Poichè ho fatto cenno dell'indifferenza delle popolazioni lombarde

inverso a quei condannati, mi tengo in debito di rettificare la

esposizione di un fatto, il quale, narrato da un testimonio di buona

fede, è stato cionnonpertanto falsamente e calunniosamente

interpretato, per modo che una città se ne tenne offesa tutta intiera.

L'Andryane lagnossi delle fischiate e delle vociferazioni con cui i

condannati vennero accolti al loro passaggio in Verona: ed ei non è

uomo che possa cadere in sospetto d'aver alterato scientemente i

fatti; perocchè, chiuso com'era in una carrozza, all'udir le fischiate

al di fuori, dovette credere che quegl'insulti erano scagliati contro

di lui e de' soci. Ma pure altrimenti è spiegata la cosa dai Veronesi.

Un ufficiale superiore d'un reggimento del presidio di Verona, temendo

certamente di veder prorompere il popolo a qualche dimostrazione di

affetto, era uscito dalla città alla testa de' suoi soldati per movere

incontro al convoglio dei condannati e scortarlo fino alle carceri

della città. Il comandante di Verona avvisò, per lo contrario, che

quel provvedimento avesse a far prorompere più facilmente quei

sentimenti che importava comprimere, e mandò frettolosamente al detto

ufficiale superiore l'ordine di tornare in città e di non far che la

cosa dêsse nell'occhio al pubblico. Non pervenne quest'ordine se non

dopochè l'ufficiale suddetto avea già incontrato il convoglio, e

nell'atto che disponeva i soldati a scortarlo. Ubbidì egli, ma per

ricattarsi della contrarietà, e fare un atto di autorità nel mentre

stesso che venivagli ingiunto un atto di sommessione, ordinò che

venisser calate le gelosie delle carrozze in cui eran chiusi i

prigionieri. Il popolo, affollato attorno a quelle carrozze e bramoso

di conoscere le nobili vittime, proruppe allora in quelle

vociferazioni e fischiate, che i prigionieri tennero per fatte a sè

stessi, mentre in realtà andavano a ferire l'autorità militare per la

sua premura d'impedire ogni comunicazione fra il popolo stesso e i

prigionieri. Duolmi invero che una tale spiegazione non sia stata data

più presto ai captivi dello Spielberg, chè sollevati gli avrebbe da un

angoscioso pensiero.

Noti sono gli stenti e i patimenti che ebbero a soffrire quei

prigionieri. Nè niuno ignora ch'ei non poterono mai comunicare coi

loro congiunti, nemmeno sotto l'invigilanza dei custodi; che il

Confalonieri non ebbe contezza della morte di sua consorte se non

all'uscire dal carcere, che viene a dire più anni dopo il fatto; che

l'imperatore Francesco aveva a sè avocata la direzione della polizia

dello Spielberg, e che i suoi prigionieri erano a lui rappresentati

con cifre. Ond'è che dalla fortezza gli si scrivea, verbigrazia: «Evvi

un prigioniero di meno; porremo il N.° 12 al posto del N.° 11, il N.°

13 a quello del N.° 12, e così via via». Il che veniva a dire che il

prigioniero indicato col N.° 11 era morto. E così pure niuno ignora

l'affanno di quel carceriere che non volea lasciar mozzare al

Maroncelli la gamba cancrenata, dicendo: «Io ho ricevuto un

prigioniero con due gambe; ora che dirà mai il mio capo se glielo

rendo con una gamba di meno?»

Intanto che queste cose avvenivano nelle carceri dello Spielberg, i

congiunti dei prigionieri riceveano, due volte all'anno, un polizzino

sottoscritto dal governatore della fortezza contenente queste parole:

«Il signor (e qui il nome del prigioniero) gode buona salute»; oppure:

«è ammalato». I passi fatti da questi congiunti a pro dei prigionieri

avevano un esito diverso a seconda dei casi. Agli uni si rispondea che

S. M. non avrebbe indugiato gran fatto a perdonare ogni cosa; agli

altri, per lo contrario, che S. M. era stata pur troppo misericordiosa

per l'addietro, ed era ormai risoluta di non più usare clemenza.

L'imperatore non si tenne dal venire a Milano nel 1825, ove fu

assediato dalle suppliche delle famiglie involte nel lutto. Il padre

di Gaetano Castillia, vecchio venerabile, e pur costante nella sua

devozione inverso all'Austria, presentossi all'imperatore, il quale

dissegli con affabilità: «Tranquillatevi, mio caro Castillia; io ben

vi conosco per un servitore fedele, e ben presto farò per voi ciò che

tanto bramate». Andossene il vecchio, commosso, soddisfatto e quasi

riconoscente; ma più anni trascorsero senza che si vedesse alcun

frutto delle promesse dell'imperatore. Giunse alla fine uno dei soliti

polizzini semestrali alla casa Castillia, con triste nuove dello stato

di salute del prigioniero; e ciò bastò per far ammalare gravemente il

vecchio genitore. Quello stesso fratello il cui sigillo era stata la

causa, almeno occasionale, di tante sciagure, recossi incontanente a

Vienna per rammentare all'imperatore la promessa. Fu ammesso ad

udienza, e scongiurò l'imperatore a non permettere che un vecchio

servitore, la cui fedeltà era stata da lui medesimo riconosciuta,

chiudesse gli occhi senza poterli per l'ultima volta affisare sul caro

volto del suo figliuolo minore. «Che volete?» risposegli l'imperatore

con quel tuono di bonarietà che sempre pigliava parlando coi Viennesi,

e talvolta altresì con chiunque: «Pensate a quel che mi chiedete;

fareste voi grazia a costoro se foste in mia vece?»--«Io vengo, sire,

ad impetrare una grazia, e non ad offrirvi un consiglio», rispose

Giovanni Castillia. «Guardate un po' in qual modo cotesti liberali

sentano la riconoscenza», riprese a dire l'imperatore: «Guardate quel

Pellico! Chi non direbbe, al leggere le sue Prigioni, che tutti sono

buoni, tranne me solo, che sono un tristo? Egli si guarda però dal

dire che la sua pena era di venti anni di carcere duro, ch'io l'ho da

prima ridotta a dieci anni, e che l'ho fatto riporre in libertà al

principio del quarto anno. Egli non dice neppure che, preso da

compassione della sua distretta, io gli ho fatto rimettere,

deponendolo sul territorio piemontese, cento ducati d'oro. Andate,

andate; siffatta gente è incorreggibile, nè si guadagna nulla a

trattarli con dolcezza».

È superfluo l'aggiungere che il vecchio Castillia, essendo sceso nella

tomba alcuni mesi prima dell'imperatore Francesco, morì senz'avere

riveduto il figliuolo. Affranto dall'età e dalla malattia, accerchiato

dagli altri suoi figliuoli, ma sempre affisato col pensiero in quello

che avea perduto, ebbe gli ultimi suoi giorni pieni d'angosce e

d'affanni. Pareagli continuamente di vedere agenti di polizia

appressarsi al suo letto e porre le mani or sull'uno or sull'altro de'

suoi figliuoli. Voler parlare, diceva, al direttore generale, volere

accertarlo che niuno de' suoi congiurava, voler supplicarlo di

lasciarlo morire in pace. Nè quel tremendo delirio cessò che allo

spegnersi in lui della vita.

Null'altro mi rimane a dire intorno ai fatti dell'anno 1821, o nulla

almeno di cui io possa accertare l'esattezza e che sia ignoto tuttora

al pubblico; perocchè non la finirei più s'io volessi narrare

l'infinito numero degli aneddoti che corsero per le bocche degli

uomini intorno ai tormenti inflitti ai prigionieri, e alla fredda

crudeltà dei giudici. Avrei dovuto per avventura riferirne alcuni per

additare tutte le cause dello sgomento ormai generale in Lombardia; ma

non volli farlo, perocchè mi parve essere sofficiente, anche per

ottenere questo intento, la verità incontrastabile.

La storia delle congiure lombarde non è già chiusa con la congiura del

1821. Quando la Francia bandì nuovamente le massime che avea recate

giù dall'Alpi nell'anno 1796, l'Italia credette che un governo

democratico, fondato sopra l'osservanza dei dritti d'ogni cittadino,

dovesse sforzarsi di avere attorno altri governi fondati sopra

analoghi princìpi, e non potesse, senza nota di follía, rassegnarsi a

lasciar occupare l'Alta-Italia dall'Austria. Si parlò pertanto

assaissimo di propaganda nei primi mesi trascorsi dopo l'avvenimento

al trono della dinastia orlienese, ned eravi personaggio, per grande,

che disdegnasse di darvi mano. Ben presto però cessarono i membri del

governo di parlare di propaganda, e vi surrogarono la parola di

non-intervento. La Lombardia avea fondate le sue speranze nella

propaganda; quando le fu tolta quella speme, si ristrinse a desiderare

che non venisse così presto abbandonato il principio del

non-intervento. E invero, se questo principio non potea bastare alla

Lombardia, soggetta di presente all'Austria, potea esso tuttavia

assicurare la liberazione degli altri Stati italiani, i cui governi,

troppo deboli di per sè, non si reggono che in grazia del soccorso

dell'Austria. Società segrete avevano apparecchiata in tutta l'Italia,

tranne la Lombardia, una generale sollevazione, ed un numero assai

grande di Lombardi erano complici della congiura, sì per la loro

qualità d'Italiani, e sì per la speranza di conseguire più tardi quel

tanto che volevano cooperare ad ottenere a pro dei loro compatrioti.

Io non vo' qui ripetere ciò che è stato tante volte e da per tutto

replicato: che i liberali improntarono i moti di Bologna, di Modena,

di Parma, ecc., con un carattere affatto esclusivo, per tema di non

dare appiglio alcuno a rimproverarli d'immischiarsi nei fatti dei

vicini, e di violare con ciò il principio del non-intervento; che la

notizia dell'appressarsi delle truppe austriache non fu mai udita che

con disdegno dai cittadini degli Stati sollevati, per essere i

medesimi persuasi della inviolabilità del principio del

non-intervento; che l'ingresso definitivo di queste truppe, e

l'impossessamento per parte loro delle contrade sollevate, fu cosa al

tutto inaspettata, e vero sovvertimento del principio dietro il quale

erasi operata la rivoluzione. Notissime sono tutte queste cose, e la

sposizione degli ulteriori particolari ch'io potrei soggiugnere

intorno a quelle congiure e a que' congiurati, porrebbe in pericolo

tutti coloro che sono stati sdimenticati dai governi nelle loro

persecuzioni. Avvertirò soltanto che se la congiura del 1821 fu ordita

di conserva col principe ereditario di Piemonte, quella del 1831 fu

concertata col duca di Modena. L'ambizione di fare una bella comparsa

sedusseli entrambi; la paura di perdere uno Stato sicuro, benchè

mezzano, col volersene creare un altro glorioso, ma incerto e pieno di

pericoli, trattenneli entrambi. Le leggi della probità non furono da

veruno di essi servate; il duca di Modena si rivolse contro i

rivoluzionari ch'egli avea inanimiti, a quel modo istesso che avea

fatto dieci anni prima il principe piemontese. Ma questi, più felice

dell'altro, non ebbe a condannare di propria mano le macchinazioni che

aveva approvate, nè a sottoscrivere di proprio pugno le sentenze di

morte contro i suoi partigiani. Abbandonando i rivoluzionari, non fece

altro che denunziarne i disegni al maresciallo Bubna e al re Carlo

Felice. Il duca di Modena, all'incontro, fece mozzare egli stesso il

capo al Menotti, suo amico e suo complice.

Potrei descrivere le trame dell'altre congiure ordite dopo il 1831. Ma

le stesse ragioni che mi hanno costretto a tacere delle circostanze

tuttora ignorate che si riferiscono alle sollevazioni del 1831, mi

sforzano di tacere eziandio di queste nuove macchinazioni, che non

ebbero effetto alcuno. Io mi sono proposto di mostrare il come e per

quali mezzi sia venuto fatto all'Austria di trasformare un popolo

irrequieto, energico, operoso, ambizioso, sindacatore, impetuoso, in

quell'altro popolo freddo, inerte, indifferente, sgomentato, cupo e

disanimato che abita ora l'Alta-Italia. Se io non ho fallito lo scopo,

avrò adoperato per modo che il lettore non ne abbia smarrita la vista,

e che, tenendo dietro a' miei passi sulla via da me percorsa, egli

abbia, per così dire, sentito l'oppressiva influenza del sistema

austriaco calarsi lentamente sul popolo da me descritto, e tarpargli a

poco a poco la vita istessa. Per proseguire e condurre a termine

l'opera mia non è necessario narrare novelle congiure. Basterà ch'io

spieghi alquanto minutamente i mezzi posti in opera dall'Austria, sì

per impedire che si rinnovelli o si tenti alcun moto rivoluzionario, e

sì per conoscerne e punirne l'intenzione.

Mi sia concesso di riepilogare in poche parole quel tanto che ho già

detto a tale proposito. Ho menzionata la legge austriaca che ingiugne

ad ogni cittadino di denunziare i delitti politici o d'altra fatta,

così nel caso che siangli stati in segreto manifestati, come in quello

ch'egli medesimo abbiali scoperti. In certe date circostanze il

suddito austriaco è anche in grado di aver a fare di più che non sia

il denunziare i colpevoli; perocchè gli è ingiunto di arrestarli, e

gli è promessa una mercede per quest'opera. Dal che ne avviene che i

soli pubblici uffizi di cui il cittadino austriaco possa attribuirsi

l'esercizio senza esservi specialmente autorizzato da una nomina

imperiale, sono gli uffici del birro, ed anche del carnefice; perocchè

in siffatta congiuntura l'individuo arrestato che faccia contrasto può

essere ucciso da chi si è fatto innanzi per arrestarlo, e la colpa

dell'omicidio non è allora ad altri imputata che alla vittima. Una

popolazione onesta ed intelligente, quale si è certamente la lombarda,

si sdegna alla prima lettura di queste odiose leggi; ma non si dà

popolo, per illuminato, che valga a sottrarsi agli effetti

dell'abitudine. Chi oggi si è sdegnato furiosamente, non proverà più

altro domani, per la stessa cagione, che un certo quale dispetto; e il

nobile rubellarsi dell'animo suo andrà di giorno in giorno scemando,

insino a tanto che si riduca ad un freddo sentimento di biasimo, il

quale cederà alla sua volta il luogo al sentimento, più freddo ancora,

dell'indifferenza. Ora che avverrà ove i fatti concordino con le

leggi, ove tutti i tratti esterni, e come tutti gli accessori del

delitto, la pena e il biasimo dell'autorità pubblica, accompagnino

l'infrazione di queste inique leggi? L'onestà non è già obbietto per

la moltitudine di grandi passioni, di quell'eroico entusiasmo che fa

possibile il martirio. L'uomo di volgo non s'indurrà a perdere la

libertà, nè gli strumenti della sua arte od industria, nè si

rassegnerà a vedersi chiusa la bottega dalla gendarme, piuttostochè

appalesare parole dette in sua presenza o nominar persone che sieno

passate dinanzi alla sua porta. Io conosco in tutti gli ordini della

società degli onesti che sclamerebbero, e a santa ragione, contro

questa mia asserzione; il numero di essi sarebbe ancor maggiore in

certe congiunture, verbigrazia, negl'istanti di crisi; ma io parlo qui

dell'effetto che la pubblicazione e l'esecuzione cotidiana di siffatte

leggi dee necessariamente produrre sopra il popolo; e in questi

termini niuno potrà accusarmi d'avere infoscato di troppo i colori

della mia pittura.

Non è picciolo il numero degli uomini che anteporrebbero la sciagura

all'infamia; ma coloro che, edotti del pericolo annesso

all'adempimento di una buona azione, avrebbero il coraggio di

consigliarla ai loro figliuoli, sono pochi. Le donne sono

incomparabilmente più vili in questo particolare che gli uomini.

Dovremo pertanto meravigliare che tutti i genitori non crescano la

loro prole nella stretta osservanza delle leggi dell'onore, cotanto

fatali a coloro che le riveriscono? Io confesso che onesti genitori

non s'indurranno giammai ad educare i loro figliuoli per lo

spionaggio; ma procureranno di eludere la quistione; ed ove, passando

con essi sulla piazza del pretorio, vi veggano un infelice esposto

alla berlina per non avere appalesato un segreto ch'eragli stato

affidato, ben pochi di loro, interrogati dal fanciullo del delitto

commesso da quello sventurato, avranno il coraggio di rispondergli: il

suo preteso reato è virtù, e se tu vuoi che la nostra benedizione ti

accompagni per a traverso la vita, adopera in quel modo che ha

adoperato costui, e sappi soffrire al pari di lui.

Io non voglio, come ho detto e ridetto, esagerare cosa alcuna; ma non

è già esagerazione il dire che in una contrada retta da simili leggi,

la morale politica non tarda gran fatto ad essere rilassata di molto.

Il sentimento che viene a prevaler di gran lunga sotto l'influenza

d'una giurisprudenza di tale fatta, si è la paura, la paura di

commettere una viltà, la paura di apparire reo d'averla commessa, la

paura di esporsi ad affanni per non commetterla. La paura più forte è

poi quella che la vince; e da una tale proporzione dipende spesse

volte l'onore o l'ignominia di tutta la vita di alcuno. L'uomo

prudente non vede in tal caso altro mezzo per uscir dalle strette che

quello di cansarsi dal cadere nell'acerba postura da cui non si esce

che a prezzo dell'infamia o della condanna; ma l'ottener questo

intento è opera di tutta la vita. Chi o per istinto o di proposito si

propone un tale intento, deve invigilar di continuo sopra sè stesso.

Abbattendosi, cammin facendo, in taluno di cui non bene conosca le

opinioni politiche, dee far le viste di non ravvisarlo. Se un amico

gli si accosta dicendo volere chiedergli consiglio, l'uomo prudente

dee pregarlo di astenersene, e assicurarlo che qualunque altra persona

sarà più acconcia pel fatto suo; conciossiacchè questo amico potrebbe

volere consigliarsi con lui sulla risposta da farsi ad un emissario

dei nemici del governo. Se il proprio figliuolo si mostra mesto e

abbattuto, ei dee guardarsi bene dal chiedergliene il motivo, chè

quella mestizia potrebbe pur essere mala contentezza politica. Ogni

colloquio gli è grave, potendo il discorso repentinamente volgersi

alle cose del governo. Gli uomini di questa tempra non sono rari, e

sono essi i più onesti fra' vili; ma ove uno d'essi venisse arrestato,

oppure solamente interrogato dal direttore della polizia, ov'ei si

avvedesse che tutte le sue cautele per reggersi in quel periglioso

equilibrio non gli giovarono punto, non dovrassi temere ch'egli

rinunzierebbe all'onore, anzichè rinunziare alla propria salvezza? Se

tale si è la prudenza delle persone allevate sotto il reggime dello

spionaggio austriaco, chi potrà meravigliarsi della diffidenza sparsa

generalmente negli animi tutti? Basta che un uomo d'indole amabile e

insinuante, di genio compagnevole, frequenti parecchie diverse brigate

per essere tosto battezzato col nome infame di spia. Officiosi zelanti

corrono in tutte le case aperte dianzi all'amabile persona, e

ragguagliano ognuno delle notizie raccolte intorno ad essa. Ed è

strana cosa veramente il vedere con somma facilità creduti questi

ragguagli. «In fatti», esclama come da repentina luce illuminato il

padrone di casa, «in fatti, perchè mai viene egli costui in casa mia?

perchè mai vi si mostra egli sempre così amabile? Io non posso invero

giovargli in guisa veruna. E da ultimo, quando la sventura che è scesa

sovra di me, e le sorde persecuzioni della Polizia mi avevano

condannato alla solitudine, perchè mai non si è egli allontanato da

me? Ei nulla dunque temeva per sè medesimo? Alla larga da quest'uomo

pericoloso».--Basta parimenti che un tale altro si apparti dal mondo e

ristringasi a vivere nell'angusto ámbito della propria casa, per dire

subito ch'egli ha fatto la spia per un lungo tempo, e che essendo

stato svergognato, si è ridotto in solitudine. Chi si mostra

apertamente affezionato a Casa d'Austria è naturalmente cansato

dagl'Italiani come un nemico; e chi, all'incontro, biasima gli atti

del Governo cade in sospetto di voler adescare la confidenza altrui e

tendere insidie. Quel ricco non ha egli accresciuto l'avere col

prestare alla Polizia segreti servigi? Quel povero resisterà egli alla

tentazione d'uscire dalla miseria a patto di commettere qualche viltà?

Nissuno è in sicuro da simili sospetti, cosicchè non si dà forse

oggidì un Lombardo che possa vantarsi di non temere di nulla. Gli uni,

come ho toccato qui sopra, hanno paura di trovarsi compromessi senza

saperlo nè volerlo; gli altri paventano di non esser forti abbastanza

per non commettere turpitudini; altri ancora temono di trovarsi côlti

nel bivio della persecuzione o dell'infamia; e quelli, infine, che

sono securi di sè medesimi, nol sono a sufficienza dei loro amici o

conoscenti. Ond'io replico, non esservi forse in Lombardia un uomo la

cui fiducia nei più intrinseci suoi amici non abbia vacillato ben più

d'una volta.

La presente generazione non è già quella del 1814 o del 1821. L'ordine

naturale delle cose non porta che i figliuoli sieno formati dai

genitori in guisa da rendere nel presente e nell'avvenire intiero

omaggio al passato. Ogni generazione può essere, in fatti, risguardata

come un gradino dell'ampia scala dell'umanità. Ma in Lombardia la

generazione del 1821 non ha nemmeno adempito l'ufficio suo verso la

generazione presente che gli è sottentrata. I captivi dello Spielberg,

e la moltitudine degli spatriati ricoveratisi in Francia, in

Inghilterra, in Ispagna o in Grecia, erano giovani quando

abbandonarono la patria. Lasciarono essi per lo più una giovane

famiglia, che trovossi priva repentinamente del suo capo e che perciò

rimase derelitta. I profughi che tornarono in patria, trovaronvi i

loro figliuoli fatti adulti ed anzi fatti uomini; ma quale fu la

scorta illuminata che aiutò quei fanciulli a superare il difficile

varco dalla puerizia alla virilità? chi ha per essi adempiuto

l'importante uffizio paterno? Fu per lo più una donna timida e di

corto senno, la quale riguardava le opinioni liberali come mostri

devastatori che l'avevano dannata ad una precoce e sforzata vedovanza,

e che avrebbe tenuto sè stessa per una madre snaturata se non avesse

fatto ogni sforzo per preservare i figliuoli dal pericolo di lasciarsi

sottrarre da cotali seduzioni; furono in altri casi vecchi congiunti,

naturali e giurati avversari di ogni idea liberale, oppur frivoli

amici, scampati dal naufragio che ingoiò gli uomini generosi, solo

perchè eran troppo diversi da questi. Io conosco dei giovani, pieni

certamente di ottime intenzioni, insigniti dei più splendidi nomi, e

possessori d'immensi retaggi, che da una madre pia e divota sono stati

cresciuti nel più alto abborrimento d'ogni pensiero politico. È

veramente curioso spettacolo il vedere l'aria di candore e di

soddisfazione colla quale, alla prima parola di politica proferita da

altri in loro presenza, interrompono il discorso per dichiarare che

non si sono brigati giammai di tali cose, e che non saranno mai per

brigarsene. Chi gli ode e gli esamina attentamente, vede chiaro che la

politica è stata loro rappresentata come un vizio depravante, al par

del giuoco, della crapula, della lussuria. Confessano bensì questi

giovanetti che le materne esortazioni non sono state tutte del pari

fruttuose, che certi peccati non sono loro rimasti affatto ignoti; ma

pure non sono del tutto corrotti, no, la Dio mercè; fra questi brutti

vizi evvene uno almeno, del quale non si sono bruttati, ed è la

politica; e per quanto io avviso, questa convinzione giova a

rinfrancare la loro coscienza intorno all'altre mende da loro

contratte. Ma chi doveva aspettarsi di più da giovanetti allevati per

mano di donne e di vecchi? da giovanetti cui null'altro venne

insegnato che pregiudizi, e i quali sono stati rinchiusi in

un'atmosfera priva de' suoi più salubri elementi, della forza, vo'

dire, e della costanza, che sono il pregio dell'uomo e che l'uomo solo

può inspirare al fanciullo?

La legge dello spionaggio e la scomparsa quasi totale d'una

generazione, per cui furono tolti a tante famiglie i loro naturali

capi e custodi, non sono già le sole sorgenti attoscate onde i

Lombardi attingono la sonnolenza e la morte. Nulla trascurandosi

dall'Austria per anneghittire la contrada, io non posso esimermi dal

passare a rapida rassegna i varii rami della sua amministrazione a

fine di ragguagliar degli effetti ch'essa produce.

L'istruzione pubblica è assai bene ordinata in Lombardia, vo' dire che

il beneficio dell'istruzione vi è sparso da per tutto. Gl'infimi

Comuni hanno un maestro ed una maestra di scuola, che insegnano ai

figliuoli dei contadini il leggere, lo scrivere, il catechismo,

l'aritmetica e la storia sacra. Pochi altri paesi d'Europa sono in

questo particolare tanto avvantaggiati quanto è la monarchia

austriaca. Il suo governo poche cose spinge all'estremo, ed è anzi

propenso assai ai termini di mezzo e ai partiti moderati. Egli è

appena più entusiasta dell'ignoranza che nol sia della scienza; ma lo

scopo a cui tendono i suoi sforzi, il bene onde vorrebbe arricchire i

suoi sudditi, si è la mediocrità. Mediocrità d'ingegno e di dottrina,

non curanza di carattere, insensitività di cuore, attutamento delle

passioni, scarsità di coraggio e di volontà; ecco quel che vi vuole

per l'imperatore d'Austria. Un popolo formato giusta un tale modello

non si ribella mai; ubbidisce, paga, ammira il suo padrone, e, se

natura il concedesse, lo amerebbe.

Le scuole primarie sono pertanto protette in Austria, perocchè fanno

entrar nelle menti del popolo quel primo e fievol barlume del sapere,

che trionfa degl'istinti barbarici, e che, signoreggiando il

selvaggio, lo guida sino al primo grado della civiltà, all'obbedienza.

Benchè imperfettamente costituiti, i ginnasi e i licei potrebbero

agevolmente venire riformati. Ma sulle Università particolarmente

l'Austria appunta tutte le sue batterie, spiega intiera a tal uopo la

sua perizia e la sua tattica, e appalesa pur troppo l'ardente sua

brama di soffocare sin da' primordii ogni nobile e generosa tendenza.

Studi intorno alla storia della Lombardia negli ultimi trent'anni e delle cagioni del difetto d'energia dei lombardi · 第 13 / 15 段