nudrita la sua mente con la lettura di Plutarco e di Tito Livio, e
imparatovi come i grandi uomini dell'antichità si sagrificassero pei
loro amici e sapessero morire con essi quando non potean salvarli. E
in vero non ebbe appena udito della cattura dell'amico, che
attribuendone subito la causa al viaggio fatto di conserva con esso in
Piemonte, esclamò: «volere, ben lungi dal fuggire, voler condividere
il destino del Castillia; il massimo torto essere stato il suo; aver
lui proposto quel viaggio; non averlo seguìto l'amico se non per
condescendenza, ec., ec.». Nè fu pago di dir queste cose fra le
domestiche pareti; ma, fatto sordo ai consigli, e direi quasi alle
suppliche instanti del fratello del Castillia, il quale sforzavasi di
fargli intendere i tristi possibili effetti del passo ch'egli stava
per fare, uscì precipitoso fuori di casa e corse senza prendere fiato
all'ufficio della Polizia, ove richiese ad uno ad uno tutti gli
ufficiali in cui si abbattè, di chiuderlo in carcere col suo amico.
Quelle strane instanze non ebbero lo sperato esito. Il Pallavicini fu
ributtato burberamente; gli dissero non bastare il voler essere
incarcerato per venir chiuso in carcere, e lo esortarono ad andarsene.
Io non so invero se questa mattia fosse necessaria per cagionare
l'arresto del Pallavicini; perocchè la sua gita in Piemonte veramente
ponealo fra' primi nella lista dei sospetti; e se l'Austria era allora
determinata a porre in chiara luce gli accordi che eransi fatti nel
1821 fra i Lombardi e i Piemontesi, essa non potea cominciar meglio
l'opera sua che con la cattura del Pallavicini. Fatto è che questi non
dovette sospirare un lungo tempo pel carcere. Due giorni dopo la
strana sua domanda all'ufficio della Polizia, il conte Bolza,
appressatoglisi all'uscir dal teatro, invitollo a venirgli dietro, nè
lasciollo se non dopo ch'esso fu chiuso in una segreta poco lontana da
quella in cui era il Castillia.
Troppo avea presunto di sue forze e di sua fermezza il Pallavicini.
Schietto, generoso e disposto a prodezza, ma semplice ed ingenuo,
viziato da quella levità di carattere per cui l'animo va fluttuando
fra le più contrarie disposizioni, si empie oggi di matte speranze per
isprofondarsi domani nello sterminato abisso della disperazione, era
il Pallavicini uno di que' tali che sono in grado del pari o di
commetter le più grandi o le più nocive azioni, o di starsene inerti
del tutto, secondochè portano le circostanze, e sempre senza
premeditazione, tranne però il primo caso. Com'ei si vide in carcere,
tosto s'accorse che la sua propria sciagura non punto alleggiava
quella dell'amico, e concepì un ardente desiderio della libertà. Sua
madre, da cui era amato teneramente, desiderava ch'ei fosse liberato,
più ancora che nol desiderasse egli stesso; e la Polizia, o, per dir
meglio, il governo, proposesi di avvantaggiarsi dei sentimenti della
madre e del figliuolo. Non appena i membri del tribunale straordinario
e il giudice istruttore, Menghini, vennero in cognizione della levità
ed impetuosità del carattere del captivo, che prepararono le loro
macchine. Obbliava di già l'Austria in quel tempo, che la faccenda non
era stata ad altro fine indirizzata che a somministrarle un pretesto
per prolungare l'occupazione del Piemonte e del reame di Napoli.
Avendo essa posto in campo sospetti, volea giustificarli. Ben sapea
esservi stata congiura, perocchè aveane avuto contezza dal principe di
Carignano, e dacchè erasi posta scopertamente ad inquisire in
proposito, temea di apparire melensa ove non la rinvenisse. Impegnato
che fu il suo amor proprio, il governo si rassegnò a trovar dei
colpevoli, e non fu malagevole il suo cómpito.
Cominciossi per parlare al Pallavicini della congiura come di un fatto
notorio ed incontrastabile; poscia, trovando perseverante il
prigioniero nel negare un fatto così constatato, e veggendolo domandare
con tanta sollecitudine e commozione della propria madre, s'invocò
l'opera di questa, la quale, dopo la cattura del figliuolo, non cessava
dall'assediare l'anticamera del tribunale. Uno dei giudici chiamolla
nel suo gabinetto, l'accolse affabilissimamente, e datele notizie
confortanti del figliuolo, la cui fragile salute avea pur troppo a
scapitare per una lunga prigionia, aggiunse che la caparbietà di esso
nel negare una macchinazione della quale il governo conoscea i più
minuti particolari, era cosa fatta per indisporre gli animi contro di
lui; che la confessione richiesta al medesimo non era altro che una
formalità, un atto di sottomissione indispensabile affatto, ma però
tale, che non potea portare sinistre conseguenze per lui nè per altri.
Proseguì egli a parlarle in questi sensi, finchè la contessa,
interrompendo il discorso, accertollo ch'essa ben comprendeva le
benefiche intenzioni di S. M., nè potea dubitare che il figlio non le
comprendesse al pari di lei, e non vi si arrendesse con premura e
riconoscenza. Interrogò il giudice la contessa Pallavicini se
potess'ella sperare d'indurre il figliuolo alla confessione che a lui
veniva richiesta, e dietro la risposta affermativa ch'ella diede, la
fece introdurre nella prigione del figlio. La storia non dee toccare di
quello che sia stato detto allora dalla madre e dal figliuolo, ed è suo
debito di rispettare il segreto intorno a simili scene; debito tanto
più facile a servare, quantochè il racconto delle medesime potrebbe
solo indebolire quell'interesse che ne emerga. Fatto è che il
Pallavicini, dopo la visita della madre, confessò quel tanto che gli si
richiedea e ch'ei non credea ignorato ormai da veruno. Nelle prigioni
dell'Austria è d'uopo eleggere tra un sistema assoluto di diniego,
spinto sino all'assurdo, per cui si impugni risolutissimamente tutto
quanto può, dappresso o da lungi, direttamente o indirettamente,
toccare ad un fatto incriminato, e un sistema di piena confessione, per
cui si rinunzi ad occultare una sola delle circostanze del fatto
medesimo. Colui che spera di ristrignersi a confessare quel tanto che
riguarda sè stesso, senza pregiudicare i suoi sozi, e vorrebbe usare
schiettezza da un lato e dissimulazione dall'altro, è perduto;
perciocchè il giudice procede a tal modo: ponendo per istabilito il
fatto confessato dal reo, mette subito in campo, come conseguenza di
esso, un altro fatto ch'ei fa le viste di tenere come confessato
implicitamente col primo. E se l'inquisito ricusa di ammettere
quest'altro fatto, gli oppone ch'ei distrugge la prima sua confessione,
che pecca contro la logica, ec., insino a tanto che esso venga quasi ad
arrossire del diniego. Ond'è che l'inquisito è condotto quasi per forza
ad ammettere questa conseguenza della prima sua confessione, ed ecco
subito messo a lui dinanzi un terzo annello, un'altra conseguenza di
secondo grado, che gli è forza ammettere come la precedente; e così si
va procedendo via via, insino a tanto che non vi sieno più segreti da
propalare. Era il Pallavicini senza dubbio fermamente risoluto di non
compromettere altri che sè medesimo, ma compromise di fatti molti
altri. Quando se ne fu addato, tentò di ritrattarsi, cadde in
disperazione, e rimase come fuori di senno per lungo tratto di tempo.
Sicchè troppo acerbo sarebbe il rimproverargli un momento di debolezza
che fu espiato così crudelmente.
Come il Pallavicini, così anche il Castillia si persuase di non avere
a compromettere altri che sè medesimo, con isgravarsi dal peso d'una
perpetua menzogna. E di fatti io non ho pruova alcuna che le sue
confessioni abbian portato danno a veruno. Checchè ne sia, il nome del
conte Confalonieri venne proferito dinanzi alla giunta, e la cattura
di lui fu posta in discussione. Uno degli amici di lui era tuttora in
relazione con un antico ufficiale della polizia al quale avea prestato
servizio in altri tempi. Questo ufficiale, ora defunto, scrisse subito
a quell'amico per avvertirlo del pericolo che il Confalonieri correa.
Sospettato egli pure, e persuaso che la casa del Confalonieri doveva
essere invigilata attentamente, quell'amico recossi anzitutto dal
consigliere Marliani, la cui figliuola era stretta in amicizia e col
Confalonieri e coi principali liberali. Parlò con questa signora del
modo di ragguagliare il Confalonieri di quanto riguardavalo, e si
stabilì fra loro ch'essa invierebbe da lui il servo fidato di suo
padre, persona sicura e devotissima. Il Berchet, appressatosi a quella
signora nel mentre ch'essa ragionava con l'amico del Confalonieri, udì
le loro parole, e immantinenti si diliberò di scampare in estero
Stato, nè pose tempo in mezzo ad eseguire quel proponimento. Ricevette
pertanto il Confalonieri la notizia che gli amici erano impazienti di
fargli giugnere, ma non ne fu punto commosso, e ricusò di fuggire.
Alla sera del giorno medesimo, il menzionato ufficiale di polizia
scrisse di bel nuovo all'amico suddetto, essere stata stanziata la
cattura del Confalonieri. Gli amici si riposero in moto; ed anzi la
stessa figliuola del consigliere Marliani recossi dal Confalonieri per
fargli presente l'imminenza del pericolo e scongiurarlo ad andarsene.
Diè saggio il Confalonieri in quella occasione d'una levità di
carattere, che può servire di spiegazione e di escusazione dei falli
ch'egli avea precedentemente commessi. Gl'iterati avvisi mandatigli
da' suoi amici erano avvalorati altresì dalle insinuazioni abbastanza
chiare del maresciallo conte di Bubna, che teneva in quel tempo il
comando militare in Milano, ed era uomo retto e capace di
attaccamento. Nelle frequenti visite ch'egli faceva al conte ed alla
contessa Confalonieri, non mancava egli di ostentare molta ansietà
della mala salute del conte, e dal consigliare a lui ed alla contessa
un viaggio di alcuni mesi. Ben comprendeano entrambi il fatto per cui
mostravasi inquieto il maresciallo, e raffrontando questi replicati
consigli con gli avvertimenti venuti altronde, non potevano
dissimularsi il pericolo. Ora perchè mai trascurò egli il Confalonieri
l'occasione propizia che gli si offeriva? Perchè mai non volle egli
andarsene e starsene fuori per alcun tempo? Voleva egli punirsi della
funesta fidanza da lui posta l'anno 1814 nell'Austria? Desiderava egli
tergere col martirio la lieve macchia contratta dalla sua riputazione
in quel tempo? Benchè questa ipotesi sia molto onorevole pel
Confalonieri, difficil cosa è tuttavia il conciliarla coi
provvedimenti ch'ei non mancava di fare onde aprirsi al caso una via
di scampo. Diceva egli bensì agli amici: «Non partirò; non mi ritirerò
a fronte della tempesta, voglio anzi affrontarla; sarà di me quello
che Dio vorrà, ec., ec.»; ma intanto facea praticar nel solaio di sua
casa un buco che dava nella casa vicina (la casa Bonacina), e per quel
buco proponeasi di fuggire camminando sui tetti finchè trovasse od una
finestra od un abbaíno aperto per entrare in una qualche casa. Io non
so dire s'ei si proponesse di rimanervi celato sotto la salvaguardia
dell'ospitalità, o se sperasse di scendere le scale di quella casa e
d'uscirne pel portone senza essere veduto o notato. Ben era peccato
che il Confalonieri, risoluto, come pare ch'ei fosse, di sguizzar via,
non abbia meglio ideato il modo di farlo; ch'egli abbia voluto
aspettare fino all'ultimo istante per effettuare il suo disegno, e
siasi determinato a tentare una fuga pericolosa pei tetti, quando non
solo la porta della sua casa, ma quelle pure della città e dello Stato
erangli aperte. Che se alcuno dubitasse della verità della mia
asserzione, e credesse in quella vece che il Confalonieri avrebbe
forse incontrato maggiori ostacoli alla fuga di quelli ch'io suppongo,
io gli risponderei col racconto di un fatterello singolare. Sei
settimane prima della sua cattura, il Confalonieri abitava una villa
sulle rive del lago di Como, nel sobborgo di questa città chiamato
Borgo-Vico. Per festeggiare il giorno onomastico della consorte, egli
convitò parecchie persone a pranzo il 15 di ottobre, giorno della
festa di santa Teresa. Vennero i convitati all'ora prefissa; trovarono
apparecchiata la mensa, raccolta la brigata, ma assenti i padroni. Più
ore trascorsero, duranti le quali gli amici colà convenuti rimasero
inquietissimi intorno al destino del padrone di casa. Giunse egli
finalmente a piedi, preceduto da sua moglie e da' signori Francesco
Arese e di Fellberg. Erasi egli spassato nell'approfittare della
vicinanza della Svizzera e della libertà con cui passava e ripassava
il confine per empire la carrozza di oggetti in frodo de' dazi. Dietro
la denunzia di una spia, la sua carrozza era stata visitata e
confiscata. Or non poteva egli fare un uso migliore della libertà con
cui recavasi cotidianamente in Isvizzera?
Gli è forza pertanto supporre che il Confalonieri, mentre ricusava di
fuggire quando gli amici vel consigliavano, proponessesi di andarsene
quando a lui paresse opportuno. Nè sarebbevi perciò ragione di
rimbrottarlo gravemente; se non che era almeno da desiderare che gli
apparecchiamenti da lui fatti a tal uopo fossero stati così bene
ideati come quelli suggeritigli dagli amici. Ora a questo proposito
egli è da stupire che, dopo aver fatto aprire un varco nel muro
divisorio tra la propria casa e la casa Bonacina, il Confalonieri non
siasi poi data la briga d'invigilare a fine che quel varco non fosse
chiuso. Il che appunto accadde.
Era il Confalonieri male in salute, come ho detto. Giaceva egli a
letto quando vennero ansanti i suoi famigliari annunziandogli che
agenti della polizia entravano in casa. Balzar fuori del letto,
ghermire in fretta gli abiti, e scampar da una porta situata dietro le
cortine del letto per andare sul solaio, donde sperava passar nella
casa vicina, fu pel Confalonieri la faccenda d'un istante. Di già
appressavasi egli al varco, e potea credersi salvo. Vi giunge ansante
e trepidante. Tremenda delusione per lui! Il varco era stato chiuso
dal padrone della casa vicina, a detta di alcuni, o da un servo dello
stesso Confalonieri, a detta di altri. Ognuno però concorda nel dire
che quello sgraziato accidente fu mero effetto del caso, e sarebbesi
facilmente cansato se il Confalonieri fossesi data la briga di
invigilare sopra i mezzi apparecchiati pel proprio scampo. Vedendosi
côlto nel laccio, tentò il Confalonieri di scampare per una scala
segreta, ma non appena ebb'egli sceso alcuni gradini, che udissi
chiamare per nome da un uomo che l'aspettava appiè della scala
medesima. Era questi il conte Bolza, l'esecutore di tutte le catture
politiche, il quale, armato di due pistole, intimavagli d'arrendersi.
Non tardò il Confalonieri a sottomettersi. Le sue carte furono
esaminate, ed egli in compagnia degli agenti della polizia e della
gendarme, fu condotto in carcere.
Si è questo per avventura il luogo opportuno per dire alcune parole
intorno al carattere del conte Confalonieri, che mi è toccato di
rappresentare or come fermo, or come leve, or come ambizioso, or come
devoto, or come poco scrupoloso, or come di soverchio fidente, e, in
una parola, proteiforme. Non è infatti cosa infrequente il trovare
accoppiati in un istesso uomo le qualità e i sentimenti più contrari
fra loro: e se i caratteri di simil tempra sono uno scoglio da cui
debbono guardarsi pel meglio dell'opere loro i romanzieri ed i poeti;
lo storico, che è schiavo de' fatti, dee fedelmente ritrarli, non
senza aver cura d'avvertire il lettore dello strano spettacolo cui è
costretto a porgli sott'occhio.
Ebbe il Confalonieri dalla natura poca sensitività ed un temperamento
capacissimo di esaltazione. Non si è venuto in cognizione ch'egli
abbia provato forti passioni; ma spesso egli fu veduto commuoversi ed
infiammarsi contro certe cose o contro certe persone che
dispiaceangli. Egli è inoltre capacissimo di ammirazione; ma io non
avviso di fargli torto con dire, essere questo sentimento in lui per
lo più raffreddato da un certo quale scetticismo, così comune però in
Italia, che non si può farne un particolare rimprovero al
Confalonieri. Cresciuto in una famiglia stata devota in ogni tempo
all'Austria ed alle idee ch'essa rappresenta, sullo scorcio del secolo
decimottavo e frammezzo ad una generazione tutta imbevuta delle
dottrine rivoluzionarie, il Confalonieri subì ad un tratto l'influenza
dell'orgoglio aristocratico, dello scetticismo volteresco,
dell'entusiasmo liberale onde ridondavano i giornali francesi e i
bandi dell'esercito francese, e di quell'entusiasmo altresì che era
stato messo in voga dall'Alfieri per la libertà de' Greci e de'
Romani. L'imaginazione, facoltà dell'animo sì esuberante in Italia, è
altresì la facoltà predominante nel Confalonieri; ed una tale facoltà
in lui, del pari che in chiunque non la faccia servire ad una forte
passione o ad una profonda convinzione, e la lasci esaltarsi e
reggersi da sè, non ha mai prodotto alcunchè di veramente bello o
grande. L'uomo, il cui animo e il cui cuore non abbiano una base
solida da appoggiarvisi, nè scorta illuminata e fida da seguire, vo'
dire affetti profondi e massime invariabili, scagliato che sia nella
vita pubblica, sarà capace ora di un'azione magnanima, ora di un fatto
men che onorato; muterà parere secondo che vel trarrà la versatilità
connaturale all'umano genere; benchè forte, cadrà in debolezze; benchè
generoso, si abbasserà alla pari di coloro che sono men che generosi;
benchè schietto ed aperto, offenderà la verità; benchè accorto e
dissimulato, farà le più stolte confessioni; errerà insomma a
casaccio, qual nave priva di piloto e di bussola, nell'immenso pelago
delle sensazioni, dei pensieri, dei desideri e degl'interessi,
lasciandosi andare in balía di quelli e di questi, facendo il saggio
di tutto, e sarà vinto alla fine e unicamente dalla stanchezza.
Io non ho fatto con ciò il ritratto del Confalonieri, bensì ho
descritto un tipo di cui il Confalonieri è una varietà. L'animo del
Confalonieri è naturalmente elevato; la sua mente naturalmente portata
ai pensieri nobili o generosi; ma standosi anche rinchiuso nel cerchio
del giusto e del bello, il Confalonieri si è dimenato assai, ed ha
mutato frequentemente parere e proponimento. Spesse volte altresì egli
si è mostrato incoerente, e parve mosso ad un tratto da varii e
contrari impulsi, e chiudere in sè parecchi individui diversi.
Nella congiuntura di cui facciamo qui discorso, il Confalonieri
seguiva il suo nobile e coraggioso istinto col dichiarare a' suoi
amici di non voler partire; cedeva ai dettami della prudenza col far
aprire il varco pel quale dovea fuggire, e pagava infine, col
trascurare d'invigilare sopra quel varco, il suo tributo alla levità
del carattere (chè così può essere chiamata una siffatta
impreveggenza). Chi non direbbe che si tratta qui di tre uomini
diversi?
Interrogato come il Pallavicini e il Castillia, non doveva il
Confalonieri cedere com'essi. Ma la sua impreveggenza tornò agli amici
suoi non meno funesta, di quello che a lui fosse stata la fiacchezza
del Pallavicini. Desiderando egli far conoscere alla moglie quanto era
accaduto fra lui e i suoi giudici, volle scriverle due righe, e
s'appigliò a quest'uopo ad uno di quei mezzi che sono da gran tempo
usati dai prigionieri, sicchè da niuno sono ormai ignorati. Spiccò
dalla invetriata un pezzo di piombo, fecene un rotolino appuntato e se
ne valse a guisa di toccalapis per iscrivere una lettera sur un
pezzetto di carta. Ciò fatto, era d'uopo trovare un messaggero; ed io
non so veramente il perchè siasi il Confalonieri indotto a scegliere
per quest'ufficio uno degli uomini della gendarme da cui era
custodito. Parve costui intenerito dalle preghiere del nobile captivo;
acconsentì alla domanda, promise fede, e recò la lettera al giudice
inquisitore. Erano in questa lettera nominati il Fellberg, il Comolli,
il Borsieri e alcuni altri, che vennero tosto catturati.
Incalzato dalle interpellanze, e addatosi altronde che la congiura era
ben nota al governo, il Confalonieri, nell'atto stesso che confessò
d'aver saputo delle macchinazioni dei congiurati, tentò di
giustificarsi, allegando di essersi opposto sempre alla loro
effettuazione. E in prova di ciò addusse il fatto di avere scritta una
lettera al marchese di San Marzano, con cui esortavalo a non
affacciarsi al confine lombardo. Interrogato del mezzo con cui avea
potuto far capitare questa lettera al San Marzano il Confalonieri
nominò la contessa Frecavalli, la quale ebbe a sopportare pochi giorni
di poi una visita degli ufficiali della polizia, ed una cattura di tre
giorni nelle proprie stanze. Taluno sarà forse desideroso di conoscere
il come si osservino dalla polizia austriaca i riguardi che si debbono
usare alle donne. La contessa Frecavalli ebbe per custodi nella sua
propria stanza due agenti di polizia ed un uomo della gendarme. Uno di
questi agenti, per nome Fedeli, giovane ed avvenente, non era privo di
una certa quale urbanità di tratto; ma i precisi ordini datigli non
gli permisero di accondiscendere al desiderio della contessa
Frecavalli, coll'uscir fuori un solo istante dalla camera di lei, nei
tre giorni e nelle tre notti dell'arresto della medesima. Ond'essa non
volle andare a letto, nè abbandonare la seggiola su cui si era gittata
quando vide entrar nella camera gli agenti di polizia, sopportò con
piena calma quella soggezione, non tralasciando di tribolare co' suoi
sarcasmi quegli agenti, e in particolare il Fedeli, per l'uffizio
rozzamente vile cui avevano accettato verso ad una donna. Non era essa
più giovinetta in quel tempo, e lo sforzo che fece per non dar a
conoscere di sentirsi affetta di soverchio da quella brutalità, le
guastò la salute per sempre.
Non debbo omettere di far edotto il lettore del modo col quale venne
osservata la promessa fatta dal conte Strassoldo, presidente del
Consiglio di governo, alle famiglie dei giovanetti che si erano
arruolati nel battaglione di Minerva. Non appena fu in piede la giunta
straordinaria per istruire il processo contro i congiurati, che tutti
quegli scuolari furono catturati. Invano se ne richiamarono le loro
madri presso il presidente del governo; perocchè questi non avea
promesso che quel tanto cui credea poter attenere, e il gabinetto di
Vienna, poco sollecito dell'onore de' suoi ufficiali, avea testè
nominato dei commissari, le cui attribuzioni erano affatto
independenti dal presidente del Consiglio di governo. Parecchi di quei
giovanetti vennero poi condannati come rei di ribellione; altri furono
discacciati dall'Università e ributtati da ogni aringo, come rei di
poco attaccamento alla Casa d'Austria.
La casa di correzione riboccava di catturati politici, e novelle
catture accrescevano cotidianamente il numero di questi. Tutte le
famiglie erano immerse nella costernazione. Niuno usciva di casa senza
guardarsi dietro, e senza vedersi seguito da uno o due uomini, male in
assetto, e di cera ignobile, come sono per lo più gli agenti segreti
di qualunque potestà, e quelli in ispecie di una potestà arbitraria.
Quante volte ho io veduto dalla mia finestra un uomo da' cinquanta a'
sessant'anni, vestito d'un abito verde, con un cappellaccio calato sul
viso, un fazzoletto a colori annodato attorno al collo, la schiena
arcata, l'incesso tardo, passeggiar tristamente in istrada, e sostare
tratto tratto sotto il portone dalla casa posta dirimpetto, guardando
ora all'uno, ora all'altro dei capi di quella strada, o sforzandosi di
spinger lo sguardo a traverso le cortine dietro le quali io mi stava.
Era costui uno spione ben noto, simile a tutti quelli che erano
egualmente appostati in ogni altra strada o davanti ad ogni casa
sospetta. Non poteano due persone salutarsi cammin facendo per le vie
della città, senza che il direttore della polizia ne fosse subito
ragguagliato. Niuno si accostava ad un altr'uomo senza diffidenza;
niuno si arrischiava di andare per due giorni di seguito nella istessa
casa, per tema di destare sospetti.