Chiari vedeansi sopra tutte le lettere affidate alla posta i segni

dell'infrazione del suggello. Quante persone furono chiamate dal

direttore della polizia, o tratte a lui dinanzi in sembianza di

malfattori, per essere da lui interrogate, per esempio, sur un

discorso fatto in loro presenza in un dato giorno e in un dato luogo!

Potevano ben esse negare il fatto, fosse o non fosse vero realmente;

ma non poteano con ciò raddolcire l'umore aspro del direttore, il

quale, contento di incutere loro un momentaneo terrore, le avvertiva

con tuono d'oracolo, essergli noti i loro minimi pensieri, biasimarsi

questi da lui fortemente, e poco voler tardare a dargliene pruova.

Nella città non si parlava d'altro che dei tormenti inflitti ai

prigionieri politici, e le segrete dell'Inquisizione pareano un nulla

a udire quel che si diceva delle segrete della casa di correzione di

Milano. Bucinavasi di cibi o bevande dati ai captivi per alterarne il

senno e strappar loro il segreto: ma questa tortura non fu mai e poi

mai posta in uso in Milano, nè dagli Austriaci; e si dee lasciarne

l'ignominia al duca di Modena, che se ne valse. Se non che i mezzi

posti in opera dalla giunta estraordinaria di Milano, dacchè in

ispezieltà il Salvotti era stato chiamato da Venezia a Milano per

farvi l'ufficio di giudice inquisitore in luogo del Menghini, questi

mezzi, men grossolani certamente, erano tuttavia crudeli ed iniqui.

Non posso tacere qui di un fatto che varrà di risposta a coloro i

quali, per troppa ingenuità di animo, dicessero non potersi dare in

Europa un governo capace di sancire, inscrivendole nel suo codice,

disposizioni simili a quelle che io debbo menzionare. Ed è, non

esservi negli Stati austriaci codice di processura determinato per le

giunte estraordinarie, e condursi da queste i processi che sono loro

demandati, a seconda delle momentanee occorrenze. Facciasi da ciò

ragione dell'estensione veramente sconfinata delle facoltà concesse a

queste giunte.

Il Salvotti entrava talvolta a mezza la notte nelle segrete de'

prigionieri, e destandoli di repente, facea loro, prima che

risensassero dallo stupore e dallo spavento, interrogazioni insidiose,

per le quali vantavasi di possedere una rara perizia. La mancanza

d'aere libero, e di esercizio, le angoscie d'animo ond'erano oppressi

i captivi, tutto in somma conferiva a guastar loro la sanità. Parecchi

caddero infermi; alcuni corsero rischio di perder la vita, mentre il

Salvotti richiedeva la più piena confessione per concedere agli uni la

visita del medico, agli altri il conforto di abbracciare un'ultima

volta una persona carissima, o alla maggior parte l'ultimo colloquio

con un confessore. Ebbevi un moribondo al quale fu negato un

confessore di sua propria scelta, per imporgliene uno il quale, giusta

ogni apparenza, era una spia. Avendo l'ammalato risposto che si

confesserebbe a Dio, non si osò fare più lunga instanza in proposito e

chiamossi il sacerdote desiderato del moribondo. Fecesi però una

picciola vendetta sopra il sacerdote istesso, mandando in cerca di lui

per modo da indurlo a credere ch'ei fosse chiamato in prigione per

rimanervi.

Gli interrogatorii aveano luogo tra l'accusato e il giudice istruttore

Salvotti, in presenza d'un cancelliere, il quale scrivea le domande e

le risposte. Componea poscia il Salvotti un epilogo di tutti questi

interrogatorii, di cui lasciava copia, dopo terminati i costituti,

all'inquisito, esortandolo ad apparecchiare pel giorno seguente la

risposta, cui davasi il nome di difesa; perocchè in siffatti processi

l'accusato non può nè affidare la propria difesa ad un avvocato, nè

tampoco giovarsi della dottrina e dei consigli altrui. Il captivo

trovavasi adunque improvvisamente e pel breve spazio di ventiquattro

ore, costretto a prendere in disamina la voluminosa raccolta delle

interrogazioni ch'erangli state fatte, e delle risposte da lui datevi

mesi e mesi prima, ed a difendersi. Uno di quegl'inquisiti, fra altri,

stette diciotto mesi in carcere, nel quale tempo fu interrogato due

sole volte, la prima, subito dopo la cattura, entrante la primavera

del 1822, per non altro uopo, che per constatare l'identità della

persona; la seconda alla fine dell'anno 1822; dopo del che non vide

più i suoi giudici se non nel mese di ottobre dell'anno seguente, in

cui fu riposto in libertà. Un captivo può egli assicurarsi

dell'esattezza od inesattezza di costituti avvenuti da sì remoto

tempo, quando inoltre essi sieno, come furono quelli per esempio del

Confalonieri, in tanto numero da giugner quasi ai cento? Se

l'inquisito tentava di ridursi le cose a memoria, se pigliava a

rettificare i fatti stabiliti dai costituti, se ardivasi ad entrare in

discussione col proprio giudice, egli era irreparabilmente perduto.

Alcuni appigliaronsi ad un felice compenso. Pregarono l'istesso

consigliere Salvotti di stendere le loro difese, in quel modo che avea

steso le accuse, dichiarando di rimettersi in tutto e per tutto al suo

senno e alla perfetta sua probità. Ed egli, pago di questo tratto di

confidenza, si diede con una certa quale vanagloria a fare con eguale

acume due parti, l'una opposta all'altra, a sostenere con l'impegno

medesimo il pro e il contro. Ond'è che gl'inquisiti che posero le

proprie sorti nelle mani di quello strano avvocato, furono meglio

difesi che non quelli i quali vollero pigliarsi essi medesimi questa

briga.

Ebbevi in questa occasione dei fratelli incarcerati e condannati per

non avere voluto farsi accusatori l'uno dell'altro; furonvi persone

condannate per non avere tradito il segreto ch'era stato confidato

loro; e per meglio dire, quasi tutti coloro de' cui gemiti risuonarono

poscia le segrete dello Spielberg non per altro vennero condannati che

pel reato di non-rivelazione. Io non preterirò qui l'occasione di

encomiare una volta almeno senza miscuglio di biasimo il procedere del

conte Confalonieri. Non appena si fu egli addato delle vere intenzioni

dell'Austria, e si persuase ch'era certa la sua perdita, e che la

speranza con cui lo aveano in sulle prime lusingato, era meramente

un'insidia tesa contro la fedeltà sua agli amici, che si appigliò e

aderì fermamente al sistema di negar tutto. Allora spiegò

quell'irremovibile forza di volere, che fino allora eragli stata sì

male in aiuto. Facendo egli forse in allora giusto giudizio dei

passati suoi portamenti, riguardò con occhio sereno i patimenti che

gli erano destinati e cui poteva accettare a titolo di espiazione.

Fatto è che niuno de' suoi compagni di sciagura ebbe a rimproverargli

un momento di debolezza; e l'Italia tutta quanta, ponendogli a merito

i tanti e sì angosciosi anni di captività, e la nobile rassegnazione

con cui egli seppe fare il sagrificio della propria vita e della

propria libertà, sdimenticossi gli sgraziati fatti del tempo addietro,

e diedegli un posto fra' suoi figliuoli prediletti. In un tempo di

crisi e di rivoluzioni come si è quello in cui viviamo da poco meno

d'un secolo, gli uomini politici che non s'ingannino mai sono in poco

numero; ma minore ancora è il numero di quelli che si purghino in tal

guisa di un fallo con un eroico procedere serbato sì a lungo. Gli

altri inquisiti si diportarono bene, e quanto a me, io sono accertato

che non uno di loro mancò al proprio debito, e che i più fiacchi non

peccarono se non contro sè stessi, vale a dire che si persuasero di

non confessare se non a proprio danno. Io recherò qui di nuovo un

esempio del modo adoperato dalla giunta per istrappare il segreto di

bocca agl'inquisiti. Un notaio di Brescia, per nome Bontempi, avea

fatto un istromento di donazione o di cessione dei beni dei fratelli

Camillo e Filippo Ugoni a pro del loro zio Francesco Ugoni.

Quell'istromento fu impugnato come nullo, perchè destinato a

conservare ai fratelli Ugoni le loro sostanze, che secondo le leggi

portate contro gli spatriati doveano soggiacere a sequestro. Il notaio

fu incarcerato e assalito in mille varii modi per trarlo a confessare

la simulazione di quella donazione. Ma sia che realmente egli avesse

fatto quell'istromento in buona fede, sia che comprendesse essere

d'uopo pel proprio scampo il dirlo, fatto è ch'ei negò risolutamente

di saperne di simulazione, e sostenne inconcussamente di avere creduto

di fare un istrumento valido, e che l'atto era stato fatto nella

debita forma, ec., ec. Uno dei testimoni che aveano sottoscritto

l'istromento, per nome Panigotti, ricoveratosi in estero Stato subito

dopo la cattura del notaio Bontempi, e condottosi a Brusselle, ove

stette alcun tempo, era un amico dello stesso notaio. Conoscea la

giunta l'amicizia che passava tra 'l Bontempi e il Panigotti, nè

ignorava, perchè esperta oramai in siffatte materie, il sentimento

angoscioso e cocente da cui viene affetto un uomo posto a fronte di un

altro per sostenergli in faccia ch'esso ha mentito; il qual

sentimento, ove i due confrontati sieno stati amici fra loro, ne rende

il confronto affatto insopportabile. Dietro la cognizione che avea di

un tale fatto e, sto per dire, d'una tale legge, il giudice istruttore

disse al Bontempi, che il Panigotti, anch'esso captivo, avea

confessato quel tanto ch'ei s'ostinava a negare. E aggiunse che,

ostinandosi egli tuttora nella impugnativa, gli avrebbero condotto

dinanzi l'amico per vedere quello che saprebber dire entrambi in un

tale frangente. Udendo e della cattura dell'amico e della confessione

del medesimo, rimase il Bontempi costernato. Non reggendo al pensiero

di dover dare una mentita all'amico e di passare presso di lui per

mentitore, interruppe frettoloso le parole del giudice, che facea le

viste di ordinare che colà conducessero il Panigotti, e confessò

quanto si volle da lui confessato. Venne perciò condannato ad un anno

di carcere. Era egli tratto con buona scorta dalla prigione

degl'inquisiti a quella dei condannati per iscontarvi la pena, quando

gli venne in mente la speranza di poter conoscere la sorte dell'amico.

Trovandosi vicino ad uno dei custodi, lo interrogò se il Panigotti

fosse condannato alla stessa pena, se avesse a subirla nell'istesso

carcere, e se non fosse soverchiamente afflitto dalla sua sventura.

Avrebbe detto anche di più se il custode, che non era edotto di tutti

i lacciuoli tesi agl'inquisiti dalla giunta, non l'avesse interrotto

ridendo, per assicurarlo che il Panigotti, anzichè essere in carcere,

era scampato e stava ottimamente in Brusselle. Il povero notaio

s'accorse allora soltanto dell'abisso che gli aveano scavato sotto i

piedi, e il raccapriccio cagionatogli dalla scoperta di tanta iniquità

fu sì fiero, ch'egli stramazzò tramortito a terra, e non appena

risensato, fu côlto da una febbre nervosa, dalle conseguenze della

quale non potè mai pienamente riaversi. Il suo gastigo non dovea però

finire con la fine della sua prigionia. Ricuperando la libertà, egli

non ricuperò già la carica, statagli tolta per effetto della sentenza

contro di lui proferita. Avanzato in età, estenuato dal carcere, e

sprovvisto di sostanze, il Bontempi visse ancora alcuni anni con le

limosine che gli faceano or l'uno or l'altro de' suoi soci di

sciagura. Alla fine parecchi mesi trascorsero senza ch'ei fosse veduto

recarsi da veruno di loro, com'era il suo solito, per chiedere,

quand'era angustiato dal bisogno, un qualche soccorso. Più sollecito

degli altri, uno di costoro andò in cerca del vecchio notaio, e le sue

indagini lo condussero allo spedale, ove trovò il nome del Bontempi

inscritto fra quelli dei defunti nella settimana precedente.

Mesi e mesi erano scorsi dacchè era stata posta in seggio la giunta

estraordinaria. Contradittorie voci andavano in giro per la città. I

genitori, le mogli, i figliuoli, i congiunti degl'inquisiti

assediavano del continuo le anticamere dei giudici, riportando parole

di conforto degli uni, minacce terribili degli altri. Il popolo,

sempre mal disposto inverso quelli che la pubblica potestà perseguita,

obbliava che quegli accusati erano stati già oggetto per lui di

reverenza e di affetto, e omai risguardavali come malfattori. La

polizia si era data molta briga per ottenere questo effetto. Essa avea

calunniato gli inquisiti, dipingendoli come empi, come riprovati dalla

nostra santa madre Chiesa, come biastemmiatori, come fabbricatori di

veleni, rapitori di fanciulli. Quei nobili cuori, sentendosi

abbandonati dal popolare interessamento, erano prostrati. L'Austria

poteva esser crudele o generosa a suo senno, ma non fu nè crudele nè

generosa.

Il re di Piemonte, il re di Napoli, il duca di Modena e la duchessa di

Parma aveano sparso il sangue dei loro sudditi. L'Austria non imitò in

questo il loro esempio. Ed ecco il perchè si può dire ch'essa non fu

crudele. Ma è egli d'uopo spiegare il perchè non si può encomiarla per

clemenza?

Giunsero alla fine le determinazioni dell'imperatore Francesco intorno

alle conclusioni della giunta. Alcuni degl'inquisiti furono riposti in

libertà, ma assoggettati alla invigilanza della polizia, e astretti a

rimanere in città. Quelli fra loro che testè occupavano una carica o

esercitavano una professione dependente in qualsivoglia modo dal

governo, ne erano privati. Inoltre, aggravando la disgrazia e il danno

di questi uomini che avevano sfuggito la condanna, non tralasciò il

governo di sparger voci sinistre contro i medesimi; voci che il

pubblico accolse premurosamente. Laonde ne avvenne che, usciti dal

carcere, privati della carica o della professione, rovinati per

l'abbandono delle cose loro, posti in un'ingrata soggezione,

pregiudicati gravemente nella salute, esclusi dal posto che aveano

lasciato vacante nella società, epperciò doppiamente bisognosi, per

poter sopportare la vita nei termini in cui gliel'aveano ridotta, di

essere sorretti dalla stima e dalla simpatia generale, ei si trovarono

all'incontro isolati frammezzo agli antichi loro amici, videro sul

volto di questi non dubbi segni di diffidenza, e dovettero comprendere

che nulla ormai rimaneva loro, nemmeno la stima di coloro a pro de'

quali aveano posta a repentaglio ogni loro cosa. Tale si era il

destino di tutti gli inquisiti riposti in libertà. Omisi di far

avvertire che quasi tutti furono rimandati liberi per difetto di

pruove legali, cosicchè il loro processo rimaneva aperto, ed essi

potevano ad ogni istante essere tratti in carcere di bel nuovo.

I conti Confalonieri e Pallavicini, il barone Arese, Gaetano

Castillia, il Borsieri e il Tonelli furono condannati a morte per

crimine di alto tradimento. Se non che l'imperatore commutò poi la

pena di morte, riguardo al Confalonieri, in quella del carcere duro in

perpetuo; riguardo al Pallavicini, al Castillia e al Borsieri in

quella del carcere duro per venti anni; riguardo al Tonelli in quella

del carcere duro per dieci anni, e infine riguardo al barone Arese in

quella del carcere per tre anni.

Or ecco l'accaduto in Vienna relativamente alla condanna del

Confalonieri. Il padre e la moglie di lui, un vecchio cioè ed una

donna già affetta dalla crudele infermità che la trasse a morte pochi

anni di poi, recaronsi a Vienna per implorare a suo favore la grazia

imperiale. Durante il processo contro il marito, la contessa

Confalonieri erasi mostrata simile a quelle matrone dell'antica Roma,

di cui i poeti, anzichè gli storici, ci hanno tramandata la dignitosa

imagine. Giovane ancora e dotata di somma avvenenza, ella si chiuse

nel proprio palazzo, ne sbandì i piaceri e la compagnia de' suoi

coetanei, s'interdisse persino i meri e semplici sorrisi

dell'urbanità, per non più attendere ad altro che alle cose del marito

e ai mezzi di salvarlo. Un sì nobile dolore avea toccato persino i

cuori dei primari ufficiali austriaci, o almen di quelli che non erano

stati corrotti dall'abito dell'ipocrisia. Giunse a Vienna, preceduta

da una gran riputazione e munita delle più instanti commendatizie pei

membri più autorevoli del gabinetto. Uno dei quali, proponendosi

veramente di giovarle, avvertilla come un corriere stesse pronto a

partire alla vôlta di Milano onde recarvi l'ordine di giustiziare il

conte; ed anzi (ma io non so bene se fosse l'istesso od un altro de'

suoi colleghi) le fu in aiuto per trattenere con arte quel corriere,

quell'istessa mattina in cui ella e lo suocero dovevano essere ammessi

ad udienza dall'imperatore.

Francesco I imperatore era d'aspetto così pacato, che sembrava

impassibile, e l'imperio che aveva di sè stesso facealo parere mite e

dolce. Egli è severo, diceano di lui i cortigiani, ma non iroso; e

s'ei punisce, sì il fa per giustizia, e non per passione. La presenza

del vecchio padre del Confalonieri turbò tuttavia quella serenità.

Gettatoglisi dinanzi ginocchione, il vecchio chiedeagli grazia:

esponeva le seduzioni a cui era stato esposto il figliuolo, rammentava

i servigi da lui in altri tempi prestati, la devozione da lui e dalla

sua famiglia sempre nutrita pei discendenti di Maria Teresa. Parlò

alcun tempo, con favella interrotta da' singhiozzi e dalle lagrime,

cui asciugava per tornare a supplicare. L'imperatore taceva, ma l'ira

che bollivagli in petto parea viepiù gonfiarlo. Proruppe alla fine.

Alzatosi, e, deposto repentinamente il sussiego dignitoso e l'usata

dissimulazione, si fece presso al vecchio infelice, il quale, sempre

inginocchioni, chinava il capo e tenea giunte le mani; gli si chinò

all'orecchio e alzando le braccia, come se, suo malgrado, avesse a

percuoterlo, dissegli con amaro sorriso e con voce chioccia, ma forte:

«Conte Confalonieri, conte Confalonieri, date retta a queste parole: a

quest'ora voi non avete più figli».

Pronta fu la contessa a sorreggere il vecchio suocero, che era stato

come colpito da fulmine all'udire quelle parole. E, compressi gli

affetti ond'era agitata, ripigliò ella le preghiere, cui l'imperatore,

pentito forse dell'impeto a cui erasi lasciato andare, diede ascolto

finalmente. Parve egli commosso, esitò e finì per promettere di

spedire _all'indomani_ lettere di grazia. Per _l'indomani_ ei promise!

e il corriere latore del comando di morte stava aspettando, trattenuto

unicamente dal protettore della contessa! Raccapricciò la povera

donna, perocchè rammentava un episodio dell'antica dominazione

austriaca in Lombardia, il fatto cioè di un condannato a morte (era un

conte di cui non ricordo il nome), il quale era stato giustiziato

un'ora prima che giugnesse l'ordine di grazia. Mostrossi tuttavia

lietissima della promessa imperiale, e all'uscir dalla reggia corse

dall'amico che avea trattenuto il corriere. Lo zelo di quell'amico non

s'intiepidì, chè anzi ei fece ogni sua possa onde ottenere che le

lettere di commutazione di pena fossero spedite pria del comando di

morte; e la contessa Confalonieri, impaziente d'ogni ritardo al

giugnere nella città ove la scure pendea sul collo del marito, si pose

in viaggio incontanente con lo suocero alla vôlta di Milano, tremante

dalla paura che la tremenda sentenza non venisse eseguita. Dio nol

volle. Confalonieri e gli amici suoi viveano, ma destinati a tal vita

che allora teneasi quasi peggio che morte.

Evvi legge che comanda l'esposizione pubblica di tutti i condannati a

pena del carcere per cinque anni o per tempo più lungo. Io ben ricordo

tuttora il giorno destinato all'iniquo spettacolo. I cittadini onesti

ed illuminati eransi chiusi in casa, sfuggendo checchè potea loro

rammemorare che valentuomini doveano essere in quel giorno trattati a

guisa di malfattori, pel loro troppo amore alla propria patria. Il

popolo però avea subito l'influenza della doppiezza austriaca. Aveva

udito leggere nei templi l'editto contro i _carbonari_; e avea sentito

ripetere tante volte che i liberali macchinavano contro la vita dei

poveri, contro la quiete dello Stato e la pubblica felicità che ne

deriva, che avea finito per crederlo. Gl'infelici condannati

soffrirono certamente di più al veder lo spettacolo di quel popolo

traviato, che non soffrissero poi nel subire le umiliazioni cui

vollesi altrove assoggettarli. Confalonieri, Andryane, Pallavicini,

Castillia, Borsieri e Tonelli, uscirono dal carcere col saio grigio

dei prigionieri indosso, e incatenati a coppia. Giunti dinanzi al

palazzo di giustizia, salirono sur un palco od armadio di legno, che

serve solitamente per queste esposizioni; e di colà udirono leggere la

loro sentenza, e subirono gli sguardi insultanti e il mormorare

espressivo della plebaglia.

Dopo essere colà rimasti per più d'un'ora, vennero tratti di nuovo

nella guisa stessa in carcere, ove passarono ancora alcuni giorni pria

di partire alla vôlta dello Spielberg. Invano i loro congiunti

arrecaron per essi quei materiali conforti che non sono interdetti nè

ai ladri nè agli assassini, i quali sieno in grado di procacciarseli.

Volle l'imperatore che i condannati politici avessero a soffrire di

più che i galeotti. Ad un pittore amico della casa Castillia, il quale

seppe che a Gaetano Castillia era concesso di recare con seco un libro

di orazioni, venne in mente di delineare sur un foglio di quel libro i

ritratti della sorella e del vecchio genitore del prigioniero; ma

essendosi i custodi addati che quest'ultimo tenea per un lungo tempo

il libro aperto all'istesso luogo senza voltare la pagina, vollero

vedere che cosa ci fosse dentro, o il libro fu incontanente

confiscato.

Alla fine il tristo convoglio si avviò; e i condannati, scorrendo

quelle vie sì piene per loro di grate memorie, quelle campagne che

avevano sì spesso percorse e alcune delle quali loro appartenevano,

disperarono certamente di rivederle un'altra volta. Dissero un lungo

ed eterno addio all'incomparabile verzura de' nostri prati, al placido

azzurro del nostro cielo, alla splendida luce, e ai caldi raggi del

nostro sole. Abbandonavano la patria e avevano perduta la libertà; si

può egli dare maggiore sventura?

«La buona compagnia che l'uom francheggia

»Sotto l'usbergo del sentirsi pura»

non veniva loro meno certamente. Io però non saprei dire se l'animo

mio sia più fiacco di quello degli altri uomini, o se siamo tutti

soggetti alle istesse debolezze; ma, in quanto a me, confesso che

difficilmente potrei serbare ferma ed intatta la stima di me medesimo,

a dispetto del biasimo universale. Trattisi un uomo virtuoso come si

tratta un malfattore; gli si dimostri disprezzo, avversione,

commiserazione all'uopo; sia egli esortato a pentirsi; non gli si

lasci udire giammai la verità; sia un tale supplizio per un lungo

tempo prolungato, e vedrassi che costui finirà per dubitare di sè

stesso. Fra' condannati di quei tempi, ebbevene forse taluno per cui

un tale tormento s'aggiunse agli altri, assai meno fieri di questo. Il

contegno della popolazione milanese in tutto il tempo dell'esposizione

pubblica dei condannati politici fu tale invero dal far entrare quel

dubbio cocente negli animi timorati. Il difetto di simpatia o, per

meglio dire, l'indifferenza che i condannati videro sui volti nel loro

passaggio, ne esacerbò certamente l'angoscia. Un grand'amore di patria

richiedesi per esporsi a siffatta ventura; e la storia di queste

splendide annegazioni è il più valido argomento che si possa addurre

per ismentir formalmente le parole di tutti coloro che ritraggono

l'Italia come un mucchio di rovine abitate da una schiatta tralignata.

Studi intorno alla storia della Lombardia negli ultimi trent'anni e delle cagioni del difetto d'energia dei lombardi · 第 12 / 15 段