VIII.

Risiede l’isola del Legname tra le Fortunate e quelle dei Corvi marini,

ma non a pari distanza dall’une e dall’altre; ha quelle ad ostro, ma

non troppo lungi; queste invece a maestro, e per gran corso lontane.

Gira essa cento quaranta miglia tutt’intorno, e la sua forma arieggia

la pelta, che è lo scudo delle Amazzoni, o più veramente la luna presso

alla seconda fase, voltando il concavo a garbino, mentre una delle

punte guarda a scirocco, ove si dilungano alcune isolette brulle,

scogliose e deserte, e l’altra a maestro, dietro la quale è il porto,

già da me veduto altra volta, dove la galera aveva gettate le àncore.

Porto serrato, a dir vero, non era, imperocchè di tali non se ne vede

pur uno, bensì rade qua e là, al sicuro da certi venti; tra esse più

vasta quella che si apre a garbino, nel verso della gran curva che ho

detto. Dalla rada in cui eravamo ormeggiati, sendo il tempo chiaro,

vedevasi, forse a quaranta miglia verso greco, un’altra isoletta con

quindici miglia di giro, anch’essa già da me visitata ne’ primi viaggi.

Per aggiungere alcuna cosa intorno a questa isola del Legname, dirò

ch’essa è montuosa come la Sicilia, e sarebbe ancora più fertile, se

la mano dell’uomo si facesse a coltivarla. Deserta com’è, abbonda di

alberi fruttiferi, tra i quali è notevole il draco, che dà un frutto

buonissimo e in tutto simile alla ciliegia, salvo che è giallo.

Pregiata è la sua gomma, e in Africa, ove pur cresce quest’albero,

è dato ottenerla in tal guisa. Si dà un colpo di scure a’ piedi del

tronco, e l’anno di poi le tagliature fruttano gomme, le quali si

cuocono e si purgano, e fassene quel sugo rappreso, di color rosso,

che è detto sangue di drago, ed è di grand’uso in medicina. Mirabile su

tutti è l’albero che in Oriente chiamasi fico d’Adamo, perchè affermano

questo aver dato le foglie a coprire la nudità de’ nostri primi

parenti, e i rampolli di tal pianta, svelti dal giardino di Eden dalle

acque del diluvio, essere stati portati da prima sulle rive del Gange.

Dicesi in ebraico _dudain_ e dagli abitanti dell’Africa _banano_.

Nascono i fiori a mazzo e di un color di viola; i frutti maturano

dolcissimi ed anche se ne spreme un sugo gradevole, inebriante come

il vino; sorge il fusto ad altezza di sette in otto piedi, con larghe

foglie ricadenti ad ombrello, che albero veruno non ha le più grandi,

nè d’un verde più splendido.

Non tacerò il prezioso verzino, detto anche _brasile_, il cui legno è

di color rosso, molto pesante e duro, e serve alle tinte; nè del cedro,

assai somigliante al cipresso, che tramanda odore gratissimo, siccome

d’incenso; nè del nasso, pari nelle foglie all’abete, de’ cui rami si

potrebbero fare archi buonissimi e fusti di balestra. Di cosiffatti

alberi sono ampie boscaglie per tutto e macchie foltissime, spesso

intricate in flessuosi nodi dai sarmenti delle madreselve, assiepate

d’arbusti, d’erbe odorose e di fiori. Animali malefici non si annidano

colà, nè serpi velenose, nè bòtte impure, ma uccelli d’ogni specie più

strana, pavoni selvatici, fagiani neri e bianchi, pernici e quaglie,

come nelle nostre regioni, branchi di capre e copia di cignali su per

le forre.

Su questa terra benedetta eravamo discesi. Anna, siccome avviene a

chi sia rimasto più dì sul mobile piano d’una nave, si sentìa mal

sicura della persona, e, con quel sottile accorgimento che è dote

singolarissima della donna, aveva chiesto a Lanzerotto che volesse

reggerle il braccio. Al quale ufficio il mio vecchio aiutante

s’era posto con sollecito ossequio, mentre io e Macham li andavamo

precedendo, per distrigare que’ densi viluppi di caprifoglio, quei

bizzarri intrecciamenti di rami, e aprire talfiata a colpi di scure un

passo per mezzo ai cespugli.

Come l’uomo è bambino! Poichè nè io, nè egli, reggevamo sul nostro

il braccio di lei, eravamo più lieti, ci guardavamo manco crucciosi

ambidue, e giungemmo a tale di acchetamento, da barattar parole

frequenti, come due teneri amici.

Errammo un tratto per una macchia di nassi. Il suolo che noi

calpestavamo era odorato per una lieta abbondanza d’erbe, le quali

si ergevano all’altezza delle nostre teste. Da sette anni per fermo,

chè tanti ne erano corsi dopo il mio approdo in quell’isola, orma di

piede mortale non s’era più impressa in quella solitudine. Farfalle

d’ogni misura, dall’ali vagamente rabescate, svolazzavano qua e là

sui vertici delle siepi fiorite; sciami di pecchie ronzavano in aria,

s’addensavano a grappoli intorno ai favi silvestri, si lanciavano a

volo, soffermandosi il tempo d’un bacio sui calici schiusi, roteando,

guizzando, descrivendo ghirigori fantastici lunghesso gli sfondi del

bosco; uccelletti leggiadri, dalle penne d’un bel giallo paglierino,

ci seguivano, curiosi, di ramo in ramo, salutandoci con un loro verso

breve, ma arguto e melodioso come quello degli usignuoli; e di tratto

in tratto qualche capra vagabonda, inerpicata alle falde d’un ciglione,

lasciava il timo e il sermolino per voltar la testa dal nostro lato e

vederci a passare.

Rasentavamo, salendo, il corso d’un fiumicello. L’isola ne ha otto,

se ben ricordo, copiosi d’acque limpide e fresche. Giunti in un certo

punto, si diradò la boscaglia, che scendeva sino al margine dell’onda,

intrecciando da riva a riva i suoi rami, e ci si offerse allo sguardo

il lieto spettacolo di un vastissimo prato, lussureggiante, per forse

due tratti di arco, di colma verzura, e chiuso intorno intorno da

una selva di lauri. Lo partiva per mezzo, scorrendo placidamente in

un letto di finissima rena, un tortuoso ruscello, le cui scaturigini

si vedeano più lunge cadere dal sommo d’una rupe, rotte in argentei

zampilli e coronate dall’arco dell’iride. E là, in mezzo a quel prato,

poco lunge dal ruscello, solitario e gigante, sorgeva un cedro, che vi

pareva messo a bella posta per rompere la cheta uniformità dell’ampio

recinto. La natura precorre l’arte, e ciò che questa s’argomenta di

creare è mai sempre un’imitazione dei miracoli di natura.

Un grido di ammirazione ruppe dai nostri petti a quella stupenda

veduta. Colà e non altrove bisognava far alto; intanto, così divezzi

dalla terra per lunga sequela di giorni, già sentivamo un tal po’ di

stanchezza. Però, fatti ancora un dugento passi, andammo a sederci

all’ombra ospitale del cedro.

— Sarebbe pur bello di viver qui, — sclamò Anna, rapita, — eternamente

qui!

— Da voi dipende, madonna, — le dissi. — Del resto, non temete che si

abbia a partir subito da questo luogo incantato; per qualche tempo ci

bisognerà rimanervi.

— Perchè? — dimandò Macham. — Non rimetteremo domani alla vela?

— E come? — diss’io di rimando — come lo potremmo noi, dopo tanti

giorni di tempesta? La galera ha patito gran danni e occorrerà

ristoppare qua e là, fermar tavole sconnesse, altre cambiare a

dirittura, segnatamente nel castello di poppa, che più ha sentito della

furia del mare.

— Sì, sì; — aggiunse Anna — ed anche noi abbiamo mestieri di posarci,

di respirare, di raccogliere i nostri pensieri.

— E sia — conchiuse Roberto. — Quanti dì rimarremo?

— Dica Lanzerotto! — risposi brevemente, lasciando al caso di

pronunziar la sentenza.

Per fermo il vecchio marinaio mi lesse nell’anima, poichè, rimasto

alquanto sovra pensiero, rispose:

— Otto giorni almeno.

Egli per altro aggiungeva che dovevamo rifornirci d’acqua; che pativamo

scarsezza di pane e là erano banani maturi in gran copia, da farne

quella specie di pasta serbevole, così utile ai marinai, che n’hanno

imparato l’uso dai negri delle spiaggie africane. Inoltre, diceva egli,

si voleva dar la muta agli uomini della nave, perchè tutti godessero a

terra un po’ di calma, da rinfrancarvi le forze.

Macham non si piegava che a malincuore; pur gli convenne acchetarsi

a tali ragioni, che non patiano risposta. Deliberati di rimanere,

pensammo di allogarci il meglio che ci venisse fatto nell’isola. Sito

più acconcio di quello ove stavamo seduti, non era a cercarsi per

fermo, e tosto ci disponemmo a mettervi stanza. Gli uni colle scuri

ad abbattere tronchi d’albero, mondarli de’ rami inutili ed aguzzarne

le punte; gli altri a piantarli in bell’ordine d’attorno al cedro

gigantesco e a chiuderne gl’intervalli con rami avanzaticci e virgulti

intrecciati; per tal modo e in breve ora fu data forma e stabile

assetto ad una capanna, tramezzata in quattro camere: una per Anna,

che era la più vicina al tronco di cedro; due alla mescolata per me,

Macham, Lanzerotto e i quattro marinai che erano con noi; la quarta

finalmente che servisse ad un tempo di tinello e d’ingresso. Le frasche

doveano far ufficio di pareti; le foglie di banano, raccolte nei

dintorni, coprire il tetto dalle acque piovane, e talune anche servir

di tovaglia alla mensa.

L’impresa non aveva a finire in quel giorno, ma il grosso della bisogna

era fatto in poche ore, e, a ripararci per quella notte, bastava. Due

dei marinai, che erano andati colla balestra a scorrer la campagna,

tornarono indi a non molto con un capretto ucciso, il quale tosto fu

messo in quarti ad arrostire sugli schidioni. Recavano altresì miele

silvestre assai bianco e gustoso. Pane e vino s’era tratto dalla nave,

ed io fui lieto di aggiungere al pasto alcuni grappoli d’uva agresta,

raccattati lì presso, con una giumella di quelle ciliege che i drachi

serbavano ancora in buon dato, sebbene già fossimo presso alla calda

stagione, in quell’isola beata più precoce che altrove.

La mensa fu lieta abbastanza, chè il sorriso della natura festante e

quel senso di profonda calma, così dolce, così cara, dopo tanti giorni

d’ansie affannose, signoreggiavano il cuore di tutti. Talfiata il

viso di Anna si atteggiava a mestizia; gli sguardi erravano smarriti

nello spazio, come attratti da una incognita forza nella regione dei

tristi pensieri; un sospiro mal represso si schiudeva il varco per le

labbra tremanti; ed io allora mi faceva sollecito a svagare quell’anima

afflitta con ogni maniera di vuoti discorsi. Lanzerotto, poi, che ci

aveva la mente più libera di tutti noi ed il consueto umor gaio per

giunta, vedendo come a lui si spettasse di tener vivo il discorso, si

messe di grand’animo all’opera, e co’ suoi motti bizzarri e racconti di

marinaresche avventure, fatte più amene dalle incertezze e pentimenti

di chi cincischia una lingua non sua, la fece più volte sorridere. E

furono baleni, raggi di aurora, lembi di cielo per me.

Così aspettammo la sera. Il sole si calò, saettando i suoi ultimi

raggi, sotto un padiglione di fuoco, indi si ascose nel mare; e noi,

abbandonati dalla luce dell’astro, ci raccogliemmo fuor della capanna

a preghiera, con quali sensi, e come discordi, Iddio solo conobbe, egli

che legge ne’ cuori.

Alto silenzio di quella placida notte, io ti ricordo, ti sento ancora

nell’anima. Il soffio vespertino stormiva nella boscaglia, agitando

i diffusi ombrelli degli alti banani e gli svelti rami dei lauri

nereggianti sui confini del prato. Gemea lento il ruscello e la cascata

rumoreggiava da lunge, scintillando ai miti raggi della luna, che io

non vedevo, ma argomentavo sovrastante a noi, dai limpidi chiarori del

firmamento stellato. I mille arcani susurri della selva, sfrusciar di

foglie secche al guizzo di innocenti ramarri, cozzar di rami, ronzio

d’insetti operosi, saliano confusi al cielo, insieme colle fragranze

acute degli alberi resinosi e d’una moltiforme famiglia di piante.

Quella pace incantava; quella solennità ergeva lo spirito; quel metro

sommesso di umori cristallini, di fremiti, di fragranze e di chiarori

notturni, induceva nelle membra un dolce sopore.

Avevamo composto ad Anna il suo candido letticciuolo, sopra un soffice

strato di erbe odorose. Dalla galera, segretamente ravvolto in uno

stendardo, avevo fatto recare il tendaletto di damasco, trapunto a

vaghi colori, dintornato di frangie e galloni d’oro, che si stendeva

nei dì di festa sul castello di poppa. Al giungere del marinaio con

quella soffoggiata sotto il braccio, ella mi aveva chiesto che fosse,

ed io le aveva risposto esser il vessillo di San Giorgio, da inalberare

sulla nostra nuova dimora. Più tardi, quando ella ebbe veduto il

sontuoso drappo, disposto a padiglione e ricadente in larghe pieghe

sovra il suo letto, il volto le s’impresse di lieta meraviglia e dolci

parole mi dimostrarono la sua gratitudine.

Quella sera, dopo averla condotta sul limitare del suo bel nido e

datale la buona notte, me ne tornai fuori a pensare, lunghesso il

margine del ruscello vicino. Qual varietà di casi nel breve giro d’un

mese! Bristol, l’incontro in chiesa, il primo amore, la sconsolata

partenza, l’inattesa apparizione della sconosciuta, l’infinto suo

stato, la speranza e il disinganno, la tempesta sul mare e la gelosia

nel mio cuore, la salvezza sua, non la mia, tutto ciò mi si affollava,

mi si agitava confuso, mi turbinava nell’anima. Ed eravamo là, raccolti

in quella tranquilla solitudine verdeggiante, in mezzo all’oceano,

sotto i grandi occhi di Dio! Dopo avermi scorto fino a quella riva

ospitale, con quella donna adorata da fianco, avrebbe Iddio operato

un prodigio per me? In qual modo? Per qual merito mio? Non sapevo, non

ardivo immaginare; speravo. È così dolce sperare!

Mentre io fantasticavo in tal guisa, un’ombra si avanzò chetamente.

Era Macham, ed io ne rimasi forte turbato, chè mi parve dovesse egli

leggermi dentro nell’anima, o cogliere a volo per l’aure trasparenti i

miei diffusi pensieri.

— Limpida notte! — diss’egli avvicinandosi a me.

— Sì; — risposi — dolcezza ineffabile, pace divina!

Egli allora mi pose una mano sul braccio, e levando la fronte per modo

che io potei scorgere ogni più lieve moto del suo volto, con accento

solenne si fece ad aggiungere:

— E in pace dobbiamo viver noi ora. Così vuole la necessità, che è più

forte di noi.

— Che dirvi, messere? — ripigliai gravemente, — così è.

— In pace, dunque; siamo intesi?

— E sia; ma dite... Un pensiero mi cruccia, e non debbo tacervelo.

Egli rimane fermo che vivremo come fratelli... non già per noi —

soggiunsi prontamente — ma per quella donna che è là. I nostri pensieri

si innalzeranno liberi a lei, ma i nostri desiderii non profaneranno

il santuario ov’ella riposa? Padroni degli atti nostri, quando avremo

toccato alla fine del nostro viaggio, qui rimarremo schiavi di una fede

scambievole; non è egli vero? Me lo giurate voi, per quanto v’è caro e

sacro al mondo, per la donna che amate?

Macham mi saettò d’uno sguardo torvo; ma il mio non era manco feroce.

Ambidue si incontrarono e giunsero nel profondo del cuore.

— Uditemi: disse egli, mettendosi una mano sul petto — io vi odio; ma

vi sono debitore della salvezza di lei; abbiatevi il mio giuramento.

— Ed io del pari vi odio, Roberto Macham; la terra non ha più profondo

abborrimento, come non ha più possente amore del mio. Eccovi la mia

mano e la mia fede.

In queste parole eravamo giunti ai piedi dell’albero. Una voce

argentina si udì per mezzo alle frasche della capanna. Era la voce di

lei.

— Non andrete dunque a riposarvi, stanotte?

— Sì, subito — si rispose — anche noi!

Le confessioni di fra Gualberto · 第 15 / 24 题