Ho detto che il Pallavicini era giovane assai. Egli avea certamente

nudrita la sua mente con la lettura di Plutarco e di Tito Livio, e

imparatovi come i grandi uomini dell'antichità si sagrificassero pei

loro amici e sapessero morire con essi quando non potean salvarli. E

in vero non ebbe appena udito della cattura dell'amico, che

attribuendone subito la causa al viaggio fatto di conserva con esso in

Piemonte, esclamò: «volere, ben lungi dal fuggire, voler condividere

il destino del Castillia; il massimo torto essere stato il suo; aver

lui proposto quel viaggio; non averlo seguìto l'amico se non per

condescendenza, ec., ec.». Nè fu pago di dir queste cose fra le

domestiche pareti; ma, fatto sordo ai consigli, e direi quasi alle

suppliche instanti del fratello del Castillia, il quale sforzavasi di

fargli intendere i tristi possibili effetti del passo ch'egli stava

per fare, uscì precipitoso fuori di casa e corse senza prendere fiato

all'ufficio della Polizia, ove richiese ad uno ad uno tutti gli

ufficiali in cui si abbattè, di chiuderlo in carcere col suo amico.

Quelle strane instanze non ebbero lo sperato esito. Il Pallavicini fu

ributtato burberamente; gli dissero non bastare il voler essere

incarcerato per venir chiuso in carcere, e lo esortarono ad andarsene.

Io non so invero se questa mattia fosse necessaria per cagionare

l'arresto del Pallavicini; perocchè la sua gita in Piemonte veramente

ponealo fra' primi nella lista dei sospetti; e se l'Austria era allora

determinata a porre in chiara luce gli accordi che eransi fatti nel

1821 fra i Lombardi e i Piemontesi, essa non potea cominciar meglio

l'opera sua che con la cattura del Pallavicini. Fatto è che questi non

dovette sospirare un lungo tempo pel carcere. Due giorni dopo la

strana sua domanda all'ufficio della Polizia, il conte Bolza,

appressatoglisi all'uscir dal teatro, invitollo a venirgli dietro, nè

lasciollo se non dopo ch'esso fu chiuso in una segreta poco lontana da

quella in cui era il Castillia.

Troppo avea presunto di sue forze e di sua fermezza il Pallavicini.

Schietto, generoso e disposto a prodezza, ma semplice ed ingenuo,

viziato da quella levità di carattere per cui l'animo va fluttuando

fra le più contrarie disposizioni, si empie oggi di matte speranze per

isprofondarsi domani nello sterminato abisso della disperazione, era

il Pallavicini uno di que' tali che sono in grado del pari o di

commetter le più grandi o le più nocive azioni, o di starsene inerti

del tutto, secondochè portano le circostanze, e sempre senza

premeditazione, tranne però il primo caso. Com'ei si vide in carcere,

tosto s'accorse che la sua propria sciagura non punto alleggiava

quella dell'amico, e concepì un ardente desiderio della libertà. Sua

madre, da cui era amato teneramente, desiderava ch'ei fosse liberato,

più ancora che nol desiderasse egli stesso; e la Polizia, o, per dir

meglio, il governo, proposesi di avvantaggiarsi dei sentimenti della

madre e del figliuolo. Non appena i membri del tribunale straordinario

e il giudice istruttore, Menghini, vennero in cognizione della levità

ed impetuosità del carattere del captivo, che prepararono le loro

macchine. Obbliava di già l'Austria in quel tempo, che la faccenda non

era stata ad altro fine indirizzata che a somministrarle un pretesto

per prolungare l'occupazione del Piemonte e del reame di Napoli.

Avendo essa posto in campo sospetti, volea giustificarli. Ben sapea

esservi stata congiura, perocchè aveane avuto contezza dal principe di

Carignano, e dacchè erasi posta scopertamente ad inquisire in

proposito, temea di apparire melensa ove non la rinvenisse. Impegnato

che fu il suo amor proprio, il governo si rassegnò a trovar dei

colpevoli, e non fu malagevole il suo cómpito.

Cominciossi per parlare al Pallavicini della congiura come di un fatto

notorio ed incontrastabile; poscia, trovando perseverante il

prigioniero nel negare un fatto così constatato, e veggendolo domandare

con tanta sollecitudine e commozione della propria madre, s'invocò

l'opera di questa, la quale, dopo la cattura del figliuolo, non cessava

dall'assediare l'anticamera del tribunale. Uno dei giudici chiamolla

nel suo gabinetto, l'accolse affabilissimamente, e datele notizie

confortanti del figliuolo, la cui fragile salute avea pur troppo a

scapitare per una lunga prigionia, aggiunse che la caparbietà di esso

nel negare una macchinazione della quale il governo conoscea i più

minuti particolari, era cosa fatta per indisporre gli animi contro di

lui; che la confessione richiesta al medesimo non era altro che una

formalità, un atto di sottomissione indispensabile affatto, ma però

tale, che non potea portare sinistre conseguenze per lui nè per altri.

Proseguì egli a parlarle in questi sensi, finchè la contessa,

interrompendo il discorso, accertollo ch'essa ben comprendeva le

benefiche intenzioni di S. M., nè potea dubitare che il figlio non le

comprendesse al pari di lei, e non vi si arrendesse con premura e

riconoscenza. Interrogò il giudice la contessa Pallavicini se

potess'ella sperare d'indurre il figliuolo alla confessione che a lui

veniva richiesta, e dietro la risposta affermativa ch'ella diede, la

fece introdurre nella prigione del figlio. La storia non dee toccare di

quello che sia stato detto allora dalla madre e dal figliuolo, ed è suo

debito di rispettare il segreto intorno a simili scene; debito tanto

più facile a servare, quantochè il racconto delle medesime potrebbe

solo indebolire quell'interesse che ne emerga. Fatto è che il

Pallavicini, dopo la visita della madre, confessò quel tanto che gli si

richiedea e ch'ei non credea ignorato ormai da veruno. Nelle prigioni

dell'Austria è d'uopo eleggere tra un sistema assoluto di diniego,

spinto sino all'assurdo, per cui si impugni risolutissimamente tutto

quanto può, dappresso o da lungi, direttamente o indirettamente,

toccare ad un fatto incriminato, e un sistema di piena confessione, per

cui si rinunzi ad occultare una sola delle circostanze del fatto

medesimo. Colui che spera di ristrignersi a confessare quel tanto che

riguarda sè stesso, senza pregiudicare i suoi sozi, e vorrebbe usare

schiettezza da un lato e dissimulazione dall'altro, è perduto;

perciocchè il giudice procede a tal modo: ponendo per istabilito il

fatto confessato dal reo, mette subito in campo, come conseguenza di

esso, un altro fatto ch'ei fa le viste di tenere come confessato

implicitamente col primo. E se l'inquisito ricusa di ammettere

quest'altro fatto, gli oppone ch'ei distrugge la prima sua confessione,

che pecca contro la logica, ec., insino a tanto che esso venga quasi ad

arrossire del diniego. Ond'è che l'inquisito è condotto quasi per forza

ad ammettere questa conseguenza della prima sua confessione, ed ecco

subito messo a lui dinanzi un terzo annello, un'altra conseguenza di

secondo grado, che gli è forza ammettere come la precedente; e così si

va procedendo via via, insino a tanto che non vi sieno più segreti da

propalare. Era il Pallavicini senza dubbio fermamente risoluto di non

compromettere altri che sè medesimo, ma compromise di fatti molti

altri. Quando se ne fu addato, tentò di ritrattarsi, cadde in

disperazione, e rimase come fuori di senno per lungo tratto di tempo.

Sicchè troppo acerbo sarebbe il rimproverargli un momento di debolezza

che fu espiato così crudelmente.

Come il Pallavicini, così anche il Castillia si persuase di non avere

a compromettere altri che sè medesimo, con isgravarsi dal peso d'una

perpetua menzogna. E di fatti io non ho pruova alcuna che le sue

confessioni abbian portato danno a veruno. Checchè ne sia, il nome del

conte Confalonieri venne proferito dinanzi alla giunta, e la cattura

di lui fu posta in discussione. Uno degli amici di lui era tuttora in

relazione con un antico ufficiale della polizia al quale avea prestato

servizio in altri tempi. Questo ufficiale, ora defunto, scrisse subito

a quell'amico per avvertirlo del pericolo che il Confalonieri correa.

Sospettato egli pure, e persuaso che la casa del Confalonieri doveva

essere invigilata attentamente, quell'amico recossi anzitutto dal

consigliere Marliani, la cui figliuola era stretta in amicizia e col

Confalonieri e coi principali liberali. Parlò con questa signora del

modo di ragguagliare il Confalonieri di quanto riguardavalo, e si

stabilì fra loro ch'essa invierebbe da lui il servo fidato di suo

padre, persona sicura e devotissima. Il Berchet, appressatosi a quella

signora nel mentre ch'essa ragionava con l'amico del Confalonieri, udì

le loro parole, e immantinenti si diliberò di scampare in estero

Stato, nè pose tempo in mezzo ad eseguire quel proponimento. Ricevette

pertanto il Confalonieri la notizia che gli amici erano impazienti di

fargli giugnere, ma non ne fu punto commosso, e ricusò di fuggire.

Alla sera del giorno medesimo, il menzionato ufficiale di polizia

scrisse di bel nuovo all'amico suddetto, essere stata stanziata la

cattura del Confalonieri. Gli amici si riposero in moto; ed anzi la

stessa figliuola del consigliere Marliani recossi dal Confalonieri per

fargli presente l'imminenza del pericolo e scongiurarlo ad andarsene.

Diè saggio il Confalonieri in quella occasione d'una levità di

carattere, che può servire di spiegazione e di escusazione dei falli

ch'egli avea precedentemente commessi. Gl'iterati avvisi mandatigli

da' suoi amici erano avvalorati altresì dalle insinuazioni abbastanza

chiare del maresciallo conte di Bubna, che teneva in quel tempo il

comando militare in Milano, ed era uomo retto e capace di

attaccamento. Nelle frequenti visite ch'egli faceva al conte ed alla

contessa Confalonieri, non mancava egli di ostentare molta ansietà

della mala salute del conte, e dal consigliare a lui ed alla contessa

un viaggio di alcuni mesi. Ben comprendeano entrambi il fatto per cui

mostravasi inquieto il maresciallo, e raffrontando questi replicati

consigli con gli avvertimenti venuti altronde, non potevano

dissimularsi il pericolo. Ora perchè mai trascurò egli il Confalonieri

l'occasione propizia che gli si offeriva? Perchè mai non volle egli

andarsene e starsene fuori per alcun tempo? Voleva egli punirsi della

funesta fidanza da lui posta l'anno 1814 nell'Austria? Desiderava egli

tergere col martirio la lieve macchia contratta dalla sua riputazione

in quel tempo? Benchè questa ipotesi sia molto onorevole pel

Confalonieri, difficil cosa è tuttavia il conciliarla coi

provvedimenti ch'ei non mancava di fare onde aprirsi al caso una via

di scampo. Diceva egli bensì agli amici: «Non partirò; non mi ritirerò

a fronte della tempesta, voglio anzi affrontarla; sarà di me quello

che Dio vorrà, ec., ec.»; ma intanto facea praticar nel solaio di sua

casa un buco che dava nella casa vicina (la casa Bonacina), e per quel

buco proponeasi di fuggire camminando sui tetti finchè trovasse od una

finestra od un abbaíno aperto per entrare in una qualche casa. Io non

so dire s'ei si proponesse di rimanervi celato sotto la salvaguardia

dell'ospitalità, o se sperasse di scendere le scale di quella casa e

d'uscirne pel portone senza essere veduto o notato. Ben era peccato

che il Confalonieri, risoluto, come pare ch'ei fosse, di sguizzar via,

non abbia meglio ideato il modo di farlo; ch'egli abbia voluto

aspettare fino all'ultimo istante per effettuare il suo disegno, e

siasi determinato a tentare una fuga pericolosa pei tetti, quando non

solo la porta della sua casa, ma quelle pure della città e dello Stato

erangli aperte. Che se alcuno dubitasse della verità della mia

asserzione, e credesse in quella vece che il Confalonieri avrebbe

forse incontrato maggiori ostacoli alla fuga di quelli ch'io suppongo,

io gli risponderei col racconto di un fatterello singolare. Sei

settimane prima della sua cattura, il Confalonieri abitava una villa

sulle rive del lago di Como, nel sobborgo di questa città chiamato

Borgo-Vico. Per festeggiare il giorno onomastico della consorte, egli

convitò parecchie persone a pranzo il 15 di ottobre, giorno della

festa di santa Teresa. Vennero i convitati all'ora prefissa; trovarono

apparecchiata la mensa, raccolta la brigata, ma assenti i padroni. Più

ore trascorsero, duranti le quali gli amici colà convenuti rimasero

inquietissimi intorno al destino del padrone di casa. Giunse egli

finalmente a piedi, preceduto da sua moglie e da' signori Francesco

Arese e di Fellberg. Erasi egli spassato nell'approfittare della

vicinanza della Svizzera e della libertà con cui passava e ripassava

il confine per empire la carrozza di oggetti in frodo de' dazi. Dietro

la denunzia di una spia, la sua carrozza era stata visitata e

confiscata. Or non poteva egli fare un uso migliore della libertà con

cui recavasi cotidianamente in Isvizzera?

Gli è forza pertanto supporre che il Confalonieri, mentre ricusava di

fuggire quando gli amici vel consigliavano, proponessesi di andarsene

quando a lui paresse opportuno. Nè sarebbevi perciò ragione di

rimbrottarlo gravemente; se non che era almeno da desiderare che gli

apparecchiamenti da lui fatti a tal uopo fossero stati così bene

ideati come quelli suggeritigli dagli amici. Ora a questo proposito

egli è da stupire che, dopo aver fatto aprire un varco nel muro

divisorio tra la propria casa e la casa Bonacina, il Confalonieri non

siasi poi data la briga d'invigilare a fine che quel varco non fosse

chiuso. Il che appunto accadde.

Era il Confalonieri male in salute, come ho detto. Giaceva egli a

letto quando vennero ansanti i suoi famigliari annunziandogli che

agenti della polizia entravano in casa. Balzar fuori del letto,

ghermire in fretta gli abiti, e scampar da una porta situata dietro le

cortine del letto per andare sul solaio, donde sperava passar nella

casa vicina, fu pel Confalonieri la faccenda d'un istante. Di già

appressavasi egli al varco, e potea credersi salvo. Vi giunge ansante

e trepidante. Tremenda delusione per lui! Il varco era stato chiuso

dal padrone della casa vicina, a detta di alcuni, o da un servo dello

stesso Confalonieri, a detta di altri. Ognuno però concorda nel dire

che quello sgraziato accidente fu mero effetto del caso, e sarebbesi

facilmente cansato se il Confalonieri fossesi data la briga di

invigilare sopra i mezzi apparecchiati pel proprio scampo. Vedendosi

côlto nel laccio, tentò il Confalonieri di scampare per una scala

segreta, ma non appena ebb'egli sceso alcuni gradini, che udissi

chiamare per nome da un uomo che l'aspettava appiè della scala

medesima. Era questi il conte Bolza, l'esecutore di tutte le catture

politiche, il quale, armato di due pistole, intimavagli d'arrendersi.

Non tardò il Confalonieri a sottomettersi. Le sue carte furono

esaminate, ed egli in compagnia degli agenti della polizia e della

gendarme, fu condotto in carcere.

Si è questo per avventura il luogo opportuno per dire alcune parole

intorno al carattere del conte Confalonieri, che mi è toccato di

rappresentare or come fermo, or come leve, or come ambizioso, or come

devoto, or come poco scrupoloso, or come di soverchio fidente, e, in

una parola, proteiforme. Non è infatti cosa infrequente il trovare

accoppiati in un istesso uomo le qualità e i sentimenti più contrari

fra loro: e se i caratteri di simil tempra sono uno scoglio da cui

debbono guardarsi pel meglio dell'opere loro i romanzieri ed i poeti;

lo storico, che è schiavo de' fatti, dee fedelmente ritrarli, non

senza aver cura d'avvertire il lettore dello strano spettacolo cui è

costretto a porgli sott'occhio.

Ebbe il Confalonieri dalla natura poca sensitività ed un temperamento

capacissimo di esaltazione. Non si è venuto in cognizione ch'egli

abbia provato forti passioni; ma spesso egli fu veduto commuoversi ed

infiammarsi contro certe cose o contro certe persone che

dispiaceangli. Egli è inoltre capacissimo di ammirazione; ma io non

avviso di fargli torto con dire, essere questo sentimento in lui per

lo più raffreddato da un certo quale scetticismo, così comune però in

Italia, che non si può farne un particolare rimprovero al

Confalonieri. Cresciuto in una famiglia stata devota in ogni tempo

all'Austria ed alle idee ch'essa rappresenta, sullo scorcio del secolo

decimottavo e frammezzo ad una generazione tutta imbevuta delle

dottrine rivoluzionarie, il Confalonieri subì ad un tratto l'influenza

dell'orgoglio aristocratico, dello scetticismo volteresco,

dell'entusiasmo liberale onde ridondavano i giornali francesi e i

bandi dell'esercito francese, e di quell'entusiasmo altresì che era

stato messo in voga dall'Alfieri per la libertà de' Greci e de'

Romani. L'imaginazione, facoltà dell'animo sì esuberante in Italia, è

altresì la facoltà predominante nel Confalonieri; ed una tale facoltà

in lui, del pari che in chiunque non la faccia servire ad una forte

passione o ad una profonda convinzione, e la lasci esaltarsi e

reggersi da sè, non ha mai prodotto alcunchè di veramente bello o

grande. L'uomo, il cui animo e il cui cuore non abbiano una base

solida da appoggiarvisi, nè scorta illuminata e fida da seguire, vo'

dire affetti profondi e massime invariabili, scagliato che sia nella

vita pubblica, sarà capace ora di un'azione magnanima, ora di un fatto

men che onorato; muterà parere secondo che vel trarrà la versatilità

connaturale all'umano genere; benchè forte, cadrà in debolezze; benchè

generoso, si abbasserà alla pari di coloro che sono men che generosi;

benchè schietto ed aperto, offenderà la verità; benchè accorto e

dissimulato, farà le più stolte confessioni; errerà insomma a

casaccio, qual nave priva di piloto e di bussola, nell'immenso pelago

delle sensazioni, dei pensieri, dei desideri e degl'interessi,

lasciandosi andare in balía di quelli e di questi, facendo il saggio

di tutto, e sarà vinto alla fine e unicamente dalla stanchezza.

Io non ho fatto con ciò il ritratto del Confalonieri, bensì ho

descritto un tipo di cui il Confalonieri è una varietà. L'animo del

Confalonieri è naturalmente elevato; la sua mente naturalmente portata

ai pensieri nobili o generosi; ma standosi anche rinchiuso nel cerchio

del giusto e del bello, il Confalonieri si è dimenato assai, ed ha

mutato frequentemente parere e proponimento. Spesse volte altresì egli

si è mostrato incoerente, e parve mosso ad un tratto da varii e

contrari impulsi, e chiudere in sè parecchi individui diversi.

Nella congiuntura di cui facciamo qui discorso, il Confalonieri

seguiva il suo nobile e coraggioso istinto col dichiarare a' suoi

amici di non voler partire; cedeva ai dettami della prudenza col far

aprire il varco pel quale dovea fuggire, e pagava infine, col

trascurare d'invigilare sopra quel varco, il suo tributo alla levità

del carattere (chè così può essere chiamata una siffatta

impreveggenza). Chi non direbbe che si tratta qui di tre uomini

diversi?

Interrogato come il Pallavicini e il Castillia, non doveva il

Confalonieri cedere com'essi. Ma la sua impreveggenza tornò agli amici

suoi non meno funesta, di quello che a lui fosse stata la fiacchezza

del Pallavicini. Desiderando egli far conoscere alla moglie quanto era

accaduto fra lui e i suoi giudici, volle scriverle due righe, e

s'appigliò a quest'uopo ad uno di quei mezzi che sono da gran tempo

usati dai prigionieri, sicchè da niuno sono ormai ignorati. Spiccò

dalla invetriata un pezzo di piombo, fecene un rotolino appuntato e se

ne valse a guisa di toccalapis per iscrivere una lettera sur un

pezzetto di carta. Ciò fatto, era d'uopo trovare un messaggero; ed io

non so veramente il perchè siasi il Confalonieri indotto a scegliere

per quest'ufficio uno degli uomini della gendarme da cui era

custodito. Parve costui intenerito dalle preghiere del nobile captivo;

acconsentì alla domanda, promise fede, e recò la lettera al giudice

inquisitore. Erano in questa lettera nominati il Fellberg, il Comolli,

il Borsieri e alcuni altri, che vennero tosto catturati.

Incalzato dalle interpellanze, e addatosi altronde che la congiura era

ben nota al governo, il Confalonieri, nell'atto stesso che confessò

d'aver saputo delle macchinazioni dei congiurati, tentò di

giustificarsi, allegando di essersi opposto sempre alla loro

effettuazione. E in prova di ciò addusse il fatto di avere scritta una

lettera al marchese di San Marzano, con cui esortavalo a non

affacciarsi al confine lombardo. Interrogato del mezzo con cui avea

potuto far capitare questa lettera al San Marzano il Confalonieri

nominò la contessa Frecavalli, la quale ebbe a sopportare pochi giorni

di poi una visita degli ufficiali della polizia, ed una cattura di tre

giorni nelle proprie stanze. Taluno sarà forse desideroso di conoscere

il come si osservino dalla polizia austriaca i riguardi che si debbono

usare alle donne. La contessa Frecavalli ebbe per custodi nella sua

propria stanza due agenti di polizia ed un uomo della gendarme. Uno di

questi agenti, per nome Fedeli, giovane ed avvenente, non era privo di

una certa quale urbanità di tratto; ma i precisi ordini datigli non

gli permisero di accondiscendere al desiderio della contessa

Frecavalli, coll'uscir fuori un solo istante dalla camera di lei, nei

tre giorni e nelle tre notti dell'arresto della medesima. Ond'essa non

volle andare a letto, nè abbandonare la seggiola su cui si era gittata

quando vide entrar nella camera gli agenti di polizia, sopportò con

piena calma quella soggezione, non tralasciando di tribolare co' suoi

sarcasmi quegli agenti, e in particolare il Fedeli, per l'uffizio

rozzamente vile cui avevano accettato verso ad una donna. Non era essa

più giovinetta in quel tempo, e lo sforzo che fece per non dar a

conoscere di sentirsi affetta di soverchio da quella brutalità, le

guastò la salute per sempre.

Non debbo omettere di far edotto il lettore del modo col quale venne

osservata la promessa fatta dal conte Strassoldo, presidente del

Consiglio di governo, alle famiglie dei giovanetti che si erano

arruolati nel battaglione di Minerva. Non appena fu in piede la giunta

straordinaria per istruire il processo contro i congiurati, che tutti

quegli scuolari furono catturati. Invano se ne richiamarono le loro

madri presso il presidente del governo; perocchè questi non avea

promesso che quel tanto cui credea poter attenere, e il gabinetto di

Vienna, poco sollecito dell'onore de' suoi ufficiali, avea testè

nominato dei commissari, le cui attribuzioni erano affatto

independenti dal presidente del Consiglio di governo. Parecchi di quei

giovanetti vennero poi condannati come rei di ribellione; altri furono

discacciati dall'Università e ributtati da ogni aringo, come rei di

poco attaccamento alla Casa d'Austria.

La casa di correzione riboccava di catturati politici, e novelle

catture accrescevano cotidianamente il numero di questi. Tutte le

famiglie erano immerse nella costernazione. Niuno usciva di casa senza

guardarsi dietro, e senza vedersi seguito da uno o due uomini, male in

assetto, e di cera ignobile, come sono per lo più gli agenti segreti

di qualunque potestà, e quelli in ispecie di una potestà arbitraria.

Quante volte ho io veduto dalla mia finestra un uomo da' cinquanta a'

sessant'anni, vestito d'un abito verde, con un cappellaccio calato sul

viso, un fazzoletto a colori annodato attorno al collo, la schiena

arcata, l'incesso tardo, passeggiar tristamente in istrada, e sostare

tratto tratto sotto il portone dalla casa posta dirimpetto, guardando

ora all'uno, ora all'altro dei capi di quella strada, o sforzandosi di

spinger lo sguardo a traverso le cortine dietro le quali io mi stava.

Era costui uno spione ben noto, simile a tutti quelli che erano

egualmente appostati in ogni altra strada o davanti ad ogni casa

sospetta. Non poteano due persone salutarsi cammin facendo per le vie

della città, senza che il direttore della polizia ne fosse subito

ragguagliato. Niuno si accostava ad un altr'uomo senza diffidenza;

niuno si arrischiava di andare per due giorni di seguito nella istessa

casa, per tema di destare sospetti.

Studi intorno alla storia della Lombardia negli ultimi trent'anni e delle cagioni del difetto d'energia dei lombardi · 第 11 / 15 段