Impossibile il dire qual fosse, tra gli affanni di quel periglioso
tragitto, il cuore della bellissima inglese. Ella era donna, e la donna
è debole; preparata dalla natura sua alle tenerezze, alle sollecitudini
di amante e di madre, regge tal fiata al dolore, agli stenti non già,
peggio ancora ai terrori. È dessa il fiore della creazione; quale
meraviglia se gli ardori soverchi alidiscono il fiore, se i geli lo
abbruciano, e solo le miti aure, nutrendo le delicatissime fibre, ne
svolgono le soavi fragranze? Povera pianta cedevole, ella si appoggia
all’uomo; la sua debolezza è il nostro incantesimo; l’amiamo, non pure
perchè è bella, ma altresì perchè è fragile ed ha bisogno di noi.
Passato il maggior pericolo, o fosse l’oppressura dei tanti patimenti
durati, od altra più acerba, assidua cura dell’animo, Anna si mostrò
più abbattuta che mai. Nè valsero a serenarla i certi segni del cielo;
chè quella calma improvvisa le parea traditrice, e i suoi terrori
si accrebbero alla vista del mar d’alighe, non ignorando ella, da
isolana qual era, tutte le paurose narrazioni dei naviganti intorno a
quelle orride chiostre del mar tenebroso. Nè manco spavento le venne
dal sapersi così lunge dalla meta, così fuori dalle rive del mondo.
Che sarebbe stato di lei, di noi tutti, se durava anche un giorno la
violenza del turbine? Non si sarebbe la nave irremissibilmente sommersa
là dove è ignoto se Dio abbia posto l’inferno dei dannati, o l’Eden di
delizie, perduto dalla prima colpa de’ padri? E in questo smarrimento
della nave, in questa sequela di nuovi pericoli, ella scorgeva la mano
del Dio punitore; imperocchè non era mia colpa se, usciti dal passo di
Cornovaglia, avevamo poggiato più in alto.
Non era mia colpa; e tuttavia!... Dentro il mio cuore non era egli
nato un truce desiderio di perir tutti inabissati nell’onde, anzichè
quella donna andasse lungi da me, in balìa di Macham, al primo luogo
d’approdo? Nè io già avevo mutato proposito, nè m’ero adoperato a
salvarla, se non allorquando una parola supplichevole di Macham mi
aveva richiamato, dolorosa visione, agli occhi dello spirito, le
angosce imminenti di quella povera donna, i terrori della sua disperata
agonia. Ma anco in quel punto, mi proponevo io forse di volgere a
terra? Lo avrei fatto io, se la tempesta, rimesso alquanto della sua
furia, me lo avesse pur consentito? Inoltrarmi sull’Oceano, non era il
voler mio, ma quello dei flutti; giungere ai confini del mondo, non
ardivo sperarlo; oppure nell’anima si agitava un disegno confuso, e
vigilanza ed opera risentivano di questo doppio impulso, per cui la mia
voce comandava una cosa, e un’altra ne voleva il mio dèmone. Gli eventi
mi soccorrevano; la bufera turbinava, le onde s’innalzavano per me.
L’avventura di Bristol era strana per modo, da non poter dicevolmente
risolversi in un tranquillo approdo, in una tacita separazione, in una
ricordanza fuggevole. Evidenti i segni; il destino avea poste le fila;
il destino le veniva intricando, ravvolgendo intorno a noi come una
rete di ferro.
Andavamo, siccome ho detto, col vento in prua, verso levante, remigando
senza posa, ma facendo poco cammino. Alcune ore dopo, per uno di quei
casi che occorrono frequentissimi su quel mare, cadde il vento del
tutto e la ciurma, traendone lieto auspicio, raddoppiò l’ardore nella
voga, mentre io facevo mettere deliberatamente la prua verso greco, e
issar da capo le vele. Sapevo difatti, per antica esperienza, come il
vento, tacendo da un lato, prendesse a soffiare dall’altro, e volevo
esser pronto a giovarmene. Non m’ero ingannato. Verso sera, una dolce
brezza incominciò a spirare da ostro, consentendo alla _Ventura_ di
orzare in quel rombo, che io mi ero proposto pur dianzi.
Avrei potuto volgere alle isole Fortunate, forse più vicine ai paraggi
in cui eravamo; ma, sebbene Lanzerotto me ne facesse proposta, egli che
ci aveva approdato al pari di me (ed una di esse portava il suo nome,
sendo stata primamente scoverta da Lanzerotto Malocello navigatore
genovese), io non volli saperne, per cagion dei naturali, gente
selvatica e feroce, tra i quali non era prudente consiglio inoltrarci,
non già per noi, ma per la gentil creatura che il nostro legno portava.
Meglio, dicevo, risalire più a greco, e giungere alle isole dei Corvi
marini, donde, poi, cogliendo il buon vento, che lassù spira più
facilmente da maestro, si potea navigare a golfo lanciato verso la
costa di Portogallo. Così ingannando me stesso, volgevo in cerca delle
isole dei Corvi marini.
Trascorsero ancora due giorni, malinconici ma tranquilli, su quella
immensità dell’Atlantico. Poche parole si ricambiarono con Macham,
quante bastarono per non farci sembrare l’uno all’altro stranieri;
Anna, in quella vece, si dimostrava oltre ogni dire cortese con me;
laonde io pensai che qualche cenno de’ nostri vincoli d’attinenza
necessaria fosse corso tra essi. Certo egli aveva dovuto toccarle
del nostro grave colloquio; ma ella, di rimando, gli aveva accennate
le ardenti parole udite da me? Non era da credersi. La donna ha più
sottile avvedutezza che non l’uomo, in congiunture siffatte. Anna amava
Macham e non ispregiava me; donde apparia manifesta la sua delicatezza
di donna. Impietosita di me, mi voleva amico, e qui smarriva il suo
senno, dimenticando esser cose impossibili al mondo; tra queste il
contentarsi all’amicizia d’una donna, di cui s’è sperato l’amore.
E nondimeno, le sue cortesie, temperate di tanta ritenutezza,
spiacevano a Macham, il quale rabbruscava la fronte ad ogni parola
che fosse nulla nulla più dolce, stavasi tra contegnoso ed impacciato
davanti a noi, eppure rimanea sempre terzo ne’ nostri brevi colloqui.
Io non amavo queste mezze vittorie; ben di grand’animo mi sarei
scagliato su lui, perchè in aperta guerra fosse giudicata la nostra
contesa; ma quelle schermaglie, donde non spicciava una goccia di
sangue, e assai più fiele per contro si accumulava ne’ cuori, m’erano
uggiose oltre modo; però mi tenni in disparte. Se ella non usciva fuor
della camera a dirmi alcuna delle sue amorevolezze, io non cercavo di
avvicinarmi a lei, e, sotto colore di aver comandi a dare, o di dover
osservare la carta insieme col mio còmito, facevo sempre di trovarmi
all’ora del pasto in faccende, lontano da essi.
La mattina del terzo giorno, ancora tra lume e buio, il marinaio
che stava in vedetta annunziò terra da destra. A tutta prima non gli
aggiustai fede, chè, secondo i miei còmputi, dovevamo essere ancora
più giorni lontani dalle isole dei Corvi marini. Saranno vapori
sull’orizzonte, pensai, e l’alba non tarderà a dissiparli.
L’alba comparve, bella di tutti i colori dell’iride, vestendo il cielo
ed il mare di miti splendori. Le onde, increspate dalla brezza, davan
riflessi d’argento; le vele della nave, dispiegate come le ali d’un
cigno, si tingeano di rosso, che era una vaghezza a vederle. Gli occhi
di tutti erravano incerti da quelle splendidezze vicine a quella parte
dell’orizzonte ov’era stata indicata la terra, e dove, man mano che si
dileguavano i vapori del crepuscolo, appariva una striscia d’azzurro
carico, somigliante ad una nube che incombesse sul mare. Era terra
davvero; ma quale? Un’isola al certo, che non pareva stendersi molto
lontana sui lati. Forse l’Isola di San Brandano, che, troppo spesso
veduta da lunge, fa palpitar d’allegrezza il cuore dei naviganti, e
poi, quando la nave si approssima, quando l’occhio desioso sta per
afferrarne i contorni, sfugge via via, si raccorcia e sparisce? No;
più ci appressavamo e più i contorni di questa si mostravano nitidi,
spiccati e recisi a fior d’acqua, davanti ai primi raggi del sole:
l’azzurra visione, non che allontanarsi da noi, sembrava venirci
incontro sui flutti tremolanti. Anna stessa, uscita poc’anzi, al grido
della marinaresca esultante, dimenticò un tratto i suoi dolori, nella
contemplazione di quella scena incantevole.
A quale isola eravamo noi per approdare? Non certo ad una delle
Fortunate, che si aggroppano ad ostro, dirimpetto al lido africano, nè
di quelle dei Corvi marini, a cui pensavo di volgere, poste più su a
settentrione, di contro al Portogallo. Cotesto argomentavo dai paraggi
in cui dovevamo trovarci, rispetto al mare d’alighe donde eravamo stati
solleciti a dar volta. E il pensare a cotesto e l’appormi, fu un punto.
— Poggia a destra, dritto sull’isola! — gridai al timoniere. — Affè,
non si poteva capitar meglio!
— La conoscete, messer Gentile? — mi chiese Anna, raccogliendo le
ultime parole che io aveva dette in francese per lei.
— Sì, ci abbiam toccato altra volta — risposi. È l’isola del Legname.
— Che nome! — esclamò ella.
— Invero, non è leggiadro; ma così siamo noi, ruvida gente di mare;
— notai con amarezza; — tiriamo al sodo perfino nei nomi delle terre
scoperte. Poichè il bello non è nato per noi, ci rifacciamo sull’utile.
— Oh! che dite voi mai? — interruppe ella, con accento di dolce
rimprovero.
— Eppure — proseguii — essa è l’isola più bella di questi mari, sorrisa
dal cielo più clemente, non contristata dalla presenza degli uomini,
i quali la insanguinerebbero coi loro sdegni feroci, ricca d’acque
limpide e fresche, di frutti soavi e di più soavi fragranze. Vedete,
madonna; incominciano a nereggiare le selve stupende che le meritarono
il nome; tra poco, essendo qui eterna la primavera, sentirete i grati
effluvii di quel giardino incantato.
— Questo — notò ella sorridendo — è più degno di voi, che volete farvi
ruvido e non siete.
In tal modo ella cercava di temperare la mala impressione fatta
sull’animo mio dalle sue prime parole e di stillarmi in pari tempo un
po’ di dolce nel cuore. Divina creatura! Si chiudevano nel suo seno
tesori di pietà, che pur troppo non hanno fatto migliore quest’indole
fiera e selvaggia. Ma se un affetto felice può soventi volte
rinfrancare uno spirito infermo, un amor disperato intorbida mai sempre
il sangue e lo attossica.
Intanto che così parlavamo, la galera, correndo a gonfie vele e a
piena voga di remi, si avvicinava all’isola, che dal lido infino alle
vette appariva tutta una selva di alberi giganteschi. Dei marinai, che
intendevano alla manovra, già alcuni l’avevano ravvisata a lor volta,
come quelli che da più anni erano ai miei servigi ed avevano corso meco
que’ mari.
— L’isola del Legname, non è egli vero, messere?
— Sì, quella! Lesti ad imbrogliare le vele quando svolteremo la punta,
poichè si va a dar fondo nel porto che già conoscete.
Tutti allora affaccendati a chiedersi, a ripetersi scambievolmente il
nome di quella terra promessa. — _Madeira!_ — gridò uno di essi, che
era portoghese, voltando nella sua lingua la parola italiana.
— In che punto del mare è dessa? — chiese Anna allora.
Io feci un cenno a Lanzerotto, che fu pronto a scendere nella mia
camera, e tornò poco stante col mio portolano, libricciuolo dalle
carte di pergamena, su cui erano delineate tutte le coste dei mari
conosciuti. Ivi, aiutata dalle indicazioni del mio còmito, ella potè
riscontrare la sua Inghilterra, le spiaggie occidentali di Europa
infino allo stretto di Septa, e, più al largo sull’Atlantico, l’isola a
cui eravamo vicini, col nome impostole da’ suoi scopritori.
— Furono i vostri gloriosi maggiori, messere; — notò Lanzerotto,
ingegnandosi a parlar francese, per essere capito da lei — furono
Ugolino e Vadino Vivaldi, che trovarono questa, coll’altre isole
segnate qui intorno. Arditissimi uomini! Essi perirono andando più
oltre nelle loro scoperte, là verso scirocco, lungo la costa africana,
siccome è perito messer Benedetto, il nobile vostro genitore, or fanno
i diecisette anni.
— Triste cosa! — esclamò ella, rabbrividendo.
— Va, Lanzerotto! — diss’io, mettendo fine ai discorsi del mio còmito.
— Sia pace all’anima degli estinti, i quali, più felici di noi, hanno
finito di patire. Bada ora a far trarre dalla stiva gli ormeggi; tra
mezz’ora ci bisognerà gettar l’àncora.
Lanzerotto corse obbediente alla bisogna e noi due rimanemmo soli sulla
spalliera, imperocchè Macham s’era poco dianzi tratto in disparte e
stava immobile sul ripiano dei bandini, presso la scala di fuori banda,
in atto di osservare la spiaggia.
— Triste cosa! — ripetè la donna compassionevole. — Ma voi, almeno voi,
messer Gentile, tornerete alla patria e vivrete felice coi vostri.
— No, madonna, io non ho nessuno sulla terra a cui possa metter conto
ch’io viva, e per cui mi abbia a tornar caro di vivere. E già il mio
cuore è morto, poichè mi è venuta meno la felicità che speravo.
Ella arrossì alle mie parole, chinò gli occhi e tacque. Nè altro io
soggiunsi, esacerbato com’ero. Per ventura, lo spettacolo che ci si
offriva in quel punto allo sguardo, distolse gli animi nostri da quella
mestizia e diede adito a nuovi pensieri.
La nave svoltava allora la punta settentrionale dell’isola, navigando a
due’ tratti di balestra dal lido. Tutta quella terra felice, dal basso
della spiaggia fino agli estremi ciglioni, lunghesso i meandri della
costa, le insenature e le sporgenze dei greppi, era come un ammasso
di fronde, bello di tutte le temperanze del verde, brizzolato qua e
là da ciuffi, grappoli e ghirlande di rose, di gigli e di viole, chè
tali apparivano da lunge i fiori ond’era ornata la macchia. Alberi
sconosciuti sorgeano dal lido e i rami spenzolavano sotto il peso dei
frutti, lambendo ad ogni ora, scossi dal venticello scherzoso, le acque
tranquille del mare. Cotale esuberanza di vegetazione io non avevo
visto che là. E, spettacolo a gran pezza più nuovo, stormi d’uccelli,
mirabili per forme diverse, screziati di vivi colori, si libravano a
volo, venendo allegramente a rincorrersi nel sartiame della galera,
a posarsi curiosi ed attoniti sul calcese degli alberi, sulla penna
delle antenne, perfino sul tendaletto di poppa e sulle posticcie dei
rematori. Tutto intorno era un garrito, un cinguettìo, un gorgheggio
di dolcissime note, un indistinto di mille fragranze, una festa d’aria,
di tepore e di luce, che allargava i petti e li invitava alla gioia. Il
paradiso di delizie, perduto dalla colpa dei primi parenti, non era al
certo più bello.
Io vidi Anna commossa, inebriata da quel concerto di meraviglie. Certo
in quell’istante il ricordo de’ miei mali le era uscito dall’animo. Ma
non nasceva ella forse allora ad una nuova vita? Come Eva, al suo primo
aprir gli occhi nell’Eden, confusa, palpitante, guardava ogni cosa
d’intorno e le parea di sognare.
Una colomba, dal collo vagamente piumato di nero e tutto l’altro
candido come neve, era venuta a posarsi sull’orlo del tendaletto, a
due passi da noi. Anna le sporse il braccio in atto di prenderla,
ma incerta, trepidante, per tema non avesse quella a spaventarsi
e fuggire. La colomba, non pure si lasciò prendere da quella mano
leggiadra, ma di slancio volò sull’òmero d’Anna, che mise un grido di
stupore e d’allegrezza ad un tempo.
— Tutti i cuori son vostri, madonna; — le bisbigliai. — Vi paia ora
strano che chi vi ha veduta appena...
Volevo dire di più, ma mi trattenni, per non turbare quell’ora di
pace. Il porto si apriva davanti a noi e la _Ventura_ vi entrava con
rapidissimo corso. — Palpa co’ remi! — gridai, per far sospendere la
voga e spegner l’abbrivo della galera, mercè la resistenza di tutto
il palamento di destra e manca, tenuto fermo nell’acqua. Spinto dal
suo impulso, il legno si inoltrò ancora un bel tratto, indi si fermò,
mentre il flutto spumante gorgogliava d’intorno alle pale.
Indi a non molto, il ferro a quattro marre pigliava fondo da prora,
mentre il palischermo era calato in acqua, per condurre a terra il
provese e legarne il capo al tronco d’un albero. Si acconigliarono i
remi, si ammainarono le antenne e, mentre una parte della marinaresca
attendeva a fare la tenda, noi scendevamo nella barca. Dopo quindici
giorni di trabalzamenti sui flutti, di angoscie, di terrori ineffabili,
era pur tempo di toccare una spiaggia ospitale. Anna, a mala pena ebbe
posto piede sul lido, si chinò riverente per baciare la terra. Io avrei
baciato dov’ella passava.