Il sole ci vide in quella postura, l’uno di rincontro all’altro, ispide
le chiome, gli sguardi stravolti e non mutati in cuore da quelli di
prima. Tratto un lembo del lenzuolo sul viso della morta, quasi temendo
non avesse ella a scorgere ciò che stava per accadere, Macham piantò i
suoi occhi torvi ne’ miei. Intesi che volesse dir quello sguardo, e mi
alzai per uscir dalla camera; egli fu pronto a seguirmi.
Stanchi della notte vegliata, i miei uomini dormivano sui loro
giacigli. Uscimmo all’aperto, io innanzi, egli sempre dietro di me,
muti ambidue. Non so per qual tacito patto avvenisse; egli fu per
avventura un memore istinto che ci guidava alla collina, e poco dopo
giungevamo a quel medesimo luogo dove Anna mi aveva narrato de’ suoi
voti, ahimè! dispersi dall’implacabile destino, e dove poscia ella era
giunta, infelice creatura, a ricevere quell’ultimo colpo, che la sua
pietà voleva risparmiato ad uno di noi.
Colà giunto, mi volsi. Macham del pari fe’ sosta.
— Che volete voi dunque? — gli chiesi.
— La vostra vita per quella di lei! — rugghiò egli feroce. — Lo avete
confessato stanotte; potevate, senza danno, nè pericolo, rimettere alla
vela il giorno dopo l’approdo, e quella donna era salva da morte. Ella
vi ha perdonato, Gentile Vivaldi; io no. Voi morrete di mia mano; indi
i vostri scherani mi sbranino pure, a me non importa.
— Ah non sarà, messere; aspettate!
Ed affacciatomi al ciglio della rupe, misi un fischio acutissimo.
Lanzerotto non istette guari ad uscire dalla capanna, che si scorgeva
nel prato sottostante. Ad un mio grido si volse, ci vide, e tosto si
mosse alla volta del bosco, per inerpicarsi al luogo ove noi eravamo.
— Che fate voi ora? — mi chiese il mio avversario.
— Nulla che guasti il vostro disegno; tra poco il vedrete.
Macham non disse più altro, e per chetare la sua impazienza, come
leone cruccioso nella sua gabbia ferrata, si diede a misurare con
rapidi passi il breve spazio che correva tra noi, lunghesso il margine
dell’onda.
Lanzerotto giunse e indovinò tosto ogni cosa. Un grido disperato gli
ruppe dal petto.
— Calmati, Lanzerotto! È guerra leale questa che or ora si combatterà
tra di noi. Nè t’ho chiamato a piacere, nè a giudice, sibbene per
dirti ciò che io voglio da te. Bada — soggiunsi con accento solenne —
chiunque dei due abbia a morire, tu obbedirai al superstite. Giuralo!
— Lo giuro, messere! — rispose egli inchinandosi.
— Per l’anima di tua madre?
— Per l’anima mia e per la mia salvazione!
— E promettimi che tu darai contro a chiunque de’ miei si ribellasse a
Roberto Macham, se a lui toccasse in ventura di uccidermi; giura che
gli farai scudo del tuo petto, se alcuno, per amore soverchio di me,
volesse farmi sleale dopo morto contro il mio ospite.
— Ah, molto mi chiedete, messere; — gridò Lanzerotto, straziato. — Ma
lo volete; lo farò. Così il cielo vi assista, come io vi obbedirò in
ogni caso peggiore.
— Or bene, ho il tuo giuramento. Qua la mano e vattene! Ma non temere
— soggiunsi per confortarlo — ucciderò, non sarò ucciso. Or vanne
laggiù, dove una povera morta attende gli ultimi uffizi dalla pietà dei
superstiti.
Lanzerotto si allontanò obbediente da noi.
— Siete un leal cavaliere! — esclamò Macham, poichè fummo soli. — Ma
tutto ciò era inutile. M’è di peso la vita.
Ciò detto, si piantò al suo posto e tolse dalla cintola il lungo
ed affilato coltello, che era parte necessaria de’ suoi arnesi
marinareschi. Io trassi del pari il mio e rimanemmo un pezzo, in atto
di difesa e di aspettazione, taciturni, immoti, l’uno spiando negli
occhi dell’altro i moti, i disegni, il punto propizio all’attacco.
Nessuno aveva a giungere questa volta per trattenerci la mano. Ah! la
voce di Anna accorrente lassù mi risuonava ancora all’orecchio, e lunge
dallo intenerirmi, rinfiammava il mio odio, la mia voluttà di ferire.
Cominciò allora tra noi un combattimento alla guisa dei Catalani. L’ira
chiusa, concentrata nel profondo, non turbava, soccorreva gli assalti,
confortava la vigilanza, guidava gli infingimenti, assicurava gl’impeti
nostri. Volendo ognuno di noi la vita dell’avversario, non uscimmo
in colpi frequenti; solo mirammo a recarli mortali. Egli fu primo
a muovermi incontro, ma il suo braccio diede nel mio e le coltella
s’incrociarono; donde avvenne che egli spiccò un salto indietro per
rimettersi in guardia. Assalii a mia volta e, finti due colpi ai
fianchi, ne vibrai uno di sopra mano, che avesse a trovargli il sommo
del petto; ma il suo braccio fu abbastanza sollecito al riparo, e
la mia lama si piantò nel lacerto lussureggiante di muscoli. Io la
ritrassi intinta di sangue.
— Non è nulla, non è nulla! — mi disse egli, raccogliendosi. — Or ora
avrò il tuo!
E balzò furibondo sopra di me. Io già avevo fatto il mio proposito; ma
egli non se ne addiede, acciecato dall’ira. In cambio di parare, cansai
l’urto, traendomi rapidamente da banda, e, come mi fu giunto a paro,
me gli avvinghiai alla vita, cacciandogli il ferro nel fianco. Egli
stramazzò, non so bene se svigorito dal mio colpo, o tratto dall’impeto
del suo medesimo assalto; ed io gli fui sopra, puntellandogli nelle
reni il ginocchio e correndogli colla manca alla gola. Bene tentò
egli di ferirmi, e sentii la punta del suo coltello sfiorarmi al
basso dell’omero; senonchè, così inchiodato a terra, gli venian meno
le forze. Egli fu un istante che io avrei voluto risparmiarlo; ma un
pensiero orrendo, sacrilego, mi corse allora alla mente, come di farlo
morire dannato, e senza più gl’immersi il coltello nel cuore.
— Grazie! — mormorò egli. — Che Iddio mi perdoni!
Ah! lo rammento, lo vedo ancora, lo sento corrermi per tutte le
fibre, lo sguardo che egli mi volse in quel punto. Tutto il mio sangue
intorpidito, già presso a congelarsi, riarde e si rimescola; sdegno
e pietà, rabbia e rimorso, mi combattono insieme. Fu egli perdonato?
E lo sarò io? Macham, mio animoso nemico, il tuo fu peccato d’amore.
Mi odiavi, come io te; ma se io fossi caduto sotto il tuo ginocchio,
se il tuo ferro m’avesse trovate e distrutte le fonti della vita (che
certo sarìa stato miglior fine a’ miei mali) avrei io avuto la virtù di
ringraziarti e di volger l’anima al cielo? Non so.
Un flotto di sangue uscì gorgogliando dalle sue fauci; gli occhi
errarono incerti, smarriti, nuotanti tra vita e morte; indi si
arrovesciarono e il lume delle pupille si spense; un rantolo si udì,
s’irrigidirono ad un tratto le membra; era morto.
Inorridii a quella vista e forsennato mi diedi a fuggire. Strani
terrori mi assalsero; sentii da principio come un vuoto dintorno
e dentro di me, un gran vuoto, un terribile vuoto; indi presero a
rombarmi le orecchie, ed il suono, fioco da prima, crebbe, incalzò,
sorse a fragor di tempesta. Nè manco tormento mi veniva per gli occhi,
innanzi a cui si rappicciolivano le cose, si sformavano tutte parvenze,
si sprolungava a dismisura la via. Da un albero all’altro correa tale
distanza, che il varcarla mi pareva da più di mie forze, e, sebbene io
n’andassi a furia giù per la china, sentivo rattrappirsi le ginocchia
e i piedi restarsi inchiodati. Orribil visione! Ogni tronco che mi
si parasse davanti era un insuperabile ostacolo; ogni ramo che mi
sfiorasse era un braccio proteso per arrestarmi. E dietro a me la
cascata mettea voci di maledizione; la selva tutta mi si stringeva,
mi ruinava sul capo, e fremiti, e sibili, ed ululati senza posa, mi
gridavano alle spalle: Caino!
Un’ombra mi venne incontro, misi un grido, tentai di fuggire, ma
invano. Era Lanzerotto, e le sue parole amorevoli mi ricondussero
in me. Egli aveva tutto indovinato, però non mi fece domanda, e,
toltomi il coltello intriso di sangue che ancora stringevo nel pugno,
rasciugato il sudor freddo che mi grondava dalla fronte, mi sorresse
tra le sue braccia e mi guidò alla capanna. Il luogo era deserto,
imperocchè, temendo contraria la sorte del combattimento, egli aveva
mandato i miei uomini, non so con quale pretesto, alla spiaggia.
Giunto colà, mi tornò in mente la morta. Svincolatomi dalle braccia
del mio còmito, corsi là dentro. La camera era triste, muta, solenne
come un santuario. La spera del sole penetrava dubitosa dal secco
fogliame delle pareti, dipingendosi in malinconici riflessi su quel
letto funereo, dal cui capo pendeva la ghirlanda di fiori immortali che
io avevo intessuta pochi giorni innanzi per lei. Ahimè! i fiori erano
freschi tuttavia, ed ella era là, morta, sotto quel bianco lenzuolo.
Tremante mi prostrai, stesi la mano e rimossi il lembo geloso che
quegli, spento a sua volta, aveva tratto in alto a coprirla. Il viso
dell’amata mi riapparve allora bianco, freddo, inanimato, ma bello.
Così m’era apparsa leggiadra, due mesi prima, nella sua città natale,
sotto l’arco della chiesa, ov’io non avevo veduto che lei. Erano chiusi
que’ grandi occhi neri, che guardavano lunge, come anelanti a più
lontane regioni, perduti nella contemplazione d’un mondo invisibile.
Ah, in quel mondo posavano essi oramai! Su quella fronte ampia, nitida,
perlata, non scintillava più lo smeraldo, ma il sole scendeva ancora
co’ raggi amorosi a baciarla, scherzava pur sempre nelle brune trecce
disciolte. La morte aveva suggellata in quel viso e in tutti i riposati
contorni della persona quella forma di bellezza marmorea, che tiene lo
sguardo e commuove di arcani desiderii lo spirito. Nè morta pareva,
bensì dormente; ond’io stetti a contemplarla immoto, trepidante,
frenando il respiro, quasi per tema di turbarle quel suo placido sonno.
Dov’era in quel punto l’anima tua, o Anna, o unica e sola donna che
amai, divina immagine che la mia mente ha ritenuta, per inebriarmi
le lunghe e dolorose vigilie? Errava essa intorno alla sua spoglia
mortale? E mi vide allora, mi lesse qui dentro gli affanni, i rimorsi,
le angoscie d’un amor disperato? Mi udì essa, quand’io, tratto fuor
di me dall’acerbità dello spasimo, presi a favellarle come a persona
viva, a chiederle una parola, una sola parola di perdono e d’affetto?
A me parve che que’ severi lineamenti acquistassero moto, che quelle
sopracciglia si corrugassero, che quelle labbra si atteggiassero a
rimprovero. Nè più potendo resistere alla piena del dolore, mi strinsi
al capezzale, posi le labbra affannose su quelle mani fredde, su quelle
labbra smorte, su quel seno, ahimè, senza battiti. Un brivido mi corse
per l’ossa; una voce arcana mi disse sacrilego, e balzai indietro
atterrito. Il bel viso era macchiato di sangue; intriso di sangue era
il lenzuolo funereo; del sangue di Macham che io le avevo recato,
estremo bacio del suo misero amante. Io li avevo divisi in vita;
io stesso li ricongiungevo nella morte. M’investì un freddo acuto;
vacillai gridando e caddi come corpo morto; stramazzai sul terreno.
Ciò che avvenisse poscia, m’è oscuro. Ben parmi di ricordare alcune
cose, ma interrotte e sbiadite, come ombre di sogno. Vedo una fossa
scavata ai piedi dell’albero e due corpi sepolti l’uno al fianco
dell’altro. Vedo me stesso, ginocchioni, in atto di guardare istupidito
i marinai che gettavano terra in quel vano, e di balbettar preci
confuse; indi la capanna disfatta, un tumulo eretto a guisa di rustico
altare, due tronchi foggiati a croce sovr’esso, ed una pietra che reca
scolpiti due nomi, con una breve preghiera ai venturi. Sì, questa io la
vedo ancora; ella dice così: «Pregate per essi, e per chi sopravvive.»
Più oltre non so, non ricordo più nulla di quel luogo e di que’ giorni,
più nulla! Altro non vidi, o più non conobbi. Una gran notte, siccome
nebbia sul mare, era discesa su me.