La mattina vegnente balzai per tempo dal mio giaciglio e tolsi meco
due de’ miei uomini, per andare a scorrere la campagna. Macham voleva
seguirmi, ma io lo trattenni.
— Chi farà compagnia a madonna? — gli chiesi. — Questa gente è buona
e a me devotissima; cionondimeno, Anna non deve rimanere senza uno di
noi. Restate, messere; intanto egli c’è qui, nella casa nostra, molto
lavoro da compiere.
Lanzerotto invigilava quel dì al raddobbo della galera. Oltre i guasti
a cui bisognava rimediare nell’opera morta, e segnatamente nel castello
di poppa, c’era il timone malconcio, e, nella tema che non avesse a
farci qualche mal giuoco in caso di nuova tempesta, lo si era disarmato
e tratto a terra, per racconciarlo, o fabbricarne uno di rispetto.
Così la spiaggia erasi mutata in arsenale, tutta sparsa com’era di
travi squadrate a fil di sinopia, di seghe, accette, seste, martelli e
quanti altri strumenti occorrono a mastri d’ascia e calafati. Anche la
ciurma, dandosi la muta, era stesa a terra per aiutare i marinai nelle
loro svariate bisogne, tra le quali non ultima era la costruzione di
una tettoia, per raccogliervi tanti arnesi diversi e tenerli al riparo
la notte. In ventiquattr’ore, l’isola aveva pigliato l’aspetto d’una
colonia nascente.
Io rimasi fuori fin oltre il meriggio, correndo per ogni verso la parte
settentrionale dell’isola. La caccia era stata felice oltremodo, e
noi recammo selvaggina in gran copia, della quale io feci distribuire
la maggior parte alla spiaggia, tra quella moltitudine di operosi
compagni. L’omerico banchetto incominciò col tramonto e durò fino a
tarda sera; dopo di che, marinaresca e ciurma risalirono a bordo, e
Lanzerotto, dato sesto ad ogni cosa, fece ritorno al prato, dove noi
avevamo posto dimora.
Il giorno appresso, volle andar Macham alla sua volta. Egli mi dava il
contraccambio, ed io, tacendo, accettai. Fu quello un giorno felice per
me, e il cuore mi balzava per giubilo, quando vidi Roberto allontanarsi
colla brigata dei cacciatori e sparire tra i lauri.
— Noi andremo, se non vi spiace, a diporto fino a quella cascata; — mi
disse Anna, poichè fummo soli.
Ella ricusò il braccio che io le profferivo per aiutarla a salire.
— Oh, non son più così spossata, come ier l’altro — gridò, sorridendo —
e vedrete chi di noi due correrà più leggiero.
E invero, nonchè correre, ella pareva sfiorare il suolo, come una ninfa
dei boschi. Avea rialzati e, la mercè di un ardiglione, fermati alla
cintura i lembi della cotta da cavalcare, con cui era salita in nave
dalla spiaggia di Bristol, e il suo piedino snello lasciava a mala
pena l’impronta sul pulvinare vellutato dei muschi verdeggianti che
tappezzavano il dolce pendìo.
I colombi, già conoscendola, le passavano con ali stese d’intorno, e,
poco lunge da lei, come per aspettarla, rattenevano il volo.
— Cari! non bisognerà ucciderli mai! — esclamò ella invitandoli colle
mani a raggiungerla.
— Avete pur veduto ieri, madonna! — risposi. — Larga preda abbiam
fatto, ma quei candidi volatori furono rispettati dalle nostre freccie;
che non mi fosse accaduto di ferir quello che vi posò l’altra mattina
sull’omero!...
Eran questi i nostri ragionari, nel salir la collina, dietro la selva
dei lauri. Indi a non molto, afferrato il ciglione, ci apparve la
cascata in tutta la sua orrida bellezza. La era una stupenda veduta,
non già pel volume delle acque, che non era smisurato, sibbene per
la forma della rupe, stagliata a due piani e tutta irta di punte
scogliose, che la facea parere i due cotanti del vero. Rotta tra i
massi muscosi, che erano ornati qua e là di felci pendenti, l’argentea
vena si spandeva in lucenti zampilli, gorgogliava, spumeggiava,
ribolliva, per indi tornare a scorrer veloce, impaziente come saetta
dall’arco, in un cavo letto di pietra, e giunta sull’orlo del secondo
ripiano ove noi eravamo, infuriava, superava gli ostacoli, precipitando
fragorosa da una ragguardevole altezza. Il rumore incessante della
caduta non tornava molesto a noi, che stavamo più in alto; il romper
dell’onda lì presso, il suo risalire e lo spargersi in finissima
pioggia, dava all’aria tutt’intorno un senso di dolce frescura.
Sedemmo sul verde tappeto, quasi al margine della cascata. Anna
rimase lunga pezza estatica a contemplare quel lavorio d’acque
frettolose, che, spartite al sommo della rupe in rivolini e zampilli,
si raccoglievano tosto in un fascio, per correre un tratto pianamente
sotto i suoi occhi, indi spartirsi da capo, innalzarsi, flottare, e
rovesciarsi in larga piena nella valle di sotto.
Ella mi accennò poscia, là in mezzo a quel corso d’acqua, un picciol
masso sporgente ed una pianticella che, tratto tratto percossa dalle
onde soverchianti, agitava tremando le sue larghe foglie frastagliate.
— Vedete la poverina, come risica ad ogni istante d’esser travolta!
Così — soggiunse ella con accento di mestizia — la nostra nave sui
flutti!
— Ma Dio — risposi — ha salvata la nave e salverà quella pianta.
— Sì, ben dite — ripigliò. — Perchè l’avrebbe egli posta colà, tra
que’ due rabbiosi, che vanno a gara scuotendone il gambo sottile? Nel
piegarsi ad ogni urto sta la sua forza. E vedete, messer Gentile, come
anche ella, in mezzo alle tribolazioni, ci ha le sue gioie? Ha messo un
fiore.
— Lo volete? — diss’io, balzando in piedi ad un punto.
— No, no! mio Dio! mi fate paura.... — gridò ella trattenendomi. —
Andate piuttosto laggiù, sotto quella rupe, donde spenzola quel fascio
di candidi fiori stellati, e portateli a me. Neppur quella è facile
impresa! — soggiunse, per farmi parer più dolce l’andare.
Quello che Anna chiedeva era il fiore immortale. Cresce ad arbusto e
le corolle son bianche e stellate, siccome la margheritina dei nostri
campi, ma molto più grandi, e durano per mesi ed anni senza avvizzire;
donde il nome che portano. Sollecito io corsi, mi inerpicai tra’ sassi,
colsi quanti più mi venne dato di que’ candidi fiori, e tornato a lei,
mi feci ad intrecciarne una corona, mentre venivo dicendole il nome di
essi e i pensieri che quel nome mi destava nell’animo.
— Immortali, sì veramente, madonna! Sbocciati al tiepido soffio di
questa primavera, essi vivranno più a lungo della mia memoria in cuor
vostro.
— Perchè dite voi ciò? Credete voi così fugace la gratitudine in cuore
di donna? Io mi ricorderò sempre di voi, come del più nobile cavaliero
che meritasse mai la mia stima!
— Ah! sì; — proruppi — e frattanto, partiti da quest’isola, il che
avverrà troppo più presto che io non desideri, la _Ventura_ vi metterà
ai lidi di Spagna, e voi sparirete, sparirete per sempre dai miei
occhi, leggiadra visione, che mi avete fatto parer bella la vita.
Ella rimase un tal poco sovra pensiero; io muto, ansante, in attesa.
— Giovine siete ancora — mi disse finalmente, con voce impressa di
soave malinconia — e molte gentildonne ha la cristianità, fiorenti
di bellezza e di gran pregi ornate, le quali andrebbero superbe di
appartenervi. Amate, messer Gentile, scegliete tra quelle; io non
merito l’amor vostro. Non mi dite nulla, ve ne prego! So quello che ne
pensate, cortese come siete, e vi ripeterei sempre: non sono degna di
voi; ad altra donna ha da profferirsi il vostro gran cuore.
— No, nessun’altra! — gridai! — Badate, Anna, vi parlo così
schiettamente come parlerei al cospetto di Dio, che mi legge nel
profondo dell’anima. Io non vi contenderò a quell’uomo; ma sento qui
dentro che non amerò più donna al mondo, e che morrò di affanno lontano
da voi. Ciò vi duole? Non ne parliamo più oltre. Vedete, io sono pur
lieto nella mia tristezza. Anche quella povera pianta, dicevate, in
mezzo alle tribolazioni ci ha le sue gioie. Ora, la mia gioia è di
vedervi salva. Il fiore non sarà mio, pur troppo; ma almeno e’ non sarà
dannato a perire.
Commossa, ella mi porse la mano, che io afferrai e, tratto da un
impeto irresistibile di tenerezza, vi posi le labbra. Il bacio fu così
ardente, che Anna ritrasse sbigottita la mano.
— Perchè? — le chiesi tremante.
— Ah! — sclamò, con accento di mortale angoscia. — Non mi fate
doppiamente colpevole!
Io m’ero accasciato singhiozzando, colla fronte tra le palme.
— Suvvia, ve ne supplico, messer Gentile, amico mio, siate più forte,
se volete che io del pari lo sia. Vedete? io sono nel vostro medesimo
stato. Sì, anche la mia vita è condannata.
Più che alle sue preghiere e al dolce nome d’amico, rizzai la fronte
a quelle ultime parole ed attonito affissai lo sguardo nel suo volto
pallido. Ella proseguì.
— Questo tragitto fortunoso fu un alto insegnamento per me. Non so, nè
mi curo di sapere che penserà l’uomo da me abbandonato. Non è tutta
mia la colpa di ciò che è avvenuto, ed io potrei aggiungere che non
ne ho alcuna davanti a quell’uomo. Ma davanti al cielo?.... La donna
che infrange il patto, qualunque ei sia, giurato a piè dell’altare,
nel santo nome di Dio, non ha speranza di perdono. Perchè?... Lo
ignoro. La legge è dura, ma è legge, e sebbene lo spirito d’una misera
donna si ribelli al vincolo che la fa schiava contro sua voglia, ella
ha gravemente peccato, ella che poteva resistere da prima, ella che
poteva morire, e non seppe. Ma io espierò questa colpa; l’ho giurato
e non infrangerò quest’altro giuramento, che fu pronunziato con libere
labbra.
— E che farete?
— Se il cielo ne consentirà di approdare in terra di cristiani, andrò a
chiudermi in un monastero.
— Dio santo! — sclamai, perduto dell’intelletto, nè sapendo se
quell’annunzio dovesse farmi più lieto, o più triste. — E sa Macham del
vostro proposito?
— No; egli ne morrebbe forse. Ma che fare, se ad ogni uomo che
m’avvicina io porto sventura? Cercherò io di disporlo a questo fine,
con mezze parole che lo avvezzino al pensiero di separarsi da me?
Gliene darò d’un tratto l’annunzio? Questo non so dirvi ora; mi
avverrà forse come oggi con voi, innanzi di uscire da quest’isola,
o più tardi, quando avremo toccato un lido ospitale. Comunque sia,
il mio voto è irrevocabile. E’ fu in mezzo alla tempesta, dopo tanti
giorni che la rabbia del mare pareva dovesse inghiottirci ad ogni ora.
Iddio ti punisce! mi bisbigliava una voce arcana, che mi fa tuttavia
rabbrividire di spavento e di orrore. E allora giurai; giurai che,
se la nave fosse uscita salva dal turbine, avrei battuto alla porta
d’un chiostro e consacrata al Signore questa misera vita. Sul mattino
cadde il vento, si chetò la furia delle onde; il cielo aveva accolto il
mio voto. Ditemi ora, messer Gentile, non sono io nel vostro medesimo
stato? Io, voi, tutti, siamo condannati a soffrire; eppure, vedete,
anche l’affanno ha i suoi momenti di sosta. Quest’isola benedetta mi
è apparsa come l’òasi nel deserto allo stanco pellegrino; un lampo di
contentezza mi ha rischiarata la fronte. È breve riposo; che importa?
Non dobbiamo accogliere con lieto animo le consolazioni che il cielo ne
manda, per ripigliare più forti la via del dolore?
Io la guardavo trasognato, così nuove erano quelle parole per me.
— E siete rassegnata? — le chiesi.
Anna mi rispose con un cenno del capo.
Un demone allora mi soffiò un acerbo dubbio nel cuore.
— Amate voi sempre Macham?.... — incalzai; ma già pentito di
quell’ardimento — Ah! no, non mi rispondete! — gridai. — Non mi dite
nulla, non vo’ saper nulla; vi ho fatto una stolta dimanda!
E per non udire più altro, balzai in piedi, lasciandola sola e correndo
a passi concitati lunghesso il margine dell’onda. La mia fronte ardeva,
e, per virtù d’istinto, non già per meditato consiglio, mi feci a’ pie’
della rupe, per sentirmi sul volto gli spruzzi della cascata. Se Macham
fosse giunto in quel momento tra noi, ben si sarebbe avveduto del mio
turbamento, chè non venni a capo di padroneggiarmi sì tosto.
Ella era rimasta seduta, guardando mestamente la ghirlanda di fiori
immortali, da me intrecciata pur dianzi, che le posava in grembo.
Stetti a contemplarla da lunge, bella nel suo dolore, siccome era bella
nei lampi di gioia, ahi! troppo fugaci, che io vidi trasparirle dagli
occhi. E mi struggevo, guardandola; mi struggevo, pensando che non era
per me l’amor suo.
Insaziabile è l’uomo; ottenuta tal cosa che egli anelava, pur non si
cheta e vorrebbe mai sempre di più. Io volli farla tacere, ed avrei
voluto che ella, non curando le mie preghiere, avesse pure parlato. Ero
profondamente, ferocemente lieto di quel voto, che la toglieva ai baci
del mio rivale, e già volevo regnar io, sapere la mia immagine scolpita
nel suo cuore, rivaleggiare, anco lontano, col cielo, nella dolorosa
solitudine del chiostro.
Appena mi si fu chetata alquanto quella tempesta nell’anima, tornai al
suo fianco.
— Povero amico! — mi disse ella, alzandosi. — Venite e datemi il vostro
braccio.
E si appoggiò sopra di me, fidente come una sorella. Io, pur di sentire
il suo braccio sul mio, avrei mentito a me stesso. Balenavo, inoltrando
il passo; e nondimeno, vacillante, confuso, acciecato, sorreggevo lei
nella discesa.
— Non parliamo più di cosiffatte mestizie! — mi disse ella, quando
fummo giunti sul prato. — Vedete questo bel cielo? Esso ne incuora ad
esser forti, mostrandoci il sereno che ci attende lassù.