dell'imperatore Napoleone e della Francia. Aveangli essi promessa
l'independenza e la libertà; e poi, giunta la congiuntura propizia di
adempir la promessa, aveanla ridotta alla condizione di uno Stato
dipendente. Ma le congiunture in cui l'imperatore e la Francia eransi
costantemente trovate, erano certamente estraordinarie. La Francia
potea dire all'Italia: «Lasciatemi fare sintanto ch'io abbia preso
stabilmente il posto che mi compete in Europa; aiutatemi anzi in
questo intento, ed io vi restituirò poi la libertà che ora confisco a
mio pro»; e l'Italia potea credere a queste parole: perocchè il regno
d'Italia era, in somma costituito per modo da sussistere di per sè, e
il fatto della riunione delle due corone francese ed italica sul capo
d'un sol uomo, era anzi un accidente che una conseguenza regolare
degli statuti organici dello Stato. La cosa fu ben diversa, quanto
all'Austria, dal 1815 in poi. Chiamata ad assicurare al regno d'Italia
quella piena independenza ch'eragli già stata tante volte promessa,
l'Austria non avea contratto coi Lombardi che segreti e perciò
invalidi obblighi: seppure si può dire che ne avesse contratti di
fatta veruna, non potendosi di ciò allegare pruova alcuna. I liberali
lombardi del 1814 erano ciechi abbastanza per tendere a sè stessi una
trappola, e gittarvisi poi dentro a capo chino senza che alcuno ve li
spignesse. Leggansi i primi bandi del maresciallo Bellegarde,
pubblicati da lui al primo suo ingresso in Milano, e vedrassi ch'ei
non vi fa motto nè di libertà nè d'indipendenza. Annunzia in vece,
averlo il suo signore incaricato a pigliar possesso, in suo nome e
vece, delle antiche province della sua monarchia, ch'erangli state
tolte a forza, e sopra le quali non avea perduto giammai i suoi
dritti. Ond'è che tutti i Lombardi che aveano militato nell'esercito o
negli uffizi civili sotto il principe Eugenio, venivano con ciò
ritenuti quali sudditi infedeli dell'imperatore d'Austria e quali
semiparricidi. S.M. l'imperatore Francesco perdonava agli uni,
gastigava gli altri a suo senno; ma sopra ed anzi tutto ristabiliva
tra la Lombardia e l'Austria le relazioni ch'eranvi prima del 1796,
cioè da servitore a signore, da provincia a capitale, da minori a
tutore perpetuo. E ciò definitivamente e per sempre. Affisando lo
sguardo nei segreti dell'avvenire, doveano i Lombardi vedere nell'anno
2000 la loro contrada soggetta all'Austria non altrimenti che nel
1816; le stesse leggi in vigore, la censura in pieno fiore, la polizia
regnante senza sindacato veruno e coll'attributo dell'onniscienza e
della onnipotenza, lo spieggiare onorato, ecc., ecc. Se non che
potrebbero imaginarsi che allora le cose procederebbero meglio
ordinate, perchè i Lombardi avrebbero a poco a poco deposta la
sconsigliata speranza di esistere di per sè, sdimenticate le assurde
pretensioni covate dal 1796 fino al 1814, cessato in fine di sentirsi
e di chiamarsi Italiani, per diventare Austriaci; il che farebbe
veramente il regno di Dio sulla terra.
Non mi sia data taccia di esageratore nè di inventore. Tale, sì, tale
era il senso, ed anche non bene dissimulato, di tutti i bandi
austriaci, di tutti i discorsi fatti dagli Austriaci e dai loro
fautori. E se pure oggidì taluno si pigliasse lo spasso di leggere con
tuono serio e con cera d'uomo convinto quel tanto ch'io dico, ad un
magistrato austriaco, io sono certo che questi, dolcemente commosso,
gli stringerebbe la mano, esclamando che così egli pure la pensa. Or
chi dovrà mai meravigliare che pensieri di rivolta covassero sempre
nei cuori dei Lombardi?
L'Italia condividea altronde tutta quanta cosiffatti pensieri;
perocchè tutti gli Stati della Penisola erano ricaduti sotto il
reggimento della potestà assoluta, da cui divezzati gli aveano i
princìpi democratici diffusisi in conseguenza della rivoluzione di
Francia. Una società propagatasi l'anno 1779 dalla Svizzera e dalla
Germania in Italia, promossa nell'anno 1811 dal re Murat ed arruolata
sotto il vessillo francese contro la fazione dei _Sanfedisti_, parlo
della società dei _Carbonari_, adoperava nell'anno 1820 ad
apparecchiare in tutta Italia una generale sollevazione. Avvalorati
erano quei disegni dalla speranza che vi cooperassero i governi di
Napoli e di Piemonte. Non possedendo in proprio nè truppe nè finanze,
la Lombardia non poteva pensare a discacciar essa gli Austriaci, ma
dovea star pronta ad aprire le sue città a quelli de' suoi compatrioti
che venissero con un esercito a farle spalla contro l'Austria. Una
società sì numerosa, com'era in quel tempo la società dei Carbonari,
non poteva per un lungo tempo sfuggire al vigile sguardo di un governo
fondato sopra lo spionaggio; e di fatti nell'anno stesso 1820 una
notificazione del governo di Milano, sottoscritta dal presidente conte
Strassoldo, e dal vice-presidente conte Guicciardi (quel desso che
avea perorato nel senato italiano il 17 d'aprile 1814 contro il
progetto del duca di Lodi), annunziava l'esistenza della società
suddetta, ne dichiarava pericoloso per lo Stato e reo in sè stesso
l'intento, vietava a tutti i sudditi di S.M. l'imperatore d'entrarvi,
comminando loro, in caso di disobbedienza, le pene prescritte contro
il reato di fellonia: pene le quali dichiaravansi, al solito, incorse
da tutti coloro che avessero omesso di denunziare i fatti venuti a
loro cognizione intorno alla società dei Carbonari o alcuno dei membri
di essa.
Non valse questa notificazione ad impedire i progressi del
carbonarismo. Una giunta straordinaria fu bentosto nominata ed
instituita in Venezia per iscoprire le trame ordite dalla società e i
nomi dei sudditi italiani di S. M. Francesco I, che vi si erano
affigliati. Il Salvotti, resosi poi celebre pur troppo, faceva in
quella giunta l'ufficio di giudice inquisitore, e diè fin d'allora bei
saggi della sua perizia. Si può almeno attribuire a lui l'invenzione
d'un mezzo singolare posto in opera da uno dei preposti al carcere di
Venezia per istrappare di bocca ad un inquisito, per nome
Confortinati, la confessione di fatti che, giusta ogni apparenza, non
aveano alcuna realtà. Non aveva il Confortinati nè l'animo nè
l'aspetto di un congiurato. Era un omicciattolo, gracilino, timido,
semplice, di corto ingegno, che non si brigava per nulla delle cose
della politica: per modo che non si può imaginare che cosa in lui
fosse, che avesse provocati i sospetti del governo. Checchè di ciò ne
sia, il giudice inquisitore ardea della brama di trargli di bocca
alcuni schiarimenti che l'inquisito non era in grado di dargli. Tentò,
ma invano, il Salvotti d'intimorirlo; perocchè havvi una certa
semplicità di spirito e di cuore che vieta di prevedere e le grandi
catastrofi e gli esiti tragici e straordinari. Secondo gli animi di
questa tempra, ogni cosa dee avere l'esito il più semplice e il più
naturale. «Sono stato incarcerato senza merito alcuno. Uscirò dal
carcere tosto che sarà riconosciuta la mia innocenza, il che non può
andare in lungo». Ecco il come ragionava il Confortinati, ed io non so
veramente se sarebbe stata in lui maggiore l'angoscia o lo stupore
ov'egli fosse stato condannato. Questa poco intelligente intrepidità
sconcertava i giudici. Un ufficiale di polizia, per nome Lancetti, si
propose di fiaccarla nel modo seguente. Introdusse il boia nella
segreta in cui era chiuso il captivo, e pregò questi acciò lasciasse
che il suo compagno gli pigliasse la misura precisa del collo,
perocchè fra poco dovrebbe impiccarlo, ed in certa guisa per cui
richiedeasi un laccio bene accomodato. Quell'ignobil sceda
dell'uffiziale di polizia e del boia non ebbe l'esito sperato.
Porgendo il collo alla disamina del carnefice, il Confortinati dicea
probabilmente tra sè e sè (e questa volta con ragione), che la cosa
non avrebbe seguito, e che non gli toccherebbe altro a subire che
quella pruova. Non isbigottì di soverchio, e nulla aggiunse ai
precedenti suoi costituti; e sì che la sua prigionia durò assai tempo.
Erasi il carbonarismo larghissimamente diffuso in tutta Italia; ma i
governi che contro questa società s'indracavano, non impugnavano altro
con ciò che l'espressione di un fatto incontrastabile, quale si era la
profonda malacontentezza eccitata in tutta quanta l'Italia dai
portamenti de' suoi principi. In Lombardia, in particolare, era tempo
che l'antica fazione dei sedicenti italici puri riconoscesse i falli
che avea commessi nel 1814, e, maledicendo alla fede posta
nell'Austria, sagrificasse ogni cosa per ammendare il suo torto. Quasi
tutta l'aristocrazia milanese, e quella in ispezieltà che più
efficacemente avea contribuito ad abbattere il regno d'Italia,
congiurava contro l'Austria. Il conte Confalonieri col facile ed
infiammato suo dire instigava contro quella potenza gli animi ancora
tiepidi, e l'odio già mostrato da lui contro la Francia toglieva
all'attuale sua indegnazione contro l'Austria ogni colore di
parzialità o fazioso. Il conte Porro, il giovine marchese Pallavicini,
e Bossi e Ciani e molt'altri, sia dei nobili che del medio ceto, mossi
da un comune desiderio d'independenza, si riunivano per indettarsi
intorno ai mezzi da porre in opera per sottrarre la patria alla
dominazione austriaca. Ma, come ho già detto, niuno si proponeva di
effettuare in Milano una rivoluzione. La mossa dovea accadere in
Torino. Il principe di Carignano, presuntivo erede della corona, erasi
assunto l'impegno di guidarla. E l'esercito piemontese, seguendo i
suoi capi, l'avrebbe operata. Tostochè il principe di Carignano avesse
afferrate le redini dello Stato, tostochè la costituzione fosse
promulgata in Piemonte, le truppe piemontesi doveano valicare il Po e
il Ticino, e venire a Milano. Pavia, città posta sui confini tra la
Lombardia e il Piemonte, e abitata dalla scolaresca, sarebbesi unita
co' liberatori. Milano pure terrebbesi pronta; i cittadini avrebbero
impugnate le armi, altri avrebbero instituito immantinenti un governo
provvisorio. Le province sarebbero concorse al grand'uopo; l'Italia
sarebbe rimasta debitrice della propria liberazione a' suoi propri
figli; e per la prima volta forse, dopo tanti secoli, lo straniero non
sarebbe stato cacciato da un altro straniero sottentrante in sua vece.
Bei sogni, quanto tempo avete voi durato?
La rivoluzione piemontese proruppe in marzo dell'anno 1821; ma non
l'esercito intiero, bensì soltanto compagnie staccate di ciascun
reggimento si sollevarono. Alessandria si trovò occupata dalle truppe
sollevate, il rimanente delle quali era in Torino. Benchè incompleta,
la mossa del Piemonte fu sentita in Lombardia. Il marchese Giorgio
Pallavicini e Gaetano Castillia, giovanissimi entrambi, recaronsi dai
capi del moto di Piemonte per indettarsi con loro del modo di
procedere contro gli Austriaci. Parata sempre alle azioni generose, la
scolaresca di Pavia formò un battaglione, intitolato di Minerva, ed
entrò nel territorio piemontese. Intanto il conte Confalonieri non
poteva farsi capace che alcuni reggimenti piemontesi valessero a far
testa all'esercito austriaco e costrignerlo a rivalicare le Alpi. Nè
infondati erano questi timori; ma gli uomini che apparecchiano una
rivoluzione, non debbono concepire speranza che ogni cosa proceda
appuntino nel modo previamente stabilito, a quella stregua, all'un di
presso, che gli atti di un dramma si tengono dietro l'uno all'altro in
sul teatro. La Lombardia sperava d'avere in aiuto una gran parte
dell'esercito piemontese, e alcune compagnie soltanto si dichiarirono.
Dovea ella per questo la Lombardia abbandonare i suoi disegni e la sua
intrapresa? E chi sa mai se la sollevazione lombarda non si sarebbe
tratta dietro quella del resto dell'esercito piemontese e degli altri
Stati italiani? Chi è da tanto di prevedere tutto, nè si trova in caso
di dovere per alcuni punti mettersi in balía del caso e della fortuna?
Quale è di fatti l'esito di queste congiure rimaste prive di effetto?
Gli è questo, che i governi ne vengono in cognizione ed aspramente le
puniscono, mentre, per altra parte, affatto ingloriosi rimangono i
nomi dei loro autori. I congiurati in pensiero sono puniti dai nemici
delle rivoluzioni non altrimenti che sarebbero se queste avessero
avuto effetto; ma non sono onorati del pari dagli amici della libertà.
Volendo allora mostrarsi prudente, il Confalonieri scrisse al conte di
San Marzano, altro dei capi della mossa piemontese, esortandolo a non
affacciarsi, giusta il convenuto, al confine infino a tanto che tutto
l'esercito piemontese, o poco meno di tutto, si fosse dichiarito per
la costituzione. Questa lettera fu recata dalla contessa Frecavalli,
che la nascose nella fitta sua chioma. Io non potrei descrivere
l'effetto prodotto da quella lettera, e mi dorrebbe di dover
attribuire al Confalonieri le ulteriori risoluzioni del principe di
Carignano. Ognun sa che quel principe se ne stava a Torino, attorniato
dai suoi ministri. Alla sera del 17 di marzo ei ragionò lungamente col
conte di Santa Rosa, allora ministro della guerra, e con alcuni altri,
e promise loro nel ritirarsi di pubblicare nel seguente giorno un
bando che irreparabilmente lo astrignesse a far causa coi sollevati.
Si sciolse dietro di ciò la conferenza, con ferma fiducia per parte
dei seguaci della rivoluzione; giacchè l'ultime parole del principe,
per quanto disse di poi il conte di Santa Rosa, erano sembrate
concludentissime e lo avevano rassicurato sul futuro. Ma la mattina
seguente si diffuse per tempo la notizia della partenza del principe,
la quale immerse i rivoluzionari nella costernazione. Era egli di
fatto partito alla vôlta della Lombardia. Giunse a Milano sotto nome
supposto, e scese in un piccolo albergo all'insegna del Pozzo, poco
stante dalla chiesa di Sant'Alessandro. Recossi dal maresciallo conte
di Bubna, il quale all'annunzio della sua visita non fu poco
meravigliato, e narrogli minutissimamente i progetti dei
rivoluzionari, gli accordi fatti tra' Piemontesi e Lombardi, e tutto
quanto importava al maresciallo di ben conoscere¹. E, ciò fatto, se ne
ritornò.
¹ L'autore nel dar contezza di questo colloquio si è, giusta ogni
apparenza, consigliato con l'imaginazione; chè non è a credersi
abbia alcuno dei due interlocutori narrato a lui o ad altri, che
nel potessero ragguagliare, le cose dette in quella congiuntura.
Spaziando nel campo delle probabilità, si può supporre che il
principe abbia detto abbastanza per porre l'Austria in grado di
ripararsi dagli effetti della congiura; ma il sèguito dei fatti
che narra l'istesso autore è una pruova patente che l'Austria
non ebbe da lui indizio alcuno delle persone che erano implicate
nella trama. Era giustizia il fare quest'avvertenza, com'è il
dire che l'imaginazione dell'autore, per quanto apparisce, ha
anche in altre congiunture supplito alla scarsa notizia avuta
dei fatti, e che talvolta pure egli sembra avere esagerate le
cose, generalizzato dei fatti particolari, e attribuito a
malignità del gabinetto o dell'imperatore quel ch'era effetto
della lentezza austriaca, degli ordini viziosi dello spaccio
degli affari, o del maltalento o goffaggine degli uffiziali
inferiori. (_Nota del traduttore_.)
Non mi tocca riferire gli avvenimenti, altronde ben noti, di cui fu
teatro il Piemonte in quel tempo. Mi basta indicare l'aiuto dato dalle
truppe austriache al re di Piemonte; e la parte che esse ebbero nel
ristabilimento dell'antico ordine di cose. Il re di Piemonte
spietatamente si ricattò sopra i suoi sudditi della debolezza de' suoi
mezzi, per cui era astretto ad invocar forze dall'Austria. Questa poi,
paga di occupare, benchè momentaneamente il Piemonte, paga del male
esito delle macchinazioni dei rivoluzionari, e della cognizione
acquistata degli accordi tra i sollevati piemontesi e i malcontenti
lombardi, paga, infine, di vedere il re, suo protetto, arrischiarsi
sulla sdrucciolevole china dei supplizi capitali e delle confische,
astenevasi da ogni provvedimento di tal fatta, ostentando così
clemenza e dolcezza. Alcuni mesi di tal guisa trascorsero, dopo i
quali il re di Piemonte parve desiderar la partenza delle truppe
austriache, e ne fece domanda, che fu incalzata da quelle degli altri
sovrani d'Europa, sospettosi forse che la dimora delle truppe
austriache in Piemonte si protraesse oltre il dovere. L'Austria però
non intendeva a ritirare sì presto le sue soldatesche. E giova qui
notare quanta importanza pone l'Austria nelle brevi sue occupazioni
delle varie parti del territorio italiano. Non appena le si affaccia
l'occasione d'inframmettersi negli Stati pontifici, nel reame di
Napoli, nel Piemonte, nel ducato di Modena, in quello di Parma, essa
premurosamente l'afferra. Allorchè le cagioni per cui fu chiamata non
esistono più, allorchè il principe che ne ha invocato l'aiuto, e i
sovrani emoli dell'Austria, e l'Europa intiera la richieggono di
ritirarsi, essa studiasi di mandare in lungo le cose, allega un
pretesto, accampa un qualche diritto, oppone un qualche ostacolo; in
somma, benchè essa sappia che il suo definitivo stanziamento negli
Stati che non le sono stati concessi dai trattati di Parigi e di
Vienna, non potrebb'essere tollerato, pure si sforza di rimanervi
quanto più lungamente sia possibile. È questa mera fanciullaggine;
perocchè, sapendo l'Austria per certo di non potere definitivamente
impadronirsi di questi Stati, qual maggior pro può essa mai trarre da
un'occupazione durata tre mesi, che non da una durata un mese solo?
Spera essa forse che, protraendo di giorno in giorno la partenza, si
farà gradire qual signora permanente? Spera essa di avvincersi colla
sua presenza e co' suoi modi i cuori delle popolazioni di cui si fa
carceriera? Acciò questo divisamento non fosse privo di fondamento,
sarebbe necessario che l'Austria si travisasse affatto, e ciò non solo
agli occhi delle popolazioni italiane che non le sono soggette, ma
anche a quelli dei suoi sudditi lombardi. Perocchè, insino a tanto che
essa mostrerassi oppressiva in Lombardia, pochi cuori italiani le
saranno propensi.
Dopo una dimora di sei mesi in Piemonte, protratta ad onta dei riclami
del re Carlo Felice e dei gabinetti europei, le truppe austriache non
erano in verun modo disposte a far ritorno entro i loro confini. Il
governo imaginò allora di chiarire i sospetti che di già aggravavano
un gran numero di Lombardi, e di atteggiarsi come se fosse
particolarmente minacciato dai fatti del Piemonte e interessato ad
impedirne il rinnovellamento. Da quel punto l'occupazione del Piemonte
per parte delle truppe austriache vestiva un tutt'altro carattere di
prima. La cosa non avea più luogo a chiesta del re di Piemonte, nè più
bastava che questo monarca rendesse grazie all'Austria per
accommiatarla; ma all'incontro il Piemonte era dall'Austria occupato
per essere ciò necessario alla propria tranquillità, sicchè toccava ad
essa il far giudizio del quando potesse lasciarlo libero senza suo
scapito.
Nove mesi pertanto dopo il termine della rivoluzione piemontese, che
viene a dire in novembre del 1821, venne istituita in Milano una
giunta estraordinaria per inquisire intorno agli accordi ch'eransi
fatti tra i rivoluzionari piemontesi e i malcontenti lombardi. Quieta
era cionnonpertanto la Lombardia in quel tempo; le madri dei
giovanetti scolari arruolatisi nel battaglione di Minerva avevano
riportata promessa dal conte di Strassoldo, presidente del governo di
Milano, che la partecipazione di quei giovinetti alla sollevazione
sarebbe risguardata come una scappata da scuolari; e fidenti nella
promessa, quei giovani erano venuti di nuovo a sedersi sui banchi
dell'Università. Il marchese Pallavicini e Gaetano Castillia, reduci
anch'essi, nè mai stati molestati, credevano che il passo fatto da
loro fosse ignorato o scusato. Ognuno era dunque scevro di apprensioni
quando l'istituzione di quella giunta estraordinaria e i nomi dei
membri di quella, quasi tutti Tirolesi, vennero ad insospettire la
contrada. Erano però i sospetti mitigati dal considerare che nove mesi
eran trascorsi da che il principe di Carignano era stato a Milano,
vale a dire da che l'Austria era stata ragguagliata delle trame dei
liberali milanesi; dietro del che stentavasi a credere che ella avesse
intenzione di processarli da senno, giacchè altrimenti non avrebbe
lasciato ai sospetti un larghissimo tempo per togliere di mezzo tutti
gli obbietti che potevano servire a redarguirli. Conghietturavasi
altresì, e non a torto (o ch'io credo), volesse l'Austria con queste
dimostrazioni avvalorare unicamente una qualche segreta negoziazione.
Può darsi invero che tale e non altra fosse l'intenzione dell'Austria,
e allora convien dire, da un funesto concorso di fortuite circostanze
essere stati addotti i tristi casi del 1821 e degli anni seguenti. Il
primo mandato di cattura spiccato dalla giunta estraordinaria trasse
nelle carceri Gaetano Castillia, quel desso ch'era ito in Piemonte col
marchese Pallavicini. Uno de' suoi fratelli, Giovanni Castillia, era
testè giunto d'Inghilterra, ove avea fatto incidere sopra un suggello
le sue iniziali G. C. e quest'impresa, tratta dall'Alfieri: _Leggi e
non re, l'Italia c'è_. Conoscendo egli l'indole aombrosa della Polizia
di Milano, e la condizione sospettosa del fratello, erasi guardato dal
recare a casa sua quel suggello e avealo deposto presso la signora
Camilla Fè, la quale, per ragione del sesso, era creduta al sicuro
dalle persecuzioni austriache. Trovandosi un giorno in casa di quella
signora, rammentossi Giovanni Castillia d'una lettera del console
delle corti di Spagna a Genova, per nome Beremendi, pervenutagli
alcuni giorni prima ed alla quale non avea fatto risposta. Prese tosto
la penna e scrisse di fretta alcune linee, cui sottoscrisse colle sue
iniziali G. C., e veduto poscia sul tavolino il suo suggello, se ne
valse spensieratamente per suggellare la sua lettera, cui mandò
incontanente alla posta. In Ispagna fervea allora la rivoluzione, e il
Beremendi era console delle corti ispaniche; bastava perciò a destare
i sospetti della Polizia il semplice indirizzo d'una lettera ad un
tale personaggio: or quanto più quando lo spaventoso esergo _Leggi e
non re, l'Italia c'è_, ne contrasegnava il suggello! Il direttore
della posta aperse pel primo quella lettera, cui attribuì senza
peritanza a Gaetano Castillia, quel desso che era andato in Piemonte.
Bolza, Cardano ed un altro di cui non rammento il nome ebbero pertanto
incontanente l'ordine di recarsi a frugar nelle carte e robe di
Gaetano Castillia e di catturarlo nel caso che da quella inquisizione
emergesse un qualche gravame contro di lui. Gaetano Castillia avea
ricevuto alla sera una lunga lettera di Emmanuele Marliani, che allora
trovavasi in Ispagna e venne in fama di poi per la luminosa sua
comparsa in quella contrada. Vi si conteneano dei particolari intorno
alle cose della Spagna, delle considerazioni sul probabile
scioglimento di quelle faccende, come pure delle considerazioni
sull'Italia, congiunte a voti per essa, e forse altresì intorno agli
ultimi tentativi fattisi in Piemonte, e l'ammaestramento che si dovea
trarre da quei fatti. Subito erasi posto il Castillia a rispondervi;
e, spesavi una parte della notte, avea poi chiuso diligentemente la
lettera e la risposta in un cassettino frammezzo a pannilini,
proponendosi di ardere alla mattina per tempo la lettera e di mandar
la risposta. Ma fu antivenuto dagli agenti della Polizia. Non
aggiornava ancora quando questi agenti gli si presentarono,
esortandolo a nulla occultare. Ei consegnò loro le sue chiavi, e se ne
rimase tranquillo spettatore della loro disamina sintanto che li vide
intenti a frugare nel suo scrittoio e nello scrigno delle sue
scritture; ma ben dovette fare forza a sè stesso quando li vide
volgersi all'armadio delle biancherie, aprirne i cassettini, porre le
mani sui pannilini che coprivano quelle lettere, ed estrarnele. Il
solo fatto di avere occultate quelle carte era motivo di sospetto
contro il Castillia, e bastava ad autorizzarne la cattura; ond'è che
il Bolza lo avvertì che una vettura da nolo aspettavalo alla porta, e
gl'intimò di venirgli dietro in carcere. Uno dei fratelli del
Castillia¹ avendo ottenuto il permesso di accompagnarlo alla prigione,
giovossi di quella congiuntura per dargli alcuni consigli, e recossi
poscia difilato dal marchese Pallavicini a narrargli la disgrazia
accaduta al fratello, e ad esortarlo di sottrarsi con la fuga ad un
simile destino.
¹ Non era già quello di cui ho fatto menzione qui sopra, e
il quale fu causa prima, benchè innocente, di tante sciagure.