V.

E sognai, beato, quanto umana mente può finger di nuovo, e cuore

desiderarsi di lieto; sognai che avevo tolto per sempre quella donna

all’ignoto rivale ed ella m’era compagna, amante ed amata, in più

felici regioni, sotto un più fulgido cielo. Narrano i viaggiatori

dell’Africa di una bevanda che reca insieme coll’ebbrezza i più cari

inganni allo spirito; ond’è che sembri di gustare, con ordinata sequela

di casi, le dolcezze d’una vita, ahi troppo facilmente impromessa

all’uomo sul mattino degli anni. A me la delizia bevuta da quegli occhi

di cielo, derivò l’arcana voluttà di così splendide fantasie, di così

care visioni.

Il mio risveglio non fu che un proseguimento del sogno, imperocchè Anna

era là, dormente poco lungi da me. Rimasi estatico a contemplare quella

bellissima testa, che, mezzo rivolta sull’omero, poggiava lentamente

contro l’assito della camera; vagheggiai cogli occhi desiosi quella

fronte candida, imperlata di lievissime stille, che avrei libate, mio

Dio, come celeste rugiada, e quel seno soavemente commosso da un dolce

respiro, che veniva a morirle sulle labbra socchiuse. Trepidante chinai

la faccia fin presso alla sua, aspirai quel soffio e mi trassi indietro

sollecito, ma barcollando a guisa d’un ebbro.

Macham dormiva egli pure, colla fronte appoggiata alla sponda del

letticciuolo intatto. Fratello e sorella aveano per fermo lungamente

vegliato il mio sonno fino a che la stanchezza non avesse soggiogato

anche loro.

Mi tolse da quello incantesimo il sentimento del debito; chè a me pure

si conveniva vegliare sovr’essi. Corsi all’aperto e vidi che la galera

proseguiva rapidamente il suo corso. Il vento era fresco; il cielo

nuvoloso non lasciava scorgere terra da veruna parte. Nessuna vela

appariva sul mare, e cotesto mi rallegrò. Mi feci quindi a guardare la

bussola e vidi che volgevamo sempre a garbino.

Lanzerotto era venuto in quel mentre a raggiungermi.

— Or bene? — gli chiesi — che nuove?

— Notte buonissima — rispose; — ma questa mane si gira al torbido.

Vedete, messere, come s’infosca il mare in lontananza. Temo d’un

groppo, e se si potesse poggiare....

— Che farci, Lanzerotto? Meglio una ventata al largo, che imbatterci da

capo in quella maledetta galera!

— Gli è giusto; or dunque si prosegue verso garbino?

— Certamente, e se occorressero novità, fammi avvisato.

Tornai nella camera di poppa. Anna erasi destata allora, ed io,

dopo il buon dì, le diedi la lieta nuova della sparizione del legno

persecutore. Mi chiese di accompagnarla fuori, ed io mi affrettai

a condurla sulla spalliera, dov’ella potè sincerarsi co’ suoi occhi

medesimi di quello che io le avevo annunziato, e più ancora si sentì

raffidata com’ebbe veduta la tolda libera di tutti quei brutti arnesi

e ingegni di guerra, che vi faceano ingombro il giorno antecedente;

laonde mi si volse tutta amorevole, per ringraziarmi di aver

sacrificato il mio orgoglio alla sua timidezza.

— Io ne vo altero, come del più largo trionfo; — dissi a lei di

rimando. — Aver potuto far cosa che vi fosse grata, è gran ventura per

me. Non siete voi la più bella memoria che io porterò meco del suolo

britanno?

— Povera cosa portate dalla mia patria! — notò ella umilmente.

— Ah, non lo dite, o ch’io aggiungerò cosa ugualmente vera; che questa

memoria non mi lascierà veder altro di bello al mondo, fino a tanto che

io viva. —

Confusa da quelle parole, in cui si mostrava tutto l’animo mio,

ella aveva chinato gli occhi a terra senza nulla rispondermi. Ed io,

non volendo lasciare il discorso a mezzo, poichè l’occasione s’era

profferta, incalzai:

— Ricordate la chiesa di Sant’Agostino?

— Or bene? — mi chiese ella, alzando la fronte e figgendo i suoi occhi

ne’ miei.

— Colà vi conobbi, madonna, e da quel giorno non ho più veduto che

voi. —

Mi avvidi, così dicendo, di averle recato molestia, tanto il suo volto

apparve turbato.

— Che è? — soggiunsi tremante. — In che vi sono dispiaciuto?

— Ah, non mi parlate in tal guisa, ve ne supplico! — mi disse ella con

voce lagrimosa. — Sono pur disgraziata! Deh, per carità, messer Gentile

— continuò, vedendomi rannuvolato ad un tratto — abbiate compassione

di una povera donna che non sa, che non può dirvi tutto ciò ch’ella

soffre; lasciate ch’ella possa stringere la vostra mano, come quella

d’un amico, del migliore degli amici. Non è egli vero che non vi

sdegnerete con me? Non è egli vero che mi perdonerete? In nome della

gratitudine che io vi serbo qui, nel profondo del cuore, ditemi che la

vostra amicizia mi resta senza corrucci e senza rancori! —

Non so che cosa fossi per rispondere allora. Macham sopraggiunse e il

doloroso colloquio fu rotto. Si fecero altre parole sui casi del giorno

innanzi, sulla notte trascorsa, sul sonno che lui ultimo aveva colto;

laonde io potei ricompormi. Poco stante ella si dolse del freddo e

noi la riconducemmo nella camera, pregandola che volesse coricarsi. Io

ardevo, in quella vece, e Macham, poichè fu uscito con me, si avvide

alla mia cera come io fossi fieramente turbato.

— Che avete? — mi domandò egli sollecito.

— Non vedete? — risposi, additandogli il cielo; — l’aria è cupa, il

cielo minaccioso.

— Ah! povera Anna! povera sorella! — esclamò sbigottito, mettendosi le

mani alla fronte.

— Messer Roberto — diss’io allora, cogliendo una ispirazione subitanea

— venite, debbo appunto parlarvi.

E discesi, precedendolo, fino al gavone di poppa.

— Siamo in pericolo? — chiese egli ansioso.

— No, no, per ora; ma d’altro ho a parlarvi. Sedete.

Roberto si adagiò sopra il suo rancio, ed attonito, coi pugni chiusi

sulle ginocchia, il collo teso, in atto di somma curiosità, stette

immoto a guardarmi.

— Vi ascolto — mi disse, dopo una breve pausa, senza distogliere i suoi

occhi da’ miei.

— Anzitutto, messer Roberto — incominciai, misurando le parole — vi

prego di dimenticare che io sono il padrone di questa nave, e che....

— Lo potrei forse? interruppe egli cortesemente. — Dimenticherei la

gratitudine immensa, eterna, che a voi mi lega, e per Anna e per me?

— Cotesto per l’appunto vorrei fosse lasciato in disparte — risposi.

— Per ciò che debbo dirvi, amerei essere giudicato da voi senza

preoccupazioni di spirito, quale sono, e nulla più; co’ miei pregi, se

alcuno in me vi piacque vederne; co’ miei mancamenti, che ben so non

andarne esente neppur io.

Macham mi trattenne col gesto, quasi volesse dirmi che ciò non pensava

di me.

— Sarà facile sentenza e grato ufficio — mi rispose egli poscia — farò

dunque di contentarvi.

— E adesso, incomincio — ripigliai. — Or fanno quindici dì, io ero in

un tempio di Bristol. Il luogo e lo stato dell’animo mi disponevano

alla meditazione. Egli era uno di quei solenni momenti in cui si odono

le voci del cielo, o quelle del cuore; le une e le altre possenti,

irresistibili, fatali. Colà vidi una donna, e l’amai.

Roberto mi guardò trasognato, o s’infinse, per aspettare che io mi

facessi a conchiudere.

— Non avevo mai amato — soggiunsi. — A trent’anni, vi parrà strano;

pure gli è così. Vivevo del mio mare, della mia nave, non ignaro

per fermo, bensì muto agli affetti gagliardi, che fanno l’uomo, o

pienamente felice, o senza fine sventurato. Ma l’ora ha da giungere

per tutti, se temuta, o sperata, non monta; non è creatura mortale

che possa sottrarsi al destino. E non sì tosto io vidi quella donna,

che sentii d’amarla profondamente, senza rimedio, per sempre. In noi,

uomini del mare, in noi, italiani, cotali affetti nascono di un tratto

giganti. E l’amai, come se da gran tempo l’avessi veduta e desiderata;

così lungo cammino avevo fornito nello spazio di un’ora! Nè chiesi il

suo nome, nè la seguii per istrada, nè mi scemò le prime vampe il non

vederla più oltre. L’amavo; anche deliberato di partire, il mio cuore

era suo; lontano, la sua immagine aveva a seguirmi, chiusa, suggellata

qui dentro. Che è il tempo, che è lo spazio, al cospetto dell’amore,

di questa cosa eterna che Iddio lasciò sulla terra, a testimonianza del

suo patto cogli uomini, a simbolo delle sue alte impromesse?

— Così vuolsi amare e non altramente! — esclamò Roberto, pensoso.

— Sì, ed appunto perchè amavo in tal guisa, deliberai di partire.

Forse, avevo detto fra me, forse è la donna d’un altro! Egli è

impossibile che tanta bellezza fosse qui sola, negletta, non amante, nè

amata. E fuggii; ma innanzi di scioglier le vele, voi lo sapete, venne

un gentiluomo a chiedermi ospitalità sulla mia nave. Egli bene avrebbe

potuto scoprirsi subito a me...

— Gli è vero, ho mentito l’esser mio! — interruppe Macham, chinando la

fronte.

— Non dissi ciò per farvene carico — fui pronto a soggiungere — bensì

per mostrarvi che mi avevate mal conosciuto e che io mi sarei profferto

a voi, senz’altro aspettare.... Ma, comunque vi sia piaciuto di fare,

io accolsi il fuggiasco. Nell’amarezza della mia dipartita, mi tornava

di qualche conforto l’essere utile altrui. Ed ora argomentate il mio

stupore; la donna da me amata, da me fuggita, era colei che cercava

rifugio sulla mia nave contro un nodo abborrito; era la sorella di

Macham. —

Roberto, sebbene, per la solennità del richiesto colloquio e per altro

costrutto ragionevolmente cavato dalla mia narrazione, appunto a ciò

s’aspettasse, non seppe tuttavia contenersi e balzò dal giaciglio che

gli tenea luogo di sedile. Stette taciturno in quell’atteggiamento

breve ora, mordendosi le labbra e guatando ora il suolo ora me, a guisa

di uomo fieramente combattuto da contrari pensieri; finalmente parve

chetarglisi quella tempesta nell’anima ed egli ripigliò la sua prima

postura.

— Proseguite, messere — mi disse allora, con accento tranquillo.

— Che vedete voi in cotesto? — ripigliai. — Non forse, come a me parve,

la mano del destino? Or bene, poichè questo è suo cenno, messere, non

già in nome d’un servigio fatto, non per tutto ciò ch’io son pronto a

fare per voi, ma per l’affetto ardentissimo che io porto nel mio cuore,

vi chiedo la mano di vostra sorella.

Alla onesta dimanda egli non rispose parola; aggrottò le ciglia e parve

chiudersi sempre più in sè medesimo.

— Che è ciò? La mia proposta vi torna ella ad offesa? Invece di Roberto

Macham, semplice gentiluomo inglese, siccome io nobile cittadino

italiano, ho per avventura dinanzi a me un cavalier di corona?

— V’ingannate — rispose egli finalmente; — quello che io vi ho

confessato è il vero esser mio.

— Ditemi allora, messer Roberto, che altro vi rende contrario a’ miei

voti? Suvvia, siate schietto con me. Io non vo’ credere che abbiate in

animo di farmi ingiuria. Forse vi duole di avermi a dire che la mano

di Anna è promessa ad altri.... a quel cavaliere di Blackstone, che dee

raggiungervi in Francia?...

— No! no! — interruppe Macham, crollando replicatamente la testa.

— Ma allora, in nome di Dio!... — gridai, facendo sentire in quelle

parole tutto lo strazio del mio povero cuore.

— Non posso dirvi altro... — balbettò Roberto schermendosi. —

Chiedetene a lei.... Ma non ora, non ora — aggiunse, come pentito; —

quando non saremo più qui.

— Non ora? Non ora! — tuonai, già tratto fuor di me stesso. — E credete

d’ingannarmi così?

Trasaltò egli, guatandomi in volto; impallidì repente e con pari

rapidità il sangue gli corse alla fronte. Mille discordi pensieri certo

gli turbinarono in capo, e, parendomi che già fosse per avventarsi su

me, attesi di pie’ fermo lo scontro. Ma egli fu peggio a gran pezza.

— Or bene, sì, a che tacerlo più oltre? — uscì con veemenza. — Vi ho

mentito due volte. Anna non è mia sorella; è dessa la donna ch’io amo.

Fu uno schianto di fulmine. Il cuore me lo aveva già detto, ma io non

avevo voluto credere al cuore. Diedi un grido e rimasi alcuni istanti

come insensato; rotte parole mi gorgogliarono nella strozza, mutatesi

poscia in un ghigno feroce.

— Ah! e il nemico che ci ha dato caccia pur dianzi? Era quegli lo sposo

prescelto, voluto dal re? Sollevate quello sguardo, messere! O non

piuttosto un marito? Ma ditelo, che non è ciò; ditemi ch’egli non è un

solenne giuramento violato, un sacro vincolo infranto!

Rifinito dal colpo, Macham si lasciò cadere sul giaciglio, mentre le

labbra mormoravano sommesse: «Pur troppo!»

In quel mezzo una voce, quella di Lanzerotto, suonò affannosa dal

boccaporto.

— Padrone! Il vento gira a tempesta. Che si fa?

— Ben venga! — esclamai soffocato! — Sferri la nave e mi affondi con

essa!

— Ed Anna? — mi chiese Macham, con accento supplichevole.

Quel nome mi scosse, e, ricercandomi le più ascose fibre del cuore, mi

fe’ tornare in me stesso. Corsi alla scala e salii difilato in coperta.

— Suvvia — dissi a lui, che mi seguiva — andate a racconsolare quella

povera donna. Io son più fatto per tener bordone alle bufère.

Le confessioni di fra Gualberto · 第 12 / 24 题