Quel colloquio gittò il mio intelletto in una specie di torpore, che
era vigilia e sonno ad un tempo. Nè mia, nè d’altri! Questo pensiero
mi mostrò lo stato nostro sotto un aspetto che io non aveva meditato
ancora; laonde restai come smarrito, vedendo la mia sventura, senza
sentirla, e soffrendo, senza saper di che cosa. Cotesto ha somiglianza
colla follia, e veramente mi pareva che il lume della ragione entro di
me vacillasse.
Cansai frattanto le occasioni di trovarmi solo con Anna. Il forte amore
ha talvolta di cosiffatte lacune. Non amiamo noi forse con tutte le
potenze dell’anima? Or bene, dove una di esse, la speranza, s’involi,
il suo luogo rimane, e guai, se la bella consolatrice non torna a
colmare quel vuoto; imperocchè esso man mano si allarga, t’invade e ti
piomba inesorato nel nulla.
Il mio proposito, se tale fu veramente e non piuttosto un inerte mancar
di propositi, mi tornò agevolissimo, dappoichè Roberto Macham era
pronto mai sempre a restare, e per tal guisa accadde che tre giorni
alla fila andassi io cogli uomini della scorta a correre i boschi.
Nell’ultima di quelle caccie eravamo andati alla posta del cinghiale,
sendo le foreste abbondavano di questi animali, in tutto simili a
quelli delle spiaggie africane, dal grifo e dalle orecchie più aguzze,
e dalle setole più sottili e lucenti che non gli altri d’Europa. Senza
una muta di bracchi da sangue, tornava assai malagevole rincorrerli per
le fratte; ma gli uomini miei, già usati a tal caccia, me ne avevano
fatto ressa, e questa parendo a me più acre bisogna che non fosse il
saettar capre pascenti, e pavoni appolaiati sulle rupi, mi ero piegato
a’ lor desiderî.
Ci addentrammo in un salvatico, che già si era da noi costeggiato per
due o tre miglia all’intorno, e ci mettemmo in caccia, procedendo alla
spartita, ma non così l’uno dall’altro discosti, da non poter tutti
all’occorrenza volare in aiuto a quello di noi, che dèsse la levata
al cignale. A me per l’appunto venne fatto di scovarne uno, gagliardo
di membra e armato di due zanne lucenti ed acute, che prometteano
una terribil difesa. A mala pena m’ebbe udito allo sfrusciar delle
foglie, la fiera si volse, mi guatò grufolando e balzò da un lato per
mettersi in fuga; ma indarno, chè io già avevo tolta la mira e il mio
verrettone, sibilando veloce per aria, le si ficcava nel dorso.
Diedi incontanente un grido ai compagni, perchè fossero pronti ad
accorrere; intanto il cignale guaì, dolorosamente storcendosi, e di
fuggente divenuto assalitore, mi si scagliò addosso con furia. Io
non feci in tempo ad aggiustare un’altra volta la mira; laonde, senza
gittar la balestra, che poteva giovarmi contro il primo impeto della
belva, cacciai fuori il coltello, e tosto, sentendo l’urto del nemico,
gli piantai sottomano la lama nel petto. Ma caddi in pari tempo sotto
quella rovina, e mi era tolto ogni scampo, se Lanzerotto non giungea
pronto al soccorso. Balzò egli da un folto cespuglio e, avventatosi
alla groppa del cinghiale, che già m’aveva malconcio, lo finì d’un
rapido colpo alla gola. Soppraggiungevano intanto gli altri quattro
compagni e mi traevano d’addosso l’immane fiera sanguinolente, il cui
morso disperato m’avea colto poco sopra al ginocchio.
Mi alzai, aiutato da quegli amorevoli, ma a stento mi reggevo sui
piedi; però egli fu mestieri portarci, vittima ed uccisore, a gran
forza di braccia. Quando giunsi, disteso su di una informe lettiga di
frasche, alla nostra capanna, fu una mestizia da non si poter dire a
parole. Tutta piangente, come quella che in sulle prime avea temuto
di peggio, Anna si avvicinò al mio giaciglio, volendo ella stessa
asterger la piaga. Lanzerotto, a sua volta, diventato di punto in
bianco cerusico, la spalmò alla marinaresca con una sua colla di pesce,
utilmente sperimentata in moltissimi casi. Per ventura, lo squarcio
era assai più largo che profondo, e il maggior guaio era stato lo
spargimento copioso del sangue.
Rimasi a giacere tutto quel dì, e il vegnente eziandio. Macham, non
potendo altrimente, andò egli co’ marinai per le nostre quotidiane
provvigioni di selvaggina, ed io gli chiesi, in grazia, che non si
dèsse più oltre levata a cinghiali. Promise egli, dopo che Anna ne
lo ebbe scongiurato a sua volta; ma si mostrò corrucciato, come se io
avessi voluto serbare per me il privilegio dei corsi pericoli. Io non
posi mente a cotesto, e feci anzi che Lanzerotto lo accompagnasse,
quantunque la presenza del mio còmito fosse per avventura più utile in
quel giorno alla spiaggia.
Ella mi tenne compagnia, in quelle lunghe ore di riposo, tutta soave
ed amorevole in vista, vegliandomi con materna cura, nè consentendo
che io facessi lunghe parole. Forse temeva per me, fors’anco prevedeva
nell’animo dove sarebbe andato a parare il discorso. E mi tacqui,
contento a guardarla, a sorbir da quegli occhi il dolce veleno.
Intanto la natura riparatrice operava dentro di me, e due giorni dopo,
rammarginata la piaga, cessati gli spasimi, io potei dirmi risanato
senz’altro. Ero già uscito fuori con Anna, passeggiando lentamente sul
prato, allorquando ci vennero udite le liete grida dei cacciatori che
tornavano a noi. Mi volsi, e vidi Macham da lunge, piantato sulla rupe
della cascata, colle braccia conserte al seno, in atto di guardarci.
Poco stante si mosse e, seguitando i compagni, giunse a noi, più
accigliato, più fosco, più taciturno che mai.
Il pasto fu malinconico e grave, come di gente impacciata, o pensosa.
Nè egli disse parola, nè io, e, levata la mensa, uscimmo all’aperto.
Volevo lasciarlo solo con lei, e mi disponevo ad uscire dal prato;
senonchè, fatti appena pochi passi tra gli alberi, mi accôrsi che egli
mi veniva da tergo.
— Come va, Adone? — mi chiese egli, accostandosi.
— Adone! — sclamai, trasognato. — Perchè Adone, e che volete voi dire?
— Sì; invero egli corre una certa differenza tra i due — disse egli
di rimando con sarcastico piglio. — Adone, il prediletto di Venere, fu
ucciso a dirittura dal cignale e pianto amaramente da lei, che mutollo
in anèmone. Voi, più felice, vivete, e la dea vi sparge i pietosi
balsami sulle innocenti ferite.
— Ma, in nome del cielo, che dite voi mai?
— Dico — tuonò Macham, con accento mutato — che avete fallito al vostro
giuramento.
— Messere, per l’anima mia...
— No, voi mentite!
Gli era troppo, e a me parve d’essermi contenuto abbastanza.
— Roberto Macham — risposi, con voce soffocata dall’ira — debbo
compiangervi. Dar del mentitore a me, voi? Siete un pazzo. Sospettare
di Anna? Siete un codardo.
— Ah, non parlate di lei, se vi è cara la vita! Io potrei invogliarmi
di sperimentare se quel vostro coltello vi trema nel pugno al cospetto
dell’uomo, come davanti al cignale.
— Abbiatevi questo sollazzo! — gridai, accennandogli di seguirmi.
Così fece egli, e con rapidi passi m’entrò innanzi alla volta del
bosco. Io zoppicavo un tal poco, ma che m’importava? Da lungo tempo io
m’aggiravo in un ginepraio, senza trovarne l’uscita. Ora, l’uscita era
là, pronta, onorata e sicura.
Il cielo rannuvolato e il tuono che brontolava da lunge, pareano
rispondere al sordo rumoreggiare delle nostre collere. Andavamo per
quella medesima via che io avevo già fatta pochi dì prima con Anna, e,
così frettolosi, spronati da un pari desiderio di sangue, giungemmo in
breve a quel ripiano verdeggiante di muschio, che si stendeva ai piè
della rupe.
— Qui! — mi disse egli, fermandosi.
— E sia! — risposi.
Egli furente, io non meno di lui, avevamo sguainati i coltelli.
Squadratici per pochi istanti nel viso, eravamo per serrarci l’uno
sull’altro, quando un grido acuto s’intese, e tosto un mutar di passi
tra gli alberi che vestian la collina. Era Anna con Lanzerotto, e
questi, che la precedeva, sbucò veloce dal folto dei rami.
— Fermatevi! — gridò egli, agitato. — Madonna vi chiede in grazia di
attenderla.
Ed Anna giunse, che appena egli aveva finito di parlare. Scomposta,
ansante, pallida come persona morta, si gittò in mezzo a noi.
— Dio santo! Vorrete farmi morire dannata? Ma che è ciò, uomini feroci,
che è ciò? Quale rispetto è questo, non dirò di me, che pel mio fallo
son degna di cosiffatti dispregi, ma del nostro medesimo stato? È
egli qui che rimarremo tutti sepolti, senza speranza del perdono di
Dio? E cotesto doveva io aspettarmi da’ pari vostri? Ah, messeri, que’
coltelli branditi.... Ve ne supplico, abbiate pietà d’una misera donna!
E svenne. Gittato il coltello, fui pronto a sorreggerla, ma lasciai
tosto nelle braccia di Lanzerotto e di Macham il dolcissimo peso, e
corsi alla cascata lì presso, donde tornai recando acqua nel cavo della
mano, a spruzzargliene il viso. Ciò non bastando, eglino la trassero,
guidati dal mio cenno, al margine dell’onda scorrente, dove le cure
nostre e la frescura del luogo le fecero finalmente ricuperare gli
spiriti.
— Ah! — mormorò ella, riaprendo gli occhi. — Roberto! Messer Gentile!
Ho io dunque sognato?
— Perdono! — balbettò Macham, buttandosi ginocchioni al suo fianco.
Il tuono rumoreggiava più da vicino, il cielo si era fatto più fosco
e larghe goccie di nembo cominciavano a cadere; però ci disponemmo a
partire di là. Anna non poteva muoversi, tanto era rifinita da quella
scossa violenta, e fu mestieri portarla sulle braccia; malagevole
uffizio in quel colmo di piante; onde il viaggio fu lungo, e già
eravamo molli di sudore e di pioggia, quando giungemmo al riparo.
Il temporale ingrossò via via con rapidità spaventosa; ma noi non si
pose mente nè alla pioggia dirotta, che scrosciava sulla impavesata del
tetto, nè ai fulmini che spesseggiavano con orrido schianto dintorno,
mettendo sinistri bagliori attraverso le frasche della capanna. Di lei
ci davamo pensiero, di lei che malviva giaceva sul casto letticciuolo,
portando innocente la pena de’ nostri odii feroci. Senonchè, sul
far della notte, il vento, che aveva preso a soffiare con forza,
scuotendo gli alberi della selva vicina, ci fe’ pensare alla _Ventura_,
ormeggiata nella rada.
— Siamo su due àncore e saldo è il provese — mi dicea Lanzerotto, al
quale avevo toccato delle mie apprensioni.
Ma neppur egli viveva al tutto sicuro, imperocchè soggiunse più tardi,
come parlando a sè stesso: — Per altro, e’ non sarebbe male assicurarsi
con un cavo di giunta. — E veduto come il vento, anzi che scemare,
rinforzasse, pigliò una pronta deliberazione; indossato il suo gabbano
col cappuccio di tela incerata, non guidato da altra luce fuor quella
de’ lampi, uscì fuori speditamente, per condursi alla spiaggia.
Lo aspettai lunga pezza in silenzio, lo aspettai pazientemente fino a
notte colma, mentre la bufèra scatenata imperversava sempre più forte;
da ultimo, parendomi soverchio l’attendere, mi risolsi d’andare io
medesimo sull’orme del còmito. La povera bella, vinta dalla stanchezza,
dormiva, sebbene d’un lieve sonno, interrotto da subitanei sussulti
ad ogni scoppio di tuono; Macham vegliava, seduto in sul limitare,
col mento sul petto, gli occhi fisi in quel pallido volto adorato. Col
gesto, più che colle parole, gli accennai dove andavo, e mi mossi. Uno
de’ marinai volle venirmi compagno.
Uscito all’aperto, sotto quella tempesta, che mi faceva piegare mio
malgrado le spalle, intesi il perchè Lanzerotto potesse tardare così
lungamente al ritorno. Il prato, pel gran rovinìo della pioggia,
erasi mutato in un vasto padùle e ci s’andava a guazzo, affondando i
piedi nel fradicio terreno. Peggio fu, quando ci bisognò entrar nella
macchia, la quale per larga lista ci divideva dal lido. C’inoltravamo
brancolando come ciechi in quell’orrore notturno; ogni traccia di
sentiero perduta; i lampi non rischiaravano davanti a noi che irti
ammassi di fronde, e il vento ce li batteva rabbiosamente sul volto.
Dopo molte fatiche durate in quell’andirivieni, io m’avvidi che, in
cambio di scendere, prendevamo a salire. Certo era smarrita la via. Che
fare? Il meglio era di dar volta verso la discesa, sperando di udire
indi a poco il mormorio del fiumicello, che avrebbe potuto guidarci.
Ma in mezzo a quell’alto frastuono niente si udiva; solo il bagliore
della fòlgore venne più tardi a mostrarci la correntìa vorticosa d’un
torrente gonfiato, che già eravamo sul punto di mettervi il piede.
Balzammo indietro atterriti, tentando di andar oltre, lunghesso la
sponda: ma indarno, chè laggiù il rigoglio delle male erbe, il viluppo
dei rami, eran più folti a gran pezza.
Errammo per tal modo alla ventura, fino a tanto il fragore dell’onde
non ci mostrò essere noi pervenuti alla meta. Ah finalmente! ecco il
mare! Ma la galera dov’è? Forse abbiamo di soverchio piegato e siam
giunti ad un’altra cala dell’isola? Ma no; un lampo schiara lo spazio;
è ben questo il lido; ecco il palischermo tirato sull’arenaio; ecco
la casupola de’ nostri artieri; ecco le travi squadrate. E la nave?
Un brivido mi corse per l’ossa; gettai un grido altissimo a cui non
rispose che il vento co’ suoi sibili acuti e il flutto co’ suoi cupi
fragori. La rada era deserta. M’aggirai tutto intorno, cercando il
tronco d’albero a cui sapevo esser raccomandato il provese, e lo trovai
finalmente. Il nodo era intatto, ma la fune giaceva lenta sulla rena,
spezzata poche braccia più innanzi. Questo mi rimaneva, e non altro
della mia povera nave.
Fieramente percosso da quella sciagura, rimasi a lungo inerte sul
lido. I primi barlumi dell’alba comparvero sul mare in tempesta, e
ben vidi allora come noi fossimo soli. La galera non si scorgeva in
nessuna parte di quelle onde sconvolte, che già il turbine l’aveva
sbalestrata assai lunge. Forse più tardi i marinai avrebbero rimesso la
prora sull’isola; ma come potrebbero governare? Il timone, rifatto pur
dianzi, giaceva ancor sulla spiaggia.
E Lanzerotto? Udii poco stante la sua voce da tergo. Il poveretto, già
tornato alla capanna, aveva ripreso cammino per venire in traccia di
me. Volò alle mia grida, e m’abbracciò singhiozzando; indi si fece a
raccontarmi tutto ciò che sapeva.
Egli era giunto sul lido in tempo per veder la catastrofe. Spezzati
gli ormeggi e il provese dalle incalzanti folate, la galera aveva
preso a correre, trabalzata sui flutti, e a lui erano giunte le strida
compassionevoli dei compagni perduti. Gittare una gomena a terra
non aveano potuto, poichè la nave in un batter d’occhi era stata
sospinta al largo e così tratta in balìa del turbine, che egli, pochi
istanti più tardi, non aveva scorto, nè udito, più nulla. Dov’era
ella travolta? Il vento soffiava da ponente maestro, e, prima che si
chetasse quella sua foga, la _Ventura_, se pure non le si schiudevano
inesorabilmente sulla tolda i gorghi del mare, avrebbe fatto così
lungo cammino da non osar più dar volta, senza governo com’era. Ed
egli, povero Lanzerotto, era tornato in furia ad avvisarmene; ma,
pur troppo, non aveva fatto altro che accrescer travaglio ai rimasti.
Anna, all’udire il tristissimo annunzio, era stata colta da una febbre
ardente; Macham si struggeva di dolore e di rabbia, non sapendo come
darle sollievo.
Questo era il colpo di grazia per me. Senza darmi pensiero più oltre
della galera perduta, senza badare all’acqua che mi scorrea gelida per
tutte le membra, presi la via della macchia, e corsi, volai alla nostra
capanna.
Tristo spettacolo mi si offerse allo sguardo, come fui giunto colà.
Anna era in uno stato, che non saprei dirvi il peggiore. Scomposte pei
tremiti convulsi della persona, le nere chiome si spargeano sul petto;
le guancie ardevano, come divenute di fuoco; gli occhi scintillavano
nelle orbite incavate, tanto guasto avea menato il male in brev’ora!
Allo sguardo smarrito che volse su me, mi addiedi com’ella non mi
conoscesse già più. Colta da delirio, usciva in parole rotte, confuse,
piene di arcani terrori. M’ingegnai di calmarla; ma ciò non le avvenne
che assai tardi nel giorno, e non già pe’ miei grami conforti, sibbene
perchè, ridotta allo stremo, si accasciò sul guanciale, raffermando le
ciglia stanche, mentre i moti affannosi del seno e il lento rammarichìo
delle labbra socchiuse, mostravano esser di poco scemato il patire.
Per due dì il povero Lanzerotto si pigliò cura d’ogni cosa per noi.
Egli mandava or l’uno or l’altro de’ quattro marinai in vedetta sui
greppi, nella speranza che avesse a scorgersi in alto la nave; egli
badava al còmpito di rifornire di vettovaglie l’assottigliata colonia;
egli intendeva operoso, amorevole e provvido, a tutte le faccende
di casa. E per due giorni si visse così, muti, inviliti, sospesi
tra dubbio e timore. La tempesta era cessata, ma il vento durava
gagliardo, nè la _Ventura_ si vedeva apparire. Orrido luogo, pauroso
deserto, quell’isola, a cui pochi dì prima eravamo approdati con tanta
allegrezza! Anna inferma e forse in fin di vita; noi soli, chiusi,
separati dal mondo, senza poterla soccorrere che colla rozza arte e
i manchevoli accorgimenti del marinaio! Macham, triste, abbattuto,
divorato dai rimorsi, facea compassione a guardarlo. Di me non so,
quale apparissi ai compagni; ma il pensiero di quella solitudine,
di quella impotenza nostra, mi pungeva ad ogni ora, mi lacerava, mi
struggeva nel profondo del cuore.
La mattina del terzo giorno, Macham era stato colto dal sonno ai piedi
del letto di Anna. Ella s’era desta pur dianzi, e mi venìa guardando
coi suoi grandi occhi accesi dalla febbre, come se volesse indagare i
miei più riposti pensieri.
— Risanerete tra breve! — le dissi, componendo le labbra a sorriso.
— No, amico mio, questo è giudizio del cielo! — mi rispose ella,
crollando mestamente il capo. — Eccoci qui, chiusi per sempre, sepolti
vivi in questa solitudine.
— Oh, v’ingannate! la _Ventura_ tornerà. E poi, ci rimane il
palischermo; nol sapevate? Possiamo adattargli una vela, e, se un
tragitto di alcuni giorni in così piccola barca vi spaventa, andrò io,
con due marinai, fino a Cadice, donde, noleggiata una nave, torneremo
a questa volta. Conosco il mare, non temete, e vi condurrò in salvo a
quel porto che vi piaccia di eleggere. Ma state di buon animo, ora, e
badate a rifarvi.
A queste mie parole ella parve chetarsi; indi a poco, soavemente
rinchiuse le palpebre, s’addormentò in un placido sonno, che durò
parecchie ore del giorno. Ma verso sera, chiamatomi al suo capezzale,
quasi proseguendo il colloquio della mattina, mi disse:
— No, messer Gentile, non tornereste più in tempo. Rimanete, amico mio;
mi sento morire.