Lanzerotto non era inquieto senza ragione; il suo occhio esperto non lo
aveva ingannato intorno a ciò che stava per accadere.
Eloquenti sono talvolta i silenzi del mare. Egli è su quel liquido
piano, quando la terra è sparita ai vostri sguardi, quando le sue cure
materne sembrano avervi abbandonato, che voi incominciate ad udire una
voce nuova, paurosa, solenne, la voce delle cose, voce di pianto, di
minaccia, di morte. La natura acquista una favella e l’uomo la intende;
dovunque ei volga le pupille smarrite, vede le magiche cifre che gli
annunziano il triste futuro. Il cielo assume un aspetto sinistro,
grave di orrendi presagi; l’orizzonte, che d’ogni parte si cela, è la
speranza che si allontana da voi. Già la cerchia si stringe; il mare
è uno steccato in cui si prepara il giudizio di Dio; i foschi vapori
che si calano lentamente d’intorno, sono i biechi spettatori, che
tra breve stenderanno la mano per condannarvi a perire; l’Oceano è il
mostro immane che si concentra, guatandovi co’ suoi mille occhi lividi,
arruffa le squame, striscia, mugghia da lunge e vi grida implacato:
ogni varco è chiuso; ora a noi!
Il vento teso, che fino allora ci aveva spinti in alto, era cessato;
le vele sbattevano negli alberi, ed io tosto comandai di ammainare
le antenne, facendo issare il trevo, che è una vela quadra, più
maneggevole in tempo di burrasca, all’albero di trinchetto. Così
premuniti, aspettammo.
Triste cosa l’attendere, quando il viatore aspettato è la tempesta.
L’Oceano si raccoglie e il marinaio del pari; ma quello è il
raccoglimento dell’ira che medita i suoi colpi: questo della paura che
stringe il cuore e svigorisce i nervi dinanzi al pericolo. Il marinaio
è sicuro di sè, talvolta lieto, infiammato sempre, quando si appresta
a combattere prora a prora, petto a petto, uomo contr’uomo; ma la
furia delle onde scatenate lo fa per un’ora codardo, e quell’ora è
spesso l’estrema. Cader riverso sull’arrembata, per ferita di dardo,
o di scure, è lieve cosa. Il sangue bolle nelle vene, si è pieni di
baldanza, ardenti di vita; or bene, questa vita poderosa non muore;
l’anima freme, respira da tutti i pori, fin anche dalle ferite, l’aria
generosa e vivida del cielo; angelica farfalla, si sprigiona dal suo
involucro, vola via nell’azzurro e le sembra che, volando, ella debba
veder tuttavia i fratelli vincenti e lo stendardo, che fu già suo,
sventolar glorioso in mezzo alla strage. Ma lottare colle cieche forze
dell’Oceano sterminato, contendere una vita pigmea alle strette del
gigante che flagella le rupi e sconvolge gli abissi, sterile pugna,
vana audacia, la sua! Il cielo cupo romoreggia; l’aria grave opprime
il respiro; il sangue rifluisce e si agghiaccia nel cuore; un senso di
torpore soggioga le membra; tutto si rappicciolisce, perfino lo spirito
dentro di lui, lo spirito, già sì gagliardo e pronto ad espandersi in
lieti sogni, in leggiadre speranze. Il mare, inebriato de’ suoi stessi
furori, s’avventa, flagella il volto colle sue gelide schiume, incalza
sul naviglio la piena dei suoi flotti mugghianti. Reggerà all’urto
quel povero guscio di travi sconnesse che tremano e crocchiano per ogni
giuntura? E quell’altra rovina di acqua che s’avanza minacciosa, come
torre all’assalto, per cogliere di fianco la nave, non lo spazzerà
via dalla tolda? E giù nel pelago profondo, vivi ancora, con tutti i
terrori, con tutte le disperate angoscie d’uno spirito che non vede
più scampo; e un ruggito sul capo, la notte sugli occhi, l’esistenza
sommersa nel nulla!
Il trevo era già inferito al pennone e issato all’albero di trinchetto,
allorquando il mio còmito mi si fece da canto.
— Vedete laggiù da greco, messere! Il groppo si avanza e mala notte
vuol darci.
Difatti, da quella banda che Lanzerotto accennava, l’aria si venia
facendo più scura; il mare si arricciava a creste più fitte, e il
candor delle spume facea risaltare vieppiù il fosco dell’onda. Quella
negra mole cresceva, si rigonfiava a guisa di montagna, venendo ratta e
sicura sopra di noi, per pigliarci di sguancio.
Comandai sollecito al timoniere che poggiasse, per resistere alla
ventata, col lato più saldo della nave. Così, opposte le terga al
pericolo, si stette, non senza trepidazione, in attesa. La gran mole
si avanzò con alto fragore, misto a sibili acuti, e ci colse per
l’appunto da poppa. Il legno, sollevato di lancio ad una incredibile
altezza, curvò la prora e parve sprofondarsi in un baratro scavatogli
allora dinanzi, mentre il soverchio dell’ondata, rovesciandosi addosso
alla timoniera, ci recava il primo saluto del turbine. Tosto si udì
cigolare l’alberatura e le sartìe, come se fosse per ispezzarsi ogni
cosa; il trevo, subitamente investito dalla piena del vento, crocchiò.
Io m’avvidi esser troppo inciampo anche quella povera vela quadra, e
feci filare in bando le scotte, affinchè, sventolando liberamente, ella
non offrisse resistenza, e ad un’altra di quelle folate non mandasse
l’albero infranto. Questo salvai, non la vela; chè un secondo rifolo,
più gagliardo del primo, la trasse, la divorò, i brandelli divelti si
dispersero sibilando nell’aria.
Qui cominciò la più spaventevole ridda di elementi scatenati che io
avessi veduto mai in dieci anni di vita randagia sul mare. Il vento
soffiava furibondo, non mai a lungo in un verso, ma sbalzando da un
punto ad un altro dell’orizzonte, siccome è costumanza del turbine,
che i naviganti sogliono chiamar remolino. A quegli impulsi svariati
e discordi, ribolliva il mare, si scuotea dal profondo e le ondate
seguiano le ondate. Per colmo di mali, allo imperversare dei flutti
si aggiunse l’ira del cielo e un nembo si diruppe su noi. Pioggia e
grandine rovinosamente cadeano; la folgore ad ogni tratto balenava
dalle nubi squarciate, fulminava con orrido schianto dintorno alla
nave, e le sue livide striscie rischiaravano paurosamente quello
immenso scompiglio.
Ed Anna? In mezzo a quella pugna del cielo e del mare io non l’aveva
obliata per fermo; viva ed acerba ricordanza me ne faceva quell’altra
pugna, quell’altra tempesta, che ruggìa nel mio cuore. Avrei
voluto saperla in salvo, non vederla più, inabissarmi nell’Oceano,
dimenticare, morire. Nè ardivo mostrarmi a lei, nè mi reggea l’animo
a starne così lungamente lontano; attonito, istupidito, guatavo la
procella, non temendola fatale, non invocandola pietosa per me. In
sul far della notte, chiamato, mi concussi alla camera di poppa. La
povera donna soffriva aspramente, ma più dell’animo assai che del
corpo, rannicchiata nel suo letticciuolo, bianca come cera, disciolte
le chiome e gli occhi smarriti. L’odiavo, maledivo a quel giorno
che l’avevo veduta, e tuttavia per liberarla da quei patimenti, per
ritornarle sul volto le rose e il sorriso, avrei dato la vita, perduto
l’anima mia.
Macham le sedeva da fianco, ma senza pur tentare di consolarla, muto,
accigliato, cupo come un simulacro di sasso. Egli era scorato, il bel
cavalier d’amore; i suoi occhi languidi, le sue tenerezze, già non
poteano ridare la vita e la pace a quella gentil creatura; forse in
quel punto egli era, e sapea d’essere, la rea cagione di tante angoscie
ineffabili; destro a rapirla dalle braccia di un uomo, si sentiva
impossente a salvarla dagli sdegni del cielo.
Mi vide ella appena, che ansiosa volse le braccia verso di me. La
gravità del momento facea porre in non cale ogni superbo contegno, o
misurata riserbatezza tra la gentildonna e l’uomo che aveva ardito pur
dianzi confessarle l’amor suo.
— Dove andiamo? — chiese ella sgomentata. — Dite, in nome del cielo,
che avviene egli di noi?
— Madonna — risposi — il mal tempo ci coglie al largo, dove non
ignorate quale necessità e qual volere ci abbia condotti. Forse a
quest’ora, volando, come facciamo, sui flutti, siamo davanti alle
coste di Guascogna, o di Biscaglia; ma in alto ancora, troppo in alto,
nè, con questa furia di vento, ci verrà fatto poggiare alla riva. Non
vi sbigottite, tuttavia; ciò che oggi non può farsi, sarà possibile
dimani, a mala pena il turbine smetta alquanto della sua gagliardia.
Macham alzò gli occhi dubbiosi a guatarmi, forse per sincerarsi nel mio
sembiante se io dicessi da senno.
— Sì — ripigliai, notando quel dubbio — la galera è salda e può reggere
a tempi assai peggiori di questo. Conosco il remolino per prova,
e so che non è uso a durar lungamente. Ve lo ripeto, madonna, non
temete; ho fede di condurvi sana e salva alla prima spiaggia in cui ci
abbatteremo, sia ella di Francia, o di Spagna.
Mentivo, così parlando, e, per colorire la menzogna, mi studiai di
sorridere. Fede non mi albergava in cuore nessuna; poggiare a terra
senza aiuto di vele era folle speranza; e che potevano i remi in
quell’ondeggiar senza posa e senza misura, in quel continuo urtarsi di
falsi fiotti, che correvano per ogni verso, come il turbine capriccioso
voleva? Nemmanco era dato intendere in che paraggi si fosse; le stelle
ascose; la stima del percorso cammino impossibile. Si andava, sì, ma
verso l’ignoto, e in ciò non aveva mano l’accortezza dell’uomo. La
_Ventura_ errava sull’onde; il vento girava turbinando da destra e
da manca, trabalzando a suo talento la povera nave, con una rapidità
spaventosa. Come sperare, nonchè aver fede, di giungere a porto? Ma
ohimè! povera donna! l’inganno non era egli pietà?
Il secondo giorno fu anche più triste del primo. D’ogni parte
guardando, non si scorgeva che mare, e il mare sembrava un campo di
battaglia, seminato di stragi, sitibondo ancora di sangue, mentre i
negri nuvoloni, che si affoltavano tutto intorno, mettendo lampi e
rumore di tuono, pareano portar sempre nuove orde di combattenti a’
nostri danni, sul liquido piano sconvolto.
Cionondimeno lottavamo; taciturni, disperati, attendevamo al lavoro.
Dalla vigilanza nostra, dipendeva il tardare la temuta rovina; ed ogni
ora tolta alla morte non poteva forse riuscire alla nostra salvezza?
Così passarono tre giorni, orribili giorni, di stenti, d’insonnia e di
amare dubbiezze. Macham era sempre più cupo. Io credo che in caso di
naufragio egli avesse deliberato di uccidersi, per non morire di morte
peggiore, in lotta coll’Oceano. Talvolta, uscito dalla tolda, egli mi
chiedeva se l’agonia d’un naufrago durasse troppo lungamente; tal altra
contemplava la lama d’un pugnale che portava sempre alla cintola. Anna,
ogni qualvolta mi presentassi a lei, era pronta a ringraziarmi delle
mie cure e a dolersi dei pericoli ch’io correvo per cagion sua.
— Vedete, madonna — le dicevo io per racchetarla — ecco un altro giorno
trascorso; la _Ventura_, comecchè in balìa dei marosi, regge ai lor
colpi e va innanzi.
Ma, pur troppo, le nostre tribolazioni non erano per finir così presto.
La tempesta ne incalzava, seguitandoci, stringendoci sempre nelle sue
immani spire. Avevamo mai sempre a temere d’andare sbalestrati contro
una costa invisibile, perocchè tutto, intorno a noi, era buio, e le
folgori non rischiaravano altro, ai nostri occhi, fuor che nuvole,
ammassi di nebbia schierati in guisa di minacciosi dirupi. Per otto
giorni cotali angosce durarono. A volte il mare ribolliva spianato,
e subito dopo si ergeva in montagne, ricoperte di schiuma. Nella
notte le onde furenti pareano vomitar fiamme, tanta era la copia dei
vermi fosforici trabalzati a fior d’acqua. Egli fu un giorno ed una
notte intiera che il cielo, squarciato da continui lampi, rassembrò
un’immensa fornace, intanto che il fragore del tuono e l’urlo del vento
erano spesso dai marinai atterriti tolti in iscambio di dolorose grida
d’altri loro compagni di sventura, nel punto d’essere inghiottiti dalle
onde. In tutto quel tempo, ruinava dal cielo, non già una pioggia,
sibbene un altro diluvio, talchè la mia gente era come annegata in
coperta, e molti invocavano ad alta voce la morte, quasi ella sola
potesse metter fine a tanti patimenti ed orrori.
Nuova cagion di spavento si ebbe in una di quelle notti d’inferno.
La nave non era più in mezzo allo spesseggiar delle folgori, a
repentaglio d’andare in frantumi; le tenebre erano fitte; il tuono
baturlava lontano. Ad un tratto fu veduto il corpo di Sant’Ermo, con
sette candele accese sopra la gabbia dell’albero di maestra; vo’ dire
che vi si vedevano quelle bianche fiammelle che i marinai affermano
essere il corpo di Sant’Ermo, lor protettore, il quale, più non potendo
intercedere per essi dall’alto, scendeva ad annunziar loro il terribile
momento di raccomandar l’anima pericolante a Dio. Un profondo terrore
s’impadronì di tutti quegli uomini, fino allora sì saldi; tosto si
buttano ginocchioni; piangenti intuonano litanie ed altre lor note
orazioni, a stornare dal loro capo lo sdegno celeste. Le misteriose
fiammelle stettero a lungo librate sul calcese dell’albero, indi
sparirono e tutto ricadde nell’ombra.
Il giorno appresso l’Oceano parve stanco delle sue collere e volse
finalmente alla calma. Il cielo fosco tuttavia; l’orizzonte ristretto;
ma il remolino era cessato e un vento scarso spirava da levante, di
guisa che i poveri marinai ebbero tempo a respirare. Ma nuovi terrori
li assalsero in quel giorno; quella medesima tranquillità seppe loro
di sinistro, e, nel languore in cui erano immersi, tutto faceva paura,
tutto induceva sospetto. Scorgeansi intorno intorno alla galera torme
di cani marini, e ne fu tratto un presagio funesto; imperocchè ella
è credenza della gente di mare che quei voracissimi mostri sentano da
lungi l’odor dei cadaveri ed abbiano del pari un presentimento, che li
fa nuotar presso alle navi condannate a sommergersi.
A me ed al mio còmito dava maggior pensiero il non saper dove fossimo.
Erano già gli undici dì dopo la nostra partenza da Bristol; ma sulla
mia tavoletta del mare io non avevo potuto segnare nè il camino
percorso, nè i rombi navigati; gli astri erano ascosi; soltanto la
bussola indicava che procedevamo sempre a garbino.
Al cessar della tempesta, avevo fatto issare un trevo di rispetto,
ancora non osando spiegare le vele latine, per tema di qualche perfidia
del tempo, così mutevole com’era. In tal guisa, serrando il vento più
che ci venisse fatto, c’industriavamo di poggiare ad ostro, in cerca
della terra; frattanto io tentavo di trarre indizi dal mare. La via
tenuta dal turbine mi diceva chiaramente esser noi stati condotti
nell’Atlantico; ma fino a qual punto? Eravamo noi nelle acque del
capo di Finisterre, o più giù, davanti la costa di Portogallo, o più
al largo? L’aspetto delle onde, più lunghe e d’un colore traente al
verdastro, rincalzava quest’ultima supposizione. Cionondimeno, volendo
scendere ad ostro, continuai a serrare il vento siccome ho già detto.
La mattina seguente il mio dubbio si mutava in certezza. Il mare, fin
dove poteva giungere l’occhio, appariva coperto di erbe, dando immagine
di un vasto campo inondato. Toccavamo il mar d’aliga, o di sargasso,
siccome dicono i marinai forestieri, il quale contermina d’ogni parte
il mondo conosciuto. Donde quell’ampio strato di verde? Sono elleno
per avventura piante marine, le quali nascono nel fondo e quindi,
svelte dal moto delle onde e dalla forza delle correnti, si sollevano a
fior d’acqua? O il mare diviene qui meno profondo che altrove, e quei
prati sono essi la vestigia della terra inabissata, di cui parlano le
antiche memorie? O Dio ha disseminate queste rovine intorno alla terra,
perchè nessuno ardisca navigare più oltre a tentare gli arcani del
creato? Certo egli è che perfidi paraggi son questi, e i verdi ammassi
galleggianti sono in più luoghi così fitti, che i legni vi rimarrebbero
a lungo andare impigliati; siccome accade in quell’Oceano di ghiacci,
lassù oltre l’Irlanda, che niuno ardì mai perigliarvisi.
Io riconobbi il mar d’aliga, per averlo già alcuna volta costeggiato
ne’ miei tragitti dal capo di Gozola alle lontane isole dei Corvi
marini. Argomentai allora qual fosse stata la violenza del turbine, che
ci aveva in dodici giorni sbalestrati fin là, sui confini del mondo.
Oramai bisognava dar volta; e poichè non si sarebbe potuto serrar di
vantaggio il vento, come quello che da levante spirava, feci tosto
imbrogliare la vela, virar di bordo e andar contro il vento a furia di
remi.