva.

Trassi di sotto al giustacuore un piccolo crocifisso d’argento, eredità

dei miei maggiori. Mia madre morente me lo aveva donato, e quest’altra

morente dovea stringerlo alle sue labbra; doppiamente caro, scenderà

meco nel sepolcro, insieme col ricordo dei due soli amori di mia vita.

Questo spiccai allora dal collo e lo posi tra le sue mani tremanti.

— È dentro di questa croce una scheggia del santo legno; — le dissi,

alzando solennemente la voce. — Ella vi darà forza a superare questo

affannoso momento, e quella benedizione che il mio labbro non è

abbastanza puro per darvi, mia povera martire!

Un raggio di celeste allegrezza balenò dalle sue pupille semispente; le

labbra, accostandosi avidamente al segno del perdono, mormorarono una

parola di gratitudine.

Macham frattanto, poichè il pietoso ufficio era compiuto, veniva ad

inginocchiarsi all’altra proda del letto.

— Ed ora, sorella mia — soggiunsi — udite la mia confessione. Vi ho

amata e vi amerò fino a tanto ch’io viva. Questa, sebbene manchevole,

è la mia sola discolpa. Da quest’isola noi potevamo partire il dì dopo

l’approdo. Se l’avessi fatto, nulla sarebbe avvenuto di ciò che ora ne

strazia. Nol feci, geloso della ventura altrui, e n’ho acerbo rimorso

nell’anima. Mi perdonate voi!

— Si, a voi, a tutti... — rispose. — Così era scritto! Io fui più

amata che non accadesse mai a creatura mortale, e forse era effetto

di qualche malìa. Il Signore mi usi misericordia e mi accolga nella

sua pace. Udite ora, messer Gentile, e voi Roberto; di una grazia vi

prego...

— Dite! — le gridammo ansiosi ad un tempo, già temendo non fosse per

mancarle la voce.

— Qui, dove io muoio.... un altare!

— Sì, non dubitate! — mi affrettai a dirle io, dando in uno scoppio di

pianto.

— Grazie! — ripigliò la morente, sollevata da quella nostra promessa. —

Qua le vostre mani, poveri amici che io lascio. Ma non vi accorate, non

piangete così; ci vedremo ancora, ci vedremo lassù.

Furono queste le sue ultime voci. Le seguì un respiro affannoso, che

parve poco stante calmarsi, nè più altro s’udìa nella camera, fuorchè

il suono dei nostri mal rattenuti singhiozzi. Inginocchiati d’intorno

a lei, strette le sue mani nelle nostre, rimanemmo tutta la notte in

quella muta agonia. Io, non so quando, sentii la sua mano farsi di

gelo; tuttavia non mi mossi, nè apersi le ciglia, intormentito com’ero,

non potendo credere a ciò che pur troppo in quell’istante accadeva.

Le confessioni di fra Gualberto · 第 18 / 24 题