IV.

I miei uomini erano pieni di ardimento e di desiderio; laonde non è a

dire se si mettessero con sollecitudine agli apprestamenti di pugna. Si

trassero fuor della stiva le armi, a gran furia; balestre e verretoni

per combattere da lunge, daghe ed accette da usarne all’arrembaggio.

Si posero le munizioni nei luoghi da ciò; vasi di bitume, morchia

d’olio, sapone e calce viva in polvere, che, gittata in aria al momento

dell’urto, acciecasse i combattenti avversarii. Da ultimo si collocò la

balista sull’arrembata, col suo corredo di lunghi dardi intonacati di

pece e zolfo, da appiccarvi il fuoco e scagliarli sulla tolda nemica.

Tutte queste cose ci bisognava far prima, imperocchè più tardi, se

avessi reputato necessario virar di bordo e correre a voga arancata

sulla galera che c’inseguiva, la marinaresca doveva aver libertà di

darsi tutta quanta ad imbrogliare le vele.

Regnavano sulla nave silenzio ed ardore. Tutti infiammati, ad un

tempo, ed austeri, parevano sentire la rilevanza del còmpito e dirsi

coll’esempio a vicenda: chi primo si è preparato ha la vittoria nel

pugno.

In quella che io vegliavo all’opera e Lanzerotto, salito sulla gabbia,

spiava i moti della galera nemica, ecco Macham venir frettoloso dalla

camera di poppa e farmisi incontro. Io pure mi mossi per andare alla

sua volta.

— Che avvenne egli mai? — gridò egli commosso. — Siamo dunque inseguiti?

— Anche voi avete veduto? — Gli chiesi.

— Sì; ma venite, venite laggiù, messer Gentile; la mia povera sorella

vi chiede.

— Ah! — esclamai turbato. — Ne avete già detto a lei?

— Ho fatto male! — rispose egli, chinando la testa. — Ma infine, non

aveva ella a saperlo più tardi?

— E perchè? Forse non è nulla e quel legno non viene per noi.

— Lo credete? A me il cuore presagisce tutt’altro; Messer Gentile,

ve ne supplico — proseguì Macham, già fuori di sè — ve ne scongiuro;

poichè non avrete cuore di consegnarci in mano a coloro.....

Il cruccio che mi lampeggiò dal volto gli fe’ rompere a mezzo la frase.

— Perdonate, amico — ripigliò tosto — perdonate il dubbio ad un cuore

che soffre! Invero, con qual diritto vi potrei chiedere di mettere a

repentaglio la vostra vita e quella dei vostri, per un disgraziato che

conoscete a mala pena da due giorni? Lo farete tuttavia e sarà nuova

testimonianza della nobiltà dell’animo vostro. Grazie, grazie per Anna

e per me! Ma siate generoso fino all’estremo; concedetemi il posto

d’onore sull’arrembata! Se s’ha a morire, io voglio, io debbo essere il

primo. —

Macham aveva pronunziate quelle parole con tale veemenza, che io rimasi

percosso, attonito a guardarlo. Egli si giovò del mio silenzio per

incalzare nella dimanda, accostandosi a me con piglio supplichevole e

stringendo le mie mani tra le sue.

— Basta, messer Roberto! Voi mi chiedete cosa impossibile. Quel

posto è mio; ma permetto a chi si sia — soggiunsi più dolcemente —

di conquistarsi il secondo al mio fianco. Andiamo ora, chè il tempo

stringe. Lanzerotto, che fanno quegli altri? —

L’alzata del castello di poppa mi toglieva allora di scorgere la nave

nemica.

— Non mi pare che acquistino vantaggio finora; — rispose dall’alto

della gabbia il mio còmito — del resto, s’avanzano a vele soltanto,

come noi.

— Sta bene; andiamo dunque — dissi a Roberto — e non facciamo che

vostra sorella si sgomenti oltre il bisogno.

Macham mi strinse con moto convulso la destra e non si fecero altre

parole tra noi. Entrammo allora nella camera di poppa, dove trovai

Anna in uno stato compassionevole, pallida, tutta smarrita, coi

capegli scarmigliati e gli occhi pieni di lagrime. Confesserò la mia

crudeltà. Provai un acerbo gaudio in vederla così addolorata e divorai

cogli occhi quella sua bellezza nuova, o, per dire più veramente,

quella antica bellezza, che il pallore, le lagrime, l’angoscia ond’era

dipinta, faceano vieppiù risaltare.

— Che sono que’ tristi apparecchi? — mi disse ella, venendomi incontro

e figgendo i suoi grandi occhi ne’ miei.

— Nulla, — balbettai, — Cautele d’uso....

— Ah, m’ingannate! — esclamò. — Ed è male, ciò che voi fate ora; ben

altro io m’aspettavo da voi.

— Or bene, madonna, — soggiunsi — io temo. Ma il temere non significa

già che si debba venire alle mani. Ho un prezioso carico, ve lo dissi

stamane, e giuro che lo condurrò a salvamento. Chi ha voi in custodia

si sente più forte dei casi, comunque volgano; degli uomini, checchè

s’argomentino di fare.

Mi guardò ella esterrefatta, come chi, in mezzo alle sue afflizioni,

scorga di repente una nuova cagion di dolore. Ma fu un lampo; altri

pensieri, altre cure incalzavano.

— Ah, voi non appiccherete battaglia! — gridò ella supplichevole.

— Madonna — dissi a lei di rimando — io farò il debito mio.

— Ma non è possibile! ma voi non accetterete la disfida!

— E come? Lo chiedo a voi, ora.

— Non so; sono una povera donna, una vil femminetta, io! che dirvi?

che consigliarvi? Ma voi non metterete la vita a repentaglio per me,

non tenterete la collera di Dio.... Non è egli vero? — proseguì ella

con accento straziante e carezzevole insieme — non è egli vero che

eviterete il combattimento? che sfuggirete il nemico?

— Pigliar caccia, io? Ma sapete voi ciò che mi chiedete, madonna?

Gentile Vivaldi non ha mai assalito, ma neppure è fuggito davanti ad

alcuno. Son nato di libera gente; sul mare, che è da dieci anni mia

patria, ho soventi volte incontrato uno stendardo nemico al mio, nè

mai gli ho sbarrata la via. Il mare è per tutti e dovrebb’esser di

tutti, libero campo a più nobili gare. Ma non fuggo il pericolo; mi

si gitta il guanto e lo raccolgo, avessi anche per avversario il re

d’Inghilterra.

— Se io ve ne scongiurassi? Se io cadessi ai vostri piedi e vi

chiedessi un sacrifizio in nome della madre vostra, della donna che

amate?...

— Dio santo! — gridai, tentando di svincolarmi e di rialzarla,

imperocchè ella s’era buttata ginocchioni davanti a me. — Ma ditele

voi, messer Roberto, che non posso obbedirla!

Il giovane era accasciato su d’uno sgabello, di riscontro alla parete,

il capo chino, e piangeva, col viso nascosto nelle palme.

— Voi pure, Macham? Voi pure?

— Sì, amico! — diss’egli, con voce rotta dai singhiozzi. — Io ve l’ho

detto pur dianzi. Se rivolgete la prora per combattere, concedetemi il

posto d’onore, per essere il primo a morire. Ma se è possibile ancora

cansar questo scontro, fatelo, ve ne prego a mani giunte, fatelo, non

per me, ma per lei! —

Li guardai trasognato, e rimasi alcuni istanti come fuori di me,

errante, perduto in un pelago di dubbiezze, che ben sarieno state

acerbe, se durevoli. Ma vinsi quella oppressura, non so per quale

ingenita virtù, o soccorso celeste, e balzai fuori della camera, al mio

posto di comando.

— A che distanza dagli altri? — chiesi a Lanzerotto, che era tuttavia

sulla gabbia.

— A tre miglia, forse.

— Dànno ancora nei remi?

— No.

— Sta bene; ora attenti tutti in coperta!

Un alto silenzio si fece da poppa a prora, tutti aspettando ansiosi il

mio cenno. Credevano di avere a virar di bordo per correre addosso al

nemico.

— Lesti ad ammainare l’antenna di trinchetto! — gridai. — Ammaina

volentieri!

Il comando fu sollecitamente eseguito. Io mi volsi alla ciurma.

— Palamento inguala! Cala remo e avanti!

Ammainata l’antenna per ispiccarne la vela di trinchetto, tardavasi

alquanto il corso della nave, rimasta senz’altro impulso che quello

della vela di maestra. Ma a questo difetto rimediava la voga. Io

quindi, slacciata la vela, feci inferire ed issare in sua vece il

marabutto, vela di fortuna assai più grande che s’adopera in caso di

vento fiacco, ma che a noi poteva giovare per correre più veloci, con

quel vento fresco che spirava già dal canale.

Quel mutamento fu il negozio di quasi mezz’ora; ma non fu tempo perduto

per noi, dacchè i remiganti facevano il debito loro.

Nè quegli altri guadagnarono tempo per la nostra manovra, la quale anzi

li trasse in inganno. Mentre si stava per issare il marabutto, il mio

vigile Lanzerotto avvertì che la galera nemica imbrogliava le vele.

— Ah, ah! son caduti nel laccio! — gridava egli dalla sua specola. —

Hanno creduto che noi s’imbrogliasse le vele, per dar gusto a loro.

Buona gente davvero! Come se noi ci mettesse conto virar di bordo e

accettar la battaglia col vento e la corrente contraria! —

Io intesi a che mirasse il mio còmito con quelle parole, dette ad

altissima voce, e glie ne fui grato nell’anima. La mia manovra era

di prender caccia, e a cotesto non s’aspettavano i marinai dopo tanti

apprestamenti di zuffa. Lanzerotto, dall’alto della sua gabbia, aveva

indovinato il mio caso, e dava amorevolmente colore d’artifizio

finissimo alla fuga cui m’accingevo, per sedare le angoscie d’una

povera bella.

Arranca! dissi alla ciurma; e fu sì poderosa la spinta di quei quaranta

remi, che la nave, con alto fragore di rotti marosi, diè un balzo,

si sollevò e prese, non che a correre, a volare sull’acque. Senonchè

il marabutto, così sporgente com’era rispetto alla vela di maestra,

incominciò anch’esso a portare in tal modo, che la prua della galera

s’immerse fin quasi alla freccia e un largo sprazzo di schiuma inondò

l’arrembata. Tosto comandai che tutti si recassero a poppa, e la nave

oramai liberata d’un peso soverchio da prua, pigliò così agevolmente

l’abbrivo, che Lanzerotto non seppe tenersi dal batter le palme, e la

marinaresca non volle esser da meno.

Mi condussi allora al timone per avvistare più attentamente l’andatura

del nemico. Egli per fermo si avvedeva di aver dato nella ragna;

ma gli era tardi oramai per racquistare il suo primo vantaggio. Le

vele aveva tuttavia mezzo imbrogliate; marabutto, che gli facesse

pigliar più vento, o non aveva, o non era più a tempo d’inferirlo con

profitto; epperò, sconcertato, impaziente, si dette ad inseguirci come

potè, a furia di remi. Ma innanzi che avesse pigliata quell’ultima

deliberazione e che le sue vele, finalmente da capo spiegate,

portassero, la _Ventura_ avea guadagnato due miglia di cammino.

— Il segugio perde terreno! Per San Giorgio, che caccia stupenda!

— dicea Lanzerotto. — Metto pegno che a quest’ora l’aguzzino è

affaccendato la parte sua, per rimettere i nervi nelle braccia della

ciurma. E noi si vola senza aiuto di sferza; non è egli vero, mastro

Pizzica? —

E la ciurma a ridere, e l’aguzzino del pari; mentre, sotto l’impulso

della voga in cadenza e del vento che facea cigolare le vele, il nostro

legno sfiorava baldanzoso la superficie del mare.

A me, per l’ansia febbrile di que’ momenti solenni, le membra ardevano

e il sangue martellava alle tempie. — Porta pieno! — gridavo al

timoniere. — Orzeremo più tardi, quando sia calato il crepuscolo.

Già la luce del giorno era presso a mancare, ed io avevo immaginato

di tirar profitto dall’ombre notturne per poggiare più in alto a

ponente. Su Francia, o su Spagna, avremmo potuto mettere prua nei

giorni seguenti; urgeva intanto d’involarci agli sguardi del legno

persecutore, che il giorno appresso ci avrebbe dato caccia sicuramente

verso le isole Normanne.

In sulla sera il vento rinfrescò, e non mi dolse, dappoichè i remiganti

si chiarivano stanchi, ed io volli che avessero almeno due ore di sosta

e convenevole ristoro alle forze stremate.

Per altro non mi disposi a ciò fare, senz’aver dato prima un’occhiata

alla molesta galera, che si vedeva ancora a guisa di punto nero, per

mezzo alla nebbia vespertina. Respirai allora, e mi passarono per

la fantasia gli accenti d’ira di colui che ci aveva inseguiti tutto

quel dì, con tanta speranza di giungerci. Certo l’arrembaggio, anco

se fatale per lui, avrebbe dovuto sapergli men reo di quella caccia

arrangolata ed inutile.

— Il segugio ha perso l’orma, venne a dirmi Lanzerotto. — Ed ora,

padrone, non vorrete andarvene a riposare?

— Sì, vado; ma poni mente: vo’ poggiare a garbino, stanotte.

Quell’altro, domattina, non ha più ad aver fumo di noi.

— Non dubitate; governeremo al largo, e l’Oceano vorrà serbarci il

segreto.

In quel mentre una mano stringeva la mia. — Grazie, messer Gentile! —

mi disse una voce soave.

Mi volsi; era dessa, e mi guardava così dolcemente, che a me parve

d’aver veduto il paradiso e fui per venir meno in un punto. Mi accorsi

allora che per tutto il giorno non avevo preso cibo.

Ella e Roberto, sorreggendomi amorevolmente, mi accompagnarono fino

alla camera, dove mi contentai d’un sorso di vino. Ero stanco, sfinito,

la forza che mi avea sostenuto quel dì era col pericolo andata in

dileguo.

— Grazie! — mi ripeteva ella, col suo accento divino. — Che sarebbe

egli avvenuto di noi, senza l’aiuto vostro, o messere?

Anche Macham s’era fatto vicino a me, e stringeva la mia mano tra le

sue. Io caddi, mi arrovesciai, non so più dove, nè come. Ben so che

ella tenea china la fronte sul mio viso, e che, innanzi di nuotare

nelle tenebre del sonno, i miei occhi si affissavano ne’ suoi.

Le confessioni di fra Gualberto · 第 11 / 24 题